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09 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – La benzina per Israele, la crisi al San Raffaele, gli affari di Lotito, la mafia e l’eolico

Queste le anteprime dei servizi che andranno in onda domani sera nella puntata di Report

LAB REPORT: BENZINA SUL FUOCO

di Manuele Bonaccorsi, Madi Ferrucci

La Global Sumud Flotilla è stata fermata da Israele al largo di Creta nella notte tra il 29 e il 30 aprile. Gli aiuti umanitari, al momento, non possono entrare a Gaza. Eppure, come rivela un’inchiesta di Report e Greenpeace, dall’Italia verso Israele sono partite, dal 2024 a oggi, spedizioni di carburante e petrolio destinate anche ad aziende legate alle forze militari israeliane. Non solo: tra il 2024 e il 2026, da Isab, il petrolchimico di Priolo in Sicilia, sono partiti almeno cinque carichi di carburante diretti in Israele al colosso energetico ORL Bazan, legato alle forze militari. In base al diritto internazionale, gli Stati hanno l’obbligo di prevenire e non contribuire a conflitti che coinvolgono civili. Perché questi carichi allora non sono stati fermati?

LA PUNTA DELL'ICEBERG

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Lidia Galeazzo, Alessia Pelagaggi

Il 5 dicembre 2025 al reparto ad alta intensità di cura "Iceberg" dell'Ospedale San Raffaele di Milano scoppia una crisi. Il personale della Cooperativa Auxilium Care, chiamato in servizio per sostituire personale sanitario esperto, non è all'altezza delle gravi patologie dei pazienti in cura: si registrano somministrazioni di farmaci in sovradosaggio e persino incapacità di prendere la pressione ai malati. Report racconterà cosa c'è dietro l'incidente e qual è lo stato di salute del Gruppo San Donato, il gigante della sanità privata convenzionata che possiede il San Raffaele.

IL BUNKER

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Oggi nel cuore di via di Porta Latina c'è una delle più importanti proprietà del senatore di Forza Italia e Presidente della Lazio Claudio Lotito. La maggior parte dell'area su cui insiste il complesso immobiliare è vincolata nel rispetto delle mura aureliane che si trovano a pochi metri di distanza. Eppure, stando a una documentata ricostruzione, Report ha scoperto la presenza di alcune anomalie. Nel frattempo, la Lazio ha iniziato un percorso amministrativo per essere quotata sulla borsa di New York e qualche mese fa ha lanciato l'idea di restaurare lo stadio Flaminio. Ma che sostenibilità finanziaria ha la società del senatore Lotito per lanciarsi in queste operazioni? Perché da quel che Report ha scoperto la Lazio spende molto, e a incidere sui suoi bilanci sarebbero anche le altre società del gruppo Lotito.

LA VIA DELLA PALA

di Walter Molino

Collaborazione Andrea Tornago

Le infiltrazioni della criminalità organizzata nel grande business dell’energia eolica, dalla Sicilia fino a Verona. Rivelazioni inedite ed esclusive sugli affari di Matteo Messina Denaro in Veneto.






PSICOLOGO DEI SOLDATI IDF

di Giammarco Sicuro


Tuly Flint è uno psicologo e un ex soldato israeliano pentito dopo aver combattuto a Gaza. Oggi si prende cura dei militari dell’IDF che rientrano dalla Striscia e dal Libano e rivela a Report alcuni loro racconti.

07 marzo 2026

Anteprima Presadiretta – cosa sta succedendo all’Ilva e Gaza con la pace dei forti

Quale futuro per l'Ilva a Taranto

Nonostante tutto, gli anni che passano, le inchieste sull’avvelenamento dell’ambiente, i processi, a Taranto si continua a morire per il lavoro. Si continua ad avvelenare l’acqua e l’aria di chi vive accanto all’Ilva. E si continua a non vedere alcuna prospettiva per questo sito industriale che sarebbe anche strategico per la poca industria nazionale che rimane.
Nell’ultimo mese sono morti, precipitando nel voto in un reparto che era stato chiuso precedentemente, due operai, l’ultimo si chiamava Loris Costantino, padre di due figli: solo dopo la minaccia di uno sciopero e di una manifestazione proprio sotto Palazzo Chigi, il ministro Urso ha pianificato un incontro coi sindacati.

Il destino dell’acciaieria di Taranto sarà al centro del racconto di Presadiretta Open di questa domenica.

Presadiretta ha incontrato don Alessandro Argentiero, prete del quartiere Tamburi, dove le case si affacciano sull’acciaieria: dopo aver visto l’ondata di sofferenze legate all’inquinamento del quartiere ora deve affrontare l’ondata della povertà causata dalla cassa integrazione.

Famiglie monoreddito o famiglie che dall’oggi al domani si trovano in cassa integrazione o licenziate, in 12 anni ho visto un cambiamento repentino, drastico, la gente si è impoverita. I nostri assistiti Caritas sono aumentati, tanto, prima erano 30 ora sono 75. La prima cosa che cerco di dare a questa gente è l’ascolto. Loro vengono qui e ti rovesciano sul tavolo, davanti a te tantissime cose, tantissimi problemi. E dicono ‘ grazie perché mi hai ascoltato’ ”.

Dentro la parrocchia che ha costruito don Alessandro mostra le cose che ha raccolto per i bambini, come i giochi, uno schermo. Qui il don ha appena organizzato una festa di carnevale per i piccoli. In un angolo c’è anche quello che fa per i grandi: zucchero, latte, scatolame, tonno, lenticchie..

Ma qual è il futuro dell’impianto industriale?

Il Tribunale di Milano ha chiesto alla proprietà di adeguarsi alle prescrizioni del ministero dell’Ambiente, per tutelare la salute delle persone. Assisteremo un’altra volta alla contrapposizione tra salute e profitto? Presadiretta ha intervistato il CEO di Flacks Group, Michael Flacks l’unico potenziale acquirente rimasto: “sapevamo che non sarebbe stata una sfida semplice, siamo consapevoli delle questioni legate ai sindacati, al governo, ai cittadini, alle emozioni della gente, stiamo parlando di Ilva, non è un’azienda qualunque. Per rispondere alla sua domanda, si vogliamo acquistare Ilva, abbiamo un ottimo rapporto coi commissari, col ministro Urso. Al di là delle opinioni politiche Ilva deve continuare a vivere per l’Italia, stiamo cercando di riportare rapidamente al lavoro 6500 persone e se porteremo la produzione a 6 ml di tonnellate di acciaio, come molti ritengono possibile, avremo bisogno di 10mila lavoratori ”

Il destino dei palestinesi

Quale sarà il destino dei palestinesi adesso? Sarà questa la domanda del secondo servizio di Presadiretta, a pochi mesi dal finto cessate il fuoco con l’esercito di Israele che continua a sparare ai civili e con la continua espansione dei coloni nei territori della Cisgiordania.

A pochi giorni dall’inizio di un nuovo conflitto in Medio Oriente, quello scatenato dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Dopo l’uccisione della “guida suprema” Khamenei che ha poi portato alla reazione dell’Iran coi missili sparati sui diversi paesi del golfo.

Presadiretta ci porterà a Gaza, in Cisgiordania, in Israele in un servizio che si è chiuso poco prima che lo spazio aereo venisse chiuso.

A cinque mesi dall’accordo sul cessate il fuoco nella striscia di Gaza, che veniva divisa in due zone, la zona ovest controllata dai palestinesi e la zona esterna controllata da IDF. L’accorod prevedeva il graduale ritiro dell’esercito israeliano dalla striscia che però, non è mai avvenuto. La linea gialla, da linea di demarcazione provvisoria da superare nelle successive fasi dei negoziati si è materializzata attraverso dei cubi di cemento.

Questa zona è pericolosa, se ti avvicini alla zona gialla ti sparano..” racconta al giornalista un ragazzo: possono solo raccogliere le poche cose rimaste sotto le macerie che possono recuperare ancora e spostarsi da un’altra parte. I cubi poi vengono spostati dall’esercito di Israele, costringendo la popolazione civili a doversi continuamente spostare, sempre più in là restringendo gli spazi per gli sfollati.

Riccardo Iacona ha intervistato l’ex ufficiale del Mossad Udi Levi a proposito dei finanziamenti ricevuto dal Qatar ad Hamas, specie all’ala militare e tutto questo è avvenuto già da molti anni. Udi Leva è stato a capo di una speciale unità che si occupava del finanziamento del terrorismo: ha ricostruito tutti i flussi finanziari dal Qatar che hanno reso Hamas così forte, così tanto da cacciar via nel 2007 i palestinesi della ANP con una campagna militare brutale. I soldi del Qatar hanno reso Hamas un esercito armato fino ai denti.

Le prime persone che hanno raccontato questi flussi di finanziamenti a Udi Levi sono stati proprio i palestinesi, non l’intelligence israeliana, ma quelli della Anp: “sono venuti da me e mi hanno detto, state dando soldi ai terroristi” e questo avveniva sotto gli occhi del governo. Di tutto questo il primo ministro Netanyahu era consapevole: “gli ho detto molte volte [a Netanyahu] che questo era un gravissimo errore, Netanyahu ha comunque una enorme responsabilità politica perché ha permesso al Qatar di finanziare Hamas per più di 10 anni, anche se noi del Mossad eravamo contrari. E alla fine è questo che ha portato al 7 ottobre, noi abbiamo nutrito questo mostro con così tanti soldi che loro ci hanno attaccato”.

Viene in mente la storia dei finanziamenti americani ai mujaheddin in Afghanistan in funzione anti sovietica. Fondamentalismi islamici da cui è nata poi Al Qaeda. Fino al’11 settembre.

Su Domani trovate un’anticipazione del servizio dove si parla dell’attacco di Stati Uniti e Israele ai giudici della corte penale internazionale, colpevole di aver accusato di genocidio Israele.

L’ultima giudice ad essere attaccata è la peruviana Luz del Carmen Ibáñez Carranza: “sia io che la mia famiglia siamo stati colpiti nelle questioni finanziarie, non abbiamo carte di credito, non posso ordinare un pasto online non possiamo usare western union per inviare soldi nei nostri paesi, non possiamo movimentare alcun conto in dollari”.

La censura colpisce chiunque abbia collaborato con la CPI, come la relatrice dell’Onu Francesca Albanese: i suoi beni sono stati congelati, le è stato impedito di fare qualsiasi transazione finanziaria perché nel sistema internazionale vige la legge americana. Per proteggere lei e gli altri cittadini europei sottoposti a queste sanzioni bisognerebbe attivare un provvedimento chiamato Blocking statute che protegge i cittadini e le istituzioni europee dagli attacchi di sanzioni americane. Ma al momento né l’Europa né lo stato italiano si stanno muovendo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

04 ottobre 2025

Anteprima Presadiretta – La guerra totale

Siamo riusciti a trasformare la tragedia che sta accadendo a Gaza, sotto i nostri occhi, in diretta video, in uno scontro tra tifoserie, arrivando a mettere sullo stesso piano di complicità tutti i palestinesi della striscia con Hamas, arrivando a considerare i volontari della SumudFlottilla come complici di Hamas.

E in questo scontro ci si dimentica dei morti, dei bambini uccisi, di città rase al suolo, di come è iniziata questa guerra (non il 7 ottobre):

Il 70% della Striscia di Gaza è stato raso al suolo. Cibo, acqua e medicinali scarseggiano: è una catastrofe umanitaria che ha già fatto decine di migliaia di vittime civili tra i palestinesi. Nel frattempo, l’esercito israeliano ha avviato l’occupazione totale del territorio.

Cercheremo di capire – spiega Iacona presentando la puntata – se la proposta di pace, di negoziato, presentata da Trump e accolta da Netanyahu avrà anche il si di Hamas, se questo dovrebbe comportare oltre che alla consegna degli ostaggi ancora in vita, anche un momento di pace per quelle popolazioni martoriate. Ma resta il punto che Gaza in questi due anni è stata completamente distrutta, le persone che vivevano lì e che vivono ancora lì sono state oggetto di deportazioni, trasferimenti forzati. E poi è arrivata la fame, la carestia: “cercheremo di spiegare i meccanismi che l’hanno provocata, quali le conseguenze e poi entreremo nel dibattito israeliano e ci faremo la domanda ‘come mai quello che è insopportabile per noi in tutti questi anni, le uccisioni dei civili innocenti, è invece sopportabile per una parte importante dell’opinione pubblica israeliana?’ E infine cercheremo di capire quali sono le relazioni che legano il nostro paese con Israele sul terreno dell’import ed export delle armi.”

A prescindere dalle azioni che faranno i governi (come il nostro, che rivendica corridoi umanitari per le università, dopo aver bloccato gli arrivi per mesi), le persone non l’accettano più questa situazione e lo dimostrano scendendo in piazza. E la Flottiglia ha rappresentato questo sdegno, questa indignazione contro la carestia, la fame e l’inazione (o complicità) dei governi occidentali: “persone che coi loro corpi, con le barche, si sono mossi sono arrivati lì dove non si doveva stare” raccontava Iacona giovedì sera a Il cavallo e la Torre “hanno forzato quel blocco che sta causando carestia e la fame e hanno mostrato al mondo intero che cosa bisogna fare. E la gente lo ha capito in maniera spontanea. Quello che mi impressiona di più di queste piazze sono i ragazzi, i ragazzini, le scuole, sono i nostri figli.. spero che tutto questo avvenga nella pace e senza disordini, ma questo è un segnale importante.”

La voce di Hind

Nel servizio si racconterà anche la storia di Hind Rajab, la bambina di Gaza uccisa dai soldati israeliani. La sua voce è diventata protagonista di un film che è stato recentemente presentato al festival di Venezia e testimonia meglio di tanti articoli di giornali il dramma che sta vivendo la popolazione civile, un dramma che non risparmia neppure i bambini.

Nel video che potete vedere in anteprima sui canali social di Presadiretta si sente la voce della bambina chiedere aiuto ad una soccorritrice della croce rossa: i suoi familiari sono stati già uccisi, appena fuori dalla casa dove avevano dormito assieme la notte precedente. Dopo i bombardamenti l’esercito israeliano aveva emanato un ordine di evacuazione, così la sua famiglia ha provato a scappare a sud a bordo di un’auto. Le immagini satellitari mostrano i carri armati a presidiare gli incroci mentre l’esercito rimuove gli alberi, abbatte gli edifici.

E spara alle auto, come la Kia della famiglia di Hind, come anche ai soccorritori, anche loro uccisi dall’esercito israeliano: la madre si è salvata perché non c’era posto in auto ed è arrivata da sola al punto di ricovero.

Alcuni giornalisti hanno provato a giustificare questa morte dicendo che un giorno qualcuno le avrebbe messo un velo in testa.. ecco, stendiamo un velo pietoso.

La fame a Gaza

Come si possono commentare le immagini dei bambini scheletrici rannicchiati nei letti dell’ospedale pediatrico di Gaza city? Al Hassan Selmi è un giornalista che, con i suoi servizi, ha mostra gli effetti della fame sui bambini. Le famiglie devono scegliere se morire di fame o sotto le bombe. Qualcuno di loro, i più fortunati, sono riusciti ad arrivare in Italia, ma servirebbe corridoi umanitari stabili: i bambini che stiamo curando (citati dal ministro degli esteri nella sua auto celebrazione) sono solo una goccia nel mare. Perché i valichi da cui entrano gli aiuti rimangono chiusi e i beni di prima necessità per le famiglie costano caro. Come si può chiedere ad una madre di un bambino di poche settimane o pochi mesi di emigrare, perché Gaza deve essere sgomberata?

La fame colpisce più duramente i bambini: la malnutrizione dei bambini nei primi giorni di vita o nell’utero è una condanna a vita e i bambini che ne soffrono non raggiungono mai il loro potenziale fisico o cognitivo. Assisteremo alla crescita di un’intera generazione di bambini segnata dalla fame a Gaza oltre che dai traumi della guerra – racconta a Presadiretta Alex De Waal, uno dei più importanti studiosi al mondo di fame. Dagli anni ‘80 racconta come tutte le carestie siano state create dall’uomo, perché la fame ha i suoi beneficiari. Gli israeliani conoscono bene gli effetti della fame, sanno cosa stanno facendo a Gaza: si muore non tanto per la fame ma per la compromissione del sistema immunitario che ti rende vulnerabile ad ogni malattia comune. Un banale mal di pancia o un raffreddore e ora ci sono molte malattie, per le cattive condizioni igieniche in cui le persone sono costrette a vivere. Ammassati nelle tende, senza acqua pulita. La fame, che è stata descritto bene da Primo Levi in Se questo è un uomo ha un effetto così disumanizzante da rompere i legami sociali tra le persone, costringendole a comportarsi come animali, distrugge la società, i gruppi. Questa è la sua definizione di genocidio – continua Alex De Waal – non è tanto uccidere tutte le persone ma è distruggere il gruppo sociale.

Le immagini delle persone che si gettano a recuperare gli aiuti calati dal cielo, pericolosi e inutili, sono emblematiche.

Cosa ci lega ad Israele

Quali sono i nostri legami con Israele? È vero che non vendiamo più armi da quando è iniziata l’invasione dell’IDF a Gaza? Il ministro Tajani alla Camera aveva spiegato come la linea del governo fosse chiara: tutte le licenze per l’esportazione delle armi sono state sospese. Ma il governo Meloni non ha mai sospeso le consegne di armi autorizzate prima del 7 ottobre: i dati relativi a queste consegne nelle relazioni annuali non ci sono. Matteo Taucci è un ricercatore dell’istituto Archivio Disarmo e racconta a Presadiretta che dall’inizio della “guerra” a Gaza fino a marzo 2025 l’Italia ha esportato 8,2 ml di armi verso Israele, di questi solo il 22% sono esplicitati, si sa che armi siano. Ovvero 1,4 ml di euro in componenti accessorie per armi e munizioni, 280mila euro in bombe e granate. La maggior parte dei dati non sono pubblici: Istat ha risposto che una parte dei dati può essere riservata su richiesta delle parti. Ma quelle rimangono armi esportate, contrariamente a quanto ha riferito Tajani.

Quelli che si oppongono alla politica di Netanyahu


Si è molto discusso nei mesi passati sull’uso della parola genocidio per descrivere quanto l’esercito di Israele sta facendo sulla popolazione a Gaza. Per mesi chi usava questa parola veniva tacciato come antisemita: eppure, come racconterà il servizio di Presadiretta, dentro Israele una parte della popolazione condanna la politica del presidente Netanyahu, usando parole pesanti.
Riccardo Iacona è andato al Van Fleet Jerusalem institute per incontrare il professor di scienze politiche Assaf David che insegna a Gerusalemme: assieme a 15 altri professori ha scritto un rapporto “The present day: peacemaking Alternatives for Israeli policy” (alternative di pace per la poiltica italiana). Questo documento è stato poi firmato da altri 130 accademici di molte università israeliane ed è molto critico nei confronti del governo Netanyahu. Al primo punto contestano l’idea del governo della vittoria totale contro Hamas: “noi sosteniamo che l’idea di una vittoria totale porta Israele verso la pulizia etnica, non esiste altra spiegazione per ciò che Israele sta facendo a Gaza. Il 70% delle infrastrutture e degli edifici di Gaza è completamente distrutto o gravemente danneggiato. Questo può solo significare che Israele non vuole che i palestinesi vivano a Gaza”.

Il professore David aggiunge: “questi giorni di fame a Gaza potrebbero essere il punto di non ritorno perché se affami la popolazione poi arriva il crollo totale. Gaza è un’area disastrata ed è come gli alleati hanno trovato i campi di concentramento nel 1945. Questa è Gaza oggi, la Shoa, la Nakba, la pulizia etnica, è genocidio. È il collasso dell’umanità e della società di Gaza per decenni, con malnutrizione e danni irreversibili al corpo e all’anima del popolo palestinese. Ed è una vergogna per tutti noi ebrei israeliani.”

Qual è il giudizio sulle campagne di Netanyahu in Libano, Siria e Iran: hanno dato più sicurezza ad Israele?
“Noi pensiamo che la sicurezza di Israele
non può dipendere dall’uso esclusivo della forza militare ma dalla sua capacità di costruire alleanze con i paesi arabi della regione, soprattutto ponendo fine all’occupazione dei territori palestinesi. Per fare questo però Israele deve assumersi la responsabilità di decenni di espropriazioni, sfruttamento, occupazione e ora anche pulizia etnica e genocidio del popolo palestinese.
Quanti sono a pensarla così in Israele?
“Siamo ancora una minoranza, perché decenni di occupazione hanno disumanizzato i palestinesi e hanno fatto crescere una cultura di supremazia ebraica sostenuta da tutti, dallo Stato, dal sistema scolastico, dai media e poi è arrivato il 7 ottobre. Il 7 ottobre è stato un trauma per gli ebrei israeliani, siamo ancora tutti dentro il trauma..”
Ecco perché sarebbe così importante che una autorità indipendente ricercasse la verità su ciò che è accaduto il 7 ottobre, ma
Netanyahu è contrario perché, spiega il professore David, “sa di essere il principale responsabile, i vertici militari e i servizi lo avevano avvertito che stava per succedere qualcosa e glielo avevano scritto, ci sono documenti e prove e testimonianze, come può farla franca? L’unico modo è accumulare sempre più potere e diventare un tiranno che è quello che sta cercando di fare.”

E’ questo il periodo più drammatico che si sta vivendo in Israele: “senza dubbio, io sono vivo per miracolo sono stato gravemente ferito 30 anni fa nel 1995, a Gerusalemme. Ero su un autobus quando è esploso. Era stato un kamikaze di Hamas, poi ci sono stati altri attacchi suicidi e poi è arrivata la seconda Intifada con attentati continui contro i civili. Infine il 7 ottobre, l’evento più orribile della storia di Israele dal 1940, dalla sua fondazione. E le persone responsabili sono ancora al potere in Israele, devono andarsene, devono finire in prigione devono pagare il prezzo di tutto quello che hanno fatto. L’unica via per Israele è la riconciliazione storica, che riconosca il fatto che tra il fiume e il mare vivono due popoli. Il popolo palestinese e il popolo ebraico.”

Sono questi i giorni della carestia a Gaza, dove la gente inizia a morire di fame: le immagini dei corpi scheletrici hanno fatto il giro del mondo. In Israele i media, i giornali e le televisioni non le hanno mostrate. Così gli attivisti di “standing together” la più grande associazione che dal 2015 si batte per la pace, sono andati davanti al canale televisivo principale di Israele per mostrare coi loro cartelli quello che il pubblico israeliano non vede mai.

Tutto il mondo vede queste immagini orribili” racconta a Presadiretta uno dei volontari “ma gli israeliani che vivono così vicini a Gaza e sono responsabili di ciò che accade a Gaza. Non sanno cosa viene fatto a Gaza in loro nome e quindi non possono neanche opporsi e io credo che se il popolo israeliano sapesse esattamente cosa sta accadendo chiederebbe la fine di questa guerra.”
Un’altra ragazza aggiunge: “la televisione non sta facendo il suo lavoro, sta aiutando il nostro governo a continuare con questa guerra che sta uccidendo tutti. Non solo la popolazione di Gaza, sta uccidendo anche noi.”

La televisione israeliana diffonde solo propaganda, nasconde la verità” è l’opinione di un altro volontario dell’organizzazione “ed è ora che questo finisca perché la democrazia ha bisogno della verità e quando si nasconde la verità la democrazia muore.”
La verità dei bambini colpiti alla testa, al cuore, un massacro, un genocidio: a quanti dicono che queste morti sono il prezzo da pagare se vogliamo distruggere Hamas, si deve rispondere che questa non è una guerra, a Gaza i civili non hanno carri armati, né elicotteri né droni: “io sono in contatto con un amico a Gaza, li stanno spingendo, giorno dopo giorno, da un luogo all’altro, e non c’è più nessun posto dove andare, non puoi stipare due milioni di persone in un pezzettino di terra. Quindi lo scopo è la pulizia etnica.”

Quello che sta accadendo a Gaza ha un significato importante per Israele: “abbiamo abbandonato il diritto internazionale molto tempo fa, ma ora sta venendo meno anche la nostra moralità, i valori ebraici per cui si devono combattere solo guerre difensive, questa è vendetta. Questo è brutale e lo stiamo normalizzando.”

Netanyahu ha definito questi volontari come antisemiti: “nell’ebraismo si insegna che non dovresti fare agli altri quello non vuoi venga fatto a te. Che fine ha fatto questo principio?”

Anche secondo l’ex direttore dello Shin Bet, Amy Ayalon, l’unica soluzione è riconoscere lo stato di Palestina.

“Avremo sicurezza quando i palestinesi avranno speranza” aveva raccontato a Presadiretta nel 2023: oggi è convinto che senza un piano per il dopo, questa guerra non finirà. Con quale leader politico di Hamas dovrà trattare domani Israele? Perché questo serve la pressione internazionale per riconoscere lo stato di Palestina.

Iacona lo ha intervistato nella sua casa ad Haifa, assieme alla moglie del colonnello Leon Bar, ucciso da Hamas proprio in quel tragico 7 ottobre (fu ucciso il giorno successivo in realtà) mentre cercava di salvare quanti più ragazzi del rave.

Questa donna ha lasciato la sua testimonianza da un palco davanti ad una platea di persone: era furiosa dopo l’attentato del 7 ottobre e avrebbe voluto che tutti gli ostaggi fossero ripresi con la forza. Ma dopo più di seicento giorni la guerra continua e gli ostaggi sono ancora nei tunnel. E che vanno riportati indietro. “Cosa abbiamo ottenuto dal continuare a combattere? Altri morti? È arrivato il momento di fermare i combattimenti. Di trovare una soluzione a lungo termine che garantisca la sicurezza di Israele e il ritorno degli ostaggi. Vogliamo speranza.”

La scheda della puntata:

Un viaggio dentro la realtà di Gaza attraverso le testimonianze del giornalista palestinese Al Hassan Selmi, che da mesi racconta la vita quotidiana e le difficoltà del suo popolo. Al centro, la fame usata come arma di guerra, con un'inchiesta sui sistemi di distribuzione del cibo e sulle conseguenze della malnutrizione. Dalle voci degli ebrei israeliani che si oppongono alle politiche di Netanyahu, denunciando pratiche di pulizia etnica, ai reportage sugli oppositori del governo incontrati tra Tel Aviv, Jaffa e Gerusalemme. Spazio poi alle indagini internazionali sui crimini di guerra a Gaza e a un focus sui rapporti di import ed export di armi tra Italia e Israele. Dal Perù alla Gran Bretagna, dal Belgio all'Italia, il racconto di investigatori, attivisti e avvocati impegnati a portare in tribunale militari israeliani accusati di violazioni dei diritti umani. Un mosaico di testimonianze che si intrecciano con l'analisi geopolitica e con le domande più urgenti sul futuro della regione. In studio con Riccardo Iacona, la storica e scrittrice Anna Foa, con collegamenti da Israele e da Gaza per seguire gli ultimi sviluppi sul terreno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

01 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – l’assalto alle banche, i conti della serie A, gli allevamenti ittici

Chi c’è dietro la scalata alle Generali, la cassaforte dei risparmi degli italiani?

Poi il tanto atteso servizio sui conti dell’Inter (doveva andare in onda domenica scorsa): aveva ragione Report o chi contestava il vecchio servizio?

Nell’anteprima di LAB Report si parlerà della situazione di Gaza: non chiamatela guerra, quello che sta succedendo è la soppressione di un popolo.

Il crimine sotto i nostri occhi

Per mesi in cui si è ripetuto che quello che succedeva a Gaza era solo colpa di Hamas, che chi criticava le scelte del governo di Israele era antisemita, che i numeri dei civili uccisi dall’esercito israeliano erano finti (dove sono le fonti? Come se non sapessero tutti che i giornalisti stranieri non sono stati ammessi a Gaza).


Finalmente l’occidente si è accorto di quello che sta succedendo in questa striscia di terra. O, meglio, ha smesso di far finta di niente.

Far finta che voler affamare un popolo, riducendo al limucino gli aiuti alimentari, distruggendo le infrastrutture, le scuole gli ospedali, prendendo di mira i civili anche nei luoghi dove dovrebbero essere al sicuro, non faccia parte di un disegno criminale per preciso.

Chi denuncia quanto è sotto gli occhi di tutti viene sistematicamente screditato, vedi gli attacchi alla relatrice Francesca Albanese accusata di aver ricevuto finanziamenti da gruppi vicini ad Hamas da un dossier di Un watch, dossier smentito dall’Onu.

Le ambasciate israeliane – spiega la stessa Albanese a Report – si muovono in prima persona per protestare quando “una certa persona fosse stata chiamata a parlare in una sede istituzionale”.

I civili, dal 7 ottobre 2023, in risposta all’attacco terroristico di Hamas, sono diventati bersagli, “come è possibile tutto ciò”? LE immagini nell’anteprima del servizio testimoniano a sufficienza quanto sta accadendo a Gaza. Bambini colpiti da proiettili e schegge, spesso colpi singoli alla testa, bambini a cui si devono amputare arti per i colpi ricevuti. Bambini che, una volta operati, non hanno nessuno da cui tornare perché le loro famiglie sono state sterminate.

Medici costretti ad operare con mezzi di fortuna nei pochi ospedali ancora attivi.: “ogni giorno mi ritrovo circondato da decine di persone che mi chiedono aiuto, mancano le attrezzature chirurgiche, tutto, non c’è materiale sterile monouso, rilaviamo tutto, anche i tubi con cui si intubano i pazienti ..” racconta uno di loro.

Report ha intervistato a Londra il dottor Abu Sittah, il primo ad essere entrato a Gaza dopo i primi attacchi agli ospedali, come quello ad Al Shifa: Israele aveva inizialmente dato la colpa alla Jihad per la morte dei 480 sfollati sotto le bombe.

L’ospedale di Al Shifa è stato bombardato dall’esercito di Israele ha bombardato l’ospedale, compreso il reparto maternità: IDF ha spiegato che è stata una operazione mirata contro Hamas che si era rifugiata dentro l’ospedale di Al Shifa

Tesi negata dal dottor Abu Sittah: “non ho mai visto alcun combattente nell’ospedale, altrimenti avrei chiesto loro di andare via, ho l’obbligo di chiedere ai combattenti armati di lasciare l’ospedale, dentro c’erano solo civili che avevano portato i loro figli al rifugio. Se avessero visto la presenza di Hamas, che è l’obiettivo di Israele, non avrebbero mai portato i loro figli a dormire la dentro.”

L’esercito di Israele, in quanto forza occupante, dovrebbe garantire la sicurezza della popolazione civile: questo è quanto stabilisce la Convenzione di Ginevra, ma a Gaza i diritti dei civili non sono mai stati garantiti già prima del 7 ottobre (la data dell’attacco terroristico di Hamas).

Già prima del 7 ottobre 2023 e dell’inizio di questa nuova guerra ” spiega Ajith Sunghay direttore dell’alto commissariato per i diritti umani “l’assistenza medica il sistema ospedaliero nella striscia di Gaza era un disastro per via dei 17 anni di blocco [quello l’esercito ai valichi della striscia]. La Corte di Giustizia internazionale ha chiesto esplicitamente di garantire la sicurezza dei civili nei territori palestinesi occupati compresa Gaza. Questo comprende anche la fornitura di acqua, cibo, la raccolta dei rifiuti, offrire rifugio e qualsiasi altra necessità per la sopravvivenza. Israele come forza occupante deve garantire questa protezione ai civili secondo la quarta Convenzione di Ginevra.”
Attaccare gli ospedali significa attaccare strutture civili e quindi il diritto dei civili alla protezione invocata dal diritto umanitario internazionale.

Francesca Albanese relatrice speciale per le Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi parla oramai dello smantellamento del sistema sanitario a Gaza: “l’attacco al sistema sanitario in quanto tale è stato sistematico , sono stati colpiti gli ospedali, le ambulanze, sono stati uccisi oltre mille medici. C’è stato quasi un attacco personalizzato, molto mirato al personale medico e questo si è visto anche attraverso quello che è accaduto con gli arresti e le detenzioni arbitrarie.”
Di fronte a tutto questo la risposta dell’esercito di Israele (e dei tanti gruppi di influenza sui social) rimane sempre la stessa: sotto gli ospedali c’erano i tunnel di Hamas, nelle strutture mediche c’erano armi di Hamas, questi sono dati di Hamas.. Come se non si sapesse che per una precisa volontà politica nella striscia non sono ammessi giornalisti stranieri. E i pochi giornalisti palestinesi sono stati bersaglio delle bombe e dei colpi di IDF.

La scheda del servizio: LAB REPORT: ANATOMIA DI UN CRIMINE

di Nancy Porsia

Report ricostruisce l’attacco sistematico agli ospedali di Gaza, documentando bombardamenti, evacuazioni forzate e medici uccisi o arrestati. Attraverso testimonianze dirette e immagini senza filtro, emerge il collasso del sistema sanitario e il dramma dei civili intrappolati. Una cronaca documentata sulla potenziale violazione del diritto umanitario internazionale e la crisi umanitaria in corso.

Dietro le scalate bancarie


Ci aveva messo perfino la faccia la presidente del Consiglio Meloni, in un video pubblicato sui suoi canali social: “abbiamo deciso di introdurre una tassazione del 40% sulla differenza ingiusta del margine di interesse, cioè la differenza tra quanto le banche ti applicano per prestarti i soldi e quanto ti riconoscono quando depositi i soldi. Una tassazione su quei margini extra che hanno registrato gli istituti bancari che è secondo noi non una tassa sui guadagni legittimi ma una tassa sul margine ingiusto. ”
Anche il vicepresidente Salvini era sulla stessa lunghezza d’onda: “la scelta della Lega e dell’intero governo è chiara, aiutare famiglie e impre, se e lavoratori che non ce la fanno chiedendo alle banche una parte degli incassi miliardari per i maxi profitti che hanno fatto in questi anni..”
Era agosto, gli italiani erano già al mare – racconta oggi il docente di economia della Cattolica Rony Hamaui – “e il governo esce con la prima tassa sugli extraprofitti, dopo di ché c’è tutta una discussione all’interno del governo, il parlamento, il provvedimento viene cambiato e viene lasciata alla banche l’opportunità di decidere se o pagare la tassa oppure accantonare, rafforzare il proprio patrimonio.”
Quindi la tassazione sugli extraprofitti dopo i roboanti annunci di Meloni e Salvini è durata solo il tempo dell’estate, riducendosi ad un ipotetico balzello, diventando una tassa facoltativa perché alle banche viene concessa la libertà di scegliere se pagarla oppure se tenere gli extraprofitti nelle loro casse.

La montagna ha partorito il topolino: oggi gli esponenti della maggioranza, come il sottosegretario Durigon, di fronte alle domande di Report svicolano, non rispondono, parlano d’altro (“abbiamo alzato gli stipendi .. abbiamo tantissime idee.. con le banche qualcosa abbiamo fatto..”).
Si dice che sia bastata una telefonata di Marina Berlusconi a far far marcia indietro al governo.

Così oggi le banche sono piene di liquidità, soldi pronta cassa che fanno gola a qualcuno nella maggioranza: e dunque sono partite le scalate bancarie, con l’assalto del Monte dei Paschi di Siena (la banca salvata coi soldi pubblici) al cuore della finanza milanese che ha scatenato una vera e propria guerra. In risposta all’annuncio dell’istituto di credito senese Mediobanca ha indossato l’elmetto ed eretto le barricate: la proposta del Monte è stata rispedita al mittente con un comunicato durissimo dal cda in cui si definisce l’offerta fortemente distruttiva di valore e priva di razionale finanziario e industriale.

Come si è comportato il governo fino a questo momento? Da arbitro o da parte in causa? Alberto Nagel, AD di Mediobanca ha risposto “qual è la prossima domanda”.

Gli elementi raccolti dal servizio di Report potrebbero dunque indurre a pensare che l’ultima asta delle azioni del ministero dell’Economia sia stata apparecchiata appositamente per far entrare nell’azionariato di MPS Francesco Gaetano Caltagirone e la finanziaria della famiglia Del Vecchio, BPM e Anima, ad un prezzo calmierato.

Il loro ingresso sarebbe stato funzionale a lanciare dopo solo un paio di mesi la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio avevano grossi interessi.
MPS diventerebbe una sorta di cavallo di Troia per Caltagirone e Delfin per prendersi Mediobanca: “questa Opa mi sembra strumentale non tanto per fare una fusione tra due banche ” racconta Alessandro Penati docente di Finanza della Cattolica “ma a costituire un gruppo di influenza in cui i privati appoggiati dal governo avrebbero una influenza.”

E cosa dice il governo in proposito? Il sottosegretario Freni di fronte alla domanda di Mottola, se ci sia stata una regia del governo sulla scalata di MPS, si è messo a ridere “ma quale regia.. ma che ne so io.. io sono solo uno scrivano ..”
C’è stato o meno un incontro lo scorso settembre al MEF tra esponenti del governo e MPS per pianificare questa scalata? Chi lo sa. Di certo lo stato italiano attraverso il MEF detiene l’11% di MPS, ma freni si ostina a rispondere “io non conto nulla..”

Il servizio racconterà poi della scalata tentata da Unicredit alla Banca Popolare di Milano: veniva presentata come investimenti di Unicredit in Italia, ma Salvini l’aveva definita una banca straniera. “Diciamo che Unicredit ha le sue radici in Italia e il 45% del gruppo è in Italia, siamo presenti in 13 paesi e in questo contesto siamo paneuropei” ha risposto l’AD Andrea Orcel. Altre domande sul tema delle scalate e sulla posizione non neutra del governo non sono state ammesse.
In effetti Salvini non avrebbe torto: la proprietà di Unicredit è straniera per oltre il 70% del suo capitale, controllato soprattutto da fondi americani e inglesi. Tuttavia all’epoca degli attacchi di Salvini anche in BPM l’azionista di maggioranza non era italiano ma era la francese Credite Agricole e subito dopo veniva l’americana Black Rock. Forse, anche alla luce di ciò, non tutti i maggiorenti della Lega si sono lasciati arruolare nella crociata nazionalista di Salvini.

Massimiliano Romeo è il capogruppo al Senato: alla domanda se Unicredit è straniera non ha voluto rispondere “dovete mettervi d’accordo col nostro ufficio stampa”.

Calderoli, ministro dell’Autonomia non ha proprio risposto. Laura Ravetto, deputata della Lega ha glissato, “voglio andare a sentire Salvini..”

Almeno Fedriga, presidente della regione Friuli, almeno è stato netto: Unicredit non è straniera, “mi auguro che Unicredit possa contribuire a far crescere e collaborare all’interno di una maggior vicinanza al sistema produttivo”. Fedriga prende la distanze da Salvini anche perché la questione BPM non riguarda tutta la lega – spiega nel servizio di Mottola – ma quasi esclusivamente la Lega lombarda. Negli ultimi 15 anni infatti i vertici del partito in Lombardia hanno coltivato un rapporto molto stretto con la BPM da quando, nel 2009, ne è stato nominato presidente Massimo Ponzellini, vicinissimo a Giancarlo Giorgetti il quale oggi, da ministro dell’Economia, ha deciso di usare sulla scalata di Unicredit il golden powere quindi dare al governo l’ultima parola sulla scalata.

C’è un tifo di Salvini e Giorgetti per BPM? Il presidente di BPM Tononi commenta dicendo “mi sembra una espressione fuori luogo, non è questione di fare tifo, bisogna fare scelte giuste per l’economia italiana e certamente il venir meno del pluralismo potrebbe essere un elemento di fragilità in questa situazione.”

Insomma, un assalto alla cassaforte dei nostri risparmi da parte di questa destra sovranista ovvero, come dice il titolo del servizio, all’armi siam banchieri.
Si muove la politica e si muove quel pezzo di imprenditoria che fa riferimento a questa maggioranza: per esempio il costruttore Caltagirone, che ha costruito i palazzi dei quartieri di Roma. Roma non si può governare senza il suo consenso: l’ex sindaco Ignazio Marino racconta di come sia difficile, Caltagirone è sempre stato abituato ad avere figure nell’amministrazione della città che non si mettono in contrasto.

Il suo quartier generale è nel centro di Roma in via Barberini: qui amministra i suoi interessi nella capitale, da Acea la società di acqua ed elettricità di cui detiene una quota; è uno dei costruttori del prossimo termovalorizzatore ed è nel consorzio che sta realizzando la metro C, l’opera pubblica più costosa d’Europa.
Continua Marino: “Penso che in questa fase storica Caltagirone si sia abbastanza staccato da quel mondo che a Roma viene chiamato dei palazzinari.”
L’epopea imprenditoriale di Francesco Gaetano Caltagirone comincia negli anni ‘80 quando fa i primi miliardi con l’attività di palazzinaro: il suo rapporto con la politica, la Democrazia Cristiana, è strettissimo, ma gli costa caro. Finisce nelle principali inchieste di Tangentopoli, imputato per corruzione in vari processi, è stato sempre assolto.

In questi processi tra gli imputati era presente anche l’ex ministro Cirino Pomicino: entrambi, Pomicino e Caltagirone, furono assolti. Caltagirone passa poi dal finanziare la DC, la corrente andreottiana, a finanziare i “nuovi partiti” della seconda repubblica.
Inizia, anche su suggerimento di Pomicino, a comprare giornali, “devi essere un imprenditore con cui la politica deve fare i conti, in un momento in cui i partiti non sono più un punto di riferimento e c’è il rischio che il riferimento lo diventino le procure, il giornale è l’unico modo per garantire la propria resistenza.”

Così nasce l’impero editoriale di Caltagirone: nel 95 compra Il Tempo, poi rivenduto, poi Il Messaggero, il più importante giornale della capitale, subito dopo Il Mattino, il quotidiano più diffuso a Napoli e in Campania. Due anni dopo rileva Il quotidiano di Puglia, poi Il Corriere Adriatico diffuso nelle Marche, quindi Il Gazzettino il maggior quotidiano in Veneto e Friuli. La geografia delle acquisizioni editoriali di Caltagirone segue pedissequamente i suoi affari, perché compra i giornali in tutte le città e le regioni dove ha maggiori interessi finanziari e imprenditoriali.

Una genialità la sua – commenta così il mentore Pomicino – comprendere come i giornali potessero essere uno strumento di condizionamento della politica: “sapevi che se toccavi Caltagirone la tua vita sarebbe stata centellinata dai giornalisti ..”

Sul ruolo di Palazzo Chigi (arbitro e giocatore) in questo risiko bancario potete leggere l’anticipazione del servizio di Report data da Marco Palombi sul Fatto Quotidiano:

Il governo banchiere, il risiko e il conflitto di interessi di Caputi

di Marco Palombi

Il capo di gabinetto di Giorgia Meloni ha quote in due società che si occupano di Npl

Ogni giorno si scoprono nuovi particolari su quella che il Fatto, parafrasando una vecchia battuta, ha definito “l’unica merchant bank in cui si parla romano”: le intricate vicende del cosiddetto risiko bancario – in cui Palazzo Chigi fa contemporaneamente l’arbitro, il giocatore e il vigilante – sono descritte da una lunga inchiesta di Report, firmata da Giorgio Mottola e in onda stasera su Raitre, da cui si scopre, tra le altre cose, che il capo di gabinetto di Giorgia Meloni, Gaetano Caputi, l’uomo che per conto della premier gestisce anche la partita bancaria, s’è dimenticato di dichiarare un potenziale conflitto d’interessi.

Nel servizio si racconterà infatti di come le azioni di MPS, detenute dal MEF, siano state vendute con procedura accelerata, per evitare che venissero vendute sul mercato. Lo scorso novembre quando il MEF ha venduto un altro 15% di MPS, Giorgetti non si è affidato alle solite banche d’affari ma ad un piccolo operatore, banca Akros del gruppo BPM: così ad aggiudicarsi le azioni non sono state, come nel passato, decine di svariati investitori ma solo 4 compratori, tra cui Caltagirone col 3,6%, Delfin del gruppo Del Vecchio il 3,5%, banco BPM col 5% e il 4% Anima il fondo di investimento partecipato da Caltagirone, BPM e MEF.

Come se questa cessione di azioni di MPS fosse stata concordata, come ammette Luca Enriques ex commissario Consob a Report . Da quanto risulta a Report, alla terza asta diversi fondi di investimento anche stranieri erano interessati ad acquistare azioni del ministero dell’Economia ma risulta che non abbiamo mai avuto risposta dalla banca Akros e secondo quanto scrive il Financial Times sarebbe stata bloccata anche una un’offerta avanzata da Uncredit.

Ora Caltagine e Del Vecchio attraverso Anima e BPM sono arrivati a controllare il 15% di MPS che una quota di controllo della banca. Durante questa asta i quattro gruppi non hanno comprato le azioni a sconto ma le hanno pagate il 2% del loro valore in borsa. Il MEF avrebbe incassato dunque più delle due aste precedenti ma alla fine il collocamento di banca Akros si è rivelato più vantaggioso per Caltagirone e gli altri compratori. Se infatti avessero voluto comprare le azioni sul mercato l’operazione sarebbe stata più complicata perché il mercato “capisce” che c’è dietro una mano a comprare le azioni e quindi ne fa salire il prezzo, così Caltagirone e Del Vecchio le avrebbero pagate di più.

Si potrebbe dunque pensare che l‘ultima asta del MEF sia stata apparecchiata per far entrare nell’azionariato di MPS proprio Anima e BPM ad un prezzo conveniente. Un ingresso funzionale a lanciare, dopo qualche mese, la scalata su Mediobanca in cui sia Caltagirone che la famiglia Del Vecchio hanno grossi interessi.

La scheda del servizio: ALL’ARMI, SIAM BANCHIERI!

di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Nonostante l’economia non stia andando benissimo, le banche italiane sono riuscite a registrare ricavi miliardari grazie agli extraprofitti favoriti dall’aumento dei tassi di interesse. Il governo Meloni ha provato a introdurre una tassazione su questi guadagni miliardari, ma ha dovuto battere in ritirata. E così gli istituti di credito del nostro Paese si sono ritrovati con le casse piene di soldi. Grazie a questa situazione di favore, è partito il cosiddetto risiko bancario: Unicredit ha lanciato una scalata sulla Banca popolare di Milano e poco dopo Monte dei Paschi di Siena ha avviato l’assalto all’ex salotto buono della finanza italiana, Mediobanca. In questa partita però di finanziario c’è molto poco. Fratelli d’Italia e Lega hanno deciso di giocare un ruolo di primo piano e puntano alla nascita di un terzo polo bancario a trazione sovranista. L’obiettivo è la cassaforte dei risparmi privati degli italiani: le Assicurazioni Generali. Per raggiungere lo scopo, è nata un’inedita alleanza con potenti esponenti del capitalismo finanziario del nostro Paese.

I conti dell’Inter

Chi aveva ragione, sui conti dell’Inter? Report oppure quelli che hanno contestato il servizio?

E, poi, oltre all’Inter, ci sono altre società di calcio in serie A coi bilanci a rischio?

Il mondo del calcio è sempre stato un terreno particolare, dove le regole che valgono per tutte le altre imprese qui vengono interpretate a seconda del caso.
Nel mondo del calcio sono in tanti a lanciare l’allarme, perché l’Inter vince due scudetti con un debito monstre: l’ultimo è Claudio Lotito, presidente della Lazio e senatore di Forza Italia. Nel corso di un evento pubblico ha dichiarato: “il paradosso è che ci sono società con debiti da 600-700 ml di euro tecnicamente fallite ma che vincono il campionato.”
Come commenta questa uscita il ministro dello sport Abodi (membro della stessa maggioranza di Lotito)? “Questa è una opinione che deve essere verificata dai fatti, questa commissione [quella che il governo Meloni ha pensato per controllare i bilanci delle squadre] non deve essere severa, deve essere giusta e deve mettere in condizione anche voi di raccontare le cose come stanno.”
Ma nella riforma che il governo ha in mente sui bilanci delle squadre ci saranno interventi sull’equilibrio finanziario del sistema calcio?

Stiamo ragionando sulle figure che vogliamo siano molto qualificate, molto indipendenti che assumono il ruolo come missione..”
La commissione voluta da Abodi è quella che sostituirà la Covisoc, l’organismo oggi sotto il controllo della Federcalcio incaricato di verificare lo stato di salute finanziaria dei club .

Ma l’ultimo regalo al calcio italiano è arrivato proprio grazie al governo Meloni che, nel dicembre 2022, ha approvato il decreto salva calcio, che ha permesso di spalmare un debito fiscale complessivo di 889 ml di euro in sessanta comode rate.

LE squadre hanno avuto modo di ricorrere agli strumenti che la legge ha permesso di poter utilizzare – racconta il presidente di Federcalcio Gravina – però il debito si accumula e quindi questo genera degli alert ma sono alla parti di qualunque società di capitali.

Ma questo decreto alimenta una cultura del debito: lo spiega il consulente di Report Gian Gaetano Bellavia, esperto di bilanci e diritto penale dell’Economia “ma secondo lei il calcio è una roba normale, ma possiamo confrontarlo con una normale azienda, il lusso, lo spreco, di denaro, assurdo, non solo per i calciatori ma anche per gli allenatori, gli agenti, per le feste, le macchine, è tutto un lusso a debito. Il lusso non si fa a debito, il lusso si fa coi soldi, che qui non ci sono.”

Il cuore del servizio sarà dedicato ai conti dell’Inter: i suoi problemi finanziari erano legati alle holding cinesi del suo ex proprietario?

Nel mondo della finanza le voci corrono con molta velocità – racconta Daniele Autieri – il 7 gennaio 2025 la famiglia Zhang, uno dei grandi conglomerati industriali cresciuti all’ombra del partito comunista dichiara bancarotta. In un attimo la notizia del fallimento del gruppo Suning viaggia da Bangkok a Manhattan: tra le società interessate dalla ristrutturazione del debito c’è anche la Suning holding group, la stessa con cui per anni gli imprenditori cinesi hanno controllato l’Inter.
Come spiega Gian Gaetano Bellavia, tutto questo ha avuto riflessi sulla squadra milanese: “se si parla di stato di insolvenza o fallimento è fatale che i cinesi non abbiamo più dato soldi all’Inter.”
Che il gruppo Suning fosse sull’orlo della bancarotta era noto agli addetti ai lavori già nel 2020, come aveva rivelato a Report l’analista finanziario che cinque anni fa, al termine di una accurata due diligence aveva per primo lanciato l’allarme sui conti del club milanese.
A Report aveva raccontato le voci che giravano “mi ricordo che dicevano che questi Zhang non potevano viaggiare per impegni e così via,ma questi erano sotto chiave, questi qui avevano fatto un casino che Parlamat al confronto era niente. La Cina gli aveva ritirato il passaporto. ”


Cinque anni dopo la profezia dell’analista si è avverata, il gruppo Suning dichiara bancarotta al termine di un decennio di strategie finanziarie fallimentari: tra il 2012 e il 2020 gli Zhang investono 10 miliardi di euro in operazioni a perdere, una di queste è proprio l’acquisto dell’Inter.
Report è andata fino a New York, alla borsa americana, per trovare conferme a questa storia: nella compagine accanto a Zhang c’è anche Lion Rock un private equity di Hong Kong. Nel 2019 il fondo rileva il 31,05 % delle partecipazioni dell’Inter e il suo presidente Daniel Tseung si presenta alla Pinetina con un piano preciso, vendere l’immagine del calcio italiano in Cina e lo fa con una intervista manifesto, l’unica concessa in Italia e rilasciata alla giornalista finanziaria Laura Morelli.
“Lion Rock è un fondo che investe in consumer, dunque beni di consumo, dal sito sono 9 le società dove dicono di aver investito dal 2011, Inter compres ” spiega oggi a Report la giornalista “il calcio non era mai stato un loro investimento, l’Inter è stato il primo e anche l’ultimo finora.”
Nell’Inter quanti soldi hanno messo? “Si parlava di circa 150-200 ml ”


La
scheda del servizio: LA RESA DEI CONTI

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

L’Inter, il Club italiano che ha vinto di più negli ultimi anni, è stato davvero sull’orlo del fallimento? Dopo l’inchiesta del febbraio scorso che aveva ricostruito i guai finanziari della società, in molti hanno criticato Report accusando la trasmissione di aver addossato all’Inter i peccati dei suoi proprietari, ovvero del Gruppo Suning che fino al maggio del 2024 controllava il Club. Tre mesi dopo ecco la nuova inchiesta che approfondisce il filone finanziario del Club, prima e dopo l’ingresso del fondo americano Oaktree, e ricostruisce nel dettaglio quali fossero le reali condizioni del Club negli anni più difficili della proprietà Zhang, tra il 2021 e il 2023. Grazie a documenti inediti e a una testimonianza eccellente, l’inchiesta ricostruisce tutti i retroscena delle operazioni finanziarie che hanno evitato il fallimento dell’Inter. Una verità che testimonia ancora una volta la fragilità delle società sportive e l’inefficacia delle istituzioni nel costruire e far rispettare un sistema di regole condiviso, proprio adesso che il governo è al lavoro su una futura riforma del calcio.

Lo stato degli allevamenti ittici

Quante cose si scoprono seguendo i servizi di Report: il record di inquinamento da ammoniaca in pianura padana grazie agli allevamenti intensivi e ora scopro che siamo leader negli allevamenti di trote. Ma in che modo vengono allevati questi pesci?
Negli allevamenti visitati da Giulia Innocenzi si vedono tanti pesci agonizzanti, che boccheggiano in acqua o in superficie, che nuotano al contrario, sbattono contro le pareti del vascone. Insieme ai pesci agonizzanti si trovano anche animali morti che andrebbero rimossi il prima possibile per motivi igienico sanitari, perché potrebbero essere morti per malattie infettive e potrebbero mettere a rischio altri pesci.
Alcune trote sono morte impigliate nelle griglie dell’allevamento: sono animali curiosi – racconta a Report Simone Montuschi- presidente di Essere Animali – è normale che cerchino delle zone in cui non sono ancora stati, se ci sono delle reti dove loro entrano con la testa ma poi il corpo si allarga e non riescono più a uscire con le branchie non riescono ad indietreggiare, rimangono incastrati.

E incastrate nella rete muoiono. Incastrati si trovano anche animali vivi: nel video che potete vedere in anteprima, l’autore delle riprese ha cercato di liberare gli animali, cosa che dovrebbero fare le persone che gestiscono l’allevamento.

Nelle reti, oltre ai pesci si trovano anche gli uccelli, anche loro rimasti impigliati nelle reti: alcuni di questi sembrano essere presenti da diverso tempo.

La scheda del servizio: LAGUNA NERA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

L'Italia è un paese leader nella produzione di trote. Quali sono le condizioni dei pesci nei vasconi e come vengono abbattuti? Grazie a immagini esclusive Report mostrerà la realtà degli allevamenti considerati di alta qualità. E a un anno di distanza dalla moria di pesci che ha colpito la laguna di Orbetello, famosa per la sua preziosa biodiversità, ma anche per le sue spigole e orate, cosa è stato fatto per evitare che succeda di nuovo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

12 gennaio 2025

Anteprima inchieste di Report – le questioni aperte sulla mafia e il potere delle lobby israeliane

Si torna a parlare di mafia, a Report e non nell’agenda del governo: a due anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro (la pupiata) quali conti ancora da saldare ci sono? – si chiede il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima della puntata.

Poi il grande tabù italiano, il rapporto mafia e politica: quanti soldi sono stati trasferiti da Berlusconi a Dell’Utri, il fondatore di Forza Italia condannato per mafia. Poi un servizio sulla situazione a Gaza.

Reportlab – la città sottoterra

Coober Pedy è una piccola cittadina vicino Adelaide, in Australia, dove la gente vive sottoterra, a più di 70 metri sotto la superficie.

La scheda del servizio: Una vita sottoterra di Alessandro Spinnato

Collaborazione di Celeste Gonano

Coober Pedy, la cittadina dell’Australia dove la vita si svolge sotto terra.

Sperduta nel deserto dell’Australia meridionale, a circa 850 chilometri da Adelaide, nel mezzo del nulla, sorge Coober Pedy, una piccola cittadina dove la gente vive e lavora sottoterra. Fu scoperta nel 1915 da due cercatori d’oro che, scavando a profondità relativamente basse, trovarono una grande quantità di Opale nobile, una pietra preziosa molto rara e ricercata. Inizialmente luogo di rifugio dei reduci della Seconda guerra mondiale, negli anni cinquanta diventa la meta dei minatori di tutto il mondo ma anche di coloro che scappavano da stili di vita nei quali non si riconoscevano. È uno dei posti più torridi al mondo. Per sfuggire al caldo e alle fredde notti invernali, i suoi abitanti hanno deciso di costruire delle case scavando nel sottosuolo. Si vive sottoterra, si lavora sottoterra e sempre sottoterra si va in chiesa. Con le telecamere di Report siamo scesi a 70 metri di profondità per capire come lavorano i cercatori di opale, conoscere le loro difficoltà ma anche il loro stile di vita.

I conti aperti con la mafia

Al funerale di Berlusconi, due anni fa, tanti politici erano lì in Duomo, ad ascoltare l’omelia dell’arcivescovo su questo uomo politico, tanto potente quanto divisivo. Ancora oggi. Lo si ama o lo si odia.

Nonostante i processi, uno aperto come mandante per le stragi di mafia del 1993, nonostante la condanna per frode (scontata coi lavori sociali), nonostante l’aver governato il paese come una sua azienda, a Berlusconi sono stati concessi funerali di Stato, un francobollo, l’aeroporto di Milano.

Chi lo ama gli ha perdonato tutto, anche di aver scelto come fondatore del suo partito un manager come Dell’Utri, il ponte con la mafia.


Nonostante il costante tentativo della politica di cancellare i fatti avvenuti in Italia nella stagione 1992-93, le indagini sono ancora aperte come aperti sono alcuni punti su queste stragi: per esempio la donna che è stata vista nei luoghi delle stragi di Firenze e Milano, presenze che non c’entrano coi mafiosi
In via dei Georgofili una donna è stata vista da testimoni oculari abbandonare il veicolo che esplode – racconta a Report il procuratore di Lagonegro Gianfranco Donadio e a via Palestro a Milano più di un teste descrisse l’allontanamento di una donna dalla Fiat Uno che esplose, “questa pista appare ovviamente alternativa alla presenza esclusiva dei mafiosi nella campagna stragista del 1993-94”.
Nel 2023 nuovi collaboratori di giustizia parlano di Dell’Utri: il calabrese Girolamo Bruzzese racconta che il contatto con la cosca dei Piromalli per Silvio Berlusconi ce l’aveva Marcello Dell’Utri mentre Emanuele Celona di Gela rivela che Pippo Scaduto nel 2000 e i fratelli Manuello nel 1996 hanno indicato in Dell’Utri la persona dietro a cosa nostre in relazione alle stragi del 1993-94.

E’ possibile dire che dietro le trame che hanno provocato le stragi del 1993 non ci sono solo mafiosi ma anche soggetti diversi: secondo il pm Luca Tescaroli i soggetti esterni a cosa nostra hanno fortemente voluto quelle stragi, soggetti appartenenti al mondo imprenditoriale, finanziario, economico e politico – istituzionale.
Nel giugno 2023 l’ex generale Mario Mori è stato interrogato dai pm fiorentini (che hanno riaperto il fascicolo sulla strage di Firenze) ma si è avvalso della facoltà di non rispondere, su Dell’Utri ha sempre avuto parole di comprensione. In una intercettazione del 9 maggio 2012 il colonnello DE Donno, ex collaboratore di Mori al Ros, chiamava Dell’Utri, poche ore prima la Cassazione aveva annullato la sentenza della Corte d’Appello che lo condannava a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il colonnello è felice: “nonostante tutto in questo paese c’è ancora speranza, senatore”. Lo stesso DE Donno il giorno dopo chiama Mori che sulla sentenza della Cassazione commenta “è una mazzata terrificante per loro, son contento per lui”, De Donno risponde “alla faccia dei palermitani” (intendendo i pm dell’accusa).
Dell’Utri verrà poi condannato due anni dopo ma nel 2023, assieme a De Donno e Mori, è stato invece assolto nel processo sulla trattativa stato-mafia, alla faccia del pm palermitano Nino di Matteo.
Che a Report commenta: “questa assoluzione non significa come alcuni organi di stampa vogliono far credere che è stata riconosciuta l’estraneità di Dell’Utri dal contesto mafioso. Dell’Utri ha scontato una pensa per concorso esterno in associazione mafiosa e quel concorso è consistito proprio, secondo la sentenza definitiva di condanna, nella sua intermediazione costante fattiva e importante dei rapporti tra i vertici di cosa nostra e Silvio Berlusconi.”
L’evento che aiuta a comprendere la portata dell’accusa – continua Di Matteo – ed è il decreto Biondi del 1994 che portò alla scarcerazione di diversi mafiosi.

Lo scorso ottobre, intervistato dal settimanale Sette, Dell’Utri raccontò che poco prima di morire Berlusconi lo convocò ad Arcore chiedendogli di rifondare Forza Italia “e tu mi devi dare una mano a selezionare i candidati”, come 30 anni prima, come se non fosse successo nulla nel frattempo.

In una recente intervista durante l’inaugurazione di un Mondadori store a Roma l’ex senatore spiegava di non seguire più la politica e di non poter dare un giudizio su questo governo. Lo scorso luglio Piersilvio Berlusconi alla presentazione dei palinsesti aveva detto che un conto era avere una FI di resistenza un altro conto un partito di sfida. Un messaggio duro a Tajani: ma il giovane Berlusconi vuole entrare in politica? Paolo Mondani lo ha chiesto all’ex deputato Cicchitto “non glielo consiglierei, anche un partito personale e anche un partito espresso da un business poi scendendo in politica diventa un partito e quindi deve sempre equilibrare il quadro, non è possibile in Italia un governo di estrema destra ma anche un governo spostato a destra deve avere un centro fortissimo. Questa è l’intuizione di Piersilvio Berlusconi.”
Tradotto, Piersilvio vuole riconquistare i voti del centro regalati a Fratelli d’Italia ma per svecchiare il partito userà le conoscenze di Dell’Utri, consigliere del padre, che ha sofferto per lui tanto da provare a volerlo graziare dal presidente della Repubblica.
La procura della Repubblica di Firenze ha interrogato l’ex ministro (ed ex presidente dell’ARS siciliana) Micciché nel 2023 a proposito di un incontro avvenuto col leader di Italia Viva Matteo Renzi a Firenze il 15 ottobre 2021.
Berlusconi aveva chiesto più volte a Renzi di votare per un presidente che avesse concesso la grazia a Dell’Utri e ad ottobre 2021 ci si preparava alla successione di Mattarella (poi rieletto presidente). Micciché mette a verbale che Renzi sembrava disponibile a questa richiesta e riferì la buona novella a Dell’Utri. Né Renzi né Micciché hanno voluto rispondere alle domande di Report su questo punto.
Ma ne ha voluto parlare Cicchitto, che è stato coordinatore di FI prima di Micciché: “Berlusconi aveva una singolare illusione, se eleggeva Giuliano Amato questo gli avrebbe potuto portare alla grazia o nei confronti di Dell’Utri o nei confronti di sé stesso. Io gli dissi sempre che era sbagliato, la cultura e la preparazione di Giuliano Amato erano in proporzione inversa rispetto al suo coraggio, ma la grazia non l’avrebbe mai concessa..”

La scheda del servizio: IL SIGNOR D di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Nuovi retroscena emergono dalla storia recente italiana, rivelando l'intreccio tra politica, crimine e affari che ha segnato il nostro paese. Attraverso le indagini della Procura di Firenze sulle stragi e gli attentati del 1993-1994, emergono nuovi dettagli sul ruolo di Marcello Dell’Utri, ancora sotto inchiesta per strage. Al centro della vicenda anche una "montagna di denaro" che getta nuova luce sulle origini dell'impero del Cavaliere. Una storia densa di misteri, potere e denaro, che ha cambiato per sempre il volto dell’Italia.

La situazione a Gaza

Non dobbiamo abituarci a quanto sta succedendo a Gaza: i bambini che muoiono per il gelo e per l’assenza di cure, le morti civili, in maggior parte donne, anziani e bambini. I bombardamenti di scuole e ospedali col pretesto che nascondano dei terroristi.



Non è la popolazione civile colpevole della strage del 7 ottobre in territorio di Israele compiuta da Hamas: possiamo chiamarlo come ci pare, ma queste stragi di civili, comprese quelle di Hamas, non sono più accettabili.

Report torna ad occuparsi di Gaza dove oggi buona parte della popolazione è bloccata dentro campi profughi, vive dentro le tende che non sono nemmeno attrezzate per l’inverno e dove nemmeno sono al sicuro dalle bombe dell’esercito israeliano.

Come a Deir Al Balah dove i bambini giocano nel fango, letteralmente, dove le persone sono alle prese con tende da cui filtra l’acqua, molte nemmeno sono più utilizzabili. Dove mancano le coperte per riscaldarsi.

Qui, nelle condizioni mostrate dal servizio di Report, vivono da mesi decine di migliaia di palestinesi: con la pioggia si rischia anche di rimanere annegati dentro queste strutture provvisorie – è la testimonianza di una donna di questo campo che vive in tenda con tre bambini – “di notte fa freddissimo, tutte le coperte sono fradicie di pioggia”.

Oltre al fango e al freddo nelle tendopoli i palestinesi di Gaza devono combattere contro i bombardamenti dell’esercito israeliano che sono proseguiti anche dopo capodanno in modo indiscriminato.

Sono circa 45 mila le vittime civili palestinesi, ma una stima di The Lancet parla di almeno 70 mila vittime, la stragrande maggioranza dei quali civili inermi. Per queste morti il Tribunale internazionale ha emesso un mandato di arresto per il premier israeliano Netanyahu con l’accusa di crimini contro l’umanità. La Corte internazionale di Giustizia ha invece avviato un procedimento contro Israele per genocidio. Le scene che verranno mostrate dal servizio di Report di bambini feriti si ripetono da più di un anno e non trovano parole per commentarle.

Il governo israeliano continua a sostenere che in questa guerra si stiano colpendo quasi esclusivamente soggetti legati ad Hamas, quindi guerriglieri: “tra i pazienti che assisto io ogni giorno no” racconta l’infermiera di Medici senza frontiere Cristina Contù che lavora al Nasser Hospital “io vedo tantissimi bambini, tantissime donne, persone normali che abitavano in abitazioni come le nostre e che si ritrovano a vivere in condizioni disumane.”
Le cose rispetto a qualche mese fa le cose stanno peggiorando: “la popolazione non ha accesso all’elettricità e nemmeno all’acqua potabile, non hanno più pane né farina. Io ho lavorato anche in altre zone di guerra ma credo che questo sia un contesto unico e particolare.”
Il peggior contesto bellico a cui Cristina Cont
ù ha assistito: “le persone non hanno via di fuga, sono rinchiuse qui dentro e oltre ai blocchi umanitari, Israele ci impedisce l’evacuazione medica, abbiamo chiesto l’evacuazione medica di 8 bambini poche settimane fa e c’è stata rifiutata.”

L’infermiera prosegue il suo racconto: “i bombardamenti sono all’ordine del giorno, anche qui nella zona umanitaria che dovrebbe essere la zona dedicata alla popolazione, dovrebbe essere considerata la zona più sicura. Mentre noi continuiamo a ricevere pazienti vittime di questi attacchi, pazienti con fratture, bambini che arrivano e a cui dobbiamo amputare gli arti, gambe, braccia. E con il materiale che scarseggia a volte non riusciamo neanche a garantire gli interventi a tutti i pazienti. La rabbia che abbiamo è che le nostre forniture sanitarie sono a pochi km di distanza perché sono purtroppo bloccate alla frontiera.. garze bende, paracetamolo, antibiotici, tutto il materiale di cui abbiamo bisogno per garantire le cure sanitarie adeguate.”
Chi blocca queste forniture?
“I blocchi sono causati da Israele: bloccano anche dispositivi medici come i concentratori di ossigeno o anche solo le pompe per potabilizzare l’acqua che vengono considerati articoli a doppio uso, quindi non solo ad uso medico ma che potrebbero essere usati anche per altri scopi e quindi Israele non ce li fa arrivare.”

Come è possibile che tutto questo avvenga sotto i nostri occhi, senza nessuna presa di posizione netta contro il governo di Israele, se si escludono poche minoranze, tra cui il papa?
La risposta sta nel potere delle lobby che difendono gli interessi del governo di Israele: una di quelle più importanti, che si è insediata anche a Bruxelles di cui si occuperà il servizio di Giorgio Mottola è il
Transatlantic Institute, costola della statunitense American Jewish Commitee.



Marco Scurria, senatore di FDI è presidente del Transatlantic Firends of Israel: “l’American Jewish Commitee è una associazione che promuove questo gruppo nei luoghi decisionali, ma non è la stessa cosa”.
Una lobby dunque, un gruppo di pressione come ne esistono altri: ma il Transatlantic Institute è molto più di una associazione, è iscritto nel registro delle lobby di Bruxelles e incontra regolarmente rappresentanti delle istituzioni europee, lo scorso anno ha gestito ufficialmente un budget di 700mila euro, non dichiara da dove arrivino i soldi ma dai bilanci americani le entrate sembrano dipendere essenzialmente dalla casa madre statunitense,
l’American Jewish Commitee.
Chi finanzia questa lobby americana? Il presidente Scurria non ha avuto interesse a chiarire questo aspetto, “è American quindi non mi interessa”, anche se poi questi finanziamenti arrivano al ramo europeo ovvero Il Transatlantic Institute.
L’AJC ha inviato lo scorso anno in Europa 3,3 ml di euro per attività di advocacy: da quando ha aperto nel 2005 gli uffici della filiale a Bruxelles l’organizzazione americana ha finanziato finora attività lobbistiche in Europa per 44,5 ml di dollari, cifre destinate a salire visto che l’AJC possiede beni per oltre 250ml di dollari e dichiara entrate per 80 ml di dollari che dipendono soprattutto da fondi di beneficenza dai miliardari americani ebrei.

David Cronic è un giornalista ed autore del libro “The Israel lobby and European Union”: “è stato dopo l’attacco alle Torri Gemelle che le lobby filoisraeliane si sono rese conto che dovevano estendere la loro area di influenza anche oltre oceano e così molte organizzazioni che sostengono Israele hanno iniziato ad aprire, quasi contemporaneamente, uffici a Bruxelles e nelle principali capitali europee. L’AJC è stata la prima a capire chiaramente che sarebbe stato fondamentale essere presenti a Bruxelles.”

La scheda del servizio: QUESTIONE DI LOBBY di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi, Silvia Scognamiglio

Mentre prosegue il massacro di palestinesi nella striscia di Gaza, l'Europa ha assunto una posizione di aperto appoggio a Israele. Il rapporto tra le istituzioni europee e il governo dello Stato ebraico è molto cambiato a partire dagli anni 2000 quando a Bruxelles hanno aperto la propria sede molti gruppi di pressione a favore di Israele che in breve tempo sono riusciti a mettere radici nel Parlamento e nella Commissione europea.

Come si vive a Caivano

Al parco Verde di Caivano sono stati trasferiti alcuni abitanti di alcuni quartieri di Napoli dopo il terremoto dell’Irpinia: doveva essere una sistemazione provvisoria e invece queste persone vivono ancora dentro queste abitazioni che avrebbero bisogno di manutenzione. Per togliere le infiltrazioni di umidità dai muri, dal tetto. Tutti lavori a carico delle famiglie.

La scheda del servizio: PROMESSE MANCATE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Alla fine di novembre nel Parco Verde di Caivano 36 famiglie vengono sgomberate dalle case che avevano occupato da decenni senza diritto. Costruito negli anni '80 dopo il terremoto dell'Irpinia, il Parco diventa un caso nazionale solo dopo l'ennesima tragedia che si è consumata poco distante dal quartiere. I genitori di due cuginette di 10 e 12 anni denunciano ai carabinieri che le bimbe sono state violentate per mesi da nove ragazzi del posto, sette dei quali minorenni. Don Patriciello, parroco del Parco verde, lancia un appello a Giorgia Meloni che in breve tempo interviene facendo di Caivano un modello che vorrebbe esportare nelle altre zone degradate dell’Italia. Siamo andati a vedere cosa è stato fatto e se il modello funziona davvero.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.