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23 luglio 2026

I conti senza l’oste di Filippo Venturi

 

Giovedì 23 gennaio 2025, notte, a Bologna
Più si guarda intorno e più Baroni si rende conto di essere sfinito. Sta vivendo una di quelle serate in cui rimpiange di non essere rimasto a Massa Carrara per ripercorrere le orme del padre marmista, tra gli odori di pino e con il vento fresco di Marina che gli accarezza la faccia senza esagerare..

Pare che a Bologna non si riesca a risolvere un caso di omicidio senza ritrovarsi di mezzo l’oste, ovvero Emilio Zucchini, proprietario del ristorante “La vecchia Bologna”. Il famoso proverbio “fare i conti senza l’oste” assume qui, per il commissario iodice e la sua squadra, un nuovo significato: meglio assecondare le intuizioni e le indagini di “Zucca”, certo indagini un po’ spericolate, fatte girando la città, i vicoli del centro, lestrade che portano ai colli, con la Vespa gialla.

E pensare che in questa nuova indagine sembrava tutto facile: in una fredda notte di gennaio, la pattuglia del sovrintendente Baroni (quello delle amare riflessioni ad inizio libro) viene fermata da un’artista di strada, che ha sentito delle urla provenienti dall’interno di un ristorante.

Il volto che la torcia sta puntando gli restituisce l’immagine di un anziano, supino ed esanime, con il sangue che gli cola dalla testa per finire un po’ ovunque, sul collo, sul pavimento, sulla camicia, bianca solo a prima vista.
C’è un uomo disteso per terra, con una pozza di sangue attorno alla testa. E un altro uomo, enorme, scuro di pelle, con un portafoglio in mano. Non ci sono dubbi, un tentativo di furto finito in tragedia. Non ha dubbi il commissario Iodice, testa dura e pure piena di pregiudizi, specie contro immigrati e persone con la pelle di un colore diverso dal suo. Delfo, il proprietario del ristorante, è stato ucciso da Amir Mosafor, lavapiatti bengalese per di più muto (e per questo chiamato – con ironia – Marsò, come il famoso mimo Marcel Marceau).

Delfo era un pezzo importante della storia della ristorazione di Bologna: lo conoscevano tutti per la sua bravura ma anche per la sua gentilezza. Così la sua morte è un duro colpo per Emilio che in quel momento si trova di fronte ad altre difficoltà.
Primo di tutto l’iscrizione al programma “i 4 ristoranti” di Borghese: tutta colpa della sua Alice, la storica cameriera del suo locale a cui ha dato carta bianca per la pubblicità e per svecchiare l’immagine del ristorante.

Non basta il reality (e il dover recitare, il dover partecipare a questa gara), la notizia della morte dell’amico Delfo colpisce Zucca nel profondo. E poi arriva la colata del Seveso – lo scarico delle acque reflue – che inonda di fango (per essere gentili) il locale.
Quello è un segnale, Emilio l’ha capito. Anzi, è il segnale. L’allarme scattato. L’avviso che la sua cucina gli dà quando sta per accadere qualcosa di nefasto

No, lo show, la trasmissione di Borghese può aspettare: Emilio deve correre dal ristorante di Delfo per capire cosa è successo.

Perché Amir, che era amico di Delfo, suo braccio destro, uno di cui si fidava, lo avrebbe ucciso? Per una rapina? Emilio capisce che deve portare avanti la sua indagine, la soluzione semplice della polizia che sposa l’equazione immigrato = assassino non lo convince. Non si uccide una persona che si conosce da anni per fregargli i pochi soldi nel portafoglio.

«Facciamo così» le dice. «Io domani sera sarò a fare ’sto cavolo di programma, e tu non ti licenzi. Però, nel frattempo, vieni con me e mi aiuti a capire qualcosa della morte di Delfo. Ci stai?»
Tocca a lui e alla povera Alice risolvere ancora una volta questo caso che è subito esploso sui media e nelle televisioni che inzuppano il pane su queste storie, cavalcando la paura dei bravi cittadini.
Due giorni prima della morte di Delfo
Andrea Costa è di nuovo lì, a respirare aria di casa tra i suoi amati gradoni, sotto lo sguardo sobrio ma altezzoso della Torre di Maratona, che si erge illuminata dai riflettori del Dall’Ara.
In un racconto giallo, normalmente i personaggi della storia vengono presentati all’inizio: in questo libro dove il piano temporale si alterna tra i giorni precedenti la morte di Delfo a quelli successivi, incontriamo questo Andrea Costa, di cui sappiamo veramente poco. È tornato da Cuba da poco dopo essere stato via dalla sua Bologna per anni, ha lasciato lì la fidanzata e per motivi che non conosciamo è ora tornato a casa. In che modo la sua storia si intreccia con l’indagine sulla morte del ristoratore?

L’indagine si muoverà tra strane buche lasciate davanti casa di Delfo, sulla passione di Amir per le schedine (e per alcuni numeri che per lui hanno un significato importante) e su un fatto di cronaca avvenuto tanti anni prima che ha segnato nel profondo alcuni dei protagonisti della storia.
Come nei precedenti romanzi di Filippo, il passato di Bologna ha un ruolo fondamentale nello spiegare i perché del racconto. Chi vive a Bologna lo sa: “...nonostante il gelo, la nebbia, la polvere, l’asfalto spaccato con i binari ancora posati alla meno peggio, Bologna continua a essere la donna più bella del mondo. Lui Bologna la ama.”

E Bologna la si ama anche per le sue ferite: la bomba alla stazione, la strage al liceo Salvemini e, in questa storia, le ferite lasciate dalla banda della Uno Bianca.
I poliziotti che hanno infangato la loro divisa e che si sono resi responsabili della morte di 23 persone, uccise senza una ragione nel corso di rapine a supermercati o distributori. Colpevoli di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La storia della Uno Bianca è uno dei tanti, troppi, misteri d’Italia, nonostante le sentenze di condanna: c’era qualcuno dietro di loro?

La Strategia della tensione, ovvero creare terrore per spingere il governo a una reazione autoritaria, che fino ai primi anni Ottanta era stata l’arma per mantenere lo status quo, è superata. Serve un salto di qualità. L’Italia della Prima repubblica va cambiata, sia da un punto di vista politico sia sociale. Va distrutta. Annientata.
Come ha raccontato l’ex magistrato Giovanni Spinosa (ne l’Italia della Uno bianca), parliamo di delitti che avvenivano negli stessi anni in cui poteri oscuri dentro e fuori le istituzioni puntavano alla distruzione del sistema. Perché “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi...”

Pur rimanendo un giallo con una forte impronta ironica, Filippo Venturi riesce a toccare argomenti quanto mai attuali: la narrazione tossica dei fatti di cronaca, trasformati in arma di propaganda da parte di chi cavalca le paure della gente per prendere qualche voto in più.
La paura come strumento per condizionare la vita politica delle persone.
La memoria sui fatti tragici della Uno Bianca. E poi il mondo degli influencer e dei recensori dei ristoranti..

Ma, alla fine, chi ha ucciso Delfo? Come sono andate veramente le cose nel suo ristorante quella sera di gennaio? E come andrà a finire la gara con gli altri ristoratori per Emilio Zucchini?
Di una cosa possiamo essere certi:
“Ormai a Bologna” aveva pensato ineluttabilmente il buon Baroni “è proprio impossibile fare i conti senza l’ oste.”

La scheda del libro sul sito di Mondadori
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10 marzo 2025

Iris di marzo di Grazia Verasani

 

Sono fortunata, l’uomo smilzo e stempiato che mi siede di fronte in questo anonimo ambulatorio medico, pneumologo di professione, è un vecchio compagno di liceo che non pretenderà nessuna parcella, ma lo sguardo accigliato con cui legge il referto della mia spirometria, dopo aver esaminato quello dell’eco al torace, non lascia presagire nulla di buono.

Ci sono libri che riescono a raccontarti la realtà meglio di tanti approfondimenti e saggi: questo di Grazia Verasani è un esempio calzante, qui troviamo tanti temi di stretta attualità come la microcriminalità delle seconde generazioni di immigrati (che poi sarebbero anche la terza); i giovani adolescenti e il loro rapporto con l’amore, con le affettività. Cosa vogliono dalla vita e cosa invece ottengono da questa società classista dove sono azzerati tutti i sogni e le ambizioni..

Da dove arriva la rabbia che si portano dentro i figli di immigrati, ragazzi che potranno diventare italiani solo dopo i diciotto anni, perché prima sono solo invisibili?
Quali sono le loro ambizioni, i loro sogni?

Ecco tutto questo viene raccontato con gli occhi di Giorgia Cantini, qui al settimo romanzo, che adolescente è stata negli anni settanta, tanti anni prima.

Una mattina, dopo una visita da un amico pneumologo che, inutilmente, ha cercato di convincerla a smettere di fumare, si trova in ufficio la signora Teresa, la mamma di Libero

«Sono qui per mio figlio Libero, dottoressa. Ha sedici anni, anche se lui direbbe quasi diciassette. ..»

Libero sta trascurando la scuola, a casa ha un atteggiamento ostile e, cosa che la preoccupa, ci sono quei brutti amici che frequenta, che sia finito in una baby gang? Potrebbe Giorgia seguirlo per capire se si sta mettendo nei guai?
Di questo gruppo di amici fa parte un ragazzo di origine nordafricana, uscito da poco dal carcere minorile che ha considerato come una vacanza che si porta dietro sempre un coltello a serramanico, per dimostrare la sua aria da duro. Poi c’è Charlie, amico di infanzia di Libero, che ora lavora nella pizzeria di famiglia. Olimpia, una ragazza ai limiti dell’anoressia per la sua magrezza e con brutti tagli sugli avambracci. E poi c’è Iris:

«Ed è qui che entra in gioco Iris, una diciottenne che un anno fa è stata protagonista di una bruttissima vicenda. ..»

La brutta faccenda è stata quella dei festini a base di coca dove dei professionisti facevano sesso con ragazze, anche minorenni come lo era Iris.

Ma Iris da quella storia sembrava addirittura esserne uscita rafforzata: aveva cambiato quartiere, amicizie, si era allontanata dai vecchi amici. Amici come Libero e Charlie, che di lei si sono innamorati ma senza essere ricambiati. Perché Iris è una che guarda lontano, vorrebbe fare l’attrice e anche le attenzioni di quelle persone più grandi di lei le fanno piacere.
Giorgia si ritrova a studiare questo ragazzo, così diverso da quelli della sua generazione, cresciuta senza internet e cellulari, senza quella socialità spinta che porta a chiudersi in una bolla:

La differenza è che noi non avevamo internet, eravamo ignari della rivoluzione digitale, coi suoi pro e i suoi contro, e nutrivamo ideali che avremmo poi seppellito in età matura e senza un funerale..

Per capire i problemi di ragazzi come Libero o come Hicham, bisogna anche riflettere su quello che la sua generazione ha lasciato come eredità: un paese dove l’ascensore sociale è fermo, la fine delle illusioni e la disillusione che nulla cambierà in meglio.

Per i ragazzi che crescono in contesti difficili, come Libero o la stessa Iris, figlia unica di una madre separata, l’unica possibilità è la fuga:

.. i più fortunati, dopo il liceo o l’università, se ne andranno all’estero, ma gli altri? Crescono in città piene di anziani, la scuola è un’imposizione e non certo un luogo di salvezza, non hanno libri in cui individuare modelli di ispirazione, e nemmeno un Che Guevara dipinto sulla maglietta.

Una mattina, reduce da una nottata difficile, Giorgia viene svegliata da una telefonata di Teresa, la madre di Libero:

«Si calmi, Teresa» la incoraggio dopo un paio di colpi di tosse. «Chi hanno messo in un carrello?»

Iris, la ragazza piena di luce e di energia, quella che coltivava il sogno di fare l’attrice, è stata trovata morta: accoltellata e infilata dentro un carrello della spesa delle coop.

Un’indagine non è mai come lanciare un’esca e poi avvolgere lentamente il mulinello, si formano sempre mille cerchi d’acqua che confondono sovrapponendosi tra loro

Giorgia inizia così una sua indagine parallela a quella della polizia, cercando però di tenersi ben lontana dal suo ex, il super poliziotto Bruni, che l’ha abbandonata per tornare dalla sua famiglia.
Una indagine che deve portare avanti perché quella morte le ricorda da vicino quella della sorella, Ada, morta suicida anni prima. Anche lei voleva fare l’attrice, anche la sua una vita bruciata troppo in fretta..

Si scopriranno diverse analogie tra questi ragazzi, la nuova “gioventù bruciata” e quelli della sua generazione: in fondo le difficoltà nel superare un trauma, come un amore mancato, sono le stesse.
Chi ha ucciso Iris in una fredda notte di un marzo dove l’inverno non vuol lasciare spazio alla primavera?

«E cosa vorresti fare del tuo tempo?»
«Il problema è che non lo so. E nemmeno Libero. Qui non lo sa nessuno.»
Quanta vita reale dentro queste pagine. Quante risposte alle tante domande sul perché delle baby gang, sul fallimento dell’integrazione delle seconde e terze generazioni. Su questi adolescenti che crescono senza speranze e tanta rabbia.

La scheda del libro sul sito di Marsilio
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19 luglio 2024

Il delitto della finestrella: Un caso per l'oste Zucchini – di Filippo Venturi


Prologo

Lunedì 3 dicembre, la mattina, sul presto
Fa talmente poco freddo a Bologna, in questo fine 2023, che si continua a viaggiare con abiti dai colori sgargianti, mentre le giornate è come se non ne volessero sapere di accorciarsi. Ma l’inverno, come da copione, è lì in agguato.

Carmine lo sa bene: i repentini mutamenti climatici sono una delle poche cose che gli condizionano la vita.

La finestrella di via Piella è un scorcio che si affaccia su uno dei pochi canali di Bologna ancora visibili: è un’immagine “instagrammabile”, perché quella piccola apertura verso il canale sta bene dentro una foto da caricare sul social e condividere l’immagine con gli altri.

Immagine presa dal sito www.turismo.bologna.it


È una delle attrazioni dei turisti che arrivano a Bologna e hanno poco tempo per girarla o per gustarne i sapori: proprio quel genere di turisti che all’oste – investigatore Emilio Zucchini, piacciono poco, sebbene quella finestrella così famosa sia poco distante dal suo ristorante, la Vecchia Bologna.
Sono magari quei turisti che chiedono i tortellini al ragù.. come ci ha già spiegato nella sua prima avventura, “Il tortellino muore nel brodo”. E così sia.

Ma chi è quel signore, Carmine Busca, che compare nel prologo? Sappiamo, ce lo spiega l’autore nelle prime pagine, che è un operaio edile venuto a Bologna dal sud, con un piccolo precedente alle spalle, due figli. E una busta in tasca, con una foto e un messaggio:

Adesso concentrati sulla foto e vedi se tra quei ragazzi ne riconosci qualcuno.
Lo capiremo solo andando avanti con questa storia che, come i precedenti romanzi di Venturi, mescolerà l’indagine, la scoperta di un’altra Bologna, quella dei dimenticati e quella delle storie dimenticate. Una storia dove, ancora una volta, Zucchini si troverà di fronte al braccio “sbagliato” della legge, ovvero il commissario Iodice.

Giovedì 6 dicembre
Emilio Zucchini sta aspettando che i due tiratardi levino le tende. Questa sera l’effetto catena non ha funzionato. “L’effetto catena”, in trattoria, è quell’inconsapevole (nonché infallibile) libera tutti che scatta quando uno degli ultimi clienti rimasti si alza per pagare il conto, portandosi dietro, a mo’ di pifferaio magico, anche coloro che, fino a quel momento, non avevano dato segno di volersi schiodare dalle sedie.

È arrivato finalmente il momento di sbaraccare e di chiudere il ristorante, per prendersi un po’ di riposo meritato. E in effetti il nostro oste investigatore ne avrebbe bisogno, per i tanti pensieri per la testa a cominciare da quella relazione che ha cominciato con Diana, una giornalista sportiva famosa conosciuta tempo prima in un locale. Fanno una strana coppia, la giornalista bella e brava e l’oste tradizionalista e poco social, ma la relazione va avanti.
All’improvviso, dopo un fulmine, arriva il black out

Della luce manco l’ombra, ed è già mezzanotte passata. Spera solo che tutto ’sto bailamme non sia uno dei soliti segnali. Quando nel ristorante si verifica un imprevisto Zucca ha sempre il timore che possa trattarsi di un avvertimento, l’annuncio che sta per accadere qualcosa di sinistro.
Eccolo, l’imprevisto: dopo aver udito poco lontano delle persone gridare, gli appare sulla soglia del locale, Maicol Fabbri, col suo bastone e col vestito tutto sporco di sangue.
Senza riuscire a tirar fuori una spiegazione, Emilio aiuta Maicol a pulirsi alla bell’e meglio, prima che quest’ultimo scappi via.
Che si sia cacciato in qualche guaio? Maicol è un senzatetto, nato a Casalecchio di Reno, con diversi problemi tutti legati ad un brutto evento del suo passato,
giusto il 6 dicembre del 1990, la strage di Casalecchio: lui era uno degli studenti dell’istituto su cui andò a schiantarsi un aereo militare. Certo, pensa Zucchini, Maicol non ha mai fatto male a nessuno, ma chi può sapere come reagisce una persona come lui:
«Sai come funziona con me.»
«No, Maicol, non lo so. Dimmelo tu!»
«Mi accendo e mi spengo come una lampadina. Ora sono su on, tranquo, amico mio...»

Cosa è successo quella notte in via Piella?
Un uomo è stato trovato sul fondo del canale con la testa spaccata: qualcuno probabilmente lo ha colpito alla testa e gettato proprio dalla finestrella giù lungo il canale.
Sul luogo del delitto arriva il commissario Iodice: è un poliziotto semplice, uno che di fronte ad un omicidio deve trovare una soluzione semplice. Due testimoni gli parlano di questo “Charlie Chaplin” visto in zona nello momento in cui si erano accorti di quel corpo nel canale (e non per una nuotata fuori stagione). Deve essere lui l’assassino che, per le tracce di sangue lasciate, lo porta come le briciole di Pollicino, al ristorante di Zucchini. Proprio lui, quel maledetto ristoratore che gli ha fatto fare tante brutte figure nel passato. 
Abbiamo l’assassino e anche chi lo ha aiutato.

Ancora una volta il nostro ristoratore, strenuo difensore della cucina tradizionale, si trova davanti alla legge, anche trattato in malo modo. Per difendersi dalle accuse di Iodice, deve improvvisarsi un’altra volta investigatore per capire cos’è successo la notte scorsa in via Piella: è stato veramente Maicol ad uccidere quella persona - un writer chiamato Giotto, per il tratto dei i suoi disegni? E come mai Maicol era tutto sporco di sangue?

In sella alla sua vespa senza lunotto, non proprio il mezzo più adatto in un freddo dicembre, dal centro di Bologna fino al Pratello, Zucchini deve fare quel lavoro che la polizia sembra non voler fare, dare una risposta a tutte le domande sul morto: cosa ci faceva quella sera il writer in via Piella? C’è un legame tra Maicol e la vittima? E poi, cosa c’entra quel Carmine Busca che abbiamo incontrato nel prologo, quasi una settimana prima? Tutti i pezzettini di questo puzzle troveranno alla fine la loro giusta collocazione, mettendoci dentro anche una influencer da mezzo milione di follower, un investigatore con molto pelo sullo stomaco, un ragazzo innamorato e un padre rimasto con la mentalità del secolo passato.
Una storia di amore e di avidità.

Che strascichi lascerà questa storia su Emilio? Come andrà avanti la sua relazione complicata con la giornalista sportiva? E Maicol, uno dei tanti invisibili che vivono ai margini delle nostre città, riuscirà a superare il suo dramma, quel buco nero che ha inghiottito la sua gioventù e quella degli altri studenti del Salvemini?

C’è il rimpianto, il solito, per non essere rimasto intrappolato insieme agli altri. C’è il senso di colpa mai sopito. C’è il tempo che non torna.

Come nei precedenti romanzi della serie, anche in questo c’è spazio per la memoria, per non dimenticare la tragedia avvenuta 24 anni fa a Casalecchio di Reno quando un aereo dell’aeronautica militare in avaria si schiantò sull’istituto Salvemini, causando la morte di 12 studenti (e il ferimento di altri 88, anche in modo grave). Quella di Casalecchio è la strage dimenticata, dove lo Stato italiano si è mostrato di fronte ai parenti delle vittime, con due volti: quello solidale e generoso delle istituzioni locali che si sono mosse subito per aiutare le famiglie e poi quello delle istituzioni centrali, che tramite l’avvocatura dello Stato ha difeso i militari accusati di omicidio colposo.

.. fa da contraltare l’atteggiamento dello Stato che, scegliendo di assistere il pilota e gli altri ufficiali dell’Aeronautica Militare coinvolti, si presenta in tribunale come controparte delle vittime, nonostante esse siano i suoi cittadini, i suoi studenti, la sua scuola.

Alla fine quella tragedia, quelle morti, sono avvenute solo per una fatalità.
Come a Cermis, nel 1998.
Se il nome di Maicol Fabbri è inventato, non lo sono quelli dei 12 studenti morti

Deborah Alutto, di Zola Predosa

Laura Armaroli, di Sasso Marconi

Sara Baroncini, di Casalecchio di Reno

Laura Corazza, di Sasso Marconi

Tiziana de Leo, di Casalecchio di Reno

Antonella Ferrari, di Zola Predosa

Alessandra Gennari, di Zola Predosa

Dario Lucchini, di Bologna

Elisabetta Patrizi, di Casalecchio di Reno

Elena Righetti, di Sasso Marconi

Carmen Schirinzi, di Sasso Marconi

Alessandra Venturi, di Monteveglio

Per chiudere, un consiglio :non fate mai arrabbiare un ristoratore come Zucchini, se non volete ricevere rispostacce come queste

Certe volte a Emilio piacerebbe reagire d’istinto, rispondere per le rime.
“Scusi, come sono le lasagne verdi?”
“Blu.”
“È tenera la guancia di manzo?”
“Assolutamente no, signora: è durissima.”

Le precedenti indagini di Emilio Zucchini

La scheda del libro sul sito di Mondadori

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15 settembre 2022

Sarti Antonio e l'amico americano di Loriano Macchiavelli

 

Quando uno studente americano, con la fortuna di abitare un appartamento tutto suo, stimato da professori e apprezzato da una contessa, proprietario di una valigia piena di bei dollari americani, vola, completamente nudo, dalla finestra del terzo piano, qualcosa non torna. Raimondi Cesare, ispettore capo, non ha dubbi e dice subito: «Suicidio!»

Se Raimondi Cesare dice “suicidio” allora è stato suicidio. Anche se non ci sono biglietti di addio, anche se ci sono cose che non tornano sulla dinamica del suicidio, anche se il ragazzo, venuto dall’America per studiare a Bologna, è caduto dal balcone senza emettere un grido …
Ma non importa: Sarti Antonio sergente, che assieme all’agente Felice Cantoni gira per la sua Bologna sulla fedele auto 28, è un poliziotto ostinato, magari uno che non ha l’intuito veloce del “talpone” Rosas, studente anche lui all’università come il ragazzo morto, sebbene di altra provenienza sociale. E nemmeno la capacità di mettere assieme i fatti riportati in un verbale per capire come sono andate le cose, dote posseduta da “lo zoppo”, un altro agente della Questura di Bologna sbattuto dopo un incidente all’archivio. Ad archiviare, appunto, i rapporti degli agenti come Sarti Antonio che, dopo aver esaminato la scena “suicidio” di Robert Stent, si allinea alla decisione di “è vero come si dice” ispettore capo Raimondi.

Ma non è stato un suicidio...

1. Per cominciare nel migliore dei modi

Il cadavere (e voglio vedere cosa troveranno se comincio con il morto!) è nudo e, proprio per questo, visto da lontano è piú una macchia rosa e rossa che il corpo di un uomo volato dal terzo piano. Anche da vicino ha poco di umano: è scavezzato, angolato

A portare Sarti Antonio verso un’altra direzione, diversa da quella del suicidio è prima lo Zoppo, in modo anche ruvido, sfogando sul povero Sarti Antonio la sua frustrazione di poliziotto costretto dietro una scrivania. Non è facile andare nell’archivio a parlare con lo zoppo

Devi parlarmi? A proposito di che? Adesso lo Zoppo sorride addirittura, prima di ricominciare.
– Non lo immagini? Prima di archiviare il tuo ultimo rapporto… Sai? quello relativo al suicidio di un certo Stent.

Cosa c’è che non va nella relazione di Sarti? Il fatto che non si sia accorto di alcuni particolari, il fatto che lo studente fosse nudo, la televisione accesa, il tè sul fuoco..
La seconda persona che mette Sarti sulla strada dell’omicidio, perché se non è suicidio di questo si deve parlare, è Rosas (che in questo romanzo è ancora studente coi libri in mano per preparare gli esami).

Sei il questurino piú scassato che esista –. Si avvia alla porta. Dice: – Guarda che il povero Fiammiferino non si è ammazzato.
– Chi è Fiammiferino? – Stent Robert ..

Tocca riaprire le indagini, cosa non facile da spiegare al capo, uno di quelli poco disposto ad assecondare le decisioni dei suoi collaboratori. Ma questo è niente: l’ambiente su cui si deve muovere Sarti (e il povero Cantoni) è quanto mai inizialmente ostile.
A cominciare dalla padrona di casa di Robert, “fiammiferino”, una anziana contessa con tanti cognomi che non vede l’ora che l’indagine si chiuda, per poter riaffittare la casa.

Quando parli con me, usa il Lei: sono la contessa Rusponi Ranelli Biancofiori e ho appena deciso che ti farò passare un brutto guaio

Inizia l’indagine del sergente Sarti Antonio su questo suicidio che non è un suicidio, su questo studente che, scava scava, forse non era nemmeno uno studente venuto qui per frequentare i corsi ma era implicato in qualcosa di grosso. Altrimenti non si spiegherebbe da dove salti fuori quella valigia piena di dollari che Robert aveva consegnato alla contessa (e come mai la contessa se ne ricorda solo dopo qualche giorno?).

Ma non c’è solo questo: il custode della villa della contessa (battezzato “fegato”) racconta di un vigile, enorme, che avrebbe fatto visita allo studente prima che questi finisse in malo modo nell’aiuola della villa.

Comincia come in una storia d’indagini che si rispetti: comincia con il pedinare il maggiore degli indiziati nella speranza, quasi sempre ingiustificata, di una sua azione rivelatrice ..

Il nostro questurino, nonostante i consigli di Rosas, dello zoppo, e dell’io narrante che è un po’ la voce della sua coscienza, non è uno che afferra subito gli indizi.

Si lascia trascinare dagli eventi da una parte, dall’aiuto non richiesto di una strana contessina (la nipote della contessa), una ragazza molto più giovane e soprattutto molto più spigliata che accompagna Sarti per la città con la sua Mini.

Scritto nel 1983, questo romanzo di Loriano Macchiavelli vede la luce nuovamente oggi, dopo 39 anni, con l’idea di raccontare, a chi vive oggi, come si viveva, con quali aspettative, con quali problemi, in quell’Italia a cavallo tra anni 70 e 80.
Gli ultimi anni del terrorismo rosso con le mille sigle delle formazioni del partito armato a rivendicare omicidi e attentati e ad allertare la Questura.
Sono gli anni della strage alla stazione di Bologna, che non è una storia passata, tanto che siamo ancora qui a chiederci chi ci sia, sopra agli esecutori materiali (sebbene le ultime indagini della procura Generale di Bologna abbiamo aperto a scenari che dal neofascismo portano a pezzi dello Stato e alla massoneria, alla P2 di Gelli).

Hanno fatto sul serio e la bomba alla stazione l’hanno messa e senza avvertire, questa volta. Quando Sarti Antonio, assieme agli altri, è arrivato, non c’era nulla da fare se non contare i morti e i feriti.

Sono gli anni in cui gli altri, i diversi, erano ancora i meridionali, venuti al nord in cerca di una vita migliore e stipati in stanzoni a cinque sei alla volta, lontano dagli occhi delle persone perbene

Lei sa quanto sia difficile, oggi, trovare un appartamento confortevole in questa città e io, [..], vivevo da troppo tempo in un buco di stanza nella quale neppure un immigrato del sud metterebbe piede.

Ma nel romanzo compare un nuovo protagonista, nella Bologna dotta, la signora perbene come l’aveva definita in un altro libro Macchiavelli. È la mafia, questa piovra criminale che si insinua nel tessuto della società con la forza dei soldi, delle minacce, per prenderne possesso.

Un mostro che fa paura, anche al nostro povero sergente Sarti Antonio, che prima di arrivare al colpevole, dovrà prendere tante cantonate, prima di imbroccare la pista giusta.

Ma noi sappiamo che Sarti avrà anche tanti difetti (e quel problema di colite nervosa..), ma è anche un poliziotto col dono della testardaggine, ostinato e soprattutto, onesto.

La scheda del libro sul sito di Einaudi

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19 agosto 2022

È l'umido che ammazza: Un nuovo caso per l'oste Emilio Zucchini, di Filippo Venturi

 


Sabato 14 novembre 2020

Come ogni sabato i Milordini stanno pranzando insieme. Sono degli inguaribili abitudinari: non amano le sorprese, tantomeno le novità. E infatti non è che li esalti più di tanto l’idea di ritrovarsi in una trattoria in cui non sono mai stati. Ma devono fare di necessità virtù, visto che da Delfo li hanno rimpallati. Proprio così. Di tutte le cose strambe che stanno capitando in questi mesi – privazioni della libertà, distanziamenti, mascherine obbligatorie – questa è di sicuro la più incredibile

Dopo il Tortellino muore nel brodo e Gli spaghetti alla bolognese non esistono, torna a trovarci il ristoratore detective Emilio Zucchini, padrone della Vecchia Bologna, un ristorante dove si rispettano le tradizioni senza dover assecondare necessariamente le richieste del commensale a tavola. Per esempio, non sognatevi di sedervi al tavolo a chiedere tortellini al ragù o, addirittura, una porzione di Bologna (si chiama mortadella).

Emilio Zucchini nasce dalla mente di Filippo Venturi che ristoratore lo è davvero a Bologna: come tutti noi ha vissuto i mesi del lockdown durante le prime fasi della pandemia, le regioni contrassegnate a colori, coi regolamenti per i bar e i ristoranti che venivano annunciati all’ultimo momento, con la difficoltà nel doversi riadattare a questa nuova e imprevista situazione in cui la socialità delle persone veniva vietata, perché veicolo di infezione.
È stata dura per tanti, questa pandemia non ancora finita purtroppo: lo è stata anche per i gestori di questi locali, parzialmente aiutati dallo Stato dai ristori.
Il dover gestire il distanziamento, la richiesta della prenotazione, l’impossibilità di “aggiungere un posto a tavola” come dice la canzone, perché il virus ama l’affollamento specie al chiuso. Doversi riadattare alla distribuzione del cibo per asporto

Zucca di una cosa è fermamente convinto: se il futuro della sua professione significherà cuocere delle tagliatelle per metterle in una vaschetta di alluminio da consegnare a un rider, lui cambierà mestiere.

Ma torniamo al nostro ristoratore detective per caso: come tutti gli investigatori che si rispettino, anche lui dispone di un sesto senso, quando le sue ricette non gli vengono bene, è l’avvisaglia che sta per succedere qualcosa di brutto.

In quel novembre del 2020 freddo e umico (e si sa che “è l’umido che ammazza”) non è bastato trovarsi dentro questa nuova “apocalisse”, coi portici e le strade vuote, non è bastato nemmeno scoprire che il paese di sessanta milioni di commissari tecnici si è trasformato nel paese da milioni di virologi. Una nuova grana sta per cadere addosso a Zucca:

Sta andando tutto storto. Sono due giorni che in trattoria non ne azzecca una, e la cosa – ahilui – ha un unico, ineluttabile significato: guai imminenti. La sua cucina nasconde misteri indecifrabili, quasi esoterici, questo Emilio Zucchini lo sa da tempo.

La sua cameriera, Alice, è scomparsa da due giorni senza mandargli nemmeno un messaggio.

Non è solo la mancanza di una sua collaboratrice: Alice, Ali, è stata per lui qualcosa di più, durante la prima ondata della pandemia lei è venuta a stare da lui, entrambi avevano bisogno di qualcuno con cui condividere quel momento. Non c’è stato niente, in quell’appartamento, ma chissà forse, se Emilio si fosse deciso a fare il primo passo..

Mentre Zucca, Emilio Zucchini, si mette sulle tracce di Alice, nella placida Bologna, ancor di più con questa seconda ondata della pandemia, un assassino solitario sta mettendo in atto la sua vendetta che, per rimanere in ambito culinario, è un piatto che va servito freddo. I suoi obiettivi sono i membri di una compagnia maschile di professionisti appartenenti alla Bologna bene, meglio noti come “i milordini”: il figlio di un proprietario di palazzi, un notaio, un commercialista, l’immancabile pusher per dei festini privati e poi il braccio destro del futuro sindaco della città, Leonardo Marescalchi.

«Entra, ti preparo un caffè» dice, aprendole la porta. Ma subito capisce che qualcosa non va. È una frazione di secondo, quella che intercorre tra quando vede la canna del taser spuntare dalla giacca ..

Il primo della lista, il notaio, eterno scapolo d’oro, viene trovato morto nel suo studio, un sabato mattina, con la testa sfondata e con un altro particolare “piccante” che colpisce gli investigatori che arrivano sulla scena del crimine.

Si tratta della squadra del commissario Iodice, un investigatore vecchio stampo, pieno dei suoi pregiudizi su studenti, capelloni, rom e del suo ego per il suo fiuto di sbirro (capacità che vede solo lui).Nei mesi del lockdown era stato messo a riposo dal Questore ma ora sul delitto si è fatto già il suo film (purtroppo) sbagliato.

Mentre, da una parte vediamo muoversi questo assassino che porta avanti il suo piano (associando ad ogni bersaglio una ben specifica pena), Emilio Zucchini si ritrova dentro una storia al limite dell’incredibile: riceve una telefonata dalla stazione di un paesino sull’appennino Tosco-Emiliano, la sua Alice è lì in stazione, ma si trova in stato confusionale

«Il capostazione. Dice che Alice è convinta di essere un’attrice famosa.»

Ma arrivato alla stazione, non è la sua Alice, Ali, quella che si trova davanti, ma Elena, una sua amica, anche lei cameriera in un ristorante concorrente.

Cosa c’entra la sparizione di Alice, con questo assassino e la sua vendetta? Di quali colpe gravi si sono macchiati i “milordini”, “uomini che odiano le donne” per fare una citazione di un libro famoso che ha un ruolo importante per la storia?

Che fine ha fatto Alice?
La ricerca di Emilio, con la sua Vespa bianca, lo porta molto vicino alle tracce che questo assassino ha lasciato dietro di sé e sono tracce che disegnano un quadro che lo mettono in agitazione, più di quanto abbia fatto il covid con quel rasghino che non lo abbandona da mesi.

È novembre, è in corso una pandemia e fa freddo, un freddo nebbioso e umido, e Zucca lo sa bene: è l’umido che ammazza.

Usando l’arma dell’ironia e sfruttando tutta la sua esperienza lavorativa, Filippo Venturi imbastisce una trama con qualche trappola per il lettore che non dovrà fidarsi di quello che si trova davanti. Si parla di covid e di come l’arrivo del virus abbia cambiato le nostre abitudini, anche quelle che pensavamo fossero destinate a rimanere immutate.
Il povero protagonista si ritrova perfino a dover rimpiangere certi suoi clienti, da quello che fa questioni su tutto all’urlatore entusiasta (ma la mortadella rimane mortadella, non Bologna).

Ma tutta questa ironia, nel raccontare le disavventure del povero Zucca che ancora una volta si troverà nel mirino del commissario Iodice, serve per raccontare di un problema che ben poco fa ridere le donne, ovvero la violenza di genere.
Il come e il perché, lo scoprirete solo leggendo questo giallo che scorre veloce senza intoppi, aggiungo solo un passaggio della nota a fine libro aggiunta dall’autore: nei primi mesi della pandemia nel 2020, il servizio pubblico con cui aiutare le donne che hanno subito una violenza (maltrattamenti, stalking, percosse, violenza sessuale) – il 1522 – ha registrato un picco. E nell’80% dei casi l’aggressore era una persona di casa.

«Quando una donna piange in quel modo, vuol dire che non si sta divertendo affatto…»

Dal film Thelma e Louise.

La scheda del libro sul sito dell'editore Mondadori

Il sito dell’autore Filippo Venturi

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20 aprile 2022

La stagione del pipistrello: con Sarti Antonio e la Compagnia della Malora di Loriano Macchiavelli


 

All’inizio erano in tre: Sarti Antonio, sergente; Prenotato Salvatrice, agente scelta; Cantoni Felice, agente. Agente e basta. Erano già la Compagnia della Malora. Più avanti si sono aggiunti Locasciullo e Feliciani, della scientifica, e, a partire da oggi, Pierotti Luigi, agente scelto.

Ma quanto è cupo e dal sinistro sapore profetico quest’ultimo romanzo (temporalmente, intendo) di Loriano Macchiavelli con protagonista Sarti Antonio, sergente?

La stagione del pipistrello è un giallo ambientato in un non ben identificato futuro prossimo, alla fine della pandemia che ha colpito il mondo, una pandemia che ha stravolto le abitudini delle persone, mandandone molte al camposanto, altre invece si sono arricchite proprio sulle disgrazie altrui. Ma tutto questo dolore, tutta questa sofferenza non hanno fatto altro che preparare il terreno per l’arrivo di un nuovo fascismo, sempre nascosto dietro le sue parole d’ordine di ordine e disciplina.

Come fa Sarti Antonio, che è sì questurino, ma anche una brava persona in fondo, a sopravvivere a questi antichi tempi moderni? Semplice, cerca di continuare a fare il suo lavoro, come può, assieme agli altri membri della “compagnia della malora”, ovvero Felice Cantoni fedele custode dell’auto 28, Salvatrice Prenotato, agente scelto, una poliziotta in gamba che si ostina a chiamarlo “capo” e poi i nuovi aggiunti Locasciullo, Feliciani e Pierotti, detto Siluro (soprannome curioso che indica la sua indole di colpire in modo silenzioso e dunque utile per compiere operazioni delicate, ma questo lo si scoprirà poi..).

Perché compagnia della malora? In questo romanzo Macchiavelli, oltre a raccontarci di questi brutti tempi moderni, ci racconta anche della sua città, dei nomi delle vie, della sua storia. Perché Bologna è sempre stata tante città. Nel medioevo esisteva la compagnia della buonora, che dava aiuto ai sofferenti: col tempo con la peste, questa compagnia fu usata per i morti

.. il maggior impegno della compagnia non fu portare nelle case la buonora, ma nel portare fuori dalla porta i cadaveri. E la Compagnia della Buonora diventò, nell’immaginario popolare, la Compagnia della Malora.

In una fresca sera di fine inverno, incontriamo Sarti che discute assieme a Rosas (sempre seguiti dalla voce dell’io narrante) di questi tempi: l’arrivo della stagione del pipistrello ha fermato le spinte ambientaliste, i timidi tentativi di ripensare il mondo, di provare a cambiare le cose. Le cose cambieranno, ma in peggio con l’arrivo al governo del partito dell’OSI, ovvero organizzazione sociale “ilFuturoènostro”.

«Detta come l’hai detta tu, “da così a così” significa che le cose non cambieranno.»

«No, cambieranno e come. In peggio se vinceranno, come sembra, quei coglioni dell’OSI, che sarebbe Organizzazione Sociale ilFuturoèNostro..»

Un futuro che sa tanto di vecchio: croci teutoniche tracciate sui muri, teste rasate, slogan che pensavamo di non dover sentir più. Questo partito, poi, è solo la ramificazione italiana di una struttura presente in tutta Europa, dove altri partiti di estrema destra stanno puntando a governare, grazie anche ai finanziamenti che arrivano da qualcuno che sta sopra e che consentono loro una campagna elettorale capillare, persistente che piano piano si insinua anche dentro la macchina dello Stato.

Ecco, proprio in questa sera Sarti e Rosas incrociano due di queste teste rasate dopo che hanno gettato un sacco della spazzatura nell’alveo del Reno, l’ex canale oggi diventato la discarica di ogni schifezza. Solo che questa volta nel sacco non c’è del “rusco”, come in bolognese si dice l’immondizia, ma il corpo di una persona che è stata massacrata di botte e che è più di là che di qua.

Una persona che le due teste rasate hanno preso e scaricato nel canale dopo una scarica di legnate, un po’ come tanti anni prima era capitato al suo amico Settepaltò (per i sette cappotti che si porta addosso per le radiazioni).

La nuova generazione, il nuovo mondo richiede gente decisa, vigorosa, non sono ammessi gli straccioni, gli ultimi, le persone con la pelle scura. E gli ebrei: “Ebrei rusco nel rusco”.

Ma non è un uomo quello che è stato ritrovato, si tratta della Biondina, l’amica di Sarti Antonio che aveva conosciuto sui viali tanti anni prima e che pur esercitando la professione, è molto più pulita di altri personaggi di questa storia. Non è forse vero che anche Gesù amava circondarsi degli ultimi?

Chi l’ha ridotta in quello stato? Cosa stava facendo negli ultimi mesi, aveva confidato a Rosas (ma non a Sarti che non la vedeva da un po’) che voleva cambiare vita.

L’indagine non autorizzata e non sempre rispettosa delle regole (che a volte sembrano pensate solo per favorire i grandi criminali) portata avanti da Sarti e dalla sua compagnia della Malora si incrocia con altre storie, con altri uomini: un medico arrivato dalla Palestina a cui tutti vogliono bene; il proprietario della casa di Salvatrice Trovato, che si chiama Calimero, per la pelle scura, un uomo che potrebbe avere anche cento anni e che ne ha viste di cose.

E poi Settepaltò, con le sue fisime per le radiazioni; Quintale, un ex insegnante universitario che un giorno ha deciso di cambiare vita e svuotare le case dalla robavecchia col suo Guzzi 38.

Lo Zoppo, ovvero il vice ispettore Ugo Poli, rifilato in archivio per la sua menomazione, dove invece riesce a risolvere i casi semplicemente mettendo assieme fascicoli, pezzi di indagine apparentemente scollegati.

E, soprattutto, l’indagine si incrocia troppe volte con una multinazionale del farmaco, la tedesca Weltweit Wirksam, che si era arricchita in modo spropositato con la vendita dei vaccini (anche quelli annacquati ai paesi del terzo mondo i quali, però, non hanno il potere di lamentarsi).

Cosa c’entra questa azienda farmaceutica con la Biondina? Come mai ci sono due ragazzotti, chiamato Rullo e Fulmine, che vogliono far la pelle a Sarti, tendendogli un agguato mentre torna a casa, nella zona de ghetto, tra via dedicata all’inferno e una dedicata al Paradiso (quante cose si scoprono su questa città !)?

Cosa sta succedendo a questa città, che una volta era considerata un’isola felice, e che invece ha avuto quel brusco risveglio col rumore della bomba alla stazione, con i colpi di pistola della Uno Bianca? Cos’è accaduto alla signora perbene (per citare un’altra storia di Sarti Antonio, sergente, che rimarrà sempre sergente anche se non esiste più questo grado in polizia)? Cosa sta accadendo al nostro paese in questi anni dell’era del pipistrello?

Una pesante tensione ha coperto la città, scontri per le strade hanno fatto rivivere i lontani anni che avevamo chiamato “di piombo”.

Sembra di rivivere un passato con cui pensavamo di aver chiuso, dimenticandoci dell’ammonimento che ci aveva lasciato Brecht (forse Sarti non lo ha mai letto, ma il “talpone” Rosas, si), sul mostro che nel secolo passato era stato partorito dal sonno della ragione

Questo mostro stava per governare il mondo [..]

ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancora fecondo.

La stagione del pipistrello è un giallo premonitore di una possibile deriva, di un passato che potremmo rivivere se non stiamo attenti a certi segnali nel presente. Un romanzo scritto pensando al Covid e alle ferite che ha lasciato sulla carne viva della gente, sulla crescita dei nazionalismi, frutto delle politiche economiche fatte in questi anni, che hanno fatto solo crescere le diseguaglianze, destinate ad aumentare per questa guerra, oggi in Ucraina, domani vedremo.


La scheda sul sito di Mondadori e il sito dell’autore

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23 novembre 2021

Léon, di Carlo Lucarelli


 

Marta la trovano sotto il lavandino, incastrata tra il tubo di scarico e i detersivi. Il carabiniere allunga la mano libera, nell’altra ha la pistola, e la tocca, ma lei tiene lo sguardo fisso davanti a sé, il bordo della mascherina sull’orlo delle palpebre immobili.

Sfrega i polpastrelli sui capelli corti, avanti e indietro, destra e sinistra, alternate.

Anche il secondo carabiniere ha una pistola, ma nell'altra mano tiene un cellulare, lo schiaccia contro l'orecchio, come se volesse piantarcelo dentro.

- No, no .. è una ragazza, bassettina, maglietta, calzoni e zoccoli, tutti bianchi …


L'Iguana è scappata, il mostro che si impossessava delle identità altrui, cambiando pelle come il rettile, è fuggito dalla casa famiglia dove era in cura.

Alessio Crotti, questo il suo nome, era stato catturato dopo una lunga indagine condotta dall'ispettrice Grazia Negro, dell'unità crimini violenti della Polizia di Stato.

Per catturarlo Grazia aveva ricorso all'aiuto di un ragazzo cieco, Simone, che passava il suo tempo libero, chiuso in casa, ascoltando la canzone di Chet Baker Almost Blue e ascoltando, rubandole nell'etere, le voci degli altri. Sui cellulari, nelle BBC, nelle frequenze della polizia.

Ogni voce, nella testa di Simone, aveva un colore diverso, non potendo paragonarla ad alcuna immagine: quella di grazia era blu, quella dell'Iguana era verde. Un verde malato.

E ora, dopo la sua fuga, dopo tutti questi anni, sono tutti in pericolo, Grazia, Simone e tutti quanti l'Iguana si troverà sulla sua strada, come i due responsabili della casa famiglia, massacrati dentro la vasca da bagno, nella casa vicina alla rocca di Imola.

Sono nella vasca da bagno. Lei sopra e lui sotto, una gamba che sporge dal bordo di ceramica, la scarpa mezza sfilata sul calzino. Il sangue, tanto, è tutto dentro la vasca.

Ma cosa è successo nel frattempo a Grazia e Simone?

Ritroviamo Grazia, inaspettatamente, in sala parto, dove ha appena messo al mondo due bambine, dopo un intervento che “finalmente” l'ha liberata di quel peso.

Grazia pensa: finalmente. Non ha sentito nulla, soltanto un pizzico in fondo alla schiena quando le hanno fatto l’epidurale [..]

Cosí, quando l’infermiera si è avvicinata con la prima bambina e gliel’ha messa accanto, quasi guancia contro guancia, è quello che ha pensato: finalmente.

Non sono le figlie di Simone: quella storia, tra la sbirra capace di catturare i mostri (un intero zoo, l'Iguana, il pitbull, il lupo mannaro..) e il non vedente capace di “vedere” il mondo attraverso gli altri sensi, alla fine si era spenta.

Si era presa un periodo di aspettativa, dalla polizia, dai suoi mostri, per avere un bambino, quello che non era riuscito ad avere con Simone.

Simone, invece, si era isolato sempre più, da solo nella sua mansarda, aveva deciso di non passare più le giornate ad usare l'udito, il senso che porta più lontano la mente nello spazio, come la vista.

Si era ridotto ad usare il tatto, usando quelle sue mani, che non erano mani allenate all'attività fisica e che ora utilizza per sollevare pesi.

Da piú di un anno sollevo pesi. Immerso in un silenzio totale vinco la forza di gravità con quella dei muscoli.

Sollevare pesi, in modo sistematico, seguendo una sua tabella, portare il manubrio su e giù. Per dimenticare Grazia, quella sua voce blu. Isolandosi col suo corpo:

Ho sostituito l’udito, che per me è il senso più lungo, senza limiti, con quello più corto. Il tatto. Niente va oltre la mia pelle.

Ma ora c'è un mostro che forse li sta braccando, anzi, che forse è già andato a trovare Simone nella sua casa. Non l'ha visto, l'Iguana, Simone, perché non può vedere lui. Lo ha sentito, ha sentito un rumore che non dove esserci in quella casa dove vive solo. E ha sentito anche qualcosa d'altro: la paura.

Paura di qualcuno che incontriamo, tra un capitolo e l'altro e che si presenta al lettore: un topo di nome Andrea. Forse l'identità nuova che si è conquistata l'iguana dopo la fuga da quella casa, a cui era arrivato dalla struttura sanitaria, l'Opg da cui era stato trasferito perché non aveva causato più problemi.

Ma ora quelle due morti: così la polizia, il vecchio capo di Grazia, il vice questore Carlisi, decide di prenderla e di portarla in una casa protetta, assieme alle due bambine.

E anche assieme a Simone, dopo tutti questi anni.

E' una fuga strana, quella di Alessio Crotti: ha fatto tutto da solo oppure qualcuno da fuori l'ha aiutato? Ma chi incontrava in quella casa? E chi poteva avere interesse a far scappare un “matto” come l'Iguana, forse un altro matto?

Di questo ne è convinta la collega dello UAVC, la dottoressa Anna Maria Cescòn, che si rivolge a Grazia per catturare Crotti in una indagine complicata perché, come in tanti casi, polizia e carabinieri poco inclini a collaborare. E perché l'unica testimone del massacro, Marta una infermiera che veniva a lavorare in quella casa, non riesce a fornire indicazioni utili. Alessio era nervoso? Vedeva qualcuno? Come era negli ultimi giorni?

Allora Marta appoggiò le mani sulle ginocchia, si sporse in avanti e cominciò a cantare. Piano, con una vocina spinta in alto e arrotolata sulla lingua

Oku o tsuretette hita mi kondeshimau mae ni. La bambina smise di piangere..

Ma c'è qualcun altro che ha visto qualcosa, attorno a quella casa sulla rocca di Imola: è un tassista bolognese, Roberto “Bologna 5”, che una sera carica al centro di Bologna, anzi nella piazza più bella di Bologna, una persona che assomiglia a Ray Cooper, il batterista di Elton John.

Un incontro che registra con un video, uno di quelli che poi mette anche su Twitter. O forse no, perché questa volta è successo qualcosa di strano.

Questa sera ho visto il Diavolo. Tocca di nuovo il pallino rosso e ferma la registrazione.


Chi è questo diavolo dagli occhi bianchi - così lo descrive Roberto, il tassista? E' lui che ha aiutato l'Iguana a fuggire? Come in Almost Blue, il mostro arriverà a toccare da vicino Grazia e le sue bambine e anche Simone, perché gli investigatori si sono lasciati portar via dalle apparenze, consentendo ad una persona malata d'amore, di fare loro del male.

Solo Simone, proprio perché cieco e dunque capace di “ascoltare” gli altri sensi, non si lascerà ingannare.

Carlo Lucarelli ha lasciato, qua e là nel romanzo, tanti indizi, che messi in fila l'uno con l'altro, danno la chiave giusta per decodificare l'enigma. Quella canzone strana, le cui parole ritornano più volte, i ricordi di quel suono, che ritornano anche loro nella mente di Simone “come quando ti accorgi che qualcuno sta parlando da un po’ ma non hai capito cos’ha detto perché non stavi ascoltando. Da qualche parte, perso nella memoria, ho il ricordo di un suono, sempre piú lontano e indistinto”.

Ma Lucarelli è stato abile anche nell'affidare il racconto non solo alla vista, ma con anche gli altri sensi, come fossimo ciechi anche noi, come Simone. Racconto che spesso si racchiude in capitolo di poche parole, sufficienti a catturare un'istante, un'emozione

Sono piú grande, ora, e adesso so come devo fare. So cosa fare. Ho avuto un’idea.

Devo fare una confessione: per me Almost Blue è stato il primo amore, il primo libro che ho letto di Carlo Lucarelli e ho preso in mano questo volume con qualche perplessità, mi sarebbe piaciuto come il primo?

Ma, non credo di rivelare nulla al lettore, questo non è il sequel di Almost Blue, persino Bologna è meno inquietante (e quanto sia bella ce lo racconta Roberto, che sui social potete trovare qui @robertoredsox): da lì, da Almost Blue si parte, molti personaggi arrivano da quella caccia all'uomo, il mostro che si nutriva delle identità degli altri. Per la difficoltà ad accettare la propria.

Ma state tranquilli, in questo romanzo c'è tanto altro. Anzi, è meglio che non stiate tranquilli, perché nessuno ora, dopo la fuga dell'iguana, è al sicuro.

La scheda sul sito di Einaudi

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21 marzo 2021

Via delle oche, di Carlo Lucarelli


Sul muro un cosacco enorme lo guardava truce, con la stella rossa sul colbacco e una baionetta tra i denti, un occhio socchiuso deformato dalle bolle d'aria sotto la carta.

Il manifesto era ancora lucido e umido di colla e quando De Luca lo aveva sfiorato, facendosi da parte per evitare buca sul marciapiede, gli aveva lasciato sulla manica del soprabito una striscia argentata, appiccicosa, come la traccia di una lumaca.

«E' LUI CHE ASPETTATE?» diceva la scritta in un corsivo appuntito, da pennello grosso e De Luca che era sceso dal marciapiede per metterla a fuoco in tutta la sua lunghezza si strinse nel soprabito, infilandosi le mani in tasca.

Confesso, amo i romanzo di Carlo Lucarelli con protagonista il commissario De Luca e, in particolar modo, questo Via delle Oche, il terzo della serie, che ho letto e riletto ambientato nell'Italia post bellica, nei giorni precedenti le elezioni storiche dell'aprile 1948.

Un omicidio fatto passare per suicidio dentro una casa chiusa in via delle Oche appunto: un omicidio fatto passare per suicidio per ordini superiori e su cui De Luca, vice commissario aggiunto presso la Questura, non potrebbe nemmeno indagare, essendo stato distaccato alla Buoncostume, ufficio che, secondo l'ipocrita mentalità dell'Italia di allora, si occupava che gli affari nelle case chiuse proseguissero senza però offendere il senso del decoro e del pudore.

Ma De Luca è un poliziotto, lo ripete di continuo, “sono solo un poliziotto”, ed è anche uno di quei poliziotti che di fronte ad un caso strano, come quell'uomo impiccato ad un cappio che però non avrebbe potuto raggiungere, non si da pace, non riesce a dormire.

Lo dice anche al maresciallo Pugliese, con cui aveva lavorato proprio a Bologna nei mesi prima della fine della guerra (“Carta bianca”).

«Pugliese io sono curioso di natura e i misteri non mi piacciono. Non so a lei, ma a me questo signore che fa le acrobazie per infilzare la testa in una corda mi dà un fastidio quasi fisico e lo so che poi non ci dormo la notte. Dica un po', Pugliese .. secondo lei sarebbe una pazzia andare da questa Tripolina e farle un paio di domande sul Ricciotti?»

No, non è solo un giallo ambientato nel mondo dei bordelli, con licenza parlando.

Non è solo l'indagine su un “serafino” (il tuttofare delle case chiuse) ucciso nel suo stanzino. Non è solo l'indagine sulla morte di un fotografo con la tessera del PCI, aggredito da un picchiatore fascista sulla collina della Montagnola.

L'indagine, non autorizzata e non apprezzata dai superiori, viene usata per fini politici, da quella fazione della polizia “vicina” al partito comunista che ha interessa a capire chi ha ucciso quel fotografo, che vuole usare quelle morti in vista delle imminenti elezioni, che stanno mettendo in fibrillazione la Questura e il paese, per il rischio di sommosse e di tensioni.

Ma De Luca è così: lui vuole solo fare la sua indagine, non importa se viene usato dai comunisti, “faccio il poliziotto e sto con chi mi permette di fare il mio mestiere! ”. Non importa se, indagando nel bordello di via delle Oche dove lavorava il primo morto, qualcuno ha fatto sparire la quindicina e promosso la tenutaria ad una casa chiusa di un livello superiore.

Cosa è successo quella domenica in via delle Oche? Cosa cercavano gli assassini da Ricciotti e dal fotografo, tanto da farli fuori entrambi?

Quell'omicidio in via delle Oche diventa la chiave per raccontare brutti legami tra alcuni politici di spicco del bolognese, per raccontare strani rapporti tra il partito dell'ordine e della morale con residuati del partito fascista, per raccontare il ruolo ambiguo della polizia dell'epoca (o forse sarebbe giusto dire della polizia di sempre), a metà tra il rispetto della legge e l'ossequio del potere.

Dall'altra parte i comunisti che, archiviata la rivoluzione, devono sottostare al gioco della democrazia, anche se è un gioco con le carte sporche, dove forse è già stabilito chi vince.

- Sa qual è il nostro difetto commissario? Che vorremmo vincere ma abbiamo paura di vincere troppo... e così perdiamo sempre. Quando dico noi intendo dire noi comunisti.
L'indagine finirà in niente, di fronte all'ennesima ragione di stato, non la prima e nemmeno l'ultima, che metterà una pietra sopra alla cattura dei colpevoli di questi delitti. Perché questo paese ha bisogno di ordine, di stabilità:

«Sa di cosa ha bisogno questo paese?» disse, come se parlasse tra sé, come se canticchiasse, quasi. «Di stabilità. Questo paese ha bisogno di ricostruire e non di distruggere. L'hanno capito anche gli altri. Ha bisogni di rispettabilità, di considerazione internazionale, di investimenti, dei dollari del generale Marshall, del patto atlantico ... Di ordine».

«Di legge»

«E' la stessa cosa».

«Per me no, io sono un poliziotto».

D'Ambrogio voltò la testa sulla spalla lanciò un'occhiata a De Luca. 

«Anche io» disse «e come poliziotto sono al servizio del governo. Di interessi superiori, vicecommissario aggiunto, interessi superiori».

Tramite il commissario De Luca (“non sono dottore”, come l'altro commissario inventato da Carlo Emilio Gadda, Ingravallo) Carlo Lucarelli ha raccontato gli anni a cavallo della fine della seconda guerra mondiale (l'ultimo romanzo, in termini temporali, è ambientato tra il 1953 e il 1954): la fame e la miseria degli italiani nei mesi di guerra, il crollo del regime, l'occupazione nazista dell'Italia, il crollo delle istituzioni, le violenze e i soprusi, da parte delle tante polizie fasciste in nord Italia. Il clima teso attorno alle elezioni del 1948, il timore di rivolte e sommosse di piazza da parte di sindacati e di militanti del partito comunista, le armi fatte passare da carabinieri ai vari comitati civici vicini alla DC per difendersi.. Tensione culminata con l'attentato a Togliatti, nel luglio 1948. Un pezzo della nostra storia che ci siamo dimenticati perché, come dice uno di questi personaggi del sottobosco politico, tutto casa chiesa e fascio, "siamo un paese senza memoria". 

Come ha raccontato Lucarelli stessi, è nato dall'incontro con un poliziotto vero, uno che ha lavorato con la polizia fascista prima e che poi, finita la guerra, è rimasto nella polizia della Repubblica italiana, che i fascisti avrebbe dovuto arrestare.

Ma invece, come racconta anche un po' romanzo, le epurazioni hanno colpito solo alcuni poliziotti, solo alcuni fascisti, arrestati all'indomani del 25 aprile. La polizia, come anche la magistratura, le scuole, tutta la burocrazia statale, è rimasta quella del fascismo.

Come è possibile passare dal fascismo alla democrazia, facendo lo stesso lavoro? “Sono solo un poliziotto” aveva risposto questa persona a Lucarelli.

Ed è la stessa risposta che da anche De Luca, che pure dovrà scontare la sua colpa, di fronte all'alto commissario per le epurazioni, il suopeccato mortale (è il penultimo romanzo della serie).

Questi i romanzi della serie con De Luca, non in ordine di uscita, ma in ordine temporale

La scheda del libro sul sito di Sellerio

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