Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Iraq. Mostra tutti i post

01 settembre 2021

Il potere segreto di Stefania Maurizi

 


Prefazione di Ken Loach

Questo è un libro che dovrebbe farvi arrabbiare moltissimo. È la storia di un giornalista imprigionato e trattato con insostenibile crudeltà per aver rivelato crimini di guerra; della determinazione dei politici inglesi e americani di distruggerlo; e della quieta connivenza dei media in questa mostruosa ingiustizia. Julian Assange è noto a tutti. Wikileaks, in cui ricopre un ruolo determinante, ha fatto emergere gli sporchi segreti del conflitto in Iraq e molto altro ancora.

La lettura di questo libro vi farà indignare e arrabbiare, come scrive il regista Ken Loach nell'introduzione, ma soprattutto vi farà vedere le nostre democrazie, quella Americana (considerata la più grande del mondo) e pure la nostra, con occhi diversi.

Perché la storia del processo a Wikileaks e a Julian Assange fanno cadere il velo dell'ipocrisia che copre il lato oscuro dei nostri paesi: non è sufficiente andare a votare, essere certi di una polizia democratica, di un sistema di giustizia che sia cieco, ovvero la legge uguale per tutti (e sappiamo già che non sempre è così).

Esiste un “potere segreto” all'interno delle istituzioni americane che condiziona la politica americana e quella dei suoi alleati: un potere di cui fanno parte i sistemi di intelligence (sempre più potenti, sempre meno trasparenti, con sempre più fondi), l'industria delle armi (che ha bisogno di un nemico contro cui fare una guerra), parte del mondo finanziario che sostiene i primi, anche qui senza trasparenza “perché gli affari più redditizi prosperano nella riservatezza”. Un potere che non deve rispondere alle leggi ordinarie, che non deve sottoporre i propri bilanci a qualche agenzia statale, che può compiere tutti i reati che vuole sapendo che ne uscirà sempre pulito.

Questa la colpa di Julian Assange e della sua strana creatura: aver smascherato questo potere, aver dimostrato, coi documenti della difesa, degli analisti, le bugie della macchina della propaganda che ha cercato di raccontare le guerre in Iraq e in Afghanistan come guerre giuste, come guerre al terrore, come l'unica strada per portare la democrazia in quei paesi disgraziati, per salvarli dai talebani o da un dittatore sanguinario che poteva colpire il mondo con le sue armi di distruzione di massa (che in realtà non esistevano).

La giornalista del Fatto Quotidiano Stefania Limita ricostruisce più di dieci anni di storia, dagli inizia di Wikileaks, dalle prime collaborazioni, le pubblicazioni dei documenti segreti ottenuti grazie al contributo di whistleblower come Edward Snowden e Chelsea Manning.

Se non ci fossero state queste persone coraggiose, che hanno pagato caro le loro scelte, non sapremmo nulla dei crimini di guerra in Iraq (come quello documentato dal video collateral murder), non sapremmo nulla dei terroristi carcerati a Guantanamo in condizione vergognose (che democrazia è quella che non rispetta nemmeno il principio dell'habeas corpus?), non conosceremmo i report sul campo redatti dai soldati americani in Afghanistan e in Iraq.

Sono i leaks pubblicati da Assange e dai suoi collaboratori a partire dal 2010: già da allora avremmo dovuto capire che quelle erano guerre sporche, che non si esporta la democrazia con le bombe, la tortura, i rapimenti in pieno giorno come nel Cile di Pinochet per rapire un imam come Abu Omar per farlo torturare in un paese con meno problemi sulla coscienza come l'Egitto.

Già allora avremmo dovuto capire come sarebbe andata a finire. Avremmo dovuto capire che quelle stragi di civili avrebbero creato un risentimento contro i liberatori, che la guerra sul campo non poteva essere vinta, che non si stava portando la libertà in Iraq e Afghanistan, ma si stava solo facendo gli interessi delle industrie delle armi, delle società di contractor i cui mercenari affiancavano i militari per la sicurezza delle azienda straniere venute in quei paesi per gestire il business della ricostruzione.

La fuga da Kabul è solo l'ultimo passo di questa vergogna: non abbiamo sentito nemmeno da parte degli strateghi che quella guerra l'hanno voluta, nemmeno da parte dei giornalisti che quella guerra l'hanno benedetta.

Vi ricordate quel giornalista che scriveva sul corriere che una dose minima di tortura deve essere consentita anche in democrazia se si vuole combattere il terrorismo? Ecco, cosa ha da dire oggi, che il terrorismo è più forte e quella guerra l'abbiamo persa?

Il potere segreto, dentro cui possiamo mettere le agenzie di sicurezza americane, l'ha fatta pagare cara ad Assange: hanno strumentalizzato una vicenda personale, un'accusa di presunto stupro in Svezia nel 2010 (che Stefania Limiti racconta in tutti i dettagli), per intrappolarlo, per tenerlo bloccato a Londra, con la spada di Damocle dell'estradizione in Svezia col rischio di essere poi estradato in America e finire sepolto in carcere, come Chelsea Manning.

Dal 2010 Assange non è più un uomo libero: chi ha torturato, chi ha ucciso civili, chi ha permesso le violenze ad Abu Ghraib è libero e non ha scontato un giorno di cella mentre persone come Assange rischiano una pena di 175 anni di carcere perché considerati spie.

Oppure sono costrette a trovare rifugio nella Russia di Putin come Snowden, perché nessun paese cosiddetto libero ha voluto dare ospitalità e protezione.

Nell'amministrazione Obama prima e in quella di Trump (che poi, si è usata una legge del 1917, l'Espionage Act, per incriminare i giornalisti che hanno raccontato il vero volto di queste guerre che di umanitario hanno avuto poco.

Non solo, come scrive l'autrice, “Trump ha concesso la grazia ai quattro contractor dell’azienda Blackwater, responsabili del massacro di Nisour Square a Baghdad e l’ha negata a Julian Assange e a Edward Snowden”.

I nemici di Assange sostengono che il suo non è giornalismo, che con le sue pubblicazioni di documenti classificati ha messo a rischio collaboratori e agenti americani, che col suo lavoro è stato utile idiota della Russia e dei nemici dell'occidente.

Ma non è vero niente: come Daniel Ellsberg, l'analista che fece uscire i famosi Pentagon Papers dalle segrete stanze affinché venissero a conoscenza dei cittadini americani, anche Assange è stato mosso solo dal desiderio di rendere i cittadini del mondo persone consapevoli, non sudditi di un re che racconta loro le frottole per tenerli buoni.

Ad oggi, scrive Stefania Limiti, nessun analista, agente dei servizi risulta essere stato colpito per colpa dei documenti pubblicati da Wikileaks.

Relativamente all'obiezione di essere andato a letto col nemico: pubblicare informazioni vere, di pubblico interesse con l'obiettivo di scoprire crimini, di smascherare bugie, anche quelle che vengono dal tuo governo, non è reato.

A quelli che sostengono che Assange non è un giornalista, forse non è chiaro cosa sia giornalismo:

“.. non esiste libertà di stampa se i giornalisti non sono liberi di scoprire e denunciare la criminalità di Stato senza finire ammazzati o passare la vita in galera.”

Troppi giornalisti in Italia e nella stessa America hanno voltato la faccia dall'altra parte, scegliendo di non voler approfondire le notizie che arrivavano da quei paesi lontani, scegliendo che fosse patriottico sostenere una guerra sporca e ingiusta (quella in Iraq e anche quella in Afghanistan). Essere giornalisti non significa riportare solo le veline dei portavoce militari o dei ministri:

C'è una famosa frase che sintetizza la funzione del giornalismo: se uno dice che fuori piove e un altro dice che fuori c’è il sole, il compito di un giornalista non è citare tutti e due, ma guardare fuori dalla finestra e scoprire cosa è vero.

Questo è quello che Stefania Limiti ha fatto, in un lavoro encomiabile, in questo libro dove si denuncia un'ingiustizia che ci riguarda da vicino: perché questa guerra è costata morti, sia civili che militari, anche italiani. E' una guerra costata miliardi, negli anni in cui si tagliavano fondi alla scuola e alla sanità.

E c'è un'altra questione importante: se Assange dovesse alla fine essere condannato (ad oggi il tribunale di Londra ha negato l'estradizione in America, ma c'è ancora l'appello), chi si azzarderà ancora a rendere pubblici dei documenti segreti come il video “collateral murder”?

Come potrà l'occidente, l'America ma anche noi italiani, tanto garantisti nei confronti dei potenti in difficoltà, permetterci di criticare una dittatura che affossa la libera stampa?

La condanna di Assange farebbe da effetto domino per poter consentire la condanna di altri giornalisti nel mondo. E' questa la democrazia che vogliamo?

Una democrazia che racconta bugie, che spia i propri cittadini con un sofisticato e costoso sistema di sorveglianza di massa?

Nel libro si parla anche dell'Italia anzi è stato proprio partendo da un caso italiano che Stefania Maurizi è entrata in contatto con Wikileaks, si tratta dell'emergenza rifiuti a Napoli, nel 2009, quando alla giornalista arrivò un file audio di una trascrizione audio, in cui l'assessore ai rifiuti Ganapini che spiega come si sia arrivati all'emergenza quando era disponibile una discarica come quella di Parco Saurino che avrebbe potuto raccogliere l'immondizia (che definiva il mistero della repubblica):

«Sai, quando il capo dei servizi segreti due volte ti dice: “Hai capito [?!] che è intervenuta la presidenza della Repubblica”, io o gli do dell’ubriaco a lui o ragiono».

Eccolo qua il volto del potere segreto, anche da noi, una strana commistione tra servizi, politica che ha avuto un ruolo nella crisi dei rifiuti (che poi aggravò la situazione del governo Prodi). All'epoca a gestire la crisi era De Gennaro, poi diventato direttore del DIS.

Ma è nei cabli che gli ambasciatori inviavano dal mondo a Washington e che Wikileaks pubblicò nel 2010 che viene fuori l'immagine che gli Stati Uniti hanno di noi: ci considerano il loro giardino di casa, un paese a cui, nonostante il nostro macchiavellismo, siamo un paese dove è possibile fare ottimi affari politici e militari.

Perché i nostri governi di centro destra e centri sinistra hanno opposto il segreto di stato che ha salvato gli agenti del nostro Sismi dalle condanne per il rapimento di Abu Omar, perché i ministri della giustizia, destra o sinistra, non hanno portato avanti le richieste dei mandati di arresto per gli agenti CIA, poi graziati dal presidente Napolitano.

l’ambasciatore spiegò a Letta che nulla danneggerebbe in modo più rapido e grave le relazioni [Italia-Usa] della scelta del governo italiano di inviare i mandati di arresto dei presunti agenti Cia

Questo è il vero volto del nostro alleato, quello che oggi, dopo gli accordi di Doha, ha abbandonato l'Afghanistan ai talebani a cui venti anni fa aveva dichiarato guerra. L'alleato che, sempre dai documenti pubblicati, si chiede che fine abbiamo fatto i soldi per gli stipendi delle forze afgane, tra l'altro addestrate dai nostri militari.

Che fine abbiano fatto i fondi donati dai governi per la ricostruzione, perché come in Italia “le strade venivano costruite non in base alle necessità, ma all’arbitrio dei potenti locali”.

In Italia in tanti anni nessun dibattito è stato fatto su come siano stati spesi gli 8 miliardi e mezzo della missione a Kabul (quante case, quanti ponti, quante scuole): un altro vanto del governo Berlusconi prima e dei successivi poi, aver sopito la discussione in questo paese sui morti, sui soldi, sui perché di questa guerra che all'inizio nessuno voleva.

Complice anche una buona parte della stampa che ha scelto, diversamente da Assange, Snowden, Manning, di non voler vedere, non prendere una posizione, non approfondire.

Nessun dubbio, nessuna domanda, nessun asilo politico a Snowden da parte dell'allora ministra Bonino perché «Non sussistono le condizioni giuridiche per accogliere la richiesta, che a giudizio del governo, d’altra parte, non è accoglibile neanche sul piano politico».

Conclude il libro con queste parole, la giornalista

L’obiettivo del complesso militare e d’intelligence degli Stati Uniti e dei loro alleati è distruggere WikiLeaks, far fuori un’organizzazione giornalistica che, per la prima volta nella storia, ha creato una crepa profonda e persistente in quel potere segreto..

Non dobbiamo dargliela vinta, dobbiamo sostenere Assange, dobbiamo proteggere i whistleblower, dobbiamo proteggere i giornalisti coraggiosi e le loro fonti, se vogliamo vivere in un paese dove a finire in carcere sono coloro che commettono crimini contro l'umanità (compresi i terroristi che qui nessuno giustifica o vuole difendere), non chi li rivela al mondo.

Il link per la puntata di Presadiretta – Processo al giornalismo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

31 agosto 2021

Presadiretta – processo al giornalismo

Un uomo 11 anni fa aveva previsto il disastro della missione militare in Afghanistan, è Julian Assange che però oggi è in carcere con l'accusa di essere una spia. Il suo processo è uno scandalo per quei paesi occidentali, compreso il nostro, che pretendono di esportare la democrazia.

Per la prima volta, sulla Rai, si parla del processo ad Assange e di Wikileaks, il sito che con le sue rivelazioni (ricevute da whistleblower degli apparati di sicurezza) aveva gettato luce sulla guerra al terrore scatenata dagli USA dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001: sono i documenti segreti che parlavano delle torture, dei crimini di guerra e della situazione della guerra sul campo dando una visione completamente diversa da quelli che erano i comunicati stampa ufficiali.

Assange è in carcere a Londra, in attesa che si concluda il processo di estradizione degli Stati Uniti (ad oggi si è concluso il primo grado): il racconto di Iacona parte da Ginevra, dove sono presenti le principali associazioni sui diritti civili.

In questa città in difesa del giornalista è stato organizzato un incontro dalla stampa, dove hanno parlato tra gli altri il sindaco della città e relatore Onu sui reati di tortura, Niels Melzer.

Sulla riva del lago sono presenti le statue dei tre maggiori whistleblower, Assange, Chelsea Manning e Edward Snowden, realizzate da un artista italiano, Davide Dormino.

Qui Iacona ha incontrato anche la compagna di Assange, l'avvocato Stella Morris, con cui il giornalista ha avuto due figli, che non vede da mesi per colpa del Covid.

“Non dirò ai miei figli che il padre è in prigione, perché in prigione ci sono persone cattive” – dice Stella Morris che è convinta che se Assange non uscirà dalla prigione, ne morirà dentro, perché lo avranno ucciso.

Assange è stato arrestato da Scotland Yard nell'aprile 2019: su quali basi legali un giornalista è in carcere, senza una condanna definitiva, in piena Europa, non in una dittatura? Che segreti del potere Assange ha rivelato?

Ha rivelato al mondo della strage di civili a Baghdad compiuta da soldati americani: è la strage che trovate su youtube cercando il video “collateral murder”, dove i piloti di un elicottero apache sparano a dei civili scambiati per terroristi. Sparano anche ad un furgone che stava soccorrendo un ferito scampato alle prime raffiche: i soldati si mettono anche a ridere, di fronte ai 18 morti, tra cui un giornalista della Reuters e il suo operatore. Tra i feriti di questa strage ci sono due bambini: colpa loro perché portano i bambini in battaglia – si sente dire da un pilota.

Questo video è stato consegnato a Wikileaks, dall'analista Chelsea Manning: questa piattaforma era stata creata pochi anni prima da uno strano giornalista australiano, Assange appunto. E' grazie a questo che è stata smontata la bugia dei soldati americani, secondo cui l'azione dell'elicottero rispettava le regole d'ingaggio.

Queste uccisioni di civili, in Iraq e anche in Afghanistan, hanno avuto un impatto forte sulla popolazione di questi paesi: ancora oggi il figlio di Saeed Chmagh non riesce a non piangere, pensando alla morte del padre, a Baghdad, un reporter che si ostinava a fare il suo lavoro nonostante i pericoli.

Saeed è stato ucciso, come un animale: nel video si vede che si trascina a fatica, dopo i primi spari: i piloti che lo hanno ucciso sono oggi liberi, gli americani non hanno posto le scuse alla famiglia, solo la Reuters è stata vicina alla sua famiglia, ma solo per un breve periodo.

Mosul è stata liberata dall'esercito iraqeno nel 2017 e oggi è ancora una città di macerie: qui vivono i familiari di Namir, l'operatore che lavorava con Saeed. Anche qui, i genitori, provano tanta rabbia contro gli americani e sono grati ad Assange e Wikileaks che gli ha consentito di vedere coi loro occhi la verità sulla morte del figlio.

Nell'aprile 2010 la pubblicazione di “collateral murder” cambia le regole del gioco, racconta la guerra per quello che è: per questo Wikileaks doveva essere chiuso, perché smontava la bugia della propaganda americana.

Dal 2010 Assange è finito in un calvario, che lo ha privato della libertà: prima gli anni dentro l'ambasciata dell'Ecuador, poi il carcere.

Dopo la pubblicazione del primo video, Assange annuncia la pubblicazione dei 400mila file dei report redatti dai soldati sul campo: sono gli Afghanistan War Logs e poi l'Iraq War Logs pubblicati assieme ad una serie di testate internazionali, tra cui anche l'Espresso e Der Spiegel.

Lo racconta Stefania Maurizi, la giornalista de l'Espresso e oggi del Fatto Quotidiano che ha iniziato a collaborare con Assange in quel periodo: grazie a Wikileaks il giornalismo aveva in mano dei documenti, non secretati, in tempo reale, della guerra.

Documenti sulla guerra, minuto per minuto, in Afghanistan e in Iraq: i massacri ai check point dove si sparava a tutto ciò che si muoveva, le torture in tutti i dettagli, le uccisioni di massa, le bombe tra le due fazioni, gli sciiti e i sunniti.

Questi report raccontavano già anni fa come la coalizione in Iraq e in Afghanistan non potesse vincere la guerra, per gli attentati, per le bombe degli insorgenti.

Di questa guerra in Iraq chi ha sofferto di più è stato il popolo iraqeno: altro che missione compiuta, come annunciò Bush sulla portaerei nel 2003, altro che missione compiuta, altro che libertà e pace, altro che ricostruzione. Nel 2003 l'Iraq piombò in una guerra civile che fece migliaia di morti.

Bradley Manning era un analista di 22 anni di stanza a Baghdad: chattando con un hacker americano, che poi lo denunciò al governo americano, Manning racconta la ragione del consegnare a Wikileaks dei documenti segreti sulla guerra. Perché il mondo deve sapere, le persone devono essere informate, devono conoscere il volto del “potere segreto”, quello composto dalla lobby delle armi, dalle strutture di intelligence, dalla grande finanza che va a braccetto con i primi due.

Chelsea Manning (come oggi si chiama) ha consegnato un'enorme quantità di materiale classificato che smontava in tempo reale la bufala della propaganda sulle guerre umanitaria: il potere segreto che poteva andare sopra i miliardi spesi per queste guerre, sul lager di Guantanamo, sui 15 mila morti civili in Iraq, sulle torture e sulle rendition (tra cui anche quella in Italia dell'imam Abu Omar).

Senza il suo coraggio, senza la pubblicazione delle schede degli arrestati a Guantanamo, non sapremmo nulla dei detenuti in questo lager: sono storie incredibili, persone reclutate da Al Qaeda per una lotteria e per questo spedite a Guantanamo, persone arrestate perché conoscevano i sentieri impervi dell'Afghanistan.

La guerra per esportare la democrazia è diventata subito una guerra sporca: lo dicono i documenti di Wikileaks, lo dicono le foto di Abu Ghraib pubblicate dal giornalista Seymour Hersh, che si era basato su un rapporto di un generale, Tabuga, che scelse di non nascondere le torture.

Altro che onore, dovere, patria: ad Abu Ghraib c'era solo omertà, come nella mafia.

Edward Snowden, ex analista dell'NSA, è un altro whistleblower di Wikileaks che rivelò al mondo dello spionaggio di stato su cittadini americani ed europei, degli omicidi compiuti dai droni (che non uccidono solo terroristi), delle rendition e delle torture di persone sospettate di essere terroristi, come il cittadino tedesco El-Masri o Abu Omar in Italia.

Tutte storie in cui i tribunali, la giustizia, le leggi, non potevano intervenire perché c'era il segreto di stato, perché in nome della sicurezza si bloccava tutto. Ma era un segreto di stato usato per nascondere torture e reati.

Il caso Abu Omar è l'unico che è approdato in un processo e che ha portato a delle condanne, sia degli agenti della Cia che del Sismi che collaborarono al rapimento: l'ex magistrato Spataro ha spiegato come il rapimento e la tortura non sono servite a salvare vite umane, a prevenire attentati. Siamo tornati al medioevo, alla tortura per ottenere una confessione, con un salto indietro di secoli, calpestando le convenzioni internazionali e la nostra Costituzione.

Ma poi il segreto di Stato ha salvato gli agenti della Cia, grazie a tutti i governi che si sono succeduti dal 2007 e alla grazie presidenziale: nei documenti inviati dalle ambasciate e che Wikileaks ha pubblicato (i cable-gate) emergono le pressioni fatte dal governo americano per bloccare l'azione dei magistrati italiani di Milano.

Ci sono le pressioni all'allora sottosegretario Enrico Letta per bloccare i pm di Milano e poi quelle all'allora ministro La Russa.

Non abbiamo chiesto l'estradizione di quegli agenti, “è una tradizione” dice Frattini oggi, come se fosse normale che un paese alleato calpesti la nostra sovranità nazionale.

Nei cabli pubblicati da Assange emerge come per gli americani l'Italia fosse il giardino di casa: il nostro paese ha dato assistenza per le missioni di guerra, ha bloccato le proteste dei pacifisti che potevano bloccare il materiale militare.

L'Italia è il posto eccellente per fare i nostri affari politici e militari – racconta l'ambasciatore Sembler riferendosi al governo Berlusconi.

A fine 2010 sulla testa di Assange piomba un'accusa terribile, quella di stupro nei confronti di due donne svedesi, nel corso di una sua visita.

Con queste due accuse la sua immagine inizia ad essere scalfita, perché si tratta di accuse infamanti: nel suo libro (“Il potere segreto” - Chiarelettere) la giornalista Stefania Maurizi racconta le stranezze dell'accusa della procuratrice svedese, le zone oscure, quanto le indagini si siano protratte a lungo per colpa della procura svedese e della corte inglese.

Anche il relatore per l'Onu sulla tortura, Nils Melzer, che si è letto le carte dell'istruttoria su Assange, è convinto che questo processo non abbia delle basi solide e che dietro abbia invece solo il tentativo di metterlo a tacere.

Assange avrebbe potuto essere interrogato a Londra dalla procuratrice svedese, che invece voleva per forza interrogarlo in Svezia, dove c'era il rischio che venisse estradato in America.

Dopo aver perso la battaglia per l'estradizione, Assange si rifugiò nell'ambasciata dell'Ecuador, dove rimane per sette lunghi anni, anni in cui il caso rimase incredibilmente aperto.

Anche qui diventa prezioso il lavoro di indagine della giornalista italiana: sono stati gli inglesi ad aver impostata la strategia di accusa con gli svedesi, nessuna interrogazione per via telematica, ma portare il caso per le lunghe per bloccare Assange che non può mettere il naso fuori dall'edificio circondato da poliziotti inglesi.

Assange rimane per sei anni rinchiuso in una piccola stanza, senza la luce del sole, senza poter respirare all'aria aperta: ma finché in presidente rimase Correa, il giornalista poteva stare tranquillo. Ma poi arrivò un altro presidente, più sensibile ai desiderata degli Stati Uniti, del Fondo Monetario: il governo Correa fu fatto cadere anche per le manovre della Cia, sostiene oggi l'ex presidente, che aveva fomentato una rivolta nel paese sudamericano.

Col nuovo presidente Moreno, la vita dentro l'ambasciata inizia a diventare un inferno: Assange inizia ad essere isolato, non può ricevere visite, il tutto per rendergli la vita difficile, per costringerlo a fare un passo falso.

Dentro l'ambasciata Assange era spiato: è quanto è emerso dallo scoop di un giornale spagnolo, El Pais, sulla UC Global di David Morales che spiò per gli americani Assange dentro l'ambasciata, in modo illegale, tutti i giorni.

Vengono spiati anche gli incontri dell'ambasciatore dell'Ecuador, gli incontri di Assange coi suoi avvocati, i cellulari dei visitatori compresi i codici Imei, tutte informazioni poi finite nelle mani dei servizi segreti americani.

Assange avrebbe potuto essere nominato diplomatico dall'Ecuador, per consentirgli di uscire dall'ambasciata senza il rischio di essere arrestato: lo si era deciso in una riunione del 21 dicembre, ma guarda caso il 22 dicembre gli Stati Uniti formalizzano un'accusa contro Assange, che evidentemente erano stati avvisati per tempo.

Nell'aprile del 2019 viene revocato nel 2019 e così la polizia inglese riuscì ad entrare dentro l'ambasciata per arrestarlo, in attesa del processo di estradizione.

Una detenzione crudele, ai limiti della tortura, per zittire un giornalista che aveva colpito questo potere segreto: Assange ha i sintomi di una tortura psicologica racconta a Iacona Niels Melzer “quando mi manderanno negli Stati Uniti quella sarà la mia condanna a morte” racconta Nils Melzer relatore speciale contro la tortura all'Onu, “se mi dovessero estradare farò in modo di non andarci vivo”.

Assange è sotto processo per una legge del 1917 che per la prima volta colpisce un giornalista: ma secondo il governo americano non è un giornalista, è solo uno che ha violato la sicurezza di chi collaborava con gli USA nei teatri di guerra.

Viene accusato anche di avere le mani sporche di sangue, ma si tratta di una bugia perché ad oggi non risulta nessun caso di analista, collaboratore, informatore ucciso per colpa di questi leaks. Non solo, Wikileaks ha filtrato la documentazione rivevuta da Assange e Snowden prima di pubblicarla.

Condannare Assange considerandolo come una spia significa condannare il giornalismo: come potranno poi gli Stati Uniti puntare il dito contro altre dittature che non amano la libertà di stampa?

Se Assange verrà condannato sarà un precedente per altri giornalisti che si dovessero permettere di pubblicare atti secretati.

Assange è perseguito perché ha sfidato la nazione più potente del mondo pubblicando notizie vere per informare le persone: la sua condanna è un deterrente per preservare il potere segreto, che protegge la criminalità di stato (le torture, i rapimenti come nel Cile di Pinochet), che consente alle aziende delle armi di continuare a fare affari.

Se Assange dovesse essere condannato, conclude la sua intervista Nils Melzer, “significa che noi viviamo in una tirannia”.

Questa è la partita dietro il processo ad Assange: in gioco è la democrazia dell'occidente e dentro ci siamo tutti, lo vediamo dalle immagini della caduta rovinosa di Kabul.

Le parole di Gino Strada sul suo Afghanistan, morto in questo agosto, diventano ancora più importanti: fino alla fine aveva denunciato questa guerra, senza senso, che è andata avanti da venti anni, che è costata 8,5 miliardi di euro, che ha reso questo paese più povero, che ha causato un flusso di 4 milione di profughi.

Una guerra persa, non solo dal punto di vista militare ma anche da quello dei diritti, per liberare le donne dal burqa, quando avremmo dovuto portare istruzione e lavoro.

La guerra si associa sempre con la bugia – continua Strada nell'intervista - si raccontano frottole per giustificare l'uccisione di persone, la scusa di aver ospitato Bin Laden non teneva, perché si era rifugiato al confine col Pakistan.

Ma il potere non ama la verità, per questo Assange è oggi sotto processo.

12 settembre 2016

Il nostro futuro: le pensioni e la guerra all'Isis a Presa diretta (parte prima)

“Nella terza puntata di PRESADIRETTA ancora inchieste sui temi più caldi dell’attualità.
Un lungo viaggio dentro la guerra. Partendo dall’Europa, dove il terrorismo fa parte ormai del nostro quotidiano,  fino alle zone più calde del conflitto in Iraq dove tutto è cominciato e lo Stato Islamico è nato.
E poi il futuro delle nostre pensioni con tutte le novità recentemente proposte dal governo, dagli aumenti per le minime alla possibilità di andare in pensione con qualche anno di anticipo”.

Lo scorso fine settimana il segretario di stato Kerry si è incontrato col suo pari grado russo, il ministro Lavrov, per firmare un'accordo per la fine delle ostilità in Siria: l'idea è aprire una fase di transizione politica che metta fine alle ostilità. Nell'accordo non si parla di mettere fine anche al regime di Assad in Siria, che è stato causa delle guerra civile nella quale si è poi inserito lo stato islamico (e della tragedia dei profughi in fuga dal conflitto verso l'Europa).
L'accordo tra USA e Russia servirà a trovare una strategia comune contro l'ISIS in Iraq e Siria?
E a che punto siamo con la guerra all'Isis?

Questo sarà uno dei due argomenti della puntata (l'altro riguarderà le pensioni): i giornalisti di Presa diretta si erano già occupati di Isis portando le telecamere nella Turchia dell'alleato Erdogan, mostrando la situazione nei territori curdi e lungo la frontiera, troppo permeabile ai traffici di armi (con l'Isis) e di petrolio.
Presa diretta era andata anche in Libia, l'avamposto dello stato islamico più vicino a noi, per raccontare la guerra per bande, gli attentati con le caserme della polizia.
Cosa sta succedendo a Mosul (dove i nostri soldati presidiano la diga)? Cosa sta succedendo a Bagdad (città senza pace sin dai tempi della guerra a Saddam Hussein del 2003)? E, soprattutto, cosa sta succedendo in Europa, nei nostri paesi, ora che i terroristi hanno dimostrato di saper colpire molto vicino a noi?

Che influenza hanno avuto e avranno sulla nostra politica (nei confronti degli immigrati, nei confronti dell'Islam) e sui nostri gesti quotidiani?



Sull'Huffington post si trova un'anticipazione del servizio che andrà in onda questa sera:
E’ inutile negarlo, dal Bataclan in poi viviamo tutti nel terrore perché abbiamo capito che la scia degli attentati dell’Isis non terminerà così presto. Mentre scrivo è altissimo il livello di sicurezza in tutta Europa e in particolare in Francia per possibili nuovi terribili attentati. Questa paura ha già cambiato le abitudini di decine di milioni di cittadini europei. Si sceglie con attenzione il posto per andare in vacanza, si sta attenti quando si è in mezzo alla folla, dentro una stazione ferroviaria, in un aeroporto. Ci si guarda attorno. Tutta la nostra vita è diventata una vita che “ci si guarda attorno”. Gli attentati si sono susseguiti uno dietro l’altro e il fatto che siano stati fatti tutti con modalità diverse non ci tranquillizza per niente perché dimostra che possiamo essere colpiti ovunque e con tutti i mezzi disponibili. Mohammed Bouhlel, il camionista franco-tunisino di Nizza, è stato capace di uccidere da solo 84 persone e ferirne centinaia, semplicemente usando un camion. E poi l’ISIS oramai non ha neanche bisogno di grandi organizzazioni visto che gli ultimi attacchi sono stati fatti dai “lupi solitari”, gente che fino al giorno prima era del tutto insospettabile. Ci colpisce, infine, la determinazione con la quale queste persone cerchino di fare più vittime possibili, colpendo nel mucchio e in maniera indiscriminata. Hanno un odio radicale nei nostri confronti al punto da schiacciarci come insetti. Un primo risultato, quelli dell’ISIS lo hanno già ottenuto, una prima battaglia l’hanno già vinta: ci hanno gettato nel terrore e ci costringono a vivere nella paura, a prendere decisioni politiche condizionate dalla paura. Ma c’è un’altra battaglia, ancora più importante per l’ISIS e che non dobbiamo assolutamente perdere.
Con le telecamere di PRESADIRETTA siamo stati per parecchi giorni a Nizza, dopo l’attentato del 14 luglio di quest’anno ed è incredibile quello che è successo in questa città, proprio sotto i nostri occhi. E’ stata subito ipotizzata una “rapida radicalizzazione dell’attentatore”, ricostruzione che peraltro ha sollevato dubbi e interrogativi tra i migliori giornalisti del mondo. Nonostante gli evidenti buchi neri delle indagini di polizia, nonostante non sia stata dimostrata l’appartenenza dell’attentatore ad una rete radicale islamica e nonostante i complici individuati siano stati subito rilasciati per mancanza di prove certe e nonostante la comunità islamica di Nizza abbia immediatamente condannato l’attentato e abbia espresso solidarietà a tutta la città, nonostante tutto questo, a Nizza in pochi giorni la parola “terrorista” e la parola “musulmano” sono diventati nella testa della gente la stessa cosa. Noi abbiamo filmato le urla, le grida, le proteste della gente durante i funerali di Stato, ma soprattutto abbiamo filmato le facce tese e le parole di odio che hanno creato all’interno delle nostre citta, all’interno delle banlieu, una prima trincea tra musulmani e non musulmani.
Questo è il vero gioco dell’ISIS, la vera posta in gioco, l’obiettivo degli attentatori: portare la guerra a casa nostra e creare così un terreno fertile per radicalizzare sempre più giovani musulmani. E noi non dovremmo, a rigor di logica, fare il loro gioco. Ma il problema è che ad ogni attentato crescono i serbatoi elettorali dei partiti populisti, isolazionisti e antieuropei, tutti di destra e tutti grandi produttori di “paura”, perché è la paura che li fa andare sempre più avanti. E le loro proposte per combattere il terrorismo alimentano la guerra sul fronte interno, al posto di disinnescarla, di spegnerla. Siamo stati pochi giorni fa nel piccolo villaggio francese di Brachay, a duecento chilometri da Parigi, dove ogni anno il 3 settembre si riapre la campagna politica del Front National di Marina Le Pen con una specie di Pontida francese. Quest’anno c’erano decine di migliaia di persone, famiglie intere con bambini. Tutti molto contenti, perché il Front National sta aumentando il suo bottino elettorale, l’exploit più grande lo ha raggiunto dopo gli attentati di Parigi, il 6 dicembre del 2015, quando alle elezioni regionali la Le Pen si è ritrovata in testa con quasi il 30% delle preferenze. Ed oggi, dopo l’attentato di Nizza e l’uccisione del sacerdote nella chiesa di Sant’Etienne, l’ultimo sondaggio la vede al suo massimo storico, 34%. Con questi numeri la Le Pen potrebbe vincere le prossime presidenziali che si terranno tra un anno esatto.
“Per tutti i cittadini francesi la migliore arma contro il terrorismo è il voto. È il voto che caccerà via questo governo e questo presidente che è debole e bugiardo!” – grida dal palco Marina Le Pen ed è talmente osannata dalla sua gente che fa persino fatica a finire le frasi, tante sono le urla, gli applausi, gli incoraggiamenti della folla. Tutta la scena è coperta da migliaia di bandiere francesi, che sventolano dappertutto, fin dietro il podio da dove Marina Le Pen sta parlando. “Patria”, “Nazione”, “Orgoglio”, “Dignità”, sono queste le parole che ricorrono di più nel suo comizio e i bravi musulmani se vogliono stare in pace con noi si devono integrare – “Il nostro modello è l’assimilazione, con l’obbligo per i nuovi francesi di seguire le regole di vita della comunità nazionale che li accoglie!” – scandisce dal palco. E poi se la prende con i migranti e le frontiere troppo aperte: “Vi ricordate? Già nel 2002 mi chiedevo quanti terroristi ci sono tra i migranti, quanti terroristi?!”. Infine, l’attacco finale, mortale all’Unione Europea, con queste parole: “Con questa Europa la Francia è condannata a subire, i francesi a diventare spettatori inerti della loro sofferenza. Ma, cari amici, niente di tutto questo è ineluttabile. Guardate gli inglesi! Hanno avuto questo coraggio! Contro tutti i profeti della sfortuna, hanno scelto i loro destino, hanno deciso di ridiventare padroni a casa loro e rifiutare l’Unione Europea! Hanno fatto la scelta dell’indipendenza! L’ho promesso, quando diventerò Presidente della Repubblica, il referendum sull’appartenenza all’Unione Europea lo faremo anche in Francia!”. Quindi, oltre a farci vivere nella paura, quelli dell’Isis con i loro attentati riescono a condizionare l’elettorato e la politica dell’Europa, un bel risultato per poche decine di migliaia di jihadisti dell’ISIS che vivono a Raqqa, un piccolo villaggio in mezzo al deserto siriano, sotto continui bombardamenti. A proposito, e la guerra sul campo come va? Chi sta vincendo sul “fronte orientale”? C’è un osservatorio speciale per rispondere a queste domande, è l’Iraq.
Con le telecamere di PRESADIRETTA siamo stati sul fronte di Falluja e di Mosul, abbiamo seguito da vicino le azioni di guerra, abbiamo parlato con i capi militari e con i soldati al fronte, abbiamo visto i villaggi appena liberati dal controllo dell’ISIS. Non è una guerra facile! E’ vero, la coalizione ha conquistato Falluja, ha preso qualche villaggio attorno a Mosul, ma sul fronte interno gli attentati continuano a sconquassare l’Iraq, mentre i villaggi vanno conquistati casa per casa. Ma l’Iraq è importante anche per capire la strategia politica e militare dell’ISIS, perché l’ISIS nasce in Iraq, perché Bagdad è la città che sta pagando il prezzo più alto in morti e feriti nella guerra contro l’Isis e infine perché se l’Iraq è così è colpa dell’Occidente, dell’intervento americano del 2003. E questa è una storia che vale la pena di essere raccontata. Una storia di terribili sofferenze per il popolo iracheno. Tredici anni di guerra civile, di distruzioni, di attentati, 250 mila morti tra combattenti e civili e un Paese che è stato riportato indietro di 50 anni, senza ospedali, scuole, infrastrutture, persino l’elettricità manca in uno dei più grandi produttori di petrolio. Questo è quello che ho visto a Bagdad. E la classe politica che ha sostituito Saddam Hussein è la più corrotta di tutta la regione. Ma soprattutto gli americani hanno distrutto l’Iraq come Stato, come Nazione. E non c’è da stupirsi che in Iraq si sia sempre sull’orlo di una guerra civile, tra le tante milizie armate, sciite e sunnite, pronte ad intervenire. Che poi è l’obiettivo preciso dell’ISIS, fare esplodere l’Iraq in mille pezzi e così destabilizzare l’intera Regione.
In Iraq, infine, abbiamo potuto constatare come le guerre si muovano veloci come le fiamme di un grande incendio. Finisce Falluja e scoppiano gli attentati a Bagdad. Si stringe l’assedio a Mosul ma intanto si alzano le fiamme in altre città e in tutta la Regione. Ancora l’Isis non è stato sconfitto che già si accendono altre guerre. Due sono le brutte notizie di queste settimane che confermano questo scenario che vi abbiamo appena raccontato. La prima, il fallimento dell’ultimo vertice tra Putin e Obama, una soluzione condivisa tra queste due grandi superpotenze sul futuro della Siria non c’è. La seconda, è che l’esercito della Turchia, un paese della Nato, è entrato in Siria per combattere i curdi siriani, che sono alleati della Nato e che insieme ai curdi iracheni sono quelli che la guerra all’Isis l’hanno fatta veramente. Ognuno dei Paesi che alimenta la coalizione contro l’ISIS ha in realtà interessi e nemici diversi, Gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita ce l’hanno con Assad, l’Iran e la Russia lo difendono, la Turchia ce l’ha con i curdi. E all’ISIS chi ci pensa? Una cosa è sicura, la guerra sarà ancora lunga.

La scheda del servizio La vera guerra dell'Isis:
LA VERA GUERRA DELL’ISIS, un grande reportage di PresaDiretta, che ha attraversato la guerra dentro e quella fuori. Il terrorismo che insanguina le strade delle nostre città e la guerra contro lo Stato Islamico che da troppi anni devasta la Siria e l’Iraq. Cosa accade davvero in Iraq, dove è nato il visionario progetto di creare uno Stato Islamico col sangue e col terrore? Quale è il prezzo che quel paese sta pagando e quale il risultato della scelta americana di abbattere il regime di Saddam Hussein?Le telecamere di PresaDiretta sono andate a Nizza, poche ore dopo l’attentato del luglio scorso, quando un uomo alla guida di un camion ha investito e travolto quasi 90 innocenti lungo la Promenade des Anglais. Sono andate in Iraq, al fronte dove si combatte contro i miliziani dello Stato Islamico e nelle città, attaccate quotidianamente con attentati suicidi. E nelle trincee dei Peshmerga, i combattenti curdi, quelli che la guerra all’Is la fanno davvero, che difendono il territorio centimetro su centimetro con il sogno di avere un futuro Stato Curdo indipendente. Loro la guerra la fanno con poche armi, vecchie e tanto coraggio.

27 ottobre 2015

Apologize - Blair e la guerra in Iraq

Blair non ha chiesto scusa, scrive Rondolino nel consueto articolo di risposta all'editoriale di Marco Travaglio sul FQ, che non si inventino le cose dunque.
Ma cosa ha detto nell'intervista alla CNN, l'ex primo ministro (più amato dalla sinistra italiana)?
He told Zakaria: “I apologise for the fact that the intelligence we received was wrong.[..]“I also apologise for some of the mistakes in planning and, certainly, our mistake in our understanding of what would happen once you removed the regime.”But Blair made clear that he still felt he made the right decision in backing the US invasion of Iraq to remove Saddam Hussein. He said: “I find it hard to apologise for removing Saddam.”
L'uso di informazioni sbagliate dall'intelligence (che non potrà difendersi), la gestione errata del post Saddam. Per questo si  scusa, ma non per l'innvasione.
In inglese come si dice arrampicarsi sugli specchi?
PS: sfugge forse a Rondolino e ai blairisti italici, che queste uscite di Blair servono a preparare il campo prima dell'uscita del report della commissione d'inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq.

07 ottobre 2015

Aiutiamoli a casa loro

Così, dalla parola siamo passati ai fatti: andremo a bombardare l'Isis (forse, perché quando si bombarda non si sa mai) in Iraq, ci dice la ministra competente.
Dopo aver informato i lettori del Corriere che nell'articolo di ieri scriveva proprio questo "come auspicato".
La presenza dell’Italia nella coalizione compie così un salto di qualità che il Corriere aveva auspicato il 9 e poi ancora il 28 settembre scorsi, ritenendo che il nostro Paese dovesse assumersi responsabilità maggiori della semplice ricognizione in quella che è ormai una guerra in piena regola contro i tagliagole dell’Isis.
Il giornalismo che si mette l'elmetto, come ai tempi della guerra al terrore in Afghanistan, che si trascina fino ad oggi.
Li aiuteremo a casa loro con i 4 caccia tornado che, speriamo a breve, verranno sostituiti dai caccia F35 (sperando che non venga un temporale) per la gioia degli americani che ce li vengono.

Il parlamento verrà informato e, certo, dovrà votare (approvando) l'azione militare.
Se poi ci scappano dei morti civili, beh, effetti collaterali.

08 maggio 2012

Lucarelli racconta - Nicola Calipari

E' il minimo che possiamo fare, per rappresentanti dello Stato come Nicola Calipari, che proprio per lo stato hanno dato quello che avevano di più caro, ovvero la propria vita.
Il racconto di  Lucarelli, ieri sera, ha ricostruito il percorso delle tre persone, la cui esistenza si è incrociata nella notte del 4 marzo 2005, sulla route Irish a Baghdad.
La vita di Mario Lozano, cresciuto nel Bronx ed entrato nell'esercito (nel 69 esimo reggimento della guardia nazionale) per sfuggire al degrado e ad un destino già scritto.
Giuliana Sgrena, che per mestere gira il mondo per raccontarci delle guerre: in Algeria, in Afghanistan e anche dell'Iraq, che la guerra del 2003 aveva reso più instabile, per gli attentati e i rapimenti delle cellule di Al Qaeda e dei fuorisuciti del partito Baath.

E infine, il poliziotto Nicola Calipari, figlio della riforma del corpo di polizia del 1981: il funzionario che non alzava la voce, capace di inspirare fiducia, autorevole ma non autoritario.
Lucarelli ci ha raccontato la sua carriera: dalla lotta alle ndrine a Cosenza negli anni 80, e anche in Australia.
L'approdo all'ufficio stranieri a Roma, dove insegnè agli agenti a dare del lei anche agli immigrati, si inventò il sistema degli appuntamenti per evitare le code agli sportelli.
Nel 2001, il passaggio al Sismi di Niccolò Pollari: un passo ben accolto, per il ritorno ad incarichi operativi dopo gli anni passati dietro una scrivania.
Come ha spiegato Giannuli, i servizi segreti nei pasesi occidentali hanno il compito di raccogliere informazioni in modo extra legale.
Questo il compito che Calipari iniziò a svolgere, specie nei paesi del medio  Oriente: sono gli anni della guerra al terrore prima, e della missione in Iraq poi, nel 2003.
La guerra contro Saddam era finita ufficialmente nel maggio 2003, ma solo sulla carta: il paese non era affatto stabilizzato, dopo il crollo del regime e i militari della coalizione (e anche gli italiani dopo le risoluzioni dell'Onu), non controllavano affatto tutto il paese.

Sono gli anni dei rapimenti: nel marzo 2004 il sequestro dei contractor Agliana, stefio, Cupertino e Quattrocchi.
"Adesso vi faccio vedere come muore un italiano" dirà ai suoi assassini Quattrocchi prima di essere ucciso.

Enzo Baldoni è rapito e ucciso nell'agosto dello stesso anno mentre cercava di portara degli aiuti umanitari a Najaf.
Poi tocca alle due Simone, Torretta e Pari, nel settembre: la tratattiva di Calipari (col canale aperto con gli Ulema Sunniti) porta alla liberazione dei due ostaggi.

Giuliana Sgrena viene rapita nel febbraio 2005, all'uscita della moschea nel centro dell'università "dei 2 fiumi" a Baghdad: Calipari si mette in azione, mobilitando la sua rete di informatori.
Il 4 marzo, tutto sembra risolto: sebbene i collaboratori della sua squadra testimonino di un Calipari molto nervoso (per il comportamento degli americani), la trattativa è andata come sperato.

Ma la liberazione si fermerà a poche centinaia di metri dall'aeroporto, per la raffica dello specialista Lozano, al posto di blocco 541, sulla route Irish.
Un posto di blocco non segnalato, che avrebbe dovuto essere smobilitato da un pezzo (visto che l'ambasciatore Negroponte era già passato).
Colpito alla testa, dopo che ha fatto scudo col suo corpo alla Sgrena, Calipari muore.

La commissione d'inchiesta americana (cui gli italiani partecipano senza poter però avere spazio d'azione) porta alla conclusione di un incidente possibile anche se deprecabile.

Una conclusione che è difficile accettare: gli americani sapevano della presenza di Calipari a Baghdad, probabilmente avevano tracciato sotto gps la sua auto e il suo cellulare.
Ma c'è una ragione di Stato, si dice, e ci sono anche le convensioni internazionali che prevedono che un soldato in missione all'estero sia processato solo nel suo paese.

Ma lo stesso rimane la sensazione che dovevamo fare qualcosa di più, per questo rappresentante dello stato che, in un momento critico, non ha esistato a fare il suo dovere. Almeno per la sua memoria, non possiamo limitarci a celebrarlo con qualche targa.

17 aprile 2011

Fair game (Caccia alla spia)



E' uscito in DVD il film "Fair game", di Doug Liman, con Sean Penn e Naomi Watts. E' la storia del caso Valerie Plame, esploso in America dopo l'attacco all'Iraq nella primavera del 2003.
L'agente della Cia che aveva indagato sul falso dossier dell'uranio del Niger venduto all'Iraq, e anche sull'industria nuleare di Saddam (che semplicemente non c'era, perchè era stata smantellata).

Non solo non venne creduta (lei e gli altri analisti del suo gruppo), ma quando il marito (senatore) Joseph Wilson (che era andato personalmente in Niger per verificare se fosse vera la storia dell'uranio) scrisse un articolo che smentiva Pentagono e Casa Bianca, fu investito dalla "macchina del fango". L'identità della moglie, come agente Cia, fu rivelata alla stampa, e la notizia uscì dagli uffici della vicepresidenza (il capo dello staff di Dick Cheney, Libby fu incriminato e condannato).

Bisognava distruggere la credibilità di Valerie Plame e del marito: l'idea che doveva arrivare al popolo americano è che Bush, il governo, il segretario di stato, avevano avuto ragione nell'attaccare quel paese.
Saddam aveva le armi di massa. E se anche non sono state ritrovate in seguito, non importa.
Wilson? Uno che ha solo speso soldi inutilmente. Uno in cerca di voti, per motivi personali.

La guerra in Iraq andava supportata, senza se e senza ma.

Pensavo a questo: oggi chi si ricorda più del nigergate? Una bufala cui contribuirono anche i nostri servizi segreti e buona parte degli organi di stampa italiani.
Una bufala che ha permesso la deposizione di Saddam, è vero, ma causando migliaia di vittime civili e militari. Per mettere le mani sul petrolio iraqeno.
Oggi in America si riescono a fare film del genere. Quanto è lontano quel paese: noi invece arriviamo a censurare uno spot su un documentario del premier, perchè mostra le immagini della madre.
Mi ricordo poi le polemiche quando uscì il Caimano, per quel finale in cui istigava contro i magistrati che l'avevano condannato (nel film).

Ma forse, per comprendere quanto sia lontana l'America dall'Italia basta pensare alla storia del Madoff dei Parioli.
Il Madoff originale se ne sta in carcere, con una condanna a fine pena mai.
Il Madoff de noantri invece, come ha raccontato nell'intervista riparatoria gentilmente concessa dal corriere della sera, tra processo breve, Cirielli e altro, quanto carcere farà?

Chi si ricorda più della verità, se i mezzi di informazione, se la politica, gioca col significato delle parole, se mente, e nessuno ne chiede più conto?

Una citazione dal film
:
Joe Wilson: The responsibility of a country is not in the hands of a privileged few. We are strong, and we are free from tyranny as long as each one of us remembers his or her duty as a citizen. Whether it's to report a pothole at the top of your street or lies in a State of the Union address, speak out! Ask those questions. Demand that truth. Democracy is not a free ride, man. I'm here to tell you. But, this is where we live. And if we do our job, this is where our children will live. God bless America.