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30 dicembre 2010

30 denari per l'accordo

30 euro netti al mese: questo è il guadagno che arriverà nelle tasche degli operai di Pomigliano (e probabilmente di Mirafiori) dopo l'accordo.

Accordo che si sta trasformando in una questione politica, contro Fiom, parte della sinistra, Vendola e Di Pietro.
Questione politica perché occupa le prime pagine di Libero e Il Giornale , come per la casa di Montecarlo e per il falso attentato a Fini.

Questione politica per come si sono montati i servizi del TG1 sull'accordo: oltre a parlare delle lettere a Il giornale, è andata in onda una serie di interviste a operai dello stabilimento campano.

Tutti d'accordo con la firma: perchè c'è il mutuo, perchè così si mantegono i posti, perchè sono aumentati i salari ..

Emergono due cose, infatti: che questo accordo, che presto prenderà piede per altre realtà e per altri rinnovi contrattuali, è peggiorativo per i lavoratori. Più straordinari, più flessibilità, turni più lunghi e la sovrapposizione tra la malattia da lavoro e l'assenteismo da lavoro.

Il secondo dato di fatto è che si è stabilito il principio che chi è a favore dell'accordo va bene, gli altri devono essere esclusi dal gioco.

L'accusa fatta a sindacati e operai è che dovevano dare una alternativa: forse han ragione. Ma il grande assente è stata la politica, in merito alle controproposte da portare a Marchionne.
Il governo che anziché arbitro, è stato tifoso, teso a dividere i sindacati. La sinistra divisa anche su Pomigliano e Mirafiori: dalle interviste a D'Alema si deve intendere che questo modello (autoritario? Drastico?) va bene al Partito Democratico.

Ora decideranno democraticamente i lavoratori con un referendum: peccato che decideranno dopo la firma. Un ricatto.

Giannini su Repubblica si chiede

c'è davvero qualcuno pronto a credere che questa sfida gigantesca si vince riducendo le pause di 10 minuti al giorno, o aumentando gli straordinari di 80 ore l'anno? E' vero che in Germania e in Francia le pause sono già da tempo minori che in Italia. Ma solo un cieco può non vedere che Volkswagen e Renault hanno livelli di produttività giapponesi, macinano utili e aumentano quote di mercato grazie all'innovazione di prodotto e di processo, prima ancora che all'incremento dei tempi di produzione."

Un'ultima cosa, a proposito dei presunti riformisti liberali: Marchionne dice che a Fiat non chiede aiuti allo Stato. Ma la “rinascita liberista” di Mirafiori si fonda sulla cassa integrazione straordinaria, cioè pagata dal Lingotto con i soldi dell'Inps.

Ovvero a gennaio la Fiat potrà distribuire il dividendo agli azionisti, mentre i suoi dipendenti vegono pagati dal contribuente.

04 ottobre 2010

Presa diretta senzafabbriche – seconda parte

Se nella prima parte si è parlato dello stato delle imprese nel distretto di Reggio Emilia, nella seconda parte di Presa diretta - Senzafabbriche si è raccontato del nuovo fenomeno di emigrazione di imprese verso la Svizzera, delle aziende Fiat (Pomigliano, Melfi e Termini Imerese) e del più grande caso di licenziamento di massa della storia. Il taglio ai precari della scuola.

Imprenditori all'estero.
Parlando del caso delle viti Costato, Domenico Iannacone ha avuto modo di raccontare delle tante imprese che ha fatica cercano di mantenere la produzione in Italia.
La Costato, a Cinisello Balsamo, è passata da 20 ml di pezzi a 5 milioni: hanno dovuto abbandonare i nuovi capannoni (ora occupati da una lavandieria di proprietà di cinesi) per la vecchia sede. Un ridimensionamento di volumi dovuto alla crisi, al blocco dei fidi da parte delle banche che non si sono fidate e che ha portato a non far lavorare i propri dipendenti per mesi.
Perchè, spiegava uno dei proprietari, l'azienda si deve confrontare con concorrenti che anziché pagare stipendi da 1000 euro (+1000 per il welfare), ne pagano 200 (+200 per il welfare). Chi compra se ne frega se quei 1000 euro sono anche per il suo welfare e cerca solo il prezzo più basso.
Eppure l'azienda Costato ha molti brevetti alle spalle, ha saputo innovare: ma oggi lo stato sembra non essere interessato a che loro continuino a lavorare. “Per lo stato noi siamo come una banca, perchè anticipiamo le imposte”: questo succede in Italia, dove per timore delle tasse da pagare si rinuncia alle commesse.

Con questa situazione si prende in considerazione l'idea della delocalizzazione all'estero: senza andare troppo lontano. La Svizzera, come ha raccontato il servizio, sembra oggi molto interessata ad attrarre imprese e creare posti di lavoro.
L'ente economico svizzero ha contattato la Costato che, assieme ad altre migliaia di imprenditori si è riunita nell'associazione “Imprese che resistono”: ma fino a quando?

Il modello di sviluppo svizzero.
Iannacone ha seguito il “viaggio della speranza” da Torino verso il cantone Vallesse di una ventina di piccoli imprenditori: il funzionario che segue la programmazione economica del cantone, Lupper, ha accolto le persone “Benvenuti in Svizzera”, illustrando da subito i benefici che avrebbero avuto trasferendosi lì.
Un sistema di imposizione basso, servizi gratis del cantone per la compilazione dei documenti, la ricerca del personale. Soprattutto un'esenzione fiscale per l'assunzione di dipendenti: per 5 anni se si assume meno di 10 anni e di più man mano che si assume più persone. Una sola aliquota del 7,4%, per il resto.
L'affitto dei capannoni costa 2 euro al metro quadro; bastano 3 mesi per i permessi di costruzione (latro che gli anni che servono in Italia): parliamo di zone ex agricole vicino ad autostrade e ferrovie. Non come Melfi, sperduta nella Basilicata.
E così l'Italia rischia di perdere la propria eccellenza industriale a discapito di un concorrente, la Svizzera, proprio grazie alle politiche fiscali messe in atto. In Svizzera la volontà politica è quella di creare nuovi posti di lavoro sani, in proiezione futura (oggi il tasso di disoccupazione è del 3%).
In Italia invece, pare che non ci siano altre prospettive se non chiedere la cassa integrazione.
Diceva uno di questi, dopo aver visto le meraviglie svizzere: “ci stanno costringendo ad andarcene .. non hanno capito niente”.

Cosa ha atto il governo, se si esclude la Cassa integrazione (che però può essere considerata una misura a breve termine, in attesa di una ripresa che non ci sarà): la Tremonti ter è scaduta a giugno ed è durata un solo anno.
E ora?

Il caso Fiat.
Per tenere i posti di lavoro in Italia la Fiat di Marchionne ha creato una newco “Fabbrica Italia”, con un nuovo contratto, in deroga al contratto collettivo nazionale.
A Pomigliano ci sono 5300 dipendenti: nel 2010 han lavorato poco o nulla, e alla ripresa della produzione, a settembre, pochissimo operai avevano voglia di parlare con il giornalista di Presadiretta: c'è un clima di intimidazione e la gente ha paura di parlare, si sente dire, dopo il referendum dei mesi passati.
Referendum che ha portato ad una spaccatura tra i sindacati e tra i lavoratori (a tutto vantaggio dei falchi tra politici e imprese): “Abbiamo votato, sì, perchè abbiamo famiglia”. E come dargli torto?
La paura nasce anche dal fatto che non sanno cosa succederà con la newco: verranno assunti tutti o solo quelli che han votato in un certo modo? Sarà un'adesione spontanea o, come si è detto, con la pistola alla tempia?
Andrea Amendola della Fiom illustrava i motivi del no: in caso di violazione di uno dei punti dell'accordo, il lavoratore rischia una sanzione disciplinare. L'azienda può chiedere fino a 120 ore di straordinario senza passare per i sindacati (prima erano solo 40 le ore concordate). Finite le 7,5 ore alla macchina, gli operai potrebbero dover rinunciare alla pausa mensa per continuare il lavoro.

Anna Solimeno parlava della sua situazione di lavoratrice Fiat, mamma e moglie. Dopo la pubblicità della Fiat (con la voce di Tognazzi dove si parla degli investimenti e dell'aumento della produzione) ha scritto una lettera aperta ai figli: la realtà è che raddoppieranno gli utili ai vertici della Fiat, ma anche i carichi dei dipendenti, che rischiano di diventare schiavi moderni.
Schiavi di un mercato in enorme crisi: chi comprerà tutte le auto che si produrranno?
Può passare così una politica del ricatto?

I licenziamenti di Melfi.
Lo sciopero da cui è partita tutta la storia, è stato indetto perchè qui la gente lavora per 15 gg facendo la produzione del mese. Per i restanti 15 gg rimane in cassa integrazione.
Durante lo sciopero 3 operai delegati Fiom sono stati accusati di bloccare la produzione, di fare sabotaggio e dunque licenziati.
In primo grado sono stati assolti, ma l'azienda si è rifiutata di farli rientare al lavoro.
Anche qui le stesse scene: operai che non parlano. Qui le lettere di licenziamento sono state consegnate davanti a tutti, per dare un segnale. “Colpirne uno ...”. E il risultato è che i delegati che hanno firmato la lettera di condanna ai licenziamenti, oggi si rifiutano di rispondere alla giornalista Lisa Iotti.

Questo licenziamento viene vissuto come una lesione all'attività sindacale nell'azienda e come un voler ledere il diritto allo sciopero: oggi i 3 rischiano un procedimento penale.
Marco Pignatelli, Giovanni Barozzino, Antonio La Morte.
Tra 2 giorni, il 6 ottobre, inizierà il processo di appello, ma forse ci vorranno mesi per avere una risposta dalla giustizia.

Termini Imerese.
I 2000 lavoratori di Termini Imerese il lavoro l'hanno già perso: nonostante le rassicurazioni dell'ex ministro Scajola dell'inverno 2009, la Fiat ha deciso di chiudere entro il 2011. Una promessa da marinai, verrebbe da dire (essendo ligure …).
Oggi cui c'è rassegnazione e stanchezza perchè oltre la Fiat e le aziende dell'indotto non c'è nulla.
Perchè qui la Fiat ha distrutto anche il futuro: ha distrutto spiagge e coste; il porto costruito per nulla si inotra nel mare per un buon tratto. Porto inutile perchè la Fiat per mandare via le auto, si appoggia a Catania.
E se gli operai della Fiat sperano nella cassa integrazione, quelli dell'indotto temono di non prendere nemmeno quella: “quando ad una persona manca il lavoro, manca la dignità .. arriva la morte dentro, prima della morte fuori”.
Poi c'è il caso della Magneti Marelli, dove a perdere il lavoro sono state solo le donne cpn contratto a termine: “le donne in Sicilia non possono lavorare”.

Chi dovrebbe occuparsi dello sviluppo a Termini è Invitalia, affidata a quel Giancarlo Innocenzi che si è dimesso dall'Agcom ..
Ci sono alcune proposte: Einstein multimedia vorrebbe costruire qui degli studio televisivi.
Cimino vorrebbe costruire auto elettriche e creare stazioni di rifornimento nell'isola.
Rossignolo, l'imprenditore che ha rilevato De Tomaso e una parte degli impianti Pininfarina, vorrebbe costruire auto di lusso.

Il problema sono i tempi della politica, troppo lunghi: la lista degli investitori sarà consegnata non prima di novembre.

Il licenziamento di massa nella scuola.
160000 persone tra professori e personale tecnico, verrà licenziato dalla scuola.
I precari lasciati a casa hanno protestato: il 12 settembre hanno bloccato lo stretto a Messina, altri hanno fatto uno sciopero della fame.
Tutto inutile: i tagli ci saranno. E sarà un taglio al lavoro, un taglio alla qualità della scuola e un taglio all'economia: un danno sociale che si avvertirà nei prossimi mesi.
Eppure continueranno i finanziamenti alla scuola privata: forse, dietro il piano del ministro Tremonti c'è la volontà di tagliare la scuola pubblica, perchè capace di sfornare menti pensanti.
Dice il ministro Gelmini che “20000 precari sono troppi”: ma troppi rispetto a cosa, visto che è gente che lavorava prima?

In Italia abbiamo un problema di futuro, di lavoro, di coesione sociale: il rischio è che la tensione sociale non farà che aumentare.

Per fortuna oggi attorno ad un tavolo si siederanno i sindacati e i vertici di Confindustria.
Chiederanno alla politica una revisione dei meccanismi di tutela per chi non ha lavoro, della fiscalità e dello sviluppo.
Cosa risponderà la politica?

19 luglio 2010

Le domande alla fiat (e al governo)


[..]
Le aziende in Francia e in Germania si stanno occupando dei nuovi mercati e, contemporaneamente, investono nel proprio Paese senza mettere in contrapposizione i diritti dei lavoratori con i piani industriali.
Ci poniamo quindi alcune domande alle quali riteniamo che gli azionisti, i dirigenti della Fiat ed i rappresentanti dei lavoratori debbano rispondere.
Come si spiega che l’industria dell’auto tedesca, con un accordo tra Merkel e sindacati, stia investendo nel proprio Paese per produzioni qualificate e di alto valore aggiunto?
Come si spiega che l’intenzione della Renault in Francia di chiudere stabilimenti e portare la produzione in Turchia sia stata definitivamente bloccata da Sarkozy?
Come si spiega che negli Usa gli aiuti pubblici alla Chrysler/Fiat sono stati vincolati da Obama allo sviluppo di produzioni a minor impatto ambientale, tanto è vero che la Fiat costruirà la 500 elettrica negli Usa?
Come si spiega che un operaio della Fiat prende millecinquecento euro medi netti al mese e quello tedesco a parità di mansioni ne percepisce più di tremila con una differenza del costo della vita solo del 20%?
Come si spiega che in Italia, dopo gli enormi finanziamenti pubblici, viene annunciata la chiusura della Fiat di Termini Imerese in Sicilia, per il 2011, con duemila posti di lavoro che saltano tra diretti e indiretti?
Come si spiega che a Melfi e a Mirafiori si licenziano delegati sindacali e lavoratori che esercitano il diritto sacrosanto della critica e dello sciopero?
Come si spiega che a Pomigliano i lavoratori debbano cancellare diritti previsti dai contratti e dalle leggi sotto il ricatto della chiusura dell’azienda e dei licenziamenti?
C’è qualcosa che non va. La sproporzione tra gli obiettivi dichiarati dall’azienda e le azioni concrete messe in atto contro i lavoratori è troppo grande. Per l’Italia dei Valori bisogna sostenere l’impresa non assistita, libera di agire sul mercato e rispettosa del Paese in cui opera, perché raggiunga la necessaria competitività e flessibilità date dalla concorrenza internazionale.

Siamo i primi sostenitori dell’investimento a Pomigliano e della ricerca di nuove imprese per Termini Imerese. E’ per questo che non capiamo i comportamenti della Fiat, a meno che la risposta non sia quella riportata recentemente da “il Sole 24 ore”, in cui si conferma l’intenzione della Fiat di separare nei prossimi mesi le attività industriali di Iveco e Cnh dal resto del Gruppo. Il Gruppo ha debiti consistenti che verrebbero distribuiti, a detta de “il Sole 24 ore”, sulla nuova società (Fiat Industrial) per il 60% mentre solo il 40% rimarrebbe a Fiat Spa con l’auto.

Quindi, ci chiediamo se la Fiat non stia creando un problema sociale enorme per ricontrattare con lo Stato e con il sistema bancario nuovi finanziamenti. In questo modo coprirebbe il vero problema, cioè quello del ripianamento del proprio debito, scaricando tutto sui lavoratori mentre gli azionisti decidono dividendi. E’ una storia già vista in Italia. Ci permettiamo di ricordare all’amministratore delegato Marchionne, che lui stesso dichiarò che “il problema della competitività dell’auto non dipende dal costo del lavoro che vale circa l’8% per unità di prodotto”.
Per l’Italia dei Valori la strada è chiusa. Non si possono cercare capri espiatori nei lavoratori che percepiscono 800 euro al mese quando sono in cassintegrazione, e quando lavorando non riescono più ad arrivare a fine mese. Con quale motivazione e partecipazione possono contribuire al buon andamento dell’impresa se non vengono rispettati?
Certo, siamo consapevoli che in Francia c’è Sarkozy, in Germania la Merkel, negli Usa Obama mentre in Italia il governo è assente. Ma questo non autorizza a sbagliare totalmente la strategia da opporre alla crisi. Non si possono bastonare i lavoratori e lisciare il pelo a chi ha la responsabilità di governare il Paese in un momento estremamente critico per l’economia e non fa nulla per risolvere il problema. [..]

02 luglio 2010

Io speriamo che me la cavo

Maurizio Sacconi è decisamente ottimista: "Penso che ce la facciamo. Mi dispiace per i tanti che tirano la sfiga, ma ce la facciamo ad avere la Panda a Pomigliano d’Arco".

Beato lui, il ministro, che è ottimista. Penso che a Pomigliano lo siano di meno.
Magari fosse solo una quesitone di gufi. E' anche una questione di ministri, impresa e sindacati.
E tutti devono fare il loro mestiere: che fine ha fatto il ministro dello sviluppo economico?

24 giugno 2010

Chi ci sta a Pomigliano

Se si fa un referendum, si presuppone che dietro ci sia una libera scelta, come Scegliere di aderire o meno all'accordo della Fiat, a Pomigliano.
Se però, dopo l'esito del voto si risponde con
«Impossibile trovare una condivisione con chi sta ostacolando il piano» e «lavoreremo chi ha detto sì al piano», allora si capisce cosa queste persone (i vertici della Fiat, i sindacati favorevoli all'accordo, i falchi di confindustria, i ministri..) intendano come libera scelta.

Quello che potrebbe succddere ora è che, per evitare di perdere i presunti investimenti, si arrivi ad nuovo caso Alitalia: si crea una newco, con dentro i lavoratori che accettano questo nuovo contratto.
Gli altri a casa.

E non è nemmeno detto che arrivi la Panda.

Il presidente di Confindustria "Ribadiamo ancora una volta che c'è un sindacato che non comprende le sfide che abbiamo davanti".
Se la sfida è livellare i paesi europei, e l'Italia, ai paesi del terzo mondo, è una sfida che non interessa.
Soprende che imprenditori che hanno accettato il piano Cai per privatizzare con i soldi pubblici un'azienda privata, lo scudo fiscale che ha permesso il rientro di capitali frutto di evasione (che non avran favorito gli imprenditori onesti), si permettano di parlare di sfide nei confronti dei sindacati e dei lavoratori.

L'unico verbo che pare comprendono è tagliare, licenziare ..

Perchè non si protesta contro i costi della politica (il comune di Roma e lo stipendio del sindaco), sprechi, evasione?

22 giugno 2010

Il giorno di Pomigliano

Comunque, il referendum a Pomigliano, vada sarà una sconfitta.
Per i lavoratori e per la Fiat, che da questo referendum si aspetta un plebiscito (un pò come i plebisciti che vengono richiesti e sventolati dalla politica .. e non è un caso) per poter avere mano libera.
E' una sconfitta dell'intera classe politica del meridione, che costringe i lavoratori a barattare il diritto al lavoro (che mi risulta ancora essere presente in Costituzione), con meno diritti alla malattia e allo sciopero.
E' una sconfitta degli imprenditori, perchè si sposa la teoria per cui per fare investimenti in Italia, si devono togliere regole e diritti.

Anche se passa il referendum, fortemente appoggiato da Marchionne, dalla politica locale e governativa (alla faccia delle accuse al sindacato di fare politica), ci sarà poco da festeggiare.

Specie se, come per Alitalia, si dovesse arrivare alla terza opzione di cui parla Repubblica, della newco, che separa bad company (i rompi scatole della Fiom) dalla good company ..


20 giugno 2010

La partita della nazionale

Non prendiamoci in giro - dice Marchionne - hanno scioperato per vedere la partita della nazionale. Succede questo, a Pomigliano e a Termini Imerese (dove 2200 persone sono finite per strada). Che la gente scioperi per vedere una partita (e non perchè la Fiat aveva rotto un accordo) alle 20.30 di sera.


Operai fannulloni: mica come quelli polacchi, disposti a sacrifici.
Ma se la Polonia è tutto quel paradiso che dice, perchè allora Marchionne è disposto a spostare la produzione della Panda dalla Polonia in Italia?
Sarà che forse non esiste più la Polonia di una volta?

La FIAT gioca molto sporco coi lavoratori. Quando trasferirono la produzione qui in Polonia ci dissero che se avessimo lavorato durissimo e superato tutti i limiti di produzione avremmo mantenuto il nostro posto di lavoro e ne avrebbero creati degli alti. E a Tychy lo abbiamo fatto. La fabbrica oggi è la più grande e produttiva d'Europa e non sono ammesse rimostranze all'amministrazione (fatta eccezione per quando i sindacati chiedono qualche bonus per i lavoratori più produttivi, o contrattano i turni del weekend) [la lettera degli operai di Tychy ai colleghi italiani]

A questo punto che se ne stia lontano, questo genere di impresa: meglio riconvertite l'industria campana (e tutto l'indotto) ad altro: magari a quel solare benedetto, che sarebbe sì una vera innovazione per il paese.
All'estero le imprese pensano ad auto ecologiche.

Domanda: a proposito di fannulloni, il 24 giugno pomeriggio, cosa faranno i nostri politici?

Dalla marcia dei 40000 alla marcia dei 5000: i capireparto e i quadri di Pomigliano hanno organizzato una fiaccolata (assieme al sindaco PDL) per il si all'accordo. Molti sono stati "precettati" via sms. Di certo il sindaco non sarà costretto alla catena di montaggio con la pausa ridotta ... Almeno ai tempi di Lauro, si davano i pacchi di pasta.

Sempre a proposito di mercato.
Referendum sul'acqua: un milione di firme contro la privatizzazione dell'acqua, contro il concetto "barbaro" che il mercato debba prevalere sul pubblico e occuparsi anche di beni essenziali.

L'emergenza che non è stata risolta: a Napoli e in Campania torna (se ne è mai andata) l'immondizia sulle strade. Sono finiti i soldi per smaltire le ecoballe, non ci sono i soldi per impostare una racoclta differenziata (la soluzione definitiva). A Secondigliano le ecoballe sono sorvegliate da vigilantes, che ogni tanto portano via il percolato.
I comuni che portano avanti la differenziata vengono commissariati (Camigliano, a Caserta) e temono che la gestione dei rifiuti venga delegata al privato (all'impresa, al mercato). Che interessi ha il privato? A fare cassa, o a fare meno rifiuti e tenere un ambiente più pulito?
Così come a Milano e in altre città, l'interesse è costruire altri inceneritori: perchè così gira il mercato, si appaltano i lavori ai privati.
Si inquina l'aria e si sprecano soldi pubblici: ma basta non dirle queste cose.. e siamo più felici.

Ecco, se questo è il mercato (e la politica che lo appoggia), che toglie diritti a chi lavora, che privatizza i ricavi e socializza i debiti, perchè il mondo è globalizzato e c'è sempre qualcuno più cinese di te e i lavoratori devono accettare le sfide (e gli imprenditori? perchè non mettono i soldi loro?), che stupra l'ambiente e poi non paga il conto (le trivellazioni autorizzate nei nostri mari), aridatece Carletto!

17 giugno 2010

Incredibile a Pomigliano

Il no della Fiom all'accordo (meno diritti in cambio di promesse per investimenti) della Fiat "è incredibile", per il presidente di Confindustria Marcegaglia.
Incredibile che oggi ci sia qualcuno che ancora lotta per i propri diritti?

Lo spiega Maurizio Landini (in un articolo del Sole 24 ore, quotidiano di Confindustria pagato anche con i contributi dello stato, questo sì che è incredibile):
Per il segretario della Fiom, Maurizio Landini «siamo di fronte a un ricatto, ai lavoratori viene chiesto: vuoi lavorare o chiudo la fabbrica? Il lavoratore deve scegliere tra vivere o morire. È chiaro che sceglierà di vivere». Per Landini «non si può sottoscrivere alcun accordo che leda i diritti indisponibili dei lavoratori».

Cosa sarà il prossimo passo: un referendum per far pagare di meno le donne che lavorano?

A proposito di assenteismo (accusa che quando arriva dalla politica fa solo ridere), leggo qui l'intervista dello stesso Landini sugli stabilimenti di Pomigliano.

16 giugno 2010

Spiegatemi una cosa

Spiegatemi una cosa: se i lavoratori e i sindacati (parte dei sindacati, l'ala estrema, viene chiamata dai giornali liberali) critica l'accordo imposto dalla Fiat, sono chiamati incoscienti, quelli che ostacolano gli investimenti. Un "sindacato paralizzato dal blocco ideologico" (Sacconi), "che fa un uso improprio della Costituzione" (Brunetta).

Viceversa i presidenti di regione (quelli della sanità e della scuola privatizzata, degli scandali) fanno bene a lanciare il grido di allarme contro la manovra, perchè "A rischio incostituzionalità".

Su Il fatto quotidiano di oggi, l'ex ministro Damiano commenta l'accordo:

Quali sono i punti che potrebbero essere imitati da altre aziende?
Quello relativo agli orari di lavoro e ai turni ricalca sostanzialmente l’accordo di Melfi, siglato molti anni fa. Si passa ai 18 turni settimanali, sei giorni su sette. La fruizione della mensa viene spostata a fine turno e non a metà, proprio come si fa a Melfi. Le pause di 40 minuti vengono ridotte a trenta. Ma oltre a questi aspetti l'accordo in discussione per Pomigliano ha una forte deroga per quanto riguarda il contratto nazionale di lavoro sul ricorso agli straordinari senza preventiva consultazione dei sindacati. E per ben 80 ore annue invece delle 40 stabilite dal contratto nazionale di lavoro. Comunque, tutto questo può essere alla base di un patto di scambio tra maggiore utilizzo degli impianti e miglioramento delle prestazioni da una parte, occupazione e sicurezza che non ci saranno altre delocalizzazioni dall’altra.

Ci sono però anche i punti sullo sciopero e sull’assenteismo
È vero. Si rischia di mettere in discussione il diritto di sciopero: questo è il punto più delicato, che riguarda un diritto costituzionale . Sull’assenteismo chi non lavora senza giustificazione fa del male ai lavoratori che si comportano correttamente e quindi è passibile di licenziamento. Non possiamo penalizzare, quindi chi è realmente malato. Si puniscano solo gli abusi. Gli strumenti sindacali ci sono

15 giugno 2010

Meno male che la CGIL (e la Fiom) c'è

“Se la Fiat - ha detto il segretario generale dei metalmeccanici Cgil Maurizio Landini - vuole mantenere la posizione del documento presentato l’altro giorno, il comitato centrale all’unanimità non considera possibile che quel testo venga firmato”.

Il documento della Fiat, ha spiegato Landini, “continua a mantenere profili di illegittimità giuridica, non solo sugli orari di lavoro ma anche per le malattie e il diritto di sciopero. Non comprendiamo il fatto che la Fiat voglia far passare l’idea che per investire bisogna cancellare i contratti e le leggi: sarebbe un grave danno per tutti”. “Domani - ha aggiunto il leader della Fiom - andremo al tavolo di trattativa (convocato dall’azienda, ndr), anche se c’è una cosa un po anomala: alla Fiom l’invito è stato mandato per conoscenza. Ci presenteremo a quel tavolo ribadendo questa posizione, perché su queste basi riteniamo possibile trovare un’intesa che sia in grado di garantire il lavoro”.

Quello che nessuno sembra voler capire è che oggi Pomigliano, domani tutte le altre realtà.
Perchè rinunciare a dei diritti per avere un lavoro, è contro la costituzione.

14 giugno 2010

Modello Pomigliano

Veramente parte di Confindustria, il governo in carica, i ministri Sacconi e Tremonti, pensano che il "modello Pomigliano" sia quello da esportare per altre realtà industriali (grandi, perchè nelle aziende piccole, spesso funziona già così), per i futuri rinnovi contrattuali?

Se è così, allora è inutile anche sedersi attorno ad un tavolo.
Perchè se per salvare Marchionne, la Fiat (come multinazionale e non come impresa italiana), la faccia all'esecutivo dobbiamo fare la concorrenza ai cinesi, non se ne parla nemmeno.
Che poi, a pensarci bene, esiste asempre qualcuno più cinese di te. Oggi, parte della produzione si sta spostando in Vietnam (o Malesia, Bangladesh, Taiwan), dopo i suicidi alla Foxconn.

E pensare che una volta Tremonti era contro la globalizzazione, a favore dei dazi. Che fine ha fatto quel politico? Come mai oggi sposa la tesi Marchionne?
Mentre a Berlino si pensa ad una revisione delle tassazioni (per far pagare di più chi ha più soldi), in Italia il bancomat si ferma ai soliti noti. Tanto sono fannuloni, si sente dire, sui giornali.

09 giugno 2010

Cosa c'è dietro Pomigliano

In una intervista al Tg Rai, l'amministratore Marchionne risponde alla domanda sul futuro di Pomigliano "chiedetelo ai lavoratori".
Suona come un piccolo ricatto: da una parte l'azienda che chede maggiori flessibilità in deroga al contratto nazionale, dall'altra la prospettiva di perdere il lavoro.
L'accordo Fiat Pomigliano potrebbe farà da apripista ai futuri accordi regionali, senza sindacati di mezzo.
Cosa chiede la Fiat ai lavoratori? Nessuno nei TG nazionali l'ha detto: dall'articolo di Salvatore Cannavò, sul Fatto quotidiano del 8 giugno

la vertenza su Pomigliano si è ormai incentrata sulla lista di “deroghe” al contratto nazionale ma anche ad alcune leggi dello Stato che la Fiat ha richiesto alle organizzazioni sindacali.
Si tratta di un documento di otto pagine in cui l’azienda torinese richiede la possibilità di derogare dalla legge sulla sicurezza (che prevede un minimo di 11 ore tra un turno e l’altro); di comandare straordinari sia nei giorni di riposo che nelle pause; di ridurre le pause da 40 a 30 minuti per un lavoro in linea di montaggio che è ancora definito usurante; di introdurre sanzioni per gli scioperi; di combattere l’assenteismo smettendo di pagare i giorni di malattia a carico dell’azienda (i primi tre) qualora si verifichino picchi di assenteismo troppo elevati. E altre cose ancora.
[..]
Marchionne finora ha mostrato un volto molto aggressivo con la minaccia esplicita di spostare la produzione in Serbia o in Polonia e arrivando a proporre il referendum tra i lavoratori per verificare se accettano o meno le condizioni chieste dall’azienda.
“Ma noi
non possiamo accettare un referendum che avesse come quesito la rinuncia al contratto nazionale di lavoro – spiega al Fatto , Giorgio Cremaschi, leader della sinistra Cgil – perché ci sono dei diritti che restano indisponibili.
In realtà – prosegue Cremaschi – la Fiat sta facendo da apripista totale a Sacconi e al federalismo contrattuale.
Le principali operazioni di revisione della Costituzione rischiano di passare in silenzio”.