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23 luglio 2026

I conti senza l’oste di Filippo Venturi

 

Giovedì 23 gennaio 2025, notte, a Bologna
Più si guarda intorno e più Baroni si rende conto di essere sfinito. Sta vivendo una di quelle serate in cui rimpiange di non essere rimasto a Massa Carrara per ripercorrere le orme del padre marmista, tra gli odori di pino e con il vento fresco di Marina che gli accarezza la faccia senza esagerare..

Pare che a Bologna non si riesca a risolvere un caso di omicidio senza ritrovarsi di mezzo l’oste, ovvero Emilio Zucchini, proprietario del ristorante “La vecchia Bologna”. Il famoso proverbio “fare i conti senza l’oste” assume qui, per il commissario iodice e la sua squadra, un nuovo significato: meglio assecondare le intuizioni e le indagini di “Zucca”, certo indagini un po’ spericolate, fatte girando la città, i vicoli del centro, lestrade che portano ai colli, con la Vespa gialla.

E pensare che in questa nuova indagine sembrava tutto facile: in una fredda notte di gennaio, la pattuglia del sovrintendente Baroni (quello delle amare riflessioni ad inizio libro) viene fermata da un’artista di strada, che ha sentito delle urla provenienti dall’interno di un ristorante.

Il volto che la torcia sta puntando gli restituisce l’immagine di un anziano, supino ed esanime, con il sangue che gli cola dalla testa per finire un po’ ovunque, sul collo, sul pavimento, sulla camicia, bianca solo a prima vista.
C’è un uomo disteso per terra, con una pozza di sangue attorno alla testa. E un altro uomo, enorme, scuro di pelle, con un portafoglio in mano. Non ci sono dubbi, un tentativo di furto finito in tragedia. Non ha dubbi il commissario Iodice, testa dura e pure piena di pregiudizi, specie contro immigrati e persone con la pelle di un colore diverso dal suo. Delfo, il proprietario del ristorante, è stato ucciso da Amir Mosafor, lavapiatti bengalese per di più muto (e per questo chiamato – con ironia – Marsò, come il famoso mimo Marcel Marceau).

Delfo era un pezzo importante della storia della ristorazione di Bologna: lo conoscevano tutti per la sua bravura ma anche per la sua gentilezza. Così la sua morte è un duro colpo per Emilio che in quel momento si trova di fronte ad altre difficoltà.
Primo di tutto l’iscrizione al programma “i 4 ristoranti” di Borghese: tutta colpa della sua Alice, la storica cameriera del suo locale a cui ha dato carta bianca per la pubblicità e per svecchiare l’immagine del ristorante.

Non basta il reality (e il dover recitare, il dover partecipare a questa gara), la notizia della morte dell’amico Delfo colpisce Zucca nel profondo. E poi arriva la colata del Seveso – lo scarico delle acque reflue – che inonda di fango (per essere gentili) il locale.
Quello è un segnale, Emilio l’ha capito. Anzi, è il segnale. L’allarme scattato. L’avviso che la sua cucina gli dà quando sta per accadere qualcosa di nefasto

No, lo show, la trasmissione di Borghese può aspettare: Emilio deve correre dal ristorante di Delfo per capire cosa è successo.

Perché Amir, che era amico di Delfo, suo braccio destro, uno di cui si fidava, lo avrebbe ucciso? Per una rapina? Emilio capisce che deve portare avanti la sua indagine, la soluzione semplice della polizia che sposa l’equazione immigrato = assassino non lo convince. Non si uccide una persona che si conosce da anni per fregargli i pochi soldi nel portafoglio.

«Facciamo così» le dice. «Io domani sera sarò a fare ’sto cavolo di programma, e tu non ti licenzi. Però, nel frattempo, vieni con me e mi aiuti a capire qualcosa della morte di Delfo. Ci stai?»
Tocca a lui e alla povera Alice risolvere ancora una volta questo caso che è subito esploso sui media e nelle televisioni che inzuppano il pane su queste storie, cavalcando la paura dei bravi cittadini.
Due giorni prima della morte di Delfo
Andrea Costa è di nuovo lì, a respirare aria di casa tra i suoi amati gradoni, sotto lo sguardo sobrio ma altezzoso della Torre di Maratona, che si erge illuminata dai riflettori del Dall’Ara.
In un racconto giallo, normalmente i personaggi della storia vengono presentati all’inizio: in questo libro dove il piano temporale si alterna tra i giorni precedenti la morte di Delfo a quelli successivi, incontriamo questo Andrea Costa, di cui sappiamo veramente poco. È tornato da Cuba da poco dopo essere stato via dalla sua Bologna per anni, ha lasciato lì la fidanzata e per motivi che non conosciamo è ora tornato a casa. In che modo la sua storia si intreccia con l’indagine sulla morte del ristoratore?

L’indagine si muoverà tra strane buche lasciate davanti casa di Delfo, sulla passione di Amir per le schedine (e per alcuni numeri che per lui hanno un significato importante) e su un fatto di cronaca avvenuto tanti anni prima che ha segnato nel profondo alcuni dei protagonisti della storia.
Come nei precedenti romanzi di Filippo, il passato di Bologna ha un ruolo fondamentale nello spiegare i perché del racconto. Chi vive a Bologna lo sa: “...nonostante il gelo, la nebbia, la polvere, l’asfalto spaccato con i binari ancora posati alla meno peggio, Bologna continua a essere la donna più bella del mondo. Lui Bologna la ama.”

E Bologna la si ama anche per le sue ferite: la bomba alla stazione, la strage al liceo Salvemini e, in questa storia, le ferite lasciate dalla banda della Uno Bianca.
I poliziotti che hanno infangato la loro divisa e che si sono resi responsabili della morte di 23 persone, uccise senza una ragione nel corso di rapine a supermercati o distributori. Colpevoli di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La storia della Uno Bianca è uno dei tanti, troppi, misteri d’Italia, nonostante le sentenze di condanna: c’era qualcuno dietro di loro?

La Strategia della tensione, ovvero creare terrore per spingere il governo a una reazione autoritaria, che fino ai primi anni Ottanta era stata l’arma per mantenere lo status quo, è superata. Serve un salto di qualità. L’Italia della Prima repubblica va cambiata, sia da un punto di vista politico sia sociale. Va distrutta. Annientata.
Come ha raccontato l’ex magistrato Giovanni Spinosa (ne l’Italia della Uno bianca), parliamo di delitti che avvenivano negli stessi anni in cui poteri oscuri dentro e fuori le istituzioni puntavano alla distruzione del sistema. Perché “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi...”

Pur rimanendo un giallo con una forte impronta ironica, Filippo Venturi riesce a toccare argomenti quanto mai attuali: la narrazione tossica dei fatti di cronaca, trasformati in arma di propaganda da parte di chi cavalca le paure della gente per prendere qualche voto in più.
La paura come strumento per condizionare la vita politica delle persone.
La memoria sui fatti tragici della Uno Bianca. E poi il mondo degli influencer e dei recensori dei ristoranti..

Ma, alla fine, chi ha ucciso Delfo? Come sono andate veramente le cose nel suo ristorante quella sera di gennaio? E come andrà a finire la gara con gli altri ristoratori per Emilio Zucchini?
Di una cosa possiamo essere certi:
“Ormai a Bologna” aveva pensato ineluttabilmente il buon Baroni “è proprio impossibile fare i conti senza l’ oste.”

La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


23 maggio 2026

Anteprima inchieste di Report – il mancato diritto allo studio, le piste dietro la Uno Bianca, gli allevamenti di polli e il caso dell’ispettore di Bankitalia

L’ispettore troppo solerte

Ad essere troppo zelanti nel fare il proprio dovere si rischia il posto.

È quello che è successo a Carlo Bertini, l’ispettore di Bankitalia che aveva denunciato , e raccontato anche a Report, come funzionavano le cose in MPS sulla vendita dei diamanti.

LAB REPORT: L'ISPETTORE

di Emanuele Bellano

collaborazione di Chiara D'Ambros, Madi Ferrucci

L’ispettore di Banca d’Italia Carlo Bertini aveva raccontato in un’intervista a Report di aver subito pressioni e comportamenti vessatori durante un’indagine sulla vendita di diamanti da parte di Monte dei Paschi di Siena. Oggi, a cinque anni da quella denuncia, non lavora più presso l’istituto. Che fine hanno fatto il procedimento penale per truffa relativo alla vendita dei diamanti, gli approfondimenti della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche e la segnalazione presentata all’Anac per la tutela dei whistleblower? La vicenda solleva interrogativi sulle conseguenze affrontate da chi decide di segnalare presunte irregolarità.

Il diritto allo studio


Il terremoto del 6 aprile 2009 a l’Aquila uccise 309 persone e oltre 1600 feriti. Gli sfollati furono 65 mila: persone costrette ad abbandonare le proprie case distrutte o messe in serio pericolo dalle scosse. Queste colpirono anche le scuole del capoluogo, decine di strutture furono distrutte o rese inagibili e sostituite poi con moduli provvisori o MUSP.
Così provvisori che ancora oggi, 17 anni dopo, sono usati dagli studenti costretti a studiare dentro container.

Dovevano durare solo 5 anni” spiega Massimo Prosperococco del comitato scuole sicure, siamo fuori tempo massimo. Chi garantisce agli studenti aquilani il diritto allo studio, i container danno un senso di precarietà ai ragazzi, “ci si sente spaesati” racconta Marcello Masci dirigente dell’Istituto Gianni Rodari. In questi anni migliaia di ragazzi sono cresciuti e si sono diplomati studiando nei moduli provvisori senza aver mai visto una scuola in muratura, senza una palestra, una biblioteca o un laboratorio.

Noi insegniamo in una scatola di latta” aggiunge Silvia Frezza insegnante, “ci sono infiltrazioni di acqua, ci sono rigurgiti di fogna, tapparelle che si rompono in continuazione, non c’è traspirazione, quindi caldissimo d’estate e freddissimo d’inverno. Non ci sono le condizioni di salute ottimali per tenere 8 ore al giorno migliaia di alunni e di alunne..”

Il piano di ricostruzione delle scuole prevede interventi in 18 istituti tra ristrutturazioni, demolizioni e ricostruzioni e scuole da fare ex novo. Ma a 17 anni dal terremoto ne sono stati ultimati solo quattro.


Ma anche a Palermo gli studenti non se la passano bene: ogni anno a Palermo l’amministrazione spende 6 ml di euro per affittare edifici adibiti a scuole, che di scuole hanno ben poco perché sono poco più che edifici fatiscenti. Il comune paga degli affitti esagerati aduna società di proprietà del costruttore Vassallo, quello del sacco di Palermo, genero di un capomafia. E questa storia va avanti da quasi 66 anni – racconta l’assessore regionale Ismaele La Vardera. Tutto nasce negli anni 70 quando su Palermo arrivarono enormi finanziamenti per edifici scolastici che non venivano realizzati per lungaggini burocratiche. E così lo stato doveva ricorrere al salvatore della patria Vassallo. Che nel frattempo aveva ricevuto da Ciancimino le licenze edilizie per costruire i palazzoni che hanno abbruttito la faccia di Palermo.

Sebbene non sia mai stato condannato, la commissione antimafia nel 1993 parlò apertamente di compromissione con la mafia. Piersanti Mattarella nel 1979, poco prima di morire, disse che se avesse toccato il sistema della locazioni per le scuole, avrebbe potuto morire.

Come avvenne nel giorno dell’Epifania del gennaio 1980.

Quante vale in Italia il diritto allo studio? E quanto sono sicure le nostre scuole?
Report racconterà del crollo della scuola s San Giovanni di Puglia in Molise il 31 ottobre 2002 per una scossa di terremoto: morirono 27 bambini e una maestra. Nonostante al processo emersero gravi carenze strutturali, norme edilizie non rispettate, nessuno pagò per questa tragedia. A Torino il 22 novembre 2008 per un crollo di un controsoffitto in una scuola causò la morte di uno studente diciasettenne e il ferimento di altri ragazzi. Le indagini scoprirono che la causa del crollo era la mancata manutenzione nelle scuole. Da allora il 22 novembre è stata dichiarata giornata nazionale per la sicurezza nelle scuole, ma nei fatti nulla è cambiato. Tra settembre 2024 e settembre 2025 sono stati registrati 71 crolli negli istituti scolastici, un numero in aumento rispetto al 2023 quando ne erano stati registrati 69. Il rapporto di Cittadinanzaattiva sulla sicurezza nelle scuole evidenzia anche 78365 infortuni capitati agli studenti, 7400 in più rispetto all’anno precedente. Nelle scuole che dovrebbero essere i luoghi più sicuri mancano di fatto gli interventi di manutenzione ordinaria come non vengono fatti nemmeno interventi straordinari – racconta a Report la segretaria di Cittadinanzattiva Anna Lisa Mandorino, “soprattutto non c’è un’attenzione continuativa a quelli che sono gli elementi più deboli strutturalmente di una scuola, che sono soffitti, solai, controsoffitti”

La scheda del servizio: SCUOLE DI LATTA di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

A diciassette anni dal sisma dell’Aquila, più di tremila studenti frequentano ancora lezioni nei container. Intanto, in molte scuole italiane si registrano episodi di degrado strutturale, controsoffitti che cedono e edifici dichiarati inagibili. Tra ritardi burocratici, mancanza di fondi e rimpalli di responsabilità tra enti locali e istituzioni, migliaia di studenti continuano a studiare in condizioni precarie.

Le piste nere dietro la Uno Bianca

Cosa c’è dietro la Uno Bianca – avevano chiesto a Fabio Savi in una intervista, dopo il processo e la condanna. Dietro la Uno bianca c'è soltanto i fanali, il paraurti e la targafu la risposta. Come a dire, siamo solo noi i responsabili delle rapine, degli assalti ai supermercati, di quelle morti (24 persone uccise e 103 ferite), molte delle quali ancora inspiegabili (come la strage al Pilastro).

La vicenda della Uno Bianca copre gli anni dal 1987 al 1994, con l’arresto della banda, cinque dei quali erano poliziotti in servizio, oggi in carcere.
Le indagini furono caratterizzare da molti depistaggi, come accaduto nelle indagini avvenute, negli stessi anni, sulle stragi di mafia.

A 30 anni di distanza ci sono nuove piste investigative, tali da ver indotto la Procura di Bologna a riaprire le indagini.
Ne parlerà domenica Report col servizio di Paolo Biondani: l’ex generale dei carabonieri Michele Riccio racconto di una telefonata ricevuta nel 1996 da un legale genovese dove racconta di un suo assistito, ex ufficiale dei carabinieri detenuto a Peschiera, che era entrato in contatto con Alberto Savi e ne aveva acquistato la fiducia. Savi – racconta il carabinieri – stava maturando l’intenzione di collaborare con la giustizia, avrebbe parlato delle connivenze con la Questura e dei servizi segreti. Riccio fece una relazione di servizio e la consegnò al generale Mori, suo superiore al Ros.

L’ex generale Mori, sempre assolto nei processi in cui è stato imputato, è oggi indagato a Firenze per la strage avvenuta nel 1993 per i reati di strage e associazione mafiosa perché non avrebbe impedito le stragi del ‘93 pur sapendo in anticipo che sarebbero avvenute.

Biondani fa una rivelazione rimasta nascosta per 34 anni: al centro ci sarebbe un ex agente del Sismi, Luigi Baratiri. Era un collaboratore dei servizi, portava in giro armi, si spacciava per un trafficante (erano gli anni successivi alla caduta del Muro di Berlino), per poi arrestare gli eventuali acquirenti.

Cosa c’entrano assieme queste due storie? Anni fa era uscito un libro per Chiarelettere, “L’Italia della Uno Bianca” scritto dal magistrato Giovanni Spinosa: il magistrato si era chiesto come mai la mafia, in quegli anni in cui aveva cambiato strategia nei confronti dello stato, con le bombe, coi ricatti, non avesse mai fatto attentati in Emilia Romagna. E se i delitti della Uno Bianca fossero una sorta di braccio armato della mafia per creare terrore nelle banche, negli uffici postali nelle strade?

Dietrologia? Beh, allora come si spiegano le rivendicazioni fatte dalla sigla “Falange armata”, la stessa che rivendicò le stragi di mafia nella stagione 1992-93, che dietro aveva i servizi?

Ancora una volta, una pista nera dove tutto si confonde, la destra estrema, pezzi dello stato, la mafia..


La pista nera che Report aveva raccontato lo scorso anno nell’anniversario della strage di Capaci, col racconto del pentito Lo Cicero che aveva parlato della presenza di Stefano Delle Chiaie a Capaci nei giorni della strage. Lo Cicero ne parlò col magistrato Donadio che scovò nell’archivio della Direzione Nazionale Antimafia la nota informativa del capitano Cavallo sparita da anni. Report aveva ricevuto da un anonimo l’audio del colloquio segreto tra Donadio e Lo Cicero: “era lui che ci mise nella testa a cosa nostra delle stragi” dice Lo Cicero che conferma anche la presenza di Delle Chiaie proprio a Capaci mentre si preparava la strage. E dietro Delle Chiaie chi c’era?

La scheda del servizio: LE PISTE NERE di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

E se la pista nera non fosse una, ma due? Se il coinvolgimento di esponenti dell’eversione neofascista nella strage di Bologna è stato accertato da sentenze definitive, restano ancora aperti numerosi interrogativi sugli omicidi e le stragi avvenuti tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90.

Le uova nei ristoranti

Dopo le inchieste sugli allevamenti intensivi dove spesso non vengono rispettare nemmeno le minime norme igieniche, dopo l’inchiesta sui macelli (Bervini a Mantova) dove si impacchettano anche pezzi di carne andata a male, domenica sera Giulia Innocenzi parlerà degli allevamenti di polli. Dove si massimizza il profitto a discapito della qualità di vita degli animale e anche della nostra salute.

Dobbiamo lavorare tutti assieme affinché finiscano le forme di demonizzazione nei confonti di alcuni reparti produttivi ” - così parlò il segretario di Coldiretti rivolgendosi all’amica Giorgia Meloni: ce l’ha con Report e i suoi servizi contro gli allevamenti intensivi. Basta con la demonizzazione di chi maltratta gli animali, li imbottisce di medicinali, non rispetta le norme igieniche. “LA nostra zootecnia è la più sostenibile nel mondo” ha continuato Prandini, “dobbiamo far chiudere queste trasmissioni? Sappiamo che non è possibile” eh, i bei tempi quando c’era LUI. Prandini pretende una trasmissione di lode ai suoi associati in prima serata Rai, su Telemeloni.

Peccato che non si tratti di poche mele marce, come vuole fare intendere PRandini

La scheda del servizio: LIQUIDO MAGICO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Qual è lo stato delle uova che vengono lavorate e destinate a pasticcerie e ristoranti?

Report è entrato in possesso di immagini esclusive provenienti dallo stabilimento Eurovo di Occhiobello, in provincia di Rovigo, al centro di una denuncia presentata da 58 lavoratori. A Lozzo Atestino, in provincia di Padova, cittadini e amministrazione comunale contestano inoltre il progetto di ampliamento dell’allevamento Fattorie Menesello — già oggetto di una precedente inchiesta di Report — che, secondo il piano presentato, potrebbe arrivare a ospitare fino a 1.300.000 galline, cioè oltre 600 ad abitante.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

28 marzo 2025

La banda della Uno Bianca, di Daniela Chironi


Questo volume fa parte della serie “Storia dei grandi segreti d’Italia” curata da Barbara Biscotti per il settimanale Oggi: la storia di questa banda di criminali, composta da poliziotti (ma non solo) che si sono resi responsabili di rapine e omicidi, si colloca di diritto dentro quelli che chiamiamo i misteri d’Italia. Perché nonostante le sentenze di condanna, nonostante le confessioni (e le ritrattazioni) dei fratelli Savi, il nucleo di questa banda, molti aspetti di questa vicenda rimangono ancora oggi poco chiari.

Il terrore viaggia su una Uno bianca

Morti: 24.
Feriti: 102.
Crimini compiuti (in prevalenza rapine a mano armata e aggressioni): 103.
Questo il bilancio – per tacere del terrore seminato – di sette anni di efferata attività di una delle bande criminali più temute di sempre, quella cosiddetta “della Uno bianca”, che ha tenuto sotto scacco, negli anni a cavallo tra la fine degli Ottanta e i primi Novanta, tutta l’area orientale della penisola situata tra l’Emilia Romagna e le Marche.
Sette anni nel corso dei quali non era nemmeno chiaro che tutte quelle feroci rapine alle banche e ai caselli autostradali, quegli atti violenti e gratuiti di stampo razzista come l’attacco mortale al campo nomadi di via Gobetti a Bologna o l’uccisione di due ragazzi senegalesi di San Mauro a Mare, Babou Cheick e Ndiaye Malik, fossero tutti attribuibili a una stessa mano.

La giornalista che ha curato questo volume ha diviso il racconto in più capitoli:

- i fatti contestati alla banda della Uno Bianca ovvero l’elenco delle rapine, degli assalti ai caselli e alle coop, le stragi, gli omicidi gratuiti commessi tra il 1987 e il 1994.

Una storia che l’autrice divide in quattro fasi:
1987: l’epoca degli assalti ai caselli con la Regata di Alberto Savi
1988-89: sono gli anni delle rapine ai supermercati fatte anche con l’uso di esplosivo

1990-91: alle rapine si associano diversi episodi criminali a sfondo razzista, sono gli anni in cui si registrano le maggiori violenze anche contro cittadini “colpevoli” di voler chiamare la polizia.
1992-94: gli anni delle rapine alle banche, ovvero atti criminali con dietro un obiettivo economico (il totale del bottino preso dalla banda è stati di quasi 2 miliardi di lire)

- il contesto ovvero la Bologna rossa negli anni a cavallo tra prima e seconda repubblica, col crollo del Muro di Berlino e la fine del PCI, Bologna che si credeva essere isola felice

- la rete del mistero, ovvero tutti i punti rimasti oscuri, le domande senza risposta nonostante le sentenze passate in giudicato: il perché di alcuni delitti gratuiti, come mai la strage del Pilastro, coi tre carabinieri morti, come mai una volta che i fratelli Savi si sono resi conto di essere pedinati dalla polizia non si sono sbarazzati delle armi?

Sono emersi dei dubbi persino sulla versione ufficiale della svolta alle indagini, quando nel novembre del 1994 i due ispettori della Questura di Rimini, Baglioni e Costanza, si incrociarono portando all’identificazione di Fabio Savi, “lo stangone”, il secondo dei fratelli Savi, l’unico non poliziotto della banda, che così venne identificato.
Secondo Fabio, quel giorno non guidava una Tipo bianca e non avrebbe potuto seguire quel tragitto fino al suo appartamento..
C’è stata una soffiata alla Questura di Rimini che ha portato ai fratelli Savi? Magari della fidanzata di Fabio, Eva Mikula?
C’è poi il filone dei depistaggi (del brigadiere Macauda sul doppio delitti dei carabinieri Stasi ed Erriu), la pista sulla “quinta mafia” nel bolognese, le rapine alle coop per cui furono indagati degli esponenti della Camorra, poi finiti assolti dopo le confessioni e le ammissioni di colpa dei Savi.

Si parla anche dei suggestivi collegamenti con i colpi della banda del Brabante Vallone operativa in Belgio nei primi anni 80, stessa tecnica, stessa ferocia negli assalti ai supermercati. Si scoprì poi che i membri di questo gruppo criminale erano legati al mondo militare e a Gladio.
Altro punto ancora coperto da un velo di mistero riguarda le rivendicazioni dei colpi fatte da questa sigla, la Falange Armata: delle quasi 500 telefonate, 221 riguardavano proprio la Uno bianca.

Anche per l’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore del carcere milanese di Opera avvenuto il giorno 11 gennaio 1990 fu rivendicato da questa sigla (che si ritiene legata ad esponenti di Gladio e del Sismi): qui c’è un altro sinistro contatto con la Uno bianca, il killer della ndrangheta ha usato come arma la Colt 357 usata poi da Roberto Savi.

Nelle inchieste non è stato abbastanza approfondito il tema delle armi ovvero se i Savi avessero venduto le armi alla criminalità organizzata.
Non solo, quando nel corso delle indagini per un delitti compiuto dalla banda dove fu usato un fucile AR 70, si cercarono tutti i possessori in Italia. Tra questi anche Roberto Savi (che, cosa strana, sparava con un arma registrata a suo nome): agli inquirenti Roberto portò un secondo fucile appena acquistato, ma nessuno fece controlli sul primo fucile, quello che aveva sparato.

- Il Tribunale e la pubblica opinione

Le fulminee confessioni dei Savi autoaccusatisi di tutti i reati della Uno bianca è servita a placare la rabbia dei familiari delle vittime ma anche a far passare una versione di comodo di questa strana banda criminale, ovvero una "impresa criminale a natura familiare".

Una verità di comodo che ha consentito a calare una coltre di nebbia su tutti i punti aperti ma non l’ansia di giustizia dei familiari delle vittime alcuni dei quali, durante il processo, hanno ricevuto delle telefonate di minacce. C’è qualche altro responsabile che è rimasto impunito?

Tra l’altro, solo dopo le condanne sono arrivate le ritrattazioni da parte degli stessi Savi, per esempio su come i due ispettori, Baglioni e Costanza, si sono imbattuti nell’auto di Fabio Savi.

- I punti aperti

Ci sono ancora tante domande senza risposta su questa banda che rapinava e assaltava banche e supermercati, uccidendo persone a volte senza nemmeno prendersi i soldi.

C’è la questione dei legami con la criminalità organizzata. Ci sono le intimidazioni ai parenti delle vittime, chi ha telefonato?

Ci sono quei capelli in mano a Primo Zecchi, una delle tante vittime dei Savi, ucciso perché stava facendo il suo dovere da cittadino.

Sarebbe interessante consultare l'archivio o gli archivi dei servizi: secondo il Giudice Spinosa (autore del libro uscito per Chiarelettere l’Italia della Uno Bianca): quello della Uno bianca è stato un attacco allo stato per destabilizzare Emilia Romagna, come le bombe della mafia della stagione 1992-93.

Ma forse non lo sapremo mai.

- Le conseguenze

Ci sono le famiglie straziate dal dolore, i familiari delle vittime che si sono raccolti in associazione. E poi ci sono i colpevoli: i tre fratelli Savi sono ancora detenuti, mentre gli altri comprimari o hanno patteggiato una pena oppure sono in libertà avendo già scontato la condanna.

Ma rimangono i dubbi ancora aperti: per evitare che una storia del genere possa ripetersi – conclude l’autrice, è importante continuare a provare a dare una risposta a questi punti poco chiari.

La scheda del libro sul sito di Edicola Shop e su quello della Gazzetta

- Chi sono i protagonisti di questa vicenda, ladri feroci e sanguinari? Terroristi? Strumenti in mano a poteri occulti o alle grandi orga- nizzazioni criminali? Dal 1987 al 1994, un gruppo di misteriosi banditi si muove a bordo di una Fiat Uno bianca seminando terrore e morte in Emilia-Romagna. Sono tiratori esperti, sanno maneg- giare l'esplosivo e conoscono la tecnica dell'assalto, con la quale aggrediscono i portavalori. Puntano a caselli autostradali, super- mercati, uffici postali, pompe di benzina e banche, ma fra i bersagli finiscono anche campi nomadi, stranieri e forze dell'ordine. Spa- rano senza esitare e senza un apparente motivo. Questi rapinatori assassini sono i fratelli Savi e i loro complici. E, tranne Fabio, sono tutti poliziotti.
-DIETRO LA UNO BIANCA CI SONO LA TARGA, I FANALI E IL PARAURTI. BASTA, NON C'È NIENT'ALTRO.- (FABIO SAVI, MEMBRO DELLA BANDA DELLA UNO BIANCA)

10 aprile 2012

L'Italia della Uno bianca - pretesti di lettura

Alcuni spezzoni dal libro "L'Italia della Uno bianca", di Giovanni Spinosa.



"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio.


"Il vero business dei Savi era il traffico di armi intessuto con elementi della criminalità catanese e campana."
pagina 359


"Se fossimo stati arrestati qualcuno ci avrebbe tirato fuori."
Roberto Savi rassicura il fratello, 21 novembre 1994.
pagina 9


"Roberto Savi non sa nemmeno a chi ha sparato; non gli interessa. È una verifica che devono fare i periti." [riferendosi all'omicidio della guardia giurata per la rapina alla coop di Rimini]
pagina 318 


"La storia dei fratelli Savi è la storia di un grande depistaggio... con i delitti finalizzati a inserire in un contesto di serialità altri delitti più gravi."
pagina 330


"- Fai quello che devi fare. - Ti devo sparare."
Roberto e Fabio Savi.
pagina 303-304


"Sa fet, delinquent! (Cosa fate, delinquenti!)."
Le ultime parole di Adolfino Alessandri, colpito a morte senza un perché.
pagina 115


"I dieci anni di 'furia omicida' di Cosa nostra (dal Natale 1984 all'aprile del 1994) si sovrappongono quasi integralmente ai sette anni di furore omicida della Uno bianca."
pagina 408


"La Uno bianca era un timbro."
Alberto Savi.
pagina 380


"Chissà che questo libro, oltre a sbugiardare le comode 'verità' della Uno bianca, non convinca qualcuno che sa a parlare."
Marco Travaglio, nell'introduzione al libro. 


L'intervista a Giovanni Spinosa su Affaritaliani riportata su Cadoinpiedi:



Sono passati 17 anni dall'ultima azione della banda della Uno Bianca. Perché scrivere ora questo libro?
"Ho iniziato a occuparmi della Uno Bianca nel 1988, quando ero alla Procura di Bologna. Ho sempre seguito una certa strada, sono sempre stato convinto che le loro azioni si inserissero in un contesto criminale molto più ampio. Questo anche se all'inizio non era facile collegare tutte le vicende. Quando sono stati arrestati i fratelli Savi, fin dai primi interrogatori fui convinto che dicessero un sacco di bugie. Al processo per l'eccidio del Pilastro capii che avevo ragione. La sentenza diede ragione alla mia tesi, ovvero che i Savi rientravano in un grande disegno della criminalità organizzata nel quale facevano parte personaggi contigui alla trattativa con i servizi segreti per la liberazione del camorrista Cirillo. Tutto questo viene scritto nella sentenza e io pensavo di avercela fatta, di essere riuscito a scardinare l'interpretazione che si era data della Uno Bianca. Poi mi sono accorto che non era così. A quel punto mi sono reso conto che non c'era più spazio, ho restituito tutte le deleghe e non mi sono mai più occupato della vicenda. Non ho mai letto un libro o visto film, niente di niente... quando vedevo degli articoli sui giornali chiudevo gli occhi e andavo oltre. Poi due anni fa mi hanno proposto un'intervista per una trasmissione televisiva e mi sono lasciato convincere. Per me è stato molto difficile sul piano umano risalire la scaletta e prendere dal mio ripostiglio le fotocopie di tutti gli atti della Uno Bianca. Poi però non si è più fatto vivo nessuno. Nonostante questo, il programma l'hanno fatto comunque e ancora una volta ho visto le solite banalità. Mi sono cadute le braccia. A questo punto ho pensato che avevo il dovere di scrivere qualcosa. Davvero. Non sono uno scrittore, e dopo questo non scriverò altri libri. Scrivo e voglio continuare a scrivere solo atti giudiziari".


Perché media e giustizia si sono appiattiti su una versione, come la definisce lei, "semplicistica" sulla vicenda Uno Bianca?
"Non lo so, non l'ho mai capito. Il giorno che uscii la sentenza del processo Medda il giudice venne autorizzato a fare una conferenza stampa nel quale disse: 'Crediamo che i Savi fossero al Pilastro insieme a soggetti legati ad ambienti camorristi'. Lo ha detto pubblicamente. Io non so come sia stato possibile fare finta di niente. Credo ci siano anche dei fattori psicologici da tenere in considerazione. Non si vedeva l'ora di risolvere la questione perché la gente aveva paura. Ma non si è tenuto conto di dati di fatto inconfutabili. Dal 1984 all'Italia c'è uno stragismo mafioso. Si è voluto a un certo punto andare dietro alle piste eversive e al concetto delle 'schegge impazzite' che ripercorrono Gladio, la banda del Brabante Vallone e tutto il resto. Dimenticando che dalle bombe sul rapido 904 del 1984 messe da Pippo Calò lo stragismo è legato alle azioni della mafia. Poi può essere anche eversivo, ma il primo aggettivo da mettergli di fianco è senza dubbio mafioso. E' uno stragismo diverso da quello precedente. Le bombe di piazza Fontana e piazza della Loggia erano azioni golpiste. Ma dal 1984 lo stragismo magioso ha pochi golpe da fare visto che in buona parte lo Stato sono loro. Era evidente che i Savi si inserissero all'interno di un ingranaggio molto più vasto e complesso".


Com'è possibile che nei vari processi si sceglie di credere sempre alle confessioni dei Savi e tralasciare invece le parecchie testimonianze di cittadini e vittime delle rapine o violenze?
"La risposta alla sua domanda è una frase di Roberto Savi. A un certo punto il perito Farneti smentisce la ricostruzione che sta facendo di una delle loro rapine e lui risponde: 'Farneti può dire quello che vuole, perché solo chi c'era può dire quello che è successo'. Questa frase è stata come un macigno messo sopra le indagini. Allora o si ha la capacità di operare una lettura organica e di cogliere i fatti nel loro insieme e vedere come messi uno di fianco all'altro hanno una coerenza, oppure l'affermazione di Savi ti tappa la bocca ed è impossibile avere la forza di controbattere. Era difficile, davvero difficile, andare contro il comune senso di liberazione che c'era nel pensare di aver trovato i colpevoli. Era complicato dire: 'Fermi tutti, non è vero niente'. E invece i Savi avevano messo in atto una radicale organizzazione del depistaggio".


Che ruolo hanno allora i Savi nella storia della Uno Bianca?
"Sono l'ultimo anello. Ci sono degli episodi clamorosi, dove è evidente che c'è qualcosa che passa sopra le loro teste. Una volta dicono di aver parcheggiato l'auto in un posto ma viene ritrovata da tutt'altra parte. Un'altra volta viene ritrovato nella loro auto il bossolo di un revolver che i Savi non hanno mai avuto. La Corte d'Assise deve arrivare a ipotizare che il bossolo è stato esploso da un'arma rubata dai Savi durante una rapina dei quali entrambi hanno perso il ricordo e della quale non c'è traccia. E rubare una calibro 357 non è una cosa che passa molto inosservata. In molti casi i Savi non erano nemmeno consapevoli di quello che stava accadendo".


Che cosa ci guadagnano a confessare colpe non loro?
"I Savi sono segnati. E' dal 30 gennaio 1988 che la loro condanna all'ergastolo è inevitabile. La domanda da fare allora è un'altra: 'che cosa sarebbe cambiato se loro avessero detto che si erano limitati a fornire le armi?'. Dal punto di vista giudiziario, avrebbero comunque avuto l'ergastolo. Ammettere di aver agito insieme a personaggi della criminalità organizzata poteva portargli il rischio di un regime carcerario più duro. Senza contare l'argomento dei benefici penitenziari: chi viene condannato per reati di mafia deve dimostrare la rottura dei rapporti con il mondo esterno. Loro invece oggi non devono dimostrare nulla perché ufficialmente hanno fatto tutto da soli. E poi non si dimentichi che a un certo punto i Savi provano a parlare. Dopo il primo ergastolo Roberto dice che ha raccontato una valanga di bugie. Lo ripete anche Alberto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere facendo anche dei nomi di personaggi di Poggiomarino. Ma non è stato fatto niente per indagare. La versione della 'banda famigliare' era troppo comoda". 


Nell'estate 1993 le principali città italiane vengono colpite dalle bombe: Milano, Firenze, Roma. Come mai Bologna viene risparmiata?
"Perché Bologna aveva la Uno Bianca. Mi venne immediatamente in mente in quell'estate. Quando nel novembre dell'anno dopo vengono preso i Savi ho capito tutto. Poi recentemente vengo anche a sapere che per gli attentati di quel luglio erano state usate della Fiat Uno. C'è addirittura un pentito che racconta che a costo di rubare una Fiat Uno è arrivato fin sotto una questura. Qualcosa vorrà dire".


Come ha reagito quando è stato isolato all'interno della Procura di Bologna?
"Io sono un magistrato, e lavoro in un ufficio gerarchico. Ho capito che la mia linea non era condivisa e mi sono tolto di mezzo. Per me è stata una sofferenza, non volevo andarmene via. Però sentivo davvero di essere diventato una specie di capro espiatorio, anche per gli organi di stampa".


Pensa che qualcuno possa definire il suo libro come "complottista"?
"L'esplosivo del 1984 è lo stesso delle bombe degli attentati di via D'Amelio e di Capaci. Questi sono dati di fatto. Io credo di aver dimostrato con molteplici fatti che i Savi non erano soli e che hanno preparato un depistaggio gigantesco. Non volerlo capire significa rassegnarsi a non scoprire la verità su una pagina oscura della storia del nostro Paese. L'esistenza di un complotto sta nei fatti e non nei libri".


Recentemente è uscito Occhipinti dal carcere, uno di quelli che avrebbero aiutato i Savi nelle loro rapine. Pensa che il caso si possa riaprire?
"Spero sinceramente di sì. E ci credo, anche".


Lei è stato uno dei primi a indagare sulle infiltrazioni mafiose al Nord. Trent'anni fa quanto era difficile affermare che la criminalità organizzata si stava estendendo anche nelle regioni settentrionali?
"Ma guardi, vada dalle parti di Sassulo, di Reggio Emilia o di Modena. La presenza della mafia sul territorio è fortissima, l'economia la controllano loro. Se vogliamo dirla tutta, la vicenda della Uno Bianca ha avuto come effetto collaterale anche quello di bloccare tutte le indagini a questo proposito. Nel 1984 quando esplodono le bombe di Pippo Calò sul rapido 904 stavo indagando su tale Salvatore Rizzuto. Rizzuto era un fedelissimo di Calò e grazie all'interruzione dell'inchiesta è riuscito a portare a termine un affare spaventoso che lo ha fatto diventare il re di tutte le bische della Romagna. La mafia al Nord è di casa. Io oggi lavoro a Teramo, ma gli amici che ho lasciato in Emilia mi dicono: 'Le stiamo prendendo dappertutto'".


L'Italia della Uno Bianca di Giovanni Spinosa

L'Italia della Uno bianca

"Una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare"
Ecco un altro appassionato di dietrologia che vuole vedere misteri ed enigmi anche laddove non ce ne sono !
Questa potrebbe essere, più o meno, la reazione del lettore medio alla lettura del titolo di questo titolo, e soprattutto di quanto segue sotto: “una storia politica e di mafia ancora tutta da raccontare”.
Ma, come, non c'è già stato un processo, anzi più processi, contro
i membri della Uno Bianca? Non ci sono già state delle condanne con sentenza passata in giudicato? Non sono stati i fratelli Savi (Roberto il “ragioniere”, il poliziotto della questura di Bologna, e Fabio, il “fantasista”, con la complicità del fratello Alberto e di altri poliziotti) a compiere quella scia di sangue? 82 delitti, 23 omicidi, centinaia di feriti .. 

Tutto vero. 

E allora perchè questo libro?
Forse perchè, le sentenze, le confessioni (troppe confessioni), anche di delitti ancora da scoprire o di delitti per cui altri imputati erano già finiti davanti al giudice, (come per il processo Medda per lastrage del Pilastro e per il processo contro la banda Amato, composta da rapinatori catanesi), comunque lasciano scoperte delle zone d'ombra. 
Perché le confessioni dei due fratelli sembra costruite a tavolino perché entrambi non ricordano certi episodi e particolari specifici, su altri mentono entrambi o fanno finta di non ricordare. 
Mettendo assieme uno dopo l'altro i fatti, come ha fatto il magistrato autore del libro, si scopre che dietro i delitti della Uno Bianca, non possono esserci solo i Savi, ovvero una “impresa criminale a struttura familiare”.
Troppe testimonianze parlano di altre persone sui luoghi dei crimini, di altre macchine che si allontanavano dal luogo della rapina dopo aver raccolto i responsabili , ci sono pistole che hanno sparato contro delle vittime che non appartengono ai Savi ..

Bisogna iniziare a distinguere tra i delitti della banda della Uno Bianca e i delitti (non del tutto slegati) della banda dei fratelli Savi.
Che qualcosa non torni, in questa storia di rapine, assalti a banche e coop, omicidi gratuiti e senza un perchè ci sono tante cose: prima di tutto la pista che portò ai Savi, da parte dei due ispettori della polizia Baglioni e Costanza.
Da qui inizia il suo lungo percorso Spinosa: dalla scoperta casuale della residenza di Roberto Savi, a Torriana, seguendo una punto bianca con la targa sporca (che aveva attirato l'attenzione dei due ispettori), che però è risultata non appartenere a nessuno dei fratelli.
Una circostanza che la stessa corte d'Assise di Rimini ha stabilito essere una “concomitanza di circostanze fortuite e sicuramente irripetibili”.
“La Fiat Tipo bianca che passò davanti alla banca era, quindi, la macchina di uno sconosciuto; quella parcheggiata davanti all’abitazione di Fabio Savi apparteneva a un innocuo vicino. (…) (…) Baglioni e Costanza non avrebbero avuto alcuna ragione d’insospettirsi per il passaggio di una Fiat Tipo (macchina che, in teoria, non avrebbe dovuto nemmeno essere segnalata come collegata ai banditi della Uno bianca) davanti alla banca, se tale passaggio non avesse avuto caratteristiche particolarmente sospette e reiterate. Verrebbe da dire: adescanti.”
Non si fa della dietrologia spicciola allora se si inizia a chiedersi perchè i Savi si sono incolpati di crimini di cui altri erano già sotto processo (i catanesi del Pilastro, Marco Medda un camorrista vicono alla NCO di Cutolo).
Quale era il loro vero ruolo in certe rapine: forse erano solo i fornitori di mezzi e armi (da qui si spiega il perchè delle targhe anteriori delle auto smontate, forse come segnale per i veri rapinatori).
Qualcuno voleva imbeccare i due agenti sulla pista giusta, e consegnare i Savi alla polizia, quando ormai si sapeva che erano bruciati?
Perchè i Savi, quando ne ebbero la possibilità non scapparono all'estero, non nascosero le armi che li inchiodavano ai loro reati? Perchè raccontarono alcune delle loro “imprese” alle rispettive fidanzate (il “fumarone” alla coop di Casalecchio di Reno)? Che fine hanno fatto i profitti delle loro azioni (1,9 miliardi di lire)? Come mai nelle loro abitazioni sono state trovate così tante armi, che nemmeno usarono nella loro vita criminale? Per chi erano a disposizione?

Per arrivare a dare una risposta ai perchè (perchè quella violenza, hanno fatto tutto da soli, quali erano i loro reali obiettivi, perchè si sono presi anche colpe che potrebbero essere non loro, perchè non parlano, ..) Spinosa ricostruisce la storia della banda, seguendo le orme della sua evoluzione, dai primi colpi del 1987, fino all'arresto del 1994.
Mostrando una cosa all'apparenza poco scontata: la loro evoluzione criminale è stata tutt'altro che lineare, ovvero da piccoli furti, a furti via via più complessi, feroci o remunerativi.
No, usando una metafora dal mondo animale, Spinosa parla di evoluzione a “cespuglio”.
Ovvero una evoluzione con nel mezzo delle discontinuità, come se a compiere certe azioni non fossero le stesse persone. 

Dalla seconda parte del libro: “Una lunga scia di sangue”
- Dalle rapine ai caselli agli assalti alle coop (1987-1989)
Per quale motivo i Savi decisero di passare dai caselli, alle rapine alle coop, più complicate militarmente e logisticamente da gestire?
Nell'assalto alla coop di via Gorki, chi sparò alla guardia Picello, alle spalle, mentre i due malviventi furono visti scendergli dal davanti?
Perchè spararono ad Adolfino Alessandri, colpevole solo di avergli gridato “Sa fet, delinquent!”.
Perchè quel colpo di fucile gratuito al casello di S Lazzaro nel 1988: forse per collegare quella nuova arma (il fucile a pompa) ai delitti della Uno Bianca?
Perchè le auto senza targhe anteriori, perchè i Savi non ricordano questo particolare? 
Quale altra arma non posseduta dai Savi ha sparato ai carabinieri Stasi ed Erriu, colpevoli solodi essersi imbattuti nella banda della Uno Bianca che si stava preparando ad un altro colpo?

- Furore omicida. Dalla prova del fuoco ai delitti senza maschera.
Sono i mesi delle morti senza un motivo particolare: non è razzismo (Roberto aveva una fidanzata nigeriana), né può essere stata una scelta dettata da uno scatto d'ira. 
Il ferimento di Akesby (la prova del fuoco di Fabio Savi?), l'omicidio di Primo Zecchi, l'assalto al campo nomadi di Santa Caterina e quello in via Gobetti. Fino agli omicidi di Pasqui e Pedini, durante una rapina al distributore.

- L'eccidio del Pilastro. Una sistematica e consapevole ricerca del caos (4 gennaio 1991).
Qui, della ricostruzione dei Savi (che ha permesso la scarcerazione di Antonio Medda), non convince nulla.
La posizione degli spari, come è iniziato l'agguato, perchè sono stati uccisi i tre carabinieri Mitilini, Stefanini e Moneta (morto con le armi in pugno). Cosa avevano visto, nel loro giro di pattuglia?
- Omicidi senza un apparente perchè (9 gennaio – 28 agosto 1991).

L'omicidio nell'armeria di Volturno (Ansaloni e Capolungo), l'omicidio Mirri e Bonfiglioli durante una rapina ad un distributore di benzina. Chi era la persona distinta vista fuori dall'armeria? Infine l'omicidio dei tre senegalesi Cheick, Malik e Diaw.
-
La stagione delle rapine in banca (novembre 1991 – novembre 1994).
In questa fase la banda della Uno bianca diventa sovrapponibile a quella dei Savi e il filone ecomomico diventa la leva principale del gruppo, che comunque non rinuncia a quello eversivo.

L'Italia della Uno bianca.
Quale era l'Italia negli anni della Uno bianca? Era il paese in cui il gruppo di fuoco dei corleonesi aveva deciso di lanciare la sua sfida allo stato, dopo le sentenze (passate in Cassazione nel 1992) del maxi processo di Palermo.
La teoria del giudice Spinosa, vede nella violenza della banda della Uno Bianca il braccio armato della mafia per il loro piano di terrore nelle strade, nelle banche, negli uffici postali.
E i Savi, non erano estranei a questa criminalità, come si crede.
I legami con la criminalità organizzata e le rivendicazioni della Falange Armata, confermano questa teoria.

Le varie corti che si sono occupate dei delitti della uno bianca hanno “parcellizzato” i fatti senza riuscire ad avere una visione d'insieme generale.
È diventato quasi un dogma, dice Spinosa, la permeabilità dei Savi alla criminalità organizzata (come la mafia, che in quegli anni si era ben radicata in Emilia Romagna). Eppure sono provati i contatti tra Fabio Savi e una certa Sabine Falschlunger, amante di Mario Iovine, esponente del clan dei casalesi.
Il racconto di Alberto Savi, in carcere, sui suoi rapporti per traffico d'armi con i camorristi della famiglia Jervolino.
I Savi, che in Italia si dice non avessero contatti con la criminalità, da chi avrebbero preso tutte quelle armi in loro possesso? E a chi le dovevano dare? E come mai Fabio Savi va in Ungheria per compare delle armi proprio dalla criminalità ungherese. Non è tutto questo poco ragionevole?

La sigla misteriosa di Falange Armata rivendicò molti delitti e stragi di mafia della stagione 1992-1993. 221 telefonate su 500 di questa struttura (probabilmente legata a cellule del Sismi) riguardavano proprio episodi della Uno bianca.

Così come i Savi servivano per portare il terrore nelle strade, la Falange Armata serviva come terrorismo mediatico: creare confusione e sfiducia nei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una specie di sfida allo Stato, come lo è stata da un certo punto anche quella dei Savi, se si crede alle loro parole. Una banda familiare di criminali che non si riesce a prendere, e che praticamente si lascia arrestare quando alla fine viene scoperta (o fatta scoprire?).
Forse, parafrasando Fabio Savi, dietro la Uno Bianca c'è qualcosa di più della targa e del paraurti ….



"I DELITTI DELLA UNO BIANCA SONO UNO DEI PRIMI ATTI DELLA STRATEGIA TERRORISTICA E DESTABILIZZANTE CHE LA MAFIA SCATENA CONTRO LO STATO... CHI SI INOLTRA NELLA LETTURA DI QUESTO LIBRO DEVE SAPERE CHE NON RIUSCIRÀ PIÙ A SMETTERE."Marco Travaglio

Documentazione:

La lettera di Guglielmo Avolio, attualmente, è Presidente di Sezione del Tribunale di Trento, all'epoca giudice di Corte d'Assise presso il Tribunale di Bologna.

Sono stato estensore della sentenza che esitò il "primo" processo per i fatti della Uno Bianca, nel bel mezzo del quale, attraverso un'operazione che per me è ancora oscura (ma che qualcuno lega a risvolti addirittura boccacceschi), furono arrestati i Savi ed alcuni altri "poliziotti", e furono letteralmente cestinati anni di indagini ed oltre un anno di processo, che - attraverso riscontri oggettivi di non indifferente spessore - contestualizzavano, accanto a quelle belve, un ergastolano latitante legato ai servizi, ferito nella sparatoria e ucciso in casa sua a distanza di qualche anno, ed alcuni malavitosi locali imparentati o legati ad ergastolani "comuni". Emersero già in giudizio inquietanti collegamenti con esponenti dei Casalesi. Poi la bulimia confessoria di Roberto Savi cancellò tutto, compresi altri processi in cui si era già giunti, se non erro anche in secondo grado, alla cattura di rapinatori professionisti provenienti da Catania.


L'intervista a Giovanni Spinosa dove parla dei legami dei Savi con la mafia.

Un gioco infame, di Massimo Polidoro (la storia della banda della Uno bianca in versione romanzata).
Blu Notte - Il Caso della Uno Bianca
- La scheda sul sito di Chiarelettere e la prestentazione dell'autore sul blog Cadoinpiedi.

Il link per ordinare il libro su ibs.
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