Ve la ricordate ancora la storia di Fukushima?
Il terremoto in Giappone, l'onda dello Tsunami che si abbatte sulla centrale nucleale delle Tepco, la scoperta che le norme di sicurezza non erano proprio ben applicate, la contaminazione della zona attorno alla centrale, per chilometri e chilometri.
L'incidente di Fukushima capitò proprio nei mesi precedenti il referendum su nucleare che cercava di stoppare l'ennesima sbornia di grandeur berlusconiana: per decreto il governo aveva privatizzato di fatto la gestione dell'acqua pubblica e garantito a queste società un profitto per legge.
E poi le centrali nucleari: la Francia dell'allora alleato Sarkozy ci vendeva la sua (vecchia) tecnologia e il governo avrebbe poi piazzato l'esercito a difendere quei siti strategici.
Era il 2011: cinque anni fa nei talk show si presentavano scienziati (forse non troppo preparati) che appoggiati da giornalisti (non troppo informati) sventolavano le loro certezze.
Il nucleare è sicuro, abbiamo sbagliato a tornare indietro, le rinnovabili non bastano ("e di notte come fate col sole?"). Si tirava in ballo l'effeto Nimby, l'oscurantismo degli ecologisti.
Il referendum, ovvero noi italiani, abbiamo deciso diversamente.
Meglio tenerlo a mente, anche se sono passati cinque anni.
Nessuno io mi chiamo; nessuno è il nome che mi danno il padre e la madre e inoltre tutti gli amici
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11 marzo 2016
12 marzo 2012
Presadiretta – da Fukushima all'Italia, il futuro energetico (e non solo)
Meno male che Presa diretta c'è,
verrebbe da dire: una delle poche trasmissioni che, ha ricordato
l'anniversario del tragico terremoto di Fukushima, portando le
telecamere là dove è successa la catastrofe (che, è bene
ricordarlo, è frutto di un evento imprevedibile, ma anche
dell'incapacità della Tepco, che non aveva nemmeno un piano per
affrontare queste situazioni) .
Alessandro Libbri (il giornalista
che ha girato il servizio), dopo un anno, ha mostrato quale è la
situazione: nel raggio di 10 km dai reattori esplosi, c'è il vuoto,
il deserto.
In questa zona la radiazione nell'aria è ancora alta:
case vuote, paesi svuotati, animali lasciati allo stato brado o
lasciati morire nelle stalle.
In questa fascia non è stata fatta
ancora alcuna bonifica (e chissà quando verrà fatta, se non rimarrà
sempre per sempre un deserto).
Le persone sono state spostate
in prefabbricati, dopo un periodo di qualche settimana dentro i
tendoni: la gente (bambini, adulti e anziani), è costretta a
passare le giornate al chiuso, senza poter fare nulla.
E inizia
anche ad avere paura: chi rimane in questa prefettura, è solo perchè
ha qui il lavoro e non se può andare più lontano: “è come se ci
avessero abbandonato .. dall'incidente, delle radiazioni non se ne
parla più, è sceso il silenzio”.
Il sindaco di Minamisoma
, intervistato, racconta che “non ho ricevuto avuto alcuna
informazione dalla Tepco [prima dell'incidente], mi hanno contattato
la prima volta 11 giorni dopo l'incidente”.
Qui è stato il
comune ad aver pagato di tasca propria le bonifiche, e, ad un anno
dal terremoto ancora nessun soldo dal governo.
A sentire queste
storie, viene in mente l'Aquila, col centro storico congelato alle
3.37 di notte, e la paura delle persone di non poter più tornare
nelle loro vecchie case.
E altri problemi verranno fuori
adesso: i disturbi psichici per il trauma subito si faranno sentire
ora, nell'anniversario. L'ansia e la paura per quanto è successo,
per il futuro, per i figli.
Non sappiamo nemmeno quanti soldi
serviranno per la bonifica: uno studio di greenpeace parla di
500-650 miliardi di dollari, ma sono solo ipotesi.
E in Italia? Abbiamo detto no due volte
al nucleare, alla faccia del partito del si alle centrali (parente
stretto del partito del si alle grandi opere). Ma a che punto siamo
con le rinnovabili?
Presadiretta ha sfatato un primo luogo
comune: la nostra dipendenza dal nucleare è, rispetto alle altre
energie, molto bassa.
Inoltre, secondo gli studi del
professor Armaroli del CNR di Bologna, con le energie rinnovabili
possiamo farcela a coprire tutto il fabbisogno.
Basterebbe, se volessimo sostenere il
100% dell'energia col fotovoltaico “pannellare” tutta la
provincia di Piacenza (e non tutta la pianura Padana, come si sente
dire).
Il che, tradotto in termini pratici,
significa che si iniziassero a sfruttare i tetti delle aree
industriali, anche quelle dismesse e che oggi magari vengono
riqualificate a colpi di tangenti per fare alberghi e centri
commerciali, saremmo già a buon punto.
È quello che hanno fatto a
Castelgugliemo, a Rovigo.
A Casalecchio di Reno, il comune mette
in affitto i pannelli solari, inventandosi una “comunità solare”,
per cui un cittadino può affittarsi il pannello e questi soldi
finiscono in un fondo usato per comprare altri pannelli.
L'obiettivo del comune non è solo
l'acqua, ma anche il riscaldamento, per abbattere ancora di più i
consumi dai derivati del petrolio.
Perchè la riduzione dei consumi di
petrolio e dei gas, passa anche per la costruzione di case a basso
impatto termico: impianti di cogenerazione che raffreddano le case
d'estate e la riscaldano di inverno. Muri coibentati per non far
sfuggire nessun spiffero.
A Ravenna hanno costruito una classe di
modello A, dove si risparmia dal 20-25 % sui consumi per il
riscaldamento.
A Dovadola (Forlì) una coppia mostrava
alla giornalista di Presadiretta la propria casa, di 160 metri
quadri, con riscaldamento a pavimento. Questa casa, progettata e
costruita da imprese del posto, è costata 1400 euro al metro quadro,
in 8 mesi.
Si può fare, dunque: spingere (o
costringere) chi costruisce da zero, a seguire certi criteri di nuova
concezione. Costa un po' di più, forse all'inizio, ma è un
risparmio per il futuro.
Così come si potrebbe spingere per la
ristrutturazione delle case vecchie, per renderle meno
“spendaccione”: doppi vetri, muri coibentati, pannelli solari.
Si creerebbe un nuovo mercato, per le
case a basso consumo, si darebbe un impulso per queste imprese
edilizie (se lo stesse ci mettesse degli incentivi), e si riuscirebbe
a risparmiare sul fabbisogno energetico nazionale (altro che
rigassificatori e centrali).
Ma per tutto questo servirebbe una
politica capace di guardare al futuro, alle piccole opere utili,
piuttosto che alle grandi opere, che sì creano lavoro. Ma poi?
Meglio continuare a costruire come si è sempre fatto, allora. Se lo scopo è quello di spendere di più, consumare di più, risparmiare sui costi di costruzione.
Meglio continuare a costruire come si è sempre fatto, allora. Se lo scopo è quello di spendere di più, consumare di più, risparmiare sui costi di costruzione.
11 marzo 2012
Fukushima un anno dopo
E' passato un anno, dalla tragedia
giapponese di Fukushima e Presadiretta è andata in Giappone per
capire quale è la situazione adesso, per parlare del presente e del futuro energetico in Italia.
Alcuni articoli a tema:
Il fabbisogno energetico nazionale e la dipendenza dal nucleare:
.... Si scopre così che solo il 2,5% del fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare francese, il 3,05% dal nucleare svizzero e lo 0,8% da quello sloveno.
In realtà, se si considera il mix medio energetico nazionale calcolato dal Gestore servizi energetici (GSE) in collaborazione con Terna, la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari ad appena l’1,5% del totale. Se si scompone il dato, si scopre che il nucleare francese pesa per circa lo 0,6% sul mix energetico nazionale.
La lezione di Fukushima:
È la denuncia di un fallimento. Impietosa. Proviene da un rapporto elaborato da Greenpeace, intitolato “Lezioni da Fukushima”.
Secondo l’associazione ambientalista, che cita la relazione preliminare presentata lo scorso dicembre dalla Commissione d’inchiesta sugli incidenti di Fukushima, “la Tepco, società elettrica nipponica, non era preparata ad affrontare un incidente nucleare. Se la compagnia e le autorità non avessero compiuto così tanti errori all’inizio della catastrofe, la quantità d’inquinanti radioattivi liberati nell’ambiente sarebbe stata di gran lunga inferiore”.
E porsi diverse domande:
Un anno fa il disastro di Fukushima e a “Presadiretta” un reportage in esclusiva dalla zona proibita attorno alla centrale e nelle aree annientate dallo tsunami.
Alessandro Libbri, un giornalista italiano che sta in Giappone è riuscito a filmare la vita sospesa: dove abitavano 10mila persone ora è tutto abbandonato. Le interviste ai sindaci, agli psicologi, ai medici a quanti stanno cercando di recuperare dopo la più grande tragedia del Giappone dopo la seconda guerra mondiale.
E in Italia dopo Fukushima i politici che volevano il nucleare hanno rinunciato. Esiste un piano nazionale per l’energia? Ma cosa si sta facendo per implementare le energie rinnovabili?
Tra zig-zag normativi imprenditori e consumatori non sanno come procedere mentre dobbiamo implementare le leggi europee in materia di consumo energetico. Chi produce energia pulita è in difficoltà nonostante la green economy sia in tutto il mondo considerata il volano dell’economia del futuro.A Casalecchio di Reno esiste la comunità solare: lì le bollette stanno a zero e con i soldi che si risparmiano o si fanno con il surplus prodotto si ristrutturano le case perché consumino meno. In Italia nascono anche le ricerche più avanzate in fatto di rinnovabili.
Energia è un racconto di: Riccardo Iacona, Silvia Bencivelli, Sabrina Carreras e Elena Stramentinoli.
Alcuni articoli a tema:
Il fabbisogno energetico nazionale e la dipendenza dal nucleare:
.... Si scopre così che solo il 2,5% del fabbisogno nazionale è coperto dal nucleare francese, il 3,05% dal nucleare svizzero e lo 0,8% da quello sloveno.
In realtà, se si considera il mix medio energetico nazionale calcolato dal Gestore servizi energetici (GSE) in collaborazione con Terna, la percentuale di energia nucleare effettivamente utilizzata in Italia è pari ad appena l’1,5% del totale. Se si scompone il dato, si scopre che il nucleare francese pesa per circa lo 0,6% sul mix energetico nazionale.
La lezione di Fukushima:
È la denuncia di un fallimento. Impietosa. Proviene da un rapporto elaborato da Greenpeace, intitolato “Lezioni da Fukushima”.
Secondo l’associazione ambientalista, che cita la relazione preliminare presentata lo scorso dicembre dalla Commissione d’inchiesta sugli incidenti di Fukushima, “la Tepco, società elettrica nipponica, non era preparata ad affrontare un incidente nucleare. Se la compagnia e le autorità non avessero compiuto così tanti errori all’inizio della catastrofe, la quantità d’inquinanti radioattivi liberati nell’ambiente sarebbe stata di gran lunga inferiore”.
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