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19 marzo 2014

Il parroco che non voleva tacere

Finalmente in Rai una fiction che racconta una storia e che non si ferma ai soliti luoghi comuni: "Per amore del mio popolo" racconta del lavoro di un parroco, don Giuseppe Diana, in terra di camorra, a Casal di Principe.

Un lavoro difficile, perché in quelle zone la legalità era in mano ai clan e non ai carabinieri.
Dove i boss avevano l'onore di portare la statua del santo patrono, per sancire il loro potere. Dove i parroci voltavano spesso la testa dall'altra parte di fronte alle violenze e le angherie.
Perché mettersi contri la camorra era scomodo, difficile, rischioso.
Attaccare la mafia è "destabilizzante", come veniva accusato dal suo vescovo.

Destabilizzante per un sistema dove la mafia era il POTERE al posto dello stato e dove la religione non era più un fatto di coscienza, ma un discorso di facciata, di tabù e superstizioni (il camorrista che prega la madonna prima di impacchettare i panetti di droga).

"Di fronte a queste illegalità non si può essere neutrali" diceva don Peppe, che dedicava gran parte del suo sforzo nell'educazione dei ragazzi.
Niente comunione ai boss: "per amore del mio popolo non tacerò", scriveva ai suoi parrocchiani.

Questa fiction servirà a quanti parlano di mafie e camorra a vanvera: cosa vuol dire sentirsi soli nella lotta alla criminalità.
Ancora oggi, visto come lo stato ha trattato il testimone dell'omicidio di don Diana.

07 dicembre 2011

I giudici ragazzini contro i casalesi

Il CSM ha dovuto inviare in terra dei clan casalesi i giudici "ragazzini" (alla prima nomina, tirocinanti), per coprire i buchi nelle procure in terra di Gomorra (i 21 posti scoperti a S Maria Capua Vetere).
Nonostante due bandi, nessuno ha voluto andare a combattere contro gli Schiavone, i Bidognetti, Iovene e le altre famiglie.



Forse bisognerebbe rivedere il meccanismo dei magistrati fuori ruolo: è giusto che un giudice possa essere nominato per un ruolo politico a Roma (bloccando anche un processo per un omicidio, legato ad esponenti mafiosi), quando ci sono dei posti vacanti?


Forse non è così che si combatte la criminalità: poche scorte, poco personale per scrivere le sentenze, pochi controlli attorno ai tribunali, migliaia di processi da analizzare e detenuti a rischio scarcerazione. 

18 novembre 2010

Fatti e parole


Stessi fatto, l'arresto di Antonio Iovine, visto da due occhi diversi:
Maroni "Oggi è una bellissima giornata per la lotta alla mafia: questa è l'antimafia dei fatti"
Saviano "aspettavo questo da 16 anni"

Parliamo dei fatti allora: come è stato individuato e catturato 'O Ninno?
Grazie ad un lavoro di intercettazioni della squadra mobile, che hano potuto scovare chi dava ospitalità alla latitanza (sempre nel suo territorio) al boss.
Le stesse intercettazioni su cui il governo (di cui il ministro degli interni fa parte) vuole limitare. Certo, si dice che in casi di mafia non cambia niente. Non cambia niente (e nemmeno è vero) sulle indagini che si aprono per mafia, non sui reati a corollario dell'attività mafiosa.
E in ogni caso, le intercettazioni avrebbero (sentendo le proposte che girano) un tetto di spesa e di tempo.
Se non dovesse cambiare nulla, allora perchè si fa una riforma nell'uso delle intercettazioni?

Altri fatti quelli emersi dalle indagini della Dia, sulla presenza delle locali di ndrangheta nelle regioni del nord.
Significa che la Lega è collusa? Certamente no. Ma siccome amministra moltre provincie e comune, una domanda se la deve fare: come hanno fatto questi signori qua, ad entrare nel nostro territorio e nella nostra economia.
E magari anche come han fatto ad avvicinare certe nostre persone.

Da Piovono Rane:

Una piccola mappa della ‘Ndrangheta in Lombardia, il rapporto 2009 della Direzione nazionale Antimafia, gli omicidi di mafia al nord, l’inchiesta di Biondani e Portanova già linkata ieri, un altro pezzo di Paolo, un’inchiesta un po’ più datata ma sempre attuale, un’intervista a Caselli, il parere della Boccassini, un’altra inchiesta del maggio scorso di Giuseppe Catozzella.


22 luglio 2010

Casalesi all'Aquila

Non erano nè turisti in vacanza, nè costruttori emigranti: le 7 persone arrestate erano (secondo gli inquirenti) "il presunto 'braccio imprenditoriale' del clan camorristico dei Casalesi a Roma, che ha riguardato anche appalti per la ricostruzione dell'Aquila dopo il terremoto."

"Dalle prime ore di questa mattina, circa 500 militari della Guardia di Finanza di Roma sono in azione per dare esecuzione ad una imponente operazione di polizia, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli".

Il blitz, spiega il comunicato, ha portato all'arresto di sei persone, accusate di associazione per delinquere di stampo mafioso , e al sequestro di "21 società, 118 immobili ed altri beni e valori ad essi riferibili, per un ammontare complessivo di 100 milioni di euro".

Secondo gli inquirenti, gli arrestati sarebbero "Casalesi, operanti nel Casertano, ma con propaggini anche in altre Regioni d’Italia ed in particolare nel Lazio, in Abruzzo ed in Toscana".

L'operazione "Untouchable" (intoccabile) ha riguardato anche gli appalti per la ricostruzione all'Aquila dopo il terremoto del 6 aoprile scorso, dice la Finanza, secondo cui "sono stati intercettati i colloqui telefonici con i quali gli odierni arrestati disponevano l’invio del denaro necessario a finanziare le imprese costituite a L’Aquila, per loro conto, con il fine di aggiudicarsi i lavori per la ricostruzione".

Giova ripeterlo, per quanti ancora non l'abbiamo capito. Anche questa inchiesta, che ha permesso di monitorare le infiltrazioni mafiose nell'opera di ricostruzione in Abruzzo dopo il sisma del 6 aprile 2009, è andata avanti grazie alle intercettazioni.
Ma forse, il legislatore, è più attento ai diritti della privacy di quelli che ridevano con le macerie ancora fumanti.

01 febbraio 2010

Casedapazzi - cosa si può fare per l'emergenza case

Presa diretta - Casedapazzi

La nuova serie di Presa Diretta inizia affrontando il tema del fabbisogno delle case popolari in Italia, per famiglie con uno stipendio nomrmale, per gli stupendi fuorisede, per gli immigrati che senza una casa a norma (grazie alle norme della Lega) rischiano l'espulsione.
Fabbisogno che nasce dall'assenza di vere politiche abitative, dove si delega al mercato il prezzo delle case, dove gran parte degli affitti (specie nelle grandi città urbane, con università che attirano giovani da fuori) sono senza contratto e alimentamo un circuito sommerso:
Il 40% del mercato è in nero.
Il giro d'affari per gli affitti in nero è stimato in 3,800 miliardi di euro all'anno, che sfuggono all'agenzia dell'entrate. Con quei soldi si potevano fare tutte le politiche abitative necessarie, si potevano calmierare i prezzi.

E si sarebbero evitate le scene di sgombri: come a Roma, a via Pincherle. Con le case vendute da Fata Assicurazioni al signor Giacomazzi, che a sua volta le ha vendute a terzi.
Col risultato che i nuovi padroni han imposto immediatamente agli affituari un prezzo in linea col mercato: da 270 euro a 700 euro.
Alcune famiglie hanno dovuto stipulare un mutuo a 30 anni, impegnando il 65% dello stipendio in ingresso.
Per un appartamento vecchio, con le crepe nelle fondamenta, con le canne fumarie con l'Eternit.
Altre famiglie hanno iniziato a cercare casa.
La maggior parte si è riunita in un comitato: "Pincherle ovunque".

Ma sono solo uno dei casi raccontati nel servizio: all'Hotel La Mela, vuoto da anni e di proprietà di Danilo Coppola, erano accampate 80 famiglie. Il prefetto di Roma ne decise lo sgombero.

Dove sono andate queste famiglie?
Altri sgombero raccontato quello dei padiglioni dell'ex ospedale Regina Elena: 260 famiglie sgomberate il 1 settembre 2009. Famiglie che si sono poi accampate poi nella piazza del Campidoglio, in piazza della Patria, in attesa di una risposta da parte del comune e del Prefetto.

E la risposta è trasferle in vecchi capannoni di proprietà del Vaticano (tramite l'Arciconfraternita): con una spesa di 40 euro a famiglia, il comune di Roma spende 1200 euro al mese, per famiglia.
Farebbe meglio, visto il luogo fatiscente scelto, a darle direttamente alle persone.
Lo sgombero è costato alla collettività 5,4 milioni di euro.

E' questa la soluzione migliore?
No: ne parlava Iacona nell'intervista a Che tempo che fa.
In Francia, a Parigi, il più grande possessore di case è il comune, che acquista vecchi palazzi, li ristruttura e poi li concede ad affitti "sociali". In Francia, ma anche a Roma ci si sta muovendo in questa direzione (tramite il lavoro degli architetti Sotgia e Martini), non si spendono soldi per spostare famigile da luoghi fatiscenti ad altri, stipulando accordi per affittare casa dai palazzinari.
E' un affare per il comune, e per le famiglie.
Di certo non per i palazzinari e tutte le persone che speculano sull'emergenza abitativa.

Technorati:

31 gennaio 2010

Case da pazzi

Torna Presa Diretta, con l'inchiesta “Case da pazzi”.
Il buon funzionamento di uno stato si misura nella sua capacità nel saper soddisfare i bisogni primari dei suoi cittadini.
Lavoro, scuola, salute, la casa ..
Della fame di lavoro, del precariato perenne, della rovina di una intera generazione ne ha parlato lo stesso Iacona, con la puntata sui precari della scuola. Ancora fresche le immagini dei lavoratori di Phonemedia e della Fiat di Termini Imerese, ad Annozero.

Della scuola, della ricerca azzoppata, della fuga di cervelli all'estero, ne aveva parlato sempre Iacona, nel suo giro “W la ricerca”.
Della salute se ne invece occupato Report, nella sua inchiesta sugli imprenditori nella sanità privata, che occupa un bel pezzo dei bilanci delle regioni.

Stasera Iacona e i suoi collaboratori (Cinzia Torriglia, Sabrina Carreras, Manolo Luppicchini, Vincenzo Guerrizio, Fabio Caramaschi) parleranno del bisogno di case popolari: “possiamo accettare che il prezzo delle case lo faccia il mercato, questo mercato???”.

Questo mercato che, tanto per citare un caso, è capace di costruire solo mega quartieri del lusso, cattedrali nel deserto. Cantieri poi abbandonati a se stessi, come quello progettato da Foster a Milano. S Giulia, il quartiere della moda, ..

Non è un caso che i piani per la gestione del territorio impegnino le giunte comunali in lunghe serrate. Non è un caso che esistano le commistioni tra assessori e sindaci, con palazzinari.

Non è un caso che questi bisogni, specie nelle regioni del sud, non vengano soddisfatte, costringano le persone al ricatto (“vuoi il lavoro, dammi il voto ...”).

01 novembre 2009

Blu notte - Il clan dei Casalesi

Il clan dei Casalesi - Soldi, silenzio e sangue.
Nelle storie criminali raccontate da Blu notte, spesso ci si imbatte in parole che hanno cambiato di significato.
Come Corleonesi, che non significa più gli abitanti di Corleone, in Sicilia, ma bensì il gruppo più feroce all'interno di Cosa Nostra.
Come i Casalesi, non gli abitanti di Casal di Principe a Caserta, ma il clan dei casalesi, uno dei gruppi criminali più ricchi e potenti della Campania.
Dietro queste parole, che assumono oggi un significato che fa paura, ci sono le persone: come in altre puntate di Blu notte, partiamo da tre persone.

Federico del Prete, sindacalista del SNA (sindacato ambulanti): sta lavorando a tarda sera nel suo ufficio. Ha appena denunciato un vigile urbano di Mondragone, accusato di essere un esattore del pizzo di ambulanti.

Francesco Schiavone, detto Sandokan: è in silenzio, nel bunker della sua villa in via Salerno, mentre altri uomini in divisa la stanno perquisendo. Sembra una scena del film “La battaglia di Algeri”: peccato che lui sia un criminale pericoloso, mentre gli uomini fuori siano agenti della Dia.

Roberto Saviano, autore di un libro, Gomorra: sta parlando sul palco a Casal di Principe, nel settembre 2006. Di fronte la folla di giovani anche; lo scrittore non riesce a trattenersi, perchè sente che la battaglia che sta portando avanti contro i clan della Camorra e contro i casalesi, come una battaglia personale.
Dal palco rompe un tabù, pronuncia i nomi dei boss “Zagaria, Iovene, Schiavone, non valete niente” .. e succede qualcosa.

La storia del clan dei Casalesi.
A Napoli vi sono tanti clan, spesso in guerra tra loro: negli anni 80 avviene la guerra di Camorra tra i cutoliani della Nuova Camorra Organizzata da una parte e la Nuova famiglia per l'egemonia del territorio. Lasciando per terra centinaia di morti.

Ma i casalesi sono una cosa diversa: più simili a Cosa Nostra, molti esponenti delle famiglie sono persino affiliati con la mafia. Come le famiglie dei Nuvoletta a Marano, che hanno tra i loro affiliati Gaspare Mutolo.
Sono uomini punciuti, che spesso si ritrovano a parlare con Bontade prima, e i corleonesi di Riina poi.

Nella guerra di Camorra degli anni 80 che vide lo scontro tra la Nuova Camorra di Cutolo contro la Nuova famiglia delle famiglie Alfieri , Ammaturo e Nuvoletta ci furono 1500 morti tra il 1978 e il 1983.
Prevalse la seconda, con i nuovi capi: Alfieri, Nuvoletta e anche Antonio Bardellino.
Una strana figura di criminale: più un imprenditore di Camorra che faceva investimenti per i traffici di droga in sudamerica e in Spagna.
È una mafia che fa impresa in silenzio: una mafia che sembra non vedersi.
Ma sempre di gruppi criminali si tratta: Bardellino conta un gruppo di fuoco di 100 camorristi: tra cui Mario Iovine, Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Raffaele Diana.
Bardellino sa coltivare anche i legami con la politica: il fratello diventa sindaco di Casale nelle fila del PSI.
Silenzio, impresa, sangue e politica: questo mix spiega come mia i casaleis non furono contrastati all'inizio, anzi furono agevolati dalla collusioni con la politica .

La guerra di mafia a Casal di Principe.
Bardellino non abitava nel suo territorio: forse anche per questo scoppiò la guerra che vedeva contrapposte la famiglie Gionta Nuvoletta contro i Bardellino Alfieri. È la guerra raccontata in Fortapasc da Marco Risi, con la storia del giornalista Giancarlo Siani.
Il dicembre 1984 ci fu una irruzione nella masseria dei Nuvoletta, dove morti colpito da una pallottola vagante Salvatore Squillace.
Agosto 1984: la strage del circolo dei pescatori. Un pulmann carico di killer dei Bardellino sbuca davanti il circolo dei pescatori di Torre Annunziata; fu una strage contro gli uomini del clan Gionta, con 8 morti.

I vinti di questa guerra, i Nuvoletta, pagano un pegno: Valentino Gionta, latitante a Marano, viene trovato dai carabinieri.
Siani con un suo articolo accusò il clan Nuvoletta, alleato dei Corleonesi di Totò Riina, e il clan Bardellino, esponenti della "Nuova Famiglia", di voler spodestare e vendere alla polizia il boss Valentino Gionta, divenuto pericoloso, scomodo e prepotente, per porre fine alla guerra tra famiglie.[ da wikipedia]
Giancarlo Siani parla di questa guerra e di questo accordo che sbugiarda i boss : fu ucciso il 23 ottobre 1985.

Una guerra che faceva vittime anche per intimidire gli avversari: come l'omicidio del fratello del giudice Imposimato che a Roma stava indagando sui legami tra mafia e la Banda della Magliana.

Gli affari del clan.
Il giro d'affari del clan casertano riguardava il mercato del Calcestruzzo, delle cave: l'infiltrazione criminale del clan negli appalti pubblici mirava a mettere le mani sui 250 miliardi per i lavori del dopo terremoto; sui 500 miliardi per i lavori nei regi Lagni, per l'alta velocità.

I soldi arrivavano dal pizzo (10%) sui lavori delle imprese su strade e case.
Ma i casalesi costituirono anche 3 consorzi con ottenere direttamente o in subappalto i lavori. Tutti i lavori, ricorrendo anche alle minacce alle altre ditte.

I casalesi entrano nella politica e nella società civile: controllano amministratori, sindaci, assessori. Trovano banche compiacenti che accettano il loro denaro e colletti bianchi pronti a riciclarlo.

Ma attorno al capo crescono i giovani boss, che scalpitano: Bidognetti, Zagaria, Iovine.
Bardellino torna a S. Cipriano per mettere le cose a posto.
Il gennaio 1988 viene ucciso Domenico Iovine, come segnale al fratello Mario.
Nel dicembre avviene uno scontro a fuoco tra gruppi di fuoco Bardellino e Iovine in cui sono sparati 140 colpi (peggio dell'agguato in via Fani).
Ma sono episodi che rimangono sotto silenzio. La stampa ne parla solo a livello locale.
In questa guerra silenziosa vengono uccisi i nipoti di Bardellino; avviene la strage di Casapesenna contro i Sanzillo. Un corteo di auto attraversa la città, come segno di presenza sul territorio. Come avviene nei paese sudamericani.
Nella guerra, Bidognetti e Schiavone decidono di uccidere Enzo De Falco, ritenuto la mente imprenditoriale del gruppo, perchè non si fidano.
Altre morti seguono: Mario Iovine viene ucciso a Cascais.

Il 19 marzo 1995, tocca a Don Peppino Diana, che aveva lanciato il suo proclama contro la dittatura della Camorra a Casal di Principe: “per amore del mio popolo..”.
Un killer dei De Falco lo uccide: si pensa che sia anche un tentativo di rovinare gli affari alle famiglie Bidognetti e Schiavone, per l'arrivo della Forse dell'ordine dopo l'omicidio.

La guerra De Falco Bidognetti-Schiavone finisce con Nunzio De Falco che scappa in Spagna.
I nuovi capi possono tornare agli affari: l'estorsione, gli appalti, il calcestruzzo e l'agricoltura fantasma.
Come con l'Aima: una società pubblica che raccoglie i prodotti agricoli invenduti. Ma è tutto falso: si tratta di frutta marcia, persino di sassi). I centri di raccolta sono in mano ai casalesi.

Come con la mozzarella di bufala prodotta dalle aziende in mano ai clan: viene venduta persino quella prodotta dalle bufale ammalate dalla brucellosi.

Come per i rifiuti tossici: i clan entrano nel business dello smaltimento dei rifiuti nel 1989/90.
Si occupano dello smaltimento rifiuti per le imprese del nord, per gli ospedali.
Francesco Bidognetti crea la Ecologia 89 si mette in affari all'imprenditore Vassallo, proprietario di una discarica.
1 Kg di rifiuti costa dai 21 ai 60 centesimi, per lo smaltimento. I casalesi fanno pagare 9-10 centesimi: sono affari per tutti.
Spuntano discariche abusive, come a Villa Literno, nelle cave aperte: frutto del controllo così capillare del territorio casertano.
Contestualmente al crescere delle discariche, crescono anche i casi di tumore: perchè parliamo di un'imprenitoria mafiosa, che non da sviluppo, ma che avvelena il territorio.
Da una parte la ricchezza sfoggiata dai boss, anche con le loro ville (come quella di Sandokan Schiavone).
Dall'altra la potenza sempre più grande dei clan: testimoniata anche dal fatto che oramai sono le imprese che arrivano direttamente a “mettersi a posto” col pizzo senza che nessuno chiede niente.

Un potere sancito anche dai legami con la politica locale (il sindaco Bardellino fratello del boss, il vicesindaco Gaetano Corvino): legami che permettevano l'arrivo di nuovi appalti (e soldi), in quella regione.
Una infiltrazione capillare, quella dei clan: sono 14 i comuni sciolti in Campania nel 1995, 26 nel 2006. Lo stesso Casal di Principe è sciolto 4 volte.

Ma c'è anche un'altra Casal di Principe: quella di quanti non accettano questa dittatura. Consiglieri comunali, forze dell'ordine, gente perbene, sindacalisti che spesso han pagato con la vita.
Antonio Cugiano, vicesindaco di Casapesenna: gambizzato nel ottobre 1988.
Antonio Nunez: ucciso nel luglio 1990, il corpo fu trovato 13 anni dopo.
Marcello Russo: sindacalista CGIL, picchiato e minacciato le le sue minacce di sciopero. Gambizzato nel 1991.
Francesco del Prete, sindacalista degli ambulanti. Dopo la denuncia all'esattore del pizzo, un vigile di Mondragone, viene ucciso nel febbraio 2002.
C'è poi la guerra dei paletti portata avanti dal sindaco del PDS Renato Natale: i paletti circondavano la piazza, resa zona pedonale. I casalesi li toglievano ogni notte e glieli facevano trovare sotto casa.

Ferocia spietata. Controllo del territorio. Affari e soldi. Il silenzio.
Il primo maxi processo contro la mafia dei Casalesi è il processo Spartacus del 1998: chiamato come lo schiavo che si oppose contro l'impero.
Un processo cui si arriva grazie alle parole di Carmine Schiavone, imprenditore pentito. Alle rivelazioni di Dario De Simone, di Domenico Bidognetti.
Nel dicembre 1995, il pool contro il clan dei Casalesi (formato tra gli altri anche dal giudice Raffaele Cantone), si arriva ad un blitz che porta all'arresto di 50 persone. Altri boss come Sandokan, rimangono latitanti.
Fino al 1988, quando viene arrestato.

Il 15 settembre 2005 si arriva alla prima sentenza del processo Spartacus: 95 condanne tra cui 2 ergastoli. Un processo quasi più imponente del maxi processo contro la mafia a Palermo: ma un processo celebrato nel silenzio generale della stampa.

Il processo Spartacus 2, che segue il primo, si concentra sui rapporti con la politica. Anche questo, non viene seguito: 50 righe sul Mattino di Napoli.

In Italia si considera questa mafia solo come un entità criminale: dopo i fatti cala il silenzio. Ma è anche una economia criminale che inquina il territorio, il lavoro, il mercato.

Poi arriva un libro: Gomorra di Roberto Saviano. Un libro che squarcia il velo sulla realtà dei casalesi.
È un libro che raccoglie i fatti di cronaca, magari già raccontati da altri, ma in taglio narrativo: raccontare il mondo secondo Secondigliano, Scampia: mostrare al lettore come questa economia criminale sia quella vincente.

Nel settembre 2006 c'è a Casale una grande manifestazione antimafia: dal palco Saviano dice ai giovani “Iovene, Zagaria, Schiavone non valete niente .. ve ne dovete andare”. Dopo queste parole lo scrittore deve essere protetto dalla scorta.
Che uno scrittore debba essere protetto succede solo nei paesi sotto dittatura, nelle democrazie governate da estremismi religiosi come l'Iran di Khomeini, che lanciò la fatwa contro Salman Rushdie.
I giudici raccolgono brutti segnali da radio carcere, sull'idea di uccidere Saviano.
Il 13 marzo 2008, l'avvocato difensore di Bidognetti e Schiavone al processo Spartacus legge una lettera dei latitanti: un atto di accusa contro il giudici Raffaele Cantone e De Raho, i giornalisti Capacchione e Saviano.
E iniziano anche a girare le solite voci diffamatorie: ma Saviano cosa cerca? È tutta una montatura le sue minacce, per vendere libri? Quanto ci ha guadagnato?

Spiega Saviano che queste persone, che fanno illazioni diffamatorie, non si chiedono mai quanto guadagnano i boss dai rifiuti tossici.
Stessa sorte capita anche all'attore Giulio Cavalli che fa spettacoli contro la mafia al nord.
La diffamazione accompagna chi denuncia la mafia.
Chi si espone contro la mafia, genera negli altri in senso di diffidenza: è come se facesse sentire sporchi gli altri, che sono stati zitti, che hanno abbassato la testa. Con la denuncia si mette in crisi tutta la comunità, perchè per questa tutto deve andare avanti così.

Invece no: andare contro la mafia, sostiene Saviano, è un fatto personale, se cerco visibilità, è solo per denunciare.
Non per fare l'eroe: diceva Brecht “Beato il paese che non ha bisogno di eroi”.

Il 18 giugno 2008 arriva la sentenza di appello di Spartacus: tutte le accuse vengono confermate, come gli ergastoli per F. Schiavone e Michele Zagaria.

La campagna di primavera.
Nel 2008 si scatena la campagna di primavera, guidata da Giuseppe Setola (del clan Bidognetti), sfuggito dai suoi arresti domiciliari a Pavia, nell'aprile 2008. Attorno a se riunisce 30 killer e scatena il fuoco. La sua strategia è uccidere i pentiti, dare un segnale forte agli imprenditori (che dopo la sentenza Spartacus iniziavano a non voler pagare il pizzo), dare una lezione al gruppo degli “africani” (la malavita nigeriana) che con l'accordo dei casalesi portava avanti lo spaccio della droga e della prostituzione.
Il 2 maggio viene ucciso il pentito Umberto Bidognetti.
Il 16 maggio Domenico Noviello, che sette anni prima non aveva voluto pagare li pizzo al clan. Nel 2008 gli era stata tolta la scorta.
Il 2 giugno Michele Orsi, direttore di un consorzio di smaltimento rifiuti, finito sotto indagine, stava parlando con i magistrati. Senza scorta fu ucciso dai killer di Setola.
15 luglio, Raffaele Granata, proprietario di uno stabilimento balenare, ucciso in un bar.
18 omicidi in cinque mesi.

Poi avviene la strage di Castelvolturno: già nell'agosto del 2008 ci fu un primo tentativo di fuoco contro gli "africani". Un commando sparò contro la sede dell'associazione nigeriana a Casale.
Il 18 settembre il gruppo di fuoco di Setola spara contro un gruppo di immigrati africani (non solo nigeriani), in una sartoria. 6 morti.

Nei giorni successivi la comunità nigeriana si rivoltò contro la mafia: una rivolta per la difesa dei loro diritti.

La risposta dello stato.
Nel gennaio 2009, viene arrestato Giuseppe Setola.
I sequestri: le forze della polizia hanno sequestrato beni immobili ai Bidognetti per 50 milioni di euro. Nel 2008, l'ammontare dei beni liquidi confiscati ammonta a 400 milioni di euro.
Ma è una parte, che ha colpito solo un clan, quello dei Bidognetti.

Ma il controllo del territorio è ancora in mano alla confederazione dei casalesi: questo si manifesta con messaggi fatti pubblicare sui quotidiani locali. Con telefonate ai giornalisti (da parte dei due latitanti).
Le indagini e le rivelazioni dei pentiti parlano anche della politica: rivelazioni che coinvolgono il sottosegretario del governo Berlusconi, Nicola Cosentino (accusato dal pentito Dario De Simone).

È sbagliato pensare che quello dei casalesi, sia una questione che riguardi solo il sud: Pasquale Zagaria, la mente finanziaria del clan, aveva interessi immobiliari a Parma. Raffaele Diana, investiva in locali a Carpi.
Affari criminali, che uccidono l'economia e le persone.

Persone che magari con i casalesi non hanno nulla a che fare.
Come per Michele Landa, guardia giurata ad un ripetitore vicino Mondragone.
Il 6 settembre 2006 fu ucciso (perchè il ripetitore rientrava negli interessi del clan) e il suo corpo spedito alla famiglia in pezzi.
Al funerale, a fianco della famiglia, nessuno dallo Stato. Raccontava la famiglia come questo testimoni del reale controllo del territorio.
La vicenda testimonia come basti vivere in queste zone “che prima o poi ti ci ritrovi coinvolto” nelle vicende criminali dei casalesi.
Non basta far finta di niente, abbassare lo sguardo.
Sono tanti i casalesi buoni: come le associazioni Libera, quelle in memoria di Don Peppino Diana, che lottano contro l'abitudine, la mentalità, quella per cui il criminale ricco che gira indisturbato per il paese sia un esempio da imitare.

Questa è una guerra, che dobbiamo combattere: per Lorenzo Diana, per Renato Natale (ex sindaco), per Rosaria Capacchione, per Roberto Saviano. Anche per tutti i casalesi per bene che non vogliono accettare la dittatura criminale.
Queste persone, chiudeva Lucarelli, non devono essere lasciate sole a fare gli eroi: tutti noi dovremmo gridare “Iovene, Zagaria, Schiavone, ma anche Riina, Messina Denaro, politici collusi con la mafia, colletti sporchi non siete niente .. andatevene, questa terra non è vostra !”.

Il blog di Carlo Lucarelli.
Il link della puntata di Blu Notte.
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