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13 agosto 2026

Le stragi sono tutte un mistero di Benedetta Tobagi

 

“Misteri d’Italia” è un marchio di successo. La declinazione oscura del made in Italy appare non meno seducente dell’alta moda e del buon cibo, negli anni in cui trionfano le serie televisive crime, sia fiction sia documentarie, mentre gialli e thrille dominano le classifiche dei libri più venduti. Nel calderone entra di tutto: dal sequestro Moro alla morte di Enrico Mattei, all’omicidio Pasolini, e chi più ne ha più ne metta. Un posto d’onore spetta al racconto delle grandi stragi di terrorismo avvenute tra il 1969 e l’80, i Misteri d’Italia per eccellenza, come le bombe di piazza Fontana, Brescia, Bologna.

Dobbiamo essere grati a ricercatrici (e scrittrici) come Benedetta Tobagi per l’impegno che mettono nel ricostruire, studiare, la storia recente italiana e a volerla raccontare in volumi come questo – uscito per Laterza – una sorta di “cassetta per gli attrezzi” per muoversi con maggiore consapevolezza in quelli che vengono, erroneamente, chiamati, misteri d’Italia.

Ustica, piazza Fontana, piazza della Loggia .. eh, non sapremo mai chi è stato .. è tutto un mistero, sono stati i fascisti, no sono state le Brigate Rosse… c’è stato un grande vecchio dietro la stagione degli anni di piombo (altra formula di successo usata e strausata dal mondo dell’informazione per raccontare gli anni ‘70), il doppio stato..
Benedetta Tobagi ci aiuta a mettere dei punti di fermi sulle stragi avvenute nel nostro paese tra il 1969 e il 1980, ovvero tra la bomba di Milano alla banca dell’Agricoltura e la bomba scoppiata il 2 agosto a Bologna. Nonostante ci siano voluti molti anni, nonostante il fatto che le inchieste spesso abbiano portato a giudizi contrastanti, nonostante l’ostacolo dei depistaggi portati avanti delle stesse istituzioni per bloccare le azioni dei magistrati (uomini dello Stato anche loro), sappiamo molto.

Sappiamo che le bombe le hanno messe le formazioni dell’estrema destra, fascista, godendo di un senso di impunità per le coperture ottenute da apparati dei servizi nazionali e anche oltre oceano.
Parliamo dell’arcipelago nero della destra extra parlamentare, Ordine Nuovo, La Fenice, Ordine nero, Avanguardia nazionale e per ultimi i Nar, Terza posizione: come racconta l’autrice, c’era una forte porosità tra i vari gruppi per lo scambio di armi e per i legami tra loro.
Forte porosità che c’era anche nei confronti del Movimento Sociale italiano: sebbene tutte le inchieste hanno poi portato al proscioglimenti degli esponenti del MSI indagati per le stragi, i rapporti tra esponenti del partito (che funzionava come un ombrello per le garanzie costituzionali dei deputati) e i membri di questi gruppi. Uno tra tutti Pino Rauti, presentato ancora oggi come uno studioso, punto di riferimento per tanti politici di destra – tra cui anche l’attuale presidente del Consiglio – ma anche fondatore del Centro studi Ordine Nuovo, lo stesso di Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia. E di Franco Freda e Giovanni Ventura, ritenuti responsabili della strage di Milano ma non condannabili per il principio del nostro ordinamento giudiziario, “ne bis in idem”.

Non esistono i misteri dunque, esistono i segreti, gelosamente custoditi in qualche archivio, ben al riparo dalla magistratura “impicciona”, questi magistrati che pensano di voler applicare la legge, o forse solo nella testa di qualcuno dei pochi sopravvissuti di quegli anni.
Come non esistono nemmeno i servizi deviati, poche mele marce su cui scaricare tutte le colpe (i Miceli, i Maletti, i Santovito): sono esistiti uomini dei servizi che hanno dovuto dare fedeltà all’alleanza atlantica e poi, in secondo ordine, anche alla Costituzione.

Ma sono esistiti anche uomini dello Stato che hanno voluto fare luce su quelle stragi, che alla ragione di Stato (abusata) hanno messo davanti la carta costituzionale, la giustizia per le vittime: Tobagi cita, tra i tanti, l’ex generale del Sismi Pasquale Notarnicola, in contrapposizione ai colleghi del Sismi Benedetto Santovito e Francesco Belmonte (condannati per i depistaggi sulla strage di Bologna). Ecco perché non è corretto parlare di “strage di stato” o di “doppio stato” (altre due formule molto in voga quando si parla di stragismo, ma poco corrette). Lo Stato sono stati anche i magistrati di Milano che hanno seguito la pista nera, i giudici di Catanzaro che con mille difficoltà hanno portato alla sbarra politici e uomini dei servizi.

Come mai allora tutta questa confusione, questo parlare di misteri, questo continuo voler intorbidire le acque, quando si parla della storia repubblicana del nostro paese?

Una democrazia forte da i conti con le proprie ombre e le pagine oscure, per denunciarle, per correggerle, farle conoscere, analizzarle, vedere come funziona il nostro presente – e fa tutto questo in modo civile e non violento, per e non contro la Costituzione.
Ecco il punto nodale: non siamo (ancora) una democrazia forte, non avendo voluto e saputo fare i conti con questo passato. Questo vale ancora di più oggi, con questa destra al governo, la destra di Meloni, quella delle radici profonde che non congelano. Radici così profonde da arrivare al movimento sociale e a quell’arcipelago nero con cui sono ben legate.

Ancora deve iniziare a sfogliare il proprio album di famiglia, la destra di Fratelli d’Italia, fare i conti con le proprie origini, con quello che scrivevano sulla democrazia, sulle libertà, sugli strumenti di lotta auspicabili per fermare la deriva comunista in questo paese. Sempre citando l’autrice, Rauti è stato maestro, o cattivo maestro, “anche degli ordinovisti veneti responsabili delle stragi di piazza Fontana e di Brescia”.

In questo saggio c’è spazio anche per raccontare del ruolo dei servizi americani sulle stragi: un ruolo di osservatore non neutrale, per dichiarazioni degli stessi ordinovisti pentiti (pochi ma sufficienti a descrivere quel contesto): i servizi americani sapevano delle attività di Ordine Nuovo (e delle altre sigle) ma non hanno ostacolato le loro azioni.
Come del resto fecero i vertici dei nostri servizi (dentro cui mettiamo anche l’Ufficio Affari Riservati, l’intelligence del Viminale): quelle bombe erano un segnale, uno strumento per condizionare la politica, per spostarne il baricentro politico. Erano gli anni della guerra fredda, si doveva fermare l’avanzata delle sinistre tramite la “guerra non ortodossa”. Come in Grecia col golpe dei colonnelli. Con la violenza, con le bombe, con le stragi.
Bombe di provocazione, in una prima fase, da addossare alle sinistre. Bombe di intimidazione, da Brescia, all’Italicus, fino a Bologna.
Creare terrore per bloccare ogni tentativo di riforma di questo paese, in senso progressista: riforme che poi, sempre grazie all’azione di uomini dello Stato, sono comunque andate in porto. Dalla riforma sulla sanità, allo Statuto dei lavoratori, all’abrogazione della legge sul delitto d’onore..

No, troppo imbarazzante sfogliare questo album, meglio continuare a negare, a portare avanti la storiella dei ragazzi di destra perseguiti per le loro idee da magistrati comunisti. Meglio portare avanti la finta verità della pista palestinese per la strage di Bologna: “e se fossero innocenti” – ripetono ipocritamente da destra ma anche a sinistra, per una ossessione contro certi magistrati comune anche in certa sinistra.

La storia non si fa nei tribunali, ma purtroppo, anche per colpa della classe dirigente (e del contesto geopolitico che abbiamo avuto alle spalle), le sentenze dei tribunali, anche grazie al lavoro degli storici e dei ricercatori, ci hanno raccontato molto della nostra storia, molto di più di quanto hanno fatto i passati governi. Per spiegarci meglio, se non ci fosse stato il prezioso lavoro delle parti civili e dei giudici di Bologna dietro il processo a Bellini e ai mandanti, non sapremmo del coinvolgimento della P2, di Licio Gelli, di pezzi dello stato (il potentissimo prefetto Federico Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati), e della politica (come il senatore missino Tedeschi) per la preparazione della strage alla stazione di Bologna. Una storia che mette in luce le ambiguità dei Nar, del supposto spontaneismo, del vero potere della loggia P2.

La conclusione di questo libro è un invito al lettore a non rassegnarci del tutto al fatto di avere ancora tutta la verità:

.. dobbiamo realisticamente rassegnarci al fatto che non potremo mai sapere tutta la verità sulle stragi, in particolare sui livelli politici e istituzionali che hanno coperto e con ogni probabilità strumentalizzato questi delitti. Ma dobbiamo continuare a scavare e studiare per portare alla luce quanta più verità possibile, senza abbandonarci alla sfiducia o al cinismo.

[..] Spesso sento dire che “lo dobbiamo alle vittime innocenti delle stragi” e di certo loro si meritano tutta la giustizia e la verità che possiamo dar loro; però io credo che lo dobbiamo innanzitutto e soprattutto a noi stessi, ed eventualmente alle generazioni che verranno. Perché le stragi, insieme alle vittime, volevano colpire tutti. Perché dalle macerie lasciate dalle stragi possiamo capire e imparare molto, quanto alla manutenzione e alla maturazione della democrazia, e magari anche svelenire il clima della società in cui viviamo. La strage, alla fine, non è “di Stato” perché, ieri come oggi, lo Stato siamo anche noi, anche – o forse soprattutto -quando i rappresentanti delle istituzioni ci fanno venire da piangere per la rabbia.

Gli altri libri di Benedetta Tobagi dedicati alle stragi avvenute in Italia
Una stella incoronata di buio – la strage di Brescia

Segreti e lacune – Le stragi tra servizi segreti, magistratura e governo

Piazza Fontana il processo impossibile


La scheda del libro sul sito di Laterza editore
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 agosto 2025

Bologna, la matrice che si vuole cancellare

 

Immagine presa dal sito de l'Ansa

Bologna 2 agosto 1980: una bomba esplode nella sala d’attesa della stazione, nei giorni dell’esodo estivo degli italiani.

85 morti e più di duecento feriti: diversamente da altre stragi degli anni settanta, per Bologna le sentenze sono riuscite a portare a delle condanne dei responsabili, nonostante i tanti depistaggi partiti dall’interno delle stesse istituzioni.

La bomba è stata messa da esponenti dei NAR, la formazione neofascista formata da giovani missini, Giovanna Mambro, Giusva Fioravanti, Luca Ciavardini, Gilberto Cavallini.

I giudici, le parti civili, l’associazione vittime della strage non si è voluta fermare solo ai responsabili materiali (rimasti in carcere per pochi anni per essere ammessi poi a regime di semilibertà): le ultime sentenze sono arrivate ad individuare chi ha finanziato la strage fascista, la Loggia P2 di Licio Gelli e chi ne ha tirato le fila all’interno dello stato, il prefetto Umberto D’Amato a capo dell’Ufficio Affari Riservati nel ministero dell’Interno.

Ma queste sentenze ci portano dritto verso il Movimento Sociale, per la condanna al senatore missino Mario Tedeschi e la condanna di Paolo Bellini.

Strano personaggio quest’ultimo: esponente di Avanguardia Nazionale, con diversi omicidi alle spalle, implicato nella trattativa stato mafia, in rapporto coi carabinieri come confidente..

La sentenza che lo condanna per la strage di Bologna lo indica come responsabile del “trasportare, consegnare e collocare quantomeno parte dell’esplosivo” per la strage.

Abbiamo ora abbastanza materiale per tirare assieme le fila: strage fascista, coperture istituzionali (non dimentichiamoci del depistaggio messo in atto dal Sismi per avallare la presunta pista internazionale che viene sempre tirata fuori, nonostante l’insussistenza di prove), finanziamenti dalla massoneria deviata di Gelli, una persona influente con buoni rapporti oltreoceano, la moglie americana a cui eravamo sposati negli anni della strategia della tensione.

Questa la matrice che emerge dalle sentenze: lo scrive oggi Lirio Abbate su Repubblica

I neofascisti hanno messo la bomba alla stazione di Bologna. L’hanno trasportata, piazzata, fatta esplodere. Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto CavalliniPaolo Bellini: cinque nomi, cinque sentenze. Tutti esecutori, tutti terroristi neri. E dietro di loro il burattinaio: Licio Gelli, capo della loggia P2, finanziatore e mandante. Non è più un’ipotesi. È una verità storica e giudiziaria. Ma è anche una verità che imbarazza. E che l’Italia di oggi, con un governo di destra post-missina, preferisce non vedere.

Come per le stragi di mafia della stagione 1992-1993, la destra di governo non vuole vederla questa matrice, preferisce glissare, “noi non c’eravamo”, tirano fuori la pista palestinese. Non si fanno scrupolo nel nascondere quelle relazioni che altrove sarebbero imbarazzanti: i legami tra tanti personaggi coinvolti nelle stragi e il movimento sociale, il partito dell’ordine, il partito nato dalla fiamma fascista dentro cui si sono formati la presidente Meloni e altri esponenti di governo.

Meglio dimenticare allora, meglio non dire nulla, tanto domani gli italiani, non tutti certo, si saranno dimenticati di Bologna, delle vittime, delle loro famiglie.

Ma noi no, noi il nodo al fazzoletto lo abbiamo fatto e non ci dimentichiamo di cosa sia stata la destra italiana.

Quella su cui stava indagando il magistrato Mario Amato prima di essere ucciso da Luigi Ciavardini (si, quello della foto assieme alla presidente della commissione antimafia Colosimo):

«Sto arrivando alla visione di una verità d’assieme, coinvolgente responsabilità ben più gravi di quelle stesse degli esecutori materiali degli atti criminosi».

La “verità d’assieme” che mette assieme tutto legando assieme i NAR, i fascisti della generazione precedente ritenuti collusi col sistema e coi servizi (parliamo di Ordine Nuovo, quelli delle bombe di Milano e Brescia e di Avanguardia Nazionale), la P2, pezzi deviati dello stato fino ad arrivare alla soglia del movimento sociale, il partito che praticava l’ordine e la sicurezza di giorno per poi praticare la violenza di notte.

E oggi vedremo nuovamente gli attacchi ai magistrati (e all'associazione dei familiari delle vittime) da parte di una maggioranza che, sarà un caso, sta approvando una "riforma" della giustizia con la separazione delle carriere che era presente nel piano di rinascita di Gelli. Un caso.


30 maggio 2024

Brescia 28 maggio 1974 - il discorso del sindacalista contro il ritorno del fascismo

Manlio Milani, mentre soccorre la moglie Livia morente, per la bomba in piazza della Loggia

Normalmente, del discorso che il sindacalista Castrezzati stava pronunciando dal palco di piazza della Loggia quel 28 maggio 1974, si riportano solo le ultime parole "a Milano ...". Poi si sente il rumore dello scoppio della bomba, messa da esponenti di  Ordine Nuovo, che non avevano agito isolati consapevoli delle coperture nello Stato e perfino dentro la Nato (leggete il servizio pubblicato da Repubblica qualche anno fa).

Ma l'intero discorso è veramente molto interessante e anche attuale, perché parla del ruolo ambiguo del Movimento Sociale e di Almirante: il partito da cui è nato l'attuale partito che governa il paese e il segretario di quel partito che il presidente Meloni ancora considera suo riferimento politico.

L'intero discorso è stato pubblicato qui e andrebbe riletto attentamente anche oggi (grazie al sito Casa della Memoria):

Amici e compagni lavoratori, studenti. Siamo in piazza perché, in questi ultimi tempi, una serie di attentati di marca fascista ha posto la nostra città e la nostra città provincia all’attenzione preoccupata di tutte le forze antifasciste. E le preoccupazioni sono tante più acute ove si tenga conto che la macchina difensiva delle istituzioni democratiche della repubblica sia messa in moto solo dopo che alcune fortuite circostanze hanno rivelato l’esistenza di un’organizzazione eversiva ampiamente finanziata e dotata di mezzi micidiali sufficienti comunque a creare il terrore e sbandamento. Il drammatico episodio di Piazza Mercato ha imposto un colpo di acceleratore nelle indagini sulle trame nere. Sono così venuti alla luce uomini di primo piano, già legati alla Repubblica di Salò che hanno rapporti con gli attentatori di Piazza Fontana e del direttissimo Torino-Roma, con il disciolto gruppo di ordine nuovo risolto poi sotto la sigla di Ordine Nero, con le squadracce d’azione Mussolini e con il Movimento d’Azione Rivoluzionaria, con le organizzazioni “La Rosa dei Venti” e “Riscossa” e con lo stesso Movimento Sociale Italiano. Si scopre così un fortino alla periferia della città, una sorta di campo di addestramento messo a disposizione dall’ingegnere di Collebeato, ufficialmente povero in canna, ma in realtà accasato una villa principesca. Vengono pure alla luce bombe, ami, tritolo, esplosivi di ogni genere, perfino cannoncini, anche se rudimentali. Qualcosa di più di quanto non sappiano mettere insieme quattro ragazzini esaltati dalla droga di ideologie assurde, ai quali viene cinicamente affidata l’esecuzione di attentati che spesso falliscono e si ritorcono come boomerang contro gli inesperti bombardieri. Ci troviamo di fronte a trame intessute segretamente da chi ha mezzi ed obiettivi precisi. Si vogliono, cioè, sovvertire le istituzioni democratiche della nostra Repubblica nate dalla Resistenza. A questo fine si strumentalizzano i giovani, le loro menti vengono imbottite di droga che sconvolge ogni valore universalmente accolto. Così si attenta alla vita umana che è un diritto naturale, si innescano ordigni esplosivi contro le sedi di partiti, di sindacati, di cooperative col proposito di intimidire. Il propellente per queste imprese banditesche è ancora una volta l’ideologia fascista. All’insegna del nazionalismo e del razzismo, la Repubblica di Salò ha intruppato nelle brigate nere giovani, spesso ancora adolescenti, inviandoli alla carneficina mentre deliranti e farneticanti urlavano slogan insensati. Oggi ancora si insiste su questa strada approfittando dell’inesperienza; ed è così che i mandanti, i finanziatori dell’eversione possono seminare distruzione e morte senza scoprirsi, possono camuffare le loro trame con tinte diverse da quella nera, come avvenuto per l’attentato di Piazza Fontana o del treno Torino-Roma, oppure, come avviene in ogni parte del mondo quando si vogliono soffocare le aspirazioni di progresso, di giustizia e di democrazia dei popoli. i titoli dei giornali dell’immediato dopoguerra mettevano ripetutamente in evidenza che a pagare per le colpe, per i misfatti, per i crimini del Fascismo erano normalmente i meno responsabili. Gli stracci così venivano definiti punto ed è a me che sembra che la storia si ripeta e cioè che anche oggi si scavi, non si scavi in profondità, che non si affondi il bisturi risanatore fino alla radice del male. La nostra Costituzione, voi lo sapete, vieta la riorganizzazione sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista; eppure il movimento sociale italiano vive e vegeta. Almirante, che con i suoi lugubri proclami in difesa degli ideali nefasti della Repubblica Sociale Italiana ordiva fucilazioni e ordinava spietate repressioni, oggi ha la possibilità di mostrarsi sui teleschermi come capo di un partito che è difficile collocare nell’arco antifascista e perciò costituzionale. A Milano…[SCOPPIO DELLA BOMBA]…

Fermi…..state fermi……compagni e amici state fermi…..calma….compagni e amici state fermi….state calmi….state all’interno della piazza….il servizio d’ordine faccia cordone…..intorno alla piazza…..state all’interno della piazza…all’interno della piazza….lavoratori state all’interno della piazza…il servizio d’ordine…state calmi…state calmi…state calmi…invitiamo tutti a portarsi sotto il palco….venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco…il servizio dell’ordine…venite sotto il palco….lavoratori venite sotto il palco….state calmi…vi preghiamo di venire sotto il palco…lasciate posto alla croce bianca.

27 maggio 2023

Sovranità limitata di Luciano Canfora

 

Prologo
Della sovranità limitata
Il 23 giugno del 1981 il Partito Comunista francese (Pcf) entrò a far parte del governo, con ben quattro suoi ministri. Il mese prima era stato eletto presidente della Repubblica Francois Mitterrand, che aveva fatto risorgere il partito socialista. Né l’ambasciata Usa a Parigi, né il Dipartimento di Stato a Washington, né altri osarono eccepire alcunché. Il Pcf, che rimase al governo per 3 anni era, ed era sempre stato, in Europa occidentale, il più òlegato all’Urss. Negli anni in cui fu al governo, a Mosca vi era Breznev, a Washington Reagan, ed era in corso una fase assai rischiosa della «guerra fredda»: il braccio di ferro sugli «euromissili».
Per l’Italia invece si dovette attendere l’autoscioglimento del PCI (1990-91), costellato di reiterati mea culpa retroattivi sul proprio passato, perché fosse consentito ai super-pentiti di accedere, con altri molti, al governo. In Italia non era consentito, da oltre Atlantico, ciò che in Francia era, ovviamente, riservato alle scelte degli elettori.

Come è potuto succedere?

Come è potuto succedere che un partito fondato da gerarchi ed altri ex fascisti, non pentiti, sia potuto entrare in Parlamento, arrivando oggi, attraverso il partito di Fratelli d’Italia (nato dalla sconfessione di Alleanza Nazionale) al governo?
Come è potuto succedere che un partito fondato da un gerarca della Repubblica Sociale, che formalmente combatteva gli alleati nella seconda guerra mondiale, entrare in Parlamento e, seppur tagliato fuori dall’area di governo, diventare stampella della DC quando conveniva (vedi esperienza del governo Tambroni)?

Come può definirsi atlantista, oggi, la presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, avendo come riferimento proprio Almirante?
La risposta la da questo breve saggio dello storico Luciano Canfora ed è la somma di due parole: “sovranità limitata”.
L’Italia è uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, sia l’atteggiamento ambiguo del re Savoia (che aveva firmato tutte le leggi fascistissime del regime, le leggi di discriminazione contro gli ebrei, avallato l’entrata in guerra), sia una certa sfiducia nel generale Badoglio (che rimaneva il condottiero che aveva riportato l’impero sui colli fatali) avevano convinto gli Americani del fatto che la nostra politica interna dovesse essere ben controllata da oltre oceano.

Nel destino dell’Italia invece pesarono l’ambiguità del re e la mediocre tortuosità con cui il governo Badoglio pervenne all’armistizio dell’8 settembre 1943, trasformato dopo oltre un mese (13 ottobre) nello status di «co-belligeranza»: che non significava «alleanza» ma affiancamento nel conflitto contro un nemico comune. Inoltre, la continuità delle persone era a dir poco imbarazzante: innanzi tutto il re, che aveva firmato la dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia il 10 giugno 1940 (e agli Stati Uniti l’11 dicembre del ’41), mentre a capo del governo era il ‘conquistatore’ di Addis Abeba nel 1935. Tutto questo comportò che, a guerra finita, fossimo comunque considerati «paese vinto».

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita come sancisce la Costituzione, ma fino ad un certo punto: questo spiega il perché il Partito Comunista dovesse essere tenuto lontano dalle stanze del potere, come mai tanto nervosismo da parte di Washington per il disegno di Moro di allargare l’area di governo alle sinistre (con tanto di minacce). E questo spiegherebbe anche come è stato possibile ad un partito nato dal fascismo di poter fare politica: perché serviva a questo disegno di sovranità limitata, in quanto è dall’arcipelago nero, a destra del movimento sociale, che sono nate quelle formazioni di estrema destra responsabili degli episodi criminali della strategia della tensione.

La fine della guerra fredda, anziché liberare il mondo dall’incubo del nucleare, dalle tensioni del mondo diviso in blocchi, hanno di fatto posto la fine della sinistra, quello che era politicamente in Italia, la fine del blocco costituzionale che teneva fuori dal governo il Msi, che poi divenuto Alleanza Nazionale e abiurato al fascismo (almeno secondo quanto diceva il suo segretario Fini) è potuto entrare al governo nel 1994.
Da allora la marcia trionfale, sempre in crescita, dove quelle origini non hanno mai costituito un ostacolo, ha proseguito fino ad oggi.

Cosa ha favorito la crescita dei partiti a destra della DC, finanche il movimento sociale e ora Fratelli di Italia (fratelli e parenti)? Si dovrebbe parlare del suicidio della sinistra, abbagliata dalla terza via blairiana, pronta a sconfessare sé stessa appena arrivata al potere. Si dovrebbe parlare di un paese che ha visto crescere la povertà, le disuguaglianze, le ricchezze concentrate nelle mani di poche, nella precarizzazione del lavoro, sempre più sfruttato e povero.

L’autore ricorda una riflessione di Giorgio Amendola, storica figura del PCI che nel 1973 su l’Espresso dal titolo emblematico “Prima che il sud diventi fascista”: la povertà e la disoccupazione sono un serbatoio enorme per questa destra capace di cavalcare il malcontento presentandosi come difensore degli ultimi. Ma non è così.

Una ventina d'anni dopo sul Corriere della sera (1 giugno 1994, pagina 33) Orazio Maria Petracca (1917 2008) equilibrato conoscitore della nostra storia Repubblica nonché consigliere politico confindustriale, formulava lucidamente i temi della questione all'indomani delle dichiarazioni rassicurarti del leader di AN (a ridosso della prima vittoria elettorale di Berlusconi): «Altro non può essere oggi in Italia il fascismo se non una sotto specie della tipologia democratica [..] Un regime formalmente democratico nelle sue fonti di legittimazione, ma strutturalmente caratterizzato da una forte concentrazione del potere e da una gestione del conflitto sociale sbilanciato a vantaggio degli interessi egemonici.»

Vi ritrovate in quanto scritto tanti anni fa con quanto sta avvenendo oggi, con l’occupazione delle Rai, delle commissioni, col taglio al reddito di cittadinanza da una parte e l’occhio benevolo verso le imprese che vogliono fare e che dunque non dovranno temere controlli da parte dello Stato?

A tutto questo va aggiunta la memoria breve degli italiani, l’abbandono da parte della sinistra dell’antifascismo (nel senso di quei valori alla base della nostra Costituzione, non solo nel giorno del 25 aprile) e dall’altra parte un continuo sdoganare, un pezzo alla volta, del fascismo, che, ci dice la sempiterna propaganda, ha fatto anche cose buone e cosa importa del manganello, della soppressione delle libertà, della chiusura del Parlamento.
Tanto, continuano a ripetere, il fascismo è morto nel 1945. E se il fascismo è morto che senso ha continuare a tirar fuori questo inutile fardello che è l’antifascismo?

Ma nemmeno questo basta a spiegare quanto è successo in questi anni (un partito da pochi punti % che oggi si trova a comandare – nel senso stretto direi – il paese).

La decisione di schierare truppe Nato, anche italiane, in Lettonia a partire dal 2018 è una idiozia degna della fallimentare politica estera di Barack Obama. L’Europa e l’Italia non hanno alcun interesse a creare un clima di guerra fredda con la Russia.

Tweet di Giorgia Meloni del 14 ottobre 2016

Si deve tornare a parlare di fedeltà atlantica, una sorta di assicurazione che copre tutti i danni, anche per esempio aver per anni guardato al modello putiniano (e anche Orbaniano, in senso di Orban, il presidente dell’Ungheria) di gestione del potere: un modello di sicuramente si vota, ma che non può essere definito una democrazia perché mancano i suoi tratti distintivi, la separazione dei poteri tra parlamento, esecutivo e magistratura, l’indipendenza dei mezzi di informazione, la possibilità di manifestare il dissenso..

L’aspettativa di vita di un governo che per durare punta sul baratto (presidenzialismo in cambio dell'autonomia) è in realtà legata piuttosto alla prosecuzione dell’attuale guerra in Europa. Finché dura tale emergenza in noi cantiamo in prima fila, il Grande Fratello [americano] non negherà il sostegno ed il governo armigero resterà sui suoi scranni. Non parrebbe, ad oggi, aver molto da temere dalle opposizioni parlamentari tutt'ora tra loro divise.

Si torna al tema di partenza, l’occhio lungo del Grande Fratello americano (come lo chiama l’autore) sulla politica estera italiana, che i governi Berlusconi avevano tanto preoccupato e che erano stati accettati solo per l’appoggio alle guerra americane per esportare la democrazia (e per il supporto bellico).
Nonostante tutto il patriottismo e l’amor patrio sventolato per ogni dove rimaniamo un paese a sovranità limitata: dall’Europa per quanto riguarda la politica economica, fatta nel segno dell’austerità che di fatto ha accentuato la crisi sociale e il mancato sviluppo del nostro paese.

E da Washington per quanto riguarda la politica estera: niente via della Seta, niente ambiguità col nemico russo, niente avventure nei paesi dall’altra parte del Mediterraneo che possano creare problemi con gli altri paesi del fronte atlantico.

A proposito, mi chiedo se non ci sia stata della crudele ironia da parte della presidente nel chiamare piano Mattei il piano per i paesi africani: investimenti (a favore delle multinazionali europee) nei paesi africani in cambio del contenimento dei flussi migratori, secondo il modello libico.

Mattei non avrebbe gradito, non per filantropismo, ma solo perché era un imprenditore che sapeva guardare lontano, consapevole che trattare alla pari i paesi africani, ovvero con commissioni più alte, sarebbe stato conveniente per tutti.

Dove questo paese ha invece una sovranità non limitata, anzi illimitata? Nella politica sui (o contro) i migranti: da quel punto di vista nessuno, né la democratica e civile Europa e nemmeno la grande democrazia americana hanno nulla da dire sui respingimenti, sui finanziamenti alla guardia costiera libici, sui lager in Libia, sulla stretta contro le ONG, che questo governo Meloni ha considerato così urgente tanto da dover essere affrontata sin dai primi mesi (assieme alla stretta contro i rave party).

Questa è la nostra sovranità, dunque, in evidente contrasto con la propaganda di un partito che ha fatto del sovranismo la sua chiave.

La scheda del libro sul sito di Laterza, l’indice dei capitoli e il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon