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09 ottobre 2022

Vajont, altro anniversario, altro nodo al fazzoletto

 


Altro anniversario, altro nodo al fazzoletto, per tener viva la memoria di quanto successo in Italia la notte del 9 ottobre 1963, la tragedia del Vajont: la più grave tragedia civile, duemila persone uccise dall’onda di pietra e fango che si abbattè sulla cittadina di Longarone, in provincia di Belluno, a seguita di una frana caduta sull’invaso della diga del Vajont.

Perché questa necessità di tener vivo il ricordo? Non solo per rispetto ai morti, ma perché come tante altre tragedie avvenute nel nostro paese, anche questa ha qualcosa da raccontarci per i nostri tempi.

Perché quella del Vajont è stata una tragedia annunciata, non il frutto di un capriccio di madre natura come scrissero molti giornalisti (anche firme importanti del giornalismo italiano come Bocca e Buzzati): “niente più nulla da dire o da fare”, scriveva Bocca. “Un sasso è caduto in un bicchiere”, la metafora drammaticamente suggestiva di Buzzati.

No, non è vero, scriveva Tina Merlin sulle colonne de l’Unità dove, negli anni precedenti aveva raccontato dello scontro della comunità di Erto e Casso, due paesini a ridosso dell’impianto della Sade (l’azienda idroelettrica privata che costruì l’impianto tra il 1957 e il 1960).



“Un'enorme massa di 50 ml di metri cubi minaccia la vita e gli averi degli abitanti di Erto..”
Non è vero perché i segnali di avvertimento della frana, i 260 ml di metri cubi di fango che dal monte Toc sono caduti nel lago artificiale, c’erano tutti: era già avvenuta una frana nel 1960, durante le prove di invaso dell’impianto furono avvertite delle scosse di terremoto (scosse che la Sade ad un certo punto nemmeno comunicò al Genio Civile e al ministero).

Eppure la stampa per anni sposò la tesi dell’incidente, “Sciacalli” scriveva Montanelli sul Corriere riferendosi a quanti osavano mettere in dubbio questa tesi.
Ancora oggi, se non ci fosse stato il grande lavoro di Marco Paolini e il suo teatro della memoria, a sua volta ispirato al libro della Merlin “Sulla pelle viva”, del Vajont, delle duemila vittima (di cui solo mille furono recuperate), non se ne parlerebbe più.

Non se ne parlerebbe perché questa storia di mette di fronte ad un giornalismo troppo prono nei confronti del potere, che sia politico o economico.

La Sade, l’azienda idroelettrica che, come dice Paolini, era la Fiat del settore, era anche proprietaria del Gazzettino, il quotidiano locale, che negli anni non si occupò mai delle vicende della diga.
Questa vicenda ci mostra anche il volto di una parte del capitalismo italiano: padrone della Sade era, il conte Volpi di Misurata, conte per meriti di guerra e premiato ministro da Mussolini nel 1923. Da ministro varò una legge per finanziare a fondo perduto gli impianti idroelettrici. Un benefattore dunque. Dopo l’otto settembre, nei mesi della disfatta del fascismo, riuscì a farsi approvare il progetto di costruzione di una grande diga lungo la valle del torrente Vajont, che sarebbe stata la banca dell’acqua per gli altri impianti.
E da ministro fascista riuscì a riciclarsi in sincero democratico antifascista, in modo da ottenere dallo Stato italiano il finanziamento a metà dei lavori.

Come è potuta avvenire questa tragedia, non per un caso della natura, ma perché un’azienda privata ha voluto sfidare la natura stessa, costruendo una diga dove non si doveva, a ridosso del fronte di una frana antica, rimasta sospesa sul monte Toc? C’è stato l’atteggiamento dei giornali, certo. Ma c’è anche il rapporto con lo Stato italiano: l’associazione dei comuni di Erto e Casso si rivolse al presidente della provincia Daborso, per chiedere conto dei comportamenti della Sade, dei problemi segnalati sulla diga che erano sotto gli occhi di tutti (le frane, la montagna che si spostava, le scosse). Daborso non riuscì ad ottenere nulla, dal Genio Civile e nemmeno a Roma: parlò di “uno stato nello stato”, un’azienda privata che poteva permettersi di fare le veci delle istituzioni italiane. Mettendo anche in pericolo la vita delle persone.

Perché quelle persone, con la loro lotta contro l’impianto erano solo “contadin gnoranti” (faccio mie ancora una volta le parole di Paolini), che si ostinavano a voler bloccare il progresso, la crescita di questo paese che meno di vent’anni prima era uscito dalla guerra con le pezze al sedere.

Vedete quanto è ancora attuale questa tragedia? Ancora, nel 2022, stiamo a parlare di messa in sicurezza del paese, operazione che non verrà portata avanti nemmeno coi soldi del PNRR, perché manca il personale, i progetti e anche la volontà politica.

Ancora nel 2022 siamo ossessionati del mito delle grandi opere, volano della crescita economica del paese: il ponte sullo stretto, le grandi autostrade, l’alta velocità (in zone dove già c’è il servizio).
Ancora una volta si sente ripetere quella parola, sciacalli, dopo ogni tragedia: l’alluvione nelle Marche, il crollo della funivia sul Mottarone (giusto per citare due episodi).

Così, saremo sempre condannati a piangere sulle nostre tragedie, “povera Longarone, povera Longarone..”

09 ottobre 2021

Vajont, la tragedia dimenticata



Per me come per tanti altri, il 9 ottobre è il giorno in cui va ricordata la tragedia del Vajont, il 9 ottobre del 1963, 58 anni fa.

La frana del monte Toc che, cadendo sul bacino artificiale della diga del Vajont, la grande opera dell'Italia del boom economico, causò un'onda di acqua e fango che, oltrepassando il ciglio della diga, si abbatté sulla città di Longarone e le sue fazioni.

Una tragedia costata duemila vittime quasi, molte delle quali mai ritrovate, in mezzo a quel mucchio di sassi, fango, pietre che era diventata la cittadina bellunese.

Una tragedia che Marco Paolini ha raccontato in un celebre monologo televisivo nel 1997, il teatro della memoria, utilizzando il libro della giornalista de l'Unità Tina Merlin, “Sulla pelle viva”.

Perché questa tragedia, oggi dimenticata, è stata costruita dall'uomo sulla pelle viva delle vittime, andando a costruire una diga la dove non si sarebbe dovuta costruire, andando ad ignorare gli allarmi di alcuni geologi, della popolazione locale.

C'è il profitto, c'era da rientrare nell'investimento (prima che lo stato nazionalizzasse gli impianti, che andavano dunque venduti al miglior prezzo possibile). C'era da celebrare l'Italia che era finalmente uscita dalle macerie della guerra, era una nazione capace di costruire opere di ingegneria come questa, una diga altra 261 metri, a doppia V, la “banca dell'acqua” per le altre dighe sul Piave.

E, dunque, a chi importa di quei montanari, che quella tragedia l'avevano vista crescere, giorno dopo giorno, scossa dopo scossa, frana dopo frana?

Avrebbe dovuto essere un monito, quella tragedia, per darci una indicazione su quali sono i confini da non oltrepassare.

Perché non era caduto un sasso in un bicchiere, non era stata una tragedia “naturale”, come scrissero molti giornalisti all'indomani della strage. Come Bocca, Buzzati, o come Montanelli che definì sciacalli quei giornalisti come la Merlin che si permettevano di puntare il dito contro lo stato, contro la Sade, l'azienda privata che aveva realizzato l'impianto.

Vajont è la tragedia dimenticata, eppure è stato il nostro 11 settembre, un olocausto consumato in pochi minuti.

Per poi piangere, povera Longarone, povera Longarone..

Le stesse lacrime di coccodrillo che si piangono adesso dopo l'ennesimo alluvione, straripamento di fiumi intombati, cascate di fango che si staccano da costoni collinari senza più alberi a tener ferme quelle masse di terra.

Non abbiamo imparato nulla.

09 ottobre 2020

9 ottobre 1963, la diga del Vajont

 


9 ottobre 1963, 9 ottobre 2020. Sono passati 57 anni dalla tragedia del Vajont, la grande frana staccatasi dal monte Toc che causò 1917  vittime tra Longarone e i paesini vicini, in provincia di Belluno.

Sono passati 57 anni e le montagne continuano a franare, i fiumi ad uscire dai loro argini, spesso cementificati. Fenomeni che i cambiamenti climatici hanno reso sempre più frequenti.

Oggi, come 57 anni fa, la cura dell'ambiente è vista ancora come un ostacolo allo sviluppo, al progresso, al profitto.

Il ponte sul Sesia crollato il 2 ottobre 2020

Succedeva allora, succede anche oggi e succederà domani, per le prossime olimpiadi invernali tra Cortina e Milano.

Ma ce ne accorgiamo solo quando la tragedia è già avvenuta, quando i morti ci sono già stati, quando le case delle persone sono già state invase dal fango. Quando ponti e strade sono già crollati o sott'acqua.

Quella marea di fango che causò quell'onda spaventosa che, sorpassata la diga del Vajont, andò a schiantarsi sulle povere vittime di Longarone.

« Duecentosessanta milioni di metri cubi di roccia cascano nel lago dietro alla diga e sollevano un’onda di cinquanta milioni di metri cubi. [...] Solo la metà scavalca di là della diga, solo venticinque milioni di metri cubi d’acqua... Ma è più che sufficiente a spazzare via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila i morti. »

Peccato non ci sia più un Marco Paolini col suo teatro civile a raccontarci la storia della costruzione della diga. In quella storia c'è tutto il marcio del nostro paese.

L'arroganza del concessionario privato che nella valle (e dentro le istituzioni) si comportava da padrone. Uno stato nello stato.

Il silenzio dei giornali su quanto stava accadendo sulla diga (e la vergogna di alcuni giornalisti per quanto scrissero a caldo dopo il disastro) eccetto gli articoli che Tina Merlin, che era stata staffetta partigiana, scriveva su l'Unità (e che le costarono una causa in Tribunale poi archiviata)-

Lo scarso senso etico di esponenti delle istituzioni, dalla provincia, al genio civile, al ministero di Roma e fin dentro questa Sade.

La messa in produzione della diga, per rientrare nelle spese (la metà delle quali erano state pagate dallo Stato, ricordiamolo) a qualunque costo, anche a costo della vita.

Fin che ci si ostinerà a pensare solo al cemento, a nuove autostrade, a grandi opere come il Mose che diventano utili sono dopo anni e dopo miliardi spesi forse inutilmente, saremo costretti a rivivere le stesse scene.

Gente con le mani nei capelli. Case crollate o sommerse da acqua, fango e detriti. Persone travolte da fiumi che improvvisamente si gonfiano ed esplodono.

Provate a controllare, sulle prime pagine dei giornali, di cosa si parla oggi. Certo, c'è il virus, i contagi, il timore di un lockdown. Farete fatica a trovare proposte su temi ambientali (veri, non di facciata) per i 209 miliardi che arriveranno l'anno prossima dall'Europa per il recovery fund.

Perché piuttosto che mettere in sicurezza prima, si preferisce spendere dopo, di fretta e male, e piangere sulle proprie colpe.

09 ottobre 2013

La lezione del Vajont

Uno studio del Fai ha messo nero su bianco come la disastrosa lezione del Vajont non sia stata bene appresa.
Dal 1960, l'urbanizzazione del territorio è aumentata del +146%.
A fronte di un aumento della popolazione del 17%.
Il 10% della superficie italiana – circa 30mila chilometri quadrati – è a rischio idro-geologico: ultimi esempi in ordine di tempo sono le tragedie avvenute alle Cinque Terre, a Scaletta Zanclea, a Soverato.
Significa fiumi canalizzati, dove lo spazio per l'esondazione naturale è stato loro sottratto per costruire case e centri commerciali (o il Salaria sport village).
Significa campagne che all'improvviso diventano strisce di asfalto per le tante autostrade che solcano il nord.
O campi che diventano capannoni per attività industrali, oggi tra l'altro in crisi.



Non abbiamo imparato niente dal quel 9 ottobre 1963,
da quelle 2000 vittime, molte delle quali bambini. Vittime di una tragedia annunciata in cui si è scelto di non rispettare la natura, l'uomo, in nome del profitto.
Quel profitto che la Sade, uno stato nello stato la definì Alessandro Da Borso, presidente democristiano della Provincia, mandato a Roma dal consiglio provinciale a protestare presso il ministro e ritornato con le pive nel sacco.

La Sade era il padrone veneziano. E allora tutti zitti: i geologi della provincia, i politici a Roma, i giornali e i giornalisti.
Ma non Tina Merlin, la testarda giornalista de l'Unità che, prima della frana del Toc scrisse che sulla diga incombeva una frana che minacciava i paesi sulla cresta opposta al Toc, Erto e Casso. E forse anche Longarone.

La Merlin fu mandata a processo, a Milano, per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l'ordine pubblico", dopo la denuncia dei carabinieri: fu assolta solo perché nel frattempo c'era già stata la prima frana.
Quella del 1960.

La tragedia del Vajont è anche questo: lo Stato che non tutela più gli interessi generali, di tutti, ma solo quelli del potente.
Un sistema che considerava i contadini di Erto e Casso pedine sacrificabile, di fronte agli enormi guadagni e soprattutto di fronte agli investimenti (in parte pagati dallo stesso stato italiano per gli assegni a fondo perduto) della Sade.

I giornalisti delle testate moderate che attaccavano quanti si permettevano, a tragedia avvenuta, di chiedere conto delle responsabilità.
"Un sasso è caduto in un bicchiere, l'acqua è uscita dal bordo, ed è finita sulla tovaglia.
Tutto qua. [..] E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi ha costruito il bicchiere perchè il bicchiere era fatto bene, a regola d'arte, testimonianza della tenacia e del coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro".

Questo scriveva pochi giorni dopo la tragedia del Vajont, avvenuta il 9 ottobre 1963, Dino Buzzati sul suo giornale Il Corriere della Sera.

Un capolavoro, in nome del progresso.
Quel progresso e quella industria che non poteva essere fermata.
Così come oggi non possiamo permettere che nessuna tocchi la produzione dell'Ilva di Taranto, per rendere sicuro l'ambiente.
Così come non possiamo permettere che le grandi opere siano messe in discussione. Le nuove autostrade, i TAV, i nuovi porti, gli aeroporti da espandere ..

Può franare il paese, ma il progresso non si arresta.