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20 ottobre 2024

Anteprima Presa diretta – L’era della solitudine

Benvenuti nel mondo della rumorosa solitudine: viviamo da soli, come succede al 40% degli italiani, bombardati da messaggi, da post e tweet da tutto il mondo, che arrivano dai nostri amici virtuali. Basta alzare la testa quando siamo in metropolitana o sul treno per andare al lavoro.

Ma se abbiamo bisogno di aiuto non c’è nessuno. Arriveremo anche noi a ricorrere agli amici in forma di robot come in Giappone?

La solitudine è il tema dell’ultima puntata di questa stagione di Presadiretta: ci sarà un reportage che per la prima volta in Rai parla a questo argomento di cui si parla così poco. Siamo sempre più soli, lo dicono i numeri, aumentano le persone che vivono da sole, il 33% di media ma in città come Milano si arriva già al 55% e si spezzano quelle relazioni che dovrebbero sostenerci: “più di un italiano si dieci dichiara che non saprebbe a chi rivolgersi in caso di aiuto”. Quello di Presadiretta sarà un viaggio emozionante e delicato tra l’Italia e il Giappone, gli Stati Uniti, l’Inghilterra. E se la cura a questa malattia fossero grandi iniezioni di socialità?

Ma quali sono gli effetti di questa solitudine della società moderna?
I ricercatori del Max Planck Institute for Human Cognitive and Brain Sciences di Lipsia, sotto la guida della neuroscienziata Veronica Witte, hanno indagato il cervello e le abitudini sociali di 1900 abitanti della città, tutti sopra i 50 anni. Li hanno testati all’inizio della ricerca e poi sei anni dopo: risultato, il prezzo della solitudine è molto caro. Lo racconta la stessa dottoressa Witte: “I soggetti che erano meno connessi socialmente hanno mostrato un invecchiamento più veloce del cervello. Se analizziamo la differenza tra due partecipanti, uno con un solo amico stretto e l’altro con tre o quattro amici stretti , vediamo che l’ippocampo di una persona più sola invecchia di un anno in più, rispetto a quello di persona con più amici”.
La solitudine prolungata quindi è come se atrofizzasse i nostri cervelli?

“Si, si potrebbe dire così: tutti invecchiando andiamo incontro ad una atrofizzazione dei tessuti del cervello, della materia grigia e bianca. Ma quello che abbiamo visto qui è una accelerazione di questo invecchiamento e questa accelerazione è connessa ad un alto rischio di sviluppare malattie neuro degenerative, demenze e declino cognitivo.. ”

In Inghilterra hanno trovato una soluzione: si chiama “social prescribing”, la prescrizione sociale, un approccio innovativo della sanità che si cura dell’aspetto sociale della salute ovvero, i medici oltre alle ricette per i farmaci possono prescrivere anche attività terapeutiche contro la solitudine.

Jenny Hartnoll è una delle operatrici di prescrizione sociale: “Le persone hanno molto bisogno di riconnettersi con gli altri, amici, familiari, vicini di casa, perché spesso le persone non si parlano affatto o vorrebbero farlo di più. Noi operatori li aiutiamo a farlo oppure li indirizziamo a gruppi di camminate, incontri di conversazione al bar, gruppi di ginnastica, gruppi per l’elaborazione del lutto. Il medico indirizza i pazienti a noi e noi poi passiamo molto tempo con loro per capire cosa si può fare per alleviare la loro solitudine.”
E cosa ne pensano i medici di base? Hellen Kingston lo spiega a Presadiretta “I miei pazienti erano in grado di gestire problemi di salute anche molto complicati, mentre quelli che erano soli o isolati dalla famiglia o che avevano perso i contatti gli amici, soffrivano molto di più. La solitudine amplifica notevolmente i problemi di salute, anche un semplice mal di schiena o un dolore al ginocchio diventa un ostacolo insormontabile.”
Quindi cosa fa quando vede un paziente che deve migliorare le sue relazioni sociali?

“Gli chiedo cosa sta succedendo nella sua vita, se si sente solo. Se posso do qualche consiglio, propongo qualche attività sociale in linea coi suoi interessi. Ma se qualcuno è davvero in difficoltà, allora lo metto in contatto con gli operatori della prescrizione sociale. Dal punto di vista dei costi abbiamo risparmiato circa 6 sterline per ogni sterlina investita in prescrizione sociale, quindi questo approccio è molto conveniente per il servizio sanitario nazionale”.

Su Today.it trovare una anticipazione del servizio:

Con lo speciale "L’era della solitudine", "PresaDiretta" si sofferma sul Giappone, dove migliaia di persone muoiono in isolamento, un fenomeno noto come Kodokushi. Il programma perlustra le “Gomi-Yashiki”, abitazioni colme di rifiuti, e servizi come gli Host club e le app di incontri, volti a combattere la solitudine. Cresce anche il numero di anziani che commettono reati per trovare compagnia dietro le sbarre. Spostandosi In Italia, le telecamere del programma fanno visita a Milano, dove oltre la metà delle famiglie è composta da una sola persona, creando un mercato immobiliare unico. Viene seguito un funerale umanitario per chi non ha più nessuno, e raccontato il lavoro dei genealogisti che cercano gli eredi di persone decedute in solitudine. Infine, si parla di Telefono Amico, che registra un forte aumento di richieste da persone isolate. L'inchiesta si conclude con una visita in Germania, dove si studiano gli effetti dell'isolamento sul cervello umano, e nel Regno Unito, il primo Paese al mondo ad aver istituito il Ministero della Solitudine per contrastare questa crescente crisi.

In Aspettando Presadiretta si tornerà a parlare dell’Emilia Romagna all’indomani della seconda alluvione nello spazio di un anno per domandarci cosa non ha funzionato, che fine hanno i soldi stanziati dal governo per la messa in sicurezza del territorio e per i ristori alle persone e alle aziende che avevano perso tutto nell’alluvione dell’anno scorso.
Presadiretta ha raccolto le testimonianze degli imprenditori colpiti dall’alluvione, come Stefano Tamesini, che assieme alla moglie gestisce un’impresa di biancheria con dieci dipendenti: “La pratica Figiuolo, diciamoci la verità, è stata resa volontariamente di una complicazione pazzesca ”.
Dopo l’alluvione ha perso tutto, le materie prime e le macchine da cucire con cui lavorano.
Quali sono queste complicazioni?
“Considerate che per un bene, unico, una macchina da cucire, un compressore, una macchina da taglio, qualsiasi cosa, io devo fare la foto digitale del bene che è andato perduto, numero di matricola, fattura, poi dichiarazione di riparabilità o non riparabilità, bonifico di questa macchina e movimento contabile sul conto corrente in cui si vede il movimento di quel bonifico che èandato a pagare quella macchina. Tutto questo per ogni bene. Mettiamo che io ne possa avere 350, moltiplicate voi..”
Alla fine dei 300mila euro che ha perso non ha recuperato nulla: “siamo andati di tasca nostra, abbiamo fatto due mutui che sono serviti a ricomprare le macchine per ripartire che adesso sono di nuovo sott’acqua. Noi adesso come facciamo a ripartire?”

Ma non è solo l’Emilia Romagna ad essere a rischio: ci sono altre regioni coi medesimi problemi, in alcune i lavori per gestire le situazioni di emergenza sono stati fatti, come in Lombardia e Presadiretta andrà a raccontarli.
Verrà poi discusso col climatologo Antonello Pasini lo stato del Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.

La scheda del servizio:

Il dramma della solitudine e le questioni legate al dissesto idrogeologico al centro di "Aspettando PresaDiretta" e "PresaDiretta", in onda domenica 20 ottobre alle 20.35 su Rai 3. Su 900 mila frane presenti in Europa, 600 mila sono concentrate in Italia. Con l’autunno alle porte e il ripetersi di eventi estremi come in questi giorni in Liguria, l’ultima puntata della stagione 2024 del programma si apre con il tema del dissesto idrogeologico. Dall’Emilia Romagna alla Lombardia, tra interventi non realizzati ed esempi positivi di prevenzione sul territorio. E poi "PresaDiretta" si occupa della solitudine, un fenomeno definito dall’Oms: “un problema di salute pubblica globale”. Attraverso un viaggio tra Italia, Giappone e Gran Bretagna si cercherà di comprendere come è cambiato il modo di vivere, di lavorare, di abitare gli spazi nelle grandi città. Per capire perché da soli ci si ammala di più e il mondo appare più ostile. Qual è l’impatto economico, sociale, sanitario della solitudine sulla società?
"Aspettando PresaDiretta", nella prima parte della serata ritorna in Emilia Romagna. A Modigliana, Brisighella, Faenza, Ravenna, tra fiumi esondati, argini crollati, città invase dall’acqua e dal fango. Ad appena 16 mesi dal precedente disastro, un’altra alluvione ha colpito un territorio per il quale il governo aveva stanziato 3,8 miliardi destinati a messa in sicurezza e rimborsi a famiglie e aziende. Quanti soldi sono arrivati e quanti sono stati impiegati davvero? Cosa doveva essere realizzato e non è stato fatto? Un viaggio tra cittadini, amministratori e imprese, alla ricerca di risposte su competenze e responsabilità. E poi "PresaDiretta" è andata in Lombardia e nel Lazio per raccontare come la prevenzione può proteggere l’ambiente, la sicurezza dei cittadini e anche il patrimonio artistico. Ma in un Paese dove più di 8 milioni di italiani sono esposti al rischio di frane e alluvioni, a che punto è il Piano nazionale di adattamento ai mutamenti climatici? Per parlarne in studio con Riccardo Iacona ci sarà il climatologo Antonello Pasini, ricercatore dell’Istituto sull’Inquinamento atmosferico del Consiglio Nazionale delle Ricerche.
"L’era della solitudine" porterà il pubblico in Giappone, il Paese con la popolazione più anziana del pianeta, dove nei primi tre mesi del 2024 quasi 22 mila persone sono morte in solitudine. Un racconto sorprendente in un Paese che ha inventato persino una parola per queste morti: Kodokùshi. "PresaDiretta" è entrata in una delle migliaia di “Gomi-Yashiki”, case dove le persone vivono e muoiono sole, sepolte dall’immondizia. Ha raccontato il lavoro degli Host club, i locali dei professionisti dell’affetto a pagamento, che arrivano a guadagnare fino a 40.000 euro al mese; le app di incontri organizzati dall’intelligenza artificiale della municipalità di Tokyo; i robot per tenere compagnia venduti al prezzo base di 3 mila euro. E ancora, una nuova emergenza nazionale: 3 mila anziani che hanno commesso piccoli reati per farsi arrestare. Perché perfino una cella è preferibile alla solitudine della propria casa.
Poi in Italia, dove si moltiplicano le iniziative per affrontare le conseguenze della solitudine, una condizione di vita che si allarga a macchia d’olio. "PresaDiretta" ha seguito uno dei 170 funerali umanitari che ci sono ogni anno a Milano, per dare una sepoltura dignitosa a uomini e donne che non hanno più nessuno accanto. E ha esplorato il modello Milano, la città in cui il 55 per cento delle famiglie è monocomponente e dà vita a un mercato immobiliare che raccoglie più della metà di tutti gli investimenti del settore in Italia. Ha raccontato il lavoro dei genealogisti, che hanno il compito di andare alla ricerca degli eredi di persone morte da sole. Infine, è andata a trovare gli operatori di Telefono Amico, che dopo quasi 60 anni di attività, sta conoscendo un boom di richieste da parte di persone che non hanno nessuno a cui rivolgersi, a cui chiedere aiuto.
E ancora, quale impatto può avere la solitudine sulla salute e come prevenirlo? Per capirlo "PresaDiretta" è andata in Germania dove gli scienziati stanno studiando gli allarmanti effetti dell'isolamento sociale sul cervello e in Gran Bretagna, primo Paese al mondo a istituire il Ministero della Solitudine.
"L’era della solitudine" è un racconto di Riccardo Iacona con Liza Boschin, Antonella Bottini, Marco Della Monica, Lorenzo Grighi, Lisa Iotti, Irene Sicurella, Eugenio Catalani, Fabio Colazzo, Matteo Delbò, Paolo Martino, Massimiliano Torchia.


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

14 gennaio 2024

Anteprima inchieste di Report – il confine sempre più labile tra mafia e stato

In Italia stanno per piovere miliardi che verranno spesi per le opere del PNRR. Anziché rinforzare i controlli, questo governo sta togliendo tutti i controlli, sia a livello di reati (come l’abolizione d’ufficio) sia cercando di depotenziare i controlli della Corte dei Conti.

Nel frattempo le mafie sono sparite dal radar della politica: dopo la cattura di Messina Denaro sembra che le mafie non esistano più. Il servizio di Report si occuperà della nuova criminalità organizzata e del confine sempre più labile con la politica.

Poi un servizio sugli aiuti promessi e non mantenuti per l’Emilia. Infine un nuovo capitolo della serie sulla tela di Sgarbi.

La tela di Sgarbi – la serie

La denuncia per stalking non ha fermato Report dal voler arrivare alla verità sul quadro di Manetti che il sottosegretario Sgarbi sostiene sia stato trovato per caso in un vecchio casolare.
La procura di Macerata ha aperto un fascicolo sulla vicenda iscrivendo Sgarbi nel registro degli indagati:

Quando i carabinieri hanno bussato alla sua porta, il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi già conosceva il motivo di quella visita: volevano il quadro della discordia, ovvero La Cattura di San Pietro, un caravaggesco del Seicento senese opera del maestro Rutilio Manetti. Una tela ormai nota anche ai non esperti in materia: il dipinto, infatti, è al centro del fascicolo della Procura di Maceratache ha iscritto nel registro degli indagati il sottosegretario alla Cultura del Governo Meloni con l’accusa di riciclaggio di beni culturali. Il motivo? La Cattura di San Pietro è stato rubato nel 2013 dal castello di Buriasco, in Piemonte. Poi è riapparso nel 2021 a Lucca, in una mostra a tema, indicato come proprietà personale di Vittorio Sgarbi. Si tratta dello stesso quadro? L’inchiesta giornalistica de Il Fatto Quotidiano e di Report ha evidenziato tutta una serie di elementi che lasciano pochi dubbi in merito. Ora toccherà agli inquirenti chiudere (o meno) il cerchio.

Sul Fatto Quotidiano di oggi, domenica 14 gennaio, Thomas Mackinson racconta dei nuovi sviluppi della vicenda:

Anche un imprenditore lega a Sgarbi il quadro trafugato

L’OPERA “RUBATA” NEL ’13 E RICOMPARSA NEL ’21 - Dall’inchiesta spunta anche un secondo nome che ricollega persone vicine a Sgarbi il furto al castello

DI THOMAS MACKINSON 14 GENNAIO 2024

Anche le misure inchiodano Sgarbi al quadro rubato. Dalle prime verifiche fatte sull’opera sequestrata due giorni fa a Ro Ferrarese, emerge che non ci sono affatto quei 30-40 cm di differenza con la versione della Cattura di San Pietro trafugata dieci anni fa dal castello di Buriasco e riapparsa con una candela in una mostra del 2021 come “inedito” di sua proprietà. Le dimensioni riportate nella denuncia, lo conferma la vittima del furto, comprendevano infatti la cornice, oltre al fatto che l’opera si è ulteriormente ridotta per via del taglio interno ad essa, necessario ad asportarla. Cade dunque, e prima ancora della guerra di perizie che già si annuncia, la “foglia di fico” che Sgarbi utilizza da settimane per dire che sono “opere diverse”.

La scheda del servizio: Il valzer della candela II di Manuele Bonaccorsi

Collaborazione di Thomas Mackinson
Immagini di Marco Ronca
Montaggio e grafica di Michele Ventrone

Il sottosegretario ai Beni culturali Vittorio Sgarbi indagato per "autoriciclaggio" dopo l'inchiesta di Report.
La procura di Macerata ha aperto una inchiesta su Vittorio Sgarbi, con l’ipotesi di reato di autoriciclaggio di opere d’arte, in seguito all’inchiesta di Report e del Fatto quotidiano sulla Cattura di San Pietro di Rutilio Manetti, un’opera di proprietà del noto critico d’arte, del tutto simile a un dipinto trafugato nel 2013 al castello di Buriasco di Torino. Il dipinto, inserito nella banca dati del nucleo di tutela dei beni culturali del Carabinieri, era stato esposto nel 2021 in una mostra a cura di Sgarbi a Lucca. Report torna sul caso.

La mafia, lo stato e quel confine sempre più labile

Camorra, Cosa Nostra, 'Ndrangheta, tutti uniti a fare affari. Chi sono i capi? Quali referenti politici? Non sappiamo nulla dei vertici di cosa nostra, adesso che Messina Denaro è morto, dopo l’arresto nello scorso anno.
La mafia è sparita, puff, non c’è più. Non c’è più l’allarme criminalità, al sud e figuriamoci al nord. Eppure le mafie ci sono ancora, sono sempre più potenti e continuano a dialogare col mondo dell’imprenditoria e della politica.
Anche e soprattutto qui al nord, dove girano più soldi: ha fatto rumore nei mesi passati la decisione del GIP di Milano di non convalidare le richieste di arresto nell’ambito di una indagine coordinata dalla DDA milanese e dai carabinieri sulla nuova cupola milanese:

composta non da singole associazioni ma da una sovrastruttura formata da esponenti di Cosa nostra, ndrangheta e camorra romana, con tutti i crismi dell’associazione mafiosa: controllo del territorio, armi, intimidazioni e un corposo capitale sociale composto da politici e imprenditori. Ben nove le estorsioni documentate. Decine le armi, anche un fucile a canne mozze. Oltre venti i summit filmati dai carabinieri con esponenti apicali e storicamente radicati a Milano, come da decine di sentenze, del Consorzio e non di un solo clan. Ma, per il tribunale, mafia non c’è. Dei capi d’imputazione contestati agli undici arrestati, solo per tre viene ipotizzato il metodo mafioso, in alcuni di questi l’accusa di estorsione e però rubricata a minaccia.
Sembra di essere tornati alla Palermo degli anni 80, dove la mafia agiva indisturbata, i latitanti potevano agire indisturbati, protetti da una parte dall’omertà diffusa, dall’altra dalla mancanza di comprensione del metodo mafioso, quello poi rivelato dalle indagini del pool di Caponnetto che portò al maxi processo.

Nell’anteprima del servizio ci sono due tentativi di interviste: la prima a Paolo Errante Parrino un imprenditore di Abbiategrasso che, secondo la procura milanese, sarebbe il referente del nuovo consorzio mafioso grazie ai suoi rapporti con la famiglia di Matteo Messina Denaro.

Una tesi a cui non ha creduto il gip del Tribunale di Milano che ha negato ai pm l’arresto di Errante Parrino, a suo carico, scrive testualmente il gip, ci sono solo “vicende bagattellari”.
Giorgio Mottola è stato cacciato via in malo modo con una minaccia “vi apro la testa in due .. vi taglio la testa”: vista la difficoltà ad incontrare Parrino, il giornalista ha cercato di fare qualche domanda al volto pubblico della famiglia, il cognato avvocato Giovanni Bosco che, è bene ricordarlo, non è mai stato né indagato né coinvolto in procedimenti per mafia: “Io mio cognato lo conosco bene, per lui il pane e il pane e il vino è il vino, tagliare la testa potrebbe voler davvero dire tagliare la testa..”.

Sui canali social è uscita questa mattina una nuova anteprima dove si parla dell’omicidio dell’ultras della Lazio Fabrizio Piscitelli, Diabiolik: fu un omicidio di mafia?

Secondo il comandante del Gico di Roma Marco Sorrentino fu chiaramente un delitto di mafia, aggiungendo che c’è un nesso tra Piscitelli e la famiglia Senese a Roma, “all’inizio degli anni 90 Fabrizio Piscitelli fu indagato insieme alla famiglia Senese, in particolare con Gennaro Senese, fratello di Michele.”
Il potere del capo ultras derivava dalla sua vicinanza alla famiglia Senese, era cosa nota a tutti a Roma che Piscitelli fosse uomo dei Senese, “quindi è una interpretazione mia, ma credo che una luce verde sia stata data per l’omicidio di Piscitelli” – è la conclusione del comandante del Gico.

La scheda del servizio: LA MAFIA A TRE TESTE di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi, Norma Ferrara

A Milano ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra si sono federate in un unico consorzio mafioso. All’ombra della Madonnina, esponenti apicali delle tre più importanti organizzazioni mafiose pianificano insieme affari e agganci con la politica. Un sistema criminale che negli ultimi anni è riuscito a infiltrare settori economici e finanziari strategici del territorio milanese e sono riusciti a entrare in contatto con alcuni tra i politici lombardi più in vista di Fratelli d’Italia che attualmente ricoprono incarichi al governo e nelle istituzioni europee. Della cupola milanese trasversale alle tre mafie avrebbero fatto parte rampolli di antiche famiglie di cosa nostra lombarda, parenti stretti di Matteo Messina Denaro, capi delle locali di ‘ndrangheta ed emissari di un potente clan di camorra.

Gli aiuti (dimenticati) all’Emilia Romagna

L’alluvione dello scorso anno ha messo in crisi l’intera Emilia Romagna, dimostrando quando siamo vulnerabili ai nuovi eventi atmosferici.

Eppure l’Emilia Romagna ha delle linee guida all’avanguardia sui temi ambientali e una legge regionale che prevede il consumo del suolo a saldo zero: Bernardo Iovene ne ha chiesto conto al presidente Bonaccini, perché è emerso che non sempre queste linee guida siano eseguite, come è lampante che nonostante le leggi ci sia un serio problema di consumo del suolo (la regione Emilia Romagna è la prima per consumo del suolo).

“Noi in questa legislatura” ha spiegato Bonaccini “ arriveremo a tagliare circa 20 ettari di suolo edificabile, già deciso da programmazioni precedenti perché introducendo questa legge urbanistica, e da quest’anno non dando più deroghe ai comuni, noi andremo a ridurre quello che si prevedeva di consumare ..”
Il presidente ha poi aggiunto che è vero che nel passato è stato consumato troppo suolo, “infatti noi abbiamo provveduto ad una legislazione che deve andare non solo a ridurre quel consumo di suolo ma farlo diventare a saldo zero. Però se parliamo dell’alluvione, mi creda, quando ti cadono addosso 4,5 miliardi di metri cubi di acqua, c’entra poco tutto il resto, quello è un evento catastrofico, è un evento rispetto al quale dovremo ridisegnare il reticolo idrografico romagnolo, abbiamo chiamato esperti a darci una mano. Perché, come le ho detto, quello che dovremo fare per il futuro, non deve essere fatto come prima, deve essere fatto meglio di prima.”

Il servizio cercherà di capire cosa si stia facendo per oggi in questa regione per mitigare il rischio alluvioni: già nel 2015 si era data delle linee guida che prevedevano vegetazione anche all’interno degli alvei per drenare e frenare il corso dell’acqua ma intanto sugli argini si continua a tagliare gli alberi. Non sempre c’era la necessità di tagliarli: lo racconta l’assessore alla sicurezza del comune di Faenza Bosi “nei corsi d’acqua arginati si, il dover rifare gli argini ci ha comportato ad un taglio netto della vegetazione..”.

Iovene ha sentito anche l’assessora all’ambiente in regione Irene Priolo “In realtà l’acqua è stata trattenuta nella sua furia anche dalla presenza della vegetazione che noi abbiamo, ma questa deve essere mantenuta”.
Cosa comporta tutto questo in senso pratico? Lo spiega l’urbanista Gabriele Bollini “Il corso d’acqua non è una condotta, un tubo che porta acqua, è un ecosistema: nelle linee guida si dice che le piante e la vegetazione serve per rallentare il corso d’acqua e [l’Emilia Romagna] l’unica regione che ha queste linee guida e non le ha utilizzate perché se io pulisco gli argini diventano campi da bocce.”
“
E’ un argomento molto delicato” ha cercato di giustificarsi la vicepresidente Priolo “quello sulla vegetazione ripariale perché dopo un evento di questo genere [l’alluvione] la prima cosa che i cittadini vorrebbero che tutta la vegetazione interna ai corpi arginali interna ed esterna venisse eliminata completamente.”

Insomma, si sarebbe preferito assecondare anche le richieste delle persone vittime dell’alluvione. Come a Faenza dove hanno rifatto gli argini dove è esondato, ma poi per centinaia di metri hanno tolto di mezzo la vegetazione, tagliando tutti gli alberi lungo gli argini, anche alberi secolari in salute. Questi abbattimenti salveranno il paese dalla prossima alluvione? Dove il fiume è uscito dagli argini è prevista una lottizzazione ovvero si continuerà a costruire in zone pericolose a fianco dei fiumi, togliendo spazi verdi. E chi si lamenta come gli ecologisti (quelli veri come il comitato Faenza Eco-logica) passa per quelli che sanno dire solo no.
Dopo l’alluvione ci sarà un ripensamento sulle concessioni da dare in determinate aree oppure andrà avanti come se nulla fosse successo? Il sindaco risponde a modo suo: “noi oggi non abbiamo gli strumenti per mettere in discussione iter e permessi amministrativi.” Pilatescamente lascia tutte le responsabilità al commissario (sarebbe Figliuolo, desaparecido) che eventualmente potrebbe bloccare nuovi scempi sul territorio.


A Rastigliano, frazione di Pianoro: in una zona a rischio idrogeologico si sta realizzando un tratto di strada sopraelevata, per la realizzazione hanno tagliato più di mille alberi e a maggio il cantiere è stato invaso dall’alluvione, che ha fatto emergere perfino un argine nascosto del ‘700. Anche qui è sorto un comitato locale, Comitato Santa Bellezza, che spiega a Report come questa zona fosse una volta un parco, oggi invece è tutto tabula rasa, hanno tagliato gli alberi: quando è arrivato l’alluvione ha spazzato via tutto proprio in questa zona, il progetto non è stato rivisto col risultato che oggi i piloni della strada sopraelevata stanno dentro l’acqua.

Quando uno sostituisce un albero di 40 anno con la capacità filtrante che ha in quel momento e lo sostituisce con alberelli di 4 – 5 anni si perde una risorsa per contenere gli alluvioni- è l’accusa che viene fatta dal fitopatologo Aldo D’Aurelio.
Il progetto è della città metropolitana di Bologna, l’ingegnere ha ammesso che le pile rimarranno nell’alveo del fiume, perché era tutto previsto, anche l’alluvione: i progetti non si modificano dunque, “il fiume si è comportato come è previsto che si comportasse di fronte a questi fenomeni..”
Ma i cittadini lo sanno?

Peccato che il progetto iniziale non avesse le pile in alveo, che gli effetti dell’alluvione sono sicuramente stati superiori a quanto stimato (?) dall’ingegnere: perché allora non si fanno le verifiche su tutti i progetti in cantiere, per tutelare la sicurezza dei cittadini? Perché non si rispettano le linee guida della stessa regione? Perché si continua a fare tabula rasa accanto ai fiumi? Perché il consumo di suolo continua ad aumentare nelle zone a pericolosità idraulica (come dal rapporto di Ispra)?

Sempre restando a Bologna ci sono poi i lavori per la linea del tram, i cantieri del passante autostradale, che aumenterà le corsie esistenti: il progetto prevede una compensazione con nuovi parchi e centomila tra nuovi alberi e arbusti, ma nel frattempo dei giardini pubblici vengono trasformati in cantiere e alberi già cresciuti vengono abbattuti e nuovo consumo di suolo.

È successo al parco don Bosco, dove il comitato di cittadini ha manifestato contro questo ennesimo scempio, senza riuscire a fermare i lavori.
Il comune taglierà decine di alberi proprio accanto alla sede della regione, per costruire una nuova scuola a lato della vecchia che sarà abbattuta. Perché non si ristruttura la vecchia scuola?

Il servizio di Iovene si occuperà poi del tema ristori per le vittime dell'alluvione. Finito il tempo delle passerelle e delle polemiche tra governo Meloni e presidente Bonaccini, a che punto siamo coi soldi promessi alle famiglie e alle imprese?

A Faenza il giornalista ha intervistato una famiglia che è rimasta fuori casa dal 16 maggio: l’acqua è entrata in casa, ha sommerso le camere, i mobili i quali non verranno risarciti: la famiglia Mascaretti non può ristrutturare la casa perché avendo già un mutuo non possono permettersene un secondo. Non è l’unica famiglia che ha lasciato la casa così com’è, senza far partire i lavori di ristrutturazione: non è solo un tema economico, ma è anche la paura, le famiglie non sanno se le zone dove sono costruite le loro case siano sicure o meno. Dopo l’alluvione sappiamo che non sono sicure: così rimane tutto fermo, case, bar, locali. “Quando è successo avevo coraggio, adesso l’ho perso, sono un po’ abbattuta” racconta a Report Marta Pederzoli proprietaria del locale Pink Panther.

Dal 16 novembre, come spiega il servizio in anteprima qui, “si può accedere alla piattaforma Sfinge della Regione per richiedere i ristori. Il commissario di governo ha previsto 20mila euro per le famiglie e 40mila euro per le aziende. Ma c'è un problema i mobili non sono risarciti: "L'anomalia sono la mancanza dei mobili che non abbiamo compreso perché in tutte le alluvioni è la prima cosa che va risarcita", afferma l'Assessore all'Ambiente della Regione Emilia Romagna Irene Priolo. Dopo un mese dall'alluvione è stato emesso un contributo di prima necessità 3.000 euro a chi ne ha fatto richiesta e tra poco ci sarà un'altra integrazione di 2.000 euro. Ma anche sommando i 20.000 euro, c'è chi non riuscirà a ristrutturare casa. ”

La scheda del servizio: PRESTO CHE È TARDI di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

I ritardi, l’attesa e l’incertezza dei finanziamenti stanno mettendo a dura prova un popolo che da subito non si è perso d’animo. Dopo 7 mesi nelle zone alluvionate dell’Emilia-Romagna ci sono ancora quartieri completamente disabitati, le famiglie hanno perso tutto, attualmente hanno ricevuto i primi 3000 euro di 5000 come immediato sostegno e dal 16 novembre possono fare domanda per ricevere, previa perizia certificata, al massimo 20 mila euro. Non saranno rimborsati i mobili, le auto e i motorini. Sono in un limbo, non riescono ad entrare nelle proprie case, a questo si aggiunge la paura di una nuova alluvione. Stessa situazione vivono le imprese, che hanno avuto vari milioni di danni, ma possono richiedere un contributo di 40 mila euro. Le aziende non hanno sfruttato la cassa integrazione hanno utilizzato i dipendenti pagandoli di tasca propria per ripartire, ma oggi hanno bisogno di ristori che non arrivano. Anche in Toscana a due mesi dall’alluvione aziende e famiglie sono sull’orlo di una crisi di nervi, a loro verranno risarciti al momento 5 mila euro per le famiglie e 20 mila per le aziende, ma il presidente Giani non ha notizie di quando arriveranno le risorse, né se sarà lui il commissario per la ricostruzione scelto dal governo. Intanto, la Presidente del consiglio, nella risposta a un'interrogazione parlamentare, in polemica con la Regione Emilia-Romagna ha stilato la lista dei finanziamenti erogati. Il presidente Stefano Bonaccini contesta questi dati. A pagare questo rimpallo di responsabilità sono solo imprese e cittadini che hanno perso un pezzo di vita.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

05 settembre 2023

Presadiretta – Stato di calamità permanente

Le ondate di calore in Italia, i fiumi di ghiaccio al nord, i tornadi a devastare l’hinterland milanese, i torrenti che esondano: siamo in uno stato calamità permanente.

Incredibile che ancora oggi ci siano persone che sottovalutino questi eventi, che non si siano ricreduti nemmeno dopo l’alluvione in Romagna. Questo ha messo in crisi una porzione importante di territorio, sin dalle montagne: c’è stato un forte richiamo di area calda e umida, attorno ai primi di maggio, così in pochi giorni è caduta l’equivalente di sei mesi di pioggia, ma in due giorni spiega a Presadiretta il responsabile dei meteorologi.
Queste piogge le ho viste solo in Africa – racconta Alessandro Liverani a Iacona mentre accompagna il giornalista a vedere le frane in montagne: passati pochi mesi ci sono ancora strade da mettere in sicurezza, ma ci sono anche frane enormi, le frane XL, che hanno cambiato la forma e la struttura della montagna. Hanno franato anche i boschi, rimangono le “unghiate” della frana: tutto colpa del fatto che i boschi sono stati abbandonati.

Uno che non ha abbandonato la montagna è il viticoltore Bordini: con piccoli gesti ha tenuto pulita la sua montagna, drenando l’acqua in piccoli fossi, così è riuscito a salvare la sua vigna.

Ma anche la città è tutelata se si proteggono le montagne: dobbiamo essere preparati ad affrontare questi eventi che saranno più frequenti nel futuro.

L’alluvione farà perdere ancora gente alla montagna? Questo il timore nel comune di Modigliana, dove manca personale per lavorare sul territorio, per continuare a far funzionare le attività dell’uomo. Per anni però si è impoverito il pubblico, si sono svilite le province, si è ridotto il personale che poteva lavorare per ricostruire strade, analizzare il corso dei fiumi.

Fiumi che sono stati irregimentati e deviati per fare spazio alle costruzioni nuove: sono i fiumi e i torrenti che hanno ricevuto dalla montagna fango e acqua e che con l’alluvione hanno invaso le case, industrie, attività costruite nell’alveo del fiume.

Negli spazi dei fiumi l’uomo ha costruito impianti, ha tirato su campi di kiwi (che si esportano in tutto il mondo): il fiume Marselo si è ripreso tutto, causando danni per centinaia di migliaia di euro.

Oggi bisognerebbe essere intelligenti e lasciar scorrere e respirare il fiume: alle porte di Faenza il torrente ha inondato la città, come successo per tanti altri torrenti e città: niente deve essere dimenticato, occorre onorare le vittime, occorre capire cosa è successo e cosa va fatto per mantenere la nostra bella e fragile Italia – così Iacona concludeva l’anteprima della puntata.

Giordano Bruno è uno degli abitanti di Ronta, vicino Cesesa: il fiume ha inondato le strade della città. Qui sono morte diverse persone, come i genitori della signora Manuzzi, portati via dalla corrente dell’acqua.
Lucia Manuzzi come tanti altri è stata salvata dai vigili del fuoco: migliaia di persone gridavano aiuto dalle finestre, mentre vedevano le acque entrare nelle loro case, mentre vedevano le loro vite messe a rischio. L’acqua nelle strade dei paesi era salita fino a due metri e trascinava via tutto quello che trovava. Qui, a Sant’Agata sul Santerno ci sono stati due morti, ma potevano essere di più se l’alluvione fosse arrivato di giorno e non di notte: questo paese si trova sotto l’argine del fiume, quando l’alluvione ha rotto l’argine davanti al paese, ha distrutto tutto. Per salvare le persone sono dovuti arrivare gli elicotteri dei Vigili del Fuoco e dell’Esercito che nella notte hanno effettuato migliaia di salvataggi.

Delle sedici vittime ben dieci sono morte nelle città, nelle loro case: come a Forlì, dove le persone sono morte intombate dentro le loro case al pian terreno.

E chi stava ai piani alti non poteva sapere quando l’acqua si sarebbe fermata…

A distanza di settimane, quando il servizio è stato girato, le persone erano ancora sotto choc, ricordavano bene la paura di quei momenti.
Ma questo non ha impedito alle centinaia di volontari di mobilitarsi, per salvare le persone, per chiudere alle aziende di far cessare le attività produttive e mandare le persone a casa.

Sono saltati le fogne, le luci, i servizi: tutto quello che rende le città sicure, quello dell’Emilia Romagna è stato il terzo evento più catastrofico del 2023 proprio perché ha colpito il tessuto delle città.

Bisogna riprogettare il territorio, le città, smetterla di negare questo cambiamento climatico: queste le cose da fare. Ma a che punto è la ricostruzione oggi?

Presadiretta è andata nelle città per capire qual è la situazione a tre mesi dall’alluvione: Faenza ha ancora case chiuse, ci sono imprese che hanno riaperto ma coi soldi del proprietario, perché i fondi pubblici non sono ancora arrivati e nessuno qui ha voglia di indebitarsi con le banche.
E gli imprenditori che non hanno soldi per ripartire? Senza ristori, senza paletti precisi sul quando ricevere i soldi, le imprese non possono ripartire.
Il governo ha previsto un finanziamento per aiutare questi imprenditori: ma una buona parte dei fondi sono rimasti non usati per destinati all’export. Si deve aspettare fino al 30 settembre – ha risposto il governo: ma qui le imprese non possono aspettare, i sindaci del PD della provincia hanno proposto che i fondi non spesi siano messi subito a disposizione.

Anche le imprese agricole hanno avuto danni: hanno preso 3000 euro per i tre mesi di non produzione, ma è veramente poco.

Così alla fine i primi soldi sono stati messi dai sindaci dell’Emilia Romagna: come i soldi per i cerotti, finanziati dal comune di Cesena per esempio.
O come gli interventi sul territorio iniziati dai sindaci e poi stoppati dal governo. O come i fondi per le famiglie, per i danni alle loro case e al loro mobilio.

I comuni hanno speso soldi anche per gli alloggi temporanei destinati agli sfollati: tutti vorrebbero rientrare nelle case, il governo ha stanziato per la ricostruzione delle case 120 ml ma solo sulla carta.

Dopo i primi giorni è partito un clima di scontro che ha generato una polemica politica, da parte di esponenti del governo contro i sindaci del PD – racconta il sindaco di Ravenna De Pascale.
Saranno risarciti tutti – assicura il senatore di FDI Lisei – che da la colpa alle procedure degli enti locali, comuni e regione, che non hanno perimetrato i danni.

In studio era presente il presidente Bonaccini: il governo ha mandato a Bruxelles un documento con la quantificazione dei danni, 8 mld, che dunque esiste. I danno erano stati quantificati, da regione e sindaci: per i privati sono 4 mld di euro. I 3000 euro alle famiglie sono stati decisi da Bonaccini stesso, assieme alla Protezione Civile.
Il problema – continua Bonaccini – è rendicontare e asseverare: ma le persone ancora non hanno i moduli per le perizie, dei 900 ml come ammortizzatori sociali della ministra Calderone sono stati usati solo 30ml.
Si comprende la rabbia del presidente oggi, che Iacona non è riuscito a fermare: difficile accettare le accuse politiche fatte dal governo di voler cercare visibilità con l’emergenza.

Il punto di vista degli scienziati

Iacona ha visitato il territorio colpito in Emilia Romagna assieme ai ricercatori dell’IRPI, del CNR: negli anni l’IRPI ha analizzato le fragilità del territorio nazionale, realizzando una mappa di previsione delle frane su tutto il paese.
Sanno cosa andrebbe fatto, per contenere le frane, le acque dei fiumi (su in montagna, prima che arrivi a valle), per evitare che le alluvioni si prendano case e strade.
Il sistema di equilibrio tra uomo e territorio che ha retto per secoli oggi va rivisto: la politica deve aprire oggi il cantiere Italia, che sarebbe anche una grande occasione per creare sviluppo e lavoro.
A Forlì il fiume Montone ha saltato il suo argine: queste sono state messe in crisi dalle tane degli istrici, pulire gli argini dagli alberi, dare spazio ai fiumi, “il fiume non vende mai, affitta sempre” spiega il presidente dell’IRPI.
La sicurezza delle città non può essere lasciata sola agli argini, ma oggi non basta: nel quartiere Romiti, a poche centinaia di metri dall’argine del fiume Montone, è finito tutto sott’acqua.
Meglio avere fiumi larghi a monte, rinunciando a qualche costruzione e campi, che fiumi stretti che scorrono veloce e mandano tutta l’acqua a valle: come l’allevamento di galline ovaiole costruito dentro l’alveo del Montone.

Servono le casse di laminazione, lungo il corso dei fiumi, che bloccano le piene a monte e che servono anche per salvare acqua nei momenti di siccità.
Negli anni settanta-ottanta si è costruito troppo e male: sono oggi gli stessi sindaci delle zone colpite che chiedono di smettere di cementificare e restringere gli alvei dei fiumi.
Tutte cose che Legambiente a Faenza aveva detto ben prima dell’alluvione: ci sono tante costruzioni avviate e non ancora costruite, per tutte le licenze rilasciate dal comune.

Basta consumo del territorio dentro e fuori le città, a ridotto degli svincoli autostradali, per i poli logistici dei capannoni, per i parcheggi: tutto cemento che impermeabilizza il suolo.
Secondo l’ISPRA, in ER si è continuato a consumare suolo pubblico nonostante la legge regionale sul consumo del territorio: questa è la terza regione dove si è costruito di più, raccontano dall’ISPRA: ci sono i cantieri per la logistica, i cantieri per nuove aree residenziali, gran parte delle trasformazioni del suolo agricolo sono avvenute in zone ad alta pericolosità idraulica.
La legge sul consumo del suolo in ER andrebbe riformata in senso più restrittivo: si sono concesse ai comuni troppe proroghe, come i poli della logistica fatti passare per costruzioni di interesse pubblico.

Manca una legge nazionale – la risposta del presidente Bonaccini – che sia restrittiva sul consumo del suolo.

I negazionisti climatici ovvero gli ecodubbiosi

Fa caldo? Beh è estate, ha sempre fatto calso. Piove? Ma come non c’era la siccità? Fa freddo? Visto, altro che riscaldamento globale.. Si parla di ecoterrorismo, si fa polemica sul clima dividendosi come tifosi: Salvini parla di cicli climatici, Pichetto Fratin dice di non essere certo delle responsabilità umane. Ma gli scienziati sono tutti concordi su un tema: il tema del clima deve stare al centro dell’agenda politica, se le cause del riscaldamento globale sono antropiche è una buona notizia, perché significa che possiamo porvi rimedio.
Siamo noi la causa dei fenomeni sempre più estremi: si sentono ancora le favolette su Annibale che ha attraversato le Alpi, dei cicli naturali devono parlare gli scienziati non Salvini, che al limite dovrebbe occuparsi di infrastrutture.

Ma a casa della Lega non ne vogliono sapere e si trincerano dietro articoli di scienziati scettici sui cambiamenti climatici. La stessa presidente Meloni parla poco del riscaldamento globale e della crisi climatica, meglio non scontentare i suoi elettori. Che della transizione ecologica non ne vogliono sentir parlare: la definiscono terrorismo green.

Quando saranno egemoni anche in Europa, questi partiti di destra, cosa faranno dei piani “green”?

Chissà se l’esponente di FDI Procaccini è consapevole che i cambiamenti climatici sono anche responsabili delle migrazioni delle popolazioni dal sud del mondo, come in Tunisia.

04 settembre 2023

Anteprima Presadiretta – Stato di calamità permanente

 


In Italia si dice che siamo bravi a gestire le emergenze: ci commuoviamo sempre di fronte alle immagini degli eroi che salvano le persone sotto le macerie, dalle case sommerse dalle acque, dal fango.. Siamo il paese che ha bisogno degli eroi per compensare l’incapacità di gestire la manutenzione dei fiumi, la pulizia degli argini, evitare che le colline franino addosso alle case, evitare che si costruisca laddove non si potrebbe, perché zona sismica, perché zona a rischio idrogeologico.

Aggiungo anche che questa retorica degli eroi non solo ha stancato, perché ogni volta ci tocca contare i morti e i danni: sull’emergenza ci sono troppi interessi, spesso poco puliti, nella gestione dei fondi. Pensate a quanto successo a l’Aquila dopo il terremoto del 2009, quando l’allora governo uso il palcoscenico con le macerie per la sua propaganda.
Questa sera tornano le inchieste di Presadiretta: la prima puntata è dedicata alla sfida lanciata dall’alluvione in Emilia Romagna del maggio passato. Una sfida a noi e ai decisori politici: il pericolo corso dalla popolazione in Emilia Romagna è stato estremamente reale, come reali sono i cambiamenti climatici causati anche dai nostri comportamenti.

Il servizio ha girato tutta la regione, dai monti sono scesi giù a seguire il corso dei fiumi, i giornalisti di Presadiretta sono entrati nelle città, fino al mare per cercare di capire che cosa è successo e cosa bisogna adesso per rigenerare il territorio visto che si moltiplicano gli eventi climatici estremi e dobbiamo per forza adattarci, ritrovare un equilibrio con queste forze della natura che si presentano così violente.
Ma a Presadiretta parleranno anche del presente, di quello che sta succedendo nelle città dell’Emilia, per capire a che punto è la ricostruzione, se i soldi che ha mandato il governo sono sufficienti. Iacona nell’anteprima ha invitato i suoi spettatori a scrivere alla redazione, usando i canali social, Facebook e Twitter, per raccontare le loro storie.

“Piogge così le ho viste soltanto in Africa e in Amazzonia però duravamo al massimo 8-9 ore” racconta a Iacona uno dei testimoni dell’alluvione: “ad un certo punto sembrava di essere nell’occhio del ciclone perché le nuvole non si muovevano”. Ci sono diversi video che testimoniano la violenza dell’evento: in uno di questi si sentono le persone gridare aiuto, chiuse nelle loro abitazioni mentre l’acqua nelle strade continuava a crescere, entrando nelle case.

“Se anziché alle tre di notte capitava alle tre di pomeriggio qui c’era una strage” racconta un’altra persona a San’Agata sul Santerno durante il servizio che mostrerà anche le frane, le foreste scivolate lungo il fianco delle colline, fiumi usciti dai propri alvei che hanno diviso terreni a metà.

Durante l’alluvione sono letteralmente esplosi i fiumi e così i luoghi considerati più sicuri come le nostre abitazioni sono diventati delle trappole, tutto è accaduto in fretta e per fortuna di notte, dove c’erano meno persone in strada, altrimenti sarebbe stata una strage.

“Non possiamo rimettere il fiume dove l’avevamo messo” spiega un signore a Iacona “lui vuole star lì ed è tornato lì”: l’impianto di sicurezza dei territori che aveva retto per decenni oggi non regge più.

Presadiretta racconterà anche delle sedici vittime dell’alluvione: l’unico modo per onorarne la memoria è cercare di capire cosa dobbiamo fare, ovvero prendersi cura delle montagne, dei boschi, dei fiumi, sempre che vogliamo essere sicuri nelle nostre città.
E, va ricordato, non stiamo parlando di una regione dove c’è abusivismo, ma di una di quelle meglio amministrate, dove c’è un PIL alto rispetto alla media: l’Emilia ha sempre convissuto coi fiumi e coi canali, che attraversano i centri storici delle città come Forlì, Cesena..
Quelle pianure una volta alluvionali sono diventate oggi il centro di produzione della frutta al mondo, come il Kiwi. Questo equilibrio tra natura e uomo, tra natura e centri di produzione impiantati dall’uomo non funziona più – racconta Iacona nella presentazione della puntata a Il filo rosso: la politica deve essere intelligente al punto di voler cercare gli errori commessi, dove si è consumato troppo suolo, dove si sono costretti i fiumi che si sono ripresi i loro spazi con la forza. Dobbiamo far tesoro di questa tragedia in modo che diventi un piano nazionale di gestione dell’emergenza: “io mi aspetto dal governo non tanto la polemica sui soldi, perché parleremo anche di quella, avremo Bonaccini in diretta che racconterà se il punto di arrivo con Figliuolo è al punto giusto, ma io mi aspetto che oltre alla solidarietà parta finalmente l’idea di aprire il grande cantiere di cura per l’Italia.”
Iacona ha incontrato gli esperti nelle accademie: geologi, scienziati climatici, scienziati idraulici, quelli del CNR, con loro ha fatto il giro del territorio. Esistono mappe del territorio valle per valle, fiume per fiume: già si sapevamo le fragilità del territorio e sappiamo anche quello che dobbiamo mettere in campo. Certo oggi non si può più chiedere ai contadini che non ci sono più di mantenere una montagna: ecco perché è così importante che intervenga lo Stato, per recuperare le cose più preziose che abbiamo.

Adattarsi ai cambiamenti climatici costerà sempre meno degli otto miliardi di danni e delle vittime dell’alluvione: entreremo in un meccanismo dove non si può più ricostruire, perché a momenti di siccità seguono le stagioni con gli alluvioni che spazzano via tutto, come sta già avvenendo in Africa.
C’è poi il tema del negazionismo climatico: esiste una cultura condivisa su questo, dobbiamo iniziare seriamente a diminuire le emissioni e tutti le altre buone pratiche (come la diminuzione delle plastiche, altro tema affrontato da Presadiretta).
Sono passati tre mesi dalla catastrofe, dalla passerella del governo, cosa vogliamo fare? Vogliamo costruire come prima o iniziamo a prenderci cura del territorio, prima della prossima tragedia?

Il Resto del carlino ha intervistato Riccardo Iacona sulla nuova stagione di Presadiretta e su questa prima puntata:

Come avete trovato le persone colpite dall’alluvione?

"Sotto shock per una cosa che non pensavano potesse capitare in città. Interi quartieri senza luce, il telefono che si spegne e poi vedi gli elicotteri che iniziano a volare sopra, con l’acqua che sale sempre più e sembra non volersi fermare. Questa è una cosa che mi ha colpito tantissimo. Ti fa toccare con mano come la sicurezza delle città sia saltata rispetto ai fiumi che, soprattutto in pianura, sono stati regimentati come corpi idraulici, ma corpi idraulici non sono".

Dopo oltre tre mesi la Romagna si sta riprendendo?

"Siete persone che non stanno certo con le mani in mano, tutti hanno fatto quel che si poteva e anche di più. Anche i Comuni. Ora serve il Governo, servono i finanziamenti grossi, quelli per ricostruire, ma anche ripensare tutto l’equilibrio del territorio. Con noi ci sarà in collegamento anche il presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Cercheremo di capire se quanto previsto può bastare, ma anche come si dovrà ripensare il territorio, la montagna e la sua manutenzione in futuro. Sperando questa volta di aver imparato la lezione e che non succeda come con il Covid".

La scheda del servizio:

PresaDiretta torna in onda lunedì 4 settembre, alle 21.20 su Rai 3, per un nuovo ciclo di inchieste e reportage di PresaDiretta, 9 grandi appuntamenti con l’approfondimento. 
Nella prima puntata della stagione, la squadra di Riccardo Iacona torna a occuparsi di cambiamento climatico con un viaggio drammatico nei territori colpiti dall’alluvione emiliano-romagnola, dalla montagna alla pianura. Intere città finite sott’acqua, decine di fiumi straripati, centinaia di frane, migliaia di chilometri quadrati con case, aziende e terreni agricoli, allagati. Centinaia di feriti, sfollati e purtroppo, 16 vittime. A più di tre mesi dall’alluvione in Emilia-Romagna, i soldi stanziati dal Governo sono sufficienti? E come si può ricostruire per mettere davvero in sicurezza il nostro territorio dai fenomeni climatici estremi che stanno diventando sempre più ordinari?
PresaDiretta ha attraversato le zone appenniniche coinvolte nell’alluvione di maggio scorso, dove in poche ore è piovuta la quantità d’acqua che cade in sei mesi. Le montagne si sono spaccate con centinaia e centinaia di frane che hanno portato via tutto quello che incontravano: boschi, strade, case: perché è successo? 
Un viaggio nelle città e nei piccoli Comuni colpiti, per incontrare i cittadini e gli amministratori locali, i tecnici e tutti gli interlocutori coinvolti, raccontare non solo cosa è accaduto, ma di che cosa il territorio ha bisogno oggi. E come far fronte alla ricostruzione.
La gigantesca alluvione che ha colpito l’Emilia-Romagna ci ha fatto capire che non basta intervenire sui fiumi, bisogna intervenire sui boschi, sulla manutenzione della montagna, sul consumo di suolo, se vogliamo salvare le città. I dati ci sono, la conoscenza tecnica e gli studi scientifici pure. Adesso il contrasto al cambiamento climatico deve diventare centrale nell’agenda della politica.
Ospite di Riccardo Iacona, Stefano Bonaccini, Presidente della Regione Emilia-Romagna, per capire insieme di cosa hanno bisogno popolazione civile e imprese e come mettere in sicurezza il territorio per far fronte al cambiamento climatico.
 
"Stato di calamità permanente" è un racconto di Riccardo Iacona, con Elisabetta Camilleri, Cecilia Carpio, Sabrina Carreras, Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Cesarina Trillini, Alessandro Marcelli e Massimiliano Torchia.  

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


25 giugno 2023

Anteprima inchieste di Report – lo stato del paese, la manutenzione dei ponti, del territorio, le scorte delle mascherine

Report si occuperà del crollo del Ponte Morandi cinque anni dopo e dell’alluvione in Emilia Romagna oggi: l’Italia che non sa gestire la quotidianità, la manutenzione del territorio o dei ponti, dei viadotti, delle autostrade in concessione a privati.

Poi un servizio sulla memoria che manca in questo paese, quella che a fatica portano avanti i familiari delle vittime della strage di Ustica, infine un servizio sulle scorte delle mascherine che abbiamo comprato, durante l’emergenza

Il crollo del ponte Morandi

Cinque anni fa, nell’agosto 2019, crollava il ponte Morandi: 43 persone sono morte per colpa della cattiva manutenzione da parte del privato che ha gestito quell’autostrada in concessione.
Vi ricordate ancora i giorni all’indomani del crollo? Da una parte quelli che gridavano via le concessioni e dall’altra parte quelli che, no, basta con questo giustizialismo, dobbiamo aspettare i processi.. Ecco, oggi i
l processo ci dice che erano in tanti a sapere che quel ponte era malato: le accuse principali mosse dalla procura di Genova sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale e crollo doloso, il principale imputato è Giovanni Castellucci.


Ogni volta che a processo finiscono uomini legati al potere (politico, imprenditoriale..) si tira fuori la parola magica, garantismo: basta processo in piazza, basta con le gogne. E i diritti delle vittime di questa strage? E le famiglie delle vittime che hanno dovuto aspettare anni (e ancora ne dovranno aspettare) per avere forse uno spicciolo di giustizia?
Per il processo hanno montato un tendone dentro il Tribunale perché non c’erano aule capienti per i 59 imputati, il principale è Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Autostrade per l’Italia e di Atlantia, la società dei Benetton che controllava Autostrade. Per l’accusa gli imputati pur sapendo dei problemi del ponte non avrebbero fatto nulla. A parte incassare i profitti dai pedaggi.

Danilo Procaccianti ha cercato di avvicinare l’ex AD Castellucci chiedendo conto delle accuse che gli sono mosse, l’essere un uomo senza scrupoli, ma quest’ultimo ha preferito non rispondere.
Il GIP lo ha definito come un uomo dalla personalità spregiudicata e incurante del rispetto delle regole, eppure negli anni il suo lavoro è stato lautamente ricompensato, mediamente 400mila euro al mese. Report ha scoperto un’amara sorpresa: il massimo del suo stipendio l’ha raggiunto proprio nell’anno del crollo del ponte, quando prese più di 5ml di euro.

La scheda del servizio: LA GALLINA DALLE UOVA D’ORO

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Andrea Tornago

Sono passati quasi cinque anni dal crollo del Ponte Morandi che ha provocato 43 morti. Da qualche mese si è aperto il processo che vede imputate 59 persone tra cui l'ex amministratore delegato Giovanni Castellucci che si è portato a casa 13 milioni di euro di liquidazione. Poi i Benetton si sono resi conto che forse non era il caso e glieli hanno chiesti indietro. Del processo si parla poco ma stanno emergendo fatti importantissimi: il principale è che tanti, troppi sapevano che quel ponte era ammalorato e non avrebbero fatto nulla. Per la prima volta andranno in onda gli audio originali delle intercettazioni e si ascolterà in tempo reale il racconto di quello che succedeva dalle voci dei protagonisti. Nel frattempo, ci hanno detto che Autostrade è tornata allo Stato. È veramente così?

Cosa è successo in Emilia Romagna

Cosa è successo in Emilia Romagna tra il 16 e il 17 maggio?

In due giorni ha piovuto così tanto e in così poco tempo da portare all’allagamento di intere zone della regione: ma sono solo queste le cause del disastro (ambientale, sociale, industriale) che ci costerà diversi miliardi di euro oppure c’è anche dell’altro, come l’abbandono della manutenzione del territorio?

Sulla zona dell’appennino Romagnolo sono caduti fino a 250mm di pioggia su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni non aveva mai piovuto così tanto, inondando tutta la pianura romagnola, mentre le strade in collina sono sprofondate sotto l’impeto dell’acqua.

Report è andata sul territorio colpito, come nel comune di Santa Sofia, in provincia di Forlì Cesena: “è una zona che da sempre è fragile, a livello geologico, ma nessuno ricorda qualcosa di simile, sembra un terremoto” – racconta il sindaco, di fronte all’immagine del crollo delle strade, alle fratture dell’asfalto.

Ci sono zone che hanno tenuto bene – continua il sindaco – sono quelle dove negli anni si sono fatti degli interventi: in tutta la Romagna sono state registrate più di 800 frane, ma nella regione se ne erano registrate, prima dell’alluvione, già 80mi, la. Come gli smottamenti a Predappio alta, dove la frana ha scavato il terreno sotto le case: qui gli abitanti puliscono i fossi, fanno manutenzione come possono, ma qui dalla regione e dagli altri enti non arriva nessuno.
“Nel passato, coi patti agrari si scrivevano con grande puntigliosità quelli che erano gli obblighi di manutenzione” – racconta la geografa Paola Bonora a Report – “perché attorno ad ogni campo c’erano delle canalette che bloccavano il flusso dello scorrimento delle acque.”

L’abbandono dell’Appennino spiega in parte cosa sia successo a valle: un’onda di acqua, fango e alberi partita dalle montagne ha investito tutto il territorio perché i torrenti costretti dentro piccoli canali, con poca manutenzione non hanno retto all’urto.

Emblematica la storia raccontata dal coltivatore di kiwi Ivano Gagliani: “se i fiumi sono puliti l’acqua scorre senza problemi” racconta a Luca Chianca mostrando invece la situazione del fiume che costeggia il suo campo ora sommerso dal fango. Ma non c’è stata nessuna operazione di pulizia: dopo l’alluvione di inizio maggio si era accorto che un albero era franato nell’alveo del fiume, così aveva scritto alla regione, chiedendo che fosse rimosso. Ma è arrivata prima la seconda alluvione del 16, così l’acqua è arrivata in massa dal fiume, l’albero ha fatto da diga e ha deviato l’acqua sul campo. Per il coltivatore è una perdita stimata in 250mila euro, perché andrà rifatto tutto l’impianto e tre, quattro anni di mancata produzione.

Quando ha scritto in regione cosa le hanno risposto?

“Hanno risposto a lei? A me non hanno risposto..”

Report ha sentito poi la versione della regione Emilia Romagna, intervistando la vice presidente Priolo: “è evidente che in un evento come questo emerga come la frammentazione normativa non ci aiuta in questi ambiti qua: la difesa del suo è del ministero dell’Ambiente, la pianificazione e programmazione dell’Autorità di Bacino che pianifica e programma il rischio alluvione. Noi diventiamo l’ente attuatore se però il piano viene finanziato, capisce che è complicato..”.
Ed è proprio all’Autorità del bacino del Po, che deve scrivere i progetti per contrastare questi fenomeni che il governo ha tolto 6ml di euro, prima dell’alluvione. Eppure è l’ente che ha lo sguardo completo su tutto il bacino Padano, dal Piemonte al delta in Romagna.
A cosa servivano i 6 ml tolti? – è stata la domanda fatta ad Alessandro Bratti, segretario dell’autorità di Bacino del fiume Po - “oltre che alle spese di consumo dell’energia, anche per dare come successo nel passato, qualche incarico di progettazione che per noi è assolutamente importante.”
Tra i progetti da finanziare c’era anche un progetto indirizzato alle aree colpite dall’alluvione, note da anni come zone fragili dal punto di vista del dissesto idrogeologico.
Il progetto, non le opere, arriverà a costare quasi 2,5-3 ml di euro: sono finanziamenti già presenti sulla parte straordinaria, spiega il segretario dell’Autorità Bratti, che però non si possono spendere prima di luglio “se li avessi avuti prima li avrei spesi dal primo gennaio.”
Insomma, è sempre un tema di risorse da assegnare sulla base di scelte politiche: soldi che potevano essere assegnati a progetti per la messa in sicurezza e trasformazione del territorio che l’uomo ha iniziato qui ben 2000 anni fa, coi romani. Quando le paludi nel corso dei secoli sono diventate terre coltivabili grazie all’azione dell’uomo.
“La gestione del territorio, dal dopoguerra ad oggi” continua Bratti “è stata una gestione improntata sulla massima produttività in agricoltura e una fortissima urbanizzazione che sicuramente ha dato ricchezza. Oggi quel tipo di sviluppo lì, in quest’area qua, a mio parere non regge più.”

In Emilia Romagna dalla fine della guerra ben tre generazioni hanno assistito alla cementificazione del suolo che è passato da 500km quadrati a quasi 2000 km quadrati. Strade, capannoni, case.

Lo racconta l’urbanista Piero Cavalcoli dirigente della pianificazione territoriale della provincia di Bologna “quello che abbiamo prodotto noi, di cui siamo responsabili, è di aver impermeabilizzato tre volte il territorio di quello che era dai tempi dei romani. Questo è un dato spaventoso.”


In provincia di Ravenna il suo consumato tra il 2017 e il 2021 è stato di ben 331 ettari, 83 ettari l’anno, il doppio degli anni precedenti.
Nel comune di Forlì proprio nel 2021 il consumo del suolo si è attestato al 16% più del doppio della media nazionale: Report mostrerà le immagini aeree dell’Ispra dove si vedono interi campi sparire, sepolti dal cemento. Solo nell’ultimo anno l’Emilia Romagna è la terza regione italiana per consumo di suolo.

La scheda del servizio: LA GRANDE MINACCIA

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Tra il 16 e il 17 maggio scorso sulla fascia dell'Appennino romagnolo sono caduti fino a 250 mm d'acqua, su un territorio ancora fragile a causa della precedente alluvione dei primi di maggio. In 62 anni, non aveva mai piovuto così tanto da inondare tutta la pianura romagnola. E le strade in collina sono sprofondate sotto l'impeto dell'acqua. A 20 giorni dall'alluvione Report è andata in quelle zone per capire cosa sia realmente successo e cosa ci aspetterà negli anni futuri. Ormai a causa del cambiamento climatico dobbiamo abituarci a vivere queste stagioni, caratterizzate da eventi estremi. Ma i segnali sono sotto i nostri occhi da fin troppo tempo. Lunghi periodi di siccità si alternano a violenti nubifragi. E nel resto del mondo non va meglio. Gli inviati i Report sono andati negli Stati Uniti, seguendo il corso del Colorado River, uno dei fiumi più importanti al mondo. Oggi è sull'orlo del collasso a causa della siccità che lo ha colpito negli ultimi 20 anni e la sua acqua se la stanno contendendo ben sei Stati per continuare a sopravvivere in mezzo a un deserto.

Ustica e il filo della memoria

C’è un filo che lega assieme il lavoro di Daria Bonfietti, presidente dell’associazione delle vittime della strage di Ustica, col lavoro dell’artista francese Boltansky: è il filo della memoria, quella delle persone morte nell’abbattimento di un aereo civile su cieli del Tirreno nel corso di un combattimento tra aerei militari. La memoria che deve sopravvivere all’oblio, ai depistaggi di stato, alla cattiva coscienza degli uomini dentro le istituzioni che avrebbero dovuto garantire la sicurezza di quelle 81 persone morte nella sera del 27 luglio 1980.
Anche
Teshima è un luogo che ha sofferto e ha una storia da raccontare: “ricordare di aver sofferto significa ricordare di avercela fatta”, così le persone vengono su quest’isola a lasciare il loro battito del cuore o ad ascoltare il battito del cuore di altre persone. Per mettersi in contatto con l’umano, non con una singola persona.

La scheda del servizio: L’ARCHIVIO DEI BATTITI DEL CUORE

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Ai Nagasawa

“L'arte come la verità non si trova in superficie e la si deve cercare sul fondo.” Così Daria Bonfietti, presidente dell’associazione familiari delle vittime di Ustica, chiude il lungo viaggio che da Bologna l’ha portata, insieme agli inviati di Report, a Teshima, una remota isola del Giappone. Durante il racconto si incrociano tre percorsi: il viaggio di Daria Bonfietti con la sua storia personale, la tragedia di Ustica, le bugie di stato e le verità raggiunte; l’opera di Christian Boltansky, artista francese scomparso nel 2021, che della ricerca della memoria ha fatto la sua cifra stilistica e che tra le tante installazioni sparse per il mondo, ha realizzato il Museo per la Memoria di Ustica e un museo a Teshima che raccoglie i battiti del cuore di decine di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo; infine la storia di questa isola, per decenni discarica abusiva di rifiuti tossici, oggi sede della più importante triennale d’arte contemporanea giapponese, anche grazie a uno degli uomini più ricchi del Giappone, Soichiro Fukutake, che alle telecamere di Report racconta di una vera e propria folgorazione da cui ha maturato una critica radicale a quel capitalismo che lui stesso ha rappresentato per tanti anni.

Cosa rimane del Covid

E’ quasi beffardo scoprire come, ancora oggi, stiamo pagando le mascherine prodotte dalla FCA, nonostante la produzione sia terminata: a febbraio marzo 2020 non avevamo nulla, nessun protocollo, poche linee guida, nessun dispositivo nelle scorte. E oggi, finita l’emergenza, finita la paura, stiamo stipando il materiale inutilizzato (che abbiamo comprato in emergenza in operazione poi finite sotto l’attenzione della magistratura).

La scheda del servizio: LE SCORIE DEL COVID

di Lorenzo Vendemiale

Collaborazione Carlo Tecce

Il 30 giugno chiude i battenti quella che è stata l’ex struttura commissariale Covid: è una data simbolica, perché segna la fine di un’era. Ma cosa resta dell’emergenza? Migliaia e migliaia di tonnellate di materiale inutilizzato, che oltre al danno dello spreco rischiano di presentarci anche il conto della beffa: Report ha scoperto che lo Stato sta spendendo decine di milioni di euro per conservare tutte le mascherine e gli altri dispositivi avanzati. Tra questi, ci sono anche le mascherine targate Fca, che stiamo continuando a pagare ben oltre la fine della produzione.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.