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24 settembre 2024

Atti relativi alla morte di Raymond Roussel di Leonardo Sciascia

 

Commissariato di P.S. - Sez. Politeama - Palermo 14 luglio 1933 A. XI E.F. Telegramma interno. Illmo Signor Primo Pretore. Illmo Signor Questore. Palermo.

Verso le dieci circa di stamani il facchino Antonio Kreuz dell'Hotel des Palmes, recatosi nella camera N. 224 occupata dal suddito francese Raymond Roussel, nato a Parigi il 21-1-1877, constatava che il predetto giaceva cadavere supino coricato su un materasso collocato a terra. Il Roussel, a quanto si è appreso, era ammalato al cervello e pigliava dei medicinali per stordirsi.

Come mai Leonardo Sciascia si è così interessato ai carteggi, agli “atti” sulla morte dello scrittore francese Raymond Roussel, avvenuta nell’hotel des Palmes a Palermo?

È quasi un esercizio noioso leggersi quelle carte, scritte in perfetto burocratese dell’epoca, dove si annotano le deposizioni degli inservienti dell’hotel, dell’amica che viveva nella stanza accanto, la signora Fredez, quello strano diario dei medicinali che lo scrittore prendeva e in grandi dosi..
Poi, piano piano, si capisce: è stato un gioco intellettuale dello scrittore siciliano, voler andare rileggersi quelle carte per capire quello che non tornava in quello che, in un solo giorno, è stato archiviato dalla polizia e dalla magistratura come un suicidio.

Innegabilmente ci sono molti punti oscuri negli ultimi giorni di vita e nella morte di Raymond Roussell e se si declinano dal punto di vista del sospetto la vicenda assume un che di misterioso da detective story.

Ci sono le incongruenze, che una mente acuta come Sciascia aveva saputo cogliere. E ci sono anche delle motivazioni attorno, nel “contesto” verrebbe da dire: in quei giorni del 1933 (in pieni anni ruggenti del fascismo) si firmava l’accordo a quattro con la Francia, ancora “sorella latina”, non si volevano creare problemi per un caso che coinvolgeva un cittadino francese.
Erano i giorni in cui Balbo arrivava a New York completando la trasvolata atlantica, vicenda ampiamente usata dalla propaganda del regime..
Ecco allora l’interesse a coprire, ad archiviare in fretta.
Ma forse non è così, come racconta nel finale di questo breve libro, l’autore stesso: forse sono i fatti della vita ad essere ambigui e ce ne accorgiamo solo dopo che li mettiamo nero su bianco.

Ma forse questi punti oscuri che vengono fuori dalle carte, dai ricordi, apparivano, nell'immediatezza dei fatti, del tutto probabili e spiegabili. I fatti della vita sempre diventano più complessi e oscuri, più ambigui ed equivoci, cioè quali veramente sono, quando li si scrive - cioè quando da «atti relativi» diventano per così dire «atti assoluti».

Come diceva quel poliziotto di Graham Greene: «possiamo impiccare più gente di quel che i giornali ne possano pubblicare». Anche noi tutto sommato.

La scheda del libro sul sito di Adelphi e Sellerio

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17 aprile 2023

Una storia semplice di Leonardo Sciascia

 

La telefonata arrivò alle 9 e 37 della sera del 18 marzo, sabato, vigilia della rutilante e rombante festa che la città dedicava a san Giuseppe falegname: e al falegname appunto erano offerti i roghi di mobili vecchi che quella sera si accendevano nei quartieri popolari, quasi promessa ai falegnami ancora in esercizio, e ormai pochi, di un lavoro che non sarebbe mancato. Gli uffici erano, più delle altre sere a quell’ora, quasi deserti: anche se illuminati, l’illuminazione serale e notturna degli uffici di polizia tacitamente prescritta per dare impressione ai cittadini che in quegli uffici sempre sulla loro sicurezza si vegliava.

Il telefonista annotò l’ora e il nome della persona che telefonava: Giorgio Roccella. Aveva una voce educata, calma, suadente. ‘Come tutti i folli’ pensò il telefonista. Chiedeva infatti, il signor Roccella, del questore: una follia, specialmente a quell’ora e in quella particolare serata.

Una storia semplice eppure intricata, dove, in poco più di sessanta pagina troviamo un giallo, un omicidio fatto passare per suicidio, dei depistaggi e dell'omertà che copre la mafia e i suoi affari sporchi, dalla droga fino al traffico di opere d’arte (si fa riferimento ad un’opera di Caravaggio sparita da una chiesa di Palermo, “Natività con i Santi Lorenzo e Francesco d’Assisi”), senza che né le parole mafia che droga siano men che meno sussurrate dai protagonisti di questo libretto così prezioso.
Una trama semplice per una storia che in realtà è complessa.

Troviamo dentro tutti i personaggi che hanno caratterizzato l’universo letterario del maestro di Racalmuto: l’ingenuo brigadiere di polizia che vuole dimostrare di sapere fare il suo mestiere, mettere assieme pezzi scollati per risolvere un enigma; il presuntuoso magistrato che si vanta di essere arrivato a tal punto pur avendo preso sempre 3 in italiano. E che si sente rispondere dal professor Franzò (nel film tratto dal libro interpretato dal grande Gian Maria Volontè)

Nei componimenti d’italiano lei mi assegnava sempre un tre, perché copiavo. Ma una volta mi ha dato un cinque: perché?».

«Perché aveva copiato da un autore più intelligente».

«L’italiano: ero piuttosto debole in italiano. Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica...».

«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto». La battuta era feroce.

E ingenuo anche il povero e inconsapevole testimone di un omicidio, l’agente farmaceutico che si presenta a fare il suo dovere di cittadino rischiando quasi di finire in galera, in quel mondo all’incontrario che è quella Sicilia (tanto simile all’Italia della giustizia all’incontrario).
Giustizia tanto amara da digerire da farlo pentire di quel gesto così civile:

Pensò di tornare indietro, alla questura. Ma un momento dopo: «E che, vado di nuovo a cacciarmi in un guaio, e più grosso ancora?».

Riprese cantando la strada verso casa.


Tutti personaggi che indossano la propria maschera, come i personaggi dei romanzi di Pirandello, che in questo romanzo appare in più vesti: la vittima del delitto, un diplomatico che era tornato nella sua casa di campagna dopo tanti anni, non cercava proprio le lettere che il nonno aveva scritto a Pirandello (“che a sedici anni già sapeva cosa avrebbe scritto a sessanta”)?
Il responsabile di questo delitto non viene forse smascherato dal brigadiere per un errore in cui incorre, perché all’improvviso in lui è come se avvenisse uno sdoppiamento:

«Incredibile errore, da parte sua» disse il professore.
«Ma come ha potuto farlo, che cosa gli è accaduto in quel momento?».
«Forse un fenomeno di improvviso sdoppiamento: in quel momento è diventato il poliziotto che dava la caccia a se stesso». Ed enigmaticamente, come parlando tra sé, aggiunse: «Pirandello».

Quanta amarezza, quanto sconforto leggiamo dalle pagine di questo romanzo, sulla Sicilia di ieri che forse è una stampa e una figura (per dirla alla Camilleri che tanto ha preso da Sciascia) con l’Italia di oggi.

Sorprende come, in o

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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09 marzo 2021

Questo non è un racconto di Leonardo Sciascia

 

Per Carlo Lizzani

Un'aula giudiziaria. Una donna vestita di nero seduta quasi al centro, tra il banco della corte e quello degli avvocati, alle spalle la gabbia degli imputati, di fronte il pubblico ministero. Dice: «In quel momento, a Palermo, non si capiva niente. Si ammazzavano tra loro, era tutta una catena. Certo le ragioni ci dovevano essere .. [..] Ma io torno a dire che mio marito, in questi interessi, non c'entrava per niente. Badava alle sue cose, era tranquillo.»

In occasione del centenario della nascita dello scrittore siciliano Leonardo Sciascia ho comprato questo piccolo volume che raccoglie degli articoli inediti, lettere, scritte tra la fine degli anni cinquanta e il 1989.

Sono tutti scritti dove si parla di cinema: non sapevo, onestamente, della passione di Sciascia per il cinema, non solo per i film tratti dai suoi romanzi, ma del cinema con la C maiuscola.

Per Sciascia la passione per il cinema era nata nel piccolo teatro di Racalmuto poi trasformato in cinema: in queste pagine troverete le sue riflessioni su registi, film e attori.

Ma il primo capitolo è dedicato a tre soggetti inediti per tre film mai realizzati: nel primo, per Carlo Lizzani, una donna testimonia al processo contro un capo mafia. Ha deciso di parlare dopo che, nonostante le rassicurazioni del boss, le hanno ucciso prima il marito e poi il figlio, desideroso di vendicarsi del padre.

La giustizia che questa donna cerca ora, dalla legge, dal giudice, è la vendetta non il rispetto della legge. Perché loro sono venuti meno alla legge dell'onore.

Il secondo soggetto per Lina Wertmuller parla di due ragazzi, testimoni di un delitto. Lei vorrebbe parlare, raccontare dell'assassino ai carabinieri ma il fidanzato e la sua famiglia hanno solo paura. E così preferiscono far passare lei per pazza, piuttosto che mettersi contro l'assassino.

Infine un soggetto per Sergio Leone, una storia di amicizia e di tradimenti tra ragazzi di una stessa banda criminale nell'America degli anni venti. Con un finale che lascia poca speranza.

Negli altri articoli, lettere, memorie Sciascia racconta della morte di Gary Cooper, emblema dell'America delle libertà, che gli ricordava quel sergente americano che aveva liberato il suo paese.

La morte di Buster Keaton e di Charlie Chaplin, “con lui si rideva fraternamente”, come tra fratelli.

E poi il commento ad alcuni film usciti in quegli anni: Il Gattopardo di Visconti con quel personaggio, don Fabrizio, poco fedele al libro.

I film del genovese Pietro Germi sulla sua Sicilia, da Divorzio all'italiana a Sedotta e abbandonata, “un ragguaglio arretrato”, distante dalla Sicilia reale secondo Sciascia.

La scelta di Bolognini, sbagliata, di ambientare il film tratto dal libro di Brancati, Il bell'Antonio, ai tempi della Democrazia Cristiana e non del fascismo: non è lo sceneggiatore che fa il film, dice Sciascia, è il regista che lo plasma.

Sciascia commenta dei funerali di Rodolfo Valentino e della nascita dello star system, di quella stampa dedicata alla cronaca dei divi e delle dive del cinema.
E poi, alla fine, si torna a parlare del cinema che tocca i temi a lui più cari: il film di Michael Cimino sul bandito Giuliano, falso e poco aderente alla storia.

I film di Petri e Rosi tratti dai suoi romanzi: Cadaveri eccellenti tratto da Il Contesto, che suscitò molte polemiche anche all'interno del PCI, all'interno di cui si candidò alle elezioni comunali.

E poi Todo Modo di Petri, accusato di non aver “scherzato” sceneggiando il suo libro: si scherza su ciò di cui si ha paura, si teme o ciò di cui si ama, “per liberarsi dalle paure”.

E il riferimento era rivolto alla DC coinvolta negli scandali, nelle ruberie, nei rapporti poco chiari con le mafie e con gli episodi stragistici nel nostro paese.

Petri non scherza. E nemmeno Rosi ha scherzato cavando dal Contesto il film Cadaveri eccellenti. Perché?

Il libro Il Contesto raccontava del clima politico dell'Italia nei primi anni settanta quando in parte delle istituzioni covava il desiderio di arrivare ad uno stato forte, non un golpe come in Grecia, ma una repubblica sempre meno democratica e parlamentare, come argine alle spinte progressiste che arrivavano dalla società.

Il libro e soprattutto il film di Rosi suscitarono forti polemiche, perché puntava il dito contro parte delle istituzioni, magistratura, forze armate, vertici della polizia e così su Rosi piombò la denuncia per vilipendio. La risposta di Sciascia è un pezzo in cui riconosciamo tutta l'intelligenza, l'onestà intellettuale dello scrittore siciliano in cui rinfaccia a quei pezzi dello stato di rispettare, per primi, lo Stato stesso:

Le istituzioni non vanno vilipese. Ma a patto che ci siano

Non è insomma il caso di fare un discorso sulle libertà, di fronte alle denunce per vilipendio delle istituzioni che colpiscono il film di Rosi. Si può anche, per principio, ammettere che le istituzioni non vanno vilipese: ma a patto che le istituzioni ci siano. Che ci siano, cioè, come organismi stabiliti, certi, uniformemente regolati, e per tutti. Ma le istituzioni d'Italia ormai non sono che involucri vuoti, involucri da pesce d'aprile, da cui altro non può uscire che la paura di essere vilipese. E il vilipendio dunque appunto consiste nel dire la verità sulle istituzioni.

Il film di Rosi di verità sulle istituzioni ne dice molte. Direi che è un mosaico di verità tratte dalla cronaca di questi ultimi anni. Di verità su quel groviglio di non verità che è diventata l'Italia. C'è una sola verità che le istituzioni abbiano detto in questi anni? Da quando, nel cortile della casa di Castelvetrano, è stato rinvenuto il cadavere del bandito Salvatore Giuliano, le istituzioni si sono votate alla menzogna. La verità, quegli italiani che ne sentivano il bisogno, se la sono faticosamente cercata, un tassello dopo l'altro, e sempre con qualche tassello che mancava e che manca.

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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03 gennaio 2018

A ciascuno il suo, di Leonardo Sciascia

"Ma non crediate che io stia per svelare un mistero o per scrivere un romanzo".


Incipit

La lettera arrivò con la distribuzione del pomeriggio. Il postino posò prima sul banco, come al solito, il fascio versicolore delle stampe pubblicitarie; poi con precauzione, quasi ci fosse il pericolo di vederla esplodere, la lettera: busta gialla, indirizzo a stampa su un rettangolino bianco incollato alla busta.- Questa lettera non mi piace – disse il postino.Il farmacista levò gli occhi dal giornale, si tolse gli occhiali; domandò – Che c'è? – seccato e incuriosito.- Dico che questa lettera non mi piace. Sul marmo del banco la spinse con l'indice, lentamente, verso il farmacista.Senza toccarla il farmacista si chinò a guardarla; poi si sollevò, si rimise gli occhiali, tornò a guardarla.- Perché non ti piace?
- E' stata impostata qui, stanotte o stamattina presto; e l'indirizzo è ritagliato da un foglio intestato della farmacia.
- Già – constatò il farmacista: e fissò il postino imbarazzato e inquieto, come aspettando una spiegazione o una decisione.
- E' una lettera anonima – disse il postino.
- Una lettera anonima – fece eco il farmacista.”


A ciascuno il suo è un libro, ed anche un film, cui sono particolarmente affezionato.
Un libro che amo rileggere e anche un film (di Elio Petri con un grandissimo Gian Maria Volontè) che amo rivedere: perché racconta una storia della Sicilia, dei rapporti di potere, della mafia, della mentalità delle persone, sfruttando il meccanismo del giallo.
Lo stesso meccanismo de Il giorno della civetta, con l'indagine del capitano Bellodi sulla morte del costruttore Colasberna: un continentale, Bellodi, tanto cortese quanto poco propenso a comprendere i meccanismi di come si lavora e campa in Sicilia.
In questo romanzo però il ruolo dell'investigatore è affidato ad un personaggio ancora più particolare, il professor Laurana, un uomo di lettere, professore di latino e letteratura, dunque quanto di più distante dal mondo del crimine.
Paolo Laurana, professore di italiano e storia nel liceo classico del capoluogo, era considerato dagli studenti un tipo curioso ma bravo e dai padri degli studenti un tipo bravo ma curioso. Il termine curioso, nel giudizio dei figli e in quello dei padri, voleva indicare una stranezza che non arrivava alla bizzarria: opaca, greve, quasi mortificata. Questa sua stranezza, comunque, rendeva ai ragazzi piú leggero il peso della sua bravura; mentre impediva ai padri di trovare in lui il verso giusto per piegarlo non alla clemenza ma alla giustizia (poiché, inutile dirlo, ragazzi che meritino una bocciatura non ce ne sono piú). Era gentile fino alla timidezza, fino alla balbuzie; quando gli facevano una raccomandazione pareva dovesse farne gran conto. Ma ormai si sapeva che la sua gentilezza nascondeva dura decisione, irremovibile giudizio; e che le raccomandazioni gli entravano da un orecchio per subito uscire dall'altro.

Uno scapolo che vive ancora con la madre, persona riservata che scambia poche parole persino con gli amici del circolo, e che si getta in questa sua inchiesta personale come una sfida nei confronti della polizia, per orgoglio quasi, per dimostrare la sua bravura: “per vanità si ritrovò a fare il primo passo ..”.

L'indagine riguarda il duplice omicidio del farmacista Manno e del dottor Roscio, uccisi durante una battuta di caccia: il farmacista aveva ricevuto delle lettere anonime ma le aveva considerate uno scherzo forse legato alla sua bravura di cacciatore.
E le prime indagini seguono proprio questa pista: il povero dottor Roscio sarebbe stato ucciso perché si trovava assieme al farmacista, ucciso probabilmente per vendetta da un un parente, un marito, di una donna con cui aveva avuto una relazione.

Laurana, che una di queste lettere l'aveva vista assieme al farmacista, scopre che dietro una lettera con cui è stato scritto il testo si legge la parola “UNICUIQUE”, dal motto latino “unicuique suum”, che compare nella prima pagina del quotidiano Osservatore Romano.

Eccolo lì, comunque, quest'uomo riflessivo, timido, forse anche non coraggioso, a giuocare la sua pericolosa carta: al circolo, di sera, proprio quando non manca quasi nessuno. Si parla, come ogni sera, del delitto.
 
E Laurana, di solito silenzioso, dice
- La lettera era composta con parole ritagliate dall'« Osservatore romano ».
 
La discussione si spegne, succede un silenzio stupefatto. 
- Senti senti - fa poi don Luigi Corvaia: e la sua meraviglia non è per l'indizio rivelato ma per la dabbenaggine di chi, rivelandolo, viene ad offrirsi al tiro dell'una e dell'altra parte, della polizia e degli assassini. Mai vista una cosa simile.

Una pista importante, assieme a quella del sigaro Branca, visto che l'assassino ha usato un giornale che aveva sotto gli occhi tutti i giorni.
L'Osservatore Romano arriva al prete di S. Anna, una persona spregiudicata, una persona colta e perfino simpatica, seppur chiacchierata:
La Sicilia, forse l’Italia intera, è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa.”

L'altro parroco è l'arciprete, zio della moglie di Roscio, Luisa Roscio, e zio anche dell'avvocato Rosello che sull'omicidio ha pochi dubbi. Il marito della nipote, il dottor Roscio, è rimasto ucciso per colpa del farmacista e delle sue scappatelle.

Laurana incontra perfino il padre di Roscio, un'oculista famoso, che gli confida le sue remore, nel matrimonio del figlio, perché sarebbe entrato in quella famiglia di cattolici:
Cattolici per modo di dire, mai conosciuto in vita mia, qui, un cattolico vero: e sto per compiere novantadue anni... C'è gente che in vita sua ha mangiato magari una mezza salma di grano maiorchino fatto ad ostie: ed è sempre pronta a mettere la mano nella tasca degli altri, a tirare un calcio alla faccia di un moribondo e un colpo a lupara alle reni di uno in buona salute.

Uno stimolo per portare avanti la sua indagine gli arriva da un incontro con un compagno degli studi, ora deputato comunista a Roma, che gli confida di come Roscio fosse venuto ad incontrarlo: sarebbe stato disponibile a denunciare gli intrallazzi di un notabile del paese che fa il bello e il cattivo tempo in provincia?

Viene fuori una verità diversa, da quella accettata da tutti: una verità che ha che fare con un gruppo politico affaristico che ruota attorno al cugino della moglie di Roscio, l'avvocato Rosello, notabile democristiano, anche lui come Luisa Roscio, nipote dell'arciprete del paese.
Una persona potente, il parroco di Sant'Anna lo definisce “un cretino, non privo di astuzia”, con le mani in pasta in molte aziende e banche del posto.
Un politico accorto che guarda a destra ma anche a sinistra: “abbiamo rosicchiato per vent'anni a destra, ora è tempo di cominciare a rosicchiare a sinistra” - così spiega a Laurana la sua visione politica (siamo negli anni del primo centro-sinistra di Moro).

Il caso porta Laurana verso una trappola in cui lui stesso va ad infilarsi, ammaliato dalla vedova di Roscio, incapace di gestire i casi della vita.
Mentre nel paese si celebra la festa per il fidanzamento dei due cugini, l'avvocato Rosello e Luisa Roscio, che viene fatto passare come atto di pietà, per tenere unito il patrimonio e la famiglia, i paesani del circolo commentano la fine del povero Laurana, in modo impietoso.


“Era un cretino!”
Tre parole che raccontano bene e profondamente allusivo del clima di omertà a cui il professore è venuto ingenuamente meno, sia dell'impossibilità di una iniziativa individuale di lotta e riscatto.

Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel gattopardo che rampa a prua, coi colori di Gottuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l'onore del sacrificio, coi suoi scrittori impegnati, coi suoi Malavoglia, coi suoi Percolla, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda, amico mio, affonda .. E lei ed io, io da folle e lei forse da impegnato, con l'acqua che ci arriva alle ginocchia, stiamo qui ad occuparci di Raganà: se è saltato dietro il suo onorevole o se è rimasto a bordo tra i morituri. 
- Non sono d'accordo – disse Laurana. 
- Tutto sommato nemmeno io – disse don Benito”.


La scheda del libro sul sito dell'editore Adelphi

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04 novembre 2017

Un atto d'amore per la Sicilia – il finale de Il giorno della civetta

- Ho saputo una cosa, una cosa che deve restare tra me e voi: mi raccomando .. Riguarda il povero Laurana...- Era un cretino – disse don Luigi.[A ciascuno il suo, Leonardo Sciascia] 

Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato.«Mi ci romperò la testa» disse a voce alta.[Il giorno della civetta, Leonardo Sciascia]

Non è stato tenero coi suoi personaggi, Leonardo Sciascia: il povero Laurana che in “A ciascuno il suo” ingenuamente voleva sfidare la mafia e anche la polizia, dimostrando di essere più intelligente. E che viene considerato per questo come un cretino.
Bellodi, il partigiano venuto dal nord, protagonista de Il giorno della civetta: “i continentali sono gentili ma non capiscono niente” pensavano di lui le persone che dovrebbero sentirsi tutelati dalla legge. Che di fronte alla legge, nella caserma dei carabinieri si sentivano bruciare dalla vergogna.

Due persone sconfitte, il professor Laurana e il capitano Bellodi: ma una sconfitta che, almeno nelle ultime parole di Bellodi, denota un'ostinazione, il rifiuto all'arrendersi alle ingiustizie e ai compromessi.
Una sfida che è anche un atto d'amore per la Sicilia: come un atto d'amore lo è stata la vita di altri uomini dello Stato che in Sicilia hanno deciso di lottare per la giustizia, per l'affermazione dei diritti per tutti e non della legge dei soprusi, dell'omertà, degli interessi dei mafiosi e dei signorotti locali.

Le ultime righe de Il giorno della civetta mi hanno fatto tornare in mente un altro discorso, quello fatto a braccio da Paolo Borsellino, in una serata di giugno, per ricordare il suo amico di una vita, Giovanni Falcone, ucciso assieme alla compagna, Francesca Morvillo e alla sua scorta, a Capaci.
Un atto d'amore è stata la vita e il sacrificio di Falcone, di Borsellino, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, Roberto Antiochia, Pio La Torre, Gaetano Costa, Beppe Montana, Calogero Zucchetto, Carlo Alberto Dalla Chiesa …
Giovanni Falcone lavorava con perfetta coscienza che la forza del male, la Mafia, lo avrebbe un giorno ucciso.Francesca Morvillo stava accanto al suo uomo con perfetta coscienza che avrebbe condiviso la sua morte.Gli uomini della scorta proteggevano Falcone con perfetta coscienza che sarebbero stati partecipi della sua sorte.Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone l’estremo pericolo che egli correva, perché troppe vite di suoi compagni di lavoro e di suoi amici sono state stroncate sullo stesso percorso che egli si imponeva.Perché non è fuggito; perché ha accettato questa tremenda situazione; perché non si è turbato; perché è stato sempre pronto a rispondere a chiunque della speranza che era in lui? PER AMORE!La sua vita è stata un atto d’amore verso questa sua città, verso questa terra che lo ha generato. Perché se l’amore è soprattutto ed essenzialmente dare, per lui, e per coloro che gli sono stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo, ha avuto ed ha il significato di dare a questa terra qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la patria a cui essa appartiene.Lavorare a Palermo, da magistrato, e con questo intento, fu sempre, fin dall'inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell'est e nell'ovest della Sicilia. Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa. Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo dopo un lungo esilio provinciale proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua più terrificante potenza: morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa e tanti altri.E qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo. E non solo nelle tecniche d’indagine. Ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno, di ogni cittadino. La lotta alla mafia (il primo problema morale da risolvere nella nostra terra, bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale, che coinvolgesse tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte, proprio perché meno appesantite dai condizionamenti e dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col male, le più adatte cioè, queste giovani generazioni, a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e, quindi, della complicità.Ricordo la felicità di Falcone, e ti tutti quelli che lo affiancavamo, quando, in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta, egli mi disse : “La gente fa il tifo per noi”.
E con ciò non intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (questa affermazione l'ha fatta anche il giudice Di PIetro a Milano), significava di più, significava soprattutto che il nostro lavoro, il suo lavoro, stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la vera forza della mafia.Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sopravvenne quasi il fastidio, l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia, doveva essere pagato dalla cittadinanza.Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini, insofferenza che finì per legittimare un garantismo di ritorno, che ha finito per legittimare a sua volta provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia: il nuovo codice di procedura penale. Adesso hanno fornito un alibi, dolosamente spesso, colposamente ancor più spesso, di lotta alla mafia non ha voluto o non ha più voluto occuparsene.In questa situazione Falcone andò via da Palermo. Non fuggì, ma cercò di ricreare altrove, le ottimale condizioni del suo lavoro.
Venne accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi di mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di 10 anni.Lavorò incessantemente per rientrare in magistratura. In condizioni ottimali. Per fare il magistrato, indipendente come sempre lo era stato.Morì, è morto insieme a sua moglie e agli agenti della scorta e allora tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato e talora odiato, hanno perso il diritto di parlare! Nessuno tuttavia, ha perso il diritto, anzi il dovere sacrosanto, di continuare questa lotta.La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora. Molti cittadini, ed è la prima volta che avviene, collaborano con la giustizia.Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte, almeno con la modifica di alcune norme paralizzanti del codice di procedura penale. Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro: occorre dare un senso a questa morte di Falcone, a questa morte di sua moglie, a questa morte degli uomini della sua scorta.Sono morti tutti per noi, e abbiamo un grosso debito verso di loro e questo debito dobbiamo pagarlo, gioiosamente, continuando la loro opera: facendo il nostro dovere, rispettando le leggi, anche quelle che ci impongono sacrifici. Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro), collaborando con la giustizia, testimoniando i valori in cui crediamo, anche nelle aule di giustizia, accettando in pieno queste gravose e bellissime verità: dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone È VIVO! 

03 novembre 2017

Cos'era la mafia ieri, cos'è la mafia oggi – da Il giorno della civetta

Il libro “Il giorno della civetta” è stato scritto nel 1960: Leonardo Sciascia ha dovuto lavorare a lungo, dopo la prima stesura, per cavare via quello che era in più, per ridurre la scrittura (e anche alcuni personaggi) all'essenziale.
Nel 1960, la mafia semplicemente non esisteva nei rapporti ufficiali, veniva negata la sua esistenza nel corso delle interrogazioni al governo, in Parlamento (ad una di queste si è poi evidentemente ispirato, Sciascia, mettendola dentro il racconto).
La mafia? Quale mafia, dov'è questa mafia?
La forza di questo libro non sta solo nei dialoghi, nella caratterizzazione dei personaggi, ma nel suo saper ricostruire relazioni, rapporti di potere, che legano assieme persone della città di S. (il paese dell'interno della Sicilia dove si svolge la storia) e Roma.
La mafia è anche questo, non è solo una questione di lupara, coppole storte, piccola criminalità locale: fosse solo questo, lo Stato (e i carabinieri come Bellodi, che sono tanti), l'avrebbero già sconfitta.
Avrebbero cioè arrestato i responsabili della morte di Colasberna, il piccolo costruttore ucciso ad inizio racconto, e i suoi mandanti. Senza perdersi dietro le voci su delitti passionali..

La forza della mafia sta nel sapersi infilare dentro gli interstizi lasciati liberi dallo Stato, offrendosi come intermediario per facilitare gli affari, per spianare problemi (per le autorizzazioni, nei rapporti coi sindacati o dei lavoratori), per portare voti quando serve.
Per arrivare a questo serve un forte controllo del territorio, ma anche la capacità nel saper avvicinare le persone che contano a livello più alto: dentro la macchina amministrativa dei comuni e della regione, dentro il mondo della magistratura e dell'imprenditoria. Fino ad arrivare a Roma, in Parlamento.

Nel film che Damiano Damiani ha tratto dal libro di Sciascia questo livello romano del racconto sparisce, forse i tempi non erano maturi per mostrare al pubblico cosa fosse la mafia e dove fosse arrivata.
I due signori che parlano e discutono dell'indagine dei carabinieri a S. e di quel comunista di Bellodi, temendo che porti all'onorevole Livigni e al ministro Mancuso.
Per colpa di quella foto dove l'onorevole si è fatto ritrarre assieme a “Zicchinetta”:
c'era anche, nel fascicolo, un rapporti relativo a un comizio dell'onorevole Livigni: che circondato dal fior fiore della mafia locale, alla sua destra il decano don Calogero Guicciardo, alla sua sinistra il Marchica, era apparso al balcone di casa Alvarez, e ad un certo punto del suo discorso aveva testualmente detto «mi si accusa di tenere i rapporti coi mafiosi, e quindi con la mafia: ma io vi dico che non sono finora riuscito a capire che cosa è la mafia, e se esiste; e posso in perfetta coscienza di cattolico e di cittadini giurarvi che in vita mia non ho mai conosciuto un mafioso»

Sono gli stessi personaggi che, sempre a Roma raccontano al lettore della loro visione della democrazia, del popolo, delle corna
«Il popolo» sogghignò il vecchio «il popolo... Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna»
[…]«Il popolo, la democrazia» disse il vecchio rassettandosi a sedere, un po' ansante per la dimostrazione che aveva dato del suo saper camminare sulle corna della gente «sono belle invenzioni: cose inventate a tavolino, da gente che sa mettere una parola in culo all'altra e tutte le parole in culo all'umanità, con rispetto parlando .. Dico con rispetto parlando per l'umanità .. Un bosco di corna, l'umanità, più fitto del bosco della Ficuzza, quand'era bosco davvero. E sai chi se la spassa a passeggiare sulle corna? Primo, tienilo bene in mente: i preti; secondo: i politici, e tanto più dicono di essere col popolo, di volere il bene del popolo, tanto più gli calcano i piedi sulle corna; terzo: quelli come me e te.. E' vero che c'è il rischio di mettere il piede in fallo e di restare infilzati, tanto per me quanto per i preti e i politici: ma anche se mi squarcia dentro, un corno è sempre un corno; e chi lo porta in testa è un cornuto.. La soddisfazione, sangue di Dio, la soddisfazione: mi va male, muoio, ma siete dei cornuti ...»

La democrazia, la politica solo una sceneggiata da tenere in piedi, uno spettacolo buono per il popolino che va a votare per i signori capaci di promettere, i difensori del popolo. Come vedete, non si è inventato nulla, in questi anno, il populismo era cosa già nota a Sciascia negli anni sessanta.

Intanto a S. l'inchiesta per la morte di Colasberna, va avanti.
Grazie all'ultima confidenza di Parrinieddu e a quanto raccontato dalla moglie di Nicolosi, vengono arrestati Pizzuco, un altro costruttore e Marchica, un piccolo criminale uscito per amnistia.
Grazie ad un astuto tranello di Bellodi e dei suoi marescialli, che riescono a mettere i due indagati Marchica e Pizzuco, l'uno contro l'altro, l'indagine arriva a don Mariano Arena, arrestato pure lui.
A Roma altri due gentiluomini discutono di questo arresto, in un dialogo che è l'apoteosi del garantismo dei signori.
«E' questo il punto: l'amministrazione della giustizia è compito dello Stato: e non si può ammettere che ..»«Parlo del senso della giustizia, non di amministrazione della giustizia .. E io vi dico: se noi due stiamo a litigare per un pezzo di terra, per una eredità, per un debito; e viene un terzo a metterci d'accordo, a risolvere la vertenza .. In un certo senso, viene ad amministrare la giustizia: ma sapete cosa sarebbe accaduto di noi due, se avessimo continuato a litigare davanti alla vostra giustizia? Anni sarebbero passati ...»

Cos'è la mafia, dunque? È sempre il galantuomo a spiegarlo:
“ammettendo che la mafia esista, io posso dirvi: è un'associazione di segreto mutuo soccorso, né più né meno come la massoneria”.

Ma nonostante tutto, nonostante la mafia non esista, nonostante tutti i delitti siano ascrivibili a questioni di corna, motivi passionali (cercate la donna, dicono a Bellodi le lettere anonime, cercate la donna dicono i giornali che seguono l'inchiesta dei carabinieri), bisogna fermare quella catena che lega assieme il piccolo criminale, l'imprenditore edile che si era limitato solo a dare buoni consigli al Colasberna e il don del paese, don Mariano Arena. Perché poi a tirarla, quella catena poteva arrivare fino a Roma.

Meglio il delitto passionale, dunque, tutto in famiglia:
“ciò discendeva dal fatto, pensava il capitano, che la famiglia è l'unico istituto veramente vivo nella coscienza del siciliano [..] La famiglia è lo stato del siciliano. Lo Stato, quello che per noi è lo Stato, è fuori: entità di fatto realizzata dalla forza; e impone le tasse, il servizio militare, la leva, il carabiniere.”

Nel finale del libro, i due principali protagonisti si incontrano in un dialogo serrato che poi è passato alla storia come quello della dei quaquaraquà.
Ho letto dei commenti, a proposito di quanto ho scritto in un precedente post su questo libro: è vecchio, va aggiornata la visione della mafia, si basa sulla mafia degli anni 60-70..
In parte è vero: il don Mariano Arena ricalca un prototipo di mafioso che forse non esiste. L'uomo con delle sue regole che vanno rispettate. Che mai si metterebbe a trattare con lo stato, coi carabinieri.

Eppure in quel dialogo, in cui Bellodi muove le sue pedine come una partita a scacchi, Sciascia fa un'enorme intuizione, valida ancora oggi: per colpire i mafiosi inutile seguire ogni singolo delitto sperando di trovare un testimone, inutile chiedere super poteri o, peggio, la sospensione dei diritti costituzionali come fece Mori ai tempi di Mussolini (che pure si fermo quando toccò il livello politico della mafia).
Bisogna colpire i don Mariano nel loro patrimonio, che è quanto poi fece il segretario PCI Pio La Torre con la legge che porta il suo nome, sulla confisca dei beni. Legge che pagò con la vita.
"Questo è il punto su cui bisognerebbe far leva. È inutile tentare di incastrare nel penale un uomo come costui: non ci saranno mai prove sufficienti, il silenzio degli onesti e dei disonesti lo proteggerà sempre. Ed è inutile, oltre che pericoloso, vagheggiare una sospensione di diritti costituzionali. Un nuovo Mori diventerebbe subito strumento politico-elettoralistico, braccio non del regime, ma di una porzione del regime. Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe di colpo piombare sulle banche; mettere mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto dietro le idee politiche, sarebbe meglio si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari: e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi e tirarne il giusto senso. Soltanto così ad uomini come don Mariano comincerebbe a mancare il terreno sotto i piedi. In ogni altro paese del mondo, una evasione fiscale come quella che sto constatando, sarebbe duramente punita. Qui con Mariano se ne ride, sa che non gli ci vorrà molto ad imbrogliare le carte."

C'è dentro tutto il lavoro di La Torre, di Boris Giuliano, di Chinnici e del pool antimafia suo e poi di Caponnetto, con Falcone e Borsellino. Seguire il denaro, attraverso tutti i suoi movimenti, anche dentro le finanziarie e le banche.
Evitare di fare grandi battaglie antimafia col rischio che vengano poi usate o strumentalizzate per colpire una cosca a favore di un'altra, un politico non più utile con un altro pronto a prestare il volto ai mafiosi.
Quante persone sono state arrestate, che erano dentro associazioni antimafia?
Provenzano stesso aveva plaudito all'iniziativa di premiare l'attore Bova, per la sua interpretazione di Ultimo.

E poi il racconto dell'umanità divisa in cinque categorie:
«Io» proseguì don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà... Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini... E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi... E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito... E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre... »

I due personaggi si sono incontrati e si sono riconosciuti: ciascuno vede nell'altro il nemico, ma lo riconosce come uomo.
Forse è questo l'unico vero appunto che si può fare a Sciascia: per quanto don Mariano Arena sia una persona intelligente, rimane un mafioso che fa uccidere le persone, che si spartisce soldi pubblici, favorendo aziende di amici a discapito di aziende oneste e magari più capaci (che non facevano lavori che alle prime piogge si squagliano).No, uno così non è un uomo come Bellodi.


Quanto è cambiata la mafia da allora ad oggi?
Non ci sono più solo gli appalti pubblici per strade e case (che hanno arricchito le famiglie della borghesia mafiosa dopo il sacco di Palermo): oggi ci sono gli appalti nella sanità (come ha ricostruito l'inchiesta sull'ex governatore Cuffaro, Guttadauro e sul ministro mafioso dei lavori pubblici Siino).
Non ci sono strade ma ci sono appalti per l'eolico, un settore dove era entrato anche Messina Denaro, attraverso prestanome.
C'è la mafia che prendo fondi europei per l'agricoltura, per non lavorare le terre in Sicilia.
Non ci sono le case da costruire ma c'è il mega progetto del Ponte sullo Stretto di Messina.

E ci sono, ancora oggi, gli impresentabili, ovvero persone come don Mariano, che vengono ritratti, che sono considerati vicini a quel politico o a quel deputato regionale.
In queste settimane che hanno anticipato il voto regionale in Sicilia, la parola impresentabile è stata ripetuta tante volte, come quella di voltagabbana (signori che portano voti passati da destra a sinistra o viceversa).
Senza che sia stato fatto nulla.
Addirittura, Berlusconi, incandidabile perché pregiudicato (dunque in prima fila nella campagna elettorale siciliana) rimbrottava il candidato di centro destra Nello Musumeci per avera pronunciata quella parola, “impresentabili”.

Certi meccanismi del grande gioco per il potere sono sempre validi, allora come adesso.
Scriveva nella prefazione all'opera del 1972:
"Ma la mafia era, ed è, altra cosa: un sistema che in Sicilia contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe che approssimativamente possiamo dire borghese; e non sorge e si sviluppa nel «vuoto» dello Stato (cioè quando lo stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma «dentro» lo Stato. La mafia, insomma altro non è che una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta.
Il giorno della civetta, in effetti, non è che un «per esempio» di questa definizione. Cioè l'ho scritto, allora, con questa definizione. Ma forse è anche un buon racconto".Leonardo Sciascia, 1972 appendice al libro scritta in occasione dell'uscita del Giorno della civetta nella collana letture di Einaudi.

Anzi, siccome oggi la linea della Palma ha oltrepassato il Po, assieme all'aggressione mafiosa del tessuto sociale ed economico del nord, queste definizioni dovrebbero essere tenute in considerazione in tutto il paese.
Ma, forse è la politica (e una certa magistratura, e un certo giornalismo di stampo garantista verso i potenti, verso i don) che è rimasto attaccato alla vecchia idea del mafioso con la lupara.
La mafia oggi non spara. Almeno qui al nord non c'è bisogno di uccidere. Si intimidisce, si incendiano i capannoni, si spara qualche colpo di avvertimento quando proprio è necessario.
Ma sempre mafia rimane.

Altri post sul libro di Sciascia
- Conoscere la Sicilia per comprendere l'Italia

Il giorno della civetta – Adelphi

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01 novembre 2017

Conoscere la Sicilia per comprendere l'Italia – Il giorno della civetta di Sciascia

Se vuoi comprendere l'Italia, devi conoscere la Sicilia – diceva Sciascia: un paradosso, all'apparenza, visto che la Sicilia rappresenta solo una parte del paese, una porzione contenuta per definizione, essendo un'isola.
Ma un'isola speciale, che è sempre stata laboratorio politico per sperimentazioni poi cresciute a livello nazionale.
In Sicilia si vota questa domenica: si tratta di elezione regionali in cui gli elettori si troveranno di fronte volti molto noti, di cui molti hanno semplicemente cambiato partito. Poche le novità, Cancelleri per il M5S e Claudio Fava: il primo ha guidato l'opposizione a Crocetta in questi anni e il secondo è un europarlamentare che si è occupato di mafia, di diritti civili.
Cosa si sta preparando in Italia e cosa si sta preparando in questo paese: a vedere i sondaggi, il partito di maggioranza del governo a livello nazionale ha poche possibilità di vincere, qui in Sicilia.
A ben vedere i sondaggi sono poco entusiasti anche a livello nazionale, per lo stesso partito, il PD: in Sicilia il cambiamento di pelle del partito “a vocazione maggioritaria”, il partito per cui “sinistra e conservazione sono in contraddizione” (Veltroni), il partito delle riforme è stato raccontato da un servizio di Presa diretta del 2015.
Partito acchiappavoti veniva definito, il PD di Faraone, che cooptava al suo interno i portatori di voti dal centro destra, lasciando che vecchi iscritti e militanti abbandonassero le sedi e il partito.

Il partito della nazione – è questa la formula suggestiva usata in questi mesi per raccontare quello che stava avvenendo, era sotto gli occhi di tutti, ma da tutti smentito.
Un partito con dentro qualche foglia di fico della sinistra e che arrivava fino a Verdini e Alfano. E pronto a trattare con Berlusconi per qualche riforma o legge comoda a tutti.

È questo quello che si sta preparando in Sicilia? È quello che assisteremo da lunedì in poi?
Per comprendere la Sicilia, la sicilianità e, se diamo retta a Leonardo Sciascia, il nostro paese, ho ripreso in mano il romanzo “Il giorno della civetta”.
L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante e ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l'autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L'ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all'autista "un momento" e aprì lo sportello mentre l'autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Un romanzo sulla Sicilia, sui siciliani, in forma di romanzo giallo, che si apre fin da subito, nelle prime righe, con un omicidio di un piccolo imprenditore edile.
Il giorno della civetta è uno dei primi romanzi dove è presente la mafia, la mafia che si stava trasformando da mafia rurale ad una mafia di un livello superiore, dentro gli appalti pubblici (in questo romanzo si parla di costruzioni, strade, case).
La mafia che non esisteva: così dicevano i politici regionali e i politici a Roma. Mafia? Dov'è questa mafia?
Questa parola, mafia, era difficile sentirla pronunciare perfino dai magistrati, gli uomini dello Stato deputati a combatterla, assieme agli uomini delle forze dell'ordine.
Solo questione di piccola criminalità, furti di bestiame, rapine.
Sminuire, negare, nascondere sotto un manto di folklore: il sole della Sicilia, la pigrizia dei siciliani, la loro indolenza. La loro omertà.
«Dunque» disse con paterna dolcezza il maresciallo «tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere panelle qui: il primo autobus per Palermo, come al solito ..»«Ho la licenza» disse il panellaro.«Lo so» disse il maresciallo alzando al cielo occhi che invocavano pazienza «lo so e non me ne importa della licenza; voglio sapere una cosa sola, me la dici e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato?»«Perché» domandò il panellaro, meravigliato e curioso «hanno sparato?»

(notate come queste righe seguano di poco la scena iniziale del delitto, in quella piazza silenziosa: si passa nel giro di una sola pagina dal giallo alla commedia all'italiana).

Certo: con che faccia si è presentato lo Stato in Sicilia, dall'unità d'Italia ad oggi?
A Palermo, per anni, la faccia dello Stato era quella di Vito Ciancimino e Salvo Lima, uomini della corrente di Andreotti, uomo potente (e disinvolto) a Roma. Il sette volte presidente del Consiglio.
Come ci si poteva fidare di questo Stato, dei suoi rappresentanti, degli uomini in divisa che dovevano far valere la legge. Far valere i propri diritti contro i soprusi dei potenti:
I due fratelli Colasberna e gli altri soci della cooperativa edilizia Santa Fara aspettavano l'arrivo del capitano: stavano seduti in fila, vestiti di nero, e i due fratelli con neri scialli spugnosi, la barba lunga, gli occhi arrossati; aspettavano in una sala della stazione dei Carabinieri di S. , immobili, gli occhi fissi ad un bersaglio colorato dipinto sul muro e alla scritta che diceva 'luogo per scaricare le armi'. Bruciavano di vergogna per il luogo in cui si trovavano e per l'attesa. Niente è la morte in confronto alla vergogna.

Ma lo stato in Sicilia, coi suoi uomini in divisa, spesso si è mostrato con la faccia del bargello, del capo degli sbirri: non quello che doveva far rispettare la legge uguale per tutti, l'accesso ai beni comuni per tutti.
Il capitano si avvicinò al cane per accarezzarlo.
«No» disse il vecchio allarmato «è cattivo; una persona che non conosce, magari prima si fa toccare, la fa assicurare: e poi morde .. E' cattivo quanto un diavolo».«E come si chiama?» domandò il capitano, incuriosito dallo strano nome che il vecchio aveva pronunciato per acquietarlo.«Barruggieddu si chiama» disse il vecchio.«E che vuol dire?» domandò il capitano.«Vuol dire che è uno è cattivo» disse il vecchio.«Mai sentito» disse il brigadiere. E in dialetto chiese altre spiegazioni al vecchio. Il vecchio disse che forse il nome giusto era Barricieddu, o forse Bargieddu: ma in ogni caso significava malvagità, la malvagità di uno che comanda; ché un tempo i Barruggieddi o Bargieddi comandavano i paesi e mandavano gente alla forca, per il piacere malvagio.«Ho capito» disse il capitano «vuol dire Bargello: il capo degli sbirri».Imbarazzato, il vecchio non disse né si né no.

Un delitto maturato nel mondo degli appalti edilizi, un capitano dei carabinieri che deve indagare sul delitto (e sulla scomparsa di un potatore che forse ha visto troppo) e scalfire l'ostilità dei testimoni, delle persone che sanno e che non vogliono dire, che sanno e non possono dire.
Un silenzio rumoroso, perché anche il silenzio parla per le tante lettere anonime, per le chiacchiere dal barbiere, perché in Sicilia tutti i delitti sono delitti passionali, storie di corna:
"Nelle statistiche criminali relative alla Sicilia e nelle combinazioni del giuoco del lotto, tra corna e morti ammazzati si è istituito un più frequente rapporto. L'omicidio passionale si scopre subito: ed entra dunque nell'indice attivo della polizia; l'omicidio passionale si paga poco: ed entra perciò nell'indice attivo della mafia."

Le indicazioni per arrivare ai responsabili dal delitto arrivano dal confidente dei carabinieri, Parrinieddu (piccolo prete, perché come i preti parlava con la stessa ipocrisia dei preti): confidente per vocazione e illudendosi di avere così una certa impunità per i suoi affari sporchi.
Illusione certo, perché sa che si trova in mezzo alle due cosche della mafia del paese e i carabinieri: mentre parla col capitano Bellodi (continentale e dunque gentile, anche se uno che non capisce niente) “il piombo della sua morte intanto colava”.

Una pista che porta ad un piccolo criminale, vicino ad un certo onorevole e al capo mafia del paese, don Mariano Arena.. Una pista che spaventa, sia i notabili di S. che i notabili che a Roma sono osservatori attenti di quello che succede in Sicilia.

La forza di un libro sta in questo: ancora oggi “Il giorno della civetta” è un romanzo che ha qualcosa da raccontare ancora oggi: può essere letto su più livelli, senza perdere nulla. Come il racconto di una indagine ostile e su cui l'investigatore “si romperà la testa”.
Come il racconto di un mondo, di un contesto, di una regione che si fa paese, col salire della linea della Palma.
Ma anche come atto d'amore per quanti, questa Sicilia, questo paese, hanno cercato di cambiarlo davvero: di far arrivare la legge e i diritti per tutti anche in questa isola, anche a S.


Il giorno della civetta – Leonardo Sciascia, Adelphi edizioni

30 agosto 2016

I pugnalatori di Leonardo Sciascia

«Fino a tutto il 1860 io fui avvocato patrocinante in Ivrea. Con Regio Decreto 17 dicembre 1860, fui nominato sostituto avvocato dei poveri a Modena coll'annuo stipendio di lire 3000. Con decreto 25 maggio 1862, fui nominato Sostituto Procuratore Generale del Re presso la corte d'Appello di Palermo collo stipendio di lire 5000».

Il breve saggio di Leonardo Sciascia ripercorre l'inchiesta del Sostituto Procuratore Generale Guido Giacosa sul “fatto criminale” 1 ottobre 1862 : 13 persone in 13 diversi punti della città accoltellate da sicari vestiti nella stessa maniera (così li descrissero le vittime nei primi resoconti).
Alla stessa ora, in diversi punti della città tra loro quasi equidistanti, una stella a tredici punte sulla pianta di Palermo, tredici persone venivano gravemente ferite di coltello, quasi tutte al basso ventre. «I feriti dànno tutti gli stessi contrassegni dei feritori, i quali vestivano a un solo modo, erano di pari statura, sicché vi fu un momento che si poté credere fosse un solo. Fortunatamente ...»”

La contemporaneità degli eventi e la descrizione degli assalitori portarono subito gli inquirenti ad ipotizzare una congiura, un delitto organizzato per tempo, un “attentato contro l'attuale forma di governo”.
Quale lo scopo? Gettare nel caos la città, creare discredito nell'amministrazione della città? Eravamo nei primi anni dell'Unità d'Italia e già succedevano storie di delitti politici, che poi avremmo rivisto negli anni della strategia della tensione.
Il libro, infatti, racconta attraverso le lettere, gli atti, le relazioni del procuratore Guido Giacosa, dell'inchiesta sui pugnalatori. Di come si fosse arrivato quasi da subito ad arrestare i responsabili degli accoltellamenti.
Di come uno di questi arrestati, Angelo D'Angelo, in cella, avesse confessato ai magistrati i nomi dei tre reclutatori, Castelli, Masotto e Calì.
E, infine, anche della persona che in alto loco, aveva pagato i “tarì” per compiere i delitti: il senatore (per censo, perché ancora non valeva il suffragio universale) Sant'Elia.
Principe di Sant'Elia, senatore per censo: aveva cariche dal governo borbonico, col ritorno dei Borboni sull'isola nel 1849, allontanato dalle cariche, fu esule per pochi mesi nel 1860.«Costretto dalla polizia borbonica ad esulare nell'aprile del 1860», non sappiamo dove, si ritrovò in Sicilia nel maggio: e la tempestività e il poco prezzo con cui si conquistò il titolo di esule, che molto poi gli valse, può anch'essere casuale; ma noi crediamo s'appartengano alla peculiare disposizione della sua classe – in lui magari più pronta e affinata – a mutar tutto, e anche se stessa, per non mutar nulla, e tanto meno se stessa: e rimandiamo a I vicerè di Federico De Roberto e a Il gattopardo di Giuseppe Tomasi.

Borbonico prima e poi uomo della rivoluzione coi Savoia e con Garibaldi, che aveva salutato l'unità nazionale e per questa investito parte dei suoi averi. Politico, dunque, capace di sentire dove soffia il vento e di mettere le vele nel verso giusto.
Lo scrupolo del Giacosa nel compiere le indagini, che sono complesse anche per i depistaggi della polizia, perché coinvolgono un esponente del Senato che aveva avuto cariche dal governo, emerge dai suoi scritti. Le accuse di D'Angelo sono vere oppure è solo una calunnia? E perché il Sant'Elia avrebbe organizzato questo “crimine contro il governo”?
“.. perché il principe di Sant'Elia si metteva a cospirare contro un governo che non gli era avaro di cariche e onori? E la risposta che si erano dati, che Castelli si dava parlando col Mattania, non era diversa di quella che se ne dava il procuratore Giacosa. Era una risposta, diciamo, di specie storica e, si direbbe oggi, sociologica. «Quelli che sanno leggere e scrivere ed hanno denaro» diceva Castelli «non sono mai contenti, cospirano sempre per guadagnare da tutti; e noi che siamo poveri esponiamo la vita e dobbiamo soccombere, ché non li accuseranno mai, non siamo infami come D'Angelo ..»”

Ma questa è solo una risposta generale, sullo spirito gattopardesco della classe politica siciliana (di ieri, e anche di oggi?).
Ma, spiega Sciascia, c'erano anche altre questioni, legate al malcontento del governo sabaudo in Sicilia:
C'erano altre ragioni d'ordine generale e che ci avvicinano a capire quelle particolari, personali del Sant'Elia. Per queste ragioni, a dispiegarle, il richiamo di Castelli al 1848 è assolutamente pertinente: e si vedano le ritrattazioni, le giustificazioni, le richieste di perdono, le profferte di eterna devozione alla dinastia dei Borboni che quasi tutti i nobili siciliani indirizzarono a quel re Ferdinando di cui nel parlamento «rivoluzionario» - da pari, da deputati – avevano entusiasticamente proclamato la decadenza.[..]Leggendoli è facile immaginare come la stessa classe, le stesse persone, fossero dopo quattordici anni disponibili a risalutare la restaurazione borbonica, a chieder perdono a Francesco II dei loro brevi errori [..] garibaldini e savoiardi.In quel 1862 le condizioni della Sicilia dovevano apparire del tutto eguali a quelle del 1849: tali cioè che sarebbe bastato lo sbarco di qualche reggimento borbonico in un qualsiasi punto della costa a far sì che tutta la Sicilia violentemente insorgesse contro i piemontesi.[..]La delusione per i Savoia era enorme: le tasse, la leva obbligatoria, la predazione della borghesia fondiaria e infine il problema dell'ordine pubblico”.

Giacosa e Mari (procuratore e giudice istruttore) procedono con gli arresti e le perquisizioni delle persone coinvolte, sia il Sant'Elia che altri preti dell'arcivescovado palermitano.
Arrivano anche a reclutare un “undercover”, Orazio Mattania, un criminale uscito dalla galera, che viene fatto avvicinare in carcere ai tre reclutatori e successivamente infiltrato dentro la struttura, per acquisire altre prove di colpevolezza contro i mandanti di alto livello.

Ma le prove dell'accusa, le confessioni di Angelo D'Angelo, sufficienti a portare alla ghigliottina i tre reclutatori e a decine d'anni di lavori forzati i pugnalatori, non sono sufficienti per arrivare così in alto.
Troppo in alto.
I due giudici avevano in mano solo indizi e mancavano loro le prove per chiudere l'inchiesta e per procedere contro il Senatore che, nel frattempo, veniva difeso dai suoi colleghi in commissione e veniva pure visto sfilare, in processione alla Cappella Palatina, in rappresentanza del re, il venerdì santo.
Continua Sciascia, su Giacosa e Mari 
“.. chiedevano di poter trattare il principe come qualsiasi altro cittadino indiziato di un così grave reato; come quegli altri che erano già in carcere. «Scindere questo processo» scrive Guido Giacosa «non si può. Conservar ciò che si riferisce agli altri, eliminare ciò che si riferisce al Sant'Elia, è impossibile. Accusare, giudicare, forse condannare gli uni, mentre l'altro, confuso nelle stesse prove, menzionato negli stessi documenti, oppresso dagli stessi argomenti, se ne va libero, onorato, potente, sarebbe tale un fatto che pregiudicherebbe in modo troppo pernicioso ogni sentimento di giustizia e screditerebbe la magistratura e le patrie istituzioni»”.

Nella relazione al Guardasigilli scritta da Giacosa (prima del suo ritorno in Piemonte) traspare tutta la sua delusione, lui uomo di legge chiamato ad amministrare la giustizia, di una legge da applicare in ugual modo per tutti. E dove invece si è trovato di fronte a depistaggi dall'interno della stessa "amministrazione":
«.. che alla prima cospirazione tendente a gettare il paese nell'anarchia, ora si è sostituita una seconda che ha per iscopo di eliminare ad ogni costo tutto ciò che potrebbe condurre allo scoprimento della prima; e la sparizione del primo rapporto da me compilato, sparizione che non si può credere casuale, ne è la prova luminosa».

L'autore che, evidentemente parteggia per il lavoro scrupoloso del procuratore:
Credeva di dovere la sua sconfitta, la sconfitta della legge, la sconfitta della giustizia, alla Sicilia: alle «abitudini, le tradizioni, l'indole, lo spirito di questo disgraziato paese, assai più ammalato di quanto si presuma». La doveva invece all'Italia.

Come in molti altri saggi di Sciascia, il finale lascia un amaro in bocca, con la sensazione che il nostro paese non sia mai stato innocente, nemmeno nei primi anni dell'Unità:
Ad un certo punto del suo intervento sull'interpellanza La Porta, Francesco Crispi aveva detto: «Penso che il mistero continuerà e che giammai conosceremo le cose come veramente sono avvenute».Si preparava così a governare l'Italia.

La scheda del libro sul sito di Adelphi.

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