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24 maggio 2021

Anteprima Report – le stragi di mafia, i tubi dell'acqua e i diritti televisivi

 


In occasione dell'anniversario della strage di Capaci, Report ritorna sulla trattativa stato-mafia e su quella zona grigia tra le istituzioni e la mafia, quelle “menti raffinatissime” che hanno portato avanti la campagna di delegittimazione contro Falcone e il pool antimafia, che hanno pianificato le stragi terroristico-mafiose della stagione 1992-1993 e, negli anni precedenti, i delitti politici di magistrati e politici (da Dalla Chiesa a Mattarella).

Un omaggio a tutte le donne e uomini che hanno lottato contro la mafia senza ambiguità, consapevoli di quello che rischiavano e che oggi, celebrazione dopo celebrazione, rischiamo di trasformare in santini, solo dei nomi che non ci dicono più nulla.

Il servizio di Paolo Mondani toccherà diversi punti oscuri nella storia della lotta alla mafia: la mancata cattura di Provenzano grazie alle rivelazioni del pentito Ilardo (per primo aveva raccontato della convergenza di interessi dietro certi delitti politici, delle connivenze tra mafiosi ed esponenti dei servizi), la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993. Secondo diversi collaboratori di giustizia nel covo Riina aveva documenti che avrebbero fatto saltare lo stato e che sarebbero stati consegnati a Messina Denaro, documenti che oggi gli darebbero quel suo potere di ricatto.

C'è dell'altro, un documento fatto recapitare al giudice Di Matteo, dal titolo “Protocollo fantasma”, dice invece che quella perquisizione fu fatta. Ma i documenti non furono sequestrati.

Nel servizio si parlerà anche di verbali sequestrati dal Ros nel 1998 e lasciati dentro cassetti chiusi, documenti riportati alla luce durante il dibattimento del processo d'appello sulla trattativa: in quei documenti era disegnato l'impero finanziario di Bernardo Provenzano.

Di un libro uscito nel 2008, Lettere a Svetonio, contenente delle lettere di Messina Denaro, che contenevano dei messaggi precisi per i sui interlocutori.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

Chi gestisce i diritti televisivi

Il servizio sull'Imaie, l'ente che gestisce i diritti televisivi in Italia è stato rimandato più volte per dare spazio ad altri servizi più attinenti all'attualità.

E' l'ente che incassa i diritti ogni volta che le immagini di Padre Pio passano in televisione, ma è anche l'ente che è in debito col santo, anzi, con la sua televisione.

Le registrazioni padre Pio sono state raccolte in dischi e diffuse per radio e TV, che hanno pagato alla Imaie i contributi per l'opera, come anche per spezzoni di film e di video: sono diritti che, secondo la legge, non devono essere pagati agli artisti ma a questo ente preposto.

Ente che deve 1835 euro a Padre Pio, ovvero a Tele radio Pio, titolare dei diritti: ma l'ente non aveva comunicato l'esistenza di questi crediti, come nemmeno di quelli dovuti alla banda dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.

Il direttore generale dell'ente Maila Sansaini ha replicato che, secondo la legge, era sufficiente pubblicare sulla Gazzetta questi crediti col nominativo del titolare dei diritti, “se il titolare richiedeva i diritti, l'istituto pagava, se nessuno si faceva vivo, i soldi erano persi dopo 3 anni.”

In realtà la legge del 1992 diceva altro: Imaie avrebbe dovuto contattare direttamente il creditore all'inizio di ogni trimestre e comunicare loro l'ammontare dei compensi dovuti.

La scheda del servizio: Il vecchio e il nuovo di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi, immagini di Matteo Delbò e Cristiano Forti, ricerca immagini di Paola Gottardi, montaggio di Igor Ceselli

Ogni volta che vediamo un film o una fiction in televisione o ascoltiamo un brano alla radio gli attori, i musicisti e i cantanti che hanno interpretato quell'opera maturano dei diritti: si chiamano diritti connessi al diritto d'autore e vengono pagati da canali televisivi, network radiofonici o piattaforme streaming. Non vengono versati direttamente ai loro proprietari, cioè agli artisti, ma a soggetti intermediari che devono provvedere a ripartirli con precisione e poi a distribuirli. Fino al 2009 il soggetto intermediario era unico e si chiamava Imaie (Istituto per la tutela degli artisti, interpreti ed esecutori). Dopo trent’anni di attività è stato estinto. Chiudendolo la prefettura di Roma ha stabilito che l'Imaie non è stato in grado di svolgere il compito per cui era stato creato. Al momento della chiusura aveva in pancia cento milioni di euro di diritti incassati e mai versati agli artisti legittimi proprietari. Estinto l'Imaie nel 2010 è stato costituito il Nuovo Imaie, stesso direttore generale e stessi dipendenti. Come sta andando la sua gestione e quanti diritti riesce davvero a distribuire ai legittimi proprietari?

Lo stato dei tubi

Con che criteri di sicurezza sono posati i tubi del gas posati sotto le strade?

Il servizio di Report racconterà di quanto sia impostante che siano posti alla giusta profondità, che siano ben segnalati, per evitare problemi di fuoriuscita di gas per interventi sul manto stradale. Ma non sempre queste regole sono rispettate.

La scheda del servizio: Giù per il tubo di Max Brod in collaborazione di Greta Orsi con immagini di Paolo Palermo, Fabio Martinelli, Cristiano Forti e Andrea Lilli, ricerche immagini di Eva Georganopoulou, montaggio di Andrea Masella

Vicino alle nostre case, sotto il manto stradale, passano chilometri di tubazioni del gas. Quando si verificano delle perdite da queste condotte, il metano può arrivare anche dentro alle abitazioni e provocare gravi incidenti. Per questo motivo i tubi vanno posati a profondità di legge e gli scavi per ripararli vanno poi riempiti con materiali specifici. Ma avviene sempre così? Report ha girato l'Italia per capire come stanno le cose, scoprendo tubazioni superficiali e gestori che hanno dovuto correre ai ripari dopo la posa delle condotte. E i Comuni quanto controllano? Il problema della profondità sembra importare a pochi nonostante ciò che racconta chi sulle strade lavora tutti i giorni: le tubazioni superficiali sono all'ordine del giorno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 maggio 2016

La guerra dei brevetti - l'anteprima dell'inchiesta di Report

L'anteprima su Reportime del servizio di Paolo Mondani, dove si racconterà della guerra in corso da parte delle multinazionali per accaparrrarsi i brevetti più interessanti. Anche in ambito medicale.
Col risultato che quando esce una pastiglia per curare l'epatite, il prezzo lo fissa l'azienda, che è di circa 60mila euro per tutto il ciclo di cura, prezzo impossibile senza l'aiuto dello Stato.
Appena arrivato in Italia, nel 2014, il farmaco anti-epatite C Sovaldi (Sofosbuvir) costava 60 mila euro a paziente. In seguito alla mediazione dell’AIFA con l’azienda americana Gilead costerà 15 mila euro. Ancora troppo, se pensiamo al fatto che i malati italiani sono circa un milione e che occorrerebbero ben 15 miliardi per guarirli tutti. Per via del brevetto è l’azienda produttrice che impone il prezzo, nonostante i costi di ricerca e sviluppo del farmaco siano enormemente inferiori ai ricavi realizzati dall’azienda in questi ultimi due anni.
Perché la holding della Ferrari ha sede in Olanda? Perché ha una legislazione fiscale molto duttile.
Anche in termini di brevetti: per questo l'Italia ha varato  il Patent box, che abbassa la tassazione dei redditi da brevetto al 16%, on Olanda siamo al 5%, Spagna 8% , UK 10%, Cipro 2,5% ..
Svizzera 8,84%, Portogallo dal 2014 al 12%: siamo arrivati dopo il Portogallo..
Anche il governo Renzi si è accorto dell’importanza di brevetti e marchi e per questo ha inaugurato il patent box, uno sconto fiscale per non andare all’estero. Chissà se la Ferrari, il più importante marchio italiano nel mondo, deciderà di portare i suoi diritti in Olanda, dove ha già sede la sua holding, o rimarrà nel Belpaese.
Alla Sapienza hanno stipulato un contratto con la K-Cube per i brevetti dei suoi ricercatori.
Un'opportunità o solo un favore per gli amici di Renzi (la società è nata nel 2014, non ha esperienza):
L’Università di Roma ha stipulato un contratto con la società K-Cube che avrà in visione tutti i brevetti dell’ateneo e potrà così metterli sul mercato. Se il brevetto avrà successo, la Sapienza otterrà un utile fisso del 1,3 per cento. La K-Cube è presieduta da Marco Carrai, consulente del premier Renzi; nel cda è Alberto Bianchi, presidente della Fondazione Open gestita dal cerchio magico del premier.



11 ottobre 2015

L'inchiesta sui costi gonfiati dei diritti televisivi

Sovra-fatturazioni, costi in nero per le stecche, appalti Rai truccati: l'inchiesta su Rai e Infront che arriva fino alla Fifa che, l'assaciazione Changefifa definisce una mafia.



L'anteprima del servizio di Report di Paolo Mondani sul corriere:

Ci sono degli studi televisivi, a Roma, in una traversa della via Nomentana, dove un tempo c’era una casa cinematografica, la Dear film. La Rai li ha comprati quattro anni fa, con un’operazione sulla quale ora i magistrati dovranno far luce. La storia ce la rivela stasera Paolo Mondani nella prima trasmissione della nuova stagione di «Report» su Raitre : «Nel 2008 l’allora direttore generale Claudio Cappon stabilisce con una perizia che l’immobile vale 40 milioni di euro. Nel 2011, a cavallo fra i direttori Mauro Masi e Lorenza Lei si procede all’accordo finale. E il vice direttore Comanducci chiude con la Dear per 50,5 milioni. Dieci in più della perizia Cappon, pagati alla Studi Dear srl, controllata da una società anonima lussemburghese. Il contratto non è mai stato sottoposto al consiglio di amministrazione».È Milena Gabanelli che ricorda come «le operazioni sopra i dieci milioni devono essere approvate dal consiglio», aggiungendo che «l’anno in cui è stata fatta questa operazione la società lussemburghese che ha incassato i 50 milioni dalla vendita dell’immobile alla Rai ha staccato un dividendo di 20». I magistrati, precisa, «indagheranno». Non solo su questo. L’operazione Dear, conclusa tre anni dopo il 2008, quando il mercato immobiliare era già in fase calante, a un prezzo superiore di dieci milioni alla stima di Cappon, è descritta in uno dei vari audit che gli ispettori interni Rai, incaricati di fare pulizia, hanno spedito alla procura. E i magistrati hanno avviato indagini destinate a portare lontano. Mondani racconta che a giugno i giudici romani hanno messo sotto inchiesta 44 dirigenti e funzionari: dalla Rai alle reti private, fino alla Infront, la società che gestisce i diritti televisivi. «L’indagine», spiega, «ruota intorno all’imprenditore David Biancifiori, titolare di una società di supporto di servizi tivù che secondo i magistrati otteneva appalti in cambio di soldi e assunzioni».
In uno degli audit si parla degli appalti delle luci del Festival di Sanremo fra il 2008 e il 2013, affidati con gare pubbliche ma alle quali quasi tutti i partecipanti rinunciano. A queste gare, afferma il servizio di Report, «Biancifiori era sempre in prima fila e con prezzi per la Rai a un certo punto improvvisamente raddoppiati con collaudi inesistenti». «Report» racconta che la sua attività «spazia dalla fornitura di corrente elettrica a una villa del clan dei Casamonica agli appalti tv presso la Presidenza del consiglio», premier Silvio Berlusconi. A dimostrazione del fatto che nel suo carnet non c’è posto solo per gli appalti Rai o di altre tivù. E qui spunta la Infront, che per 60 milioni annui assiste la Lega di serie A per i diritti televisivi. «Biancifiori curava per loro la regia di alcune partite di calcio, ma affittava anche gli impianti luci e audio per “X Factor” e “Italia’s Got Talent” di Sky », spiega il servizio di «Report», secondo cui il tribunale di Roma ha indagato due dirigenti di Infront che avrebbero preso soldi da Biancifiori in cambio di appalti.
Ma la sigla Infront si collega direttamente al nome di Sepp Blatter. La holding svizzera della società, ora finita nelle mani del miliardario cinese Wang Jialin è una specie di Grande fratello del calcio mondiale: la guida Philippe Blatter, nipote del patron della Fifa sotto inchiesta per corruzione recentemente sospeso assieme al capo della Uefa Michel Platini. Una relazione ben evidenziata nel rapporto sul caso Fifa dell’Fbi per l’indagine sfociata nell’arresto di alcuni dirigenti dell’organizzazione accusati di intascare tangenti per assegnare diritti televisivi. E dalla quale sono venute fuori cose turche. I dirigenti americani della federazione campavano come nababbi. Basta dire che il segretario generale Chuck Blazer viveva in un appartamento da 18 mila euro mensili nella Trump Tower, e i suoi gatti alloggiavano in un altro, attiguo, da 6 mila dollari...

21 novembre 2014

Il mistero sulla morte di David Rossi

Report torna ad occuparsi di MPS (Il monte dei fiachi ..) e dei misteri che circondano il suicidio del capo della comunicazione David Rossi: domenica prossima l'inchiesta di Paolo Mondani (Rai 3 21.45  "Il mistero del monte")  si occuperà dei misteri attorno alla sua morte, della perizia del medico, delle pressioni che stava subendo in quei giorni.

Ne parla oggi, dando delle anticipazioni, Davide Vecchi sul Fatto Quotidiano:
MPS, VIDEO SULLA MORTE DI ROSSI “QUELLA SERA LUI NON ERA SOLO”
NELLA PERIZIA DI PARTE, NOVITÀ SUL MANAGER DECEDUTO A MARZO DEL 2013
di Davide Vecchi


Per la Procura di Siena la morte di David Rossi è un suicidio. Eppure le perizie di parte hanno rivelato numerose incongruenze e lacune nelle indagini. A partire dalle analisi degli hard disk dei computer dell’ex manager del Monte dei Paschi di Siena, in cui molto materiale, tra cui lo scambio di email tra Rossi e Fabrizio Viola, amministratore delegato di Rocca Salimbeni, era sfuggito agli inquirenti ed è stato individuato solo grazie alle perizie svolte per volontà dei familiari; fino ai video delle telecamere di sorveglianza che mostrano come sia palesemente errata, sempre secondo i tecnici della difesa, la dinamica della caduta ipotizzata dalla procura. Ancora: la perizia dell’ingegnere Luca Scarselli solleva numerosi dubbi anche sulle testimonianze fornite da quanti erano nella sede di Mps la sera del 6 marzo 2013, quando Rossi ha perso la vita. E soprattutto individua nei filmati la presenza di persone nelle vicinanze del cadavere del manager sin dai minuti immediatamente successivi alla caduta. Persone, secondo la perizia, mai individuate dagli inquirenti. Infine, l’esame autoptico: il corpo di Rossi ha lesioni e lividi ritenuti non compatibili con la dinamica della caduta come ipotizzata dai magistrati.

   Eppure la Procura di Siena ha archiviato l’indagine nel marzo 2014 e lo scorso 10 novembre anche la Procura generale, a cui si erano rivolti i familiari di Rossi per chiedere la riapertura dell'inchiesta, ha ribadito il diniego dei magistrati toscani.

   Solamente ieri ad Antonella Tognazzi, vedova di Rossi, la procura ha notificato la risposta alla istanza di avocazione presentata lo scorso maggio. Tognazzi non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio, tanto da aver più volte chiesto ai pm di svolgere indagini approfondite in diverse direzioni, in particolare considerando le forti pressioni a cui Rossi era sottoposto nella banca a seguito dell’avvio dell’inchiesta e dovute al profondo legame con Giuseppe Mussari, ex presidente del Monte e poi dell’Abi, travolto dall'inchiesta sull'acquisto di Antonveneta da parte di Rocca Salimbeni. Il fascicolo sulla morte di David, inizialmente aperto come istigazione al suicidio, è stato rapidamente archiviato.

   LA MOGLIE di David Rossi non ha mai creduto alla volontarietà del gesto e ne ha parlato con Paolo Mondani, che per Report ha svolto un'inchiesta che sarà trasmessa domenica prossima, in cui passa in rassegna i dubbi e le incongruenze dell'inchiesta, dalla dinamica della caduta alle forti pressioni che stava vivendo il marito, sino ai particolari della perizia legale e alle “stranezze” accadute nei minuti successivi alla morte di Rossi.

   Nelle relazioni di parte, la più sconcertante è proprio la ricostruzione di quanto avvenuto immediatamente dopo la morte e ricostruito attraverso le immagini delle videocamere di sorveglianza. In particolare, il perito individua la presenza di un uomo con un cappuccio in testa nei pressi del cadavere. La prima “ombra ferma visibile in via dei Rossi” appare dopo appena otto secondi dall’avvio della registrazione. Rossi cade al secondo “20” e la sequenza scandita nella perizia, se fosse confermata, è inquietante: a un minuto dall’impatto al suolo nel vicolo riappare l’ombra di un uomo. Poi “una luce”. Al minuto 4 si vede “una presenza di un mezzo” seguito pochi secondi dopo da una “persona che entra nel vicolo con un puntatore”. Al minuto “04:33” “persona più mezzo all’ingresso del vicolo”, al minuto 6 “persona dentro il vicolo”, poi un susseguirsi di ombre, luci in movimento, presenze: David Rossi muore dopo “tredici minuti”. Nel video, inoltre, si vede chiaramente un uomo, con piumino e cappuccio, intento a parlare al telefonino e avvicinarsi al cadavere di Rossi, guardandolo: la perizia ricostruisce che ciò avviene alle ore 20:27. Gli inquirenti hanno ritenuto fosse la persona che ha avvisato il 118, ma dalle verifiche compiute dai periti la telefonata alla sala operativa e alla Questura è arrivata “fra le 20:40 e le 20:45”. I video delle telecamere di sorveglianza, di cui il Fatto è in possesso, confermano la ricostruzione temporale svolta dai periti. I tecnici hanno inoltre individuato altri dettagli attraverso analisi approfondite sui singoli frame. I particolari su un puntatore laser che illumina dall’alto la zona dove si trova il cadavere, ad esempio. O l’orologio di Rossi che cade solamente mezz’ora dopo il corpo. E la cassa metallica cade distante dal cinturino in pelle. Ma i dettagli individuati sono davvero molti.

   LE CONCLUSIONI della perizia sono semplici: qualcuno ha aiutato Rossi a suicidarsi. Basta leggere l’esito dello studio scientifico svolto sulla dinamica della caduta: “La posizione iniziale da cui si è originato il moto, l’assenza di segni lasciati dalla vittima sulla finestra dalla quale si sarebbe lanciato, i segni di sfregamento sulle scarpe (...) non si spiegano con il mero presunto suicidio della vittima”.

d.vecchi@ilfattoquotidiano.it

17 dicembre 2012

Report – Ritardi con Eni


L'inchiesta di Paolo Mondani mi ha fatto ricordare le parole del premier sulla crosta del potere che, primarie o non primarie, non è facile scalfire.
Perché quando si parla di Eni si parla di energia, quella pagata a caro prezzo dalle imprese, che blocca lo sviluppo dell'industria. 
Si parla dei rapporti dell'Eni con la Russia di Putin, con la Libia di Gheddafi (e dei nuovi governanti ora). Rapporti dove è facile mescolare politica e affari, con tutte le conseguenze del caso.

Si parla anche delle commissioni, per questi affari coi paesi esteri, per facilitare accordi e contratti: commissioni che, in gergo comune si chiamano ancora meno ipocritamente tangenti.
Si parla di persone come Bisignani: dei manager che con la gestione Scaroni se ne sono andati e di quelli “vicini” a Bisignani, finito poi indagato per l'inchiesta P4.
Che gli idrocarburi siano qualcosa di opaco lo posso anche capire, ma che anche i contratti che l'Eni di Scaroni ha stipulato con la Russia lo siano, lo capisco di meno.
A parlare dell'Eni di oggi, sono solo ex dirigenti, come Gaetano Colucci e Marco Reali (responsabile Eni in Russia).


Come anche capisco poco le parole che nascondono una velata minaccia per la Gabanelli, riferite ad inizio puntata: “stai attenta a come parli”.
Cosa c'è da nascondere in una azienda di stato, strategica, che si prende i soldi delle nostre bollette?
Perché l'azienda non ha accettato di rispondere alle domande del giornalista: solo un talk show in diretta, pretendeva. Magari uno di quei talk show dove ci si parla uno sopra l'altro, dove ti porti dietro la claque, dove le domande scomode sono bandite.

Ecco, Paolo Mondani ha cercato di trattare tutta questi aspetti della nostra azienda di energia: gestita dal 2005 da Paolo Scaroni (con una condanna per tangenti con l'Enel alle spalle), che ha preso il posto dell'ex amministratore Mincato.
Un manager da 4,8 ml di dollari: per questo stipendio, ci aspettiamo che il suo compito sia ben chiaro. Andare in giro per il mondo per trovare l'energia al prezzo più basso per il nostro paese. Come faceva Enrico Mattei, che era andato a trovare petrolio in Iran, in Libia, nella Russia. 
È oggi?

Oggi siamo il paese che in Europa paga la bolletta più cara d'Europa. Bolletta che pesa sulle nostre tasche e che blocca la ripresa industriale.

Costi dovuti agli accordi pluriennali con la Russia e con la Libia: “take or pay”, si chiamano. Accordi che porteranno ad un sovrapprezzo di 1,5 miliardi che pagheremo noi consumatori.
Eni che è brava a tenere i rapporti coi giornalisti, e anche coi nostri fornitori di gas.
Eni che ha cercato di far ripartire il paese questa estate con gli sconti, nel fine settimana, di 20 centesimi alla pompa. Una campagna che secondo l'azienda è stata in perdita, che è costata molto per la campagna pubblicitaria, e che, secondo ex manager è servita solo per un discorso di immagine.
Anche le altre aziende hanno fatto degli sconti, durante tutta la settimana: questo dimostra, secondo alcuni gestori di pompe, intervistati dal giornalista, che se volessero, le compagnie potrebbero abbassare le commissioni sulla benzina e sul gasolio.

Il gas dalla Russia.

Gli accordi con la Russia, quelli per il “take or pay”, per il gasdotto South Stream che ci lega alla Russia (boicottando il gasdotto europeo Nabucco) sono frutto dei governi Prodi e Berlusconi (la crosta del potere ..). E sarebbero legati all'amicizia tra Berlusconi e Putin.
Secondo quanto dice l'inchiesta, Mincato avrebbe perso il posto proprio per non aver firmato l'accordo con Gazprom. 
Nel 2007 poi, Eni compra la Yukos (società di energia di un concorrente di Putin finito in carcere), per rivenderla a Gazprom nel 2009: per questa operazione si sarebbe pure pagata una commissione ad un consulente russo, da 45 milioni di dollari.
E poi paghiamo la bolletta più cara …
Quei 20 miliardi di metri cubi comprati dalla Russia li paghiamo ben cari, grazie ad accordi diciamo poco lungimiranti (e anche bipartisan): ma c'è dell'altro.


Cosa dice Wikileaks
Le carte di Wikileaks (ma anche i servizi segreti britannici, dice il giornalista Emmott) dicono che dietro queste relazioni con la Russia ci sarebbero interessi personali, di profitto, di Berlusconi e Putin, che passano per le rispettive aziende di stato.
Si parla di relazioni personali e corrotte: Mondani cita il caso del gas estratto dall'Eni in Kazakistan, a Karachaganak, e poi svenduto alla Russia per essere ripulito. Per poi essere pagato a caro prezzo da noi italiani.
Dice un dirigente Eni, sotto anonimato, al giornalista:
«Per favorire i russi, il governo Berlusconi ha svenduto gli idrocarburi in loco, e ha appoggiato il gasdotto
South Stream, così è Gazprom a imporre il prezzo del gas e l’Eni, che appoggiando il gasdotto alternativo Nabucco avrebbe potuto ridurre i prezzi, si è tagliata le palle».

Secondo questa persona «all’ad Paolo Scaroni glielo ha detto Berlusconi, che ha i suoi rapporti con Putin. È una questione geopolitica e di interessi personali: l’Italia ci perde, ma qualche italiano ci guadagna. Esiste una società kazaka chiamata Zhaikmunai controllata dai paradisi fiscali, che ha un piccolo campo di esplorazione in Kazakistan e tira su dei ricavi nell’ordine di un milione di dollari al giorno con margini del 50%. Io chiesi a Eni chi erano i proprietari e mi dissero: occupati del tuo lavoro e non rompere i coglioni. Parlai con dei dirigenti della petrolifera di stato kazaka: mi dissero che in Zhaikmunai si nascondono interessi
di politici kazaki e italiani». 
Chi? «Uomini importanti del centrodestra, i soliti. I nomi me li hanno fatti, poi in Eni mi hanno chiaramente detto di stare attento al fuoco amico, quindi io sto zitto».

Zhaikmunai è una società con sede in un paradiso fiscale: il fiduciario, intervistato da Report, non parla dei veri proprietari. C'è una traccia, però, che parte da questa società schermata, arriva in Lussemburgo, fino alla banca Arner. La banca dei numeri 1. 

Il business dei gasdotti.
Anziché diversificare e puntare sul green, noi italiani ci siamo legati alla Russia: dal nordafrica e da Sout Stream arriveranno in Basilicata (con l'autorizzazione dei ministri Clini e Passera) i tubi per farla diventare un enorme Hub.
PAOLO MONDANI FUORI CAMPO
In conclusione: nello scorso aprile, l'Eni ottiene l’impegno all’aumento dell'estrazione
in Val d'Agri. In agosto il ministro Passera concede alla società Geogastock, legata al
russo Vekselberg appoggiato da Dell'Utri, di stoccare gas a Ferrandina. Nello stesso
periodo, Passera annuncia di voler fare dell'Italia l'hub europeo del gas. La Basilicata si troverà proprio nel mezzo della rete di gasdotti che vengono dall' Algeria e dalla Libia e dei tubi che porteranno gas dalla Turchia e dall'Azerbaigian. C'è una relazione tra tutti questi fatti?
ENZO PALAZZO – ORGANIZZAZIONE LUCANA AMBIENTALISTA
L'hub energetico è il destino di questa regione. Perché vengono qui? Perché abbiamo
una bella rete Snam per poterci muovere con il gas nel nostro sottosuolo e abbiamo la bellezza di 472 pozzi. Qui il petrolio è solo un affare immediato di spiccioli, molti, sono miliardi di euro che bisogna prendere, prelevare, per questo c’è il raddoppio, vogliono raddoppiare, perché devono svuotare…
PAOLO MONDANI
Vogliono raddoppiare il prelievo insomma
SESTO INTERVISTATO
Sì, il prelievo, perché vogliono accorciare i tempi dello svuotamento del petrolio nel
nostro sottosuolo e devono stoccare gas. Perché lo stoccaggio del gas è l’affare, il
business dell'immediato futuro.
PAOLO MONDANI
Che senso ha proporre un hub del gas in Italia quando cala così tanto la domanda di
gas in tutto il mondo?
MARCELLO COLITTI – EX DIRIGENTE AGIP ED ENICHEM
Ma il significato principale secondo me è quello di aprire la strada ai privati.
PAOLO MONDANI
Tradotto: fare l'hub è un grande affare, ma scenderà il prezzo del gas? Lo chiediamo a Marcello Colitti che in Eni scriveva i discorsi di Mattei e ha diretto Agip ed Enichem.
MARCELLO COLITTI – EX DIRIGENTE AGIP ED ENICHEM
I punti deboli sono il fatto che per arrivare dalla Sicilia fino a oltre le Alpi c'è un lungo
percorso e un costo del trasporto molto alto. E la logica fa supporre che il prezzo
venga definito a sua volta con un mercato di futuri e quindi con un prezzo che tenderà ad aumentare.
PAOLO MONDANI
I famosi futures sui quali …
MARCELLO COLITTI – EX DIRIGENTE AGIP ED ENICHEM
I famosi futures che finora hanno dominato il prezzo del petrolio e che diventeranno il sistema per definire il prezzo del gas.
Il gas verrà stivato nei pozzi esauriti: in questo affare (anche qui parliamo di accordi presi da Prodi e mantenuti poi da Berlusconi e Passera) non c'è solo l'Eni, ma anche l'Avelar , una società russa, appoggiata anche da Marcello Dell'Utri. 
Certo l'energia è importante: qui in Basilicata si estrae il 6% del fabbisogno. Ma tutto questo vale la svendita del territorio, la possibilità di inquinamento dell'acqua (l'invaso di Petronillo che rifornisce anche la Puglia), dell'aria e dei terreni?

Siamo sicuri che anche questo sia nell'interesse del paese e non invece nell'interesse di pochi invitati?

L'ultimo parte del servizio ha trattato il rapporto tra stipendio dell'amministratore, stato di salute dell'Eni e la questione delle tasse.

Riassumendo: Eni paga allo stato una percentuale di tasse bassissima (il 13,6%). La separazione di Snam e Eni, servirà a poco per la concorrenza (ma ha abbassato il debito).
E poi lo stipendio: negli anni Scaroni ha preso meno stock option e ha avuto un aumento di stipendio (che in tempi di crisi..). Forse perché le azioni andavano male?
PAOLO MONDANI
Senta, ma all’amministratore delegato di solito si danno le stock options perché è un
modo di legare le sorti della società a lui: vai bene tu, va bene la società e viceversa
oppure va male la società vai male anche tu. È un modo, come dire, di dare fiducia
agli azionisti sul comportamento dell’amministratore delegato.
ANALISTA FINANZIARIO
Esattamente. Il piano di incentivi a lungo termine che ha sostituito le stock options
dipende dai valori di bilancio e sappiamo che il bilancio può essere molto aggiustato.
Le stock option invece sono legate all’andamento di borsa della società e lì c’è poco
da fare, se il titolo va male i soldi non li prendi, punto e basta.
PAOLO MONDANI
E la Consob avrebbe potuto fare qualcosa?
ANALISTA FINANZIARIO
Assolutamente sì, diciamo che poteva, ma non ha potuto.
MILENA GABANELLI IN STUDIO
La Consob avrebbe potuto dire per esempio: “mi spieghi in base a quali criteri dai
quella liquidità? Con questa forma di remunerazione sembra che tu stia traendo
benefici personali dall’impresa in un momento di difficoltà” e rendere pubblica
l’informazione. Non lo ha fatto. In compenso però il 1 settembre 2011, la Consob ha
assuto la figlia, senza concorso, Clementina Scaroni, avvocato e creato per lei a Milano l’ufficio contenzioso intermediari e mercati. Con un unico dipendente, Clementina Scaroni, appunto.
Il link per rivedere la puntata di Report (e qui il pdf ).
L'articolo di Andrea Greco “La pista degli affari Belusconi Putin e i soci misteriosi del giacimento kazako” (che potete leggere qui).  

01 luglio 2012

Chi ha ucciso Pio La Torre, di Paolo Mondani e Armando Sorrentino

Ci sono libri che sono come delle passeggiate in montagna: all'improvviso, dopo ore che cammini su quel percorso in salita, ti guardi alle spalle e tutto il panorama ti si apre davanti. Riesci a vedere più cose, se guardi dall'alto.
Il libro dell'avvocato Armando Sorrentino e del giornalista Paolo Mondani funziona proprio così: racconta dell'omicidio del segretario regionale PCI Pio La Torre da un altro e più alto punto di vista.

Non è stata solo la mafia ad uccidere il segretario La Torre: il commando che lo ha ucciso, assieme al suo autista guardaspalle Rosario Di Salvo, era composto da soldati mafiosi, ma a questa morte si è arrivati, come per altri omicidi politici del periodo 1978-1982 in Sicilia (e non solo) grazie a quella convergenza di intenti tra potere mafioso, e potere finanziario-massonico ad esso legato, di cui ha scritto il giudice Falcone nella sentenza ordinanza di rinvio a giudizio per il maxi processo.

Proprio questi erano gli intrecci, tra criminalità, massoneria finanza e mondo istituzionale, che l'onorevole aveva saputo cogliere, ben prima di altri (anche all'interno del suo stesso partito): a cominciare dal vero volto del banchiere Michele Sindona, le ragioni del suo viaggio in Sicilia nel 1979 (nei mesi in cui veniva ucciso il consigliere Cesare Terranova a Palermo e Giorgio Ambrosoli a Milano), gli interessi economici che si nascondevano dietro gli appalti pubblici della regione Sicilia, per le dighe, per l'agricoltura e le cooperative agricole, nel settore delle costruzioni.
Sindona che era venuto nell'isola per il suo progetto golpista e separatista: pedina in un gioco di più ampio respiro internazionale, che metteva assieme mafia, servizi segreti e apparati americani.
Come era già avvenuto nel 1943 con l'arrivo di Lucky Luciano, che avrebbe trasformato la mafia rurale in Cosa Nostra: anche in quegli anni sull'isola si parlava di separatismo, di banditismo e strani contatti si registravano tra persone dello stato e mafiosi (come la vicenda di Portella della Ginestra racconta).
E' provato che Sindona si trovava a Palermo nei giorni in cui veniva organizzato e attuato l'assassinio di Cesare Terranova e pochi mesi dopo si verificava l'assassinio del presidente della regione Piersanti Mattarella. I gangster siculi-americani che hanno accompagnato Sindona in Sicilia hanno affermato che essi dovevano compiere una missione politica di tipo anti-comunista e la maestrina Longo ha dichiarato che Sindona, mentre era suo ospite, era in contatto con generali americani. Ecco perché gli omicidi politici compiuti dal terrorismo politico-mafiso in Sicilia nel '79 e nell' 80 non possono essere esaminati come singoli episodi.Dagli appunti di Pio La Torre.

Già nella relazione di minoranza in commissione antimafia nel 1976, aveva parlato di terrorismo mafioso: la mafia, che per alcuni uomini di stato ancora non esisteva, non era solo un gruppo limitare come gli altri. Cosa nostra andava considerata alla stessa stregua del brigatismo rosso, anzi più pericolosa del brigatismo. Proprio per il suo voler cercare l'appoggio negli uomini dello stato (mentre per le BR lo stato era qualcosa da abbattere).
La Torre aveva messo assieme i fatti di sangue dei delitti eccellenti siciliani, per leggere il filo rosso che li legava: Reina, Mattarella (e Aldo Moro a Roma), Cesare Terranova, il procuratore Costa, il capitano Basile .. la mafia (e non solo la mafia) aveva ucciso quei politici progressisti che avrebbero potuto cambiare il corso politico in Sicilia. Per questo si deve parlare di terrorismo politico-mafioso.
Eversione nera, finanza, massoneria, Gladio, servizi occulti (La Torre fu pedinato da uno di questi servizi fino a 10 giorni prima della sua morte). 
La Torre aveva fatto coincidere la stagione degli omicidi eccellenti con la messinscena del rapimento di Sindona e i suoi rapporti con la destra americana. Riteneva che la nuova cosa nostra corleonese avesse in testa un progetto politico condiviso con alcuni capi della Dc. E gridava ad ogni comizio che con la base di Comiso la Sicilia sarebbe diventata
«terreno di manovra di spie, terroristi e provocatori di ogni risma al soldo dei servizi segreti dei blocchi contrapposto». Parallelamente Dalla Chiesa ragiona su un progetto criminale che vede insieme mafia , massonerie deviate, terrorismo di destra e apparati dello Stato sotto supervisione atlantica. Chinnici indaga sulle «presenze» statunitensi e i mandanti politici dei fatti di Portella che in quel primo maggio del 1947 provocarono una strage lasciando il lavoro sporco alla banda Giuliano, esattamente come ritiene che la mafia abbia ucciso La Torre e Dalla Chiesa in associazione con altri interessi. Non è difficile trarre una conclusione: La Torre, Dalla Chiesa e Chinnici scoprono un network di strutture criminali in relazione tra loro e muoiono per questo.Dal capitolo “L'uomo che sapeva troppo”, pagine 163-164

Il primo capitolo del libro ripercorre gli ultimi giorni di vita del segretario: la paura e la consapevolezza dei rischi che stava correndo. Ma anche la determinazione nel voler portare avanti il suo lavoro in Sicilia: la pulizia all'interno del suo partito (i dirigenti del partito che facevano affari con le famiglie mafiose, le cooperative di Bagheria e Villabate). "Dammi tempu ca ti perciu" ripeteva riferendosi al suo lavoro come segretario regionale, datemi tempo che ti buco, che ti penetro, che ti cambio.
Forse anche perché lasciato solo, o in minoranza dai suoi stessi compagni, non ci riuscì.

Nel libro, c'è spazio per un'intervista all'ex segretario PCI Natta, che racconta degli scontri tra le diverse anime del PCI, non solo in Sicilia. L'ala migliorista di Macaluso, Bufalini (e Napolitano), aperta all'alleanza con PSI e DC, e l'ala movimentista, slegata alla segreteria e ai centri di potere.


Un altro capitolo è dedicato al processo che si tenne per l'omicidio. Sorrentino, assieme all'avvocato Zupo, fu parte civile per conto del partito comunista. Assieme, cercarono di svolgere il proprio incarico cercando di andare oltre la soluzione ovvia, ovvero il semplice delitto mafioso (quella cui purtroppo arrivò la magistratura).
Per quale motivo Cosa Nostra decise di uccidere questo importante uomo politico? Per l'impegno contro la base missilistica di Comiso (che avrebbe trasformato l'isola in una terra di spie)? Per la sua proposta di legge che prevedeva l'introduzione del reato mafioso e la confisca dei beni?
Perché La Torre aveva capito da tempo cosa stava diventando, o cosa era già diventata Cosa Nostra? Perché si voleva impedire alla Sicilia un nuovo corso politico, che mettesse fine alla politica consociativa del PCI, assieme alla Democrazia Cristiana?
La DC di Gioia, Salvo Lima, di Ciancimino e di Andreotti.


Ecco cosa scrive nel 1976, nella relazione di minoranza dell'Antimafia, il deputato comunista Pio La Torre: «Il sistema di potere mafioso continua a dominare la vita di zona della Sicilia occidentale. La D.C. trapanese, infatti, è oggi in mano ad un gruppo di potere dominato dalla famiglia Salvo di Salemi che, come è noto, controlla le famose esattorie di cui tanto si è interessata la nostra commissione».


E ancora , sempre nella relazione : "L'onorevole Gioia non batté ciglio e proseguì imperterrito nell'opera di assorbimento delle cosche mafiose nella DC".

Nel libro sono riportate le testimonianze della giornalista Chiara Valentini di Panorama, di cui l'onorevole era un fonte, e la collega Adriana Laudani.
"Ritiene che il PCI o una sua parte avesse rapporti consociativi con i Salvo [Nino e Ignazio, esattori delle tasse sull'isola, considerati organici a cosa nostra]?Un dipendente delle esattorie - un comunista molto serio - mi raccontò che, secondo alcune voci assai fondate, i Salvo passavano soldi al partito. In quel periodo si aprì persino una polemica interna perchè la figlia di un prestigioso deputato regionale comunista era stata raccomdanata dai Salvo per un posto di lavoro.
Nell'esattoria dei Salvo?No, l'avevano sistemata in un abanca, ma l'intermediazione dei Salvo divenne di pubblico dominio e la osa inquietò molto i giovani come me. Il vecchio ceppo del Partito comunista, nato dalle lotte contadine, aveva una sua cultura politica antagonista nella battaglia sociale, ma assolutamente subordinata in quella istituzionale. Parlo dei Macaluso, dei Michelangelo Russo, dei Salvo Rindone."
E c'è anche la storia del prestito al PCI e a Paese Sera da parte del Banco Ambrosiano, anche dopo che si scoprì essere guidato da un esponente della P2. Prestito che causò un certo imbarazzo nel partito.


Il contesto internazionale.

Gli ultimi due capitoli parlano di mafia e servizi, di Gladio (non solo l'apparato dei servizi che doveva servire in funzione di guerriglia in caso di invasione sovietica) e dei legami tra massoneria, servizi deviati, estremismi e mafia. La Torre fu seguito dai servizi fin dal 1952, come era logico, essendo un esponente di spicco del maggiore partito comunista europeo. Meno chiaro è quale apparato “occulto” si occupò della sua pratica dopo il 1976, quando il Sid dichiarò in una sua relazione, che non era più interessata al suo monitoraggio. 
Sono forse i capitoli più interessanti del libro perchè permettono di comprendere quale fosse il contesto storico e politico di quegli anni in cui si stava uscendo dalla strategia della tensione. Sono gli ultimi anni di potere del blocco sovietico, prima del suo crollo: anni in cui per mostrare i muscoli, Mosca invade l'Afghanistan e compie importanti azioni navali nel Mediterraneo.
Dall'altra parte gli Usa decidono di installare dei missili balistici in Sicilia, a Comiso. Perchè proprio in Sicilia, se devono essere puntati a est? La Torre comprende prima di altri che dietro quei missili si nascondessero altri interessi, e aveva messo in relazione quegli anni, con quelli della fine della seconda guerra mondiale, con le spie dell'OSS a fare avanti indietro per l'isola e tessere rapporti con la mafia.
Sono gli anni di Ustica, della bomba alla stazione di Bologna, e anche della mattanza dei corleonesi, degli omicidi politici contro quelle persone che avrebbero potuto cambiare la politica sull'isola
Gli omicidi di Palermo, almeno quelli più importanti, sono stati decisi da un tribunale internazionale composto da personaggi di altissimo livello. Sono omicidi molto pensanti, di uno stile diverso da quello mafioso tradizionale. Sono una vera sfida allo Stato, alla società civile. Accanto al terrorismo delle Br, si vuole aprire un altro fronte, quello del terrorismo di stampo mafioso. Ci troviamo di fronte a un magma oscuro e manca la volo tà di venirne a capo. Anche è perché la Democrazia Cristiana in alcuni suoi settori fa parte di questo gioco. Ed è per questo che non sembra disposta, oggi come non lo era ieri, a tagliare il nodo dei rapporti tra mafia e potere.Relazione al PCI siciliano del 1982, di Pio La Torre


Secondo il collaboratore di giustizia, Francesco Elmo, che entrò nell’organizzazione Gladio per il tramite di un compagno di università, e che conobbe qui l'agente di polizia Emanuele Piazza che lavorava per i servizi segreti (ucciso in seguito da esponenti mafiosi nel 1990 che ne disciolsero nell’acido il corpo), Gladio sarebbe stata responsabile, nel corso degli anni ’80, di una serie di clamorosi omicidi, fra i quali quello di Pio La Torre. 

Anche questa sarebbe stata una pista che il processo per il suo omicidio avrebbe dovuto seguire, se non ci fosse stata di accontentarsi della “forma dell'acqua”. Ovvero, il volersi fermare alle responsabilità della cupola mafiosa, che decise quelle morti, in perfetta solitudine.



I due autori chiudono così questo libro, con queste parole amare:
Non sapremo mai come sarebbe stata la storia d'Italia se Mattarella e La Torre, se Moro e Berlinguer avessero vissuto per intero la loro vita. Abbiamo presente come è andata. E non c'è molto altro da dire.
Il link per ordinare il libro su ibs.

La scheda del libro sul sito di Castelvecchi editore.
Il sito del centro studi Pio La Torre.
L'archivio Pio La Torre alla camera, con i documenti sulla legge che porta il suo nome sulla confisca dei beni ai mafiosi.

Altre letture:
Uomini soli, di Attilio Bolzoni
La santissima Trinità, di Nicola Tranfaglia