19 agosto 2026

Il tempo dell'orologiaio di Maurizio De Giovanni


Il treno s’infilò nell’ennesima galleria, percorrendo placido la notte. Non era un convoglio moderno, di quelli dotati di sedili in pelle e monitor che annunciano trionfanti altissime velocità, con inservienti in divisa che spingono carrelli carichi di bevande, snack e panini stopposi. Sapeva invece di plastica sudicia e metallo..

Due uomini si osservano silenziosi su un treno che viaggia di notte. Sono due persone profondamente diverse eppure uguali a cominciare da quegli occhi, color grigio, dallo stesso sangue, quello di un padre e del figlio.

Non si era sbagliato: il vecchio lo fissava, inespressivo. Quegli occhi avevano qualcosa di spaventoso e indecifrabile. Le iridi erano grigie come le sue, ma la familiarità con ciò che il giovane vedeva nello specchio ogni mattina si fermava

Il vecchio è uno che sa riparare gli orologi, sa mettere assieme quei meccanismi perfetti in grado di misurare il tempo. Sarà un elemento ricorrente in questa storia, il tempo: anni prima il vecchio si chiamava Carlo, faceva parte di una cellula terroristica nella città del sole e del mare. Erano gli anni 80, quando il reflusso avrebbe seppellito per sempre le idee di una rivoluzione da imporre col sangue e col tritolo. Era bravo Carlo, che all’epoca si faceva chiamare Sergio, il suo nome di battaglia, tanto da essere chiamato anche da altri gruppi per mettere le bombe. La sua ultima missione, prima di sparire era stata particolare, però. Uccidere un giovane magistrato e il suo autista, uccisi per una esplosione in una cava dove erano stati attirati in una trappola.

Vera Coen è la figlia di questo poliziotto per per lungo tempo (il tempo, sempre lui) aveva cercato di capire il perché di quell’attentato avvenuto nei primi anni 80. Era diventata una ossessione la sua, tanto da legarsi ad un vecchio poliziotto che aveva seguito le indagini senza venire a capo di nulla.

Lei voleva soltanto scoprire cos’era accaduto, e il motivo. Non le interessava acquisire elementi da esibire in tribunale. È molto diverso, come puoi immaginare.

La sua determinazione l’aveva portata fino al professore di storia medioevale Andrea Malchiodi: anche lui ha perso il padre, questa la storia che la madre, Flavia, gli ha raccontato negli anni. Ma non era vero.
Dopo anni di una vita sempre uguale, facendo quello che ci si aspettava che facesse, la laurea, la carriera universitaria, un matrimonio senza alcun sapore, la sia vita prende uno scossone: l’allontanamento dalla cattedra per colpa di uno scandalo di cui è vittima, poi l’irruzione di Vera, ossessionata dalla sua ricerca della verità, che gli racconta di come le loro storie siano legate. Se vuole conoscere il suo passato, deve andare a caccia di questo orologiaio, che ora vive come un’ombra a Brest, in Francia.

Questa era la storia che Maurizio De Giovanni ci ha raccontato nel primo capitolo di questo dittico – L’orologiaio di Brest – che si chiudeva con la sparizione di Vera e con la fuga (dalla polizia? O da qualcuno dei servizi?) di Carlo e Andrea. Padre e figlio.

Il tempo dell’orologiaio è una corsa contro il tempo: il tempo per scoprire chi abbia preso Vera, verso cui Andrea scopre di provare qualcosa, e per quale motivo.
Il tempo per Carlo per capire chi, del suo gruppo, possa averlo venduto, costringendolo a compiere quell’attentato per conto di un uomo oscuro rappresentante di questa entità, un servizio segreto che non esiste ufficialmente. Ma capace di condizionare governi, di scatenare guerre, di eleggere papi e presidenti.
Il tempo per Andrea per salvare Vera, per cercare di dare un senso così alla sua vita e magari anche pensare di riannodare quei legami familiari che aveva perso. Col padre, che credeva morto da tempo. E con la figlia, Martina, una ragazza di una generazione distante anni luce da quella del nonno ma con la stessa determinazione a non volersi voltare dall’altra parte di fronte alle storture del mondo.

Non poteva certo cambiare gli eventi. Non poteva tornare indietro, ricucire il tempo. Non era come avere tra le dita un orologio da aggiustare perché ricominci a fare il proprio lavoro. La realtà non propone appelli. L’occasione era riuscire a salvare la figlia di quel giovane poliziotto morto per sua colpa..

Attorno a queste tre figure centrali per la storia, Andrea, Carlo e Martina, che cercheranno nel passato le chiavi per trovare la risposta alle loro domande (e salvare Vera), si muovono altre figure, senza nomi, a conoscenza dei fatti che hanno portato a quella bomba, quarant’anni prima. Persone senza volto, senza un nome vero, ma depositarie di segreti che ancora oggi fanno paura. Che possono minare le basi del potere della Chiesa nel mondo.

“Qualcuno ha attivato un processo assai pericoloso, eminenza. Un processo che potrebbe portare alla luce tutto ciò che ha preceduto i fatti di quarantuno anni fa. E intendo proprio tutto. Con nomi, cognomi e indirizzi.”
Quel mondo che i brigatisti volevano cambiare, spazzar via le ingiustizie, i soprusi, le raccomandazioni, con la violenza, con la rivoluzione proletaria. Quel mondo che alla fine aveva cambiato loro, trasformandoli in maschere, in zombie, ai marni di una società dove le ingiustizie ancora la fanno da padroni. Il sogno della rivoluzione che si era dissolto in un incubo, giorno dopo giorno, col passare del tempo.

Il tempo dunque: che cambia le persone, che fa risvegliare antichi fantasmi, emergere segreti inconfessabili per cui si è disposti ad uccidere. Anche il tempo che non riesce a cancellare quel sentimento di amore – quello da cui tutto è partito, tanti anni prima – tra due persone che non potevano amarsi.

Io ho conosciuto l’amore. I miei confessori hanno provato e provano a dirmi che era il Maligno, che assume le forme più incantevoli per condurci all’inferno. Ma io lo so che lei era invece un angelo venuto a presentarmi un paradiso di sole e di calore..

La scheda del libro sul sito di Feltrinelli e un estratto del primo capitolo.
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