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03 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – la stagione delle stragi, il processo Eternit, l’amianto che uccide ancora

La stagione delle stragi e la genesi della prima Repubblica

Report ritorna domenica con un nuovo servizio sulle stragi del 1992-1994: le stragi di Capaci e via D’Amelio, dove furono uccisi i giudici Falcone e Borsellino assieme alle scorte. E le stragi della trattativa stato – mafia (quella ammessa dagli stessi ufficiali del ROS ma cancellata dalla sentenza della Cassazione – da leggere Il colpo di spugna di Saverio Lodato e Nino di Matteo) a Firenze, Milano e Roma.

Le stragi da cui è nata la seconda Repubblica, con la nascita di Forza Italia di Marcello Dell’Utri (condannato per concorso esterno in mafia) e dell’imprenditore Silvio Berlusconi che, come ha stabilito la Cassazione, aveva pagato la mafia per evitare altri attentati.

Meloni ha sempre raccontato di aver iniziato politica proprio dopo il sacrificio di Borsellino eppure sotto il suo governo la commissione Antimafia guidata da Chiara Colosimo ha voluto seguire solo alcune piste per arrivare ai mandanti, per esempio l’inchiesta su mafia e appalti – fortemente consigliata proprio dall’ex generale Mario Mori.


Una soluzione “sedativa” che mette tutti d’accordo, specie gli ufficiali del Ros assolti in appello e dalla Cassazione. E anche il partito di Meloni, nato dal movimento sociale dentro cui è nato l’estremismo nero di Bologna e Milano – piazza Fontana.

Ma esistono alte piste, che portano proprio verso l’estremismo di destra: Paolo Mondani ricostruirà questo filo nero che lega le stragi degli anni ‘70 con quelle della trattativa. Le stragi della trattativa come ultimo atto della strategia della tensione, per imporre col tritolo, col sangue, un nuovo corso politico.

Eppure sulla pista nera, nel corso degli anni, sono spariti dei documenti, non sono state fatte le indagini necessarie – racconta a Report Vittorio Teresi ex magistrato di Palermo e presidente del centro studi Borsellino: come negli anni settanta quando c’era il rischio forte di uno spostamento a sinistra del paese, col partito comunista più forte dell’Occidente. Di contro c’era una organizzazione atlantica come Gladio che si avval
e del terrorismo nero “per affermare lo status quo, per non cambiare”. Una situazione analoga a quella che si presentò all’inizio degli anni 90 – continua Teresi: il paese era in ginocchio per le indagini dell’inchiesta Mani Pulite e si correva nuovamente il rischio di uno spostamento a sinistra “e torna l’agenzia per le attività sporche con le stragi e il risultato è che nel nostro paese l’asse politico si è spostato a destra.”

La scheda del servizio: LA BANALITÀ DEL NERO

di Paolo Mondani

Collaborazione di Marco Bova, Roberto Persia

Report torna a occuparsi delle stragi degli anni ’90, ricostruendo gli ultimi giorni di lavoro di Paolo Borsellino e le sue indagini sulla morte dell’amico Giovanni Falcone.

Morire per amianto

L’amianto è un killer viscido, infame: non ti ammazza subito, ti fa ammalare a distanza di anni da quando hai inalato la sua polvere, dentro le industrie che producevano questo materiale ma anche nelle zone attorno a queste maledette industrie.

Come a Casale Monferrato, il paese dai tetti bianchi per il colore della polvere che si accumulava sui coppi: qui l’amianto uccide ancora, come racconterà Report in questo servizio.

Almeno fino agli anni ‘70 i pericoli dell’Eternit (benché noti alle aziente) venivano ignorati: Eternit era sinonimo di progresso, l’amianto era un materiale ideale per l’edilizia. Si usava dappertutto, anche nelle case di campagna, per l’edilizia fai da te. I bambini giocavano con l’amianto, non sapendo che così giocavano con la propria vita.

Solo dopo gli anni ‘70 quando le malattie contratte da chi lavorava all’eternit sono aumentate, è cresciuta l’attenzione attorno a questo materiale: troppe morti, concentrate in certe zone, di persone non troppo anziane. Morte per tumore che non lasciava scampo, il mesotelioma pleurico.

Ma oggi non è più l’operaio che si ammala, è il figlio dell’operaio, sono tutte le persone che hanno avuto la sfortuna di nascere in un paese dove era presente un impianto produttivo di amianto.

I numeri della dottoressa Federica Grosso – che sta raccogliendo i casi di amianto a Casale – sono impietosi: dal 2010 ad oggi ha seguito 2000 pazienti per una malattia dal forte impatto psicologico, perché non si può dire al paziente che si è in grado di guarirlo.

Parliamo di una cinquantina di nuove diagnosi ogni anno.

La scheda del servizio: L’AMIANTO UCCIDE ANCORA

Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

In Italia oltre 226 mila ettari di superficie a terra e a mare ricadono nel perimetro di un Sin, Sito di interesse nazionale da bonificare. Ad oggi se ne contano ben 42, ma la bonifica definitiva ha raggiunto solo il 6% dei suoli che sono stati perimetrati nei vari decenni dal Ministero dell’Ambiente. Procedendo di questo passo, con una media di 11 ettari bonificati all’anno, ci vorranno mediamente almeno 60 anni ancora prima di vedere l’iter concluso. Tra questi c'è Casale Monferrato, dove l'amianto, un minerale messo al bando dal 1992, uccide ancora.

Ombre sul processo Eternit

Come mai tutti i processo per la strage dell’amianto sono finiti in nulla o quasi? Come mai queste storie, le migliaia di persone che si sono ammalate per aver respirato la polvere di amianto, non hanno suscitato la giusta attenzione (a parte le famiglie dei malati) da parte dei cittadini italiani? Come è stata anestetizzata la comunicazione sull’amianto (ma un medesimo discorso potremmo farlo per i PFAS..)?

Ci sono stati diversi processi, alcuni sono già finiti in Cassazione (dove il reato è stato derubricato da omicidio ad omicidio colposo), altri sono ancora in corso.

Report racconterà di come i vertici di Eternit – Schmidheiny e il suo braccio destro in particolare – si siano messi in contatto con un ex generale del Mossad prima di presentare il ricorso in Cassazione dopo la sentenza di condanna a 18 anni di carcere in secondo grado emessa dalla corte di Appello di Torino nel 2013. Il patron svizzero dell’azienda rischiava di passare anni in galera nel caso la sentenza fosse stata confermata.

Così nel settembre 2013 prima che gli avvocati presentassero ricorso contro la condanna il finanziere svizzero Heinz Pauli braccio destro di Schmidheiny chiede l’intervente di un ex agente del Mossad Avner Azulay che era stato ufficiale di collegamento in Europa dei servizi segreti israeliani, che avverte del “problema italiano” Ehud Barak ex primo ministro israeliano (nonché capo di stato maggiore dell’esercito) a cui inoltra i documenti della difesa di Schmidheiny che gli erano stati mandati, dove la sentenza di Torino viene definita assurda.

Report è entrata in possesso di questi scambi di mail: Ehud Barak dopo aver abbandonato la politica ha iniziato ad occuparsi di cybersicurezza cofondando Paragon, l’azienda il cui sw è stato usato per spiare giornalisti e attivisti italiani.

C’è bisogno di elaborare un piano in fretta, prima che scadano i termini del ricorso a Roma in Cassazione: nelle mail il nome di Schmidheiny non viene mai fatto, si usano la sigla STS.

La scheda del servizio: I BANDITI DI HURDEN

di Sacha Biazzo

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Luigi Scarano

Report ricostruisce sulla base di e-mail riservate il ruolo che ex agenti del Mossad e uomini di primo piano del governo d'Israele avrebbero avuto nel tentativo di influenzare uno dei maxi-processi più rilevanti degli ultimi anni, quello che vedeva imputato il miliardario svizzero a capo dell'Eternit, l'azienda che ha esportato manufatti in amianto in tutto il mondo.

La fine dei manicomi

Gli anni settanta non sono stati solo gli anni delle bombe, delle molotov nei cortei, degli scontri. Sono stati anche anni in cui sono maturate, grazie anche alla pressione della società, dal basso, grandi e importanti riforme. Il divorzio, la sanità pubblica, l’aborto non più reato.

E anche la riforma del 1978 che porta il nome dello psichiatra Bisaglia, ovvero l’abolizione dei manicomi. Anche coloro che venivano definiti “pazzi” (e spesso lo erano solo per pregiudizi) avevano dei diritti, non erano animali da rinchiudere in catene in luoghi nascosti.

Come l’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, uno dei primi ospedali del genere ad essere aperto nel 1773 (tre anni prima della rivoluzione americana) e uno degli ultimi a chiudere. Nei giorni in cui si alzava il vento, si sentivano le urla delle persone rinchiuse: qui dentro si finiva per qualsiasi stranezza, un disagio sociale. In particolare le donne, le mogli adultere, svogliate, depresse, che “non servivano il marito o alla famiglia come avrebbero dovuto” racconta a Report lo psichiatra Enrico Marchi, o anche le figlie “divergenti”.

Non era difficile entrare, era difficile uscire: perché l’obiettivo dei manicomi non era curare ma isolare i pazzi, contenerli perché non fossero un pericolo per la società.

Dunque stanze ben sigillate, finestre con le sbarre. Qui, a Maggiano, in due secoli sono stati internati migliaia di uomini, donne e perfino bambini. Perché tutto quello che era “diverso” sul piano psichico e prestazionale e sociale trovava accoglienza in manicomio.

La scheda del servizio: LAB REPORT: MENS SANA CERCASI

Di Marzia Amico, Giulia Sabella

Collaborazione Celeste Gonano

Nel nostro Paese i disturbi mentali - ansia e depressione soprattutto - colpiscono una persona su sei. L’emergenza, peggiorata col Covid, non riguarda solo gli adulti, ma anche due milioni tra bambini e ragazzi che soffrono di problemi legati alla salute mentale. Chi vuole curarsi deve spesso districarsi tra liste d’attesa infinite, nel pubblico, e costi proibitivi, nel privato.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

23 maggio 2021

Anteprima Report: il vertice delle stragi delle stragi

In occasione dell'anniversario di Capaci, l'attentato in cui furono uccisi il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Report torna a parlare della trattativa stato mafia dedicando il suo primo servizio della prossima puntata per fare un punto su quello che sappiamo delle stragi terroristico mafiose avvenute nel biennio 1992-1993.

Non possiamo fermarci alla verità di comodo, assolutoria, secondo cui quelle stragi furono solo opera di mafia, la vendetta di Riina contro il suo nemico giudice: chi lo fa, compie l'ennesima opera di depistaggio, volontaria o meno, allontanandoci dalla verità su quel periodo storico.

L'attentatuni, la successiva strage di via D'Amelio contro Borsellino, non possono essere classificate solo come opera della mafia, dei sanguinari Riina e Provenzano. Perché, soprattutto la strage in cui perse la vita Borsellino, andava contro gli interessi di cosa nostra (successivamente sarebbe stata approvato il decreto Falcone col 41 bis).

Come è impossibile classificare come solo di mafia tutta la serie di “cadaveri eccellenti” che insanguinò la Sicilia a cavallo degli anni ottanta.

Magistrati, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Gaetano Costa. Giornalisti come Mario Francese. Il prefetto senza poteri Carlo Alberto dalla Chiesa e il presidente della regione Piersanti Mattarella. Il segretario della DC Reina e quello del PCI Pio La Torre (è sua la legge sul sequestro dei beni ai mafiosi, è sua la legge che condanna l'essere mafiosi, il reato 416 bis del c.p.), l'ex sindaco Insalaco.

Poliziotti come Ninni Cassarà, Beppe Montana e Boris Giuliano. Carabinieri come il capitano Basile. Tutti delitti dietro cui si intravede una convergenza di interessi tra mafia e pezzi dello stato.

Stessi interessi che, dopo la sentenza della Cassazione al maxi processo, dopo il crollo del Muro, negli anni in cui la prima Repubblica era al tramonto, dopo l'omicidio di Salvo Lima (ritenuto da Riina colpevole per non aver bloccato il maxi processo, un segnale alla politica) portarono uomini dello stato e mafiosi ad incontrarsi, “per vedere se si poteva fare qualcosa”.

La trattativa stato mafia, per i garantisti italiani sempre presunta, come se quei contatti, come se quei ricatti allo stato non esistessero.

“Signor Ciancimino ma cos'è questa storia, ormai c'è un muro contro muro, dove da una parte c'è cosa nostra e dall'altra c'è lo stato. Ma non si può parlare con questa gente? La buttai lì pensando che mi avrebbe risposto cosa vuole da me, colonnello .. Invece mi rispose si potrebbe, io sono in condizione di farlo”.

Sono le parole dell'ex generale Mario Mori, uno dei condannati in primo grado al processo per la trattativa (dove il reato non è la trattativa in sé, ma il ricatto ad organi dello Stato), a Vito Ciancimino, referente politico dei corleonesi dentro la DC siciliana. Solo una trappola dello stato, la giustificazione di Mori e degli altri imputati.

I magistrati (come Nino Di Matteo). l'hanno invece considerato un abbassarsi alle richieste della mafia, un cedere al ricatto nato dalla bomba di Capaci.

Ad un certo punto abbiamo avuto il sospetto che non si rispettassero le regole del codice di procedura penale, non ci fosse quella collaborazione leale tra la polizia giudiziaria e la magistratura inquirente” è il ricordo di Luigi Patronaggio, procuratore della repubblica ad Agrigento.

Borsellino fu informato della trattativa in corso dal Ros quasi per caso, lo ha ricordato anni dopo Liliana Ferraro, la magistrata che prese il posto di Falcone al ministero: la Ferraro fu informata dagli ufficiali del Ros, che cercavano una sponda politica per avere le spalle coperte per quanto stavano facendo, la Ferraro li invitò a contattare Borsellino stesso.

Tante sono ancora le domande a cui dare risposta: dietro Capaci c'è stata solo la mafia? Stessa domanda per la strage di via D'Amelio 57 giorni dopo, dove la presenza di persone non mafiose nella preparazione dell'attentato è riferita da Gaspare Spatuzza, il pentito che ha consentito di smontare il depistaggio di stato, col finto pentito Scarantino.

Se fu solo mafia a che servì la sceneggiata organizzata da Arnaldo La Barbera, avallata da magistrati su più gradi di giudizio (tra questi anche lo stesso Di Matteo)? Forse per allontanare gli investigatori dai Graviano e dai loro contatti politici?

Se fu solo mafia, come mai quelle telefonate tra l'ex ministro Mancino (che Scalfaro mise al posto di Scotti dopo Capaci), e il presidente Napolitano per il processo dove era imputato per falsa testimonianza?

Chi indicò a Riina e all'ala stragista di cosa nostra gli obiettivi per gli attentati in Italia? E perché le stragi cessarono nel 1994, col fallito attentato all'Olimpico a Roma?

Cosa sappiamo di cosa nostra oggi? Falcone ebbe bisogno di un mafioso come Buscetta per farsi raccontare l'organizzazione di cosa nostra, i suoi meccanismi, i suoi ragionamenti.

Chi è il vero capo dei capi oggi? E' ancora Matteo Messina Denaro? E chi protegge la sua latitanza dopo tutti questi anni?

Le stesse forze che per anni hanno protetto Riina nel suo covo a Palermo (fino a che qualcuno lo ha venduto allo stato, come Riina stesso fa capire) o che hanno protetto Provenzano nella sua latitanza finita nel 2006?


Stava per essere arrestato, Provenzano, nel 1996, quando si nascondeva in un casolare nella località di Mezzojuso: era stato il collaboratore Luigi Ilardo ad indicare il posto al colonnello Michele Riccio, del Ros.

Il Ros di Mori potrebbe arrestare Provenzano, sa dove si nasconde, eppure non fa nulla: “il casolare non lo troviamo” dicono al Ros (che ricorda un po' quando lo stato non sapeva dell'esistenza di una via Gradoli a Roma, nei giorni del sequestro Moro, ma questa forse è un'altra storia).

Per tre volte Ilardo e Riccio diedero le coordinare del covo ma il Ros non entrò mai in azione e Provenzano rimase in clandestinità per altri 11 anni.

Carabinieri distratti, Mori e De Donno, non perquisirono il covo di Riina per un disguido con la procura, non fecero il blitz contro Provenzano. Nessun reato, hanno stabilito i giudici nei processi che li hanno coinvolti. Solo sbadati.

Il processo sulla trattativa ha fatto luce, finalmente, sulle connessioni tra mafia e politica, argomento che ancora oggi è tabù: Borsellino ne aveva parlato in una intervista, pochi giorni prima di morire, fatta a due giornalisti francesi di Canal +, dove parlava dei rapporti tra mafia, Mangano e Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia.

Intervista ritrovata anni dopo dallo stesso Ranucci e di cui ne ha parlato recentemente in occasione del ricordo del giornalista Premio Morrione: si parla di Mangano e del suo ruolo di pontiere tra la mafia e l'imprenditoria che la mafia cercava per riciclare i grandi capitali fatti col traffico della droga.

Ranucci ricorda la difficoltà nel parlare di queste connessioni nel 2000, alla vigilia delle elezioni che avrebbero dato la vittoria proprio a Berlusconi, il premier con più consenso nella storia della repubblica.

Secondo Roberto Morrione è questa una delle cause della sua morte, l'accelerazione voluta da Riina (e non solo): ne parla in una puntata de Il raggio verde, la trasmissione di Santoro, nel 2001.

“E' stata ritenuta questa intervista, lo cito testualmente dagli atti processuali, una delle concause che hanno accelerato l'attentato nella persona di Paolo Borsellino.”

Durante questa trasmissione ci fu la telefonata in diretta di Berlusconi a Santoro che fu l'annuncio della sua cacciata dalla Rai, assieme a Biagi e Luttazzi.

Lei è un dipendente pubblico, si contenga..

Io non sono un suo dipendente”

Ci piace tanto l'informazione libera, il giornalismo di inchiesta, il giornalismo cane da guardia contro i soprusi di chi ha il potere. Tranne quando fa le pulci a casa nostra.

Tranne quando parla di argomenti ancora tabù, come i rapporti tra mafia e politica, tra mafia e pezzi dei servizi, tra pezzi dello stato ed estremisti di destra foraggiati dalla massoneria coperta come la Loggia P2.

Un antistato che è stato protagonista in altri fatti di sangue della nostra storia, dalle stragi fasciste degli anni '70 alla bomba alla stazione di Bologna fino alle stragi del biennio 1992-1993, quando un mondo finiva (quello della contrapposizione dei blocchi est ovest, quello dei partiti della prima repubblica) e tutto doveva cambiare affinché nulla cambiasse.

Oggi è il giorno in cui si celebreranno le vittime di Capaci, ostentando i santini di Falcone e di Borsellino, dimenticandosi di tutto il fango che da vivo è stato gettato addosso al giudice.

Il giudice che attaccava la DC perché comunista, che cercava solo la celebrità, il giudice che attaccava la classe imprenditoriale siciliana.

Il giudice che fu bocciato alla successione di Caponnetto, al ruolo di alto commissario per la lotta alla mafia, da consigliere del CSM. Il giudice che si era fatto da solo l'attentato all'Addaura per prendersi la nomina di procuratore aggiunto.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.