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21 febbraio 2026

Anteprima Presadiretta – la guerra in Ucraina, il sistema pensionistico di oggi e le pensioni di domani

4 anni di guerra in Ucraina

Il 24 febbraio saranno 4 anni dall’invasione russa dell’UCraina, l’operazione speciale come l’aveva cinicamente battezzata Putin.

Dopo 4 anni, nonostante il supporto occidentale, la guerra è rimasta in stallo, i soldati russi occupano stabilmente parte delle regioni russofone contese. E nei negoziati, anche grazie all’arrivo di Trump con la sua politica di disimpegno, il potere della Russia sembra aumentato.

LA guerra è entrata nel cuore dell’Europa, la guerra dei droni, dei sabotaggi, della corsa al riarmo (per la felicità dell’industria delle armi). Una guerra che è entrata nell’agenda politica dell’Europa


Accanto alla guerra fatta dai soldati c’è poi la guerra contro la popolazione civile, sotto le bombe, senza riscaldamento, una guerra vigliacca e ancor più criminale.

E poi, la guerra ibrida, quella combattuta con le armi della propaganda, con le infiltrazioni nei parlamenti. Presadiretta ha intervistato il membro del partito socialdemocratico tedesco (SDP) Kakan Demir che al giornalista racconta dei timori nelle commissioni nel condividere informazioni riservate: dal 2020 il partito di estrema destra AFD ha portato avanti 7000 interrogazioni nel Parlamento e nei lander regionali, sulle nostre infrastrutture critiche e su come vengono trasportate le armi in Ucraina, “in quali depositi vengono custodite le armi, quali i dispositivi di sicurezza di quei depositi, quali percorsi fanno i convogli di armi in Ucraina ..”. Normalmente queste interrogazioni si fanno per presentare proposte di legge migliorative, ma AFD non ha mai proposto nulla e il sospetto del deputato è che stiano girando queste informazioni a Putin.

Le pensioni di oggi e i pensionati di domani

La somma di meno lavoratori attivi (nonostante i numeri dati dal governo), di salari più bassi, situazioni lavorative più precarie, una popolazione in decrescita sta mettendo a rischio il sistema pensionistico in Italia: di questa fragilità ne siamo consapevoli da almeno 20 anni, Piero Angela lo aveva raccontato in una vecchia puntata di Quark, quando ci aveva detto che nel 2020 ci sarebbe stato, per ogni italiano in pensione, un solo italiano attivo sul lavoro.

I conti dell’Inps reggeranno?


Cosa possiamo fare – ha chiesto Presadiretta al giornalista Sergio Rizzo? Non possiamo alzare le tasse, nemmeno possiamo tagliare troppo le pensioni, per non mandare alla fame altre persone (i poveri in Italia sono già circa 6 ml). Dovremmo rendere più stabile il rapporto di lavoro, alzare i salari, introdurre un salario minimo, combattere seriamente lavoro nero e caporalato. Ma questo non è nelle priorità né del governo (nemmeno dei precedenti in verità) né di Confindustria o delle associazioni di categoria.

Il sistema pensioni è in disavanzo (per la differenza tra contributi versati e pensioni erogate) – racconta Rizzo – ogni anno lo Stato deve metterci 50 - 60 miliardi: nel 2046 per coprire questo deficit serviranno circa 200 miliardi, il gettito irpef di un anno

Ma oltre a questo abbiamo un altro problema che inciderà sulle pensioni di domani e sull’Italia di domani: i tanti giovani, non solo laureati, che se ne vanno all’estero a lavorare. Sono state 124 mila nel solo 2024

Persone come Federica che è andata a fare la parrucchiera in un salone a Berlino dove lavora con un contratto regolare, è ben pagata (1800 euro al mese con un contratto a tempo indeterminato a part time) e può lavorare 3 giorni su 5. Niente apprendistato eterno, niente sabati in nero, niente sfruttamento. All’estero, diversamente dall’Italia, lavoro non è sinonimo di sfruttamento, pretendere una vita e un salario dignitoso non sono richieste folli.

Anziché dare bonus (basati sull’ISEE), perché il governo, non questo certo, non si impegna a dare asili gratis, mese gratis, la scuola gratis, trasporti gratis (o a prezzi molto calmierati) per venire incontro alle famiglie?
Perché non si alzano i salari, per incentivare le persone ad andare a lavorare (anziché rimanere a casa)?

La scheda del servizio:

Torna Presadiretta, in onda domenica 22 febbraio alle 20.30 su Rai 3, con la puntata “Pensione mai”. Le lavoratrici di Savona, Parma e Napoli sconfitte nella battaglia per difendere Opzione donna e costrette ad attendere anni prima di andare in pensione. Le mancate promesse della politica e la lotta di chi in pensione c’è già, ma con importi che in cinque anni hanno perso il 15% del potere d’acquisto. Nell’inchiesta, le misure dell’ultima finanziaria del governo Meloni con le motivazioni della maggioranza, le critiche dell’opposizione, le analisi dell’ex ministra Elsa Fornero e dell’ex presidente dell’Inps Tito Boeri. “PresaDiretta” racconta quanto il sistema italiano, in cui le pensioni sono pagate da chi lavora, sia diventato insostenibile. In alcune regioni come il Molise, i pensionati sono già di più dei lavoratori. L’ex direttore del Pronto Soccorso di Isernia ogni due giorni torna, da pensionato, a dare una mano agli ex colleghi. Remo e sua moglie Venere, precari della scuola, fanno i pendolari tra Caserta e Roma e quanto riceveranno di pensione? E poi, le simulazioni sulle migliaia e migliaia di precari con salari sempre più bassi che versano sì i contributi, ma non sufficienti a raggiungere il minimo necessario e quindi non matureranno la pensione. Nel frattempo, nel 2024 l’Italia ha toccato il record storico di partenze: 156mila persone hanno scelto di andare all’estero, un trend che cresce. Un reportage in Germania per conoscere Alessio, ingegnere informatico della provincia di Verona, e Federica, parrucchiera di Torino. Con loro, lo chef milanese Simone e le mamme Marianna, Francesca, Giulia, Grazia. Ventenni, trentenni ma anche quarantenni che hanno scelto di vivere a Berlino dove lavoro, casa e welfare sono una certezza.

Un viaggio, infine, nel sistema dei bonus, nelle storture dell’Isee, nelle truffe dei falsi braccianti e delle cooperative “scatole vuote”. Con l’evasione contributiva stimata dall’Inps in 10-12 miliardi l’anno e con 119 miliardi di crediti accumulati, mentre per la classe politica i privilegi resistono.

“Pensione mai” è un racconto di Riccardo Iacona e Maria Cristina De Ritis con Marianna De Marzi, Alessandro Macina, Elena Marzano, Andrea Vignali, Emilia Zazza, Fabrizio Lazzaretti e Paolo Martino.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

24 ottobre 2023

Presa diretta – l’economia della guerra

Il gas è salito del 14%, come il prezzo del petrolio e del gas: come per la guerra in Ucraina, la guerra di Gaza ha fatto alzare il costo dell’energia. C’è la guerra e ci sono quelli che ci speculano sopra: la guerra ha fatto salire anche l’inflazione in Italia, di fatto la guerra la stiamo combattendo anche noi.

L’occidente ha cercato di combattere la Russia di Putin con la sanzioni, ma hanno funzionato?

Francesca Nava è andata a Stupina, vicino Mosca, ad incontrare Irina nella sua dacia di campagna: è una pensionata che si informa sulla televisione di stato, dunque appoggia Putin e la sua guerra, perché è necessaria, tutta colpa degli ucraini che lasciano dietro loro distruzione.
Le sanzioni? Sono felice per le sanzioni, faremo le cose in casa, risponde Irina.

Lanfranco Cirillo è l’architetto di Putin, ha progettato il suo palazzo sulle rive del mar Nero: è ricercato dall’interpol, vive da oltre 30 anni a Mosca con una cittadinanza onoraria russa.

Questo imprenditore è stato ambasciatore del made in Italy in Russia, ha portato i miliardari russi in Sardegna, gli amici di Putin: è accusato di frode dalla procura di Brescia, accuse che oggi respinge.
Racconta a Francesca Nava che gli oligarchi russi erano accolti coi tappeti rossi in Italia: sulle sanzioni ha le idee chiare, Cirillo, semplicemente non stanno funzionando.
La maggior parte della popolazione del mondo non ha sanzionato Putin, noi compriamo la benzina dall’India che viene dalla Russia.
Qui si trova tutto per lo shopping: il made in Italy, anche prodotti sotto sanzione, anche i marchi del lusso. L’effetto politico delle sanzioni è fallito perché la guerra non si è fermata: lo spiega bene sia il sociologo Gudkov che la ricercatrice dell’ISPI Ambrosetti. In Russia le auto tedesche arrivano in Russia passando dal Kazakistan: oggi l’Europa vorrebbe colpire queste triangolazioni.
Ci sono però anche imprenditori italiani che hanno scelto di rimanere in Russia, solo il 10% delle aziende italiane ha lasciato la Russia che rimane, piaccia o meno, un mercato molto attrattivo, lasciare il mercato russo è doloroso, se te ne vai ce ne sono altre di aziende pronte a prendere il tuo posto.

Siamo venuti qui per fare un piacere al nostro paese, racconta Torrembini, presidente dell’associazione delle imprese che lavorano in Russia. Non vogliono sentirsi criminalizzati, le sanzioni non hanno fatto cadere la Russia, scegliamo un’altra strada – racconta a Presadiretta. Anche perché l’economia di guerra in Russia sta facendo crescere il PIL: la spesa militare raddoppierà nel 2024, arriverà al 6% del PIL, a dispetto delle sanzioni, la Russia ha aggirato i controlli prendendo i beni di cui ha bisogno da altri paesi.
Torrembrini ammette candidamente che noi occidentali abbiamo fatto una scelta masochista, pagheremo l’energia di più.

Lodigiani è un imprenditore agricolo in Russia, in una regione della Russia dove è anche console: il settore merceologico è stato colpito dalle sanzioni già nel 2014, racconta a Presadiretta.

Adesso la Russia comprerà le macchine agricole dalla Cina, e il made with Italy non ci sarà più.

Le sanzioni hanno riconfigurato l’economia russa in senso autarchico: i prodotti alimentari non sono più importati dall’Italia ma prodotti in Russia, perfino ricotta e mozzarella.
Donato Parisi è un imprenditore napoletano che lavora in Russia dove produce latticini proprio a Mosca: il metodo tradizionale per fare i formaggi è stato spostato a Mosca e i consumatori russi sono anche contenti.

Ci sono anche ristoratori italiani a Mosca: i prodotti italiani arrivano lo stesso, nonostante le sanzioni, col contrabbando, “abbiamo tutti, anche più di prima, perché qui stanno aprendo caseifici”.

Siamo arrivati dunque al pizzaiolo russo: Valentino Bontempi è un ristoratore italiano che possiede diversi locali, importa dall’Italia quello che non è bloccato dalle sanzioni, il resto è auto prodotto in Russia.

C’è però il settore tecnologico: la Russia dipendeva dalle importazioni dall’occidente e la Cina non riesce a colmare le importazioni in questo campo.
Il punto, racconta la ricercatrice dell’Ispi, è che la Russia è destinata a rimanere isolata in termini di ricerca scientifica, culturale.

Cambiando le esportazioni e le importazioni per la sua economia, la Russia si sta preparando ad un nuovo ordine mondiale: nell’area di Stupino Quadrat la Russia ha creato una zona speciale per attirare imprese straniere. Ci sono anche impianti della Barilla, che oggi però ha abbandonato il paese.
Le sanzioni hanno bloccato gli investimenti qui in Russia, lasciando spazio agli asiatici, turci, indiani e cinesi, racconta la direttrice del distretto industriale.
È una sostituzione di partner industriali: in questa sfida chi sta vincendo saranno le aziende che rimarranno in Russia, che sta portando avanti una sua battaglia contro le imprese che vogliono andarsene, arrivando a dei veri e propri espropri.

Chi sono i protagonisti del nuovo ordine mondiale? I Brics, con nuovi attori, come Vietnam e Iraq. L’occidente non è più al centro di questo ordine, conclude la direttrice di Stupino Quadrat.

In studio il giornalista Fubini ha spiegato come, senza sanzioni, avremmo continuato a finanziare la guerra di Putin: l’occidente ha sopravvalutato il potere delle sanzioni, noi non potevamo continuare a vendere la mozzarella in Russia facendo finta di niente.
Non è vero, ha continuato Fubini, che le cose vanno bene in Russia: mancano lavoratori, o perché nell’esercito o perché sono scappati.

C’è ipocrisia sulle sanzioni, ma la Russia vale come l’economia come il Belgio e il Lussembrugo, non è tra le prime dieci destinazioni dell’esportazione, ha continuato il giornalista del Corriere.

Il vertice di Johannesburg

Presadiretta, lo scorso agosto è andato al Brics Summit, l’incontro dove è stato sancito l’accordo per includere nuovi membri, Arabia, Iran e Emirati Arabi Uniti: il Brics rappresenta il 36% del pil mondiale e una buona fetta dei produttori di petrolio.

Dentro i Brics, un ruolo fondamentale lo ha la Russia di Putin: qui il presidente russo ha tutti gli alleati, dall’India alla Cina. Il sud del mondo sta con la Russia e non con l’occidente e gli Stati Uniti.
Presadiretta è stata l’unica trasmissione italiana presente eppure questo summit è stato molto importante per i paesi africani, che qui espongono i loro prodotti.
Anche prodotti per scopi militari sono esposti in questa fiera: il mercato dei paesi in via di sviluppo fa gola a tanti paesi, i Brics propongono di non usare il dollaro (che è diventato una moneta pesante) per gli acquisti ma le monete locali.

Tanti paesi, nostri partner, vogliono entrare nei Brics, dall’Egitto all’Algeria.

Ma, racconta il giornalista Fakude, l’ingresso di Iran e di altre autocrazie, fa paura: i sauditi sono i primi esportatori di petrolio e usano il dollaro. I sauditi sono alleati degli USA, ma intendono diversificare i loro mercati, anche verso la Cina.

I Brics hanno anche una banca che si chiama New Development Bank: stanno emettendo Bond in valuta cinese, fanno finanziamenti in rupie indiane in India, nel lungo termine non vogliono più avere a che fare col dollaro.
Cosa attrae i paesi africani nel Brics: l’occidente sta bloccando i finanziamenti al Sudafrica per la decarbonizzazione, chiedendo la chiusura delle centrali a carbone.
Il Sudafrica oggi è alle prese coi black out organizzati per questi problemi energetici: è un problema per l’economia, per le piccole imprese, per i commercianti, costretti a dover comprare dei generatori.

I black out causano problemi anche negli ospedali, dove le persone muoiono perché i macchinari si devono bloccare: la transizione energetica sta mettendo a rischio la sicurezza del paese, questo è quello che pensano in SudAfrica.
La Cina oggi si è impegnata per aiutare questo paese a superare i black out: le centrali di energia verde non bastano, la Cina ha donato generatori mentre l’Europa si sta importando il carbone che serve ai loro paesi.
Ecco, cosa attrae i paesi africani verso il Brics: il fondo monetario internazionale, la banca mondiale, il G7 sono il passato, il sud del mondo oggi sta guardando ai Brics come opportunità per crescere senza alcuna costrizione.

Il segretario dell’Onu Guterres era presente al summit dei Brics: ha ammonito i paesi presenti, il multilateralismo è un bene, ma qui si parla solo di affari, di scambi commerciali, ma mai dei diritti civili. I paesi dei Brics hanno fatto fatica a condannare la guerra in Russia perché con questo paese fanno affari.

Quello che tiene assieme i Brics, che dentro ha sia autocrazie che democrazie, è l’ostilità verso l’occidente – ha commentato Fubini: la Cina poi sta portando avanti una sua strategia per prendersi gli asset dei paesi a cui concede beni e aiuti.

La guerra di attrito in Ucraina

Mentre i due eserciti sono bloccati uno davanti l’altro in una guerra di posizione, la Russia sta bombardando le città ucraine, per terrorizzare la popolazione e distruggere l’economia che rimane in piedi.

Iacona è andato nella regione di Karkiv, nella città che da il nome alla regione: l’allarme antiaereo annuncia un attacco aereo, uno dei tanti sulla città. I russi hanno cercato anche di conquistarla con l’esercito. Le persone da qui se ne sono andate, per colpa della guerra, per non venire uccisi dalle bombe.

Questa è una strategia dei russi per far bloccare l’economia delle città ucraine, per spopolarle, per tenerle sotto pressione.

Poco fuori dalla città di Isum il servizio ha mostrato le fosse comuni, scoperte dopo che i russi hanno abbandonato la zona, dopo la confroffensiva ucraina che si è fermata a Bakhmut.

Dei morti durante la battaglia a Bakhmut non ne parlano i russi e nemmeno gli ucraini, perché danneggiano la propaganda di guerra.
Presadiretta ha mostrato i feriti di questa battaglia, gli invalidi, i soldati con le ferite visibili sul corpo e invisibili dentro: tutto questo è un altro prezzo della guerra.

Iacona ha incontrato la squadra di Medici senza Frontiere a Micolaiv: ha seguito il team di MSF mentre preparavano i laboratori mobili nei villaggi dove è passata la guerra, per visitare donne, persone anziane, portare medicine.

Da Micolaiv ad Odessa dove la guerra non ha risparmiato la cattedrale.

I russi hanno colpito i porti per bloccare le esportazioni del grano: anche questo fa parte della strategia di Putin, distruggere le aziende siderurgiche, distruggere l’economia agricola, con l’aumento dei disoccupati, di persone senza soldi da spendere.

Dagli alleati sono arrivati 42 miliardi di dollari, ma Putin punta ad una guerra di logoramento, puntando al fatto che i paesi occidentali si stanchino di finanziarla.

Tutto questo si somma ai costi per la ricostruzione, che aumentano per ogni giorno di guerra, una guerra che non vede ancora la fine.

La guerra a Gaza

950 bambini sono già stati uccisi, come risposta alle migliaia di morti israeliani di Hamas: nessun paese civile può accettare questa punizione contro un popolo.

Le guerre non porteranno mai da nessuna parte, non metteranno in sicurezza il popolo israeliano e nemmeno il popolo palestinese – racconta a Presadiretta una esponente del partito arabo di opposizione nella Knesset Aida Touma.

Israele sta militarizzando il paese, si vogliono armare i cittadini – spiega la deputata che oggi si sente tra l’incudine e il martello.

Israele è in guerra contro sé stessa: Orly Noy, attivista per i diritti umani la racconta così la protesta durata otto mesi contro le riforme autocratiche del governo israeliano.
Il governo ha spostato l’esercito a protezione dei coloni che occupavano i territori in Cisgiordania rendendo la zona attorno a Gaza vulnerabile.

La sconfitta di Hamas cambierà poco le cose, occorre comprendere come mai Hamas ha questo potere a Gaza.

17 ottobre 2023

Presa diretta - La guerra dei bambini

 

Si teme una escalation nella guerra in Gaza, con i morti, i dispersi, gli ostaggi. E si teme anche azioni terroristiche di emulazione, come il killer che a Bruxelles ha ucciso due persone.

E poi i bambini che stanno pagando il prezzo più alto di questa guerra senza averne colpe: tutto è iniziato dieci giorni fa con l’azione terroristica di Hamas che ha colpito diverse zone oltre il confine, nei kibbutz, nel rave dove giovani ragazzi si stavano divertendo.

“Sono dei mostri” racconta una testimone che ha assistito alle morti, alle case date alle fiamme: uccidere i bambini non è un atto di libertà, è disumano.

1300 morti quelli di Hamas. La vendetta di Israele è spietata: tutta la popolazione palestinese viene colpita, senza acqua, corrente, beni di prima necessità. Una prigione dove la metà della popolazione (di oltre 2 ml di abitanti) sono bambini.

La situazione sta andando fuori controllo – raccontano i testimoni delle organizzazioni umanitarie da Gaza: rischiamo una catastrofe umanitaria, i raid non risparmiano nemmeno chi si occupa dei soccorsi.

Enas Kabar è una dottoressa palestinese che lavora a Tel Aviv: nella sua casa ospita oggi 20 bambini, cibo e acqua sono razionati, pensando a loro, ma è difficile calmare i bambini quando arrivano le bombe.

In vista dell’offensiva via terra, la popolazione civile è stata invitata ad evacuare la zona nord della striscia: ma si tratta di una evacuazione difficile, non tutti possono scappare.

Più dura la guerra in Ucraina più la guerra sarà legittimata nel resto del mondo, guerra chiama guerra, non c’è soluzione dentro la guerra se non l’allargamento del conflitto: le parole di Riccardo Iacona dovrebbero essere un monito per la classe politica, per i signori della guerra e del terrore.

I bambini rapiti in Ucraina

Presadiretta è andata a Kiev: qui una parte della popolazione è al fronte, altri se ne sono dovuti andare per l’arrivo dei russi.

Le città sul fronte hanno subito i bombardamenti, le violenze della guerra e gli abitanti sono stati costretti ad abbandonare le loro case, come Yulia Sidorenko di Save Ukraine: oggi la sua associazione sta cercando di riportare in Ucraina i bambini che erano finiti in Russia, i bambini rapiti.

I russi appena occupate le città nelle zone di Donetsk e Kerson si sono occupati subito delle scuole e dei ragazzini, presi e deportati in campi, in Crimea ad esempio.
Qualcuno di questi ragazzi è tornato, altri sono rimasti presso famiglie russe: Save Ukraine si occupa oggi di tenerli, di mandarli a scuola, vengono seguiti per tirar fuori da loro il trauma della separazione dalla famiglia. Si deve cercare di ricostruire un rapporto di fiducia con loro.

Iacona ha raccolto la testimonianza di una ragazza Ksenia, finita in Russia dopo essere stata separata dal fratellino e tolti dalla madre, che aveva problemi di alcolismo.

Ad aprile 2022 decide di tornare in Ucraina, assieme al fratellino: ottenuti i documenti che ne attestavano che fosse la sorella, li ha mandati alla famiglia adottiva in Russia e tra molte difficoltà, sono tornati assieme a Kiev.

Sergei è stato salvato dalla nonna Tatiana, con cui viveva a Kerson: dopo l’occupazione dei russi era finito prima in Crimea e poi in Russia.

I parenti di Nikita sono filorussi e hanno conteso i figli alla nonna Tatiana: la guerra ha creato fratture tra le famiglie che difficilmente saranno sanate. Figli strappati ai genitori per colpa della guerra, ragazzi tenuti lontano dai genitori per mesi, costretti a vivere in campi estivi per poi finire in affidamento a famiglie russe.

Dal lavoro di Save Ukraine è nato il mandato di arresto per Putin: hanno ricostruito storie di bambini portati via da parenti filo russi, da soldati e finiti in Russia.

In totale, dal 2014, sono 1,5 ml i bambini finiti nella federazione russa, la politica della Russia è di farne diventare dei cittadini russi, fedeli alla dottrina di Putin e distruggerne l’identità di ucraini.

Save Ukraine ha mandato una lista di 19mila bambini alla Russia, quelli di cui erano a conoscenza, ma si teme che siano molti di più: la Russia ha rubato dunque il futuro all’Ucraina.

La Russia ha un problema di calo demografico: per questo incentiva le famiglie che vogliono spostarsi in Russia, dandogli una casa e aiuti economici.

Per questo i soldati giravano per gli orfanotrofi (come a Kerson) per prendersi i bambini: Volodymir Sahaidak è riuscito a salvare tutti i bambini del suo orfanotrofio, affidandoli a parenti lontani o a famiglie che li hanno accolti prima che arrivassero i bambini. Volodymir stima che siano 2000 i bambini presi da queste strutture dai soldati.

La macchina della propaganda della Russia ha come compito quello di creare i futuri cittadini russi, cresciuti nella grandezza della nazione, del loro leader Putin.

Una macchina che si appoggia alle memorie dei veterani della seconda guerra mondiale, oggi contenti della guerra contro i traditori dell’Ucraina, contro Zelensky.

Propaganda che trova l’apice il 9 maggio, giorno della liberazione: nel discorso di Putin si parla dei nemici della patria, del rischio di finire nelle mani dell’occidente che vuole il collasso del paese, altro che guerra di invasione, quella che racconta Putin è una guerra di difesa.

Francesca Nava ha incontrato a Mosca le belle famiglie russe, che festeggiano la liberazione, coi figli vestiti con abiti militari come i soldati della seconda guerra mondiale.

Nelle scuole e nelle piazze si trovano cartelli che invitano i ragazzi ad arruolarsi, per difendere la patria: quello di Putin è un totalitarismo che copia da quello fascista – racconta il sociologo Gudkov – che non ha paura di esprimere il suo dissenso: i giovani vengono addestrati dal regime ad una futura vita militare, nelle scuole si inculca ai ragazzi l’idea che la Russia è circondata da nemici, gli stessi insegnamenti che giravano ai tempi dell’Unione Sovietica.

La storia viene cambiata per assecondare la propaganda: il presidente stesso dialoga con gli studenti, dove racconta nelle sue lezioni patriottiche che l’Ucraina non è mai stata una nazione.

Dopo la riforma della scuola, i libri di storia raccontano la storia russa arrivando a distorcere anche quello accaduto nell’epoca staliniana, spostando il baricentro verso oriente, allontanando i ragazzi dall’Europa. La civiltà umana sarebbe potuta finire se Putin non avesse iniziato la sua operazione speciale, questo raccontano i libri di testo nella scuola russa.

In queste scuole e su questi libri studieranno anche i bambini ucraini deportati illegalmente e diventeranno un giorno bravi cittadini fedeli a Putin.

“Noi teniamo i bambini lontani dalla politica” racconta Maria Belova – commissaria dei diritti dei bambini - alla giornalista di Presadiretta: le accuse ricevute dal Tribunale dell’Aja sono fumose, sono basate su documenti che arrivano dall’Ucraina e i campi di rieducazione sono in realtà campi dove i bambini passano le vacanze.

Infine le accuse dall’Aja che non sono un viatico per i negoziati – così ha concluso l’intervista alla Belova.

Nonostante la propaganda, la guerra di Putin non sta andando come vorrebbe: la fortezza Russia si è rivelata meno robusta di quanto il presidente vorrebbe.

Le parole che si sentono ripetere dai sostenitori di Putin suonano simili a quelle dei nostri sovranisti, la difesa della patria contro i nemici esterni. Si fa uso della minaccia nucleare, come arma per far paura all’occidente.

Ma la percentuale di persone contrarie alla guerra aumenta, come aumentano le persone che stanno abbandonando il paese: i ragazzi della movida si dimostrano molto freddi nei confronti della guerra, alcuni sono scappati all’estero, in Armenia, per sfuggire alla chiamata al fronte.

Scappare dalla cartolina della leva è sempre più difficile: il codice penale vieta di parlare di questa guerra, dei dispersi, dei renitenti.

Non esiste un database informatico per i capire chi possa essere arruolato: in assenza di questo il reclutamento in questo paese è un caos.

In Russia non si può parlare apertamente di quello che sta accadendo, non si può protestare (specie contro la guerra), non esiste opinione pubblica.

Questa guerra in Israele verrà usata da Putin per far uscire Mosca dall’isolamento in cui si trova – spiega l’analista Cristini – perché la Russia è legata ad Israele e anche alla Palestina (a cui ha fornito armi).

Cercherà di presentarsi come mediatore, per contrastare il ruolo degli Stati Uniti: è questo un periodo di destabilizzazione generale, non c’è solo l’Ucraina, ci sono i tentativi di golpe in Africa, frutto del disimpegno americano nel resto del mondo.

La Russia e la Cina stanno sfidando l’America per un nuovo ordine mondiale: per il momento la guerra è in una situazione di stallo e con l’arrivo dell’inverno la controffensiva ucraina si dovrà fermare.

La guerra si sta trasformando in una guerra di posizione – racconta Mirko Campochiari di Parabellum – chi si fermerà per primo, chi esaurirà per primo gli armamenti?

Bisognerebbe spostare la nostra economia in una economia militare, ma rimane da convincere l’opinione pubblica, sempre più fredda nei confronti della guerra, specie in America.

In Ucraina nessuno vince e tutti perdono e ora che è scoppiata la guerra di Israele a Gaza, l’attenzione del mondo si è spostata in medio Oriente.

Addio agli accordi

Come mai Hamas ha deciso di colpire adesso? C’è un legame tra questo attacco e gli accordi tra Iran e Cina e Arabia Saudita. Accordi che non hanno fatto piacere gli USA e ad Israele: l’Arabia stava firmando un accordo di pace con Israele, molto voluto dagli Stati Uniti che cercavano di arrivare ad una situazione di stabilità in Medio Oriente.

L’Arabia Saudita voleva cercare una situazione di terzietà, che però ha scontentato il regime iraniano e anche Hamas: oggi dopo questo attacco di Hamas è di fatto impossibile andare avanti con questi negoziati per i sauditi.

Questa guerra è un problema per Biden – spiegano gli analisti sentiti da Presadiretta – che oggi devono appoggiare Israele, devono presidiare militarmente il MO, dimenticandosi per il momento della Cina e del fronte del Pacifico.

Gli Stati Uniti vogliono evitare la catastrofe umanitaria a Gaza, una escalation della guerra, l’apertura del fronte nord, verso il Libano degli Hezbollah, di un fronte in Cisgiordania con le tensioni tra i coloni ebrei e i palestinesi. C’è poi la Siria e il mondo arabo che di fronte ad una strage di civili a Gaza non potrebbe rimanere fermo.

30 maggio 2023

Le inchieste di Report – la ricostruzione dell’Ucraina, gli allevamento dei suini DOP

 TUTTI CONTRO YUKA di Lucina Paternesi e Giulia Sabella

Report torna ad occuparsi della battaglia sulle etichette alimentari: contro il Nutriscore (preferito dall’Oms) l’Italia ha sfoggiato il NutrInform Battery che Giorgetti aveva poi associato ad una app per leggere le etichette.

La puntata di Report è stata criticata perfino da una nota della Presidenza del Consiglio, l’algoritmo del Nutriscore sarebbe manipolabile, l’ex ministro Centinaia ha detto che l’informazione di Report è parziale. Nutri-score mira alla prevenzione, non ha pretese di dare indicazioni su come nutrirsi.
Report con Lucina Paternisi si occupa questa sera di Yuka, una app inventata in Francia nel cui Database sono censiti milioni di codici a barre, con tanto di additivi e coloranti, che ad ogni prodotto associa un indici.
L’applicazione segnala anche le dosi ammesse dalla legge di questi additivi che se presi anche a piccole dosi, a lungo tempo, creano problemi per la salute.
L’algoritmo associa un punteggio basso a salumi e insaccati: per questo Yuka è stata presa di mira dalla FICT, l’associazione della carne insaccata. La lobby degli industriali ha attaccato la app ma non le pratiche industriali delle aziende: tre tribunali hanno dato torto alla app, hanno chiesto 1,3 ml di danni.
Secondo gli industriali l’algoritmo influenza l’acquisto di altri prodotti alternativi alla carne: ma Yuka si difende dicendo che i loro azionisti sono pubblici.
C’è poi la questione dei nitriti e nitrati: Yuka penalizza gli insaccati e i salumi ed effettivamente in Francia degli studi stanno verificando che questi additivi causano dei tumori.

Il gelataio profeta Salvatore Baiardo di Paolo Mondani

Il 2 marzo Baiardo ha raccontato a Report le strategie del suo capo, Graviano: la fine dell’ergastolo ostativo, smontare il 41 bis, cambiare il presidente della Cassazione.

“Graviano ne ha pieni i c…”: chi doveva capire ha capito, spiega Baiardo che, aggiunge, Graviano ha pure scritto un libro che uscirà a nome del gelataio.

E la storia delle foto?
L’avvocato di Berlusconi smentisce l’esistenza delle foto dell’ex presidente con Giuseppe Graviano, stessa mentita fatta dal fratello Paolo.
Dietro quelle foto si parlava della consegna di Riina, raccontate a Berlusconi dal generale Delfino: in ballo non ci sarebbe solo la cattura del capo dei corleonesi, i miliardi investiti dai Graviano su Berlusconi e ora Graviano che ora si sta stancando della galera.
Tutte menzogne – spiega oggi Baiardo, dopo l’intervista (inconsapevole) con Mondani: chi ha ragione dunque?

E cosa nasconde “la versione di Baiardo”, a che gioco sta giocando Baiardo e per conto di chi?

I CONSULENTI di Luca Chianca (camere di commercio e camerati)

Bucha, Maiupol, Dnipr sono tante le città martiri in Ucraina distrutte dalla guerra di aggressione di Putin: a Varsavia lo scorso febbraio si è organizzata la fiera Rebuild Ukraine per la ricostruzione del paese, tutti i paesi si sono messi a disposizione del paese tramite aiuti, supporto di vario genere.

Qualcuno sta guadagnando dalla ricostruzione, solo a parlarne, a guerra ancora in corso: Luca Chianca ha girato gli stand di Rebuild Ukraine, intervistando anche l’ex deputato leghista Togni.
“E’ chiaro che non sarà una donazione, come non sarà una donazione il piano Marshall” risponde a Report Walter Togni un rappresentante italiano dentro la fiera “in cambio del nostro aiuto chiediamo di poter far lavorare le nostre aziende”.

Walter Togni è stato un deputato leghista oggi è a capo della Camera di Commercio italiana per l’Ucraina: a Varsavia è riuscito a portare ben 34 aziende italiane. Aziende che fanno gruppi elettrogeni, ad esempio, che si sono presentate alla fiera in lista di attesa per una chiamata.

“Ricorda per esempio quello che successe nel 2006 con l’Iraq” racconta a Report uno di questi imprenditori: non proprio un esempio limpido, nel 2006 le aziende e i contractor americani presero possesso e controllo dei beni del paese dopo la caduta di Saddam.
Nel 2006 l’Italia vinse l’appalto energetico e si ricostruì tutto, dalle centrali elettriche, generatori, gruppi elettrogeni: la differenza è che in Ucraina non si sa quando inizierà questo lavoro.

Tanti aziende si stanno infilando in questo affare: ci sono cifre importanti dietro la ricostruzione, chi ha oggi un posto in prima fila avrà assicurata una fetta degli affari e così, racconta Report che si arriva a pagare fino a 7500 euro (da parte di un imprenditore) per poter parlare con ministri ucraini ed europei.
Il ministro Urso ha rifiutato l’invito alla fiera: aveva abbandonato la politica per entrare nel mondo del commercio, per tornare a far politica dal 2015 nel partito di Meloni.

Oggi è ministro del made in Italy: per accedere al ministro però, molte aziende devono prima passare da una consulente.

Per sapere chi sia si deve parlare della STMicroeletronics : ST è diventata ancora più strategica per renderci indipendenti dalla produzione cinese, lo stabilimento di Catania ha ricevuto 300 ml di finanziamenti dallo Stato. A Catania oltre al ministro c’era una consulente, Carmen Zizza, “una facilitatrice” tra l’azienda ST e il ministero racconta un dirigente della St stessa.

Tutta colpa della burocrazia, racconta questo dirigente in forma anonima a Report, che aggiunge anche che il documento letto da Urso a Catania sarebbe stato preparato da Zizza e che avrebbe seguito partite importanti del ministero – lo racconta a Report una fonte dell’ex Mise.
Il ministro ha scelto di non rispondere alle domande di Report, tirando fuori una vecchia audizione ai tempi in cui era al Copasir (che non c’entra nulla).
La carriera di Carmen Zizza inizia a Milano all’autostrada Serravalle, poi alla Asam, la società che controllava l’autostrada milanese, diventando in poco tempo direttore generale con uno stipendio di 220mila euro l’anno: spende in due anni ben 254mila euro per alberghi, viaggi, auto a noleggio, corsi d’inglese e iscrizioni a club privati. Sono gli anni in cui la Provincia chiede di vendere le partecipazioni in Milano Serravalle e la Zizza va in giro per il mondo a tastare il terreno per trovare possibili investitori stranieri in quei mercati. “Solo per farsi aiutare a costruire il bando della Serravalle riuscì a spendere 390mila euro. Furono fatti tentativi a fine 2012, a luglio del 2013 e poi fu fatta un’altra asta a fine 2013. Tutte e tre fallite” ricorda Massimo Gatti già consigliere della provincia di Milano.

Viene licenziata per giusta causa dopo il cambio di governance alla Asam e poi, grazie alla vicinanza con Daffina (capo di Rotschild Italia), entra dentro ST Microelectronics pochi giorni prima della visita di Urso a Catania.
Daffina lavora nella banca d’affari Rotschild: partecipa ad importanti operazioni finanziarie come la fusione tra Intesa a San Paolo, la cessione di Ilva ad Arcelor Mittal e infine come advisors di Vivendì per la vendita della rete di Tim.
In questi tavoli con Tim e Vivendì era presente anche Zizza: alla fine il dossier passa a Palazzo Chigi ma alla fine, anche a causa delle prime domande di Report, il suo ruolo nel ministero inizia a calare.
Oggi Zizza ha uno stipendio da 6000 euro al mese dal ministero del made in Italy, sebbene il suo nome non sia indicato (a proposito della trasparenza).

Dalla consulente donna, al consulente uomo, a Trieste: la guerra in Ucraina ha dato slancio al porto, qui arrivano le merci dal porto di Odessa.

Qui Urso ha lanciato un suo progetto di interconnessione tra il porto di Trieste, quello di Venezia con l’interporto di Verona, collegate alla città di Oronda in Ucraina, per lo scambio delle merci: il progetto non è stato ancora presentato, ma Urso è andato in visita all’Ucraina con il presidente Bonomi.
A marzo, alla fiera LetExpo, Urso parla dell’impor
tanza per l’Italia e per l’Europa della ricostruzione per il rilancio dell’economia: per questo serve creare un hub per lo scambio merci, con base a Verona. Il comune non ne sa ancora niente, ma Urso ha assunto come consulente strategico Umberto Formosa, un ex ultras dell’Hellas Verona, ed ex segretario dell’ex sindaco Sboarina, oggi è consulente del ministero del made in Italy (ex Mise) con un incarico da 70mila euro che sorprende anche l’attuale assessore al bilancio del comune veneto, “visto che nella sua carriera è più noto come pluri daspato ..”
Al congresso per le famiglie tenuto a Verona qualche anno fa faceva quasi da scorta all’allora ministro Salvini (ministero dell’Interno).
Chi sia questo consulente del made in Italy lo racconta il giornalista Berizzi di Repubblica: “Umberto Formosa detto il picchiatore, il suo soprannome, diventa l’uomo agenda di Sboarina, dalla curva passa al palazzo..”
Che fa oggi al ministero? Luca Chianca lo ha chiesto a Formosa stesso, ottenendo una risposta laconica “non vedo perché debba rispondere a queste domande”.

Fortezza Europa è un gruppo di dichiarata fede nazista, si identifica ai valori della destra, è contro gli immigrati, i gay ed è un gruppo incentrato attorno allo stadio.
Attorno al mondo del calcio ruota Antonio Polato, consigliere regionale di FDI, che ha dato un aiuto con le firme per Forza Nuova: si è incontrato più volte con Urso a Verona e la sua azienda ha sede nell’interporto
al centro del progetto dell'HUB voluto da
 Urso.

Un altra consulenza, forse, quello di Polato che però garantisce di voler dare solo una mano senza compensi.

A che titolo Urso ha preso questi consulenti, a parte forse la vicinanza politica?
Urso aveva messo in piedi una società per consulenze alle aziende che vogliono fare business in paesi stranieri, come l’Iran (perché prima gli affari poi i diritti).
Urso, nell’intervista concessa ai tempi con Report, spiegava che il suo compito era insegnare alle imprese come trattare con quei paesi, per entrare nella loro mentalità.

Report si è poi occupata anche degli affari di un imprenditore italiano, Pardi (su cui aveva indagato la nostra Aise), facilitato dallo stesso Urso.
Il servizio racconta anche di una vendita di arei per
pattugliamento che non potevano vendersi in Iran, in quanto armamenti dual use, vietati dall’Unione Europea.
Urso ha spiegato a Report che tutto questo non è vero, ma c’è un’inchiesta ancora in corso che dovrà verificare i fatti: fatti emersi grazie ad una indagine delle nostre agenzie di sicurezza controllate dal Copasir, di cui Urso diventa presidente nel 2021.

24 febbraio 2023

Un anno di guerra

24 febbraio 2022, 24 febbraio 2023: è passato un anno dall'operazione speciale di Putin, la sua guerra di invasione dei territori dell'Ucraina con la scusa della denazificazione e per proteggere la popolazione russofona nelle regioni dell'est del paese.

Dopo un anno la guerra è in una situazione di stallo: i russi non hanno sfondato, hanno distrutto città, commesso crimini di guerra, cambiato comandanti. 

Dall'altra parte l'esercito ucraino, supportato con le armi dall'America e da diversi paesi europei è riuscito a resistere.

Questa guerra è stata raccontata (e continua ad essere raccontata) in modo binario: buoni contro cattivi, resistenti contro putiniani, quelli a favori delle armi senza se e senza ma e dall'altra parte i traditori.

A me personalmente la retorica degli eroi, delle armi, della guerra come qualcosa di ineluttabile, qualcosa che serve per risolvere i conflitti, fa paura.

A Presadiretta lunedì scorso Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio raccontava di come non ci si debba arrendere a questa narrazione della guerra, come qualcosa di necessario: non sono coloro che chiedono la pace ad essere deboli, ma è vero il contrario, voler proseguire un negoziato per arrivare ad una pace (che sia giusta, che riconosca le colpe) è un segno della forza delle nazioni.

Dietro all'eroismo dei resistenti, ci sono le persone sotto le bombe, c'è un paese in cui serviranno anni per ricostruirlo. C'è l'industria delle armi, che si arricchisce oggi con lo svuotamento degli arsenali (e con le richieste della Nato di investire ancora risorse in armamenti).

Dietro questa guerra c'è l'ipocrisia di molti politici, specie in Italia che con la guerra si sono riposizionate sul fronte atlantico: il mostro Putin l'abbiamo creato noi, quando abbiamo stretto accordi vincolanti per il gas (per esempio). Quando lo abbiamo visto distruggere la Cecenia (perché combatteva contro Al Qaeda), quando lo abbiamo visto incarcerare giornalisti, quando ha invaso la Crimea..

Oggi non sembrano esserci sbocchi, a questa guerra, c'è giusto la proposta della Cina (che ha i suoi interessi in Taiwan): sia Putin che Biden hanno espresso le loro volontà di andare avanti. Nessuno può tornare indietro, né Putin, né Biden e nemmeno Zelensky (ci sarebbero ripercussioni sul fronte interno, gli ucraini non vogliono finire nella mani del regime russo). Speriamo che dietro questi annunci, continuino sottotraccia dei negoziati per trovare una soluzione che, sempre come raccontava Presadiretta, non vuol dire cedere dei territori.

Perché l'alternativa è, per noi, rimanere qui a guardare l'evoluzione di questa guerra senza porci domande: fino a dove vogliamo arrivare? Possiamo accettare il rischio che si arrivi alle armi nucleari?

21 febbraio 2023

Presadiretta – Costruttori di pace

Ad un anno dall’invasione dei russi la guerra non è terminata, sta diventando più feroce e più internazionale, ci siamo dentro anche noi che stiamo aiutando gli ucraini. Bakhmut è diventato uno dei punti più caldi del conflitto, sarebbe la prima vittoria da mesi e per lo stesso motivo l’Ucraina sta difendendo questa città per far partire da qui la controffensiva.

Questo è lo scandalo della guerra, la follia della guerra: ci si uccide per pochi metri, pensando che da qui passi il destino della guerra. La follia di pensare che la pace si possa costruire con una vittoria chiara: questo è il messaggio d’altronde di Zelensky che agli italiani chiede “non abbiate paura, datemi armi e vincerò la guerra”.
Biden è andato oggi nel centro della guerra, dove ha promesso al presidente ucraino tutti gli aiuti per vincere questa guerra, a breve arriverà anche la presidente Meloni.
Dal fronte è arrivata la testimonianza di Nello Scavo: siamo in un inverno durissimo, con la neve, il freddo, l’acqua che manca, il logoramento si sente nella gente. L’arrivo di Biden – racconta Scavo – ha motivato gli ucraini, ha ridato forza alle persone, che comunque manifestano sempre la volontà di difendersi.
Oltre alle armi serve una controffensiva di pace: oggi Putin non ha accolto con le bombe Biden, almeno questo. Ci muoviamo sul filo del rasoio, ad un passo da un conflitto mondiale col rischio di una escalation nucleare.
Si potrà arrivare ad una vittoria? Senza una opzione diplomatica, altrimenti la guerra andrà oltre il 2023: qualche segnale potrebbe arrivare oltre che da Putin anche dalla Cina – ha concluso Nello Scavo.

Questa guerra si può vincere sul campo e la pace si può ottenere solo con una vittoria militare? Presadiretta è andata in Svezia a Uppsala dove si studiano le guerra, nella più antica università del paese, al dipartimento di ricerca sulla pace e sui conflitti.

L’università della pace

La pace è un argomento di ricerca - Peter Wallenstein docente del Dipartimento di Ricerca sulla Pace e sui Conflitti – ha fondato il suo dipartimento dopo la crisi dei missili di Cuba, quando il paese è stato ad un passo di un conflitto nucleare. “Abbiamo ritenuto che fosse importante studiare le guerre e la pace”: qui hanno analizzato tutti i conflitti dalla seconda guerra mondiale, “Le vittorie militari spesso hanno portato a nuovi conflitti dieci, venti anni dopo, mentre gli accordi di pace, se attuati correttamente, ci consegnano una pace molto più duratura nel tempo”. Perché chi vince una guerra instaura un regime che poi fa scaturire nuove tensioni e nuove guerra, come in Afghanistan. La via per la pace è quella negoziale – racconta.

La ricetta della pace passa per il compromesso, anche dicendo che nessuno dei due contendenti si prende il territorio conteso, come successo in diversi conflitti tra Egitto e Israele ,questo è il potere della negoziazione.
Grazie al loro database i ricercatori di Uppsala hanno studiato tutti i recenti conflitti: non ci sono solo i paesi contendenti, ma ci sono anche i paesi coinvolti indirettamente, come oggi in Ucraina.
Questi significa che i conflitti siano difficili da risolvere, durano di più e ne provocano di nuovi. Questa internazionalizzazione dei conflitti dura ancora oggi, con la guerra all’Isis ad esempio: la guerra è oggi diventato uno strumento per risolvere i conflitti, anche in Europa come in Kosovo.
Si usano le armi per difendere le sfere di influenza, vale per la Nato come la Russia.
Gli studiosi sono preoccupati anche dalla minaccia nucleare: il conflitto nucleare è vicino e concreto, per la minaccia di Putin che oggi non sta vincendo con armi tradizionali. Altri paesi sarebbero poi spinti per rinforzare i loro arsenali e così via ancora altri. Tanti paesi potrebbero pensare che l’unico modo per proteggersi è usare armi nucleari: il nucleare è un altro tabù saltato con la guerra in Ucraina.

Questo conflitto unilaterale in cui Putin non consente all’Ucraina il diritto di esistere, è difficile da risolvere coi negoziati, ma questi si devono trovare perché serve trovare una pace che valga per i prossimi anni, che sia duratura.

In studio era presente Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio: un costruttore di pace che ha girato tutta l’Africa e il mondo per risolvere i tanti conflitti.

La guerra in Ucraina nasce da lontano: anni fa si fecero gli accordi di Minsk per evitare la guerra, occorre oggi capire come mai hanno fallito, in modo da poter avere strumenti per trovarne di nuovi di accordi.

La pace mancata

Kiev 21 novembre 2013: i cittadini in piazza chiedono di entrare in Europa, nel giorno in il presidente Janukovyc decise di rafforzare i legami con la Russia. La piazza Maidan diventa il centro delle proteste, dove si ritrovano studenti e anche i nazionalisti anti russi.
Si arriva al 18 febbraio 2014 quando le truppe speciali spararono sulla folla che aveva tenuto la piazza per tre mesi: centinaia di feriti e altrettanti morti fu il bilancio di quella repressione.
Il presidente Janukovyc fu costretto alla fuga, la folla fece irruzione nella sua villa, pochi mesi dopo arrivò il nuovo presidente che firmò gli accordi con l’Europa spingendo l’Ucraina lontano dalla Russia. Fu un passaggio inaspettato per Mosca, dimostrò che i cittadini potevano cambiare la situazione in un paese filo russo – racconta l’analista Fabbri.
Quei tre mesi hanno cambiato i rapporti tra Ucraina e Russia: le cancellerie europee si mossero per trovare un accordo che non scontentasse né Russia né gli Ucraini, mentre gli Stati Uniti avevano puntato tutto sull’Ucraina. L’inviata di Obama Nolan fece una battuta passata alla storia “fuck UE”.
La Germania e la Francia non volevano rompere i rapporti con la Russia mentre l’Italia aveva rapporti commerciali come per il gas con Putin, dunque non alzò la voce, non fu considerata per le trattative.
Nel 2014 La Russia occupò la Crimea, poi referendum per trasformare questa regione in una repubblica a sé stante sotto il controllo della Russia.

Sempre nel 2014 cominciano gli scontri tra milizie ucraine e quelle filo russe nelle regione del Donbass, con armi vere, morti veri e sfollati.
Gli accordi di Minsk dovevano servire ad arrivare ad una pace tra Ucraina e Russia: l’amministrazione Obama era preoccupata da questa guerra, controllava le armi che inviava alle milizie filo ucraine, ma gli Stati Uniti non si sono mai spesi nelle trattative, assieme a Germania e Francia.
Il trattato prevedeva il cessate il fuoco bilaterale, impegnava l’Ucraina a fare una riforma che avrebbe trasformato le regione separatiste come regioni speciali con poteri speciali: ma l’accordo non fu mai rispettato, né da una parte né dall’altra- racconta l’ambasciatore turco che aveva un ruolo come osservatore dell’OCSE nel Donbass.
Gli accordi di Minsk falliscono perché l’Ucraina li considerava come il prodromo della secessione, la Russia li vedeva come l’occasione per prendersi di più.
Così questi accordi falliscono, portando ad una guerra a bassa intensità, con 14mila morti, con villaggi distrutti e con la fine della possibilità di un dialogo tra le parti.
Con l’invasione del 24 febbraio scorso la tensione si trasforma in guerra totale: ancora oggi non ci conoscono i numeri dei morti e dei feriti, intere città sono state distrutte.
L’occidente è oggi coinvolto nella guerra con l’invio di armi e istruttori, col sostegno allo sforzo bellico: oggi parole come cessate il fuoco, negoziati sono tabù.
La pace viene vista come la pace del vincitore, solo dopo che la Russia verrà sconfitta arriverà la pace raccontano dall’Ucraina. Unica voce di pace rimane quella di Yuri Sheliazenko, del movimento pacifista: a Putin chiederei di ascoltare le esigenze della gente, che non vuole la guerra – racconta a Presadiretta – dobbiamo resistere all’idea che l’unica strada sia quella delle armi. Il movimento pacifista ucraino è in contatto con gli obiettori in Russia.
Ma fare i pacifisti oggi in Ucraina è difficile: chi scappa dalla chiamata alle armi viene preso alla frontiera e mandato al fronte contro la sua volontà.
Nel Donbass la Russia si gioca la sua difesa, perché allontana il nemico dalle sue frontiere: questo spiega l’importanza di questa regione per Putin.

Medinskij è capo dei negoziatori russi in Ucraina: a Presadiretta aveva raccontato di come l’allargamento della Nato ad est aveva allarmato e umiliato la Russia e Putin. Della stessa opinione l’ex consulente di Clinton Charles Kupchan e l’ex ambasciatore Burms in Russia: quest’ultimo aveva avvisato la presidenza Bush che l’adesione dell’Ucraina, ventilata nel 2008, potevano creare problemi nei rapporti con la Russia, potevano portare a nuove tensioni.
L’occidente dovrebbe occuparsi anche di creare un tavolo di pace, oltre che inviare armi – continua l’ex consulente Kupchan: sul tavolo si potrebbe mettere la neutralità dell’Ucraina, ma questa sarebbe una trasformazione molto forte per Zelensky, che non ammetterà mai la cessione di territori alla Russia, come la Crimea, per questo porterebbe ad un crollo del fronte interno.

Si potrà arrivare ad una pace per procura? Gli Stati Uniti traggono vantaggio da questa guerra, che ha rilanciato la Nato e indebolito la Russia, ma sono preoccupati dalla partita con la Cina e dai suoi rapporti con la Russia. Quest’ultima potrebbe essere usata poi in una futura guerra contro la Cina dunque – concludeva l’analista Fabbri – potrebbe succedere che tra qualche anno America e Russia arriveranno ad un tavolo di pace.

Ad oggi gli Stati Uniti non stanno costruendo alcun tavolo di pace: sono loro che hanno le chiavi per il negoziato – spiegava Mario Giro – anche la narrativa bellicista deve tener conto che prima o poi si arriverà a dei trattati, ripartendo da quanto fatto a Minsk, una “pace sprecata”. Dopo questi accordi l’Europa non si è sforzata affinché gli accordi fossero rispettati, accettando una guerra a bassa intensità e minimizzandone i rischi.

Negli ultimi 30 anno non ci sono guerre vinte, anzi le guerre si sono moltiplicate: la difesa dell’Ucraina è legittima ed eroica, ma con la stessa intensità con cui si sono aiutati gli ucraini a difendersi, si devono trovare gli accordi tra le parti. Anche la debolezza percepita dell’Italia potrebbe giocare a nostro favore: serve la volontà politica di tutti, anche di soggetti terzi di dire basta. Poi la retorica bellicista si sgonfierà da sola.

L’economia di guerra

Ogni giorno si consumano missili, proiettili, armi: la Nato sta chiedendo ai paesi dell’Europa di aumentare la produzione di armi, di arrivare al 2% della spesa militare sul PIL (noi siamo al 1,38%). Una soglia che per l’Italia è difficile da raggiungere, dovremmo arrivare ad una economia di guerra, per evitare che manchino armi per la confroffensiva russa.

Eppure secondo alcuni analisti del Pentagono, sarebbe meglio se la guerra non durasse a lungo, ci si dovrebbe curare degli altri interessi nazionali, come anche dell’egemonia cinese.
Secondo il capo dei generali americani, “sarà difficile cacciare dal territorio occupato la Russia”, secondo Stoltenberg l’opzione nucleare non è esclusa, l’unico rischio è quello della vittoria russa.

La pace in Sierra Leone

Come si è arrivati alla pace in Sierra Leone, dopo 11 anni di guerra civile? Qui si sono scontrate milizie anche civili e militari dell’esercito, le stime parlano di 50mila morti, oltre ai feriti e ai profughi. Si è però accettato di fermare la guerra e di arrivare ad una pace ad ogni costo, anche accettando una amnistia – racconta Patrick Fatoma dalla capitale Freetown. Nel museo della memoria si parla delle vittime della guerra, affinché nessuno si dimentichi. Anche degli episodi di cannibalismo. Eppure sono arrivati alla pace: “volete nel paese che succedano queste cose? Allora serve la pace, perché senza diritti umani, questo è quello che succede.”
La prima cosa da fare è la verità, raccontare i fatti e ricordarli. Poi la giustizia affinché i responsabili dei crimini di guerra fossero processati. Pace e giustizia sono correlate: senza giustizia non esiste pace, senza pace l’uomo scende ai livelli della bestia. La violenza è un atto di egoismo.

La commissione sulla pace e sulla verità che è stata creata ha coinvolto tutti quanti, vittime e ribelli, per riconciliare il popolo: tutti volevano la pace, ma che fosse duratura, conquistata dal lavoro di tutti i giorni dei membri della comunità.
La Sierra Leone è uno dei paesi più poveri nel mondo, nonostante sia un paese ricco di materie prime, come ferro e diamanti. La pandemia di Ebola ha poi peggiorato la situazione nel paese.
La pace in questo paese va costruita ogni giorno, per contrastare la malnutrizione, come fa Emergency, la corruzione, la disoccupazione.

“Ho visto bambini violentati, persone sparate, ma sono orgogliosa di quello che ha fatto il mio governo per la pace. Se usi la violenza per finire la guerra, questa in realtà non finirà mai, perché ci sarà sempre qualche vendetta, qualche rappresaglia. Mandare armi e soldi per combattere non credo sia la risposta giusta, bisogna negoziare ” - questa è la storia di Margaret, infermiera, dalla Sierra Leone nell’ospedale di Emergency dove si curano decine di migliaia di persone l’anno, gratis, nonostante manchino dottori, infermieri. Ma la pace passa anche da questo, dalla sanità per tutti.

Da Freetown Presadiretta si è spostata a Lundsa, nella sede dei padri Murialdini: qui hanno visto scene che nessuno dovrebbe mai nemmeno concepire, bambini amputati delle loro mani dai ribelli. Questa sede fu occupata dai ribelli: oggi è un centro dove i ragazzi imparano un mestiere, vanno a scuola. In questo centro, finita la guerra, stavano a fianco persone che prima erano in guerra tra loro, perché obbligati alla guerra.
L’educazione è importante oggi per rilanciare il paese, per formare quella generazione di ragazzi che non devono più vedere la guerra: perché ancora oggi c’è il rischio che nuove tensioni, per la povertà, portino a nuovi scontri.

Questo è un paese benedetto – racconta il vescovo Paganelli – i diamanti della Sierra Leone non portano ricchezza al paese: bisogna evitare che le tensioni tra le comunità portino a nuovi conflitti.

Le persone non devono smettere di parlarsi - spiegano i volontari di Fambul Tok, una ONG che gira il paese per raccogliere la verità sulla guerra, per creare un dialogo e riconciliazione all’interno delle varie comunità.

Quello di Fanbul Tok è stato un lavoro paziente di ricucitura tra vittime e carnefici, perché l’unico modo per spegnere il fuoco è il dialogo, la vendetta avrebbe portato ad altri conflitti e ad altri orrori.
La guerra perenne non deve essere accettata: mai più guerre, mai più conflitti tra le persone, mai più conflitti come strumento per risolvere i problemi e le diatribe.
Non è vero che la guerra è necessaria, che sia tristemente necessaria: abbiamo sprecato la pace e dobbiamo rimetterci a credere che la pace sia possibile, sia politicamente possibile. È una scelta politica – conclude Mario Giro.
L’Onu era intervenuto in Sierra Leone, ma non sta intervenendo in Ucraina: le guerre vanno spente, diventano un contagio.

Esther Oman è un’altra costruttrice di pace: nel Camerun dal 2016 c’è una guerra civile di cui nessuno parla, nata negli anni 60 con l’indipendenza del paese.

Di fronte a questa tragedia Esther ha deciso di portare la pace, villaggio dopo villaggio, con le donne: le donne sono madri, sorelle, mogli e riescono ad entrare in contatto con tutte le parti in conflitto, la donna è pace racconta a Presadiretta e ad Elena Stramentinoli.

La prima cosa da fare per la pace è riportare gli studenti nelle scuole: grazie al dialogo di Esther, le costruttrici di pace sono riuscite a far riaprire metà delle scuole chiuse, andando a parlare sia coi ribelli separatisti che coi governativi.
Queste donne sono andate a parlare all’Onu, non hanno paura delle minacce e continueranno ad andare avanti a parlare con le persone.

Ci aspettano giornate importanti: la Cina si sta impegnando nella risoluzione del conflitto ucraino, vede male questa guerra dove perde in commercio, non tutti sono d’accordo con la posizione cinese, ma l’importante è il dialogo. La presenza di Biden a Kiev è stata criticata dai cinesi: questo viaggio provocherà reazioni pericolose – riporta un tabloid cinese.
I cinesi hanno un problema di leadership con gli Stati Uniti, ognuno si guarda con sospetto in questo momento dove la pace viene mostrata debole, specie da chi ha interesse a portare avanti una guerra, ma invece è una dimostrazione di forza tra i paesi.

27 dicembre 2022

Report – la situazione della guerra in Russia, le sanzioni aggirate e la propaganda

Cosa ne pensano i russi della guerra, come agisce la macchina della propaganda per silenziare l’opposizione e le voci di dissenso. E poi, come si aggirano le sanzioni, specie nel mondo degli sponsor del calcio italiano.

Questi gli argomenti dei primi servizi di Report in questa puntata post natalizia.

LA MATRIOSKA DELLE SCOMMESSE di Lorenzo Vendemiale

La guerra ha interrotto il campionato di calcio ucraino ripartito a ottobre, per dare morale alla nazione: ma gli stadi sono blindati e le partite si giocano solo a Kiev.
“Giocare in queste condizioni è molto difficile” spiega l’allenatore del Kryvbas “siamo lontani da casa e senza i nostri tifosi, gli allenamenti vengono continuamente interrotti dagli allarmi antiaereo. Dopo le gare anziché riposare siamo costretti a lunghe trasferte in pullman, ma siamo comunque dei privilegiati.”
A parlare così è
Jurij Vernydub che un anno fa allenava in Moldavia ed era diventato famoso per aver battuto il Real Madrid: quando è scoppiata la guerra non ci ha pensato un secondo a mollare tutto: “dovevo tornare, il resto non aveva senso. Nei primi mesi ho combattuto con la 152 esima divisione, ora sono di nuovo in panchina, spero di regalare un sorriso ai tifosi che sono al fronte.”

Dopo l’annessione della Russia di alcune regioni, molte squadre sono scomparse, sebbene siano ancora considerate parte del calcio ucraino: in questo paese è una questione di orgoglio nazionale continuare a giocare nonostante la guerra e le bombe russe, è una fiamma accesa sulla resilienza ucraina.
Forse nel 2030 i campionati mondiali si potrebbero giocare in Ucraina, sarebbe un bel segnale.
Ma Report, mentre cercava di raccontare questo campionato di calcio, ha scoperto che ci sono società russe che scommettono sul campionato ucraino: sono società che fanno da sponsor alle squadre di calcio italiane, nonostante le sanzioni.
Francesco Baranca, responsabile trasparenza del calcio ucraino,
racconta a Report questa incredibile storia dei bookmaker russi, come 1XBet, la quale nei mesi passati ha cercato di aprire un business addirittura in Ucraina, passando attraverso una società ponte.
Il pericolo è la raccolta di dati personali
di società poco trasparenti e per questo il blocco di queste società di scommesse è una questione di sicurezza nazionale per il governo Zelensky: dietro 1XBet c’è un labirinto di società, una matrioska, tutte aziende in paesi offshore.
A Curacao 1XBet è stata colpita da sentenza di bancarotta, alcuni giocatori che avevano vinto e si sono visti bloccare le vincite dai giudici dell’isola.
Dietro 1XBet ci sono tre imprenditori russi
(che oggi negano di essere i veri proprietari): oggi è sbarcata in Italia, con un manager cipriota nato nella stessa città dei tre imprenditori che l’hanno fondata, il sito italiano ha regolare licenza e questo bookmaker si era infiltrato nella Serie con le sponsorizzazioni: sono sponsor ufficiali che si vedono solo all’estero (per una norma del DL - Dignità).
Dalla Russia arriva anche LigaStavok: la federcalcio ucraina
dopo aver visto questo sponsor associato al calcio italiano ha scritto una lettera di protesta contro la Serie A, che però si dissocia dicendo che sono solo contratti a singole società di calcio.

La Lega di serie A non si è fatta problemi, non si è preoccupata di chiedersi da dove arrivano i soldi. Le altre squadre di calcio, tra Lazio, Udinese, Empoli, continuano ad accettare soldi dalla LigaStavok. Un bel modo di aggirare le sanzioni.

LA BATTAGLIA DI MOSCA di Manuele Bonaccorsi

Come funziona la macchina del consenso in Russia? La macchina della propaganda non smette mai di fermarsi, come il 30 settembre quando Putin ha annunciato l’annessione delle regioni ucraine conquistate.
Spirito nazionalistico, la verità è con noi, gli ucraini sono nostri fratelli: sono questi gli argomenti usati dalle star sul palco della piazza rossa.
Le proteste? Ci sono, ma da parte dei traditori –
racconta una signora in piazza a festeggiare.
La propaganda è dappertutto, nelle vie, nella musica alla radio, nella narrazione della seconda guerra mondiale.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è nato un sentimento a favore della guerra – racconta a Report un intellettuale “moderato” del think thank
Valdai.
Secondo l’ala moderata di Mosca, la guerra si poteva evitare: la Russia chiedeva maggiore autonomia nelle regioni russofone, accordi commerciali
e mantenere la lingua russa.
Report ha ricevuto dei documenti inviati da Lavrov a Francia e Germania
lo scorso anno dove puntava il dito contro delle leggi approvate in Ucraina nel 2021.
Il giornalista ha intervistato una parlamentare della Duma che nel 2011 aveva protestato contro i brogli fatti da Putin, ma che oggi è schierato a favore dell’invasione, perché – testuali parole – ha finalmente risolto la questione in Donbass.

E questi sono i moderati, ma in Russia ci sono anche i falchi, come il comandante del gruppo Wagner, o altri giornalisti che si dicono indipendenti, che hanno criticato il ministro della difesa russo: spingono perché la Russia usi in modo più massiccio le sue forze militari in Ucraina. Sembra strano, ma molti in Russia pensano veramente che la guerra in Ucraina sia giusta.
C’è da stare poco allegri, seguendo le posizioni dei moderati, che oggi sono stati messi in un vicolo cieco, dei falchi o di quelli che sono all’opposizione ma che sulla guerra sono vicini alle posizioni di Putin.
In questi anni gli accordi di Minsk non sono stati rispettati del tutto: Lavrov aveva stigmatizzato il comportamento ucraino nel 2021, che impediva il russo nelle regioni russofone e impediva a candidarsi a chi aveva collaborato nelle regioni indipendentiste, dopo che l’Ucraina aveva preso controllo giuridico su queste.
Il dialogo tra Russia e Europa saltò nel novembre 2021, la stessa Merkel ha riconosciuto che in questi anni si è solo armato l’Ucraina.

Ma oggi i civili che percezione hanno della guerra?

A Mosca la guerra sembra lontana, studenti e lavoratori specializzati stanno con la guerra e con Putin: alcuni sono contrari, certo, ma sostengono il paese.
La maggior parte dei militari arrivano dalle regioni povere, lontano da Mosca: alcuni di loro sono volontari, sono convinti di vincere la guerra o, meglio, sanno che durerà a lungo e alla fine che nessuno potrebbe vincere.
Gli ucraini sono fratelli – dicono i soldati in partenza per il fronte – vogliamo solo giustizia: eppure continuano a bombardare i loro fratelli.
I giornalisti che si permettono di criticare la guerra e Putin rischiano al galera: chi vuole opporsi sceglie la clandestinità, usando Telegram oppure appendendo volantini nella città.

Ma questa opposizione preoccupa poco il governo, tanto da tollerare drappelli di sparuti rappresentanti dell’opposizione si ritrovino in piccoli gruppi nelle piazze della capitale.

Il grado di apprezzamento di Putin è calato di poco dopo la guerra che viene percepita dal mondo contro Putin, anche dopo la mobilitazione.
Molti oppositori,
quelli che avevano le risorse per farlo, si sono spostati in Georgia, unico paese dove possono entrare senza visto: da Tblisi possono protestare, cosa impossibile a Mosca, dove chi protesta prende una multa di mille rubli e poi il carcere.

In questo modo le voci di dissenso vengono silenziate, anche perché i giovani di Mosca della borghesia non sono stati reclutati e possono continuare a fare la loro bella vita.

Ma al fronte le cose sono ben diverse da come le vedono i giovani moscoviti nei bar: i soldati ucraini sono malvestiti, mal armati e perfino senza munizioni – racconta un servizio del NY Times: arrivano dalle regioni povere della Russia, nella periferia.
Questo ha sollevato critiche anche all’interno dell’esercito e perfino nell’amministrazione russa a Kherson, che ha invitato il ministro della difesa a spararsi.
I russi hanno sopravvalutato le loro capacità:
ma le sanzioni economiche quanto hanno fiaccato la Russia?
Nei supermercati si trova di tutto, anche prodotti esteri: nelle vetrine dei marchi di moda c’è un messaggio che indica di chiamare un numero telefonico, si possono ordinare i prodotti esteri in altro modo.
Le sanzioni non funzionano in Russia, il sistema finanziario si è stabilizzato: i prodotti ad alta tecnologia sono stati sostituiti da prodotti meno sofisticati, Mc Donald è stato acquistato da imprenditori russi, con lo stesso prodotto.
Ci sono problemi con la meccanica, ad esempio nella grande fabbrica di trebbiatrici della Rostelmash, che comprava forniture dalla Germania.
Ma le forniture alla Russia continuano ad arrivare, anche dall’Italia,
magari facendo delle triangolazioni con l’India: nonostante questo le aziende italiane hanno perso il 19-20% di export verso la Russia - racconta il rappresentante delle aziende italiane che hanno rapporti con la Russia Vittorio Torrembrini, si parla di miliardi.
Sono aziende che vendono prodotti alla Russia, come la Ferrero: non vogliono passare per putiniani,
“cosa dovrebbero fare allora le aziende che vendono in Cina?”.
Il PIL russo ha perso il 3,4%, l’inflazione è cresciuta:
di fronte alle sanzioni la Russia ha cercato nuovi mercati, ha costruito un nuovo gasdotto per portare il gas in Cina, tutto questo insegna che in un mondo globalizzato se le sanzioni non lo sono, sono armi spuntate.
In Russia aggirano le sanzioni usando triangolazioni con paesi terzi, usando internet.
Ma mancano a noi le materie prime dalla Russia: nel servizio di Michele Buono si propone di andarle a ricercare nelle miniere che abbiamo creato noi, le nostre città.

MINIERE URBANE di Michele Buono

Ricicliamo i rifiuti per estrarre tutte la materie che servono dagli scarti, cercando di limitare al minimo i rifiuti.
Significa ridurre sprechi, ridurre il consumo di fonti fossili, ridurre il costo della bolletta e ridurre le emissioni nell’ambiente.
Centrali che riciclano le energie come quelli per il biometano, cogeneratori alimentati a biometani, edifici vecchi gestiti in modo intelligente con algoritmi che pilotano l’accensione di caldaie e elettrodomestici.

Cosa ci manca? Non le competenze, ma la volontà politica che deve aiutare le aziende che stanno lavorando in questo settore per togliere la burocrazia inutile.

Per sviluppare comunità energetiche come quella di San Giovanni a Teduccio (sponsorizzato da una fondazione privata, non dallo Stato o dalla Regione).
Per recuperare metalli dai rifiuti di apparecchiature elettriche, come fanno all’Enea a Roma: una scheda elettronica contiene oro, rame, argento e stagno.
Le terre rare si recuperano si recuperano negli hard disk dei nostri computer, anziché andare ad estrarle e trattarle dalla terra.
Servirebbero almeno cinque impianti idrometallurgici come quello dell’Enea per recuperare metalli preziosi ma, cosa ancora più importante, servono strutture distribuite sul territorio che raccolgono questi apparecchi elettronici, come hanno fatto a Portici con un esperimento purtroppo finito.

Questi apparecchi oggi rischiano di essere dispersi nell’ambiente: oltre alla perdita dei materiali, c’è anche un rischio ambientale.

C’è poi la plastica, che impiega 100 anni a biodegradarsi: a Brescia la riciclano, dando nuova vita a plastica gettata nei rifiuti, la plastica vergine si crea col petrolio, per ogni kg riciclato si evita di emettere 1,2 kg di co2.
In
Italia produciamo 6 tonnellate di plastica l’anno e ne ricicliamo solo 1: servirebbe creare una rete di raccolta nazionale per la plastica (e lo stesso per il recupero delle schede elettriche ed elettroniche), per dare una certezza agli impianti che fanno riciclo.