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15 ottobre 2023

Report – la collezione di Berlusconi e la fine della sanità pubblica

Il collezionista di Luca Bertazzoni

L’eredità di Berlusconi vale 4-5 miliardi, dopo la morte il controllo è nelle mani dei figli maggiori, la famiglia diventerà titolare del credito nei confronti di Forza Italia, ma sono soldi che non verranno chiesti indietro.

Nel testamento ci sono tre lasciti, al fratello alla Fascina e a Dell’Utri: dell’eredità ottenuta da Berlusconi nessuno ne ha voglia di parlare, i figli hanno chiesto di non pagare le tasse di secessione, usando una legge che lo consente (per chi eredita quote societarie). C’è il patrimonio immobiliare, infine un hangar di fronte alla villa di Arcore che contiene i quadri acquistati da Berlusconi stesso.

Acquisti comprati alle aste notturne che hanno fatto felici i venditori napoletani: voleva diventare il collezionista più grande d’Italia, oggi tutti i quadri sono custoditi in un hangar ad Arcore che contiene 25mila quadri e altri oggetti d’arte.

Molti di questi sono stati comprati da un venditore di Arzano, vicino Napoli: le prime telefonate ricevute furono scambiate per uno scherzo, racconta Giuseppe De Gregorio, il titolare della casa d’aste, ma poi è nato un rapporto di amicizia e di affari andato avanti per tre anni.

Quando a Napoli si sparse la voce che Berlusconi comprava opere, spuntarono tanti televenditori e galleristi più o meno improvvisati.

A volte, racconta un gallerista, Berlusconi prenotava tutte le opere presentate durante una televendita, spendendo da 20 a 30 mila a serata.

Quadri che poi Berlusconi voleva far periziare a Sgarbi, ma erano perizie impossibili: il cavaliere chiese aiuto all’ora al televenditore Lucas Vianini, che si insediò per due anni a Villa Gernetto. Nell’hangar di Arcore Vianini iniziò a catalogare tutte le opere: dal Napoleone in trionfo, l’amore per le sue città preferite da Parigi a Napoli. Berlusconi era felice quando introduceva i suoi ospiti in questo hangar, che è costato a Berlusconi 20 ml, “poteva fare una raccolta di 100 quadri bellissimi”.

Invece si è accontentato da tante imitazioni prese in un momento di bulimia notturna: Sgarbi racconta che ad un certo punto si è accorto che Berlusconi era stato circuito da questi venditori, tanto da parlarne coi figli.

Ora anche l’hangar finirà nelle mani dei figli: 25 mila croste dichiarate le chiama Sgarbi.

La stiamo perdendo! di Claudia Di Pasquale

Lo scorso anno il presidente Fontana e l’assessore Moratti hanno inaugurato in Lombardia diverse case di comunità: Report aveva dedicato un servizio a queste strutture, scoprendo che spesso erano vuote, senza medici, con la guardia medica che non sempre era presente.

A Borgo Palazzo, ad esempio in provincia di Bergamo: i medici di continuità assistenziale presenti nella struttura non sono in grado di coprire tutti i turni, si parla di un medico che deve coprire 200 mila pazienti.

Dovrebbero essere in 220 i medici, uno ogni 5000 abitanti, invece sono molti meno, esponendoli anche a rischi legali che molti di loro non vogliono affrontare.

Arriveranno ora 2 miliardi dal PNRR dedicati alle case di comunità, anche le Hub, quelle aperte 24 ore al giorno: la Lombardia è quella che ne ha inaugurate di più, ma capire qual è la situazione è difficile, perché l’assessore Bertolaso ha mandato un sms alle ASST, invitando a non dare informazioni a Report, sapendo che stava preparando un’inchiesta.
Report, nel passato servizio sulle case di comunità, aveva scoperto che i medici non erano presenti nelle strutture, facendo venire meno la funzione per cui sono previste: oggi hanno smesso di inaugurarle queste case. Cosa è cambiato in un anno?

A Zanica niente medici, lo stesso a Zogno e a Soriate: a Dalmine è stata aperta una casa di comunità, ma anche qui nessuno risponde al citofono della guardia medica.

Chiamando al numero unico 116117, rispondono che non c’è servizio da nessuna parte nella zona: a Bergamo non c’è presidio medico la notte.

In Val Brembana, il sindaco di San Pellegrino si è lamentato di non sapere i turni della guardie mediche: ci sono sedi di guardia medica che sono state aperte per pochi giorni al mese, oggi si pensa di tagliarle ancora e di ricorrere alle televisite.

Alla ATS di Bergamo non hanno voglia di rispondere alle domande di Report: rivolgetevi all’ufficio di comunicazione risponde il DG della ATS.

E dunque come la mettiamo con le inaugurazioni delle case di comunità? Quella di Ponte San Pietro è stata aperta dove c’erano già servizi, hanno creato nuovi ambienti per certificare che fosse una casa di comunità, ma il punto prelievi è al buio e il punto infermieristico è chiuso.

Tutto chiuso, tutto materiale nuovo, ma mancano i requisiti per essere accreditato come presidio: ma a Ponte San Pietro c’è il policlinico del gruppo San Donato, sempre il San Donato ha aperto l’ambulatorio ad accesso diretto, impropriamente chiamato pronto soccorso perché si occupa solo di casi lievi: l’accesso diretto, senza fila, costa però 149 euro.
La
giornalista di Report ha raccolto la testimonianza di Stefania Popi: nel 2022 il padre inizia a sentirsi male, febbre, tosse stizzosa, sensazione di soffocare, inappetenza, un peggioramento generale. Per capire cosa avesse il medico di base ha prescritto più volte il ricovero in ospedale e Stefania ha portato più volte il padre al Pronto Soccorso, ma non è mai riuscita a farlo ricoverare.

L’Humanitas per più volte ha rifiutato il ricovero, e così alla fine hanno deciso di farlo ricoverare a pagamento, sempre in Humanitas: in cinque giorni hanno finalmente scoperto finalmente cosa avesse il padre. Aveva una endocardite, una brutta infezione che doveva essere necessariamente curata in ospedale per tanto tempo. I 5 giorni di ricovero a pagamento sono costati 13 mila euro alla signora Popi: non potendosi permettere altri giorni in ospedale, Stefania fa dimettere il padre e lo riporta al pronto soccorso dell’Humanitas per farlo finalmente accedere al servizio sanitario pubblico.
Per spostare il padre ha dovuto pagare l’ambulanza, pagando altri 120 euro, per farlo scendere al primo piano e percorrere pochi metri fino al pronto soccorso.

Intanto a Milano Bertolaso annuncia l’aumento delle guardie mediche: peccato che questi ambulatori chiudano al massimo a mezzanotte. In via Monreale, nella ex sede del consultorio ne è stata aperta una: i lavori di ristrutturazione sono costati 1 ml, realizzando postazioni per CUP e per le funzioni di scelta e revoca.
Ma andando al CUP si scopre che qui è tutto chiuso, la guardia medica attivata l’estate è a scartamento ridotto, la domenica fino alle 21. Di fronte alla casa di comunità c’è la clinica San Siro del gruppo San Donato dove basta pagare e c’ è tutto. Report ha intervistato la signora Maria Luisa che era incinta e il Ssn non era in grado di offrirle una visita ginecologica, con la motivazione di una lista chiusa, bloccata, non prenotabile. Nemmeno al San Raffaele (sempre san Donato), dove però a pagamento si sceglie anche la tariffa.

Altra inaugurazione a Crema, questo gennaio: manca ascensore, parcheggio, ma va bene così: la sede a Crema è ancora nel mezzo dei lavori di ristrutturazione, che finiranno nel 2024, ma l’inaugurazione è stata fatta lo stesso. Come anche a Casal Maggiore, dove la casa di comunità non è aperta sette giorni su sette e dove mancano i medici.

La Corte dei Conti regionale nel rapporto dice che su 89 case di comunità solo 19 avevano il pediatra e meno della metà i medici di base.

L’assessore risponde che dipende da come uno vuole vedere le cose: le case sono state inaugurate dove erano presenti già strutture ambulatoriali.

Oppure sono case di comunità aperte in una struttura privata, si paga l’affitto al privato, ma in via temporanea: è quello che è successo a Baggio o a Soresina.

E che dice il presidente Fontana?
Alle domande di Report nemmeno lui risponde: 51 case di comunità inaugurate, anche quella di Soncino dove è stato inaugurato un ospedale di comunità dal ministro Giorgetti e dall’onorevole Comaroli.

Ma Comaroli è a capo di una fondazione che prende soldi dalla ASST per gestire la casa di comunità: è questo il futuro delle case di comunità, ovvero essere gestite da privati, magari legati alla politica regionale?
La deputata Comaroli racconta che non paga l’affitto al comune, per usare le strutture dove svolge le sue funzioni: il marito della Comaroli è vicesindaco del comune di Soncino, amministrato da Forza Italia, che ha concesso questa concessione per 30 anni alla deputata…

Sembra un feudo elettorale - il commento di Claudia di Pasquale: anziché potenziare il pubblico, anziché prendere nuovi medici, oggi si usa la scusa della mancanza del pubblico per colmarla col privato. Che gestisce gli ospedali di comunità, che prenderà i soldi del PNRR che la stessa politica dovrà decidere dove mettere questi fondi.

La previsione di spesa sanitaria è in diminuzione rispetto al PIL: dal 6,2 arriveremo al 6,1% nel 2026, la Germania investe circa l’11%. I numeri sono questi e parlano chiaro.

Ma si parla già di ridurre ospedali e case di comunità: rimarranno solo pronto soccorsi a pagamento?

In Liguria la situazione è ancora peggiore: il territorio è vasto e montuoso e la chiusura degli ospedali e dei presidi costringe i malati a muoversi per le cure.

Ad Albenga c’è sempre stato un ospedale con pronto soccorso, oggi è tutto chiuso, dentro trovi senza tetto, criminalità.

È stato venduto negli anni 2000 dall’imprenditore Nucera, oggi è sotto la tutela di un curatore fallimentare: la regione aveva deciso di costruire un ospedale moderno vicino l’aeroporto, costato 152 ml di euro. Fu inaugurato da Burlando, ma costruito dal centro destra che poi però ha iniziato subito a demolirlo: il nuovo ospedale è stato chiuso, la gestione dei reparti è stata affidata a dei privati, altri reparti sono stati chiusi.

Potrebbero esserci 200 posti letto ma ce ne sono 70: l’assessore ligure racconta che si pensa di affidarlo a dei privati, “lei vede i privati come fossero dei demoni” si difende l’assessore.

Anche qui, come in Lombardia, la politica sta facendo passare l’idea che sia normale che il privato colmi le lacune del pubblico, volute dalla politica.

I caso gravi da Albenga vengono spostati per 15 km fino all’ospedale Santa Corona a Pietra Ligure: al pronto soccorso le barelle affollano il corridoio, e si viene invitati ad andare nella casa della salute che dovrebbe essere aperte tutti i giorni. Ma in realtà sono vuote: la regione non dà più contributi alla casa della salute di Albenga, col risultato che deve rimanere chiusa.

La situazione più critica è quella di Savona dove c’è solo un punto nascita, tanto che partorienti devono far nascere i bambini in autostrada. Tutto normale per l’assessore, che a Report spiega che costruiranno nuove strutture per ginecologia solo quando avranno mezzi.

La signora Sabrina ha subito sulla sua pelle i tagli alla sanità: il padre ha il morbo di Crohn, una grave infiammazione cronica dell’intestino, veniva curato ad Albenga, poi a Pietra Ligure e poi è dovuto andare fino a Savona, a un’ora di macchina, due e mezzo se c’è traffico.

Il sindacato ha denunciato le lunghe d’attesa: 220 giorni per una colonscopia, 170 per una tac all’addome. L’assessore risponde a Report che i cittadini liguri non sono privati dei servizi, dando la colpa al covid. Ma sono i cittadini, che devono aspettare un anno per una visita per un’ernia, a pagare questi tagli: la regione Liguria è all’ultimo posto per il recupero degli interventi post covid, nonostante la regione abbia ricevuto dallo Stato un finanziamento da 13 ml di euro, per ridurre le liste di attesa.

In Liguria chi può, si sposta di regione per curarsi: per la mobilità extra territoriale la regione spende 52 ml di euro.

A La Spezia l’ospedale Sant’Andrea serve una comunità vasta di pazienti: Report ha mostrato lo stato di alcune sale, ammuffite dall’umidità.

Il reparto di neurologia ha delle crepe ma è tutto l’ospedale che non sta bene: la regione assicura che stanno facendo manutenzione, in modo rattoppato e aggiunge che costruiranno un nuovo ospedale fuori la città: del nuovo Felettino se ne parla dal 1993, sono state posate tante prime pietre, l’ultima quella di Toti nel 2016. L’appalto è stato aggiudicato dalla ditta Pessina, che però si è subito fermata nei lavori: la loro proposta di variante è stata bocciata dalla regione, che oggi è in causa col costruttore, chiedendo dei danni.

Il nuovo ospedale, con un nuovo bando, ha un costo superiore a quello vecchio per quasi 100 ml (264 ml, rispetto ai 177 del vecchio progetto): chi ha vinto il bando si prenderà anche il servizio, che verrà pagato dall’ATS.

La società che ha vinto l’appalto è sotto indagine a Trento: ma all’assessorato sono tranquilli, ci penserà la magistratura.

A Genova c’è l’ospedale Galliera: il pronto soccorso è affollato, perché da 1800 posti letto si è passati a 413 posti. Ci sono padiglioni che sono stati trasformati in ambulatori per attività di intramoenia. Anche qui si parla del nuovo Galliera, che prenderà il posto del padiglione C: i posti letto sono 404, ma si teme che qui apriranno servizi privati, centri commerciali, appartamenti.

Nel frattempo il costo del nuovo Galliera è aumentato, non ci sono soldi per fare manutenzione al vecchio Galliera.

Nella val Polcevera doveva nascere il nuovo ospedale di vallata, ma alla fine qui si realizzerà un nuovo polo della logistica: per realizzare un ospedale che non si farà sono state chiuse delle strutture.

Si parla anche di un nuovo ospedale sulla collina degli Erzeni: ma quell’area è oggi usata come area di parcheggio dei furgoni e dei container della società di logistica che era interessata al progetto.

A Rapallo hanno inaugurato un nuovo ospedale: il pronto soccorso è chiuso perché, rispondono dall’assessorato, non serve per l’ospedale.

Senza le risorse si rischia di fare la fine di Napoleone – spiega l’assessore: ma le risorse del PNRR non basteranno a soddisfare le richieste dei cittadini. Perché come in Lombardia, anche in Liguria, mancano medici e infermieri, ma nel piano regionale non si parla di questo problema.

La scusa perfetta è sempre la stessa, manca il personale: ma la colpa è sempre degli stessi politici in regione e a Roma, che non vogliono investire nella sanità pubblica.

I fondi del PNRR verranno spesi per progetti vecchi e costosi, come il Galliera a Genova o il nuovo ospedale a La Spezia.

A Bordighera c’è solo un punto di primo intervento: qui Adriano e Laura si sono rivolti per un problema della madre, che il medico dell’ospedale ha diagnosticato come problema gastro intestinale. Ma dopo pochi giorni la signora muore.

Il medico si stava specializzando in urologia, la norma consente che ci siano specializzandi nel punto di primo intervento: la signora ha ricevuto solo un elettrocardiogramma, servivano altri esami e i figli hanno fatto causa.

Il punto è preso in gestione da una società privata che fa capo al gruppo Sansavini: sarà la magistratura a far luce su quanto successo.

L’erosione del servizio pubblico parte da lontano, da De Lorenzo, alla Bindi fino alle chiusure degli ospedali nata con la riforma Lorenzin: oggi il governo ha di fronte due scelte, o finanziare il taglio all’Irpef o finanziare la sanità pubblica, cosa sceglierà?

28 marzo 2023

Presadiretta – salviamo la sanità pubblica

Chissà se il decisore politico si è visto i vari servizi della puntata di Presadiretta dedicata alla sanità pubblica: domanda oziosa, il grido d’allarme di Riccardo Iacona “salviamo la sanità pubblica” non era certo rivolto alla politica che, come si è capito, ragiona in modo molto più lucido e razionale dei cittadini, troppo emotivi per prendere delle decisioni sul loro futuro.

Beh, almeno adesso, non possiamo dire che non sapevamo: il futuro di questo paese passa anche dal servizio sanitario pubblico.

Presadiretta ha sentito Gilberto Turati e Barbara Polistena per capire quanti soldi servirebbero per recuperare l’aumento dei prezzi causati dall’inflazione.
Servono nuovi fondi pubblici, almeno 15 miliardi, perché si possono ottimizzare i servizi, per esempio diminuendo il caos nei pronto soccorso ma serve la sanità territoriale.
Per avvicinarci alla spesa sanitaria degli altri paesi europei servirebbero almeno 50 miliardi di euro: se non investiamo nel servizio dovremmo rivedere il concetto di universalità del servizio, meno cure, meno medicinali, meno prestazioni.

In studio era presente Nino Cartabellotta del Gimbe: oggi rispetto alla media Ocse siamo al di sotto, siamo al livello dei paesi dell’est e dei paesi dell’Europa meridionale, per colmare il gap con la media Ocse servirebbero 12-13 miliardi strutturali in più.
Se la sanità è un valore va finanziata: è la più grande conquista sociale, se lo perdiamo rischiamo di arrivare ad un disastro sociale e della stessa democrazia.
Altrimenti se si vuole continuare così, si potrà solo abbassare gli standard, tagliando i servizi: già oggi c’è un gap enorme tra le regioni sui livelli dei servizi e sulle liste di attesa, come se ci fossero due paesi in Italia.

11% di italiani oggi rinunciano alla cura, perché la cura sanitaria è sempre più costosa: questa è la verità, in questo vuoto si inseriscono i privati, come le assicurazioni e il privato.

Come spediamo i soldi per la sanità privata?

Nel 2021 gli italiani hanno speso 37 miliardi per spese sanitarie nel privato, come?
Presadiretta ha seguito il caso di un pensionato nel Lazio: l’operazione per la cataratta è stata fatta in privato, subito, mentre dal pubblico c’erano liste di attesa lunghe, le macchine non funzionavano..
Come sono le liste oggi per l’altro occhio del pensionato? Siccome ci sono anziani che sono peggiorati peggio di lui, il signor Guido deve aspettare, altrimenti se vuole fare l’operazione subito deve andare dal privato, questo gli dicono dall’ospedale.
Lo stesso vale per le riabilitazioni dopo un intervento ortopedico: ci sono solo strutture privato perché il pubblico non da servizio. A questo punto chi può si fa l’assicurazione: come funziona il sistema sanitario nelle cliniche di eccellenza a Roma?
I pazienti, visitati da Presadiretta, sono in larga parte assicurati, non hanno nemmeno provato a sentire il CUP, sono andati direttamente dal privato con l’assicurazione, facendo così magicamente calare le code di attesa del pubblico.
5 miliardi è la spesa sanitaria attraverso le assicurazioni, per la maggior parte fatte dalle aziende per i propri dipendenti: sono soldi spesi per esempio in analisi di risonanza, dove il privato può investire in nuovi macchinari.
Ma anche l’ecografia e la mammografia sono esami fatti dal privato: il costo della singola operazione dipende in larga parte dall’assicurazione, ovvero ci sono prezzi diverse in base all’accordo.
Le assicurazioni crescono nella salute: lo dice serenamente di Unisalute, gruppo Unipol, perché purtroppo il sistema non può coprire tutto.
Fa gola questo sistema al privato che, come racconta la responsabile di Artemisia, è giusto che la diagnosi sia fatta dal privato perché il pubblico deve occuparsi dei soli casi gravi.

Ma questo sistema ha un costo per lo stato: le assicurazioni hanno dietro degli sgravi, in più le polizze fiscali non sono universali, dipende dall’assicurazione accettare il rischio o meno.
Sarebbe un ritorno al passato, quello che auspicano le assicurazioni e i centri privati: lo pensano sia il dottor Ramuzzi che il dottor Geddes, col passaggio alla sanità privata e le assicurazioni si è eroso il sistema sanitario pubblico, che ha il pregio di togliere ai cittadini la preoccupazione di cosa fare quando si è malati. Senza la sanità pubblica perdiamo quello che è di più caro alla nostra democrazia.

Stiamo passando dalla tutela della salute al mercato della salute, se passasse il modello di cui ha parlato il consigliere dell’Ivass: è un modello per cui per il lavoratore non cambia nulla, guadagnano le assicurazioni e la sanità privata, perde il pubblico con le detrazioni.
Dovremmo fare una battaglia per il servizio sanitario nazionale come dovremo fare una battaglia contro l’autonomia differenziata, la nostra Brexit – così la definisce Isaia Sales, economista. L’autonomia sarebbe il colpo di grazia per la sanità delle regioni del sud: ci sono già oggi gravissime disuguaglianze tra sud e nord (lo ha raccontato Presadiretta nei servizi), cosa succederà dopo l’autonomia, con l’Italia del nord che potrà correre di più rispetto alle regioni del sud?

Dobbiamo scendere in piazza noi cittadini, non possiamo delegare ai politici la difesa del sistema sanitario nazionale – questo l’ultimo appello di Cartabellotta.

06 dicembre 2022

Report – quello che non abbiamo imparato dalla pandemia

Dopo due anni di pandemia l’Italia punta a rafforzare la sanità territoriale con i 3 miliardi del PNRR, destinati alle case di comunità: ma chi ci lavorerà dentro?
In Lombardia ne stanno inaugurando tante, anche perché l’anno prossimo si vota.

Nell’anteprima dei documenti esclusivi sulle case di Ischia di cui report è entrata in possesso

Il fango su Ischia - R-Ischia

Fango, devastazione, macerie lungo le strade. E gente con in mano badili, secchi da svuotare: Ischia sfregiata dalle frane, dall’abusivismo, da chi ha voluto i condoni. In tanti hanno usato Ischia per battaglie politiche personali, contro quel politico o partito.
L’abusivismo in questa vicenda non c’entra – racconta il servizio di Report – perché la frana si è staccata in un punto non toccato dal cemento, in una zona dove le mappe escludevano rischi di frane e rischi idrogeoligici.
Ma le mappe sono affidabili?
Una parte del monte Epomeo si è staccato per le forti pioggie e si è abbattuta sulle case della zona alta di Ischia: le mappe idrogeologiche dovevano essere aggiornate dalle autorità di bacino, ma il quartiere di via Celario non era zona a rischio, almeno prima del 26 novembre.
Gli immobili che sono venuti giù erano regolari, sebbene condonati: se il piano avesse messo quelle case in zona rossa sarebbero state messe in lista per l’abbattimento.
I livelli di rischio idrogeologico indica quali case sanare da abusi e quali no, dove non costruire e dove costruire case: le autorità di bacino che devono aggiornare le mappe sono enti legati al ministero dell’ambiente.

Il piano di Ischia è stato aggiornato nel 2010, con poche modifiche sostanziali dal 2002 senza fare importanti analisi sul campo: in questi 20 anni qualche geologo è salito sulla montagna in cima ad Ischia per verificare se le mappe fossero da aggiornare? Pare di no, perché manca del personale – racconta la direttrice dell’autorità di bacino.
Ci sono 70 tecnici per 78mila km quadrati: ma negli ultimi anni le tecniche della geologia sono cambiate, i piani dovrebbero essere continuamente aggiornati, le mappe che abbiamo sono adeguate per il 2002 e non per il 2022, racconta a Report un geologo.
Il problema è che questa mappe sono arrivare al commissario Legnini: aveva previsto un piano per la ricostruzione, che indicava quali case abbattere. Le case su cui si è abbattuta la frana non erano a rischio.
Bisognerà approfondire – spiega l’ingegner Loffredo, subcommissario: ma per far cambiare le cose, per aggiornare le mappe serve sempre la tragedia.
Come per il piano pandemico che l’Italia non aveva aggiornato da anni e poi si è visto cosa è successo.
Avremo il coraggio di abbattere le case a rischio ad Ischia, sapendo che stiamo salvando delle vite?

CAOS PRONTO SOCCORSO di Chiara De Luca

A Torino nei pronto soccorso i malati chiedono aiuto perché abbandonati, chiedono aiuto anche ai giornalisti di Report.
Malati ammassati nelle corsie, perché mancano barelle e posti: gli ospedali sono pieni e cercano di mandare pazienti altrove.
Alla centrale operativa del 118 arrivano sempre più spesso questi fax: “a causa dell’elevato afflusso di pazienti verso il DEA [..] e all’assenza di posti letto e di barelle si invita ad inviare eventuali urgenze in altri presidi.” Gli ospedali sono pieni e cercano di inviare i pazienti altrove.
“Gli ospedali segnalano le loro difficoltà” racconta a Report Stefano de Agostinis infermiere della centrale operativa di Torino
“nel ricevere pazienti e lo fanno attraverso i cosiddetti fax, ma sono consultivi e non vincolanti. Quindi se abbiamo la necessità di mandare pazienti in ospedale e siamo costretti a farlo continuiamo a farlo. ”

Senza spazio i pazienti rimangono nei corridoi, appiccicati, anche per 3 o 4 giorni: è la norma dice un infermiere, anche se la regola dice che i pazienti dovrebbero stare al massimo 8 ore.
Sono spesso pazienti già visitati dai medici e che però non possono essere spostati dentro i reparti, sebbene abbiano bisogno di cure: la regione Piemonte ha tagliato 2000 posti letto, dal 1997 al 2020 i pronto soccorso sono passati da 61 a 26.
Altro che comfort albergliero, di cui parla il commissario della ASL intervistato da Report: i pazienti hanno diritto a delle cure dignitose, lavorano male anche i medici stessi.

La regione Piemonte ha messo in pista l’azienda 0: aveva ricevuto 87 milioni nel 2021 per rinforzare la sanità territoriale, hanno reclutato dei medici “a tutto campo”, ma in realtà la regione non ha mai rendicontato in modo preciso su come sono stati spesi.

SANITÀ TERRITORIALE di Claudia Di Pasquale (finché c’è la salute)

Due miliardi del PNRR serviranno per costruire 1350 case di comunità, strutture aperte 24h dove il cittadino trova medici e infermieri per tutta l’assistenza che consentirebbe di non affollare più i pronto soccorso.
Altri soldi del pnrr serviranno ai 400 ospedali di comunità, reparti con 20 posti letti per le persone che non possono curarsi da soli a casa.
Report è andata a vedere cosa sta succedendo nelle regioni più colpite dal covid, Lombardia e Veneto, le regioni dove la sanità è finita sotto accusa per come non ha gestito la prima ondata del virus.
In Val Seriana come è cambiata la situazione ora? In alcuni comuni, come Castione, molti pazienti non hanno il medico di base e devono andare nei paesi limitrofi.
In alcuni casi i medici vengono prenotati dalle farmacie, che si dovevano spostare per km. Ma in molti casi i pazienti si sono rivolti al privato. Qualcuno ha smesso di curarsi per l’insofferenza di fronte a questa situazione.
A Presolana mancavano medici, così dopo tante proteste l’ASL ha mandato in questo paese dei medici, a turno: ogni volta un medico diverso.
Ma proprio nel bergamasco Fontana e Moratti hanno inaugurato a Gazzaniga una delle tante case di comunità: dovrebbero essere aperte, sabato e domenica, dovrei trovarci almeno un medico. Per evitare di andare in un pronto soccorso. Ma a Gazzanisa, nella casa di comunità appena inaugurata, di sabato chiude alle 14. Tornate il lunedì, dicono.
Ma il lunedì non ci sono medici, solo infermieri.
A Calcinate un’altra casa di comunità, ma anche questa è chiusa il fine settimana: un giorno ci saranno dei medici di base, ma al momento solo infermieri.
Nel 2018 l’ex assessore Gallera aveva inaugurato un presidio, prima dell’inaugurazione di Moratti e Gallera.

Questa inaugurazioni sono solo propaganda.

Sempre a Calcinate nel 2021 è stato inaugurato un hospice, una struttura gestita da una fondazione privata, la FERB, che è stata l’unica onlus a partecipare alla gara. Ma mancano medici, così sono costretti ad importarli dall’India.
La FERB prende i DRG dalla regione in cambio del servizio, attività ambulatoriali, posti letto in diverse strutture in regione.
LE liste d’attesa sono lunghe, ma se si prenota da privato i tempi di attesa sono veloci.
Si inaugurano le case di comunità dove una volta c’erano presidi territoriali, cambia solo la faccia ma non la sostanza.
A Bergamo città lo scorso febbraio Letizia Moratti e Attilio Fontana hanno inaugurato una casa della comunità a Borgo Palazzo, un luogo dove avviene “la presa in carico della persona prima ancora che del malato ..” racconta estasiato il presidente. E la Moratti, assessora al Welfare aggiunge “c’è un’equipe composta da medici, infermieri e assistenti sociali che accolgono le persone..”
Ma ci sono dei medici di famiglia all’interno di queste case di comunità inaugurate in provincia di Bergamo? A Borgo Palazzo non ci sono medici, ma solo la guardia medica, ma non sempre da appuntamento.
La direttrice della ASST Papa Giovanni parla di servizi di continuità assistenziale, che i medici arriveranno, ma alla fine se ne va via spazientita dopo le domande della giornalista.
L’importante è inaugurare, sono 32 le case di comunità col taglio di nastro dove dentro però mancano i medici, molte strutture che esistevano già, realizzate con soldi pubblici. E nel frattempo si sono chiusi ospedali e pronto soccorso.

Oggi i medici arrivano a dover gestire più di mille pazienti: in questi anni si è alzato il plafond, non si è investito in medici di base e non si possono obbligare i medici ad andare nei piccoli paesi nelle case di comunità sparse nel territorio.
E così alla fine la regione Lombardia ha deciso di colmare il gap col privato che è stato equiparato col pubblico.

Non ci sono medici di base nelle case di comunità - ha risposto un medico della provincia Paola Pedrini, perché “manca ancora l’accordo collettivo coi medici di famiglia in cui viene normata la loro presenza all’interno delle case di comunità. Quindi le case di comunità inaugurate, dove sono stati tagliati i nastri, in realtà stanno andando avanti a fare quello che prima veniva fatto anche prima quando venivano chiamate in altro modo.”

A Treviglio ci sono 8 medici, ci sono 10mila persone senza medico di base. Così il pronto soccorso è sempre affollato, dove lavorano sei medici: la carenza di personale è stata coperta con medici di altri reparti.
La regione non colma il settore pubblico per non fare concorrenza sleale col privato: è lo stesso CUP della regione che ti indirizza al privato, come ha spiegato il signor Gavazzoni.
È stato mandato all’Humanitas, con uno sconto al 50%, come al supermercato.

Giuseppe Remuzzi, dell’istituto Negri, ha criticato la scelta della regione di equiparare pubblico e privato: stanno facendo uno studio sulle case di comunità inaugurate in questi mesi, perché fatto troppo in fretta, non servono le targhe da mettere in posti dove non servono.
Giussano, Vimercate, Cesano Maderno: altre case di comunità inaugurate dove esistevano già strutture, dove mancano medici, dove trovi tutto chiuso il fine settimana.
Anche in Brianza mancano medici di base: i medici vanno in pensione e non vengono sostituiti, arrivano medici a rotazione e ogni volta si deve ripartire da zero.
Ci sono 3 ml di pazienti senza medico di base, ma per questo basta alzare il numero di pazienti per medici: si è nascosto il problema per anni, eliminando la formazione e la messa a ruolo di nuovi medici.
Così la guardia medica la fa il privato, come ha deciso di fare Sant’Agostino: per 45 euro ti danno quello che la costituzione dovrebbe garantire.

I padroni del Sant’Agostino sono le persone dietro un fondo di private equity del Liechtenstein.

A Milano lo scorso 21 dicembre 2021 è stata inaugurata la prima casa della comunità lombarda in via Rugabella, una struttura che, secondo Fontana, è una novità assoluta, dove si incontreranno medici di base, specialisti.
Di fronte alle telecamere l’assessora elencava i numeri
“sono già presenti 5 medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, 40 medici specialisti, 10 infermieri, sarà aperta 7 giorni su 7, 24 ore al giorno..”.
Ma in realtà, ha scoperto la giornalista, il medico della continuità assistenziale a mezzanotte chiude la struttura e se ne va via, altro che casa della comunità aperta h24, come scritto sul sito della regione.
I medici di base lavorano solo poche ore, lavorano sui loro assistiti e basta, su appuntamento.
Stessa storia a Villa Marelli, dove prima c’era un presidio ambulatoriale: qui se devi prenotare una visita ti rimandano dal tuo medico di base. A cosa serve allora la casa di comunità?
Secondo l’accordo firmato da regione e dalla federazione dei medici di base, i medici dovrebbero lavorare nelle case di comunità come lavoro aggiuntivo: i medici parlano di ore da dedicare, dalla distanza delle case di comunità. Il loro non è un lavoro ad ore, perché dovrebbero ragionare per ore – risponde un medico a Report.
I medici di famiglia sembrano ostili a questo progetto, come racconta anche l’ex ministro Livia Turco che anni fa aveva proposto qualcosa di simile: l’impressione è che queste strutture realizzate coi soldi pubblici siano pensate per essere usate dalla sanità privata o dalle cooperative di medici.

Come Medici Insubria: ogni anno prendono 1 ml dalla regione, di fatto sono equiparati al pubblico, con qualche vicinanza politici al centro destra, da Moratti a Formigoni.
Alla faccia della sanità pubblica.

E cosa ne dice l’ex assessora Moratti? Nessuna risposta, ai nostri politici la parola accountability non piace, non esiste nel loro vocabolario.
Ovviamente va peggio con Fontana:
l’ufficio stampa di Fontana ha stoppato ogni domanda. Perché rendere conto al cittadino del loro lavoro, in effetti?
La giornalista è stata anche accusata di fare teatro. Ma il teatro fino ad oggi è solo quello dei politici al taglio dei nastri.
Ma che vergogna che siete …

Hanno chiuso ospedali, hanno chiuso presidi sanitari, non hanno pianificato per tempo la sostituzione dei medici di base. Hanno messo delle targhe nuove su strutture vecchie, senza medici, senza una presenza di personale h24.
Ma non è un problema della regione, nemmeno i decreti ministeriali chiariscono quanti medici debbano essere presenti.
Tra sei anni 36mila medici di base andranno in pensione: come si risolverà il problema, come si metteranno i medici nelle case di comunità?
Entreranno i privati? Diventeremo tutti cittadini con diritto di cura solo se assicurati, solo se abbiamo un certo censo?

Nel 1997 in Lombardia avevamo 147 strutture di ricovero, oggi sono 58. I pronto soccorso calati di 64 unità.
Stesso discorso in Veneto, altra regione colpita dal covid: a Trevenzuolo un medico non può andare in pensione perché unico medico.
In Veneto ci sono 586 zone carenti, senza medici di base, così la regione ha alzato la soglia dei pazienti a 1800. Il pnrr ha pensato ai muri ma non ai medici da metterci dentro le strutture – racconta Mara Cabriolu, medico di base a Verona.
A Verona sono previste 45 case di comunità, ma quelle finanziate dal pnrr sono solo 15, il resto sono solo buone intenzioni. A questi si aggiungono 19 ospedali di comunità.
Ma l’ospedale di Bussolengo, di comunità, è un ospedale vuoto che verrà gestito da infermieri: è stato inaugurato a novembre nel 2020. Attivato ma non inaugurato precisa il direttore dell’ULSS.
Altri ospedali di comunità sono incompleti, in altri hanno tagliato dei posti letto, da ospedali pubblici a lungo degenza sono stati trasformati in ospedali di comunità dove si deve pagare dopo il 60esimo giorno.
I reparti di lunga degenza sono stati cancellati, nel pubblico, mentre sono rimasti nel privato accreditato: anche in Veneto la politica punta all’integrazione, di fatto facendo un favore al privato.
Una questione di riorganizzazione interna, spiega l’assessore alla sanità: ma è una scelta politica quella di spostare reparti, tagliare posti, lasciando intatto il privato.
Alla fine è il CUP che suggerisce di andare dal privato: per una radiografia al polso, una signora si è sentita dire che potevano prenotare in strutture private.
All’Isola della Scala ci sono reparti bloccati, oltre al piano terra: era previsto due anni fa che diventasse un ospedale di comunità, ma manca perfino una ambulanza (almeno prima del servizio di Report).
A Bovolone all’ospedale sono stati chiusi i reparti: non è rimasto nemmeno il punto di primo intervento, è stato riaperto solo per le elezioni amministrative del 2021.
Perché mancavano i medici – dice il direttore dell’ULSS – ma guarda caso sotto le elezioni del sindaco i medici c’erano.

I pronto soccorso sono passati da 69 a 15: il Veneto è la regione che ha tagliato di più i punti di primo intervento. Manca il personale dice l’assessore, perché non si può nascondere quello che è sotto l’occhio di tutti: la sanità che si vanta di essere la migliore del paese, in Lombardia come in Veneto.
I 250ml del PNRR serviranno a finanziare le mura degli ospedali e delle case di comunità, non per i medici.
A Jesolo una volta c’era il pronto soccorso, ostetricia: oggi coi soldi del PNRR si realizzeranno una casa e un ospedale di comunità, ma non ci sarà più il pronto soccorso. Costringendo la popolazione e i turisti ad andare a km di distanza. Eppure le persone non sanno che qui c’è solo un primo intervento, mentre nelle scritte sull’ospedale si parla ancora di pronto soccorso.
Il punto di primo intervento è oggi gestito da cooperative private: al pubblico costano di più, rispetto al personale pubblico, non avendo né il cv né i requisiti.
Ci sono medici privati che arrivano a lavorare in Veneto, nel pubblico, come liberi professionisti: andando a lavorare nell’ospedale pubblico facendo i turni come vogliono, perché hanno capito che gli conviene. Sono i medici della cooperativa CMP, una cooperativa che fornisce personale medico alle strutture pubbliche e che è presente in ben 14 ospedali.
Tra questi il San Luca di Trecenta a Rovigo, inaugurato nel 1997 dall’allora presidente Scalfaro. Il San Luca aveva una capacità di 250 posti letto che potenzialmente potevano salire a 350. Ma immediatamente dopo sono iniziati i tagli – racconta a Report Pietro Tosarello del comitato Salviamo l’ospedale di San Luca – fino a ridurre un ospedale che aveva più di 250 posti, a ridurne a 130: “abbiamo perso il punto nascite, abbiamo perso ostetricia e ginecologia; non abbiamo più nemmeno il pronto soccorso da quando è iniziata l’epidemia di covid. C’è solo un punto di primo soccorso il cui compito è sostanzialmente dirottare i pazienti sull’ospedale di Rovigo.”

Al punto di primo intervento lavorano due medici, uno interno fino alle ore 16 e l’altro della cooperativa CMP che deve però occuparsi anche del 118.
Quindi il turno h24 al San Luca è coperto dalla cooperativa, dopo le 16: ma se il medico è fuori per una urgenza, e le urgenze possono durare a lungo perché il territorio è vasto, rimangono solo gli infermieri.
E pensare che l’ospedale di Trecenta era nato per sostituire 4 ospedali dell’alto Polesine, tre sono stati poi riconvertiti in presidi territoriali, mentre l’ex ospedale Casa Rossi, nel centro storico di Trecenta, è ridotto all’abbandono, con tanto di cartello con scritto “pericolo di crollo”. Un altro ospedale è stato dismesso a Badia Polesine: ma qui coi soldi del PNRR sarà realizzata una casa di comunità.

L’assessore alla sanità del Veneto Manuela Lanzarin, ha spiegato usando il burocratese che “Trecenta ha oggi una sua programmazione e risponde ad un bisogno individuato da parte dell’azienda in quella zona ..”.

Una risposta che non spiega, in quella zona c’è un medico solo e poi la cooperativa con un altro medico che fa anche il servizio di soccorso: “è chiaro che per garantire i servizi, fatti i bandi, fatti i concorsi andati deserti, non riuscendo a recuperare nessun tipo di personale, l’ultima spiaggia è quella delle cooperative”.

Che se ne fa una regione come il Veneto di un ospedale vuoto come quello di Monselice?
Al posto del posto pubblico è nato un ospedale nuovo, realizzato da aziende della cordata del Mose, a cui il pubblico paga un canone annuo.

L’ospedale di Trecenta è l’emblema della sanità in Veneto, svuotato dai reparti, dove uno dei due medici è un medici di una cooperativa, un gettonista che deve occuparsi anche delle emergenze.

Anche le Dolomiti non si salvano, uno dei posti più belli del Veneto: gli ospedali più vicini stanno ad un’ora di distanza, a Belluno, causando problemi alla comunità e ai tanti turisti che arrivano.
Ma tanto c’è un elicottero, spiega l’assessore. Ma non era più semplice tenere in piedi gli ospedali e i reparti nella zona delle Dolomiti?
Oggi a Pieve ci sono reparti affittati al privato, in convenzione, il gruppo Villa Maria.
E ora che ci saranno i mondiali di sci?

Tutto questo è il frutto di una scelta politica, nata negli anni novanta e continuata fino ad oggi, da Balduzzi a Lorenzin.
I pronto soccorso, sono passati da 782 a 410, dal 1997 al 2020.
I pochi ospedali rimasti vanno in crisi perché devono gestire un bacino di pazienti molto vasto, costretti a sequestrare barelle dai reparti e dalle ambulanze.
Non si salva nessuno da questo sfascio, nemmeno le regioni dell’eccellenza dove l’eccellenza vale solo se si hanno soldi.

21 ottobre 2021

A proposito di sanità pubblica

A proposito di sanità pubblica, notizia di ieri è che il gruppo Humanitas  in Lombardia, ha deciso, unilateralmente, di non seguire più i pazienti cronici. Perché non profittevoli, probabilmente.

La notizia è stata parzialmente rettificata, ma il senso rimane: della famosa sanità territoriale, che abbiamo scoperto essere così importante, cosa rimane nel PNRR, nell'agenda del governo dei competenti (che partiti e parlamento non devono disturbare)?

La regione Lombardia, che oggi torna a chiedere maggiore autonomia, sta preparando una nuova riforma della sanità in continuità con la vecchia gestione, i profitti al privato e le rogne al pubblico.

04 settembre 2020

La sanità privata senza contratto

I lavoratori della sanità privata attendono un contratto da 12 anni, nelle prossime settimane verrà indetto uno sciopero della categoria: erano chiamati eroi, ma è durata poco.

La sanità privata, specie in Lombardia, drena una buona parte del bilancio regionale, ed è sempre stata un vanto, per le giunte regionali passate e presenti, e viene sempre difesa dai politici locali (e dai giornali di riferimento). Ma rimane un sistema sbilanciato, che sposta risorse sulle grandi strutture a discapito della medicina territoriale, che favorisce il privato a discapito dell'interesse pubblico.

Lo abbiamo scoperto proprio col coronavirus.

Ecco, questo sistema si appoggia sul lavoro di persone che, da anni, aspettano un contratto (migliorativo, si auspica).

Medici, infermieri, eroi, ma finché non reclamano diritti e salari.

26 maggio 2020

Report – l'affaire Covid


Questi gli argomenti trattati dai servizi della puntata di ieri di Report:

- Un viaggio nella sanità privata, in varie regioni d'Italia.
- Un'importante inchiesta sulle sigarette non a combustione.
- Come sono stati spesi i 400 ml erogati per i comuni, per aiutare le famiglie in difficoltà dall'emergenza coronavirus.

Solidarietà limitata di Bernardo Iovene

IL servizio di Iovene si è occupato di questi fondi, raccontando quanto fatto a Bologna (l'amministrazione ha integrato i fondi con fondi propri) e poi a Ferrara.
Il comune (gestito dalla Lega) qui ha detto “prima gli italiani”, escludendo coloro hanno un permesso di soggiorno breve, andando a scontentare anche parte dei suoi cittadini, oltre che l'opposizione.
Iovene ha raccolto la testimonianza di don Bedin, che gestisce una mensa che aiutata tutti i bisognosi: “non li ho visti mai al rosario i leghisti” ..
Il sindaco leghista ha disdetto l'intervista a Report che ha invece raccolto il punto di vista dell'opposizione: altri comuni anche leghisti non hanno fatto le scelte fatte a Ferrara.
L'assessore alle politiche sociali del comune non vuol sentir parlare di discriminazione: “è una scelta politica per questa direzione, dare risposte al territorio”.

Varie organizzazioni hanno fatto ricorso, vincendolo e così il comune ha dovuto riformare la legge: il sindaco Fabbri rivendica le sue scelte, ma a fine aprile i buoni spesa sono stati dati anche a persone con permesso di soggiorno breve, senza dover rinunciare ad aiutare nessun “italiano”.

A Bologna gli aiuti sono arrivati anche a chi ha redditi “alti”, anche ai non residenti, perché la pandemia ha colpito tutti, senza discrezionalità.

L'affaire Covid di Paolo Mondani, Giorgio Mottola

Si parte dal video dell'onorevole Ricciardi, del m5s, che ha attaccato il modello sanitario lombardo: la seduta è finita a stracci in faccia, suscitando pesanti polemiche politiche.
Erano accuse dirette ad un partito, alla sua gestione politica della sanità: la Lega e la sanità.
Solo polemiche politiche? Forse è il momento di fare una riflessione, partendo dai giorni della crisi per il Covid, quando i posti per la rianimazione erano esauriti.
I giorni in cui Fedez e la moglie raccolgono soldi per aiutare la sanità lombarda: all'appello di Fedez e Ferragli rispondono in tanti, raccogliendo molti ml di euro.

La nostra prima scelta era di donare tutto al Sacco perché dalle comunicazioni che ci arrivavano sembrava l'ospedale lombardo e milanese più in prima linea in quel momento.”

Fedez contatta il virologo Galli, da cui ha ricevuto una risposta precisa: servivano braccia, medici, non soldi.

Quindi scrivo un messaggio la domenica a Galli, dove lo sollecito, legge il messaggio ma purtroppo non mi risponde.. perché penso sarà stato preso dall'emergenza. E non mi ha mai più risposto.”

Così l'ospedale Sacco perde i 4ml di euro raccolti (che pure ha ricevuto diverse donazioni), che arrivano al San Raffaele, di cui conosceva il presidente: in mezz'ora il San Raffaele riceve 4,5ml di euro, per un nuovo padiglione che, si auspica Fedez, sia usato per la collettività.

Fedez ha ricevuto anche una chiamata da Elon Musk: voleva donare decine di ventilatori all'Italia. Ma il cantante ha trovato difficoltà nel ricevere delle risposte dalle strutture pubbliche, strozzate dalla burocrazia.

Mancavano medici e infermieri, al Sacco: lo sapeva Galli e lo sapevano anche i politici lombardi, perché in questi dieci anni hanno tagliato 42800 medici.
Cattiva politica sanitaria, come cattiva è stata la riforma del titolo V della Costituzione, voluta dal centrosinistra per neutralizzare la Lega stessa.

In questi anni al nord, in Lombardia, si è preferito favorire la sanità privata, che si è scelta il business e ha anche avuto la possibilità di portarsi i dividendi all'estero.
Come anche c'è stato il business degli anziani, che le strutture private si prendono volentieri, basta pagare.

Il servizio di Mondani è partito da Roma, dal Fatebenefratelli (privato): l'ospedale oggi è in condizioni gravi, non sono stati testati i dipendenti dopo i primi casi di Covid, che ha contagiati sia medici che i manager.
Il Fatebefratelli è in concordato da 4 anni, non presenta un bilancio, riceve milioni dalla regione Lazio: è lo specchio della gestione privata in questa regione.
Dove si sono tagliati medici, posti letto, si è bloccato il turn over, perché a furia di spendere male i soldi per la sanità, la regione ha accumulato debiti.

Durante l'emergenza la regione ha creato posti Covid nelle strutture convenzionate, per salvare gli ospedali.

A questa situazione si è arrivati grazie a tutti i partiti che hanno governato in regione: qui (ma anche in Puglia) il signore delle cliniche private (ma anche delle RSA) è Antonio Angelucci: politico di Forza Italia, proprietario de Il Tempo, Libero e altri piccoli quotidiani locali, dalla regione Lazio incassa 111ml di euro l'anno per i suoi centri San Raffaele.
Ad aprile è scoppiato il problema Covid dentro la sua struttura di Rocca di Papa, su cui è aperta un'inchiesta della procura di Velletri, per le insufficienze nella sorveglianza sanitaria. La regione Lazio ha poi aperto la revoca dell'accreditamento.

Il San Raffaele di Velletri è stato messo a disposizione come centro Covid: qui Mondani ha incontrato Angelucci, l'ex portantino oggi a capo della più importante struttura privata in regione. Le sue finanziarie sono controllate da società con sede a Cipro e in Lussemburgo: lui di queste cose non sa nulla – racconta Angelucci.

Da 30 anni Angelucci detta legge in regione – racconta Ranucci – e oggi la regione Lazio è ancora nel piano di rientro, con code lunghe per esami normali, mentre i cittadini pagano supeticket, sono stati tagliati 3600 posti letto mentre sono cresciuti i privati.

Zingaretti anni fa ha chiamato alla sanità regionale Botti, l'ex manager di Formigoni e del San Raffaele: quando nel 2012 Formigoni è finito nell'inchiesta dei magistrati, Botti ammette di aver avuto pressioni per favorire i privati.
Ma nel 2013 passa in regione Lazio e poi nel ministero della sanità con la Lorenzin: lui stabilisce che livelli essenziali deve garantire la regione, quali soldi dare, quanto le regioni devono tagliare.

Anche in Lombardia i privati sono cresciuti a discapito del pubblico: il più importante gruppo privato, l'Humanitas, ha tra i manager Colombo, un memores domini come Formigoni.

I proprietari dell'Humanitas sono i fratelli Rocca, ottavi nella classifica degli uomini più ricchi d'Italia, un piede nella sanità privata e un altro nell'acciaio.
Il gruppo è a capo della Techint, proprietario di una delle acciaierie più grandi d'Europa, la Tenaris di Dalmine in provincia di Bergamo: la fabbrica è rimasta aperta anche durante il blocco totale per il coronavirus.
“Obiettivo finale è produrre, la salute diventa un obiettivo secondario nella migliore delle ipotesi o un mezzo per arrivarci” racconta al giornalista un infermiere che lavora per la Humanitas.
Quali le condizioni di lavoro dentro l'Humanitas?
“Si lavora con organici ridotti, gli anni aumentano il personale già ridotto rimane lo stesso, quindi sono in un reparto, se servo in un altro devo andar nell'altro.. si lavora su più reparti”.
L'infermiere ha scelto di parlare a volto coperto, a nome di altri dieci dipendenti: per loro la carenza immediata di personale si traduce in turni massacranti.
“Quando uno fa la notte, è previsto che smonti alle 8 di mattina, riposi la giornata e riposi il giorno dopo, da noi non è così, quasi nella totalità dei casi. Smonti alle otto e riattacchi alle tredici del pomeriggio. Non c'è il giorno di riposo.”

In Humanitas a lavorare ci sono (secondo la denuncia dell'infermiere che ha preferito rimanere anonimo) anche molte false partite iva, trattate come se fossero dipendenti: queste partite iva, circa la metà in alcuni reparti,  sono quelle poi costrette a fare , senza riposi turni senza riposo (cosa smentita dall'azienda, che ha risposto a Report).

Il gruppo Humanitas è arrivato a fatturare lo scorso anno 1 miliardo di euro, entrate che dipendono in larga parte dai soldi pubblici elargiti dalla regione Lombardia e che rendono Humanitas il secondo gruppo privato più ricco della Lombardia.
I ricavi passano da 438ml consolidati nel 2009 ai 790 del 2016 e nel 2018 si arriva a 921: una crescita esponenziale – commenta questi dati Giangaetano Bellavia, l'esperto spesso consultato da Report – nel momento della crisi più nera del sistema industriale italiano.
Humanitas è riuscita a crescere anche rispetto alle altre attività finanziarie dei Rocca: l'altra società, la Techint, che raggruppa le acciaierie e le attività industriali della famiglia è passato dal guadagnare 104 ml di euro di utili nel 2009 a perderne 33 nel 2019.
Le perdite dei Rocca sono state ampiamente ripianate dagli ospedali.

Crescono i ricavi e anche la liquidità, circa mezzo miliardi di euro liquidi, oltre agli azionisti: capire chi prende questi soldi è difficile, perché la catena di comando è complessa e porta in Lussemburgo e in Olanda.
I guadagni dell'Humanitas finiscono in Olanda, dunque, nell'anonimato perfetto e con una tassazione zero sui dividendi.
In Olanda c'è un premier Rutte che però è molto restio nell'aiutare i paesi del sud Europa: nemmeno un euro agli italiani!

Cosa ne pensa Fontana?
Io penso a gestire la sanità in Lombardia, risponde il presidente di una regione dove il pubblico, anche quello di eccellenza, fa fatica a rimanere in pareggio, mentre Humanitas ha margini fino al 15%.
Non è solo questione di bravura: le prestazioni sanitarie sono pagate alla stessa maniera del pubblico, ma la differenza è che il privato si sceglie cosa gestire.
Il privato si sceglie le ciliegie migliori, il servizio che da migliore remunerazione migliore, quelle che rendono di più e che hanno costi bassi. Per esempio si prendono la cardiochirurgia ma non i pronto soccorsi.

Mario Riccio è primario all'ospedale pubblico di CasalMaggiore (Cremona): con Report usa la metafora della bistecca, che si mangia il privato, mentre l'osso viene lasciato al pubblico, che si rosicchia quel po' di carne che rimane.
In piena emergenza, quando sono iniziati a mancare i posti di terapia intensiva e i respiratori, il dottor Riccio ha dovuto fare delle scelte dolorose: “c'erano dei pazienti che sapevamo che non avrebbero risposto alla ventilazione, per condizioni cliniche, per anamnesi, per come erano arrivati. Ma quando mancano le risorse si applicano dei criteri, clinici, e l'abbiamo fatto.”
Vuol dire che il primario è stato costretto a scegliere chi intubare e chi no, in base alle maggiori aspettative di vita del paziente.
Mottola ha chiesto al primario quanto, questa emergenza, sia dipesa dal modello lombardo di sanità pubblica/privata convenzionata.
Il problema della Lombardia è che ha mostrato tutta la debolezza di questo gigante dai piedi di argilla, perché la regione ha dato una grossa fetta di sanità al convenzionato, che però non ha obblighi di rispondere in queste situazioni di urgenza. Nell'emergenza si è parlato di trasformare le sale operatorie in sale per terapia intensiva, quelle private non l'hanno fatto. Probabilmente perché il contratto con la Lombardia non lo prevede.”
Si sarebbero potute salvare più vite?
Se avessero accolto 5-6 pazienti ciascuna sarebbero quasi 300 posti.”

Il presidente Fontana, su questo punto, si è riservato di prendere una valutazione: “se qualcuno non ha voluto collaborare, valuteremo perché”.
Va aggiunto che in Lombardia i grandi gruppi privati, come Humanitas, hanno dato un grande contributo e per rivendicarlo pubblicamente hanno acquistato pagine sui giornali, dove compare anche il logo della regione.
Questa emergenza ha dato dimostrazione di come il rapporto pubblico privato funzioni” è stato il commento di Fontana che ha citato dei numeri (prendendoli dalla stessa pagina pubblicitaria pagata dai privati)
- 8620 letti in totale in strutture accreditate
- 4975 sono stati destinati all'emergenza Covid

La fonte del presidente Fontana sono presi dalla pagina pubblicitaria delle società private, con lo stessa della regione Lombardia.

I privati hanno scelto come intervenire, con la cessione del personale: solo dopo l'8 marzo la sanità privata entra completamente in campo, svuotando i reparti dei casi non Covid.
Humanitas ha continuato a fare prestazioni non urgenti fino all'8 marzo, racconta l'infermiere.
Che gli ospedali privati si sono mossi in ritardo rispetto a quelli pubblici, lo dicono i numeri: il 4 marzo quando c'erano già oltre mille ricoverati per Covid, e gli ospedali pubblici erano stracolmi di contagiati, il gruppo San Donato a Bergamo ospitava 40 ammalati Covid su quasi 295 posti letto del policlinico di San Pietro e 26 malati Covid su 319 posti nell'ospedale San Marco.

In Veneto la situazione è differente: la maggioranza degli ospedali è pubblica, i direttori generali hanno potuto gestire direttamente come gestire i posti letto senza sentire altri intelocutori.
Il Veneto ha scelto di mantenere il pubblico, in contro tendenza rispetto alla Lombardia: qui in Veneto siamo disposti a comprare, spiega Zaia, qui si curano tutti.
I privati non si scelgono le ciliegie migliori, non scelgono quali patologie curare, le schede ospedaliere sono date dalla regione.
E' la regione che decide cosa il privato deve fare: anche Fontana vorrebbe fare la stessa cosa, racconta a Mottola, un cambio di passo rispetto al passato.

Cambierà il direttore d'orchestra e forse cambierà la musica.
Vedremo se gli alleati di Fontana consentiranno questo cambiamento, se verrà rafforzata la sanità territoriale, se veramente sarà il pubblico a dettare i criteri ai gruppi privati.

Humanitas, il cui presidente è l'ex ministro Alfano, è sbarcata in Sicilia a Catania.
In Sicilia la regione gli ha riconosciuto le prestazioni per l'oncologia, mentre già è presente un importante polo oncologico pubblico, il Garibaldi.
Erano i tempi del governo Crocetta.

In questa regione, dice il giornalista di Report, l'Humanitas “è tutta politica” perché dentro domina la famiglia del deputato regionale Luca Sammartino, recordman di preferenze alle passate elezioni.
La madre è direttrice sanitaria, lo zio è amministratore delegato, lui è passato in pochi anni dal centrodestra ad Italia Viva di Renzi, ed è indagato per corruzione elettorale.
L'Humanitas ha insistito con la regione Sicilia per diventare centro Covid, per capire perché – continua il giornalista – partiamo dalle dialisi.
Qui in Sicilia abbiamo 117 centri di dialisi, 36 pubblici, 81 privati” – racconta l'ex DG dell'ospedale di Messina Michele Vullo “la cosa interessante è che in questi giorni è stata emanata una nota dall'assessorato in cui si dice che se dovessero esserci pazienti dializzati con Covid, questi vanno ricoverati nelle strutture pubbliche.
Ancora una volta c'è un meccanismo per cui tutti gli oneri sono a carico del pubblico, tutti i guadagni e i profitti a carico del privato. Ma la cosa interessante è un'altra: ad emanare la nota è la direzione dell'assessorato che è in mano al dottor La Rocca, la cui famiglia è titolare di una struttura privata di dialisi”.

Mondani ne ha chiesto conto all'assessore alla salute Ruggero Razza, della convenzione (da 3 ml di euro) e della nota: “tutte le decisioni che sono assunte sulla materia che riguarda l'interesse in conflitto sono decise con un decreto del presidente della regione che ne affida la responsabilità all'altro direttore generale”.
In Sicilia per fare un direttore generale ce ne vogliono due? No, racconta Report, le decisioni più importanti le prende sempre La Rocca: lo scorso marzo il direttore firma un accordo quadro con l'Aiop (l'associazione italiana di ospedalità privata) con cui si realizzeranno posti letto Covid per terapia subintensiva a 700 euro al giorno cadauno e in intensiva a 1100 euro al giorno.
Si prevede così di sfondare il budget annuale della regione, ed ecco perché Humanitas sarebbe felice di rientrare nel giro dei Covid Hospital.

In Sicilia non è cambiato nulla dai tempi in cui a dettare legge erano le logge a dettare legge, conclude Michele Vullo.
E non è cambiato nulla nemmeno dai tempi della corruzione, come racconta la storia dell'indagine che ha coinvolto l'ex responsabile per l'emergenza Covid Angelo Candela.

In Sicilia il confine tra politica e sanità privata è difficile da individuare, sono diversi i politici con un piede nella sanità. E nella sanità troviamo dentro anche la mafia.

In Sicilia è arrivato il Covid: Mondani ha raccontato la storia del polo cardiologico di Palermo, il Maria Eleonora Hospital, dove i casi di infezione sarebbero stati tenuti nascosti, barricando dentro operatori e medici, per proteggere l'immagine.

Oggi la regione è in ritardo per i tamponi sui medici, non si fanno i doppi tamponi per chi arriva da fuori regione, alla faccia delle tre T.

Cosa hanno fatto in Germania per avere solo un terzo dei morti italiani?
Hanno fatto tamponi a tappeto, investono in sanità il doppio di noi, in sanità assumono medici di famiglia e tecnici di laboratorio (noi ne abbiamo tagliato per 48mila unità), per controllare la popolazione.
Qui fanno anche i tamponi Drive-In, con un risultato in 48 ore.

In Germania gli ospedali privati non si scelgono la terapia più vantaggiosa, i privati che fanno utili devono investire in qualità (e nei pronto soccorsi), se fanno i furbi possono perdere la convenzione col pubblico.
E poi, la linea dell'emergenza è stata decisa a Berlino, i Lander hanno smesso di litigare tra loro, nessun Lander ha fatto la guerra allo Stato centrale.

Infine, in Germania il piano di gestione della pandemia è stato aggiornato in questi anni.

25 maggio 2020

Anticipazione di Report – chi ha guadagnato dal covid e il marketing sulle sigarette


A tre settimane dall'inizio dell'emergenza, possiamo iniziare a fare qualche bilancio sulla pandemia e della risposta che ha dato il paese.
Si può iniziare anche a chiedersi se qualcuno non ne abbia approfittato, all'interno della sanità privata, dalla Sicilia, al Lazio alla Lombardia: sarà il tema del servizio di Paolo Mondani e Giorgio Mottola che racconterà anche dove finiscono i soldi dati ai privati.

Poi un servizio dedicato alle sigarette elettroniche dove non c'è combustione di tabacco. Fanno meno danni di quelle tradizionali? Come mai godono di tassazione favorevole?

Nell'anteprima di Report ci si occuperà di arte contemporanea, un mondo fatto di gallerie, esposizioni ed eventi in mano agli esperti di marketing, dove non ci capisce bene dove finisca il marketing e dove inizi la vera arte.

Bernardo Iovene proseguirà la sua inchiesta (dopo il servizio della scorsa settimana dove si era occupato del data breach del sito dell'Inps) su come sono stati spesi i 400ml che il governo ha erogato ai comuni italiani per aiutare le famiglie in difficoltà, i nuclei familiari “più esposti agli effetti economici derivanti dall'emergenza epidemiologica da Covi-19”?

A Bologna sono arrivate 11mila domande ma ne aspettavano meno della metà e quindi, spiega l'assessore, assieme al sindaco hanno pensato di erogare altre risorse aggiuntive prendendo i soldi dal bilancio del comune (1,7ml di euro).
Report è andata a Ferrara, a visitare la mensa di Don Domenico Bedin: da anni dà risposte concrete al disagio sociale a chi è in difficoltà, offrendo vitto e alloggio. Ma alcuni dei frequentatori della mensa non possono accedere ai buoni spesa del comune: “non ne potranno usufruire perché non hanno il permesso di soggiorno, di lunga durata.”
Il comune di Ferrara ha inserito nei requisiti per richiedere il buono spesa l'obbligo della residenza e ha stabilito la priorità prima a chi ha la cittadinanza italiana o europea, e poi per ultimi gli extracomunitari, ma solo a quelli con un permesso di soggiorno.
“C'è questo prima gli italiani” - racconta il prete, “ma con il permesso breve si lavora e si pagano le tasse. Io non capisco proprio la logica che sta dietro. Questo coronavirus non ha fatto distinzioni né di razza né di religione, né di denaro, né di niente”.
“Lei è un prete” - ha chiesto Iovene, “il partito del sindaco è quello che a dire il rosario ..”
“Ma, non li ho visti in molti a dire il rosario, i leghisti ferraresi sono leghisti ma ferraresi..”
Questo criterio della spesa è un criterio razzista, conclude Don Bedin, “è un criterio razzista che fa ricordare certe anticipazioni degli anni '30.”

Solidarietà limitata di Bernardo Iovene
Con ordinanza della Protezione civile datata 29 marzo, il governo ha stanziato 400 milioni di euro per i comuni italiani per erogare buoni spesa in favore delle famiglie più bisognose. L’Anci ha fissato delle linee guida abbastanza generiche sull'uso dei buoni. Di fatto, ogni comune si è regolato un po’ come voleva. Il Comune di Ferrara ha inserito nei requisiti per chiedere il buono spesa l’obbligo della residenza, e ha dato priorità a chi ha la cittadinanza italiana o europea. Ultimi i cittadini extra-Ue, e solo con permesso di soggiorno di lungo periodo. Come se la sarà cavata chi è rimasto bloccato sul territorio comunale per il lockdown? E il Comune avrà speso per intero il fondo dello Stato?

Chi ci ha guadagnato dalla pandemia

All'interno del fascicolo aperto sulle morti all'interno delle Rsa compaiono pochi nomi ma importanti, questo ha detto pochi giorni fa la procura di Brescia.
Report riprende l'inchiesta andata in onda ad aprile, “La zona grigia”, partendo da dove questa terminava: la mancata istituzione della zona rossa, le responsabilità all'interno della regione, dei sindaci e le pressioni degli industriali locali.

Quanti soldi della sanità pubblica finiscono a quella privata? E in quali paradisi fiscali?
L'inchiesta non riguarderà solo la Lombardia: il servizio si occuperà di tutta la sanità, dalla Lombardia al Lazio e alla Sicilia.


In questa regione, dice il giornalista di Report, l'Humanitas (Holding della sanità privata) “è tutta politica” perché dentro domina la famiglia del deputato regionale Luca Sammartino, recordman di preferenze alle passate elezioni.
La madre è direttrice sanitaria, lo zio è amministratore delegato, lui è passato in pochi anni dal centrodestra ad Italia Viva di Renzi, ed è indagato per corruzione elettorale.
L'Humanitas ha insistito con la regione Sicilia per diventare centro Covid, per capire perché – continua il giornalista – partiamo dalle dialisi.
Qui in Sicilia abbiamo 117 centri di dialisi, 36 pubblici, 81 privati – racconta l'ex DG dell'ospedale di Messina Michele Vullo – la cosa interessante è che in questi giorni è stata emanata una nota dall'assessorato in cui si dice che se dovessero esserci pazienti dializzati con Covid, questi vanno ricoverati nelle strutture pubbliche.
Ancora una volta c'è un meccanismo per cui tutti gli oneri sono a carico del pubblico, tutti i guadagni e i profitti a carico del privato. Ma la cosa interessante è un'altra: ad emanare la nota è la direzione dell'assessorato che è in mano al dottor La Rocca, la cui famiglia è titolare di una struttura privata di dialisi.

Mondani ne ha chiesto conto all'assessore alla salute Ruggero Razza, della convenzione (da 3 ml di euro) e della nota: “tutte le decisioni che sono assunte sulla materia che riguarda l'interesse in conflitto sono decise con un decreto del presidente della regione che ne affida la responsabilità all'altro direttore generale”.
In Sicilia per fare un direttore generale ce ne vogliono due? No, racconta Report, le decisioni più importanti le prende sempre La Rocca: lo scorso marzo il direttore firma un accordo quadro con l'Aiop (l'associazione italiana di ospedalità privata) con cui si realizzeranno posti letto Covid per terapia subintensiva a 700 euro al giorno cadauno e in intensiva a 1100 euro al giorno.
Si prevede così di sfondare il budget annuale della regione, ed ecco perché Humanitas sarebbe felice di rientrare nel giro dei Covid Hospital.

Notizia di questi giorni è l'arresto del coordinatore per l'emergenza Covid in Sicilia, con l'accusa di corruzione: Angelo Candela aveva vissuto per anni sotto scorta dopo aver denunciato le tangenti nella sanità siciliana.
E' stato arrestato dalla GDF di Palermo, a seguito di un'inchiesta su gare per la sanità regionale, su cui pendeva la mazzetta del 5%: Candela è accusato di aver intascato una stecca da 260mila euro da un'azienda di manutenzione.

I proprietari dell'Humanitas sono i fratelli Rocca, ottavi nella classifica degli uomini più ricchi d'Italia, un piede nella sanità privata e un altro nell'acciaio.
Il gruppo è a capo della Techint, proprietario di una delle acciaierie più grandi d'Europa, la Tenaris di Dalmine in provincia di Bergamo: la fabbrica è rimasta aperta anche durante il blocco totale per il coronavirus.
“Obiettivo finale è produrre, la salute diventa un obiettivo secondario nella migliore delle ipotesi o un mezzo per arrivarci” racconta al giornalista un infermiere che lavora per la Humanitas.
Quali le condizioni di lavoro dentro l'Humanitas?
“Si lavora con organici ridotti, gli anni aumentano il personale già ridotto rimane lo stesso, quindi sono in un reparto, se servo in un altro devo andar nell'altro.. si lavora su più reparti”.
L'infermiere ha scelto di parlare a volto coperto, a nome di altri dieci dipendenti: per loro la carenza immediata di personale si traduce in turni massacranti.
“Quando uno fa la notte, è previsto che smonti alle 8 di mattina, riposi la giornata e riposi il giorno dopo, da noi non è così, quasi nella totalità dei casi. Smonti alle otto e riattacchi alle tredici del pomeriggio. Non c'è il giorno di riposo.”

Il gruppo Humanitas è arrivato a fatturare lo scorso anno 1 miliardo di euro, entrate che dipendono in larga parte dai soldi pubblici elargiti dalla regione Lombardia e che rendono Humanitas il secondo gruppo privato più ricco della Lombardia.
I ricavi passano da 438ml consolidati nel 2009 ai 790 del 2016 e nel 2018 si arriva a 921: una crescita esponenziale – commenta questi dati Giangaetano Bellavia, l'esperto spesso consultato da Report – nel momento della crisi più nera del sistema industriale italiano.
Humanitas è riuscita a crescere anche rispetto alle altre attività finanziarie dei Rocca: l'altra società, la Techint, che raggruppa le acciaierie e le attività industriali della famiglia è passato dal guadagnare 104 ml di euro di utili nel 2009 a perderne 33 nel 2019.
Le perdite dei Rocca sono state ampiamente ripianate dagli ospedali.
Soldi che poi finiscono all'estero, in particolare in Olanda: il presidente Fontana ha risposto che “i privati i soldi li spendono come vogliono”.
Anche gli ottanta milioni di euro di dividenti in dieci anni: “io penso a gestire la sanità della regione Lombardia”, commenta Fontana.
Ma sono i nostri soldi a finire in Olanda.

Giorgio Mottola ha seguito la situazione in Lombardia: qui gli ospedali privati si sono mossi in ritardo rispetto a quelli pubblici, lo dicono i numeri: il 4 marzo quando c'erano già oltre mille ricoverati per Covid, e gli ospedali pubblici erano stracolmi di contagiati, il gruppo San Donato a Bergamo ospitava 40 ammalati Covid su quasi 295 posti letto del policlinico di San Pietro e 26 malati Covid su 319 posti nell'ospedale San Marco.
Per far intervenire la sanità privata, a reggere il peso delle terapie intensive, è stato necessario chiederlo, con una delibera dell'8 marzo (della regione Lombardia, che ha bloccato le prestazioni non urgenti): a regime sono arrivati dopo, ma dal 23 abbiamo cominciato la collaborazione, ammette il presidente Fontana.
In Lombardia ha suscitato molte reazioni di critica anche il mega ospedale costruito in Fiera coi soldi raccolti dalle donazioni dei privati, come Fedez: Mottola ha chiesto al cantante come mai la scelta di quella donazione ad un privato.
La nostra prima scelta era di donare tutto al Sacco perché dalle comunicazioni che ci arrivavano sembrava l'ospedale lombardo e milanese più in prima linea in quel momento. Quindi scrivo un messaggio la domenica a Galli, dove lo sollecito, ma purtroppo non mi risponde.. perché penso sarà stato preso dall'emergenza. E non mi ha mai più risposto.”

Mario Riccio è primario all'ospedale pubblico di CasalMaggiore (Cremona): con Report usa la metafora della bistecca, che si mangia il privato, mentre l'osso viene lasciato al pubblico, che si rosicchia quel po' di carne che rimane.
In piena emergenza, quando sono iniziati a mancare i posti di terapia intensiva e i respiratori, il dottor Riccio ha dovuto fare delle scelte dolorose: “c'erano dei pazienti che sapevamo che non avrebbero risposto alla ventilazione, per condizioni cliniche, per anamnesi, per come erano arrivati. Ma quando mancano le risorse si applicano dei criteri, clinici, e l'abbiamo fatto.”
Vuol dire che il primario è stato costretto a scegliere chi intubare e chi no, in base alle maggiori aspettative di vita del paziente.
Mottola ha chiesto al primario quanto, questa emergenza, sia dipesa dal modello lombardo di sanità pubblica/privata convenzionata.
“Il problema della Lombardia è che ha mostrato tutta la debolezza di questo gigante dai piedi di argilla, perché la regione ha dato una grossa fetta di sanità al convenzionato, che però non ha obblighi di rispondere in queste situazioni di urgenza. Nell'emergenza si è parlato di trasformare le sale operatorie in sale per terapia intensiva, quelle private non l'hanno fatto. Probabilmente perché il contratto con la Lombardia non lo prevede.”
Si sarebbero potute salvare più vite?
“Se avessero accolto 5-6 pazienti ciascuna sarebbero quasi 300 posti.”

Il presidente Fontana, su questo punto, si è riservato di prendere una valutazione: “se qualcuno non ha voluto collaborare, valuteremo perché”.

Va aggiunto che in Lombardia i grandi gruppi privati, come Humanitas, hanno dato un grande contributo e per rivendicarlo pubblicamente hanno acquistato pagine sui giornali, dove compare anche il logo della regione.

“Questa emergenza ha dato dimostrazione di come il rapporto pubblico privato funzioni” è stato il commento di Fontana che ha citato dei numeri (prendendoli dalla stessa pagina pubblicitaria pagata dai privati)
- 8620 letti in totale in strutture accreditate
- 4975 sono stati destinati all'emergenza Covid

In sostanza, il messaggio che sta venendo fuori è che in Lombardia privato e pubblico sono sullo stesso piano, dove i privati possono prendere il marchio della regione e usarlo per farsi pubblicità.

Nel Lazio (e anche in Puglia) il signore delle cliniche private (ma anche delle RSA) è Antonio Angelucci: politico di Forza Italia, proprietario de Il Tempo, Libero e altri piccoli quotidiani locali, dalla regione Lazio incassa 111ml di euro l'anno per i suoi centri San Raffaele.
Ad aprile è scoppiato il problema Covid dentro la sua struttura di Rocca di Papa, su cui è aperta un'inchiesta della procura di Velletri, per le insufficienze nella sorveglianza sanitaria. La regione Lazio ha poi aperto la revoca dell'accreditamento.
Paolo Mondani ha intervistato Antonio Angelucci: “lei ha la sua controllante in Lussemburgo e perfino a Cipro, come mai?”
Non so di queste cose, non me ne occupo..

Angelucci va in Parlamento, ogni tanto, ma non va a votare, però sa di quale commissione fa parte, quella di Finanza.

La scheda del servizio: L'affaire Covid di Paolo Mondani, Giorgio Mottola
Quanto ha guadagnato con l’emergenza Covid-19 la sanità privata nel nostro paese? Nel Lazio gli ospedali accreditati mangiano oramai la fetta maggioritaria dei fondi stanziati dalla Regione per la sanità: ai privati infatti lo scorso anno è andato il 54 per cento delle risorse. E con il coronavirus si sono proposti per gestire l'emergenza. Come il gruppo Angelucci. Report ha intervistato in esclusiva il capo del gruppo sanitario privato, Antonio Angelucci, parlamentare di Forza Italia. In Lombardia invece l’inchiesta fa i conti in tasca ai principali gruppi privati, scoprendo che parte dei loro notevoli guadagni, senza essere tassata in Italia, finisce nei Paesi Bassi, dove il premier Mark Rutte è uno degli acerrimi nemici dell’Italia quando si parla di flessibilità sui conti. Il cantante e influencer Fedez rivela invece il retroscena inedito dietro alla donazione da 4 milioni e mezzo di euro fatta al San Raffaele di Milano.

Le sigarette a tabacco riscaldato

L'università di Stanford ha pubblicato un documento sulla strategia di marketing di Philip Morris per rendere popolare il suo prodotto “a tabacco riscaldato”: party, festival, design accattivante, il dossier si concentra su come sono stati usati i social e in particolar modo Instagram, usato dai più giovani.
“Queste aziende usano musicisti, modelle, attori per far vedere i loro prodotti” spiega Robert Jackler del gruppo di ricerca sulla pubblicità del tabacco di Stanford: “l'Italia sembra aver il numero più alto di non fumatori che usano Iqos, che possono diventare una rampa per creare dipendenza da nicotina, soprattutto per gli adolescenti”.
Chi ha pubblicizzato questi prodotti di Philip Morris E British American Tobacco è stata una influencer, Chiara Biasi, su FB nel 2018 regalava i codici per comprare gli Iqos a prezzi scontati.
LE aziende dovrebbero controllare che le sponsorizzazioni di influencer non arrivino a minorenni, che laddove siano invitati a promozioni sponsorizzate, queste siano ben indicate.
E' lecito fare pubblicità a questi prodotti, dell'industria del tabacco, in questo modo, sui social (dove sono presenti molti minorenni)?
E' la domanda che si pone Massimiliano Dona, Presidente dell'Unione Nazionale Consumatori, che ha presentato un atto di verifica all'autorità Antitrust, dove hanno denunciato queste pratiche scorrette.

La scheda del servizio: Segnali di fumo di Giulio Valesini in collaborazione di Elisa Bruno e Laura Nesi
Dopo anni di lotta al fumo e diminuzione dei fatturati da sigarette tradizionali, le grandi aziende del settore hanno lanciato prodotti alternativi, tra cui quelli a tabacco riscaldato: gli HTP. Si assume nicotina ma senza combustione. All'apparenza gli HTP dovrebbero essere meno rischiosi per la salute, ma una relazione dell'Istituto Superiore di Sanità di cui Report è in possesso lo smentisce. Eppure l'Iqos di Philip Morris e gli HTP delle altre aziende sono sottoposti a una tassazione molto più favorevole delle sigarette tradizionali. Chi lo ha deciso? Perché? Report, insieme ad altri dodici media internazionali coordinati dal Consorzio di giornalismo investigativo OCCRP nel progetto “Blowing Unsmoke”, lo racconterà, anche chiedendo conto a quei centri di ricerca che dicono di combattere il fumo ma sono finanziati dalle industrie del tabacco.