23 luglio 2026

I conti senza l’oste di Filippo Venturi

 

Giovedì 23 gennaio 2025, notte, a Bologna
Più si guarda intorno e più Baroni si rende conto di essere sfinito. Sta vivendo una di quelle serate in cui rimpiange di non essere rimasto a Massa Carrara per ripercorrere le orme del padre marmista, tra gli odori di pino e con il vento fresco di Marina che gli accarezza la faccia senza esagerare..

Pare che a Bologna non si riesca a risolvere un caso di omicidio senza ritrovarsi di mezzo l’oste, ovvero Emilio Zucchini, proprietario del ristorante “La vecchia Bologna”. Il famoso proverbio “fare i conti senza l’oste” assume qui, per il commissario iodice e la sua squadra, un nuovo significato: meglio assecondare le intuizioni e le indagini di “Zucca”, certo indagini un po’ spericolate, fatte girando la città, i vicoli del centro, lestrade che portano ai colli, con la Vespa gialla.

E pensare che in questa nuova indagine sembrava tutto facile: in una fredda notte di gennaio, la pattuglia del sovrintendente Baroni (quello delle amare riflessioni ad inizio libro) viene fermata da un’artista di strada, che ha sentito delle urla provenienti dall’interno di un ristorante.

Il volto che la torcia sta puntando gli restituisce l’immagine di un anziano, supino ed esanime, con il sangue che gli cola dalla testa per finire un po’ ovunque, sul collo, sul pavimento, sulla camicia, bianca solo a prima vista.
C’è un uomo disteso per terra, con una pozza di sangue attorno alla testa. E un altro uomo, enorme, scuro di pelle, con un portafoglio in mano. Non ci sono dubbi, un tentativo di furto finito in tragedia. Non ha dubbi il commissario Iodice, testa dura e pure piena di pregiudizi, specie contro immigrati e persone con la pelle di un colore diverso dal suo. Delfo, il proprietario del ristorante, è stato ucciso da Amir Mosafor, lavapiatti bengalese per di più muto (e per questo chiamato – con ironia – Marsò, come il famoso mimo Marcel Marceau).

Delfo era un pezzo importante della storia della ristorazione di Bologna: lo conoscevano tutti per la sua bravura ma anche per la sua gentilezza. Così la sua morte è un duro colpo per Emilio che in quel momento si trova di fronte ad altre difficoltà.
Primo di tutto l’iscrizione al programma “i 4 ristoranti” di Borghese: tutta colpa della sua Alice, la storica cameriera del suo locale a cui ha dato carta bianca per la pubblicità e per svecchiare l’immagine del ristorante.

Non basta il reality (e il dover recitare, il dover partecipare a questa gara), la notizia della morte dell’amico Delfo colpisce Zucca nel profondo. E poi arriva la colata del Seveso – lo scarico delle acque reflue – che inonda di fango (per essere gentili) il locale.
Quello è un segnale, Emilio l’ha capito. Anzi, è il segnale. L’allarme scattato. L’avviso che la sua cucina gli dà quando sta per accadere qualcosa di nefasto

No, lo show, la trasmissione di Borghese può aspettare: Emilio deve correre dal ristorante di Delfo per capire cosa è successo.

Perché Amir, che era amico di Delfo, suo braccio destro, uno di cui si fidava, lo avrebbe ucciso? Per una rapina? Emilio capisce che deve portare avanti la sua indagine, la soluzione semplice della polizia che sposa l’equazione immigrato = assassino non lo convince. Non si uccide una persona che si conosce da anni per fregargli i pochi soldi nel portafoglio.

«Facciamo così» le dice. «Io domani sera sarò a fare ’sto cavolo di programma, e tu non ti licenzi. Però, nel frattempo, vieni con me e mi aiuti a capire qualcosa della morte di Delfo. Ci stai?»
Tocca a lui e alla povera Alice risolvere ancora una volta questo caso che è subito esploso sui media e nelle televisioni che inzuppano il pane su queste storie, cavalcando la paura dei bravi cittadini.
Due giorni prima della morte di Delfo
Andrea Costa è di nuovo lì, a respirare aria di casa tra i suoi amati gradoni, sotto lo sguardo sobrio ma altezzoso della Torre di Maratona, che si erge illuminata dai riflettori del Dall’Ara.
In un racconto giallo, normalmente i personaggi della storia vengono presentati all’inizio: in questo libro dove il piano temporale si alterna tra i giorni precedenti la morte di Delfo a quelli successivi, incontriamo questo Andrea Costa, di cui sappiamo veramente poco. È tornato da Cuba da poco dopo essere stato via dalla sua Bologna per anni, ha lasciato lì la fidanzata e per motivi che non conosciamo è ora tornato a casa. In che modo la sua storia si intreccia con l’indagine sulla morte del ristoratore?

L’indagine si muoverà tra strane buche lasciate davanti casa di Delfo, sulla passione di Amir per le schedine (e per alcuni numeri che per lui hanno un significato importante) e su un fatto di cronaca avvenuto tanti anni prima che ha segnato nel profondo alcuni dei protagonisti della storia.
Come nei precedenti romanzi di Filippo, il passato di Bologna ha un ruolo fondamentale nello spiegare i perché del racconto. Chi vive a Bologna lo sa: “...nonostante il gelo, la nebbia, la polvere, l’asfalto spaccato con i binari ancora posati alla meno peggio, Bologna continua a essere la donna più bella del mondo. Lui Bologna la ama.”

E Bologna la si ama anche per le sue ferite: la bomba alla stazione, la strage al liceo Salvemini e, in questa storia, le ferite lasciate dalla banda della Uno Bianca.
I poliziotti che hanno infangato la loro divisa e che si sono resi responsabili della morte di 23 persone, uccise senza una ragione nel corso di rapine a supermercati o distributori. Colpevoli di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.
La storia della Uno Bianca è uno dei tanti, troppi, misteri d’Italia, nonostante le sentenze di condanna: c’era qualcuno dietro di loro?

La Strategia della tensione, ovvero creare terrore per spingere il governo a una reazione autoritaria, che fino ai primi anni Ottanta era stata l’arma per mantenere lo status quo, è superata. Serve un salto di qualità. L’Italia della Prima repubblica va cambiata, sia da un punto di vista politico sia sociale. Va distrutta. Annientata.
Come ha raccontato l’ex magistrato Giovanni Spinosa (ne l’Italia della Uno bianca), parliamo di delitti che avvenivano negli stessi anni in cui poteri oscuri dentro e fuori le istituzioni puntavano alla distruzione del sistema. Perché “se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi...”

Pur rimanendo un giallo con una forte impronta ironica, Filippo Venturi riesce a toccare argomenti quanto mai attuali: la narrazione tossica dei fatti di cronaca, trasformati in arma di propaganda da parte di chi cavalca le paure della gente per prendere qualche voto in più.
La paura come strumento per condizionare la vita politica delle persone.
La memoria sui fatti tragici della Uno Bianca. E poi il mondo degli influencer e dei recensori dei ristoranti..

Ma, alla fine, chi ha ucciso Delfo? Come sono andate veramente le cose nel suo ristorante quella sera di gennaio? E come andrà a finire la gara con gli altri ristoratori per Emilio Zucchini?
Di una cosa possiamo essere certi:
“Ormai a Bologna” aveva pensato ineluttabilmente il buon Baroni “è proprio impossibile fare i conti senza l’ oste.”

La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


Nessun commento: