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20 luglio 2025

Il biennio di sangue di Luca Tescaroli

 

1993-1994. Le menti e gli esecutori degli attentati di cosa nostra nel continente

Lavoravo alla procura Distrettuale Antimafia di Caltanissetta quando si verificarono gli attentati nelle città di Roma, Firenze e Milano, e stavo iniziando ad occuparmi di Capaci, avvenuta il 23 maggio 1992, e dell’attentato dell’Addaura pianificato per il 21 giugno 1989 per colpire Giovanni Falcone e i componenti della delegazioni elvetica in quei giorni a Palermo.

Avevo ancora nella mente le immagini desolanti dell’enorme cratere, di quella Croma scagliata a oltre sessanta metri di distanza dall’enorme deflagrazione, con all’interno i cadaveri straziati di Rocco Dicillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro, quella folla enorme e scomposta di persone che si riversavano nell’area aperta a tutti per andare a rendere omaggio alle vittime o semplicemente a curiosare [..]

Immagini che mi apparvero come lo specchio su cui si rifletteva uno Stato assente e distratto, che per tanti anni aveva tollerato o, forse, favorito, il dilagare del crimine organizzato.

Come sono stati individuati gli autori delle stragi del “biennio di sangue”, 1993-1994? Quali le prove che hanno consentito agli inquirenti di portarli a processo e ai giudici di condannarli a svariati anni di carcere? In che modo si è giunti alle condanne a Spatuzza, i fratelli Graviano, Riina e Bagarella i vertici dell’ala corleonese che in quegli anni comandava dentro cosa nostra?

La prima parte del racconto si occupa proprio di questo elencando nomi, circostanze, le confessioni degli stessi esponenti delle cosche rese davanti ai magistrati, una volta presa la scelta di diventare collaboratore di giustizia.

Luca Tescaroli oggi procuratore a Prato (dove ha chiesto di aprire una nuova direzione distrettuale antimafia per contrastare la criminalità organizzata cinese) si concentra sulle stragi di Firenze in via dei Georgofili del 26 maggio 1993, sulla strage in via Palestro a Milano e sugli attentanti a Roma del 27 luglio 1993. Oltre agli attentati al giornalista Maurizio Costanzo, il 14 maggio 1993, al fallito attentato a Totuccio Contorno nel 1993 e all’ultima bomba, l’ultima di questa scia di sangue e tritolo (e molto altro) cominciata con la bomba a Capaci, il 23 giugno 1992.

Un biennio di sangue che ha rappresentato la più grave minaccia contro le istituzioni italiane portata avanti da cosa nostra, in prima linea, su cui ancora si deve chiarire se ci siano stati, oltre a i boss, altri mandanti a volto coperto da ricercare sia dentro le istituzioni stesse, sia dentro altre centri di potere tra cui massoneria e pezzi dei servizi.

Come ricorda lo stesso autore, lo stragismo non rappresentava una novità nella storia del nostro paese: quelli che sono passati alla storia come gli anni della strategia della tensione sono stati caratterizzati da attentati contro banche, treni, sindacati riuniti in piazza, tentativi di colpi di stato che avevano come obiettivo quello di lanciare messaggi a chi di dovere dentro le istituzioni.

Quello che colpisce della scia di attentati del 1992-93-94 è quanto abbiano inciso nelle scelte politiche fatte dai vari governi: come per le bombe fasciste di Milano 1969 e Piazza della Loggia 1974 l’obiettivo era destabilizzare per stabilizzare l’asse politico in senso centrista e ostacolare la crescita dei partiti di centro sinistra, l’obiettivo delle bombe di cosa nostra era lo stesso, destabilizzare per non poi trovare all’interno dei partiti nuovi referenti politici.

Cambiare tutto per non cambiare nulla negli equilibri tra stato e mafia.

C’è un filo nero che lega le stragi fasciste a quelle mafiose (sempre che sia solo mafia): la presenza di esponenti dell’arcipelago nero come Paolo Bellini, condannato per la strage fascista di Bologna del 1980 e confidente dei carabinieri nel 1993. Nonché suggeritore a Nino Gioè della strategia di colpire le opere d’arte come strumento di ricatto per lo stato.

E poi Stefano Delle Chiaie, fondatore di Avanguardia Nazionale, nata da una scissione del movimento sociale, indagato più volte per le stragi fasciste degli anni settanta e sempre assolto.

La pista nera arriverebbe anche a lui: come racconta il collaboratore dei carabinieri Alberto Lo Cicero, Delle Chiaie sarebbe stato visto a Capaci nei mesi precedenti la strage.

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Prosegue poi Tescaroli:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

La parte più interessante del racconto però è quella successiva: nella seconda metà si raccolgono tutti quegli spunti investigativi ancora da seguire perché o legati a punti poco chiari delle indagini o perché spunti meritevoli di approfondimento.

Perché una cosa va chiarita: nonostante le celebrazioni, le parole di circostanza da parte della politica (la stessa che poi attacca i magistrati quando toccano i loro interessi, la stessa che depotenzia la magistratura togliendo strumenti per fare indagini), siamo ancora lontani dalla piena verità su Capaci, sulla strage di via D’Amelio e sugli attentati avvenuti a Firenze, Roma e Milano.

.. occorre evidenziare che, in ordine ai fatti stragisti terroristico-eversivi del biennio 1993-94, dai processi celebrati, sono emersi spunti investigativi che hanno imposto e impongono di continuare a indagare per verificare se sia dimostrabile sul piano processuale una convergenza di interessi di ulteriori soggetti estranei al sodalizio mafioso [..]
Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede.

Partiamo da Capaci: come mai il commando che era stato mandato a Roma, di cui faceva parte anche Gaspare Spatuzza, nella primavera del 1992 per seguire Maurizio Costanzo e Giovanni Falcone in previsione di un attentato, è stato richiamato poi in Sicilia da Riina?

Perché l’accelerazione sulla strage di via D’Amelio contro Paolo Borsellino e la sua scorta a soli 57 giorni dalla morte di Giovanni Falcone?
Come mai pezzi delle istituzioni hanno costruito il finto pentito Scarantino, un piccolo spacciatore ritenuto credibile in tre gradi di giudizio? Forse per allontanare le indagini dai fratelli Graviano?

Va chiarito il ruolo di Paolo Bellini, confidente dei carabinieri e suggeritore della strategia terroristica di colpire le opere d’arte: “Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell’Ordine da Bellini, non hanno consentito di impedire l’escalation di violenza del 1993?”

Meriterebbe un approfondimento la morte di Nino Gioè uno degli autori della strage di Capaci, morto in uno strano (e poco credibile) suicidio in carcere, dopo aver scritto una lettera-testamento dove citava pure Bellini.

“Questa storia del suicidio di Gioè secondo me è un altro segreto che ci portiamo appresso”, diceva Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico di Giorgio Napolitano al Quirinale, intercettato mentre parlava al telefono con Nicola Mancino. Ai magistrati di Palermo spiegò il senso delle sue parole: “A me quel suicidio non mi è mai suonato… mi ha turbato, mi turbò nel ’93 e mi turba ancora”. Il corpo senza vita di Gioè lo trovano la notte tra il 28 e 29 luglio del ’93: esattamente 24 ore dopo la stragi di via Palestro, di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio in Velabro.

Anche sulla strage di via Palestro c’è un buco nero: chi ha materialmente compiuto gli ultimi atti della strage a Milano? Il racconto dei mafiosi termina diverse ore prima, come se i mafiosi avessero lasciato l’operazione ad altri soggetti esterni alla mafia.

Come quella misteriosa donna bionda vista da testimoni vicino alla Uno bianca poi esplosa nella notte del 27 luglio.

Il 1993 è stato l’anno di tangentopoli, dello scandalo dei fondi neri del Sisde, del tentato golpe alla rai di Saxa Rubra, del rinvenimento dell’esplosivo sul rapido Siracusa-Torino, collocato da un funzionario dei servizi di Genova, della crisi economica del Paese.

Un anno di forti sconvolgimenti che hanno destabilizzato il paese, anche per le rivendicazioni fatte da una misteriosa sigla “Falange armata”: chi c’era dietro queste rivendicazioni, non solo sulle bombe ma anche sui delitti compiuti dalla Uno Bianca in Romagna?

E poi la trattativa stato-mafia: nonostante l’opera incessante dei negazionisti della trattativa (ovvero del ricatto a organi dello stato portato avanti da cosa nostra con gli attentati), questa trattativa c’è stata.

Lo dicono gli stessi ufficiali del Ros, se ne è ricordato dopo anni di distanza lo stesso Martelli: gli incontro tra uomini dello stato e intermediari mafiosi ci sono stati. Come ci sono state le reazioni da parte del governo Amato in reazione alle stragi, il 41 bis revocato a diversi mafiosi, l’avvicendamento al DAP in primis.

Scrive la Cassazione nella sentenza sulle strage di Firenze in via dei Georgofili:

[…] L’escalation di violenza che contrassegnò la stagione delle stragi era finalizzata a indurre alla trattativa lo Stato, ovvero a consentire un ricambio sul piano politico che, attraverso nuovi rapporti.

Commenta Tescaroli:

Dunque, sono stati acquisiti dati probatori, attraverso i processi celebrati, idonei a ritenere che siano esistite delle trattative, che i vertici dell’organizzazione mafiosa abbiano ricevuto oggettivamente un segnale istituzionale idoneo, nella loro prospettiva.

Sono domande che allargano l’orizzonte delle indagini andando oltre la sola cosa nostra: come mai le stragi sono finite nel 1994, poche settimane prima dello scioglimento del governo Ciampi e delle nuove elezioni, quelle in cui vinse il partito di Berlusconi, Forza Italia.

Il partito si cui, secondi diversi pentiti, si sarebbero convogliati i voti della mafia.

Il partito di Marcello Dell’Utri, il partito di Antonio D’Ali, entrambi condannati per concorso esterno in associazione mafiosa.

La scheda del libro sul sito di Paper First

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


19 luglio 2025

Borsellino, la lotta alla mafia e la normalizzazione della mafia

Immagine presa dal sito 19luglio

Oggi è il giorno del santino del giudice Paolo Borsellino, magistrato del pool antimafia di Palermo (e poi a Trapani per tornare ancora a Palermo), ucciso da un’autobomba davanti casa della madre in via D’Amelio il 19 luglio 1992 assieme alla sua scorta, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Fabio Li Muli.

Un attentato avvenuto a 57 giorni di distanza dall’altra bomba, quella che uccise a Capaci Falcone, Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta (Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro ).

Perché il giorno del santino? Perché nelle celebrazioni che si terranno oggi in memoria si racconterà di un altro Borsellino, quello diventato appunto un’icona per la politica (e per i professionisti dell’antimafia di facciata): Borsellino l’eroe, Borsellino che, come Falcone, lavorava senza fare show mediatici. Borsellino emblema della lotta alla mafia.. l’attuale presidente del consiglio ricorda sempre di essere entrata in politico dopo l’attentato di via D’Amelio.

Ma dimentica tante altre cose: che il suo partito è andato al governo nel 1994, il primo della seconda Repubblica nata sul solco della stragi e della trattativa stato-mafia, assieme ad un partito fondato da un politico molto chiacchierato.

E, ma non solo Meloni, ci si dimentica dei tanti attacchi che il pool di Palermo e Falcone con Borsellino in primis, subirono da vivi. Questo è il destino riservato agli eroi nel nostro paese: il pool di Chinnici e Caponnetto poi furono attaccati dalla DC regionale perché si erano permessi di entrare nelle banche, perché volevano fare luce su quella zona di contiguità (perché complicità non si poteva dire) tra politica e mafia.

Perché finalmente si facevano indagini sui fratelli Salvo, gli esattori della tasse regionali grandi elettori della DC, su Vito Ciancimimo, il più politico dei mafiosi di Corleone (parole di Falcone), su Salvo Lima, il primo politico ad essere liquidato da Riina dopo la conferma in Cassazione del Maxi Processo, il 30 gennaio 1992.

La carriera di Falcone in magistratura fu bocciata più volpe per i tanti giuda presenti anche tra i colleghi e nel CSM. A Borsellino fu contestata la nomina a procuratore capo a Trapani da un “brutto” articolo di Leonardo Sciascia uscito sul corriere, quello dei “professionisti dell’antimafia”. Per fortuna poi lo scrittore e il giudice ebbero modo di chiarire quanto successo.

Oggi nelle tante celebrazioni si dirà che lo stato ha vinto: i responsabili di Capaci e i vertici dell’ala corleonese che hanno organizzato le stragi del 1992-1993 sono stati arrestati, molti di loro hanno scelto la strada della collaborazione, aiutando i magistrati a chiarire altri episodi di mafia.

Ma lo stato non ha vinto: è stata eliminata l’ala corleonese di cosa nostra, quelli per cui bisogna “Fare la guerra per poi fare la pace ”, come disse Riina ai suoi collaboratori.

Eppure in questi anni si è consentito a Bernardo Provenzano una lunga latitanza di 43 anni: lo stato poteva arrestato a Mezzojuso, grazie al lavoro del colonnello Michele Riccio, ma poi il Ros di Mario Mori decise altrimenti. Sono accadute strane cose nella guerra alla mafia: la mancata perquisizione al covo di Riina, la mancata cattura di Provenzano, la latitanza dorata di Matteo Messina Denaro (considerato l’ultimo padrino) durata quasi 30 anni. Arrestato nel gennaio 2022 mentre si recava in una clinica privata (sempre che vogliamo credere a questa versione..).

La trattativa stato mafia, gli incontri tra uomini delle istituzioni e portavoce dei boss, per mettere fine a queste bombe (quelle di Capaci e via D’Amelio, come anche gli omicidi dei politici che non avevano garantito l’impunità dei boss).

Oggi ci diranno che la trattativa non c’è stata, sono stati tutti assolti d’altronde gli uomini dello stato, gli ufficiali del Ros e i politici che erano stati chiamati a processo.

Certo, i contatti ci sono stati, c’è stato il papello, lo stato ha revocato il 41 bis a diversi boss sottoposti al carcere duro, come azione distensiva nei confronti di cosa nostra. Alcune delle richieste di Riina contenute nel papello sono diventate legge: lo smantellamento delle supercarceri, la riforma della legge sui pentiti..

Oggi, sotto i nostri occhi, sta avvenendo una riscrittura della lotta alla mafia: altro che pista nera, altro che entità esterne che hanno concorso ad organizzare le stragi (massoneria, ex esponenti di Gladio che non intendevano farsi mettere a pensione col crollo del muro di Berlino).

Oggi la nuova commissione antimafia gestita dal partito di destra di Meloni sotto l’influenza di Mario Mori ci dice che Falcone è stato ucciso perché era nemico della mafia. E che dietro la strage di Borsellino c’è il rapporto mafia-appalti.

Per credere a queste fandonie basta dimenticare tutti i pezzi che mancano, tutte le cose che non tornano dietro alle verità ufficiali.

Le deposizioni del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero che parla della presenza di Stefanao Delle Chiaie a Capaci presumibilmente per preparare la strage (La pista nera di cui ha parlato Report in diversi servizi).

Del falso pentito Vincenzo Scarantino, un pupo vestito ad arte da uomini dello stato, il capo della mobile La Barbera: come mai lo stato ha costruito questo falso pentito per inventarsi una falsa pista dietro via D’Amelio?

LA vera domanda è, come mai questa seconda strage, a soli 57 giorni da Capaci? Dopo la seconda bomba il parlamento fu costretto ad approvare il decreto Falcone (che era rimasto fermo) che conteneva il carcere duro.

Cosa spinse la mafia e Riina a questa accelerazione?

Chi era il giuda, il falso amico che aveva tradito Borsellino (fu una delle ultime confidenze fatte a due suoi collaboratori)?

Serviva dare un altro colpetto a questa seconda repubblica e ai suoi partiti (alle prese anche con le inchieste sulla corruzione) per preparare il terreno all’uomo nuovo, ad una seconda repubblica dove tutto cambia per non cambiare nulla (per citare il Gattopardo)?

È uscito recentemente per Paper First un libro scritto dal procuratore Luca Tescaroli, “Il biennio di sangue” che ripercorre le bombe successive, quelle fatte scoppiare a Roma, in via Fauro il 14 maggio 1993 contro il giornalista Maurizio Costamzo.

A Firenze alla torre dei Pulci in via Georgofili il 26 maggio 1993. La bomba a Milano il 27 luglio 1993 in via Palestro.

Poi le due bombe fatte scoppiare a Roma, sempre nella notte del 27 luglio, davanti le chiese di san Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro durante la notte delle bombe che fece pensare, all’allora presidente del consiglio Ciampi, che si stesse preparando un colpo di stato.

Ricordo come fosse adesso quel 27 luglio, avevo appena terminato una giornata durissima che si era conclusa positivamente con lo sblocco della vertenza degli autotrasportatori. Ero tutto contento, e me ne andavo a Santa Severa per qualche ora di riposo. Arrivai a tarda sera, e a mezzanotte mi informarono della bomba a Milano. Chiamai subito Palazzo Chigi, per parlare con Andrea Manzella che era il mio segretario generale. Mentre parlavamo al telefono, udimmo un boato fortissimo, in diretta: era l'esplosione della bomba di San Giorgio al Velabro. Andrea mi disse "Carlo, non capisco cosa sta succedendo...", ma non fece in tempo a finire, perché cadde la linea. Io richiamai subito, ma non ci fu verso: le comunicazioni erano misteriosamente interrotte. Non esito a dirlo, oggi: ebbi paura che fossimo a un passo da un colpo di Stato. Lo pensai allora, e mi creda, lo penso ancora oggi... ".

Il colpo di stato non è avvenuto. Ma la normalizzazione della mafia, si quella c’è stata. La lotta contro la mafia (non solo l’ala militare, ma anche la mafia imprenditoriale, la mafia dei camici bianchi, la mafia del cemento, la mafia dei supermercati, dentro la finanza..) si è via via depotenziata.

È solo bastato aspettare. Governo dopo governo. Con gli attacchi ai pochi magistrati che si ostinano a fare il loro dovere contro la criminalità organizzata.

Tagli alle intercettazioni, riforme in senso garantista che limitano l’azione giudiziaria e il diritto ai cittadini ad essere informati.

Qualche ministro arriva persino a pensare che si debba tornare a fare le indagini come una volta, coi pedinamenti.

Dimenticandosi di quanto è successo 33 anni fa.

Riprendiamo dal libro di Luca Tescaroli, “Il biennio di sangue”

Il retroterra stragista degli anni Settanta e Ottanta e il momento di massimo pericolo per la democrazia nel nostro Paese

Lungo il sentiero del tempo che attraversa gli anni Settanta, Ottanta e Novanta, membri appartenenti alla destra eversiva e all’associazione mafiosa denominata Cosa nostra incisero profondamente nella vita democratica della nostra Nazione con il ricorso a dirompenti ordigni esplosivi che hanno prodotto plurime stragi, seminando panico, distruzione, lutti e una diffusa insicurezza nella collettività. Alle bombe nere dei neofascisti degli anni della strategia della tensione [..] si affiancarono le stragi volete ed eseguite dai corleonesi giunti alla guida di cosa nostra, nel quadro delle ipotizzate convergenze di interessi con soggetti esterni alla stessa organizzazione.

Per poi proseguire:

Nella fascia temporale che ha preceduto l’esecuzione di queste otto stragi [quelle del 1993 e il mancato attentato allo stato di Roma nel gennaio 1994] sono affiorati e, comunque, sono rimasti sullo sfondo rapporti tra esponenti della destra estrema, come Paolo Bellini risultato in contatto con il mafioso Antonino Gioè, che riportavano alla mente le stragi neofasciste degli anni Settanta e Ottanta.

L’aggressione rappresentò il momento di massimo pericolo per la nostra democrazia, che venne profondamente ferita, e l’attacco più grave posto in essere da Cosa nostra.

Finché ci racconteremo la storiella dei santini, la verità di comodo sulla morte di Falcone e Borsellino (e di tutte le altre vittime innocenti), la nostra democrazia sarà ancora sotto ricatto.

23 maggio 2024

La pacificazione sulla mafia e il ricordo (che manca) di Falcone


Oggi, sulle prime pagine dei principali quotidiani, è difficile trovare menzione di Capaci e dell'anniversario della morte del giudice Falcone.

Se fosse ancora vivo sarebbe tra i magistrati attaccati dalla politica, colpevole di indagare solo su una certa parte politica, colpevole di danneggiare l'imprenditoria siciliana e italiana (perché queste accuse gli furono veramente rivolte, dalla DC siciliana, perfino da colleghi nel Tribunale di Palermo).

Invece Falcone è stato ucciso 32 anni (in un attentato su cui ancora ci sono filoni di indagine aperti) fa e così oggi la sua memoria viene strumentalizzata, usata come bandierina dai partiti che fanno una finta lotta alla mafia, anzi alle mafie.

Questa maggioranza di governo per tramite la commissione Antimafia, come ha ben spiegato il servizio di Report sui nemici di Falcone e Borsellino, è preoccupata solo della strage di via D'Amelio, spingendo sulla pista del rapporto del Ros.

Tutto pur di nascondere i mandanti a volto coperto, il depistaggio di stato col finto pentito Scarantino, creato dai poliziotti del questore La Barbera.

Il messaggio di questi comportamenti dal governo, dai finti garantisti che si mobilitano solo per gli ufficiali del Ros, Contrada, i politici legati con rapporti pericolosi coi mafiosi? La mafia è stata sconfitta, non c'è (in linea con la sentenza della Cassazione sul processo per la trattativa stato mafia). 

La famosa convivenza con la mafia di cui parlava un ex ministro tanti anni fa, curiosamente il padre dell'attuale progetto del ponte sullo Stretto.

Per non disturbare questa convivenza la Rai ha deciso di non mandare in onda nessuno speciale su Falcone, sul pool di Palermo, sull'enorme sacrificio che il paese ha chiesto a questi magistrati, ai loro collaboratori nelle forze dell'ordine.

Trattativa Stato-Mafia: il processo che non si doveva fare

Il colpo di spugna
Tutto cancellato. Tutto inutile. Tutto da rifare. Si poteva trattare con la mafia. Si può trattare con la mafia. Si potrà trattare con la mafia. Lo Stato può scendere a patti col suo avversario ultrasecolare. Non c’è niente di male se lo fa a fin di bene. Cosa nostra resta l’unica organizzazione criminale con licenza di condizionare, intimidire, terrorizzare il suo nemico, alla quale non verrà mai meno la speranza di trovare interlocutori sugli spalti dell’altra sponda.
Che si chiuda un’epoca è pacifico. L’epoca segnata dalla volontà – quantomeno conclamata, quantomeno intrisa di retorica, quantomeno scolpita da milioni di parole – di diventare un’Italia moderna, che sia Europa sino in fondo, capace di saper fare da sola liberandosi per sempre dalla zavorra sporca che per centocinquant’anni l’ha resa socialmente ed economicamente zoppa.
 

Da Il colpo di spugna, di Saverio Lodato e Nino Di Matteo