Visualizzazione post con etichetta Verona. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Verona. Mostra tutti i post

31 luglio 2026

Il diavolo nel palazzo di Alessandro Maurizi

Verona, sabato 4 dicembre 1880
La carrozza avanzava sulla strada dissestata, trainata da due cavalli neri che sbuffavano nell’aria fredda e umida del pomeriggio. All’interno, nel tepore fornito da due scaldini di rame, tre donne conversavano.
Alessandro Maurizi con questo suo secondo romanzo storico della serie con gli “Invisibili di San Zeno” ci riporta indietro negli anni successivi all’unità d’Italia, a Verona. Nei giorni in cui la città è alle prese coi preparativi per le festività per il Natale, quando in città verrà anche inaugurato il teatro comunale, due delitti, all’apparenza slegati, scuotono la serenità dei veronesi.

Il primo riguarda la morte di una ragazza, violentata e poi strangolata, il cui corpo è stato trovato nelle campagne fuori città. Per le guardie si tratta di una prostituta uccisa da un suo cliente ma non è questa la verità per l’appuntato Venier, l’ex guardia dell’impero asburgico, che trova qualcosa di fuori posto in quel cadavere. Lui quella donna l’aveva già vista in città e non era una prostituta.
«Dottor Giorio, avete altro da aggiungere?» La voce del pretore Vincenzo Tommaseo lo richiamò alla realtà. Danno erariale, truffa, false dichiarazioni: erano queste le accuse rimaste contro Bordignon. Il processo contro il titolare della Casa generale di spedizioni marittime, responsabile della migrazione di migliaia di famiglie venete, della morte di tanti connazionali si era dissolto come una bolla di sapone.
Il secondo delitto è quello del barone Dalzotto, ucciso nella sua villa probabilmente durante un tentativo di furto. Di questa indagine se ne occupa Federico Giorio, il giovane procuratore legale di idee repubblicane che avevamo incontrato ne “Gli invisibili” dove si era occupato degli affari di ricchi notabili della città sulla pelle dei tanti poveracci, spinti ad imbarcarsi su un piroscafo verso il sudamerica dove avrebbero trovato l’eldorado. E dove invece, almeno per una buona parte di loro, avrebbero solo trovato senti, fatiche e la morte.

L’indagine sulla morte della ragazza interessa anche qualcun altro in Questura, non solo Venier, che viene incaricato di identificare il nome della poveretta e scoprire come è stata uccisa: aveva ragione lui, non era una prostituta, ma una ragazza, Elisa Zarantonello, che lavorava come sguattera in una osteria e viveva nella miseria in una delle case del ghetto (eh si, in Italia avevamo i ghetti per gli ebrei). Ma in mezzo a quella miseria Venier trova anche un paio di orecchini che lì non dovrebbero esserci. Chi li ha dati a quella povera ragazza? Un corteggiatore?

Anche l’indagine di Giorio, che sembrava infilarsi verso una facile conclusione dopo che era stato individuato il responsabile, sembra complicarsi. La baronessina Dalzotto porta al procuratore delle prove che scagionerebbero il ragazzo, Davide Zambon un facchino ora latitante in fuga dalle guardie e da una condanna alla fucilazione (perché nell’Italia di quegli anni esisteva la pena di morte). Giorio arriva a mettere in relazione questo delitto con altri casi che sembrano avere molte analogie con la morte del barone e che potrebbe esserci dunque un’unica mano dietro una scia di delitti avvenuti a Verona negli ultimi anni. Tutti delitti in cui sono stati già individuati, e giustiziati, i presunti responsabili.

Per scoprire cosa si nasconde dietro questi delitti, si ricostituisce così qui la squadra degli “invisibili”: a Giorio e Venier si aggiunge anche la Ginevra Zanconato, figlia del medico legale, che sta studiando medicina a Padova tra molte difficoltà, per il fatto di essere donna. E proprio il suo essere donna la sprona a cercare giustizia per la povera Elisa. E per tutte le donne costrette a subire in silenzio soprusi e violenze in quella società profondamente ingiusta e divisa in classe sociali. E, infine, Bacchetto, un ragazzino di strada che da grande vuole fare il soldato e che per il momento si accontenta di aiutare Giorio muovendosi nelle strade della città senza essere visto.

«Venier, voi state indagando sulla povera ragazza violentata e strangolata» continuò Giorio. «Io su alcuni omicidi sospetti. E la signorina Ginevra potrà darci una mano, grazie al suo lavoro.» Ginevra, con un sorriso enigmatico, sussurrò: «Ho con me tutti i fascicoli».

Devono muoversi con estrema cautela, gli invisibili: per il procuratore capo esiste già un responsabile per quei delitti, Giorio non si è costruito una bella fama andando ad infastidire certi “poteri” dentro la sua città. E ora su di lui, sul suo braccio operativo Venier, si sono puntati tanti occhi. Arriveranno a “sporcarsi” le mani, muovendosi nei bassifondi di questa città, così bella e brutta allo stesso tempo, con le catapecchie dei poveri e le ville dei ricchi, due mondi distanti anni luce. C’è un pericoloso assassino là fuori, il “diavolo” dentro il palazzo, che gioca con la vita delle persone:

La città era ignara del pericoloso e violento assassino che si aggirava ancora fra la gente. Qualcuno che giocava con le vite altrui come fossero pedine, scegliendo vittime da incolpare e marchiando il destino dei miserabili con prove che non lasciavano scampo.

Chi è questo assassino? Perché tutte quelle morti?
La verità emergerà in tutta la sua drammaticità proprio il giorno di Natale: la verità di una guerra non combattuta nelle trincee ma all’ombra dei palazzi del potere.

Come il primo della serie, anche questo “Il diavolo nel palazzo” è un romanzo ben scritto dove l’ambientazione storica è molto ben curata. Parlo dell’Italia post unitaria con tutti i problemi ereditati dalle guerre risorgimentali, dalla miseria, dalle tensioni all’interno della società.
Giova ricordare che il protagonista del racconto, Federico Giorio, questo giovane che sembra spinto da una forte tensione per la verità tanto da trascurare i suoi desideri, è un personaggio veramente esistito: è stato procuratore legale a Verona dove aveva pubblicato un saggio “Ricordi di Questura” dove denunciava i soprusi delle “guardie” verso la povera gente. Da ex poliziotto, Alessandro Maurizi è rimasto affascinato da questo personaggio tanto da portalo in modo romanzato dei suoi racconti.


Altra annotazione importante, come negli “Invisibili di San Zeno”, in questo romanzo le donne hanno un ruolo di primo piano, partendo proprio da Ginevra, figlia del medico legale che ha scelto di diventare una delle prime laureate di medicina, sfidando le convenzioni del tempo (e forse non solo quelle del tempo passato).
Ma lei, ancora più di Giorio e dell’appuntato Venier, ha una mentalità progressista, ha voglia di lottare contro la mentalità fortemente maschilista della sua città (e di tutte le città del regno) che relegavano la donna al ruolo di madre e sposa.
E, infine, Emilia, la ex prostituta di cui Giorio si era innamorato e che però alla fine aveva lasciato andar via, per quella sua paura nel dover prendere delle decisioni sulla sua vita.


La scheda del libro sul sito di Mondadori
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

23 giugno 2024

Report - il senatore assenteista, Verona e la ndrangheta, l’inchiesta sulla Fondazione Milano Cortina, le analisi del sangue in farmacia

IL PORTANTINO EDITORE Di Luca Bertazzoni

Il senatore Angelucci è stato seguito, oltre che dalla scorta, dal giornalista di Report che ne ha raccontato la sua storia da portantino, fino a diventare un importante manager della sanità.
Oltre che senatore, da 16 anni, prima in Forza Italia poi Lega, sempre eletto in un collegio blindato, nonostante sua il prototipo dell’assenteista.
Senatore poco amichevole coi giornalisti che gli ricordano le assenze.
Ma è anche il senatore più ricco, per il vitalizio che gli riconosce il gruppo da lui fondato.
Queste società – spiega il consulente finanziario di Report Bellavia – fanno tutte capo ad una finanziaria, la Tosinvest, controllata da una società lussemburghese, la quale è a sua volta controllata da un’altra lussemburghese, ancora controllata da una nuova società in Lussemburgo. I tre livelli di controllo lussemburghese sono riconducibili a.. non lo possiamo sapere, ma quella in cima a tutto si chiamava Angelucci, poi ne hanno cambiato il nome, dunque probabilmente è di proprietà del senatore. Perché la scelta di società controllanti in Lussemburgo? Per motivi fiscali, continua Bellavia: gli utili degli ospedali degli Angelucci che lavorano in convenzione col pubblico finiscono in Lussemburgo: “concettualmente si, poi bisogna vedere come si muovono, come vengono distribuiti i dividendi, ma alla fine sono dividendi lussemburghesi dunque non tassati e stanno all’estero.”
Grazie ai guadagni dal campo sanitario Angelucci oggi può investire in una sua seconda passione, l’editoria: già proprietario di Libero, Il Tempo e il Giornale, il gruppo Angelucci ha messo gli occhi sulla seconda agenzia di stampa del Paese, l’Agi, di proprietà dell’Eni, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze.
Vincenzo Vita è stato sottosegretario alle telecomunicazioni fino al 2001: “se una cosa esce in agenzia, c’è come un timbro, vuol dire che è una cosa seria, non è una fake e questo può dar luogo a chi fa il telegiornale di fare la sua scaletta.. la cosa che dice l’Agi merita di essere in testa”.
Se Angelucci dovesse prendersi l’Agi cosa potrebbe succedere?
“Angelucci avendo interessi in settori piuttosto delicati, le cliniche private, sarebbe una forma di pressione, un modo per fare intendere ai vari pezzi del potere che c’è eccome una presenza che vuole contare..”.
Questa proposta di acquisto ha suscitato le proteste dei giornalisti dell’agenzia Agi, scesi in piazza per dire no alla vendita di Eni della testata al parlamentare leghista: sui cartelloni era scritto “l’Agi non si svende” a difesa anche del pluralismo e della libertà dell’informazione, un valore nelle democrazie anche per noi cittadini. Libertà di informazione che sarebbe messa a rischio dalla vendita ad un editore-politico.
Lo spiega bene a Report Serenella Ronda, giornalista dell’Agi: “le agenzie di stampa sono una fonte primaria di informazione e per questo devono essere autonome e indipendenti”.
In piazza, il 3 aprile scorso, assieme ai giornalisti, erano presenti anche esponenti dell’opposizione, come l’ex giornalista Ruotolo e il deputato Fratoianni: l’ex segretario PD Bersani parla di un “segnale all’ungherese, qui si vuole prendere una agenzia e buttarla a fare un service di un gruppo di testate di destra in spregio ad ogni logica di conflitto di interesse ma anche, io credo, al comune senso del pudore.”
“In democrazia non dovrebbero succedere cose di questo genere” racconta ai giornalisti in piazza il segretario del M5S Conte “che una partecipata dallo Stato, controllata dallo Stato, offre a trattativa privata ad un parlamentare di maggioranza la seconda agenzia di stampa del paese.”
Dietro questa trattativa ci sarebbe Mario Sechi, ex portavoce di Meloni: questa voce la racconta una fonte interna ad Agi, Sechi ha lavorato per tutti e tre gli attori della vicenda, da Descalzi a Meloni ad Angelucci con Libero.
Descalzi era presente all’evento di FDI a Pescara, la conferenza per il programma del partito: dal punto di vista economico l’operazione fa acqua, allora perché la si fa?
Sechi, al telefono, ha smentito queste voci: però alla festa dei 50 anni de Il giornale, erano presenti tutti, gli Angelucci, Tajani e Sechi.
Bertazzoni è riuscito ad incontrare Angelucci a cui ha chiesto conto di questa operazione con Agi: cosa ci fare con Agi? “se anche fosse, ci divertiamo..”

La clinica di Velletri del gruppo Angelucci è stata chiusa dopo la fine dell’accreditamento: è stata scelta dal ministro Salvini per un evento del suo partito. Nell’evento il ministro si era speso per la riapertura della struttura.
C’è anche la storia della presunta corruzione dell’assessore D’Amato che però, spiega Angelucci, sarebbe avvenuta al contrario (era D’Amato che avrebbe chiesto soldi per le elezioni), il pm avrebbe anche chiesto l’archiviazione.
A Report, l’ex assessore D’Amato racconta una storia diversa, parla di 250mila euro se Amato avesse fatto dei favori ad Angelucci, tra cui la riapertura della struttura di Velletri.
L’ex assessore D’Amato si è opposto all’archiviazione e ora deciderà il GIP.

Nella battaglia per far riaprire questa struttura, Angelucci avrebbe coinvolto anche l’ex presidente Storace: secondo D’Amato, sarebbe stato Storace a chiamare l’ex assessore, per fare da mediatore col gruppo. Storace conferma l’incontro, in qualità di ex assessore voleva aiutare a trovare un accordo, “capire la ragione dell’accanimento contro il gruppo”, spiega a Bertazzoni.
Di fronte all’insistenza delle domande di Report, Storace sbotta “ma vuole essere proprio querelato?”

Quello che è vero è che i giornali di Angelucci iniziarono una campagna elettorale contro l’assessore D’Amato, in particolare Il Tempo: dopo la carota, il bastone – è stato il commento di D’Amato.
Angelucci come spiega la sua collezione di giornali? “Così… è una passione, poi vediamo: può darsi che ci stufiamo, li mettiamo insieme e li vendiamo”.
Secondo Angelucci, vorrebbe comprare anche La Verità del direttore Belpietro, che proprio dal manager della sanità è stato licenziato, per un contrasto causato da Renzi.
Report racconta di una trattativa tra la regione e Angelucci con mediatore Verdini, per delle fatture non pagate (dalla regione, targata PD): in questa mediazione Angelucci non voleva essere disturbato.

A vendere Agi ad Angelucci, sarebbe Eni, controllata dal ministro Giorgetti, collega di partito: in aula il ministro ha spiegato di non saperne nulla, ma stiamo parlando di una vicenda che ha dentro un conflitto di interesse e una concentrazione preoccupante dei mezzi di informazione.
Come la mettiamo con le regolamentazioni europee sull’informazione?
Gli affari ai giornali di Angelucci non vanno bene: guadagna bene con la sanità e bilancia per perdite. Il Tempo, Il Giornale, i giornali hanno una funzione diversa: racconta il servizio che si vuole avere una agenzia di stampa che faccia da megafono per la tua area politica, perché non si sa mai.
I media indipendenti sono un pilastro fondamentale delle democrazie – ricordano dall’Unione Europea. Lo sono indipendenti, i giornali di Angelucci?

Il nuovo presidente della regione Lazio è, dal 2023, Francesco Rocca, ex presidente della Croce Rossa (e nel passato ha lavorato in una clinica di Angelucci): “speriamo che Rocca abbia un occhio di riguardo, diverso da prima” racconta a Bertazzoni nell’intervista volante.
Rocca è stato presidente di Confapi, l’associazione delle cliniche private, ha scelto di tenersi la delega alla sanità: “Rocca è una persona capace e non quella persona di prima” è sempre Angelucci riferendosi a D’Amato.

Uno dei motivi degli scontri tra l’ex assessore e il manager è stata la questione della clinica di Rocca di Papa: era stata dichiarata covid free, così la signora Giovanna Boccardi aveva lasciato lì la madre nei mesi della pandemia, “ma ogni volta che arrivavo lì trovavo tre, quattro carri funebri e ho capito che c’era qualcosa che non andava..”.
Altra testimonianza è quella del signor Giacomozzi, figlio di un paziente di Rocca di Papa morto per covid: “io ho saputo del decesso dalle pompe funebri perché dal San Raffaele non mi hanno detto niente”.
Si parla di più di 170 contagi di cui la struttura aveva timore a raccontare, dal racconto della signora Boccardi “parliamo di qualcosa che non è stata gestita bene dall’inizio alla fine, io vedevo il personale entrare senza mascherine, senza guanti, ho chiesto se ci fosse un protocollo per evitare dei contagi e mi è stato risposto che non erano attrezzati per l’isolamento per cui i pazienti covid o no covid, con febbre senza febbre erano tutti quanti insieme.”
Stefano Giacomozzi ha presentato denuncia per capire cosa fosse successo alla madre, dall’ospedale abbiamo ricevuto due telefonate e basta e il certificato di morte.

Quando i contagi per covid nella struttura di Rocca di Papa iniziano a crescere senza controllo, nell’aprile 2020 la regione Lazio e l’unità di crisi decidono di istituire una zona rossa attorno alla struttura: l’ex assessore D’Amato racconta a Report che quello è stato uno dei cluster più rilevanti in una struttura sanitaria “constatammo che non erano rispettati le condizioni di sicurezza in relazione alla suddivisione dei percorsi, dei dispositivi di prevenzione, a tutto ciò che andava messo in atto per limitare la diffusione del contagio.”
Si arrivò così alla revoca
dell’accreditamento al San Raffaele di Rocca di Papa: accreditamento poi ristabilito dalla nuova amministrazione di destra di Rocca.
Gli affari per il gruppo Angelucci sono in crescita, con la nuova amministrazione Rocca: al gruppo arrivano 19ml di euro in più, “io mi sono trovato nella situazione di dare un posto a tutti i disperati nei pronto soccorsi” ha spiegato il presidente.
Non un favore, dunque: vedremo se la nuova amministrazione riuscirà a far ripartire la clinica di Velletri.

Come mai è passato alla Lega?
“Ma non sono andato alle Lega per scelta – dice ancora Angelucci a Report – ma perché chiaramente in Forza Italia eravamo 94, con la nuova riforma (sul taglio dei parlamentari, ndr) erano 24. Tajani e devo dire tutti mi hanno detto: ‘Tonì, un posto per te c’è, non c’è problema’. Però ho detto: ‘non ve state a preoccupa’, magari datelo ad un altro’ perché io posso andare sia alla Lega sia a Fratelli d’Italia”.
Aho, comportate bene, l’ammonimento lasciato a Bertazzoni prima di andarsene.

NESSUN DORMA Di Walter Molino e Andrea Tornago


Le radici della ndrangheta hanno infestato anche i marmi dell’Arena di Verona, lo splendido anfiteatro romano conosciuto per il festival lirico che attrae cultori dell’opera e turisti da tutto il mondo. A montare e smontare palchi e scenografie è stata per anni una rete di imprese che, secondo la procura antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate, arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ndrine calabresi.
Nei magazzini della Eurocompany, nella zona industriale della città venivano conservate le scenografie della stagione lirica veronese. Sono 10mila metri quadrati che la fondazione Arena di Verona prendeva in affitto a carissimo prezzo dalla Eurocompany di Giorgio Chiavegato, una rete di cooperative di facchinaggio da 26,7 ml di euro di fatturato.

Chiavegato aveva iniziato a lavorare con la fondazione nel 2012: agli appalti partecipava solo la sua azienda, “perché era talmente complessa l’attività di smontaggio e montaggio, non era come montare un’impalcatura..” Ma di fatto oggi quel lavoro è fatto da altre imprese.
Oggi Chiavegato è in attesa di un processo dopo un anno ai domiciliari. È accusato di false fatturazioni e altri reati fiscali con l’aggravante di aver agevolato la ndrangheta.
Intorno alla società di Chiavegato giravano altre società che secondo la procura, riciclavano i soldi delle ndrine: a gestire queste aziende c’era il manager Domenico Mercurio, oggi diventato collaboratore di giustizia.
A Report Mercurio ha raccontato il sistema: l’imprenditore crotonese creava finte fatture, che poi Chiavegato pagava, una parte veniva tenuta per sé.
Mercurio offriva anche servizi ai politici, offrendo pacchetti di voti.

I soldi in nero di Chiavegato finivano alla politica e, secondo l’imprenditore della Eurocompany, finivano anche nelle tasche dei dipendenti della fondazione (nessuno dei quali risulta indagato).
Non tutti hanno voglia di parlare dell’indagine della Eurocompany, nemmeno la sovrintendente Gasdia, ex soprana, che negli anni non si era accorta di come venivano gestiti gli appalti della fondazione. E nemmeno il sindaco Tommasi sembra in grado di cambiare gestione (né cambiare sovrintendente), essendo finito in minoranza nella gestione dell’indirizzo, rimandando ai controlli del ministero e della corte dei conti.

Il servizio di Report racconta delle campagne pagate coi soldi del sistema Chiavegato, per politici poi eletti nel comune di Verona e poi in regione.
Domenico Mercurio parla dell’avvocato Stefano Casali, di un ex democristiano ancora potente a Verona (e vicino a FDI), Elio Nicito, l’ex sindaco Tosi e di altri candidati di Fratelli d’Italia.

Il sistema Verona di cui parla Mercurio è alimentato dalla ndrangheta: le sue dichiarazioni sono state ritenute credibili nei processi, si parla di appalti spartiti con aziende amiche della politica, con fatture gonfiate che vanno in una direzione e fondi neri che poi tornano indietro usati nelle campagne elettorale di Flavio Tosi (questo è quanto racconta Chiavegato).
Report ha cercato di sentire l’ex sindaco oggi deputato: Mercurio sarebbe inattendibile, mai avuto rapporti con Mercurio e nemmeno con Chiavegato.

Siete dei diffamatori” è la risposta finale del deputato.

FUORI PISTA di Claudia Di Pasquale

Il giorno dopo l’inaugurazione degli uffici della Fondazione Milano Cortina, la Guardia di Finanza ha perquisito i loro uffici, nell’ambito di una inchiesta su una presunta corruzione per la gestione degli appalti, quei lavori di cui si era occupata Report nel passato servizio, lavori scorrelati dalle olimpiadi, coi costi saliti alle stelle.
La procura di Milano ha aperto un fascicolo per abuso d’ufficio sulle assunzioni in Fondazione: tra le persone contrattualizzate
la nipote di Mario Draghi, il figlio di Ignazio La Russa e l’ex segretaria, Domenico De Maio legato all’ex ministro grillino Spadafora, Ursula Bassi, candidata nel 2019 col centro sinistra, Marco Francia, candidato fino al 2018 col centro destra a Torino. Poi Giorgio Pescante, nipote del più famoso Mario, ex numero uno del Coni, membro onorario del Cio ed ex deputato di Forza Italia. Poi Antonio Marano, eletto deputato nel 1994 con la Lega, ex direttore di rai 2 e presidente di rai pubblicità dal 2016 al 2021.
Marano ha le competenze per lavorare in quel ruolo, lo difende Malagò: ma se dovesse essere nominato (in quota Lega) nel cda Rai rimarrà nella fondazione dove dovrebbe occuparsi di acquisto di spazi pubblicitari per le olimpiadi? “Non lo so, penso che ci sia un problema, un problema di carattere giuridico, formale, magari qualcuno può scrivere due righe e dire che non c’è nulla di male, c’è un carattere estetico che sicuramente può rappresentare un problema.”
Ma come mai ogni volta questi enti devono diventare dei carrozzoni dove finiscono parenti, persone legate alla politica o segnalate dalla politica? “Lei fa il suo lavoro, però mi creda, non è assolutamente così correlato, scontato come sembra.. non è scontato che se una persona ha fatto politica abbia avuto dei privilegi..”
Ma sembra tutta una sceneggiatura già scritta, ha ribattuto la giornalista di Report Claudia di Pasquale: “noi c’abbiamo un sacco di problemi, come ce li ha il paese, altri soggetti che cercano di organizzare qualche cosa, non penso che questo sia il problema.”

Potrebbe però essere un problema per la magistratura, come anche i contratti con Deloitte: la società americana fornirà servizi alla fondazione per 176 ml di euro, sono servizi di sicurezza e in information thechnology.
Deloitte è partner del CIO – spiega Malagò – è una società di alto livello.
Ma
poi qualcuno dovrà pagare i debiti accumulati dalla fondazione: dall’ultimo bilancio emergono 107 ml di deficit patrimoniale e a contribuire a questo debito da una parte c’è il contratto con Deloitte e dall’altra le assunzioni. Nei documenti sta scritto bello in chiaro, la copertura del deficit è a carico degli enti territoriali, paga pantalone “è che, l’ha scoperto adesso che i soci sono enti locali..”

La Fondazione si comporta come un ente privato quando deve fare assunzioni e firmare contratti, ma quando emergono debiti paga il pubblico: troppo comodo, no?
Tanto è vero che il governo ha infiltato un articolo ad hoc in un DL sulle calamità, dove c’è scritto che la fondazione Milano Cortina è un ente di diritto privato. Un articolo fatto apposta per sottrarre la fondazione dai controlli della procura.

Ma quanto sono sostenibili queste olimpiadi? Il documento di valutazione ambientale era il cardine della candidatura di Milano, ma nel vas che viene presentato nei paesi dove sono aperti i cantieri si parla di altro, non delle opere realizzate e che rimarranno sul territorio.
Nel Vas presentato a Cortina dalla fondazione non si parla della pista da bob né del taglio degli alberi, delle variante in galleria fatta in una zona franosa, della nuova cabinovia.
La Vas della fondazione si occupa solo delle strutture provvisorie montate nei giorni delle gare, della gestione dei rifiuti, qualche raccomandazione (mangiare meno carne): e le opere che rimarranno sul territorio, come mai non ci sono accenni? Gli alberi tagliati, i 500 larici, erano alberi secolari, che nel progetto iniziale dovevano essere conservati.
Alla fine le gare di bob potrebbero essere poi spostate a Innsbruck, se la pista non dovesse essere pronta: in Austria i lavori di ristrutturazione dovrebbero terminare per agosto 2025.
Tenere in piedi una pista da bob ha un costo, si fa in perdita senza contributi pubblici: conviene tenere in piedi a Cortina una pista che si sa già sarà in perdita?
La regione Veneto ha fatto un accordo in cui si accolla il costo della pista al “fondo per i comuni confinanti” (sarebbero fondi per investimenti, non per spese comune), né la provincia di Belluno, né la regione vogliono metterci i soldi per la manutenzione della pista
(quasi 1,4 ml di euro l’anno), par di capire seguendo il servizio.
Zaia, di fronte a Report, spiega che ci metterà dei soldi, faranno la loro parte, ma non si impegna per una cifra stabilita.

PATTO DI SANGUE di Antonella Cignarale

Grazie all’accordo con le farmacie, per il progetto Farmacia dei servizi, si possono fare esami anche col SSN passando per le farmacie: tutto per aiutare la “signora Maria”, come spiega il sottosegretario alla Salute Gemmato, che per un esame non deve aver bisogno di un passaggio per andare in ospedale.
Ma ogni regione ha i suoi accordi per questi esami: alcune regioni richiedono la ricetta, in Piemonte alcuni esami si possono ripetere solo 3 volte. Ma perché tre volte? Non è un numero scientifico.

Nel corso degli anni i provvedimenti che estendono i servizi alle farmacie hanno creato malumori nelle associazioni di categoria: di mezzo c’è il Titolo V che concede autonomia alle regioni, i farmacisti non hanno responsabilità sugli esami svolti coi dispositivi, non ci sono obblighi comuni per eseguire gli esami. I farmacisti, al termine dell’esame non possono dare prescrizioni, il paziente deve andare dal medico di famiglia, ma c’è il rischio che il paziente sia influenzato dai cartelli coi nomi delle medicine.
Gli esami del sangue possono essere fatti in farmacia col prelievo capillare: il dispositivo rilascia uno scontrino senza firma del responsabile, anche il protocollo del prelievo non sempre viene rispettato.

Le procedure vanno standardizzate, ammette il sottosegretario Gemmato, ex farmacista: ma nelle leggi valide ad oggi non ci sono obblighi, come ha ripetuto il servizio, cosa che ha suscitato malumori sull’associazione dei poliambulatori.

Anche sulla qualità del prelievo in farmacia ci sono dubbi – continua il servizio: nei laboratori i risultati dei prelievi sono validati da un medico, i dispositivi sono monitorati a distanza periodicamente. Cosa diversa in farmacia: lo scontrino fatto in farmacia non ha firma e non ha valore legale, e nemmeno lo vogliono avere, spiega il presidente di Assofarma.

Questo punto, l’assenza di una firma, non è un fatto conosciuto dal ministro Schillaci che però, di fronte alle domande di Report, risponde che adesso verificherà.
L’ordine dei medici e dei biologi e dall’altra parte l’associazione dei farmacisti troverà probabilmente un accordo: si potrebbe arrivare ad un accreditamento tra le farmacie e i laboratori, le prime diventerebbero dei punti
di accesso (i campioni raccolti verrebbero poi analizzati nei laboratori), ma aspettano il via della politica.
Alla fine, spiega il conduttore Ranucci, sembra che ognuno voglia tirare acqua al suo mulino, farmacisti contro medici e contro i laboratori.


Anteprima inchieste di Report - il senatore assenteista, Verona e la ndrangheta, l’inchiesta sulla Fondazione Milano Cortina, le analisi del sangue in farmacia

Quanto è dura la vita del parlamentare Angelucci, il più ricco d’Italia. Poi un servizio sull’infiltrazione (ma forse si dovrebbe iniziare ad usare una diversa definizione) della ndrangheta dentro i lavori per l’Arena di Verona.

Il senatore editore-imprenditore Angelucci

Antonio Angelucci è il senatore più ricco del Parlamento con 6,3 ml di euro di patrimonio dichiarato nel 2023, battendo di poco Matteo Renzi. Una parte di questo patrimonio deriva dal vitalizio che gli riconoscere il gruppo da lui fondato, nel settore della sanità. Queste società – spiega il consulente finanziario di Report Bellavia – fanno tutte capo ad una finanziaria, la Tosinvest, controllata da una società lussemburghese, la quale è a sua volta controllata da un’altra lussemburghese, ancora controllata da una nuova società in Lussemburgo. I tre livelli di controllo lussemburghese sono riconducibili a.. non lo possiamo sapere, ma quella in cima a tutto si chiamava Angelucci, poi ne hanno cambiato il nome, dunque probabilmente è di proprietà del senatore. Perché la scelta di società controllanti in Lussemburgo? Per motivi fiscali, continua Bellavia: i soldi pubblici degli ospedali degli Angelucci che lavorano in convenzione finiscono in Lussemburgo: “concettualmente si, poi bisogna vedere come si muovono, come vengono distribuiti i dividendi, ma alla fine sono dividendi lussemburghesi dunque non tassati e stanno all’estero.”
A quasi 80 anni il senatore Angelucci non rinuncia a guidare la sua auto, potente, seguito dalla scorta – racconta l’anteprima del servizio di Bertazzoni: abruzzese di nascita ma romano di adozione, Angelucci ha sempre avuto una passione per la politica, è in parlamento da 16 anni, da 4 legislature dove si è distinto per essere uno dei parlamentari più assenti (col 99% di assenza). Passione sì, ma senza esagerare: i suoi giornali si erano scatenati nella guerra ai fannulloni del reddito di cittadinanza, gente che campa coi soldi degli italiani. Mica tutti sono senatori della repubblica.
Grazie ai guadagni dal campo sanitario Angelucci oggi può investire in una sua seconda passione, l’editoria: già proprietario di Libero, Il Tempo e il Giornale, il gruppo Angelucci ha messo gli occhi sulla seconda agenzia di stampa del Paese, l’Agi, di proprietà dell’Eni, controllata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Suscitando le proteste dei giornalisti dell’agenzia Agi, scesi in piazza per dire no alla vendita di Eni della testata al parlamentare leghista: sui cartelloni era scritto “l’Agi non si svende” a difesa anche del pluralismo e della libertà dell’informazione, un valore nelle democrazie anche per noi cittadini. Libertà di informazione che sarebbe messa a rischio dalla vendita ad un editore-politico.
Lo spiega bene a Report Serenella Ronda, giornalista dell’Agi: “le agenzie di stampa sono una fonte primaria di informazione e per questo devono essere autonome e indipendenti”.
In piazza, il 3 aprile scorso, assieme ai giornalisti, erano presenti anche esponenti dell’opposizione, come l’ex giornalista Ruotolo e il deputato Fratoianni: l’ex segretario PD Bersani parla di un “segnale all’ungherese, qui si vuole prendere una agenzia e buttarla a fare un service di un gruppo di testate di destra in spregio ad ogni logica di conflitto di interesse ma anche, io credo, al comune senso del pudore.”
“In democrazia non dovrebbero succedere cose di questo genere” racconta ai giornalisti in piazza il segretario del M5S Conte “che una partecipata dallo Stato, controllata dallo Stato, offre a trattativa privata ad un parlamentare di maggioranza la seconda agenzia di stampa del paese.”

Vincenzo Vita è stato sottosegretario alle telecomunicazioni fino al 2001: “se una cosa esce in agenzia, c’è come un timbro, vuol dire che è una cosa seria, non è una fake e questo può dar luogo a chi fa il telegiornale di fare la sua scaletta.. la cosa che dice l’Agi merita di essere in testa”.
Se Angelucci dovesse prendersi l’Agi cosa potrebbe succedere?
“Angelucci avendo interessi in settori piuttosto delicati, le cliniche private, sarebbe una forma di pressione, un modo per fare intendere ai vari pezzi del potere che c’è eccome una presenza che vuole contare..”

Ma torniamo alle cliniche private accreditate di Angelucci: Bertazzoni racconterà la storia di una signora vittima del covid, morta nella struttura di Rocca di Papa. Era stata dichiarata covid free, dunque la figlia Giovanna Boccardi aveva lasciato lì la madre, “ma ogni volta che arrivavo lì trovavo tre, quattro carri funebri e ho capito che c’era qualcosa che non andava..”.
Altra testimonianza è quella del signor Giacomozzi, figlio di un paziente di Rocca di Papa morto per covid: “io ho saputo del decesso dalle pompe funebri perché dal San Raffaele non mi hanno detto niente”.
Si parla di più di 170 contagi di cui la struttura aveva timore a raccontare, dal racconto della signora Boccardi “parliamo di qualcosa che non è stata gestita bene dall’inizio alla fine, io vedevo il personale entrare senza mascherine, senza guanti, ho chiesto se ci fosse un protocollo per evitare dei contagi e mi è stato risposto che non erano attrezzati per l’isolamento per cui i pazienti covid o no covid, con febbre senza febbre erano tutti quanti insieme.”
Stefano Giacomozzi ha presentato denuncia per capire cosa fosse successo alla madre, dall’ospedale abbiamo ricevuto due telefonate e basta e il certificato di morte.

Quando i contagi per covid nella struttura di Rocca di Papa iniziano a crescere senza controllo, nell’aprile 2020 la regione Lazio e l’unità di crisi decidono di istituire una zona rossa attorno alla struttura: l’ex assessore D’Amato racconta a Report che quello è stato uno dei cluster più rilevanti in una struttura sanitaria “constatammo che non erano rispettati le condizioni di sicurezza in relazione alla suddivisione dei percorsi, dei dispositivi di prevenzione, a tutto ciò che andava messo in atto per limitare la diffusione del contagio.”
Si arrivò così alla revoca dell’accreditamento al San Raffaele di Rocca di Papa: accreditamento poi ristabilito dalla nuova amministrazione di destra di Rocca.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio:

Parla Angelucci: “I giornali? Se mi stufo li vendiamo. In Fi per scelta”

Nonostante sia il parlamentare più assenteista di tutti i tempi, i partiti di centrodestra se lo litigano. Del resto il re Mida della sanità privata Antonio Angelucci grazie ai guadagni delle 15 cliniche in convenzione può investire su un’altra grande passione: l’editoria. Dopo Libero, Il Tempo e il Giornale, ha ora messo gli occhi sull’agenzia di stampa Agi, di proprietà dell’Eni, controllata dal ministero dell’Economia. “Se fosse ci divertiamo” dice ai microfoni di Report (nella puntata in onda stasera su Rai Tre) Angelucci che conferma di aver messo nel mirino anche La Verità di Maurizio Belpietro che nel 2015, da direttore di Libero, venne licenziato dagli Angelucci interessati a non pestare i piedi all’allora premier Matteo Renzi. Ma a sentire Angelucci l’editoria è solo un passatempo, mica c’entrano gli affari. La collezione di giornali? “Così… è una passione, poi vediamo: può darsi che ci stufiamo, li mettiamo insieme e li vendiamo”, dice l’onorevole che dà la sua versione anche su un’altra vicenda su cui spera nel lieto fine ossia l’archiviazione: la presunta tentata corruzione di Alessio D’Amato (all’epoca responsabile del piano di rientro della sanità di regione Lazio) a cui avrebbe offerto 250 mila euro per ottenere una serie di benefici a partire dalla riapertura del San Raffaele di Velletri. 

La scheda del servizio: IL PORTANTINO EDITORE

Di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Antonio Angelucci è il parlamentare più ricco e assenteista di Montecitorio, ma anche il ras della sanità privata del Lazio convenzionata con il Servizio sanitario nazionale. Editore dei quotidiani Il Tempo, Libero e Il Giornale, Angelucci ha manifestato interesse per l’acquisizione dell’agenzia di stampa Agi. Report analizza i conti del gruppo Angelucci nelle attività sanitarie e editoriali, dimostrando che i guadagni derivano dalla sanità, mentre i giornali sono in perdita. L’inchiesta racconta anche la storia del San Raffaele di Rocca di Papa, struttura a cui nel 2020 è stato tolto l’accreditamento regionale a seguito dello sviluppo di un importante focolaio Covid all’interno della clinica. Il nuovo presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, ex presidente del Cda della Fondazione San Raffaele, ha ridato l’accreditamento alla struttura e in un anno di governo ha stanziato per le cliniche di Angelucci 19 milioni e mezzo di euro in più rispetto al budget ordinario.

La ndrangheta a Verona

Nessun dorma – canta il tenore nell’opera Turandot: eppure quando si parla di infiltrazione di mafia, specie al nord, pare che siano in tanti a dormire.
Le radici della ndrangheta hanno infestato anche i marmi dell’Arena di Verona, lo splendido anfiteatro romano conosciuto per il festival lirico che attrae cultori dell’opera e turisti da tutto il mondo. A montare e smontare palchi e scenografie è stata per anni una rete di imprese che, secondo la procura antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate, arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ndrine calabresi.
“Quando è successo io sono caduto dal pero” racconta a Report un responsabile delle
strutture usate nel teatro: nei magazzini della Eurocompany, nella zona industriale della città venivano conservate le scenografie della stagione lirica veronese. Sono 10mila metri quadrati che la fondazione Arena di Verona prendeva in affitto a carissimo prezzo dalla Eurocompany di Giorgio Chiavegato, una rete di cooperative di facchinaggio da 26,7 ml di euro di fatturato.
Chiavegato aveva iniziato a lavorare con la fondazione nel 2012: agli appalti partecipava solo la sua azienda, “perché era talmente complessa l’attività di smontaggio e montaggio, non era come montare un’impalcatura..” Di fatto oggi quel lavoro è fatto da altre imprese.
Oggi Chiavegato è in attesa di un processo dopo un anno ai domiciliari. È accusato di false fatturazioni e altri reati fiscali con l’aggravante di aver agevolato la ndrangheta.
Il sindaco Tommasi è stato messo in minoranza dentro la fondazione, la cui direzione è finita nelle mani del partito di Fratelli d’Italia. La soprano Cecilia Gasdia è stata nominata sovrintendente dell’Arena dal ministro Franceschini nel 2018 su proposta dell’allora sindaco Sboarina.
Report ha cercato di chiedere conto alla sovrintendente dell’inchiesta e su questa società, Eurocompany: il giornalista è stato malamente strattonato da un collaboratore della sovrintendente, evidentemente infastidita dalle domande ricevute.
Come mai Eurocompany vinceva tutti gli affidamenti?
Secondo la Guardia di Finanza prendeva tutti gli appalti anche grazie all’aiuto di Domenico Mercurio, imprenditore collegato alla ndrangheta che avrebbe emesso fatture inesistenti per l’importo complessivo di 24ml di euro.
Chiavegato parla anche del rapporto con la politica: aveva fatto campagna elettorale e distribuito volantini per Tosi e per la Lega, “la mia sensazione è che Tosi centri dappertutto”.


L’ex sindaco è oggi deputato e coordinatore veneto di Forza Italia: secondo Chiavegato sarebbe stato lui il vertice politico di questo sistema.
Tutte calunnie inventate – la risposta di Flavio Tosi su queste accuse: tutto quello che diffondete è falso e fazioso, è il punto di vista (al limite della diffamazione?) dell’ex sindaco, “vi conosco molto bene” [Tosi è stato condannato in primo grado per aver diffamato il conduttore Ranucci].
Le dichiarazioni di Mercurio? È un imprenditore bugiardo e inaffidabile secondo la magistratura – sostiene il deputato Tosi. Ma Mercurio è un collaboratore di giustizia considerato attendibile dai magistrati che l’hanno sentito nei processi.

La scheda del servizio: NESSUN DORMA

Di Walter Molino e Andrea Tornago

Le radici della ‘ndrangheta hanno infestato anche i marmi dell’Arena di Verona. A montare e smontare palchi e scenografie è stata per anni una rete di imprese che, secondo la Procura antimafia di Venezia, con un giro di fatture gonfiate arricchiva le cosche Grande Aracri di Cutro e Arena-Nicoscia di Isola Capo Rizzuto, tra le più potenti ‘ndrine calabresi. Chi si è arricchito, e chi doveva controllare? C’è un livello politico interessato a questo sistema? Il racconto con documenti e interviste esclusive.

L’inchiesta sulle olimpiadi invernali

Report torna ad occuparsi delle olimpiadi di Milano-Cortina del 2026 con un aggiornamento legato alle ultime indagini della procura di Milano sulle nomine all’interno della fondazione: al momento il fascicolo è aperto senza indagati per il reato di abuso d’ufficio (il reato che poco piace a questa maggioranza e anche a pezzi dell’opposizione). Tra le persone contrattualizzate ci sono figli di e parenti di: la nipote di Mario Draghi, il figlio di Ignazio La Russa e l’ex segretaria, Domenico De Maio legato all’ex ministro grillino Spadafora, Ursula Bassi, candidata nel 2019 col centro sinistra, Marco Francia, candidato fino al 2018 col centro destra a Torino. Poi Giorgio Pescante, nipote del più famoso Mario, ex numero uno del Coni, membro onorario del Cio ed ex deputato di Forza Italia. Poi Antonio Marano, eletto deputato nel 1994 con la Lega, ex direttore di rai 2 e presidente di rai pubblicità dal 2016 al 2021.
“[Antonio Marano] si occupa di commerciale” spiega alla giornalista di Report Giovanni Malagò presidente del Coni “di attività di marketing”, e sulla sua scelta di ricandidarsi al CDA della Rai aggiunge “è una sua scelta..”
Ma se dovesse essere nominato (in quota Lega) nel cda Rai rimarrà nella fondazione dove dovrebbe occuparsi di acquisto di spazi pubblicitari per le olimpiadi? “Non lo so, penso che ci sia un problema, un problema di carattere giuridico, formale, magari qualcuno può scrivere due righe e dire che non c’è nulla di male, c’è un carattere estetico che sicuramente può rappresentare un problema.”
La questione di opportunità e di conflitto di interesse diventa, par di capire, una questione estetica che però si può risolvere con due righe.
Ma come mai ogni volta questi enti devono diventare dei carrozzoni dove finiscono parenti, persone legate alla politica o segnalate dalla politica? “Lei fa il suo lavoro, però mi creda, non è assolutamente così correlato, scontato come sembra.. non è scontato che se una persona ha fatto politica abbia avuto dei privilegi..”
Ma sembra tutta una sceneggiatura già scritta, ha ribattuto la giornalista di Report Claudia di Pasquale: “noi c’abbiamo un sacco di problemi, come ce li ha il paese, altri soggetti che cercano di organizzare qualche cosa, non penso che questo sia il problema.”
Dunque, ancora una volta cercando di interpretare il messaggio di Malagò, è un male necessario di certe organizzazioni, enti, legati a fondi pubblici.
Perché poi qualcuno dovrà pagare i debiti accumulati dalla fondazione: dall’ultimo bilancio emergono 107 ml di deficit patrimoniale e a contribuire a questo debito da una parte c’è il contratto con Deloitte e dall’altra le assunzioni. Nei documenti sta scritto bello in chiaro, la copertura del deficit è a carico degli enti territoriali, paga pantalone “è che, l’ha scoperto adesso che i soci sono enti locali..”
Per cui, pagheremo noi per i contratti di una fondazione che ora, per scappare dalle inchieste, il governo Meloni ha emanato un decreto in cui la si indica come fondazione privata.

Sul contratto con Deloitte, ne parla Lorenzo Vendemiale sul Fatto Quotidiano:

Cortina&Giubileo, la mano di Deloitte sui grandi eventi

PARTITA DOPPIA - Già monopolista dello sport, il colosso ha tra i suoi il potente Luigi Onorato, l’uomo che gestisce i rapporti con le società

C’è una società che ormai è un’istituzione. Un manager che siede al tavolo con ministri e dirigenti quando si parla di grandi eventi. Le Olimpiadi di Milano-Cortina, il calcio, l’atletica, il Coni: spunta fuori sempre Deloitte, la più grande fra le cosiddette “big four”, i quattro colossi mondiali delle revisione di bilancio innanzitutto, spesso e volentieri anche di consulenza.

Di questa presenza si è accorta la Procura di Milano, nell’inchiesta sulle Olimpiadi: Deloitte non è indagata, il faro è sui suoi contratti col Comitato organizzatore. Uno in particolare, il “progetto Pisa”, piattaforma digitale e di cybersicurezza che Deloitte Global ha in virtù della sponsorizzazione col Comitato olimpico internazionale (Cio): costo 176 milioni. Il dubbio è se questo accordo “imposto” dall’alto non abbia zavorrato i conti della Fondazione. Perciò il fascicolo rischia di imbarazzare addirittura il Comitato olimpico internazionale.

La scheda del servizio: FUORI PISTA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella, Norma Ferrara

Lo scorso 21 maggio la Guardia di Finanza ha perquisito la sede della Fondazione Milano Cortina 2026 che si occupa dell'organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026. Il focus delle indagini è la gestione opaca dell'ente, a partire dall'affidamento dei servizi digitali fino alle assunzioni. Ma qual è la vera natura giuridica della fondazione? E’ un ente di diritto privato come loro rivendicano di essere o è un organismo di diritto pubblico? Su questo assunto si gioca il futuro dell'organizzazione delle Olimpiadi. L'Italia se l'è aggiudicate con la promessa di organizzare dei Giochi sostenibili dal punto di vista economico e ambientale. La promessa era quella di fare una Valutazione strategica nazionale di tutte le opere, non è stata fatta neanche quella. Mentre l'impianto più discusso, la nuova pista da bob di Cortina, ad oggi non ha ancora trovato chi è disposto a pagare le spese di gestione e manutenzione, che potrebbero arrivare a un milione e 400 mila euro l'anno. Insomma, a meno di due anni dalle Olimpiadi i punti interrogativi sono ancora tanti.

Analisi in farmacia

Le analisi del sangue in farmacia si possono fare solo sul sangue capillare, senza siringhe, il campione viene analizzato da un dispositivo che man mano da anche le informazioni su come procedere al farmacista e poi da un esito con uno in scontrino dove sono riportati i valori. Né sul foglio né sullo scontrino c’è la firma di un responsabile.
“Ma la firma non ci deve essere” risponde il presidente di Assofarma “il valore legale di quello fatto in farmacia non c’è, è pacifico e nemmeno lo vogliamo avere..”
Ma per la federazione dell’ordine dei medici la firma sotto il valore delle analisi fa la differenza: il presidente Filippo Anelli ha chiesto che si apra un tavolo di confronto anche con loro per stabilire regole valide con tutti, anche a garanzia del paziente.
Quella firma è una garanzia – spiega di fronte alle telecamere di Report, manca lo stesso peso di garanzia tra l’analisi fatta in farmacia e quella fatta nelle strutture accreditate o pubbliche.
Report ha interpellato il ministro Schillaci che, però, sembra non essere al corrente del fatto che le analisi fatte in farmacia non sono accompagnati da una firma.
Del fatto che quella mancanza di una firma rappresenti una mancanza di garanzia: “nessuna analisi è fatta senza una firma, abbia pazienza, se si fa un prelievo ci deve essere la firma di qualcuno che testimonia che il prelievo è fatto bene..”
Siamo in Italia, inutile meravigliarci: il ministro, però, vuole rassicurare, “adesso vediamo, adesso ne parleremo con l’associazione dei medici, non abbiamo interesse a far fare ai cittadini analisi di non qualità.”
Adesso verificheranno dal ministero, dopo che glielo ha spiegato Report come stanno le cose.

La scheda del servizio: PATTO DI SANGUE

di Antonella Cignarale

Collaborazione Paola Gottardi, Raffaella Notariale

Con il progetto della Farmacia dei servizi sono state ampliate le prestazioni effettuabili in farmacia, sia in regime privato sia in convenzione con il Servizio sanitario nazionale. Le fasi di sperimentazione realizzate dal 2018 a oggi sono state messe in piedi con un finanziamento pubblico di 111,9 milioni. Per il sottosegretario alla Salute Gemmato la farmacia potrebbe diventare un centro diagnostico per patologie semplici, per il ministro Schillaci potrebbe garantire una maggiore sanità di prossimità ai cittadini, assicurando qualità e garanzia. Gli interessi in gioco sono tanti, così come le opposizioni tra i professionisti del settore; ma intanto oggi un’analisi in farmacia che valore ha?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 novembre 2023

Report – la mafia in Veneto

Cosa Veneta di Walter Molino e Andrea Tornago

La scuola della Misericordia a Venezia

L’evento più esclusivo del carnevale di Venezia si svolge nella scuola grande della Misericordia, palazzo gestito dalla società che fa capo al sindaco Brugnaro, concessione firmata da un dirigente del comune dove è sindaco Brugnaro stesso.
Come consigliere della società troviamo l’onorevole Semenzato (ex dipendente di Brugnaro) dove l’altro socio si chiama Pietro Mollica: nel 2015 il tribunale per le misure di prevenzione di Roma ha confiscato i suoi beni, è considerato un soggetto pericoloso perché in contatto con la Camorra.

Ma né il comune né la prefettura hanno aggiornato il certificato antimafia: quando il giornalista di Report ha posto delle domande al sindaco Brugnaro su questo tema si è sentito rispondere “siete lo schifo d’Italia”.

Come mai Brugnaro per tanto tempo è stato socio di una persona come Mollica?
Andrea Tornago è andato fino a Messina per sentire il collega Basso: i Mollica sono coinvolti in una indagine sulla loro società, la SIAF, di cui ne aveva parlato il pentito Siino.
Fallita l’esperienza con la Siaf, Mollica diventa socio di Brugnaro per la ristrutturazione del palazzo della Misericordia: una strana collaborazione, visto che Mollica non versava le quote della società.

Alla fine la concessione viene data alla società di Mollica e Brugnaro da un dirigente dello stesso comune: Mollica è rimasto socio anche nel 2015, dopo la confisca dei beni poi confermata e il suo arresto.

Mollica è arrivato ad investire a Venezia grazie ai rapporti con l’ingegner Zogner, oggi rinviato a giudizio perché secondo la procura avrebbe aiutato Mollica ad eludere la confisca dei beni.
Chi è lo schifo dell’Italia allora?

Il processo Eraclea

Report è partita da questa storia a Venezia per un servizio più ampio sulla presenza mafiosa nel Veneto: persino Zaia è andato a testimoniare per il processo Eraclea, in questo paese si sarebbe radicata una cellula dei casalesi, controllata dal clan Donadio. Secondo l’antimafia Donadio poteva controllare la politica locale, tanto che la sindaca Zanchin si è preoccupata dell’immagine del paese nel mondo.

Quando è tornato dalla carcerazione, Luciano Donadio è stato accolto ad Eraclea con dei fuochi di artificio: Walter Molino ha incontrato nel bar del paese Prima linea sia Donadio che Raffaele Buonanno, ma non ha voluto parlare della sua situazione.
Al processo nato dall’indagine sulla mafia ad Eracle ci sono già stati dei patteggiamenti di ex amministratori locali.

La relazione del prefetto di sciogliere il comune per infiltrazione mafiosa è stata rigettata dal ministero dell’Interno (allora diretto da Lamorgese): il prefetto Zappalorto non ha mai saputo perché, non è stato nemmeno ascoltato nel processo in corso.

Oggi Donadio può girare per il paese, perché l’accusa per associazione mafiosa (riconosciuta per gli accusati nel rito abbreviato) è caduta nel processo ordinario, in primo grado sono stati condannati solo per associazione criminale semplice, così possono stare tutti tranquilli, sindaco, presidente di regione, la mafia ancora non c’è in Veneto e ad Eraclea.

Secondo un ex membro della commissione antimafia, ci sarebbero state delle pressioni politiche per non procedere con lo scioglimento per mafia del comune: poteva essere il secondo comune, perché dieci anni fa Rosi Bindi aveva iniziato una verifica sul comune di Verona, anche a seguito di un servizio di Report.

A Verona la cosca che si è radicata è quella dei Giardino: il servizio di Report racconta di una aggressione ad un gestore di una sala scommesse che aveva licenziato il figlio di Giardino.
Secondo l’antimafia Antonio Giardino, condannato in primo grado a 30 anni per mafia, sarebbe il capo indiscusso della locale di ndrangheta: “qua nel Veneto ce l’hanno a morte coi calabresi” racconta per difendersi il cugino, Alfonso Giardino.

Le cosche sono molto interessate a quello che succede a Verona, la città più ricca del Veneto: Alfonso Giardino, in una intercettazione, racconta del suo appoggio all’elezione di Tosi.

L’allora sindaco Tosi, dopo la puntata di Report del 2014, aveva negato che i Giardino lo avessero appoggiato alle elezioni: invece esiste una foto di Tosi assieme al fratello di Alfonso, anche lui condannato in primo grado per mafia, foto fatta nel 2015 quando Tosi era in campagna elettorale per la regione. Solo un evento della campagna elettorale, commenta oggi l’ex sindaco che conferma di non conoscere le persone della famiglia Giardino.

In questa storia oggi si è aggiunto un nuovo tassello, si chiama Nicola Toffanin, ex militare che poi si è trasformato in investigatore privato: arrestato nel 2020, ha iniziato subito a collaborare coi magistrati a cui ha raccontato la struttura della ndrangheta in Veneto e nel veronese: “mi è stato chiesto di tenere un profilo il più basso possibile, di rimanere in una sorta di mondo di mezzo, la maglia che connette la ndrangheta con la politica, le forze dell’ordine e la massoneria. Diamo la possibilità all’organizzazione di crescere e infiltrarsi nel tessuto economico, imprenditoriale e delle amministrazioni pubbliche. Anche dalla Procura di Verona venivo a conoscenza di tante cose, proprio per questo mi hanno dato il soprannome di avvocato”.

Toffanin ha confessato di curare i rapporti tra politica, ndrangheta a imprenditoria: i suoi verbali sono secretati, le sue dichiarazioni sono state oggi riscontrate, racconta oggi il procuratore capo di Venezia.

Nelle sue indagini Toffanin si accompagna a Domenico Mercurio e Francesco Vallone, imprenditore calabrese e massone di Vibo Valentia, a capo del centro di formazione Enrico Fermi a Verona che secondo i magistrati sarebbe il diplomificio della ndrangheta.

Ascoltando le conversazioni telefoniche di Toffanin, gli investigatori si rendono conto della sua rete di relazioni e del suo potere ricattatorio nei confronti dei politici locali, come l’assessore Miglioranzi e il sindaco Tosi.

Miglioranzi è un ex estremista di destra che Tosi ha portato in politica e messo a capo della municipalizzata dei rifiuti Amia: Toffanin lo ha intrappolato nella sua rete, raccontando di tenerlo in pugno, per una mazzetta per corsi di formazione fasulli creati dalla società di Vallone.

A Report l'ex consigliere confessa di non essersi accorto che queste persone con cui è entrato in contatto avevano un profilo criminale: eppure dalle dichiarazioni di Toffanin pare sia vero il contrario, Miglioranzi sapeva chi fossero quelle persone.
Tosi aveva incaricato Toffanin di fare delle indagini sui suoi avversati politici, come l’esponente leghista Sboarina: oggi Tosi nemmeno si ricorda di chi fosse questo Toffanin, che aveva conosciuto nel 2017, si sono scambiati dei messaggi, dove lo chiama Nic.

Secondo l’antimafia i soldi per i dossieraggi (di Toffanin) sarebbero pagati dall’Amia di Miglioranzi, dunque si tratterebbe di un reato.

La tela di ragno a Vicenza – l’inchiesta Isola Scaligera: Unichimica è la più importante azienda chimica nella zona, il patron è l’ex deputato leghista e imprenditore Alberto Filippi, oggi anche apprezzato cantante su youtube.

Ario Gervasutti è un giornalista del Gazzettino: a Report racconta di quando nel 2018 spararono alla sua casa, sarebbe stato l’ex parlamentare della Lega ad aver ordinato quell’attentato.
Sul giornale Gervasutti aveva pubblicato articoli sgraditi per Filippi, che riguardavano una speculazione edilizia. È stato Domenico Mercurio, oggi collaboratore di giustizia, a parlare di questo atto di intimidazione contro il giornalista del Gazzettino.
Alberto Filippi ha accettato di incontrare Report e a rispondere a delle domande: nega tutte le accuse, il suo avvocato a presentato ai magistrati delle registrazioni con Domenico Mercurio che proverebbero la sua innocenza, di aver ricevuto un tentativo di estorsione da parte del Mercurio stesso.
Ma sono registrazioni che sarebbero avvenute dopo che Mercurio aveva iniziato la sua collaborazione.. un bel mistero.

Mercurio avrebbe avuto contatti anche con altri politici, come Casali (non indagato), a cui avrebbe garantito un pacchetto di voti.

A Report non ha risposto alle domande perché doveva partecipare ad un convegno col ministro Nordio, dove il suo partito proponeva di vietare la pubblicazione delle intercettazioni..

L’appalto per la costruzione dell’ospedale di Padova: Nicolino Grande Aracri è uno dei boss più potenti della ndrangheta, proviene da Cutro da cui ha iniziato la scalata ai vertici dell’associazione, anche al nord, prima in Emilia e poi in Veneto.

Del potere di Nicolino Grande Aracri ne parla il pentito Luigi Bonaventura, il primo ad aver parlato delle infiltrazioni della ndrangheta nel Veneto, dove si sarebbe trasformata in masso-ndrangheta.

L’ospedale di Padova è l’opera pubblica più importante del Veneto (realizzato): il reparto di Pediatria è stato vinto da una azienda di Treviso (Setten, che poi si rivolta alla Sidem) su cui è però arrivata una interdittiva dell’antimafia.

La Sidem è la società che vinto il subappalto per il reparto di pediatria: il dominus dell’azienda è il primo cugino di Grande Aracri, ma le indagini dei carabinieri hanno stabilito i rapporti tra De Luca e Grande Aracri e per questo ha ricevuto l’interdittiva.
Come ha fatto a vincere questo subappalto la Sidem? “
Io non lo so come è avvenuto, l’ho trovata in cantiere” racconta il presidente di Setten, la Sidem lavorava con un fondo immobiliare, Nomiria.
Oggi la Sidem continua a lavorare indisturbata in altri cantieri in Veneto, in collaborazione con la Namira, la società che ha preso le quote di Nomiria (dopo che la notizia dell’interdittiva è diventata pubblica).

La palma è arrivata anche al nord, come scriveva Sciascia ne Il giorno della civetta: lo stato, le istituzioni, e la ndrangheta si mescolano rendendosi irriconoscibili, lavorano assieme.

28 novembre 2016

Report, come è andata a finire – la stagione 2016

Chiude anche questa stagione di Report, l'ultima con Milena Gabanelli che lascia la conduzione a Sigfrido Ranucci, ma continuerà ad occuparsi di giornalismo:
Se c’è una cosa di cui sono orgogliosa è la squadra bella e fortissima che si è creata nel corso di questi anni – aveva detto Milena Gabanelli al Tg1 annunciando la scelta di lasciare – ora è arrivato il momento di premiare la loro professionalità, aiutandoli a diventare più protagonisti anche di una rigenerazione. Per questo ho deciso che sarà la mia ultima stagione alla conduzione di Report”.

Si chiude una stagione e, come consueto, Report tira le somme di alcune delle inchieste portate avanti in questi anni.

Si comincia dai lavori di ricostruzione dell'Anas, nel nuovo corso intrapreso dall'amministratore Armani. Sono cambiate veramente le cose, dopo che se ne ne è andato Ciucci (quello che aveva assicurato “da noi non ci sono tangenti”, infatti si chiamavano ciliegie) o siamo ancora con gli stessi problemi (anche alla luce del crollo del ponte sulla statale 36 ad Annone)?
Anas per l'Italia, di Giovanna Boursier:
Ritorniamo su Anas, a un anno di distanza e dopo le dimissioni dell'allora presidente Pietro Ciucci, sostituito da Gianni Armani. Un mese fa crolla un cavalcavia ad Annone Brianza, c'è un morto. Si scopre che ad autorizzare i trasporti eccezionali in Lombardia è la Provincia su delega della Regione, ma può anche essere quella dove ha sede la ditta del trasporto, non necessariamente quella dove transita il trasporto. Mentre non si capisce bene di chi è quel ponte, è chiaro che la manutenzione spetta ad Anas.
Lo dichiara il presidente Armani a Report e il capo compartimento Anas di Milano dice: “Quel camion era troppo pesante e noi non sapevamo che su quel cavalcavia passassero carichi eccezionali".
Adesso i viadotti li stanno controllando tutti, ne hanno chiusi alcuni in Lombardia e su altri hanno limitato il peso dei camion. Anche noi ne abbiamo segnalati al presidente Armani, che sta provvedendo.

Gli investimenti in diamanti, consigliati dalle banche italiane, che tanto trasparenti non lo sono. Per i risparmiatori (e non per le banche): Consob deve vigilare o se ne deve stare a guardare?
Occhio al portafoglio, di Emanuele Bellano:
Le banche propongono ai risparmiatori di investire i risparmi acquistando diamanti. A venderli, in collaborazione con le banche, sono due società private: Idb Intermarket Diamond Business e Dpi Diamond Private Investment. Un mese fa Report denunciava che questi diamanti sono venduti a un prezzo doppio rispetto al loro valore di mercato. Da allora tanti risparmiatori sono tornati in banca con l'obiettivo di rivendere i diamanti acquistati. Delle tante persone però che si sono rivolte alle associazioni dei consumatori e dei gioiellieri nessuna finora è riuscita a disinvestire il proprio diamante. A controllare dovrebbe essere Consob che nel 2013 però ha detto che le banche possono vendere diamanti senza l'obbligo di fornire ai clienti la garanzia del prospetto informativo. Eppure, proprio alcuni mesi prima della decisione di Consob, la Corte di Cassazione aveva analizzato il caso di un'altra società che proponeva un investimento in diamanti stabilendo che in quel caso si trattava di prodotto finanziario e punendo quindi l'assenza di prospetti informativo. Dopo il servizio di Report Consob ha annunciato che analizzerà di nuovo il caso. Cosa farà?

La mezza frode dei gettoni d'oro della Rai: non è tutt'oro quello che luccica, specie i gettoni che arrivano dalla banca Etruria (sempre lei).

L'anteprima su Reportime:


A caval donato, di Sigfrido Ranucci:
A distanza di sei mesi si torna a parlare dei gettoni d’oro dalle Rai prodotti dalla Zecca. Ad aprile scorso avevamo scoperto che a una vincitrice di Perugia la Zecca dello Stato aveva coniato come oro puro 999,9 dei gettoni che invece, fatti analizzare da un laboratorio legale, erano risultati sotto titolo: 995. Si tratterebbe di frode in commercio, e a essere frodati sarebbero la Rai, che dalla Zecca compra oro 999, e i vincitori. Report ha scoperto un’altra frode che se confermata sarebbe di ben altre dimensioni.

Il modello per l'integrazione dei migranti proposto da Report: chi si sta opponendo? i sindaci lo vogliono o no?
La via d'uscita, di Claudia di Pasquale:
È in atto la più grave crisi migratoria dal secondo dopoguerra, la risposta dell'Europa è stata quella di firmare un accordo con la Turchia per bloccare la rotta balcanica, mentre i vari stati europei hanno chiuso le frontiere. Qual è stato l'effetto di queste politiche per l'Italia? L'aumento dei migranti che sbarcano e restano nel nostro paese.Per evitare l'instabilità, nella scorsa edizione abbiamo provato a costruire un progetto pragmatico a gestione pubblica e con supervisione europea, che consenta di organizzare in modo rigoroso l'identificazione, la formazione e lo screening dei richiedenti asilo. Cosa ne pensano i sindaci? Ne abbiamo parlato con sia con quelli che "accolgono" che con quelli che in questi mesi si sono opposti all'arrivo dei migranti nei loro territori.

La storia della torretta storica di Verona, riempita da ripetitori tv abusivi.
Telescrocco, di Sigrido Ranucci e Giulio Valesini
Report torna dopo un anno a Verona per occuparsi ancora dell'incredibile storia di abusivismo delle Torre Massimiliana occupata da circa quaranta antenne di ripetitori radio-televisivi. Chi li ha installati ha violato il vincolo di tutela per i beni storici e culturali e non ha mai chiesto un'autorizzazione al demanio, proprietario dell'importante monumento. Tra gli abusivi c’è il gruppo Athesus, presieduto da Gianluca Rana, figlio di Giovanni, e di proprietà dei più importanti industriali di Verona e Vicenza e Telenuovo tra le più importanti realtà editoriali della provincia di Verona. A oggi una soluzione per liberare il monumento dalle antenne abusive ancora non è stata trovata e nessuno degli editori ha ancora pagato gli indennizzi richiesti dal Demanio.

La guerra dei brevetti di Luca Chianca:

Dove c'è un marchio riconducibile al Made in Italy c'è Luca Cordero di Montezemolo. Lo troviamo ospite ai convegni che promuovono il brand Italia, presidente del comitato promotore per la candidatura alle olimpiadi di Roma 2024. E come dimenticare Italia '90 e i suoi 19 mondiali vinti con la Ferrari. Ma da presidente della Ferrari, oltre alle vittorie della Formula 1, come ha gestito il marchio del Cavallino rampante, dal valore di oltre quattro miliardi di dollari? Nel 2002 lo ha affidato al cognato Lorenzo Bassetti che ha aperto fino a 18 punti vendita in tutta Europa ma dopo 14 anni di contratti qualcosa è andato storto. In ballo c'era la fusione tra Fiat e Chrysler e Ferrari voleva risolvere tutti i contenziosi e a scoperchiare le carte di questa storia c'è una causa civile presso il tribunale di Milano in cui l'avvocato Giulio Azzaretto, che ha portato a conclusione la chiusura dei contratti con il cognato di Montezemolo, fa causa proprio alla Ferrari per il mancato pagamento di ben 2,7 milioni di euro per il lavoro svolto.