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27 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – la lobby delle armi, la corsa allo spazio e il popolo degli Sama Badjau

Sama Badjau - Un popolo cacciato dal suo mondo

Nell’epoca della globalizzazione, ci sono popoli che devono scomparire come i Sama Badjau, perché i loro costumi, le loro tradizioni, il loro stile di vita, non è conforme con quelli del modello industriale secondo i canoni dell’ultra liberismo, affamato di nuovi territori da colonizzare ed ecosistemi da distruggere.

LAB REPORT: I SENZA STATO

Di Alfredo Farina, Alessia Marzi

Un legame spirituale con il mare, la risposta alla domanda: "cosa sarebbe successo se gli umani si fossero trasferiti in mare e fossero diventati animali marini?"

Report ha visitato il popolo dei Sama Badjau, che conta tra i subacquei più esperti al mondo. Vive in mare da oltre 1.000 anni, su piccole case galleggianti nelle acque al largo di Indonesia, Malesia e Filippine. Eppure, i loro stili di vita tradizionali stanno scomparendo, e sono costretti a legarsi alla terraferma. Complice un mondo moderno che li rifiuta e li rende incredibilmente vulnerabili, imponendo i propri canoni: dallo sfruttamento economico all'esclusione politica, da uno stato di povertà permanente alla stigmatizzazione da parte del resto della società.

La lobby delle armi e la fine delle democrazie

Scriveva George Orwell in 1984

Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, non può essere che uno e uno soltanto. Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tenere la società al limite della sopravvivenza. La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull’Eurasia o sull’Asia orientale, ma la conservazione dell’ordinamento sociale.

Quel modello di società che lo scrittore inglese aveva descritto nel suo capolavoro è il mondo che ci aspetta? Una società divisa in caste, dove si usa la guerra non per conquistare territori ma per imporre un modello di economia, per controllare la società, il pensiero, il dissenso.

Una società dove dai giornali – con sempre meno inchieste – si rimandano messaggi sulla paura di nuove guerre, “e se Putin ci attacca, e se Putin ci manda un missile supersonico” (Lo stesso Putin con cui l’Europa faceva ottimi affari fino a pochi anni fa).


Stiamo spostandoci verso un modello da economia di guerra, perfino nell’ultima legge finanziaria si stabiliscono canali privilegiati per facilitare la riconversione verso l’industria bellica. E nello stesso tempo si spendono sempre più miliardi in armamenti sconvolgendo – come nel romanzo di Orwell – il senso delle parole: se vuoi la pace, devi prepararti alla guerra. Sono sovranisti, in Italia col governo Meloni, eppure ci legano mani e piedi a nazioni straniere: Israele e la sua industria della cyber sicurezza e gli Stati Uniti da cui dovremo comprare sempre più armi.

E così, diventeremo, come Italia, come Europa, sempre meno indipendente, perderemo il know tecnologico, perderemo interi settori industriali.

Sempre in nome della sicurezza. La sicurezza che quelli che invitano al riarmo non solo non andranno mai al fronte, ma nemmeno patiranno le sofferenze per i tagli alla sanità, al welfare, ai servizi pubblici.

E nemmeno saremo sicuri in caso di un vero attacco: come racconterà Report domenica sera, ci stiamo impegnando per acquistare sistemi d’arma che sono ormai vecchi.

Chi sicuramente rimarrà soddisfatto sono i lobbisti delle armi, come quelli passati dall’industria alla politica, le aziende del settore (come la nostra Leonardo ex Finmeccanica).

Negli Stati Uniti si sono accorti di questo problema: il sottosegretario all’esercito ha dichiarato in una conferenza pubblica che per i grandi contractor la pacchia è finita, riferendosi al potere di influenza delle grandi cinque aziende della difesa americane, tra cui Lockheed Martin.

E l’Europa cosa intende fare? A parte andare a fare shopping all’Ausa, la più grande fiera delle armi in America..

La scheda del servizio: RIARMIAMOCI E PARTITE

di Manuele Bonaccorsi, Madi Ferrucci

Chi guadagnerà davvero dal piano di riarmo europeo? Report ha visitato fiere di armi e fabbriche di munizioni e ha partecipato a esercitazioni militari e incontri tra lobbisti e alti ufficiali, tra gli Stati Uniti, la Germania, la Polonia e l’Italia. E ha registrato le strategie dell’industria della Difesa statunitense per occupare il crescente mercato europeo con i propri armamenti. Armi di cui gli americani mantengono il controllo tecnologico, arrogandosi il diritto di disattivarle a loro piacimento. I paesi Ue continuano ad andare ognuno per conto proprio, mentre alcuni progetti di cooperazione militare restano a forte trazione franco-tedesca. Ecco perché il piano di riarmo europeo rischia di essere un pessimo affare: i nostri Paesi si indebitano per decenni e gli Stati uniti incassano.

La corsa alla nuova frontiera

È partita la corsa alla nuova frontiera, quella spaziale: per controllare il pianeta serve controllare lo spazio, le comunicazione da cui vi passano – questo dicono i grandi analisti oggi come Emilio Cozzi.


È anche una spinta verso l’ignoto, come l’homo sapiens tanto tempo fa quando andò a colonizzare il resto del mondo partendo dalla sua Africa.

Oggi guardiamo la terra dall’alto, portiamo i nostri occhi dappertutto – racconta Michele Buono nell’anteprima del servizio: per guidarci verso la nostra destinazione, sulla terra o sui mari; per raccontarci dall’alto lo stato di salute del nostro pianeta.

Controllare lo spazio è importante oggi come ieri lo era controllare i mari: perdere la gara spaziale significa perdere la gara con cui stiamo costruendo il nostro futuro.

Anche qui però, per miopia industriale e politica, rischiamo di perdere l’ennesimo treno, di perdere quel poco di competenze (nella ricerca e nell’industria) che avevamo, schiacciati tra il gigante americano, che non fa prigionieri, ma vuole solo sudditi obbedienti. E il gigante cinese. L’Europa non è – e con questa sterzata a destra dei governi non lo sarà mai – un soggetto politico ma una somma di interessi nazionali che non coincidono con una comune visione europea. C’è una agenzia spaziale italiana e una europea.

La scheda del servizio: ITALIA NEW SPACE ECONOMY

di Michele Buono

Collaborazione Silvia Scognamiglio

È nato un nuovo territorio sulle nostre teste e un nuovo punto di vista per l’umanità: lo Spazio. Il settore è strategico, è la nuova frontiera dello sviluppo economico. L’ecosistema italiano ha grandi potenzialità ma il contesto è debole: un’Europa non soggetto politico pesa poco di fronte a grandi aggregazioni come Stati Uniti e Cina. Report ha ricostruito la lotta del vecchio continente per non perdere posizioni.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 settembre 2024

Anteprima Presadiretta – Europa in armi

Si vis pacem, para bellum: il motto latino, per cui per ottenere la pace occorre prepararsi alla guerra, sembra essere tornato di moda.

L’Europa è oggi impegnata in una forsennata corsa al riarmo, che sia un riarmarsi contro l’invasione dei migranti (i partiti xenofobi hanno di fatto già condizionato l’agenda europea) o che si tratti di voler mostrare i muscoli ad un nemico che sta dall’altra parte del blocco.
La scorsa primavera sul confine che separa Norvegia e l’Europa dalla Russia è avvenuta la più grande manovra militare della Nato dalla seconda guerra mondiale, con 90mila militari, aerei, navi, carri armati, sistemi missilistici di ultima generazione.


Qui, nel 1940, lungo la costa di Narvik, 200 km a nord del circolo polare artico, l’esercito nazista invase la Norvegia con un attacco a sorpresa: dopo 80 anni su questo tratto di costa sono sbarcati i soldati e i mezzi della 3a brigata dell’esercito americano, 2000 uomini e duecento mezzi, per una simulazione di guerra durata 6 mesi.

“Questa operazione si chiama “Immediate Response”, è la simulazione della risposta ad un attacco avversario, è la prima volta che effettuiamo uno spostamento così complicato e serve a dimostrare che l’esercito USA può proiettare le proprie forze dovunque in Europa per proteggere i nostri alleati della NATO, incluso il grande nord” – così racconta l’operazione il colonnello Ryan Barnett.

Non è stata solo una esercitazione dunque, qualcuno nei piani alti si sta veramente preparando ad una possibile invasione o ad un nuovo fronte di guerra.
E la pace?
Solo gli ingenui possono pensare che questa corsa al riarmo, al mostrare i muscoli, serva a contenere l’espansione russa nell’est Europa.
L’industria delle armi in questi anni ha visto aumentare i loro profitti, gli aiuti militari degli Stati Uniti sono stati in buona parte uno spostamento di risorse pubbliche verso l’industria privata americana.
E lo stesso avviene in Europa, dove si chiede ai membri della Nato di arrivare a spendere il 2% del PIL in armi che, tradotto, significa tagliare la spesa pubblica in altri settori, come sanità, welfare, scuola.
Ma è per la nostra difesa, dicono i propagandisti dell’industria bellica dal caldo dei loro divani: dopo due anni di guerra in Ucraina, non sembra che questa strategia militare abbia portato risultati. A meno che i risultati a cui si voleva arrivare fossero proprio questi, un impegno militare a lungo termine, per una situazione di stallo destinata a rimanere bloccata per anni.
Uno scenario che ricorda molto da vicino quanto raccontava George Orwell in 1984:

“Non si tratta di stabilire se la guerra sia legittima o se, invece, non lo sia. La vittoria non è possibile. La guerra non è fatta per essere vinta, è fatta per non finire mai.

Una società gerarchica è possibile solo se si basa su povertà e ignoranza. Questa nuova giustificazione della guerra attiene al passato, ma il passato, non può essere che uno e uno soltanto.

Di norma lo sforzo bellico persegue sempre lo scopo di tenere la società al limite della sopravvivenza.

La guerra viene combattuta dalla classe dominante contro le classi subalterne e non ha per oggetto la vittoria sull'Eurasia o sull'Asia orientale, ma la conservazione dell'ordinamento sociale.”


Presa diretta si era già occupata nel passato del peso, politico ed economico, dell’industria delle armi, sin dal 2021 con la puntata “La dittatura delle armi”, dove si raccontava dei rapporti (economici e strategici) con Egitto, Arabia, Turchia, non proprio esempi di democrazie. Tutti paesi a cui vari governi italiani hanno venduto armi senza porsi troppi problemi.

Nel servizio verrà mostrato il servizio di difesa finlandese, ritenuto uno dei più avanzati al mondo, con i suoi 50mila rifugi per la popolazione, da usare in caso di guerra e in grado di proteggere le persone anche da attacchi nucleari. Ma stiamo parlando di un paese con 4,8 ml di persone.

Sui canali social di Presadiretta si trovano altri spezzoni di un servizio che riguarda lo sfruttamento dei migranti sui nostri campi: sono storie di sfruttamento, umiliazione, mancato rispetto delle leggi che ogni tanto trovano spazio sui giornali, ma solo a seguito di episodi di cronaca, come la morte di Satnam Singh, il bracciante che è stato abbandonato dal suo “padrone” davanti casa, con un braccio amputato. Nemmeno degno delle cure.


A Presadiretta parla il suo avvocato Giovanni Lauretti:

“Le lavorazioni agricole comportano spesso degli infortuni, non solo, nelle campagne avvengono ritrovamenti sospetti di persone decedute e non si sa in che modo ciò sia avvenuto. Purtroppo si tratta di soggetti quasi invisibili, Satnam e Soni erano in Italia da tre anni, ma erano fantasmi per le Istituzioni.”
Queste situazioni, la brutta vicenda capitata a Satnam, non sono casi isolati, dunque: se di questo caso se ne è parlato è perché assieme alla vittima c’era la moglie: “quello che mi dicono le forze dell’ordine è che se non ci sono testimoni e succedono infortuni gravi, i soccorsi a volte vengono omessi completamente. In questo caso c’erano molti testimoni, tra cui la compagna, quindi inevitabilmente qualcosa doveva essere fatto. È stata fatta forse la cosa peggiore: a quello che dice il medico legale, la mancanza di soccorsi immediati è stata determinante nel causare la morte.”

Tutto questo continua a succedere, nonostante le leggi contro il caporalato, perché c’è una non cultura dello sfruttamento che permea tutta l’industria dell’agroalimentare, perché c’è un sistema economico che ha bisogno dei migranti irregolari, dunque criminalizzabili, dunque senza diritti, che possono essere mandati nei campi senza orari, senza tutele.
Finché qualcuno non si ribella, come successo a Pordenone dove 50 braccianti irregolari hanno denunciato la loro situazione e ottenuto così il permesso di soggiorno e la dignità di un lavoro irregolare (si tratta pur sempre dell’articolo 1 della Costituzione, con buona pace dei tanti razzisti che di fronte a queste storia commentano ‘mandiamoli a casa loro’).
Oggi, coi documenti in regola, queste persone lavorano in modo “regolare”, ottenendo perfino i contributi: perché lavorare in regola conviene anche allo Stato.

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio che andrà in onda questa sera:

La guerra non è più un tabù in Europa, e PresaDiretta dalle 21,25, dopo Aspettando PresaDiretta, torna ad occuparsene con le sue inchieste e i suoi reportage.

[..]

Dopo aver seguito le operazioni in Finlandia e Svezia, che dopo anni di neutralità sono entrate nella NATO, PresaDiretta è stata anche in Polonia, dove sempre più cittadini si arruolano nelle milizie volontarie secondo il principio: se vuoi la pace, prepara la guerra. Dal 2014 il nostro è il continente che ha aumentato la spesa militare più di tutti, +62%, raggiungendo nel 2023 la cifra record di 588 miliardi spesi in armamenti. Lo dice il SIPRI il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma in Svezia, al quale però il governo ha dimezzato i fondi. Ma se tutti gli Stati membri tornano ad armarsi singolarmente e non riescono a mettersi d’accordo su una difesa comune, il progetto di un esercito europeo continua a fallire. Perché? Jiří Šedivý, l’Amministratore Delegato della European Defence Agency ha raccontato a PresaDiretta che la difesa europea non esiste, che gli Stati membri non hanno un reale interesse a costruirlo e che a difendere l’Europa c’è già la Nato

La scheda del servizio:

Un’inquietante corsa al riarmo si sta diffondendo in Europa, Riccardo Iacona approfondirà il preoccupante scenario di guerra che si sta diffondendo. “Europa in Armi” è il titolo della seconda puntata di “Presa Diretta” in onda domenica 8 settembre alle 20.35 su Rai 3.  Si ragionerà su quanto sta accadendo soprattutto nel Nord Europa attraverso un lungo viaggio attorno ai confini più caldi, dove è in corso la più grande esercitazione Nato degli ultimi decenni. In Finlandia, in Svezia, in Polonia, nel Mar Baltico: più di 90 mila uomini mobilitati oltre 6 mesi per simulare la difesa da un attacco militare da parte della Russia. La Finlandia ha raddoppiato la spesa militare, tagliando però la sanità, gli incentivi per la casa, i sussidi alla disoccupazione, i finanziamenti alle organizzazioni pacifiste. In Svezia, il governo ha dimezzato i fondi al SIPRI, il prestigioso Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Nel Mar Baltico si misurano i nuovi rapporti di forza tra Nato e Russia ed è in atto una guerra ibrida con azioni di sabotaggio alle più importanti infrastrutture. In Polonia, intanto, si diffondono programmi rivolti a uomini e donne per reclutare sempre più volontari nei vari corpi dell’esercito. Nel 2023 gli stati europei hanno investito 550 miliardi di euro per spese militari, un record dai tempi della guerra fredda e i colossi del comparto bellico si contendono le commesse. Eppure la realizzazione di un esercito comune in Europa resta lontana. Nelle parole del presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Matteo Zuppi, intervistato da Iacona, l’indicazione della via della diplomazia per raggiungere una pace che metta a tacere le armi. Nella prima parte della serata ad “Aspettando PresaDiretta” fino alle 21.25 circa, si affronterà ancora una volta il problema del caporalato. Si riporterà l’attenzione sulla storia di Satnam Singh, il lavoratore indiano che nei campi di Latina ha perso prima un braccio e poi la vita. Per la prima volta parla in televisione, nascondendo la sua identità per timore di ritorsioni, uno dei principali testimoni di quell’incidente. Dal Friuli invece, una straordinaria storia di riscatto: a Pordenone 50 lavoratori stranieri irregolari si sono ribellati allo sfruttamento che li aveva ridotti in schiavitù, hanno denunciato gli sfruttatori e hanno ottenuto il permesso di soggiorno e la dignità di un lavoro regolare. In studio si analizzeranno le contraddizioni di un’industria agroalimentare, che rende schiavi una parte dei suoi lavoratori, insieme al sociologo Marco Omizzolo e al giornalista Marco Damilano, conduttore del programma “Il cavallo e la torre”. Infine una riflessione sulle politiche migratorie con la segretaria del PD Elly Schlein.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 ottobre 2022

Anteprima Presadiretta – Armi di controllo di massa

Nell’ultima puntata di Presadiretta si era puntato l’obiettivo sulla guerra in Ucraina, andando in Russia con l’indottrinamento dei bambini sin dalle scuole sul modello Balilla. E poi in Polonia, che sta accogliendo i profughi ucraini ed è in prima linea con gli aiuti al governo di Zelensky. Se non è facile capire come andrà a finire questa guerra sul campo, col rischio perfino di una escalation nucleare, c’è sicuramente già adesso un vincitore: l’industria delle armi.

Come l’azienda turca Baycar, produttrice dei droni più utilizzati al mondo e nelle mani del genere del dittatore turco Erdogan, che da febbraio ha ricevuto ordini da tutto il mondo. L’americana Lockheed, produttrice dei lanciarazzi Jevelin (usati dalla resistenza ucraina) e degli F35, i nuovi bombardieri nucleari che ha guadagnato un +25% sul mercato. La tedesca Rheinmetall che ha raddoppiato il valore in borsa, la francese Thales e l’italiana Leonardo, cresciute del 60%.

Viviamo nell’età dell’oro per i produttori di armi – racconta Presadiretta nell’anteprima – che però non è iniziata con l’attacco russo dello scorso febbraio. A riferirlo è il SIPRI, un istituto a Stoccolma che monitora la spesa mondiale in armamenti: “già nel 2021, ben prima dell’attacco russo, la cifra mondiale per la spesa militare aveva raggiunto la cifra più alta di sempre, 2.1 triliardi di dollari, con una crescita costante dall’inizio del 2000. ”

Il presidente Biden ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti all’Ucraina da 725ml di dollari.


Questo aumento di spesa avviene anche grazie a fondi europei, soldi nostri che alimentano l’azienda privata delle armi: nel servizio si parlerà della Croazia, che dal 2015 ad oggi ha ricevuto 163 milioni di euro per dare spazio alle sue fantasie tecnologiche. Il ministero dell’Interno ha acquistato dispositivi di imaging termico per rilevare gli esseri umani ad oltre un miglio di distanza e i veicoli a due. E poi telecamere ad infrarossi e apparecchiature che rilevano il battito cardiaco, droni a lungo e medio raggio che volano fino ad 80 miglia l’ora e che salgono fino ad una altiudine di 3500 metri trasmettendo dati in tempo reale.
La Croazia ha acquistato un elicottero in grado di rilevare qualsiasi movimento di notte, un modello tra i più sofisticati al mondo per il controllo delle frontiere, progettato dalla Augusta Westland in Italia, si chiama AV 139 e costa 16,5 ml di euro: grazie ai fondi europei la Croazia ne ha acquistati due assieme a due Eurocopter della francese Airbus da 4 ml di dollari. Tutti gli elicotteri dispongono di termocamera gestita giorno e notte da un operatore che controlla qualsiasi movimento avvenga sulla terra.

Non sono usati contro terroristi, contro bande di criminali, ma per bloccare alla frontiera i migranti che hanno attraversato i confini illegalmente, localizzarli e individuare i luoghi nascosti dove possano trovarsi.
Se la visibilità è buona la videocamera può arrivare fino a 10km di distanza, mentre l’elicottero raggiunge i 310km/ora.

Una volta individuati sul monitor questi gruppi di migranti, l’elicottero allerta le pattuglie di terra che interverranno nella zona: Presadiretta è andata a Sturlic, nella Bosnia occidentale, dove le forze croate lungo la frontiera hanno commesso le peggiori violenze nei confronti dei migranti per poi respingerli in Bosnia.
Si parla di botte, di dita spezzate, di soldi e altri beni rubati a queste persone dalla polizia croata che li aveva individuati nei boschi grazie alla tecnologia, i droni, i visori a raggi infrarossi, geolocalizzatori, sistemi di intelligenza artificiale: “la colpa è dei governi europei perché per loro siamo solo briciole e fanno di noi quello che vogliono.”

L’industria della sorveglianza respinge i migranti alla frontiera dell’Europa e ci spia tutti, non nell’Iran degli Ayatollah, ma qui, nelle democrazie europee.

Democrazie i cui rappresentanti, civili e militari, si ritrovano poi a Doha, capitale del Qatar, dove nello scorso maggio si è tenuta una delle più futuristiche fiere di armi: nella scorsa edizione della fiera si erano chiusi contratti per 100 ml di dollari, quest’anno, l’anno della guerra in Ucraina, il mercato è esploso, si sono fatti affari per 162 ml di dollari.

Questo grazie all’esplosione delle vendite di droni, usati nel conflitto ucraino e negli altri conflitti dimenticati in tutto il mondo.
L’Europa è così sensibile agli interessi della lobby delle armi tanto da aver deciso di spendere sempre di più: secondo il report “A quale costo” pubblicato da State Watch e Transnational Institute che analizza le spese militari dell’UE, tra il 2021 e il 2027 investiremo 49,3 miliardi di euro per i settori sicurezza e difesa, un aumento del +123%. Il fondo per la gestione del controllo delle frontiere, crescerà del 131% passando a 6,2 miliardi di euro. Per non parlare del fondo per la sicurezza interna, quasi 2 miliardi con un aumento dei fondi del 90%. Tocco finale, i finanziamenti ad Europol e Frontex, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere: siamo a 10miliardi di euro con un aumento del fondi del +129%.

“Ci siamo accorti che il budget stava aumentando sempre di più” racconta a Presadiretta Margarida Silvia di Corporate European Observatory “e che l’agenzia otteneva sempre più potere nella gestione degli appalti per le frontiere, senza disporre di un adeguato sistema di trasparenza e controllo dell’attività delle lobby. Abbiamo fatto una richiesta di accesso agli atti e abbiamo scoperto che in tre anni Frontex è stata in contatto con oltre 180 società private: Airbus, Gmw, Indra, Leonardo, le principali compagnie di armi in Europa. Queste hanno cercato di convincere Frontex e gli stati membri a spendere più soldi in tecnologie di sorveglianza e controllo delle frontiere. Se chiedi alle aziende di armi quale deve essere il futuro del controllo delle frontiere, ti risponderanno con più armi, più sorveglianza e una Europa piena di muri.”.

Su Domani è uscita una anticipazione da parte di Eleonora Tundo (che ha curato parte del servizio) “Il boom della sorveglianza biometrica: ecco chi ci guadagna in Europa”: si parla di videosorveglianza, delle tecnologie per il riconoscimento biometrico, del progetto Europeo di creare una grande base dati con le informazioni di milioni di volti e impronte digitali delle persone che attraversano le frontiere europee. Se è già discutile l’utilizzo di fondi europei per il controllo delle frontiere per respingere i migranti (senza che abbiano modo di presentare domanda d’asilo), ancora è più rischioso l’utilizzo dei dati dei cittadini in generale. Chi assicura che questi dati non siano raccolti e usati per altri fini?

I DIRITTI A RISCHIO

Il tema cruciale è l’impatto di queste tecnologie sui diritti dei cittadini europei, preoccupazione che il partito dei Verdi/Efa all’Europarlamento ha messo nero su bianco.

Nel rapporto Biometric and behavioural mass surveillance in eu member states pubblicato nel 2021 scrivono: «La “sorveglianza intelligente”, comprese le tecnologie di identificazione biometrica, se non controllate, potrebbero diventare sorveglianza biometrica di massa».

Non solo: manca «un’adeguata comprensione delle pratiche sulla privacy delle aziende che forniscono i sistemi».

Eppure, quando mettiamo in mano a società private i nostri dati biometrici, gli stiamo affidando il nostro patrimonio più prezioso.

Il nostro volto, i nostri occhi, le nostre mani, la nostra identità e la nostra unicità, i dati più sensibili che abbiamo.

«Manca una supervisione su come queste aziende gestiscono i nostri dati», spiega Gemma Galdon Clavell, analista e consulente Horizon, intervistata da PresaDiretta per l’inchiesta Armi di sorveglianza di massa, in onda su Rai3 il 17 ottobre: «Il problema con la biometria – continua – è che se la società che possiede i miei dati personali non li tratta in maniera responsabile e la scansione della mia faccia viene rubata, il danno che mi provochi è irreparabile. I pericoli sono enormi quando si ha a che fare con tecnologie digitali e biometriche».

A confermare queste preoccupazioni è Wojciech Wiewiórowski, Garante europeo per la protezione dei dati: «Esiste un reale pericolo nell’uso crescente dei sistemi biometrici, perché i dati possono essere raccolti e gestiti in modo da violare la privacy delle persone.Dobbiamo essere in grado di controllare come vengono gestiti i dati provenienti dai database dell'Unione europea, ma se per esempio le autorità europee stanno utilizzando dati provenienti da altri paesi, non c’è nessuna possibilità di effettuare controlli».

Il rapporto di Monitoring Violence Network afferma che le tecnologie avanzate per il controllo delle frontiere croate hanno portato ad una escalation delle violenze per i respingimenti illegali da parte della polizia: droni, elicotteri, scanner per il rilevamento di veicoli e visori termini notturni, vengono citati nel rapporto anche rilevatori di frequenza cardiaca e di respirazione, delle telecamere serpente che guardano nelle fessure dei camion che attraversano i confini. Strumenti con cui, secondo il rapporto, vengono eseguite procedure razziste e repressive. Tutto pagato dalla commissione europea. Silvia Maraone fa parte della Caritas e lavora in Bosnia: c’è un costo economico e c’è anche un costo in termini di vite umane perché i confini vengono più controllati e i migranti devono trovare strane sempre più pericolose, campi minati, burroni, fiumi da attraversare, “il risultato non è l’interruzione di un flusso migratorio, ma è un disastro umanitario.”

I respingimenti sono fatti anche quando i migranti sono già all’interno dell’Unione Europea, rimandandoli indietro attraverso un meccanismo di push back a catena, per cui l’Italia li consegna alla Slovenia, la Slovenia li consegna alla Croazia e quest’ultima in maniera ancora più illegale fa questi respingimenti nei boschi che non vengono neanche registrati. Assistiamo ad una violazione a catena dei diritti umani.

La scheda del servizio:

PresaDiretta indaga sulla corsa alle armi, le vie dello spionaggio digitale ed entra nel mondo della sorveglianza e del controllo di massa. Robot, droni, scanner, visori, sistemi di intelligenza artificiale e riconoscimento biometrico: è il nuovo grande business delle aziende produttrici di armi, un mercato che cresce tra il 7 e il 9% l'anno e fattura tra i 65 e i 68 miliardi di euro. Strumenti sempre più sofisticati utilizzati dall'Unione Europea per rendere impenetrabili le frontiere e respingere i migranti. Ma non solo. In che modo queste tecnologie entrano nelle nostre vite? Quali sono le connessioni tra l'industria delle armi, le lobby di settore e le scelte politiche degli Stati? PresaDiretta è andata al confine tra Bosnia e Croazia a vedere come funzionano le tecnologie per il controllo delle frontiere e qual è il loro impatto sulle vite dei migranti in fuga sulla rotta balcanica. Elicotteri con termocamere che rintracciano le persone fino a 10 chilometri di distanza, apparecchiature che individuano perfino i battiti cardiaci, rilevatori di respirazione: milioni di euro per trasformare l'Europa in una fortezza impenetrabile.

E poi c'è la grande questione dei nostri dati personali e biometrici. Milioni di informazioni su tutti i cittadini europei, raccolte e custodite nello sconfinato database dell'Agenzia europea che si occupa di sistemi informatici, la seconda più finanziata d'Europa. Come vengono gestiti i nostri dati? Come siamo tutelati dalle leggi esistenti?

PresaDiretta, infine, ha ricostruito le nuove frontiere dello spionaggio digitale attraverso il famoso "caso Pegasus". Lo spyware Pegasus era nato come un programma creato per intrufolarsi senza lasciare traccia nei cellulari e prenderne il controllo, usato dai governi contro il terrorismo e la criminalità organizzata. Invece è scoppiato un vero e proprio scandalo internazionale: migliaia di utenze telefoniche spiate illegalmente in diversi paesi, giornalisti, avvocati, attivisti di diritti umani, oppositori politici di governi autoritari, persino capi di Stato. Come è potuto succedere?
"Armi di controllo di massa" è un racconto di Riccardo Iacona con Giulia Bosetti, Pablo Castellani, Raffaele Marco della Monica, Eleonora Tundo, Paola Vecchia, Andrea Vignali, Fabio Colazzo, Raffaele Manco.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 maggio 2022

United state of armi

In Texas ieri è avvenuta l'ennesima strage causata dalla proliferazione incontrollata delle armi: non sorprende che il paese, considerato il faro delle democrazie occidentali, che si trova riunito nell'armamento dell'Ucraina per difendersi dall'aggressione russa non riesca ad approvare una legge per controllare e monitorare le armi.

E' il peso della lobby delle armi, bellezza. Il peso di una ideologia che è colpevole dei mass shooting in America: ci sono troppi pazzi armati nelle scuole? E allora armiamo anche i professori.

Il governatore Abbott del Texas non ha mostrato alcun segno di pentimento per la legge approvata nel 2021 (in piena pandemia, per dire, le priorità dei repubblicani) che consente di possedere armi e di poter girare per le strade, senza alcuna formazione.

La democrazia in America funziona così: tanto pronta a difendere la libertà altrui, tanto poco incline a difendere diritti e a lottare contro le disuguaglianze al suo interno.

Ancora oggi, dopo anni, questo grande paese (sotto il cui scudo in molti si sentono sicuri) considera ancora un tabù i crimini di guerra nelle sue guerre per esportare la democrazia, come dimostra la vicenda Assange.

E sì, lo so benissimo che in Russia non stanno messi meglio (e non da ora che ha invaso l'Ucraina): purtroppo nemmeno l'Italia non è messa bene, in termini di libertà di stampa (e disuguaglianze, povertà, diritti).

Il giorno dopo la messa in onda del servizio sulla pista nera dietro le stragi di Falcone e Borsellino, la procura di Caltanissetta ha chiesto alla DIA di perquisire la casa del giornalista Paolo Mondani. 

Per chi non l'avesse vista, sono piste vecchie di anni, basate su documenti rimasti nei cassetti, su testimonianze di ex uomini dello stato i cui verbali non sono stati ascoltati in quegli anni. 

Anche noi in fondo ci consideriamo una democrazia. 

06 maggio 2022

La guerra per procura e la sexy guerra

Ancora di questo passo e accuseranno i pacifisti di aver scatenato loro la guerra - ieri sera il direttore dell'Avvenire Tarquinio è sbottato così, nella trasmissione di Formigli Piazza pulita, dopo che le parole del giornalista di Repubblica, Stefano Cappellini, sulla serata dedicata alla pace in Ucraina organizzata da Michele Santoro "Pace proibita".

Le colpe? Non consentire al popolo ucraino di potersi difendere, ostacolare il loro diritto di autodeterminazione e poi, la colpa più grave, non aver mai nominato Putin nel corso della serata.

Cose non vere, ma non importa, ai pacifisti (che se fosse per loro le guerre nemmeno ci sarebbero - è stato sempre Tarquinio a dirlo) si possono addossare tutte le colpe, nel mentre le armi continuano ad arrivare in Ucraina, le truppe Nato si spostano sempre più al confine dell'est Europa e la guerra va avanti.

Ai giornalisti "bellicisti" quello che da fastidio è che ci sia qualcuno che si permetta di estendere il ragionamento oltre il discorso aggressore aggredito.

Che Putin sia l'aggressore è ribadito da tutto, come il fatto che l'Ucraina sia la vittima.

Ma noi occidentali, come anche gli Stati Uniti, prima di puntare il dito sui crimini di guerra, dovrebbero riflettere sulla loro coscienza sporca.

Dovrebbe essere chiaro, specie dopo lo scoop del NY Times, che questa è una guerra per procura per logorare Putin (e rimettere in riga l'Europa) per ridisegnare gli equilibri geopolitici nel mondo.

Abbiamo inviato armi all'Ucraina, per resistere e per scacciare le truppe russe, avremmo anche aiutato la loro intelligence ad eliminare i generali russi sul campo.

C'è un solo problema, gli italiani che, come dicono i sondaggi, non ne vogliono sapere della svolta bellicista di tutto questo afflato verso la NAto (e non ha nulla a che vedere con la solidarietà nei confronti del popolo ucraino, vista la splendida risposta delle persone che hanno accolto i profughi).

Ecco che serve l'abbellimento della guerra, renderla sexy, attraente: lo scriveva ieri Daniela Ranieri: prima si è fatto il ritratto da eroi dei soldati del battaglione Azov, poi si è esaltato l'uso delle molotov da parte dei civili, con tanto di foto di una bambina con un AK 47. 

Poi si è scritto che questa è una guerra per la democrazia e la libertà (nonostante l'Ucraina sia ben lontana dall'essere un modello di democrazia).

Poi si è arrivati alla character assasination contro i pacifisti, contro l'Anpi, contro i personaggi televisivi creati giusto per fare audience e avvelenare la discussione.

Diceva Walter Benjamin che l’estetizzazione della politica è un tratto inequivocabile del fascismo. Quanto più ha intenti totalitari, tanto più la politica cerca di mantenere inalterati i rapporti di proprietà, il cui cambiamento gioverebbe alle masse; per farlo, somministra loro dei contentini estetici: arte di bassa qualità, intrattenimento e, oggi, storie Instagram, pseudo-notizie, mistica della vittoria. Putin ha represso la libertà promettendo al popolo il riscatto degli antichi valori per mezzo di una “operazione militare speciale”. L’Occidente ci sta trascinando dentro una catastrofe nucleare in nome di una finta libertà. È di qualche rilevanza che la proprietà dei mezzi di produzione culturale sia in molti casi in capo alle stesse persone che guadagnano dall’industria che produce armi.

29 aprile 2022

Finché c'è guerra

Finché c'è guerra c'è speranza era il titolo di un film di Alberto Sordi degli anni 70 dove si parlava dell'ipocrisia attorno al mondo delle armi, strumenti di morte che però, piaccia o meno, arricchisce una parte del mondo.

Abbiamo battuto il record di spesa militare da quando queste sono tracciate, ovvero dal 1949: siamo arrivati alla cifra monstre di 2000 miliardi di dollari.

Altri che la fame nel mondo, la lotta alla pandemia anche nei paesi poveri, il vaccino per tutto il mondo, la lotta ai cambiamenti climatici.

Attenzione: tutto questo non ha nulla a che fare con le responsabilità di Putin o dei crimini di guerra del suo esercito, ma significa guardare le cose nella sua interezza.

La difesa dei valori occidentali, della libertà dei popoli, la libertà di stampa, la sicurezza dei popoli europei, sono tutte chiacchiere buone solo ad intossicare il clima, magari per offuscare le celebrazioni del 25 aprile.

I miliardi per i vaccini, per la crisi climatica, non si trovano, come in Italia non si trovano soldi per la sanità, per le scuole. 

Ma i miliardi per le spese sono sempre benedetti: dicono che portano lavoro (non è vero), che la spesa in armi ci renderà più sicuri (e abbiamo visto col covid quando eravamo sicuri), che ci sono gli accordi con la Nato da rispettare (e il patto con gli elettori?).

Ma non è solo una questione economica: questa guerra in Ucraina si sta allargando sempre più, non si fermano le stragi dei civili (come tutte le guerre cosiddette moderne) e allo stesso modo si incattivisce la discussione su questa.

L'America fornirà altre armi, l'amministrazione Biden ha chiarito che l'obiettivo ora non è proteggere l'Ucraina ma logorare Putin (con tutte le conseguenze del caso in termini di morti), la Nato accetterà l'ingresso di altri paesi al confine con la Russia, gli accordi di pace non vedono sbocchi.

Si parla con una incredibile leggerezza di terza guerra mondiale e di uso dell'atomica.

E tutto questo mentre in Italia si discute se si vuole la pace o i condizionatori, sull'introduzione o meno del salario minimo (sempre annunciato, ma rimasto fuori dal PNRR e dall'agenda del governo, solo un desiderata di Orlando), mentre Bonomi (Confindustria) fa già sapere che i salari non possono essere aumentati.

Siamo in guerra, stiamo fornendo armi ad un paese in guerra, per la crisi economica, per gli effetti della pandemia, per i problemi su sanità, morti sul lavoro. 

L'unica consolazione (per così dire) è che potrebbe essere l'ultima in questo pianeta, combattuta dagli homo sapiens. 

 

30 marzo 2022

Gli impegni

Gli impegni si rispettano, ci mancherebbe. Anche quelli sottoscritti otto anni fa tra un governo e i vertici della Nato. 

Ma se in mezzo c'è stato il Covid, la crisi, se in questi otto anni pochi tra i paesi della Nato hanno rispettato questo impegno di portare la spesa militare al 2%.

Impegno che non ha nulla a che vedere con la guerra in Ucraina, questa spesa non impatterà le nostre forze nei prossimi mesi e se la guerra dovesse andare oltre avremmo ben altri problemi (di cui ha parlato egregiamente Presadiretta lunedì sera).

Scrive Robecchi

Qualcuno – temerario – spiega che questo benedetto aumento delle spese militari non c’entra nulla con l’invasione russa dell’Ucraina, che se ne parla da tempo, che gli americani ce lo chiedono da anni, ed ora – vedi a volte le coincidenze – è venuto il momento. Per inciso, i dati Sipri (Stockholm International Peace Research Institute, uno degli osservatori più qualificati sul mercato degli armamenti) dicono che la Nato spende ogni anno circa 17 volte quello che spende la Russia, e anche togliendo le cifre spaventose degli Stati Uniti, calcolando soltanto le spese militari attuali di Italia, Francia, Germania e Regno Unito, si ha quasi il triplo della spesa militare russa. Pare che non basti.

A cosa servirà questa spesa? Da dove prenderemo questi 12-13 miliardi? Quale altra spesa taglieremo? Tutte domande a cui i tifosi del 2% non rispondono. Le armi servono, come la serva, per la nostra sicurezza. E poi ci saranno ricadute occupazionali, anche per l'industria civile (cosa falsa, come si è visto per il caccia F35 che verrà solo assemblato a Camerino). 

Vorrei solo che i nostri rappresentanti rispettassero anche gli impegni presi con gli elettori, anche se si tratta di governi tecnici che avrebbero dovuto portarci fuori dalla crisi.

29 marzo 2022

Presadiretta – cessate il fuoco

Ultima puntata per questa stagione di Presadiretta dedicata alle due guerre: quella in Ucraina dove tutti vogliono la pace, ma solo a parole. E la guerra nascosta contro il covid, con gli ospedali ancora in difficoltà e i cui sintomi si sono abbattuti contro i più giovani.

Un mese di guerra è passato e questa diventa più cattiva e insidiosa, non solo nelle parole, ma anche col rischio che si allarghi all'uso di armi chimiche.

Con quali armi si sta combattendo in Ucraina, cosa vogliono e cosa pretendono i mediatori, quale la linea rossa oltrepassata la quale la pace si allontanerà per sempre?

Il consigliere politico di Naval’nyj

Per capire cosa passa in testa a Putin Presadiretta ha intervistato il consigliere politico di Naval’nyj, Vladimir Milov: Naval’nyj ha lavorato nei settori critici del paese come quelli energetici e oggi è in Inghilterra, dove è stato avvelenato col Polonio.

Putin ha attaccato Naval'nyj perché quest'ultimo da anni denuncia il suo sistema: il suo yacht, la dacia sul lago dove era stato ospite anche Berlusconi, su un terreno dello stato.

Sono stati denunciati anche gli affari privati del ministro Lavrov, del portavoce della comunicazione Peskov, un sistema di arricchimenti personali e di corruzione, coi soldi nascosti nei paradisi fiscali.

Un sistema clientelare che sta arricchendo gli oligarchi vicini a Putin e che sta però uccidendo la Russia: le persone non possono curarsi perché gli ospedali non funzionano.

La giornalista ha chiesto se sia possibile arrivare ad un colpo di stato in Russia:

“in questo momento gli imprenditori, le elite, odiano Putin perché ha disconnesso la Russia dal sistema globale, dal mondo, e ci sono anche molte persone nel suo governo che vorrebbero deporlo. Ma è molto difficile perché Putin ha una sua guardia personale di fedelissimi agenti strapagati, con un extra budget segreto, un apparato di intelligence di circa 50 mila persone che controlla tutti quelli che entrano in contatto con lui. Anche nel suo entourage stanno bene attenti a parlar bene di lui, anche quando ci si incontra da soli, perché sanno che qualsiasi informazione verrà riferita al capo. L’unica strada è introdurre sanzioni ancora più pesanti, possono fare davvero la differenza perché pezzi importanti del cerchio magico di Putin potrebbero abbandonarlo.”

Una crepa si è aperta nella cerchia di Putin: Borisovic Chubais, un amico stretto di Putin e artefice delle privatizzazioni ai tempi di Eltsin è scappato dalla Russia coi suoi segreti sui soldi e sui segreti della cerchia di Putin.

La situazione in Ucraina

Le ultime notizie dal fronte russo sulla guerra risalgono al 24 marzo: in una conferenza un generale russo ha raccontato di come i risultati della prima fase siano stati raggiunti e che ora la guerra si sposterà nella zona est del Donbass e, purtroppo, con la stressa a Mariupol, la città martire.

Qui le persone vivono nei rifugi senza acqua e senza cibo: Mosca vuole cancellare la città dalla faccia della terra – accusa il sindaco della città.

La guerra al sistema sanitario ucraino

Sono 72 gli ospedali e i presidi sanitari colpiti dai russi con l'obiettivo di rendere la vita della popolazione civile impossibile.

Come Yulia, madre di una bambina disabile, con una madre non autosufficiente: non può scappare da Kiev ed è rimasta bloccata in mezzo ai bombardamenti, senza assistenza.

Mancano le medicine, perché un deposito di medicinali è stato bombardato: ogni volta che c'è un raid la figlia si rifugia in corridoio, per la paura.

“Questa è una guerra contro i civili” racconta un medico, non è una guerra contro i governi: una guerra contro persone che non possono curarsi, tutto è un bersaglio, persino gli ospedali oncologici. Al 23 marzo sono 65 le strutture danneggiate, 9 i medici morti: questi attacchi devono cessare, racconta un portavoce di una ong, perché si impedisce alle persone di curarsi. I volontari di MSF si eserciti in situazioni con feriti di massa, addestrandosi a riconoscere velocemente chi curare e chi no, in base alle ferite sul corpo.

A Kiev, al centro cardiologico sono curati i bambini orfani, che non potevano essere curati altrove: qui ci sono bambini che dovrebbero essere operati, in condizioni critiche, perché i letti non possono essere tenuti occupati a lungo, per l'arrivo dei feriti.

A Kiev arrivano rifugiati senza vestiti, senza cibo e all'ospedale cercano di dare loro assistenza, come possono.

A Leopoli le madri fanno partorire i figli in bunker sottoterra, sempre per timori dei bombardamenti: qui Yuri e la moglie sono stati accolti a Leopoli dalla comunità di Sant'Egidio.

Il covid si aggiunge al problema delle bombe: non ci sono statistiche e non ci sono strumenti per curare i malati, le bombe contro gli ospedali cono crimini di guerra, spiega un funzionario di Human Right Watch, i responsabili devono essere presi e condannati per mandare un messaggio a tutto il mondo, come non è stato fatto un Yemen e negli altri teatri di guerra.

La comunità di Sant'Egidio

Ospite in studio l'ex ministro Riccardi a cui Iacona ha chiesto “con tutti i mediatori in Europa, come mai in un mese non si sia riusciti ad imporre un cessate un fuoco, che blocchi questi massacri?”

Dobbiamo impedire che questa guerra diventi come la Siria o come la Georgia: davanti a questo orrore, cosa impedisce un cessate il fuoco, mi sono interrogato sulle volontà della Russia che ha invaso l'Ucraina. Ma anche sulla volontà della comunità internazionale nel cercare una via d'uscita, tante telefonate eppure si combatte ancora.

Da una parte Putin che cerca territori da conquistare dall'altro Zelenski che rivendica la vittoria nell'aver respinto la Russia e che chiede più armi: gli Ucraini, una popolazione divisa in tante etnie, si è dimostrato unito, ha scelto di combattere contro gli invasori e questo ha sorpreso Putin.

Ogni giorni muoiono bambini, muoiono ragazzi russi e ucraini: serve il cessate il fuoco, serve la volontà per imporre il cessate il fuoco.

Le faticose settimane di mediazione

C'è stata la mediazione tra Macron e Putin, nel febbraio scorso, dove si evocavano gli accordi di Minsk per bloccare i venti di guerra. Questi sono gli accordi firmati nel 2014 dopo l'invasione della Georgia, ma non sono mai stati rispettati a partire dal cessate il fuoco, da entrambe le parti. Ma a febbraio Putin tira fuori la questione che lo interessa, l'ingresso della Nato dell'Ucraina e la minaccia di una guerra che coinvolgerà l'Europa.

Arriva a fine febbraio la guerra voluta da Putin e per questo oggi il presidente russo non può fermarsi, non può tornare indietro senza aver nulla in mano perché perderebbe la faccia.

Dopo Macron tocca ad Israele la mediazione, passano i giorni e non succede niente, fino ad una nuova mediazione dei turchi: “vediamo che le parti sono vicine ad un accordo” dice il ministro turco, ma ancora nessun accordo.

Nel frattempo il presidente ucraino appare in video, rivendicando i successi della resistenza, la pace non arriva perché le due parti vogliono arrivare alle trattative dalla posizione di maggior forza. Nel frattempo nessuna super potenza è scesa in un ruolo di vera mediazione: servono nazioni grandi non la Turchia o Israele. In questa partita politica il convitato di pietra è la Cina, che ora teme le sanzioni internazionali per la sua alleanza con la Russia.

La Cina è di fronte ad un dilemma: sfidare l'ordine americano, sostituendoli nel ruolo di egemonia politica ed economica, oppure tenersi lontano. Se volessero mettersi in un ruolo di mediatore e poi fallissero l'obiettivo, sarebbe un danno di immagine per il presidente cinese.

A chi conviene questa guerra che sta armando mezzo mondo e che ha rinvigorito la Nato, in crisi dai tempi di Trump? A chi conviene questo crescendo della tensione?

Il professor Natalizia parla di equilibri globali, sopra la guerra in Ucraina: il passaggio verso un nuovo modello di ordine mondiale dopo la guerra fredda, tra Cina, Russia e Stati Uniti.

Gli ultimi negoziati tra Russia e Ucraina

Domani ci sarà una due giorni in Turchia, con Erdogan fiducioso di portare avanti una trattativa: forse quello del presidente turco è solo ottimismo, ma Erdogan ha interesse nel fermare il conflitto, ha aperto entrambi i canali verso Kiev e Mosca, aveva condannato la presa della Crimea ma allo stesso tempo non ha rotto i rapporti con Putin.

Attenzione però, ha commentato Iacona, nelle ore in cui Biden dava a Putin del macellaio, Erdogan sosteneva che al presidente russo si deve far trovare una via d'uscita, un taglio pragmatico per fermare la guerra.

Ma su quali basi? Lo ha raccontato Lucia Goracci, parlando di neutralità dell'Ucraina, nessuna adesione all'alleanza atlantica, la garanzia di potenze straniere per questo accordo. La Russia chiede la fine delle misure contro l'uso della lingua russa, la denazificazione del paese, la conquista di Mariupol (che chiude il mar D'Azov all'Ucraina). C'è da chiarire il ruolo del Dombass.

Il ruolo europeo nella guerra in Ucraina

Siamo già coinvolti in questa guerra: l'esercito ucraino ha fermato i carri russi, grazie agli aiuti degli Stati Uniti che hanno speso 3 miliardi di euro per l'addestramento e l'armamento dell'esercito. LE spese militari dal 2015 sono decuplicate, con nuove armi sofisticate anche contro la guerra elettrica: ma l'integrazione tra Nato e forze ucraine va avanti da anni, anche nella base Nato bombardato qualche settimana fa vicino la frontiera polacca.

Tra la fine del 2021 e il 2022 questo paese ha ricevuto aiuti che hanno impedito il crollo del paese: oggi Zelenski sta chiedendo nuove armi alla Nato e alle nazioni europee, cosa che potrebbe alzare la tensione di Putin contro l’occidente, sarebbe un inserimento ancora più massiccio nell'intervento.

Decisive sono le informazioni sulle mosse dell'avversario, movimento dei mezzi, approvvigionamenti, tutto questo avviene grazie ai droni che controllano dall'alto la situazione a terra. Siamo già in guerra allora, come belligeranti?

Al vertice del 23 marzo della Nato si è deciso di fornire altre armi e arrivare a nuove sanzioni, ma niente aerei e niente carri armati al momento, ma le ultime dichiarazioni di Biden di questi giorni fanno pensare che le cose stiano cambiando: si sta preparando un cambio di regime a Mosca, con un colpo di stato?

Gli Stati Uniti stanno portando avanti una guerra per procura per colpire la Russia di Putin usando l'Ucraina come proxy?

E dove sta la linea della Russia? Noi forniremo all'Ucraina armi anti carro, addestramento nell'uso dei droni, come reagiranno i russi di fronte a questa nostra ambiguità?

Siamo di fronte ad una linea rossa mobile, i russi potrebbero cambiare la percezione del nostro intervento, se dovessero cambiare le cose sul campo.

Ha ragione papa Francesco quando ha condannato la spesa per comprare più armi, in risposta a quanto sta succedendo. Una pazzia. Serve un modo diverso per governare un mondo, ormai globalizzato.

Il messaggio del papa è anche politico – spiega Riccardi: abbiamo dimenticato il discorso della pace, ci siamo dimenticati della guerra, di cosa è stata la seconda guerra mondiale, si sta rivalutando l'idea di guerra come forma di risoluzione dei problemi, guardiamo come parlano i leader, questa non è diplomazia. La pace è il bene dell'Ucraina, dell'Europa e del mondo intero: ci troviamo di fronte ad una guerra, l'evento più grave dal 1945, con un paese belligerante che ha l'atomica. La guerra potrebbe diventare come in Ucraina, durare anni e potremmo anche dimenticarcene.

Le armi nucleari

In questi giorni c'è una esercitazione Nato ai confini della Russia, in Norvegia. Dall'altra parte ci sono i sommergibili russi con le testate nucleari. Putin in un suo discorso ha già parlato di allerta speciale mettendo in allerta l'arsenale nucleare, il giornalista Marzio Mian che era per lavoro in quella zona ha testimoniato alla trasmissione movimenti di truppe e di mezzi come se si fosse dentro una guerra, “si sentiva nell'aria la minaccia nucleare”.

Anche Biden ha detto che si potrebbero usare queste armi: ci si sta preparando da tempo a questa dottrina, usare le armi nucleari come deterrente, per lanciare un segnale all'avversario.

Entrambi le superpotenze hanno aumentato il loro arsenale nucleare con armi sviluppate per essere usate in modo più semplice, come se fossero armi da usare in scenari di guerra militari, sono le armi tattiche meno potenti ma non meno pericolose.

Sono armi meno distruttive, dieci o venti volte di Hiroshima, ma che non fanno meno paura: queste arme sono presenti anche in Italia e saranno messe anche sugli F35 che noi italiani stiamo comprando.

Questi aerei sono pronti per partire col loro carico nucleare, da Aviano e da Ghedi, senza nemmeno che l'esercito americano sia costretto ad avvisarci.

Nel 2017 la Russia e i paesi della Nato come l'Italia non hanno firmato l'accordo per eliminare le armi nucleari: queste armi servono a questi paesi per portare avanti un ricatto, come quello di Putin all'Europa, non interferite con la guerra in Ucraina altrimenti uso le armi nucleari.

In uno scenario di guerra nucleare, che oggi non è più tabù, l'Italia sarebbe spazzata nei primi dieci minuti.

“Oggi la guerra è troppo pericolosa per combatterla” commenta Riccardi, il rischio è di cadere di guerra in guerra nella distruzione del mondo.

A vedere questa Europa, con la sua cultura, con la sua economia, che sia fuori dai giochi diplomatici è una cosa incredibile – rispondeva Iacona alle parole dell'ex ministro: serve arrivare ad una politica estera europea, una politica comune di difesa europea non dipendente dall'America o ricattabile dalla Russia o dalla Cina.

Non perdoneremo mai ai grandi della terra una escalation militare, né a Putin né agli altri.

In un mondo ancora sotto choc per la pandemia, sei milioni di morti, i soldi dovevano andare alla cura, a chi ha perso il lavoro e la salute, a mettere a posto il sistema sanitario nazionale.

Il sistema sanitario dopo il covid

Per mostrare la situazione del sistema sanitario e della sua prima linea, Presadiretta ha passato una notte al pronto soccorso del Pertini a Roma: pazienti che cercano un posto rimanendo fermi nelle lettighe delle ambulanze nei corridoi del PS perché mancano posti, perché la capacità assistenziale nei reparti è inferiore al numero di pazienti che arrivano col 118.

Il tempo di attesa per un posto in reparto è superiore alle due ore, possono passare anche giorni fermi nel Pronto Soccorso dove ricevono le prime cure, senza privacy, senza un vero letto, dove le persone perdono la cognizione del tempo.

Il covid ha peggiorato il fenomeno del “boarding”, ovvero la permanenza in Pronto Soccorso: qui il lavoro si moltiplica per il virus, per i tamponi, per le corsie separate, per le terapie intensive separate dentro la zona di soccorso.

Al Pertini nell'area di soccorso covid per 30 pazienti c'è un solo dottore, poi ci sono anche pazienti più gravi: mancano medici e mancano anche infermieri per l'assistenza, anche qui siamo in guerra, in trincea.

I reparti stanno in piedi grazie al sacrificio dei medici e del personale: il ssn sta perdendo una delle sue colonne, manca il 30% di medici, mancano le risorse umane per coprire i turni al pronto soccorso, non si vedono vie d'uscita perché non si riescono ad assumere più persone, nessuno vuole entrare a lavorare in queste situazioni.

Si sta negando un diritto alle persone e si sta mettendo in crisi la sicurezza nei reparti: tutto questo è legato al taglio dei costi nella sanità cominciato con la “cura” del governo Monti.

Quello che è avvenuto in questi dieci anni è stato un massacro sulla sanità, abbiamo perso 173 ospedali, 42 mila sanitari, con decine di migliaia di posti letti in meno: questo vuol dire maggiore occupazione nei Pronti Soccorsi e nella medicina di urgenza, un imbuto da cui viene schiacciato.

Ma a questo si è aggiunto anche il covid e gli interventi saltati per la pandemia: 2 milioni di ricoveri, 600mila interventi chirurgici programmati, 14 milioni di visite specialistiche, questi sono i numeri degli interventi saltati nel 2020 per il covid.

C'è poi un'altra malattia, quella del disagio mentale che colpisce i giovanissimi, gli adolescenti: per loro non esiste offerta pubblica per curarsi dal sistema sanitario.

Sono ragazzi che durante la pandemia, per colpa della fragilità emotiva, per la fine della socialità, sono caduti in depressione.

Almeno il 16-20 % degli adolescenti soffre di depressione, racconta Stefano Vicari del Bambin Gesù: ragazzi poi ricoverati in ospedale, perché per esempio hanno cercato di suicidarsi.

Ansia, depressione, anoressia: la pandemia ha fatto sentire i ragazzi soli e abbandonati, l'età media dei ricoveri si è abbassata da 15 a 13 anni.

Ci sono regioni che non hanno nemmeno posti letto per l'accoglienza di questi adolescenti.

Presadiretta ha raccolto la testimonianza di Ella, una di questi adolescenti: dopo un atto di autolesionismo è stata ricoverata al Policlinico Umberto I, dove ci sono 14 posti letti, sempre pieni e dove i medici cercano di rimettere assieme i pezzi di giovani che si sono persi.

La rete di assistenza territoriale per neuropsichiatria è in affanno, anche in Lombardia che pretende di essere la regione virtuosa in ambito sanitario: mancano posti per la psichiatria infantile, per ragazzi con problemi perché le strutture sono fatiscenti, i medici nelle strutture non hanno contratti stabili, la regione non investe in questo settore a sufficienza.

Così, chi può, si rivolge al privato. E chi non può, non può scegliere di curarsi.

L’Europa che blocca i migranti alla frontiera

Altro che guerra, altro che armi, ecco dove dobbiamo mettere i soldi: nella cura delle persone!

Ma l'Europa ha messo a bilancio 35 miliardi per la gestione delle frontiere, miliardi per alimentare un'industria che controlla le frontiere, per bloccare i migranti, non gli ucraini, ma tutti gli altri.

Droni, sistemi di riconoscimento facciale, muri di contenimento: l'industria che si occupa di questi sistemi diventa sempre più florida, per realizzare muri virtuali sempre più grandi.

Anche la nostra Leonardo sta lavorando ad un drone che presidierà le frontiere, pagato coi nostri soldi.

A far da apripista è stata la Grecia, paese andato quasi in default che oggi spende milioni per droni e per cannoni che fanno un rumore tre volte superiore alle soglia tollerabile per far scappare i migranti.

“Io ringrazio la Grecia per essere il nostro scudo” dice la Von der Leyen: l'Europa ha investito 720 milioni per trasformare le isole a Samos, dove sono reclusi i migranti, in lager tecnologici.

La parola accoglienza nei confronti di altre persone è qui bandita. Un sistema altamente tecnologico controlla da remoto tutti i campi, questo il compito del ministero dell'immigrazione.

Si chiama Centaur il sistema di monitoraggio, un grande fratello che sta oggi suscitando l'interesse degli altri paesi europei che vorrebbero replicare nei loro paesi.

Per l'Europa il campo di Samos è una pietra miliare della politica dell'immigrazione: eppure sono dei carceri, con tanto di filo spinato. Dove stanno i principi democratici tanto sbandierati oggi per la guerra in Ucraina?

L'Europa volta la testa dall'altra parte di fronte a queste violazioni dei diritti umani, di fronte ai respingimenti alla frontiera o in mare, nel Mediterraneo. Dai guardia coste greci o dai guardia coste libici.

Vergogna, vergogna vergogna!!!

Non possiamo accettare il doppio volto dell'Europa nei confronti dei profughi ucraini, a cui diamo assistenza e uno status di protezione, anche da parte degli stati che nel passato non hanno accettato profughi con la pelle dal colore scuro.

Da questa guerra i primi a rimetterci saranno i paesi poveri nel mondo, i maggiori importatori del grano ucraino e russo che domani non avranno più cibo: la guerra causerà la peggiore carestia mondiale, salirà l'inflazione, si altera la politica energetica, non si troverà il vaccino per tutti, non si combatteranno i cambiamenti climatici …

Dobbiamo fermare la guerra, non abbiamo alternative.

28 marzo 2022

Anteprime Presadiretta – cessate il fuoco

A parole vogliono tutti la pace nei fatti però si continua a combattere, con quali armi, con quante forze e fino a quando e a chi fa comodo questa guerra? Inizia con queste domande l’anteprima dell’ultima puntata di Presadiretta di questo inizio 2022: ad un mese dalla guerra si continua a combattere, il conflitto non risparmia le vite dei civili, vengono colpiti gli ospedali. Quegli ospedali che potrebbero curare anche le persone che si ammalano per il covid, visto che la pandemia non è stata ancora debellata, nemmeno in Italia: dall'inizio del conflitto ci sono stati 72 attacchi a ospedali, ad ambulanze e medici, con 71 morti e 37 feriti, lo denuncia l'Organizzazione Mondiale della Sanità.

I negoziati sono ancora in stallo, dalla Russia arrivano notizie per cui l’invasione potrebbe fermarsi con la conquista delle regioni russofone, ma nel frattempo i bombardamenti proseguono anche nelle altre città. Sull’altro fronte, sembra di aver fatto un salto indietro del tempo di almeno quarant’anni, con la corsa al riarmo tra fine anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80: l’Italia si è impegnata a spendere per la difesa il 2% del PIL, ancora non si sa da dove si prenderanno i soldi. Si torna a parlare con una incredibile sufficienza di armi nucleari, di deterrente nucleare, dimenticandosi di quanto questo equilibrio delle armi possa essere fragile.

La via diplomatica, il cessate il fuoco, sarebbe l’unica soluzione per fermare le morti, i profughi, l’emergenza sanitaria e, come effetto a lungo termine, gli effetti a catena nel resto del mondo.

Presadiretta tornerà ad occuparsi della guerra in Ucraina raccontando dell’esercito di Putin, che non è riuscito a portare a termine la sua guerra lampo, sempre che questi fossero veramente i suoi piani, su questo il generale Li Gobbi ha molti dubbi:

Ma è un fatto che nessuna delle principali città ucraine è caduta, la stessa Mariupol resiste, a Kherson si combatte…
E chi ha detto che l’obiettivo fosse prenderle adesso? Leggo da giorni notizie e bollettini che enfatizzano la resistenza incontrata sul campo dall’esercito russo grazie alla “capacità di reazione” ucraina, superiore a quel che si pensava. Insieme ad analisi che accreditano per questo il fallimento dell’offensiva-lampo che “era nei piani di Putin”. Ancora una volta: ma chi lo ha detto?

Perché secondo lei non è così?
Io non posso sapere quali fossero i piani del Cremlino. Quello che penso è che se l’intendimento fosse stato condurre una “guerra lampo” verosimilmente l’intera campagna sarebbe stata impostata in maniera diversa. Ad esempio tentando di sfruttare il fattore sorpresa e puntando decisamente su Kiev per “decapitare” da subito la leadership ucraina ed imporre la resa. Ma molti dati oggettivi sembrano smentire che questo fosse l’intendimento.

Ad esempio?
Oggi si dice che la guerra è iniziata da un mese. In realtà è iniziata nel 2014 se non prima. La cosiddetta “operazione militare speciale” di Putin è la sua evoluzione. Del resto, quando si pianifica una guerra lampo non si fanno per mesi grandi manovre sul confine che provocano da subito l’approntamento dell’avversario per la difesa. Inoltre l’avvio stesso dell’operazione potrebbe far sorgere sospetti.

Il cattivo stato del suo esercito, del suo cattivo equipaggiamento, è colpa, della corruzione che arriva fino ai vertici delle forze militari “è lo specchio della Russia di Putin” racconta un consigliere di Naval’nyj alla trasmissione. È possibile arrivare ad un colpo di stato in Russia: “in questo momento gli imprenditori, le elite, odiano Putin perché ha disconnesso la Russia dal sistema globale, dal mondo, e ci sono anche molte persone nel suo governo che vorrebbero deporlo. Ma è molto difficile perché Putin ha una sua guardia personale di fedelissimi agenti strapagati, con un extra budget segreto, un apparato di intelligence di circa 50 mila persone che controlla tutti quelli che entrano in contatto con lui. Anche nel suo entourage stanno bene attenti a parlar bene di lui, anche quando ci si incontra da soli, perché sanno che qualsiasi informazione verrà riferita al capo. L’unica strada è introdurre sanzioni ancora più pesanti, possono fare davvero la differenza perché pezzi importanti del cerchio magico di Putin potrebbero abbandonarlo.”

Putin il pazzo, Putin che vuole invadere anche l’Europa, Putin il macellaio, come lo ha definito Biden, subito smentito dalla sua stessa amministrazione. E per combattere il pazzo (che pazzo non lo era evidentemente quando comprava armi da noi, quando stringeva accordi con l’Eni, quando i suoi oligarchi erano ricevuti coi tappeti rossi in Italia), servono più armi, perché ti dicono, la pace si prepara con le armi. La corsa al riarmo,nonostante l’opinione diversa degli italiani, a sentire i sondaggi: la proliferazione di armi non ha portato alcuna pace nel mondo, non l’ha portata in Iraq, in Yemen, in Afghanistan.

La scheda del servizio: “CESSATE IL FUOCO”

Questa sera alle 21.20 su Rai3 e in streaming su RaiPlay.

Mentre la campagna di invasione russa sembra in stallo si intensificano i bombardamenti sulle città e la popolazione civile vive una catastrofe anche sanitaria. I tavoli della diplomazia tacciono, la corsa al riarmo contagia tutta l’Europa e cresce la paura che la Russia possa ricorrere alle armi nucleari. A chi fa comodo questa guerra? Perché non si arriva a un cessate il fuoco?

Riccardo Iacona discuterà di tutto questo in diretta con Andrea Riccardi fondatore di Sant’Egidio, Comunità che da sempre intraprende iniziative diplomatiche sui fronti di guerra in tutto il mondo, promuove corridoi umanitari ed è attiva sul campo in Ucraina con moltissime iniziative di aiuto alla popolazione e agli ospedali.

PresaDiretta attraversa di nuovo la guerra in Ucraina per provare a capire perché un accordo di pace sembra ancora così lontano.

La drammatica situazione sanitaria nel Paese, dove decine di ospedali sono stati distrutti e centinaia bombardati attraverso le storie, le parole e le immagini girate dai testimoni.

Tutte le occasioni mancate per un cessate il fuoco, per capire come si stanno muovendo davvero le diplomazie nel mondo.  

Un’analisi approfondita del teatro di guerra, delle armi usate, delle strategie militari e degli scenari futuri possibili. E poi l’escalation che preoccupa il mondo intero: la Russia in difficoltà potrebbe ricorrere alle armi tattiche nucleari? 

La Russia del dissenso e la denuncia della corruzione diffusa attraverso le parole del consigliere di Navalnyj: Vladimir Milov. E poi le criptovalute, in che modo possono aiutare Putin a sfuggire alla morsa delle sanzioni?

Intanto fa affari d’oro l’industria del controllo delle frontiere e dei migranti, tra droni, robot e sistemi biometrici. Un viaggio di PresaDiretta nella Grecia laboratorio delle nuove politiche della sorveglianza. 

Infine la nostra guerra dimenticata, quella della sanità pubblica. Dopo due anni di pandemia e tante promesse, i numeri delle cure mancate sono scioccanti: 2 milioni di ricoveri saltati, 600mila interventi chirurgici da riprogrammare, 14 milioni di visite specialistiche da recuperare. PresaDiretta ha attraversato i Pronto Soccorso in affanno e il disagio mentale dei giovanissimi, sui quali la pandemia ha lasciato le cicatrici più profonde.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 giugno 2020

A chi vendiamo le armi - l'Egitto e le fregate che stiamo vendendo al regime di Al Sisi

Oggi sul blog confini di Rainews, Giorgio Beretta commenta la brutta vicenda della vendita delle armi all'Egitto.
Brutta a prescindere dall'atteggiamento di Al Sisi sulle indagini (ostacolate) sulla morte di Giulio Regeni
     
Non esiste Stato al mondo che accetti di fornire armamenti ad un regime che è in qualche modo coinvolto nell’omicidio di un suo cittadino: se quindi, come viene detto, il premier Conte ha ricevuto dal presidente al-Sisi specifiche garanzie riguardo al caso Regeni, sarebbe innanzitutto opportuno vedere dei passi concreti da parte delle autorità egiziane. Ma c’è un altro aspetto che mi preme evidenziare… 
Dica pure.

Ho notato che c’è la tendenza nella stampa italiana a parlare della questione della vendita delle navi militari all’Egitto mettendola in relazione solo al caso Regeni quasi che sia l’unico o il principale problema nei rapporti con l’Egitto. Lo trovo limitativo e anche pericoloso per due motivi: il primo perché, come ho detto, questo affare militare va esaminato nelle sedi istituzionali con massimo rigore e trasparenza in tutti i suoi aspetti, in particolare nelle sue implicazioni sulla politica estera del nostro Paese. Ma soprattutto perché è inaccettabile considerare tutta la problematica come se dipendesse solo da qualche progresso sul caso Regeni, quasi che le migliaia di prigionieri politici e attivisti incarcerati non esistessero. Questa nuova fornitura di armamenti, dopo gli oltre 871 milioni di euro di esportazioni militari autorizzate nel 2019, non solo è in aperto contrasto con le norme vigenti, ma costituisce un esplicito sostegno al regime repressivo instaurato dal generale al-Sisi all’indomani del colpo di Stato del luglio 2013. Questo è bene dirlo con chiarezza per non finire con l’addossare ai genitori di Giulio Regeni anche il compito della protesta.