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21 gennaio 2020

Presadiretta – Vite a domicilio (il costo dei negozi online)

Presadiretta non dimentica Giulio Regeni: e se i servizi egiziani avessero usato uno spyware realizzato in Italia per spiare Giulio?
Basta un messaggio, una mail e il tuo cellulare diventa il tuo spione, controlla quello che guardi, i siti, dove vai.

Gli spyware sono armi di repressione politica, sono usati contro giornalisti come Assiri, sgraditi ai sauditi, o sgraditi come Khassogi.
Si ipotizza che gli arabi conoscessero i movimenti del giornalista grazie ad uno spyware prodotto da un'azienda italiana, Hacking Team.

Abbiamo venduto questo prodotto a paesi che non rispettano i diritti umani, col beneplacito di diversi governi, con la scusa della lotta al terrorismo.
Hacking Team, dopo un'attacco informatico, è stato salvata da un investitore saudita: ma la stessa tecnologia è stata venduta anche all'Egitto, secondo una europarlamentare di Alde è molto probabile che Giulio Regeni sia stato spiato da un sw italiano.

La licenza ad Area Spa è stata revocata nel 2017, ma il TAR ha dato loro ragione e dunque potrebbe aver continuato a vendere all'Egitto: le licenze sono concesse dal Mise, Presadiretta ha contattato un dirigente del Mise che ha preferito non commentare.
Ai giornalisti è stato negato l'accesso ai documenti che mostravano quali aziende italiane lavorano in questo settore esportando i loro sw in paesi come Egitto e Arabia: non basta dire che si rispetta la legge, bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà, stiamo aiutando dei paesi che non rispettano i diritti civili.
Gli spyware sono armi che prima o poi si ritorcono contro di noi.


Presadiretta parla del commercio online, una vera rivoluzione che sta già cambiando la nostra vita. Ma a che prezzo?
Il mondo è piccolo, con un click le merci arrivano dappertutto, ci sono 20mila rider che portano il cibo a casa, è un mondo che non conosce sabati o feste, è una macchina sempre accesa.
Le persone che lavorano in questo settore hanno una vita gestita dall'algoritmo che dice cosa fare e in che tempo: la tecnologia è usata non per migliorare la nostra vita, non solo comunque, ma per distruggere i diritti umano – racconta Ken Loach.

C'è poi l'aspetto delle emissioni di co2, aumentate con le spedizioni a breve tempo, delle merci invendute che alla fine sono distrutte.

Questa rivoluzione cambia la nostra vita, la faccia delle città, il lavoro di alcune persone: ma tutto questo ha un costo.
A cominciare dall'imballaggio dei pacchi, per tutti i prodotti che si comprano in questo mercato globale.

L'e-commerce in Italia è cresciuto del 15% e crescerà ancora: tra i costi però bisognerebbe metterci i costi ambientali, perché per garantire le consegne rapide, anche per pochi prodotti, si costringono i corrieri a girare per le strade italiane con carichi non efficienti.

Amazon ha una impronta ambientale paragonabile a quella della Svezia: tutto colpa di Prime, per quei 5 miliardi di pacchi spediti tutti i giorni e che sono consegnati in giornata.
Tutto questo è garantito da una tecnologia all'avanguardia nei capannoni di Amazon, dove tutto è guidato da un algoritmo, dall'operatore al camion fino al centro di smistamento.
Dal centro di smistamento, partono i driver che coprono l'ultimo miglio, fino a casa.

Massimo Marciani, esperto di logistica, parla di vasi comunicanti per spiegare come funziona la piattaforma, dalla fabbrica cinese ai magazzini, fino al driver: un sistema che ha un forte impatto ambientale per il modo in cui si scambiano le merci.
Anziché le navi, si usano gli aerei, anziché furgoni pieni, viaggiano furgoni semivuoti che raggiungono le nostre case: è un sistema di logistica non sostenibile, raccontano al MIT Initiative.

Perché non aspettare qualche giorno la consegna, se si possono emettere meno inquinanti, per evitare di peggiorare le condizioni del pianeta? Perché Amazon non è trasparente?
Il responsabile Amazon in Europa per la sostenibilità parla di investimenti in energia rinnovabile, vorrebbero arrivare alle zero emissioni al più presto.

Col sistema del Prime, Amazon fa fuori la concorrenza, ma se le persone conoscessero gli impatti, sceglierebbero ancora l'invio in giornata?
Un forte impatto lo hanno anche i resi che sono molto alti specie nel vestiario: molti resi significa molte merci che viaggiano sulle strade e, di conseguenza, troppi imballaggi che alla fine finiscono nei rifiuti.

Rossano Ercolini, autore di Rifiuti Zero, ha analizzato i diversi packaging dei negozi online: cartoni col lo scotch, pacchi in plastica che non sempre è riciclabile .. tutti gli imballaggi presentano qualche problema, merce per inceneritori, con tutto ciò che ne consegue.

Bisogna ridurre la plastica e gli imballaggi: Amazon ci sta provando, con un progetto chiamato shopping on container, dove si vuole ridurre l'imballaggio mantenendo integro il prodotto.
Stanno ordinando centomila veicoli elettrici, sempre in quest'ottica.

Presadiretta ha raccontato col servizio di Teresa Paolo, lo scandalo dei prodotti invenduti, da fornitori terzi: alcuni sono ritornati al fornitore, altri sono destinati alla distruzione, sono etichettati come “destroy”.
Sono oggetti a volte nuovi, ma invenduti – racconta un ex dipendente di Amazon a Vercelli: il costo dello stoccaggio è un costo per i fornitori, così viene offerto loro l'opportunità di distruggerli, come da testimonianze raccolte da giornalisti di Mani tese.

Teresa Paoli ha incontrato anche un giornalista di Capital, in Francia: in Francia in un anno si distruggono circa 3ml di oggetti secondo la sua stima, oggetti nuovi a volte, di venditori cinesi che non hanno interesse a ritirare la loro merce.

Perché gettarli e non donarli?
Parliamo di pannolini, giocattoli, libri, televisori: succede in Francia, in Germania e anche in Italia. Prodotti nuovi, con etichetta: ogni giorno sono distrutti da 3000 a 15mila oggetti, di cui il 30% nuovi.

A Vercelli sono riusciti a far donare il cibo per cane, non scaduto, ad un canile: il resto ha avuto destinazione destroy.
Perché di questo non se ne parla? Perché farebbe fare una brutta figura ad Amazon, che ha solo l'interesse di liberare lo spazio nel magazzino.
Tutto legale, certo: è una scelta indotta da un regime contrattuale del tipo prendere o lasciare, dove i fornitori hanno margini molto bassi.
Un sistema che alla lunga presenterà un costo alla collettività: il professor Fabio Iraldo ha stimato il costo di questa logica del destroy.
Per cento forni a microonde è come se sprecassimo la quantità di acqua per produrre 29 tonnellate di pomodori.
Amazon offre diverse possibilità ai fornitori – spiega il responsabile Amazon sulla sostenibilità: vorrebbero portare questa percentuale a zero, in Inghilterra sono riusciti a far donare questi beni, mentre in Italia c'è un problema di tasse.
In Italia si pagano tasse se si donano beni mentre non se ne pagano se si distrugge: perché non cambiano la legge allora?

Il ministero dell'Ambiente sarebbe anche d'accordo, racconta un dirigente: aspettiamo che dalle parole si passi ai fatti.

Il commercio online traina il settore del commercio: chi ci sta perdendo in questa crescita è il commercio al dettaglio. Nel 2019 sono 5000 i negozi che hanno chiuso, specie nei piccoli centri, come a Bedonia sull'Appennino.

In poco tempo hanno chiuso negozi di alimentari, di prodotti al dettaglio: l'amministrazione ha fatto di tutto per non far chiudere i negozi, ma non c'è stato nulla da fare.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l'iniziativa “un click per la scuola”: una campagna di marketing, che ha danneggiato di fatto la vita nella comunità.

Compri su Amazon e do qualche soldo alla scuola di Bedonia: ma alla fine togli vendite ai commercianti del comune, che avrà meno tasse incassate, che avrà meno persone nel territorio perché se i negozi chiudono la gente va via.
LA battaglia contro Amazon non è ad armi pari: Amazon non paga le stesse tasse dei commercianti, è una sfida di topolino contro l'elefante racconta una di questi.
I commercianti comprano i prodotti ad un prezzo maggiore rispetto a quello della multinazionale, le persone sono attirate dall'online, col risultato da far spegnere le luci nelle piccole città.

Ad armi pari è la battaglia dei commercianti: si parla di web tax, introdotta di recente, si tassano i servizi al 3% ma non le merci vendute.
È una battaglia che va portata avanti come Europa: si rischia di arrivare ad una situazione di potenziale monopolio, da parte di un gigante che un giorno potrebbe decidere da solo i prezzi.

E la questione dei posti di lavoro? Il commercio online non dà lavoro come il commercio manuale – ha spiegato il responsabile per Reggio Emilia di confcommercio Massarini.

L'ultimo miglio.

Teresa Paoli ha visitato il centro di smistamento di Amazon di Settecamini: la responsabile del centro spiega alla giornalista quanto l'azienda tenga alla sicurezza nel lavoro.
E le accuse di pretendere la velocità? Lo dice chi non ha mai lavorato in Amazon.
In effetti di come si lavori dentro Amazon si sa poco: la pressione sulla velocità ha portato a diversi scioperi, dei dipendenti e dei corrieri.
Quelli che lavorano per “l'ultimo miglio”, come Patrizio, driver di Amazon: driver che devono soddisfare la logistica del capriccio dei consumatori, come la definisce Massimo Marciani presidente di Freight Leaders Council: il consumatore ha l'esigenza di soddisfare una sua esigenza senza avere la preoccupazione di come queste esigenza verrà soddisfatta, senza chiedermi come questo capriccio possa compromettere il futuro delle prossime generazioni.

Tutta la pressione del consumatore, per avere la merce in fretta, ricade sui driver e sui fattorini, l'unico contatto umano della piattaforma.
I driver lavorano per società esterne alla compagnia ma devono soddisfare alla lettera i dettami di Amazon: quante consegne, in quanto tempo, soste in doppia fila … si dovrebbe educare l'algoritmo ad avere tempi più “umani”.

Alessio – uno dei driver, guadagna 1400 euro al mese: non si lamenta dello stipendio, ma dei ritmi, del rapporto umano che manca, il sentirsi una macchina.
Non ci si può fermare mai.

Donato e Valerio sono due rappresentanti sindacali dei driver Amazon: questo lavoro è fattibile, ma non tutti i giorni, ci sono problemi per la sicurezza, perché pur di consegnare si parcheggia ovunque, si prende una multa e la paghi perché le città non sono predisposte per i driver.
Il mondo delle consegne è cambiato, c'è questa ossessione del tempo: non tutti reggono i ritmi.

I driver hanno vinto una prima battaglia avendo ricevuto uno stesso contratto, la seconda sarà quella di far conciliare il lavoro con la vita delle persone, che non possono essere spremute come limoni.

Non ci sono solo i driver di Amazon per la strada: in Italia sono 23mila i corrieri, alcuni di loro pur avendo un contratto di logistica oltre una certa soglia di consegne lavorano a cottimo, come fossero dei padroncini.
Ci sono consegne non effettuate che non sono pagate, c'è il rischio di essere derubati: vorrebbero essere trattati come lavoratori, con un cartellino timbrato all'inizio e alla fine della giornata.

Ken Loach ha raccontato la vita di questi lavoratori: Teresa Paoli l'ha intervistato, dopo il suo ultimo film che racconta i lavoratori della gig economy, lavoratori alla spina.
Lavoratori che non sono lavoratori, se vanno in vacanza non sono pagati, se si ammalano non sono pagati: le nuove occupazioni create dalla gig economy sono queste, lavori pagati poco e questo sta causando un aumento della povertà infantile in Inghilterra.
Ken Loach ha firmato un appello contro Amazon, ma punta il dito anche contro i consumatori: è nel nostro interesse che la gente abbia un lavoro adeguato e ben retribuito.
Ma Amazon non cambierà mai da sola: i politici hanno una totale responsabilità in questo cambiamento, il problema non è la tecnologia, ma chi la controlla, dovrebbe essere usata per migliorare la vita degli altri e invece viene usata per distruggere i diritti nel mondo del lavoro.

I rider della gig economy

Lisa Iotti aveva raccontato questi rider due anni fa nella puntata “Lavoratori alla spina”: lavoratori a cottimo governati da un algoritmo.
Per avere uno stipendio pari ad un operaio si deve correre, per la città col sole e con la pioggia.
Per prendere 7 euro a consegna: lavorando 50 ore a settimana, sette giorni su sette si arriva a 1400 euro.
Ma e sei straniero, guadagni anche meno, perché non hanno documenti o anche perché semplicemente, si trattengono i soldi.
Se sei nero, sei invisibile: la procura di Milano ha aperto un'inchiesta sul caporalato nel mondo del food delivery.

Finché non ci sarà un contratto che normi questo lavoro, tutte le storture di questo mondo saranno scaricate sui rider.
Dal 2 novembre esiste il decreto sui rider: ci sono tutele, l'abolizione del cottimo, esiste una paga minima, ma entrerà in vigore tra un anno e le aziende potranno contrattare la sua applicazione.
Le aziende di Assodelivery hanno reagito minacciando di abbandonare il paese: pare che in Italia non si possa fare impresa rispettando diritti e tutele delle persone.

Nemmeno per le persone che consegnano la spesa a domicilio, come i non dipendenti di Supermercato24: 500 shopper, 500 persone che lavorano senza formazione né tutela.
E' questo il mondo e il lavoro del futuro?
Un mondo dove le persone sono parti governate da un algoritmo?
 

20 gennaio 2020

Le inchieste di Presadiretta – il costo del commercio online


Internet, l'e-commerce, gli store online e poi la Gig economy, un mondo dove tutto e tutti saranno connessi.
Una progressione che avrebbe dovuto portare a tutti benessere, migliorare la vita: invece tutto questo progresso ha un costo che paghiamo tutti, noi consumatori e anche coloro che lavorano dentro l'e-commerce.
Chi ha visto il film di Ken Loach sa di cosa si sta parlando: un finto padroncino che lavora sotto un finto padrone e che passa la giornata a consegnare pacchi, senza diritti, senza tutele, perché è di fatto un lavoratore senza contratto, come i tanti rider che vediamo sfrecciare in bici per le vie di Milano.
Sempre più in fretta, mettendo a rischio la propria incolumità, perché più vai veloce, più consegni, più guadagni.

E' questo il lato nascosto del commercio online: con un click puoi avere, anche in giornata, qualsiasi prodotto a casa tua. Questa rivoluzione, che porta con sé anche dei benefici indubbi, ha però dei costi che ci verranno raccontati dalla puntata di stasera di Presadiretta, coi servizi curati da Teresa Paoli.
Ci sono gli impatti sull'ambiente, per la CO2 emessa da tutti i corrieri che devono consegnare le merci; per i piccoli commercianti fatti fuori da questa concorrenza sleale, per chi ci lavora, per la mobilità nelle grandi città, intasate da questi fattorini.

Nel servizio si racconterà l'esperienza di Milena, che abita in provincia di Roma, che compra solo online: il cibo, il materiale per la scuola, per il bagno, l'arredamento per la casa, perfino l'abito da sposa è stato comprato su internet.
Pacchi che arrivano dal centro di smistamento di Amazon di Settecamini: la responsabile del centro spiega alla giornalista quanto l'azienda tenga alla sicurezza nel lavoro.
E le accuse di pretendere la velocità? Lo dice chi non ha mai lavorato in Amazon.
In effetti di come si lavori dentro Amazon si sa poco: la pressione sulla velocità ha portato a diversi scioperi, dei dipendenti e dei corrieri.


Quelli che lavorano per “l'ultimo miglio”, come Patrizio, driver di Amazon: driver che devono soddisfare la logistica del capriccio dei consumatori.
Così la chiama Massimo Marciani, presidente di Freight Leaders Council: il consumatore ha l'esigenza di soddisfare una sua esigenza senza avere la preoccupazione di come queste esigenza verrà soddisfatta, senza chiedermi come questo capriccio possa compromettere il futuro delle prossime generazioni.

Con un click fai arrivare la merce da tutto il mondo, oppure il pranzo o la cena tramite i 20mila rider, che sia un giorno feriale o festivo.
Lo spostamento dei beni è scandito da algoritmi come pure la giornata di chi lavora in questo sistema: l'algoritmo dice al corriere dove deve andare e quanto tempo ci deve impiegare.
Per essere pagato a cottimo, quante consegne fai, tanto prendi: che futuro puoi pianificare in questo modo?
Il regista Ken Loach ha affrontato questo argomento nel suo ultimo film: il problema non è la tecnologia, ma chi la controlla, dovrebbe essere usata per migliorare la vita degli altri e invece viene usata per distruggere i diritti nel mondo del lavoro.

Le piattaforme online possono offrire prezzi più bassi delle catene di negozi o dei piccoli commercianti: meno costi, la capillarità che ti consente internet.
Il risultato è la chiusura dei negozi di vicinato, schiacciati dai negozi online “come il topolino e l'elefante”.

Altri capitoli toccati dal servizio riguarderanno la fine che fa la merce invenduta che anche se nuova, viene distrutta.

La scheda del servizio: Vite a domicilio
L’e-commerce e le nuove tecnologie hanno cambiato radicalmente il nostro modo di consumare. E di vivere. Un cambiamento inevitabile, la promessa di una vita migliore.  Basta un clic e qualunque oggetto ci viene consegnato, in tempi rapidissimi, a domicilio. Ma tutto questo ha un prezzo. Che impatto ha per esempio il commercio online sul mondo del lavoro? Sulla mobilità nelle nostre città? E sui rifiuti e la CO2 prodotti e quindi sull’ambiente?PresaDiretta ha fatto un viaggio nel mondo dell’e-commerce con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Con interviste ai giganti del commercio online e con le storie di chi lavora per un mercato che nel mondo vale ormai 3mila miliardi di dollari.Ha attraversato i centri storici e i piccoli paesi dove i negozi muoiono, vittime della concorrenza online. E allora se l’e-commerce è il futuro, come salvaguardare il commercio tradizionale e i posti di lavoro?Le telecamere di PresaDiretta sono riuscite a documentare il grave fenomeno del “destroy” -  la distruzione di prodotti nuovi invenduti dalle piattaforme digitali. Hanno raccolto le storie dei lavoratori dell’ultimo miglio. I driver che portano i pacchi, governati dall’inflessibile algoritmo che impone il tragitto e i tempi di consegna. I rider, che ci portano a casa il cibo ordinato sul cellulare di giorno e di notte, i personal shopper che fanno la spesa e la consegnano a domicilio.E poi le riflessioni di un grande autore del cinema contemporaneo Ken Loach, che ha dedicato il suo ultimo film alla mancanza di diritti dei lavoratori della gig economy.E poi ci sono anche le esperienze positive, come quelle nate in Belgio con le piattaforme digitali in cooperativa, per non rinunciare alla modernità e neanche ai diritti.

11 dicembre 2017

Il pacco di Natale, il mondo della logistica e la spending

Natale, tempo di regali: le inchieste di Report di questa sera riguarderanno il mondo dei negozi online visto da diverse angolazioni.
Le truffe che si annidano sugli store, le persone che stanno dietro i negozi online nella logistica e, infine, un punto sullo stato della spending review.

Ma prima l'anteprima, oggi dedicata al DNA il cui uso come prova a discarico inizia a prendere piede nei Tribunali.
Mi sembra un po' di tornare ai tempi di Lombroso, dove si poteva stabilire l'indole criminale delle persone dall'analisi dei lineamenti.
Non diremo più “guarda che faccia da ladro”, ma forse “che dna da ladro” ..

Questa è la frase che potremmo sentire nei film polizieschi del futuro. Nei tribunali italiani sono infatti sempre di più gli imputati che chiedono la prova del dna. Se fino ad oggi è sempre stata usata solo per incastrare i colpevoli, da un po' di tempo può essere usata anche per scagionarli. Secondo alcuni studi, l'aggressività di alcune persone potrebbe dipendere infatti dal loro dna. Il mondo scientifico è molto diviso sulla validità di queste teorie, ma di recente in due differenti processi per omicidio, gli imputati hanno ottenuto uno sconto di pena perché il test del dna dimostrava che avevano una predisposizione genetica a essere aggressivi.

Il mondo della logistica: chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa


Chi sta dietro il pacco che riceviamo a casa, comprato in rete magari con l'opzione “Prime” per riceverlo subito?
E dietro i pancali con le primizie, che qualcuno ha portato dall'agricoltore al supermercato?
Il servizio di Alberto Nerazzini racconterà il mondo della logistica: un settore centrale dell'economia di oggi (il che suona anche paradossale in mondo governato dagli algoritmi, dal web e in un futuro dai robot.
Il mercato della logistica in Italia è in esplosione, vale circa 120 miliardi: sono soldi che non finiscono nelle tasche dei dipendenti di questo settore che lavorano per turni massacranti e per stipendi che spesso sono da fame (parliamo di 5 euro l'ora per scaricare prodotti ortofrutticoli), mentre i profitti arricchiscono pochi (che poi nemmeno pagano le tasse nel nostro paese).
Quando si parla di logistica non si intende solo Amazon, ma anche i pomodori che arrivano sugli scaffali.
Chi paga la nostra spesa?
I prodotti che compriamo al supermercato, gli acquisti online che arrivano a casa: c'è sempre qualcuno che, quelle merci, le ha dovute caricare, scaricare, trasportare.

"Le multinazionali della distribuzione. La domanda di trasferimento di merci e materiali è impazzita: trasporto via mare, via cielo, via terra. In questo enorme mercato dove produzione e consumo sono globalizzati, il giro d’affari della logistica esplode e i profitti si concentrano nelle mani di pochi. Ciò che conta sono i risultati, non come questi siano stati raggiunti, perché tutti vogliamo consumare e risparmiare, vogliamo essere soddisfatti, vogliamo che tutto sia puntuale. E puntuale, ogni giorno, va in scena lo sfruttamento, senza regole e senza controllo. Negli immensi hub della logistica, ma anche nei magazzini e negli stabilimenti della nostra “eccellenza” alimentare, ovunque la micidiale macchina di appalti e subappalti, tra società e cooperative false, schiaccia i diritti e il costo del lavoro.
Alberto Nerazzini indaga su un settore cruciale dell’economia, dove regnano i soprusi e le illegalità, l’evasione fiscale e gli interessi di un’imprenditoria criminale, spesso espressione diretta della mafia. Un mondo di disuguaglianza e ingiustizia dove si gioca anche il futuro dell’Europa".

I pacchi in rete

Si avvicina Natale e allora stiamo attenti al pacco, ovvero il prodotto griffato che abbiamo pagato anche a caro prezzo ma che è falso.
Di lotta contro la contraffazione del made in Italy se ne era parlato nell'incontro tra l'ex presidente del Consiglio Renzi con il presidente di Alibaba, Jack Ma: quest'ultimo era stato chiaro, “non avremo pietà dei contraffattori”, riferendosi al falso made in Italy.
Linea dura contro i falsi: “Noi collaboreremo col governo, coi detentori delle marche, per prenderli (i contraffattori) ed arrestarli”.
Ad ogni modo, ancora oggi le grandi piattaforme di e-commerce non fanno alcuna verifica prima di pubblicare un inserzione: si muovono solo dopo le denunce da parte dei marchi.
Nonostante tutte le promesse, vendere prodotti falsi è ancora troppo facile: Luca Chianca è andato a Canton per incontrare un'esperta di contraffazione online: sul sito 1688 (uno della galassia di Alibaba) ha trovato delle scarpe italiane vendute a 30 euro circa, mentre in Italia costerebbero anche 300.
Scarpe prodotte in Cina, c'è scritto nell'inserzione, mentre quel marchio produce solo in Italia.
Il giornalista, partendo dal numero di telefono dell'inserzionista, è arrivato al negozio, nella periferia di Canton, prima in una zona residenziale e poi, finalmente, in un centro commerciale.
Qui si trovano scarpe simili alle Golden globe, prodotte però lì Cina, per un venditore coreano: buone imitazioni delle originali ma sempre imitazioni, che si vendono online, ma solo per il mercato cinese.
Venderle su siti visibili anche da clienti europei sarebbe troppo pericoloso, spiega il produttore.

Il mercato dei falsi vale circa 338 miliardi di euro ed è proprio la Cina a produrne di più.
Dietro i click con cui compriamo online (1000 miliardi di giro d'affari in Europa) si nasconde evasione, sfruttamento e interessi mafiosi.

La scheda del servizio: F COME FALSO di Luca Chianca
L'inchiesta di Luca Chianca lunedì alle 21.10 su Rai3. In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. 
"In Italia 19 milioni di persone comprano online. Ma su Amazon e Ebay, come anche sulle piattaforme cinesi Alibaba e Taobao gira una quantità incalcolabile di prodotti di marca taroccati. Come si riconoscono? Basta scegliere dei marchi noti e fare una ricerca online. Se esce un prodotto con il prezzo molto diverso da quello originale, è probabile che sia un falso. C’è una gran quantità di prodotti contraffatti anche tra i pezzi di ricambio, che poi si mescolano con il prodotto originale creando danni al consumatore o all’azienda quando deve riparare in garanzia. Dall'inizio dell'anno a oggi dai nostri aeroporti sono entrati in Italia ben 2,6 milioni di pacchetti, ma l'Agenzia delle dogane riesce a controllare solo il 5% della merce. Il nostro viaggio nei falsi inizia a San Marino e finisce in Cina: siamo stati laddove la merce viene prodotta".

Lo stato del taglio alla spesa (improduttiva)

Facciamo un fact checking sullo stato della spending review, cominciando dalla domanda: le auto blu sono diminuite davvero?

"La spesa pubblica italiana è diminuita, vero o falso? È una domanda per la quale non esiste un'unica risposta. Yoram Gutgeld, da tre anni commissario alla spending review, ci informa che sono stati tagliati capitoli di spesa per 30 miliardi. I risparmi però sono stati reimpiegati in altri capitoli di spesa, dalle pensioni alla sanità e quindi il corpaccione della spesa pubblica è ancora intatto con i suoi 830 miliardi l'anno, di cui ben 327 sono la spesa corrente aggredibile. Cosa c'è lì dentro? Tanto per dire, i costi della politica e della macchina della pubblica amministrazione. E questi sono stati tagliati? Difficile dirlo perché da un lato chi dovrebbe fare i sacrifici riesce con vari trucchi a salvaguardare i propri privilegi, mentre dall'altro lato mancano le informazioni, per esempio sulle spese degli enti locali, su cui il governo centrale non riesce ad avere pieno controllo".