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23 settembre 2025

A esequie avvenute: Una storia dell'Alligatore, di Massimo Carlotto

 


«Le cicatrici temono il tempo e le cure, sbiadiscono come i ricordi e gli amori». Ero tentato di alzarmi e di sussurrare questa mia granitica certezza a una ragazza magrolina, che sfoggiava un French Bob fresco di parrucchiere, seduta al tavolino accanto a quello che condividevo con il mio amico Max.

Pochi scrittori come Carlotto hanno saputo raccontare il nordest, quel mondo all’apparenza slegato dal resto del paese, fatto da piccoli imprenditori, città a misura d’uomo che si alternano a capannoni e alle dolci colline coi filari dei vitigni per produrre il famoso Prosecco, con cui preparare lo spritz ..
Tanta ricchezza porta come conseguenza la voglia di divertirsi: nei locali, nelle discoteche dove girano belle macchine, belle ville e tanto altro ..
Il miracolo nordest ha anche un suo lato oscuro che Carlotto, nei racconti con l’Alligatore (ma anche in quelli con Giorgio Pellegrini, che qui ritroveremo nuovamente), ci ha mostrato senza alcun filtro. La criminalità organizzata ben radicata sul territorio e la criminalità quotidiana delle gente perbene basta sull’evasione, il nero, il ricorrere al caporalato e a forme di schiavismo nei campi, nei capannoni.

Un certo Veneto era deciso a riscrivere la storia criminale del territorio e a cancellare la macchia di essere stato dominato per un lungo periodo da una vera e propria organizzazione mafiosa, nata e cresciuta nelle campagne..

Non è facile distinguere chi siano i veri criminali in queste storie dove vediamo il protagonista, muoversi tra le pieghe delle legge, avendo a che fare con gente che spara e gente che campa sullo sfruttamento (delle donne, dei migranti, degli ultimi di questa terra), sulla benevolenza che lo Stato italiano concede a fa uso del nero.

Uno come Loris Pozza ad esempio, il nuovo cliente dell’Alligatore e dei suoi amici, Max “la memoria” e il “vecchio” bandito con un suo codice di regole: la sua amante, Aliona, è stata rapita e loro devono gestire il riscatto. Di chiamare la polizia nemmeno a parlarne, troppo complicato spiegare l’origine dei suoi soldi.

E i soldi non sono frutto di attività legali, – lo incalzai.

Diciamo di no. Mica droga o puttane, solo magheggi con le fatture, quelle cose lí. – Insomma, il sequestro è maturato all’interno di un gruppo di evasori fiscali? – chiesi incredulo.

Società cartiere con cui creare finte fatture per spese inesistenti, una banca clandestina gestita dai cinesi con cui riciclare questa massa di nero. Ma però, una facciata pulita davanti: una bella casa, una bella moglie, veneta chiaramente, dei figli. Una vita rispettabile insomma. Mica come la ndrangheta, “noi siamo furbi, e lo siamo diventati per impedire allo Stato di derubarci, ma siamo gente per bene”.

Qualcosa va storto dopo il pagamento del riscatto, la giovane ragazza moldava non torna a casa e l’amante perbene, questo Loris, teme che sia morta.

Inizia così un’indagine personale e non autorizzata dell’Alligatore e dei suoi due amici per capire cosa sia successo ad Aliona perché, nel codice d’onore di questi strani investigatori, anche una persona come lei ha diritto ad avere giustizia. Prima che l’oblio cancelli tutto.

Nel frattempo Beniamino Rossini, che ancora non ha dimenticato Sylvie, la danzatrice del ventre che aveva amato, si ritrova contro la mafia ucraina: aveva conosciuto una ragazza finita nella loro rete e aveva deciso di liberarla, uno sgarro inaccettabile per l’organizzazione.

La solita vecchia storia. La guerra arricchisce le mafie, crea nuovi mercati illegali sui quali immettere masse di disperati da trafficare, vendere, sfruttare. La mafia ucraina e quella russa prima del conflitto erano abituate a lavorare insieme.

Non solo il nordest ha il suo lato oscuro, ma anche la guerra: la grande abbondanza di armi che vengono inviate dagli arsenali europei verso l’Ucraina è stata in parte dirottata dalle organizzazioni criminali verso altri paesi, arricchendo queste mafie su cui l’attenzione delle polizie è stata allentata proprio a causa della guerra.

Me ne stavo tranquillo in Polonia a gestire il traffico d’armi quando sono stato interpellato. Sapendo che ero della zona mi hanno chiesto se conoscevo un tale Beniamino Rossini.

Mentre i tre investigatori sono decisi a fare giustizia per Aliona, ricorrendo all’aiuto di quello “strano” sbirro che è l’ispettore Campagna, un pericoloso nemico è arrivato in Italia per far fuori, per conto della mafia ucraina, il vecchio Rossini: come un esperto predatore si è messo ad osservare le loro vite in attesa del momento migliore per colpirli. E regolare vecchi conti.

Sono otto anni che aspetto questo momento, da quando mi hanno abbandonato ferito in mano a una banda di trafficanti viennesi.

Buratti, l’Alligatore, mentre cerca di regolare i suoi conti con la famiglia di Loris Pozza, si ritrova a dover affrontare una nuova guerra e, per salvare la sua vita e quella dei suoi amici, si dovrà superare quel limite che si era posto, nelle sue regole criminali.

Uccidere per non essere ucciso. Anche lavorando per certi settori dello Stato che possono essere più infidi dei criminali veri, in un gioco di ricatti e di segreti.

«A esequie avvenute proseguono senza sosta le indagini per identificare il misterioso killer…» Non serviva leggere altro.

Eccolo il grande scrittore, capace di imbastire un racconto noir duro e doloroso, che non fa sconti a nessuno. Che mostra la realtà di un paese dove l’asticella dell’etica si è abbassata a tal punto che gli “incensurati hanno scoperto il crimine e non ne possono piú fare a meno”.

Un brindisi, da parte di noi lettori, a questa nuova avventura dell’Alligatore, la più dolorosa di tutte, dove imparerà come non tutte le cose possono essere sistemate. 

La scheda del libro sul sito di Einaudi
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27 agosto 2019

Il corriere colombiano, di Massimo Carlotto


Il corriere colombiano si sentì fottuto quando inquadrò lo sguardo del poliziotto. Conosceva il genere d'occhiata. L'aveva vista mille volte nelle strade di Bogotà. Era quella che gli sbirri riservavano a un sospetto prima di fermarlo. Si guardò attorno. Gli altri passeggeri del volo Air France Parigi-Venezia attendevano i bagagli chiacchierando, scherzando e ridendo. Come veri turisti. In mezzo a più di centocinquanta persone lo sbirro aveva deciso che lui era l'unico a non averne l'aria.

Scritto a cavallo del nuovo millennio, quando ancora si parlava in lire e l'Europa Unita era ancora un ideale lontano, questo romanzo di Carlotto, uno dei primi della serie dell'Alligatore, anticipa le trasformazioni delle nuove mafie nel nordest italiano, terreno del miracolo economico delle piccole imprese, dei soldi che giravano nelle tasche delle persone che passavano la settimana al lavoro ma poi nel fine settimana non vedevano l'ora dello sballo.
Ecco pronte, da parte delle mafie di mezzo mondo, la ricetta della felicità: la coca, tagliata a livelli infidi per moltiplicare i guadagni nei passaggi intermedi dai narcos sudamericani.
E poi le altre droghe sintetiche, sottoprodotti chimici per un divertimento a buon mercato:
Se l'eroina era diventata la droga dei disperati, identificabili in una ben precisa sacca di emarginazione, l'uso di cocaina e di sostanze sintetiche come l'ecstasy, legate soprattutto ad un consumo occasionale, era ricollocabile invece ad una vastissima area di cittadini socialmente ben inseriti. Era evidente che la droga piaceva, e molto. Tante brave persone sentivano il bisogno di sballare durante il weekend.[..] scoprimmo che l'insediarsi delle nuove mafie straniere nel territorio aveva reso incontrollabile il mercato. Dai russi, ai nigeriani, ai croati, alla camorra e alla mafia, tutti si erano ritagliati una fetta di torta. E poi c'era il fenomeno degli indipendenti.

Il corriere colombiano è la storia di banditi che ancora cercano di rispettare le vecchie regole del crimine, come per esempio il non tradire i compagni. Di nuove mafie, italiane e straniere, che queste regole non le rispettano avendo trasformato il crimine (il traffico della droga, degli esseri umani, le rapine) in una guerra dove non ci si ferma di fronte al nulla.
E di una operazione dei corpi speciali della Guardia di Finanza e della polizia contro una nuova banda di narcotrafficanti tra Italia e Colombia in cui, pur di arrivare al risultato degli arresti e dello smantellamento della banda, si può anche calpestare qualche regola, evitare tutta quella burocrazia che fa da intralcio.
E pazienza se in mezzo a questa rete ci finisce una persona, un criminale con qualche delitto pesante alle spalle, ma che è stato accusato ingiustamente anche di essere il tramite italiano di questa nuova rete che vuole inondare il nordest con la coca e queste nuove droghe sintetiche.
Quella era una storia di sbirri contro sbirri, e giocare sporco in un'operazione speciale di polizia e guardia di finanza poteva costarci molto caro. L'unica cosa saggia sarebbe stata ritirarsi in buon ordine, abbandonando Nazzareno al suo destino.

La persona finita in questa partita sporca, accusato di traffico internazionale di droga, si chiama Nazzareno Corradi, quasi sessant'anni e con una lunga carriera di ladro alle spalle.
Il suo avvocato contatta Marco Buratti detto l'Alligatore, in memoria del suo passato da frontman blues prima di finire in carcere e ritrovarsi con la “gola seccata”, per cercare di salvare il suo cliente da una condanna ad una lunga detenzione in carcere.
Un incarico che porterà avanti coi suoi amici, Beniamino Rossini, “uno degli ultimi rappresentanti della malavita vecchio stampo” e Max “La memoria”, uno dei reduci degli anni della contestazione, finito in galera per una vecchia storia degli anni settanta e graziato dal presidente della Repubblica.

L'Alligatore deve affrontare il nuovo caso cercando di dare una risposta ad una serie di domande: chi era il vero contatto italiano di questa nuovo gruppo criminale?
Perché si è mobilitata un'operazione speciale con dentro polizia e la Guardia di Finanza per incastrare Corradi?
E poi, soprattutto, che faccia ha il nemico in questa guerra?
La faccia spietata della “Tia”, Rosa Gonzales Cueva, la signora dei narcos e dei suoi sicarios.
La faccia degli spacciatori indipendenti radicati in quel nordest, che non si fanno scrupolo di spacciare droga davanti le scuole, di importare dall'est o dalle altre aree povere del mondo giovani donne da mettere nei locali, per far divertire la loro clientela.

In questa guerra, contro i narcos e contro lo Stato, quali regole rispettare e quali infrangere? Fino a che punto si potranno spingere l'Alligatore e i suoi soci nella guerra?
«Sia qual è il tuo problema, Marco?» 
«Quale tra i tanti?» tentai di scherzare. 
«Tu non hai ancora capito che le cose sono cambiate. Se vuoi continuare con questo mestiere, accettando casi che riguardano la mala, ti devi adeguare all'idea di giocare sporco. Sempre e comunque». 
«Lo abbiamo già fatto». 
«Si. Ma le altre volte siamo stati costretti per salvarci il culo. In questo caso è una nostra scelta». 
«Una dichiarazione di guerra agli sbirri è pura follia». 
«Un tempo lo sarebbe stata, quando esistevano regole precise, ma oggi è diverso. Con l'arrivo delle organizzazioni straniere è cambiata la malavita, e sono cambiati anche sbirri e giudici. Nemmeno loro rispettano più le regole».

Racconta Carlotto, nelle note finali come, Il corriere colombiano, pur in modo romanzato, racconti una storia vera. quella di un suo amico, finito in carcere per non aver voluto infrangere della vecchia mala: “Non si esce di galera accusando altri”.

La scheda del libro sul sito di Edizioni e/o
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03 ottobre 2017

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, di Massimo Carlotto


Incipit (che potete scaricare da qui)
L’ informatore sembrava un ex poliziotto. La divisa doveva averla chiusa nell’armadio con la naftalina già da qualche anno, eppure la piega dei pantaloni e la riga, che divideva ordinatamente i radi capelli biondi, suggerivano che fosse stato uno sbirro di basso rango. Non avevo a disposizione altri elementi ma il fiuto e l’esperienza mi fornivano la certezza necessaria. Sulla guancia destra aveva una piccola macchia scura e spessa quanto una moneta da cinque centesimi. Il fegato non era più quello di un tempo. E nemmeno il resto. Quando parlava di soldi lo sguardo si illuminava. Piccoli lampi che indicavano il bisogno di trasgredire alla routine di risparmio imposta dalla pensione.
Aveva detto di chiamarsi Hermann e a tratti si passava l’indice sinistro sulle labbra, quasi volesse assicurarsi che fossero pulite. 
«È sicuro?» domandai, mostrandogli ancora una volta il primo piano dell’uomo che stavamo cercando. Fece un cenno deciso con la testa. Mi convinsi che diceva la verità e gli allungai la busta con l’equivalente di mille euro in franchi svizzeri.Non chiese che uso avremmo fatto dell’informazione. La risposta poteva avere un effetto controproducente sul desiderio di spendere quelle banconote. I rigurgiti di coscienza vanno sempre trattati con cautela. E comunque avrei evitato accuratamente di dirgli la verità. Ero pronto a raccontargli che dovevamo comunicare a quel tizio la straordinaria notizia che era diventato milionario. Uno zio emigrato in Brasile lo aveva nominato unico erede della sua fortuna. Nei locali e nel giro della mala bernese avevamo fatto circolare la voce che cercavamo una persona. La foto, ricavata da una leziosa rivista per gourmet danarosi, mostrava un quarantacinquenne bello, affascinante, con uno sguardo disincantato e malizioso da vincente che noi volevamo spegnere per sempre.

Un gruppo di criminali vecchio stampo, gangster capaci di uccidere ma anche rispettosi delle regole del mestiere.
Dall'altra parte della barricata, in uno scontro tra il male e il male senza regole morali, trafficanti di droga e trafficanti di esseri umani. Donne dallo sguardo crudele e dall'atteggiamento sprezzante.
E uomini di legge disposti a giocare fuori dalla legge e a fare giochetti sporchi.
In mezzo, (scusate l'espressione) una “vecchia puttana” che si è rassegnata al suo destino e che forse verrà salvata dai criminali dal cuore d'oro.

Il nuovo romanzo della serie dell'Alligatore riparte da dove avevamo lasciato la banda di Marco Buratti, l'Alligatore, Beniamino Rossini il vecchio gangster che porta tanti braccialetti quante persone ha ucciso e Max la Memoria: avevano stretto un patto con Giorgio Pellegrini, la sua vita salva in cambio di quella di Gemma e Martina, la moglie e la segretaria amante (due delle tante la cui vita è stata rovinata dalle fantasie crudeli di Pellegrini, il predatore di donne).
Ma le cose non sono andate come dovevano andare: qualcuno ha ucciso, dopo averle torturate, le due donne e Pellegrini è sparito dalla circolazione.
Finché un giorno non torna a farsi sentire, ed iniziano i guai:
Pellegrini è un uomo dalle mille sorprese e anche in quella occasione non si era smentito: voleva assumerci per investigare sugli omicidi della moglie e dell’amante. Martina e Gemma. Le conoscevo bene.

I tre vengono ingaggiati proprio da Pellegrini per indagare sulla morte delle sue donne, ma in realtà è una trappola: infatti è stato ingaggiato dal vicequestore di polizia Angela Marino per infiltrarsi in una banda di grandi spacciatori, in una missione segreta di polizia da contorni poco puliti.
Missione in cui Pellegrini ha dovuto uccidere degli spacciatori di una banda più piccola, per accreditarsi nei confronti di questa organizzazione.
Ora, forse per la prima volta, si sente braccato: sulle sue tracce, per fargli la pelle, c'è la donna del capo degli spacciatori uccisi: Paz Anaya Vega.
Strano destino quello di Pellegrini, il re di cuori.

Da questi giochi sporchi hanno tutti da guadagnarci: la dottoressa Marino una promozione dal Viminale, Pellegrini l'impunità e per il poliziotto “sporco” Campagna forse la possibilità di rimanere in polizia. Per Buratti, Rossini e Max invece, “nessuna cortesia all'uscita” dei giochi: o collaborano in questa operazione, trovando chi vuole uccidere Pellegrini o verranno arrestati, facendo scovare tre kg di droga da una finta perquisizione …
Se quella poliziotta in combutta con Pellegrini pensava davvero di trattarci come marionette da prendere a calci in culo si sbagliava di grosso.
Da Padova (“comoda come una vecchia ciabatta”), a Vienna, fino a Monaco: questa volta Massimo Carlotto ci porta fuori dai nostri confini in un noir che non perde mai di ritmo e dove si viene da subito catapultati nel mondo dei bassifondi della mala, dove il punto di vista si alterna, di capitolo in capitolo, da quello dei tre “galantuomini della malavita” a quello di Pellegrini, collaboratore dello Stato:
Ero certo però che, nonostante le rassicurazioni, volesse fregare anche me. Era prevedibile. In fondo in Italia certe cose vanno così dalla notte dei tempi. Lo Stato ha trattato con la mafia, hanno arrestato un capo e fottuto chi aveva eseguito il lavoro sporco, chi aveva fatto sparire l'archivio di cosa nostra. Carriere finite nel cesso dopo processi istruiti con l'unico scopo di alzare polveroni.”

Leggendo le pagine di quest'ultimo noir mi venivano in mente le parole della canzone di Lou Reed “take a walk on the wild side”: è un lungo viaggio in un mondo parallelo e, almeno per noi persone comuni, sconosciuto.
Un mondo dove si incrociano trafficanti di droga, sesso, e di identità per criminali che intendono sparire per sempre.
Così, per i nostri non ci sono altre possibilità se non accettare il ricatto della dirigente di polizia, Angela Marino: ma bisogna trovare anche una via d'uscita da questo destino già scritto per loro (fine pena mai, sotterrati in carcere sotto il peso di condanne decennali).
Questo vuol dire muoversi su più livelli, sfruttando i loro contatti nel mondo del crimine, anticipando le mosse dei nemici.

«C’è una cosa che non capisco, dottoressa».
«Sbrigati. Ho da fare».
«Lei pretende che noi ci pieghiamo a un ricatto che di fatto non esiste, nel senso che alla fine lei farà di tutto per fregarci comunque. Mi spiega qual è il nostro tornaconto?».
«Sveglia, Buratti. Questa è una gara a chi vende di più il culo»

Ma c'è spazio anche per i sentimenti: in un locale di Vienna Buratti incontra Edith Amaral, una escort d'alto bordo che lavora per Frau Vieira.
Fu in quel momento che vidi una donna entrare nel bar e dirigersi verso il bancone. Ancora non sapevo che la mia vita sarebbe cambiata ed ero interessato più al mio stomaco che a lei ...

La battaglia ha inizio: sparigliare le carte in tavola, cercare di salvare la vita e di mettere fine una volta per sempre a Pellegrini, la “macchina criminale”.
Andare ai resti – come dice Rossini, ovvero nel gergo delle bande anni settanta, giocarsi tutti, la libertà, la vita.
E poi c'è da salvare Edith, la bella donna portoghese, dalle grinfie della maitresse:
Per noi non era affatto facile spiegare cosa significa avere un cuore fuorilegge. E che mi era impossibile rassegnarmi all’idea di non poter corteggiare una donna solo perché era la vecchia puttana di una spietata maîtresse portoghese.

Ci vuole cuore anche per essere criminali. E per non finire risucchiati “in un vortice, dove il confine tra i nostri princìpi e tutto ciò che non ci piace è diventato sottile”.
Come l'alleanza con gli sbirri e con i narcotrafficanti.

E' una strofa di un blues a chiudere il libro (ma mai dire mai a certe storie):
C’era un vecchio blues di James Carr che faceva al caso mio: Sul lato buio della via è sempre là che ci incontriamo nascosti tra le ombre, dove non apparteniamo viviamo nell’oscurità, per nascondere i nostri tort, tu e io

Gli altri libri che ho letto dell'Alligatore


I libri con Giorgio Pellegrini

E, infine, il libro con tutti e due:

Il blog dell'autore e la scheda del libro sul sito Edizioni e/o

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

28 marzo 2015

La banda degli amanti, di Massimo Carlotto

Il tempo degli amanti è rubato a vite costruite su altri affetti, passioni, consuetudini. Strutture complesse e allo stesso tempo così delicate che l'amore clandestino può distruggere anche solo con l'annuncio della propria esistenza.”

L'aveva annunciato durante la passata rassegna letteraria “La passione per il delitto” nell'ottobre passato: a marzo uscirà il nuovo romanzo con l'Alligatore e ci sarà un incontro scontro tra l'investigatore con la passione del blues e del Calvados e “il re di cuori”, Giorgio Pellegrini.

E che scontro sia: questo romanzo riparte da dove avevamo lasciato la faida tra Marco Buratti e i suoi amici (Max la memoria e Beniamino Rossini) e la banda criminale serba dei Garašanin, che aveva rapito la compagna del bandito italo-marsigliese.
Sangue che chiamerà altro sangue (e che toccherà persone vicine ai protagonisti) mettendo in crisi la loro amicizia.
Mi ero rifugiato a Cagliari per cercare di trovare un senso alla mia vita. Alla mia nuova vita. Perché quella che avevo vissuto fino
a un paio di settimane prima era stata spazzata via dalle onde su una spiaggia di Beirut”.

Il libro inizia così: con l'Alligatore a bere calvados in un bar di Cagliari, dove si è rifugiato dal mondo, che viene avvicinato da una signora svizzera dal doppio cognome (Oriana Pozzi Vitali) e dall'aria distinta, che gli chiede di aiutarla.

Si era scomodata per propormi un caso. Di solito qualcuno da cercare. Magari la figlia era scappata con lo stalliere o il marito
con la cuoca. Spegnendo la cicca riflettei sul fatto che una volta nessuno avrebbe preso in considerazione cuoche e cuochi come
compagni di fuga. I tempi erano cambiati. Oggi erano delle star e avevano un'opinione su tutto.
Presto ce ne saremmo trovato uno alla guida del Paese.

Dopo una prima risposta negativa, di fronte all'insistenza della signora, l'Alligatore accetta l'incarico che gli viene proposto: si tratta di un caso di rapimento, probabilmente finito male.
Ad essere rapito è stato l'amante, il professore Guido Dal Vecchio: rapimento cui è seguita una telefonata da parte della banda, in cui chiedevano un riscatto in gioielli, per un prezzo nemmeno troppo alto.
A quel punto la donna, per paura, per ignavia, per codardia ad affrontare la realtà (e lo scandalo) ha deciso di chiudere la storia e l'amante Guido fuori dalla sua vita.
«Ho taciuto un crimine e ne sono diventata complice» spiegò con un filo di voce. «Forse una persona è stata uccisa e io sono la
sola a saperlo. Per vigliaccheria ho preferito rimanere nell’ombra...


Ma ora, passati dei mesi, il rimorso e il crollo emotivo provato, l'hanno convinta a voler sapere la verità sulla scomparsa dell'amante, con discrezione, affidandosi ad un investigatore capace e con una certa esperienza nell'ambiente.
L'Alligatore accetta: non solo per i soldi o per il fascino della ricca signora dal doppio cognome. Il gettarsi dentro un'indagine, avere un caso da risolvere poteva voler dire uscire da quella situazione di abulia, di avvitamento verso il basso:
Il vero motivo che mi spingeva a dare la caccia alla banda dei sequestratori era che mi avrebbe allontanato per chissà quanto tempo dai miei problemi. E questo valeva anche per Max. Investigare significava imboccare un tunnel dove il buio impediva di guardarsi attorno”.

Il primo passo è muoversi verso Padova, dove la coppia si incontrava, consumando il loro rapporto clandestino tra un appartamento nel centro (di proprietà di lei) e i ristoranti della provincia.

A Padova, Max e l'Alligatore, per avere maggiori informazioni sul caso, si rivolgono ad un poliziotto della Questura: l'ispettore Campagna (altro personaggio dei romanzi di Carlotto), passato dalla narcotici alla squadra antirapine:
Non avrebbe dovuto accettare di incontrare l'Alligatore. Giulio Campagna continuava a ripeterselo mentre pedalava verso la Questura. Da tempo non era più certo di reggere il peso del suo lavoro. Era emigrato da una sezione all'altra recitando il ruolo dello sbirro eccentrico nel vestire, insofferente alle gerarchie e in perenne contrasto coi colleghi per la testardaggine nel voler condurre le indagini a modo suo. [..]La verità era che l'ispettore era un tipo angosciato. Lavorando per anni alla narcotici aveva assistito alla lenta ma inesorabile vittoria delle organizzazioni criminali, all'impossibilità di arginare spaccio e consumo”.

Giulio Campagna è uno di quei poliziotti destinati a non far carriera per l'incapacità nel piegarsi verso i superiori, che veste in modo stravagante (mentre un poliziotto in borghese dovrebbe passare inosservato) e che, per la sua ostinazione nel voler combattere il crimine (i gruppi criminali che hanno in mano il traffico di droga) rischia di rovinarsi la salute e la famiglia.
Un incontro scontro che fa scintille, per la diffidenza tra il poliziotto e il bandito, anzi, i banditi.
Accomunati dal desiderio di non lasciare impunito questo crimine, compiuto da questa “banda degli amanti” che deve essere fermata.

Girando per i ristoranti frequentati dalla coppia, i due investigatori senza patente arrivano alla Nena. Il ristorante di Giorgio Pellegrini, il “re di cuori”, l'ex terrorista che era riuscito a ripulirsi la fedina e che avevamo lasciato vincitore nello scontro con l'avvocato Brianese e le cosche della ndrangheta.
Alla Nena si incontrano i “padroni” del nordest (come li ha già raccontati Carlotto nel suo libro):
industriali delocalizzati, professionisti che si occupavano di loro con abilità da funamboli, politici di basso livello con scritto in fronte “corruttibile”, commercianti che mantenevano l'attività con l'usura accompagnati da commesse atteggiate a escort. Il ritratto di un Veneto parassita, volgare, famelico, eppure ancora profondamente radicato es inestirpabile.

Se l'Alligatore è l'emblema di una criminalità fuori dal tempo, Campagna l'esempio del poliziotto “che arranca tra un reato e l’altro”, Brianese è la rappresentazione del politico che sguazza nel sistema della corruzione legata ai rgandi appalti pubblici. I riferimenti con i recenti casi di cronaca non sono nemmeno troppo velati (e ognuno e libero di vedere chi vuole dietro il personaggio dell'avvocato)
Il Veneto era sconvolto dall’arresto di un folto gruppo di politici, imprenditori, amministratori e altre figure di contorno,[..]Milioni e milioni di euro intascati grazie alle tangenti delle solite grandi opere. Soldi che erano finiti in Croazia e a Dubai, investiti in ville e speculazioni edilizie.Tutti avevano accusato Brianese di essere la mente, l’ideatore di una rete criminale dedita “a rendere più agile la politica”. Frase che ripeteva a coloro a cui chiedeva denaro. La sua difesa in parlamento per evitare l’arresto era stata patetica e inutile”.

Chi sia Giorgio Pellegrini, lo dice lui stesso, parlando di sé in prima persona:
Sono un predatore. Amo appropriarmi degli altri, delle loro vite. Controllarle, esserne padrone, e come tale avere i potere di renderli peggiori, impedire loro di guardarsi allo specchio senza provocarne disprezzo.”
Pellegrini è il rappresentante della criminalità 2.0, capace di adattarsi ai tempi che cambiano, spietata e violenta, senza nessuna regola se non quella di distruggere tutti quelli che si mettono sulla sua strada.
Cosa succederà ora che il destino li ha messi uno di fronte all'altro? Sarà uno scontro in cui uno dei contendenti è destinato a lasciarci le penne.
E la storia è destinata ad andare avanti!!

La scheda del libro sul sito di Edizioni e/o, il sito dell'autore e quello dedicato alle avventure dell'Alligatore.

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