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31 gennaio 2026

Anteprima inchieste di Report – l’influenza aviaria, l’insicurezza sulle strade, la scuola del non merito e il tartufo con gli aromi

Viva la sicurezza – ma non sulla strada

L’ultima trovata del governo Meloni, quello dell’ordine e della sicurezza, è il metal detector per entrare nelle scuole. Come a dire, cari ragazzi, quello che fate fuori dalla scuola non ci interessa, ma dentro la scuola niente coltelli.

Perché questo è il governo della sicurezza. Ma non sulle strade: niente città a 30 km all’ora, niente limiti, tanti investimenti per nuove autostrade e tagli al servizio pubblico (e i pendolari sanno cosa significa).

E poi situazioni paradossali per cui ci sono persone che hanno preso la multa per aver superato i limiti di velocità (come loro stessi ammettono), ma hanno presentato ricorso sfruttando una sentenza della cassazione del 2024 sugli autovelox che devono essere omologati e anche approvati.


Già dal 2023 il ministro dei trasporti Salvini sapeva della necessità di equiparare omologazione ad approvazione degli autovelox: serviva modificare il codice della strada ma per questo non c’era fretta, nessun decreto in emergenza. Come mai così poca fretta? Se lo è chiesta anche la Citiesse, la principale azienda che fornisce gli autovelox ai comuni che poco tempo fa ha chiesto i danni al ministero per 600 mila euro (che pagheremo noi) per i mancati incassi dai comuni. Perché vista la situazione ambigua, molti comuni hanno spento gli autovelox e non ne comprano più. “L’anno scorso non abbiamo mandato un ordine” racconta a Report Raoul Cairoli AD di Citiesse. Invece di fare una legge chiara Salvini si è basato su un parere dell’avvocatura dello Stato per cui le sentenze della Cassazione non farebbero testo. Così i comuni nell’incertezza hanno preferito spegnere gli autovelox ed evitare contenziosi: Citiesse accusa il ministero di condotta omissiva, l’inerzia del ministero sta provocando un danno economico. E nel frattempo le gente continua a morire per incidenti sulle strade, spesso causati dall’alta velocità.

LAB REPORT: LA CATTIVA STRADA

di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella, Lidia Galeazzo

Collaborazione Alessia Pelagaggi

C’è un lavoro che nessun poliziotto vorrebbe mai fare. Suonare il campanello di una casa, di mattina presto, una casa dove mamma e papà stanno aspettando inquieti. E dire: “mi dispiace, vostra figlia è morta questa notte in un incidente stradale”. In Italia ormai da un decennio ci sono circa 3 mila morti all’anno sulle strade. Negli anni duemila l’introduzione dei tutor sulle autostrade e una serie di altri progressi avevano portato a ridurre di molto la mortalità, che era di 7 mila vite perse annualmente. Ma oggi sembra lontano l’obiettivo europeo di dimezzare morti e feriti entro il 2030. Tra le cause ci sono la velocità e i guard-rail pericolosi che uccidono invece di salvare. Report documenta il confuso quadro normativo che regolamenta autovelox e barriere di sicurezza, mettendo a repentaglio vite umane.

Febbre d’aviaria

Giulia Innocenzi ha preparato un altro servizio sugli allevamenti in Italia: per contenere in questi allevamenti la diffusione dell’aviaria le anatre allevate vengono uccise sotto gli occhi di un veterinario a bastonate. “Le arrivano informazioni che non stanno né in cielo né in terra” è stata la risposta dell’allevatore, ma ci sono le immagini raccolte da Food for Profit, che testimoniano come non si siano rispettate tutte le norme a tutela del benessere degli animali.


La scheda del servizio: FEBBRE ALTA

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Report ha scoperto a chi è stata venduta la carne scaduta del macello Bervini su cui è stata lanciata l'allerta alimentare e finalmente potrà informare i consumatori che, al momento, non hanno invece avuto risposte dagli enti preposti. E ancora: è scoppiata l'emergenza influenza aviaria, e milioni di polli e galline vengono abbattuti negli allevamenti. Come avvengono gli abbattimenti? Report è entrato in possesso di immagini esclusive e sconvolgenti, che sollevano più di qualche domanda sulla correttezza delle procedure utilizzate anche per contenere la diffusione del virus. Abbattimenti che vengono fatti sotto la supervisione del controllo veterinario, e con milioni di euro dei contribuenti.

La scuola modello destra

Nonostante le smentite, le rassicurazioni del segretario Salvini, il generale potrebbe creasi il suo partitino a destra creando qualche problema al “capitano”, come viene chiamato il segretario della Lega.

Che in questo servizio ci spiegherà qual è la sua visione della scuola: gli eroi della decima mas, i poeti del risorgimento, insegnare valori come lealtà, onore, il sacrificio, il valore, la dedizione alla patria.

Io non rinculo – dice al giornalista di Report: nessuna marcia indietro sull’esercito personale di Borghese salvato dalla fucilazione per crimini di guerra dagli americani.

A scuole le classi vanno separate per competenze, le persone disabili non devono bloccare lo sviluppo di quelli bravi (magari pure biondi e con gli occhi azzurri): anche questo è un altro capisaldo della scuola vannacciana.

Meglio mostrare adesso chi sia Vannacci, prima di ritrovarcelo candidato per la presidenza del Consiglio.

La scheda del servizio: NEL MERITO DELLA SCUOLA

Di Danilo Procaccianti

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Eleonora Numico

Le recenti iniziative del Ministero dell’Istruzione e del Merito stanno alimentando il confronto nel mondo della scuola. Docenti, dirigenti ed esperti segnalano criticità legate alle nuove Indicazioni nazionali, in particolare per l’insegnamento della storia, e alle possibili ricadute sull’autonomia didattica e sullo sviluppo del pensiero critico. Attenzione anche alle circolari ministeriali su organizzazione e gestione delle attività scolastiche, nonché al clima che si sta creando intorno al dibattito su temi di attualità, rispetto al principio del pluralismo e alla funzione educativa della scuola.

La caccia al tartufo

Non è tutto tartufo quello che luccica – racconta Report nell’anteprima del servizio: andar per tartufi è la gioia della ricerca, raccontano a Report gli appassionati tartufari, una passione per loro e un gioco per i cani, “sei tu, l’animale, la fantasia e la terra..”

Il tartufo è un patrimonio dell’Unesco dal 2021: la ricerca dei tartufi è anche un’attività redditizia e così spuntano anche qui i furbetti del tartufo.

Quelli che mettono il trucco ai tartufi per farli apparire più belli e profumati per indurre l’ignaro consumatore all’acquisto. Per esempio coprirli con della sabbia gialla, “stinkare” il tartufo in gergo, e qualche goccia di aroma di tartufo, bis-metiltiometano, come il gas appunto. Perché l’odore caratteristico del tartufo sparisce a pochi giorni dalla raccolta. Per cui quando vedete un tartufo che arriva da lontano e ha fatto un viaggio di qualche giorno, fatevi qualche domanda.

La scheda del servizio: TRUFFLE LAND

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola, Celeste Gonano

Un cane fedele, il vanghetto, scarpe buone ai piedi. Tutto questo è andar per tartufi, patrimonio culturale immateriale dell’Unesco dal 2021. Ne esistono oltre 100 specie nel mondo, ma in Italia se ne possono commercializzare 9, come il nero pregiato, lo scorzone, il bianchetto e il più pregiato di tutti, il bianco, protagonista indiscusso di fiere e piatti costosi quanto prelibati.

Ma da dove viene tutto il tartufo che troviamo proprio a queste fiere? A causa dei cambiamenti climatici e dell'impoverimento delle tartufaie naturali, la domanda aumenta e l'offerta diminuisce sempre di più. Nonostante per legge sia obbligatorio indicare una zona geografica di raccolta, aggirare la normativa è un gioco da ragazzi. Ma è fondamentale essere sul mercato, anche quando i tartufi non ci sono. Lo sanno bene anche alla Regione Piemonte, che sui tartufi ha organizzato la presenza a Expo 2025 a Osaka.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

10 giugno 2024

Report - la sicurezza sulle strade, gli abbattimenti indiscriminati delle bufale e il rischio sismico dei Campi Flegrei

BUFALE SENZIENTI Di Bernardo Iovene

Anziché vaccinare i capi, nel 2019 la regione Campania ha deciso di abbattere tutti i capi che si sospettava fossero ammalati di Brucellosi (almeno il 20% di casi sospetti in un allevamento, questo diceva la legge). Poi nel 2022 il piano è cambiato, anche perché si scoprì che molti dei capi abbattuti non erano ammalati.
La campagna di vaccinazione è stata interrotta nel 2014 in Campania, quando la brucellosi era stata quasi eradicata: dal 2022 la vaccinazione è stata introdotta nuovamente ma solo ai vitelli di 1 anno, gli altri vanno abbattuti.

Gli indennizzi della regione non bastano agli allevatori per ripopolare l’allevamento, che devono anche accollarsi i costi di messa in sicurezza delle stalle.
Ma c’è anche da ripulire i canali d’acqua attorno agli allevamenti, perché il batterio si nasconde lì: la bonifica spetterebbe alla regione e non agli allevatori, molti dei quali trovandosi nuovamente a dover abbattere i propri capi hanno deciso di interrompere la produzione.

Fu l’ex presidente del Consiglio di Stato Frattini il primo a sollevare il problema giuridico degli abbattimenti massivi delle bufale: su 8187 bufale abbattute solo 80 erano state ritrovate positive alla brucellosi nel 2020.
A tutto questo si è giunti perché la regione e l’ASL hanno scelto la politica dei casi sospetti, perché erano metodi facili da gestire: anche per questo Frattini aveva bloccato la pratica degli abbattimenti – lo aveva spiegato a Report in una intervista poco prima di morire – con delle ordinanze che coinvolgevano nelle analisi l’istituto zooprofilattico e l’istituto superiore di Sanità.
Il sospetto della presenza dell’infezione non basta per ammazzare tutti gli animali, anche loro hanno dei diritti: ora l’ASL sta rifacendo le analisi sui capi, ma le norme sugli abbattimenti non sono state revocate.
Dovrebbe essere il ministero della Salute a fare chiarezza, per sospendere i piani di abbattimento: ma tra ministero, commissario straordinario, presidenza della regione, nessuno ha accettato l’intervista.

Report ha così sentito i sindacati degli allevatori, come Coldiretti, che hanno sposato la linea della regione, per il principio del dubbio e per la sicurezza della nostra salute.

Ma allora come mai gli animali macellati, per il principio del dubbio, sono stati destinati al consumo? Quella carne ce la siamo mangiata noi (il macello a cui si è rivolta la regione faceva riferimento al gruppo Cremonini).
I problemi degli allevatori campani sono arrivati in Parlamento: i deputati chiedono la fine del commissariamento della regione, la fine del piano di eradicazione voluto da De Luca, anche perché nel frattempo gli allevatori hanno iniziato uno sciopero della fame.
Il ministero ha nominato un nuovo commissario, ma non è cambiato nulla: a Report parla il presidente del coordinamento degli allevatori, gli allevatori vogliono i numeri senza doversi ogni volta rivolgere alla magistratura.

NEL POSTO GIUSTO Di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Il servizio sulla sicurezza nelle strade è cominciato con la storia di Francesco Valdisseri, investito da una macchina mentre camminava su un marciapiede, nel posto giusto. Era la ragazza al volante della macchina che l’ha ammazzato ad essere nel posto sbagliato: colpa dell’eccessiva velocità e dello stato di ubriachezza, in una strada dove pochi rispettano i limiti di velocità, via Cristoforo Colombo.
3159 sono stati i morti in un incidente stradale nel 2022: dieci morti l’anno tra ciclisti e automobilisti, senza contare i feriti.
L’introduzione del tutor e della patente a punti aveva ridotto il numero dei morti, nei primi anni duemila erano a 7000 circa, poi però sono saliti, anche per colpa delle scelte politiche fatte.
A giugno scorso il governo ha dato via libera al nuovo codice della strada, toccando anche il tema degli autovelox: per mettere a norma la “giungla” degli autovelox, accusando velatamente i comuni di fare cassa con questi controlli.
Eppure le evidenze raccolte da Report, con la polizia locale di Verona, di Ravenna, dicono il contrario: l’effetto deterrente sugli automobilisti fanno si che le multe dopo una impennata iniziale, si stabilizzano.

Salvini si è basato sul lavoro di un sito scdb (secondo cui in Italia ci sarebbe il 10% degli autovelox nel mondo), che però da numeri che non convincono, perché non contano tutte le nazioni: così Salvini, attento alla pancia del paese e del suo elettorato, ha deciso di limitare l’installazione di autovelox, nelle città sotto i 50 km orari.

Per controllare la velocità servono le pattuglie, secondo il decreto Salvini, siccome però mancano le pattuglie per tutte le scuole, queste rimarranno senza controlli.

Ma gli autovelox bloccano le città, l’economia, creano code? Ad Olbia la giunta di centro destra ha imposto per la prima volta diverse strade a 30 km all’ora.
Il decreto Salvini azzoppa il suo provvedimento? “Metto l’autovelox mobile, metto il telelaser e il controllo lo faccio, non possono essere vietati, altrimenti quando muore un bambino perché uno stava correndo, chi paga? Paga il ministero? Io non penso che il DG del ministero dei traporti che ha predisposto la direttiva abbia voglia di avere sulla propria coscienza un morto in più.”
“La destra fa un codice della strada di destra” è il commento di Luca Valdisseri “dove la parte repressiva e punitiva è molto forte, la parte di controllo della velocità è assente. Ringrazio Salvini di essersi occupato del tema, però ci volevano dei correttivi anche su quella parte che il suo elettorato vede con meno piacere ..”
Noi siamo uno dei pochi paesi che segnalano prima la presenza di un autovelox: “la gestione in Italia degli autovelox è demenziale …”

Sugli autovelox si è abbattuta una sentenza della cassazione, sulla loro approvazione e non omologazione: il processo di approvazione in uso non equivale alla sua omologazione, una falla che rischia di mettere nei guai molti comuni italiani, le prime 20 città italiane nel 2023 hanno incassato dalle multe per eccesso di velocità circa 73 milioni di euro che servono soprattutto per rifare illuminazione pubblica, manti stradali e manutenzione.
Diversi comuni hanno spento i loro autovelox, dovendo scegliere tra la tutela della sicurezza e il dover pagare i ricorsi ai cittadini, hanno scelto la seconda strada: toccherebbe al ministero fare le omologazioni, ma stiamo ancora aspettando da 30 anni.
La scelta del ministero di Salvini è stata politica, così nel paese sono nati diversi giustizieri degli autovelox, come Fleximan, che hanno abbattuto diversi dispositivi, costringendo le amministrazioni a dover fare altre spese per la loro ricollocazione.

Perché gli autovelox salvano vite umane: un incidente stradale non è una cosa ineluttabile, la narrazione contro gli autovelox è stata intossicata dalla politica per accontentare quegli automobilisti restii ai controlli.

Altro che mito di Fleximan, c’è di mezzo la tutela della vita delle persone.

Nelle 16 ore della morte, nel fine settimana, si sono concentrate 374 morti tra il 2022 e il 2023: sono le ore in cui le pattuglie della polizia monitorano le strade della movida, per controllare gli automobilisti, ma ci sono chat e app dove si segnalano i posti di blocco.

Sono chat dove i messaggi si distruggono dopo poche ore: uno dei gruppi Telegram di Verona riesce addirittura ad anticipare dove si piazzeranno i posti di blocco,

Siamo un paese di furbi, sulla pelle delle persone: queste app per evitare le multe, come Waze comprate da Google, sono alimentate dagli utenti stessi, che fanno da palo quando vedono un posto di blocco.

Il ministero dell’Interno dovrebbe bloccare queste app, vietando la pubblicazione di zone e orari dove ci sono posti di controllo: Google perderebbe fatturato se togliesse questa app, dunque perché farlo?

Le auto moderne sono più sicure, con tanti airbag, ma la presenza di display enormi, di tipo touch, rischia di creare problemi di distrazione ai guidatori: Euro NCAP, la società che certifica la sicurezza delle auto ha lanciato il suo allarme contro questi touch screen e le aziende automobilistiche potrebbero perdere tutte le stelle.

L’Europa aveva invitato tutti i paesi a produrre un piano nazionale di sicurezza stradale, per arrivare nel 2050 a 0 morti sulla strada: il ministro Giovannini aveva elaborato un suo piano, ma con l’arrivo del ministro Salvini è cambiata la composizione del comitato per la sicurezza stradale, i cui componenti sono stati nominati solo a fine 2023.
Questo comitato per il coordinamento del piano per la sicurezza non si è mai riunito: siamo molto lontano dalla riduzione del 50% dei morti entro il 2030.

Il piano Giovannini prevedeva anche un osservatorio nazionale sugli incidenti, ma in assenza di un tale strumento nazionale, sono le associazioni delle vittime della strada che devono colmare la lacuna. Scoprendo che i dati sui morti sulle strade sono sottostimati: in Italia non riusciamo nemmeno a contare i morti sulle strade (per circa il 10%), compito che spetterebbe ad Istat che si nasconde dietro il meccanismo contabile degli incidenti usati nel resto dell’Europa.
Mentre nel resto dell’Europa il numero di incidenti stradali è in calo e il numero di morti è sceso del -9%, in Italia stiamo andando in direzione contraria: tutto questo perché il piano della sicurezza stradale non prevede obblighi.

Ma in Italia non riusciamo nemmeno a creare le zone a 30km all’ora nelle città: contro questi limiti è partita una guerra ideologica, anche da questo governo, contro le città che avevano iniziato questa strada, come Bologna.
Piste ciclabili allargate, isole salvagenti per le persone, dossi per rallentare la circolazione delle auto, proteggere le persone, i ciclisti e non lasciare che le strade urbane siano piste.
Il sindaco Lepore è stato accusato di ammazzare l’economia: questi argomenti sono stati ripresi dal ministro Salvini che parla di scelta ideologica, di code di automobilisti, di maggiore inquinamento..
A Bologna si è creata una unione tra ex gruppi no vax e gruppi contrari ai limiti di velocità, saldati con l’estrema destra.

Anche i tassisti si lamentano di questi limiti, lamentando delle minori corse: il viceministro Bignami ha sostenuto la battaglia dei tassisti contro la direttiva della città a 30 km orari.
Ma ad Olbia, dove ci sono intere zone con questi limiti, non si è mica bloccata l’economia e la città: qui si sono registrati meno morti, dopo i nuovi limiti.

Tutta una questione elettorale per le europee, spiega così il sindaco di Olbia la scelta di Salvini.

Come funziona all’estero?
A Valencia la città a 30 km/ora ha reso la città più sicura, a misura d’uomo, si sono solo ridotti i tempi di consegna delle merci.

Qui si è puntato tutto su mezzi pubblici e bici: anche i tassisti sono felici di questi limiti perché con meno macchine in circolazione ci sono meno ingorghi.

Questi limiti sono presenti a Bruxelles, a Graz, Helsinki, Glasgow, Budapest.

Cosa c’è dentro il nuovo codice della strada?
Ci sono strette contro chi guida in stato di ebrezza, chi guida sotto l’uso di stupefacenti, contro chi guida col cellulare in mano. Multe più alte per eccesso di velocità.
Ma c’è dell’altro: ai neopatentati è consentito guidare auto più potenti, si fanno degli sconti a chi fa più infrazioni.

ACI è stata ispiratrice di queste norme, proprio Aci offre corsi di sicurezza alla guida.

Per controllare la velocità servono controlli, ma senza autovelox ci si basa solo sulle pattuglie della polizia locale e stradale: in questi anni però sono stati chiusi diversi reparti di polizia stradale nell’ottica del risparmio.

Sarebbe stato interessante ascolta il punto di vista di Salvini e del suo direttore generale, che però hanno declinato la richiesta.

Se vogliamo cambiare rotta sui morti nelle strade bisogna investire nelle strade, sui cartelli, ma va cambiata la cultura di chi si mette alla guida, non rispettare i limiti di velocità non rende fighi, non è un concetto di libertà. Di mezzo c’è la vita delle persone.

SEDUTI SUL VULCANO Di Giulia Presutti

La popolazione che vive nella zona dei Campi Flegrei deve convivere le scosse dei terremoti, vivono sopra un’enorme caldera che abbraccia diversi comuni attorno a Napoli, con 30 bocche eruttive attorno a cui negli anni sono state costruite tante case.
Ci sono 500-600 mila persone a rischio, racconta Mario Tozzi, invitando ad occuparsi della struttura e della sicurezza delle case.

Lo scorso anno il governo Meloni ha emanato un decreto per verificare lo stato delle abilitazioni, come quelle attorno alla solfatara di Pozzuoli, case che da una parte si affacciano sul golfo di Pozzuoli e dall’altra parte sull’inferno della solfatara.

A Pozzuoli non hanno ancora fatto controlli sulle case, per capire se sono in grado di sopportare le scosse: sono così i proprietari a chiamare i vigili del fuoco che verificano lo stato delle case.
Nel decreto campi Flegrei erano previsti 4ml per gli edifici privati e 800 per gli edifici pubblici: ma il decreto non prevede fondi per risistemare le case, prima va fatta una fotografia dell’esistente.
La situazione oggi è che, chi può, dorme fuori casa, gli altri dormono col pensiero della scossa.

Mancano i controlli alle case, manca un vero piano di evacuazione, manca una vera esercitazione per la popolazione per spiegare loro come comportarsi in caso di sisma.
Nel 2019 circa 4000 cittadini parteciparono ad una esercitazione in caso di allarme per eruzione vulcanica: i piani di previsione dei terremoti hanno una percentuale di prevedere l’evento pari al 20%, non è possibile essere certi di una previsione al 100%.

Oltre al problema della previsione dello scenario, c’è il tema dell’accoglienza: le persone dell’area interessata finiranno anche fuori regione, nelle regioni gemellate, per evacuare in 72 ore 500mila persone. Ma non tutte le regioni non sono ancora pronte, alcune prevedono di ospitare le persone nelle tende.

09 giugno 2024

Anteprima inchieste di Report - la sicurezza sulle strade, gli abbattimenti indiscriminati delle bufale e il rischio sismico dei Campi Flegrei

Report tornerà ad occuparsi di bufale (dopo il servizio del 2022), non le false notizie fatte uscire sui giornali o sui social, ma gli animali fatti abbattere in Campania dopo l’infezione da Brucellosi e Tubercolosi.

Poi un servizio sulla sicurezza sulle ns strade.

L’abbattimento delle bufale in Campania

Dopo la scoperta dei focolai di brucellosi, erano partite dalla regione Campania le ordinanze per l’abbattimento dei capi infetti, nel frattempo sono state chieste ulteriori analisi sugli animali da parte dell’Istituto Superiore di Sanità e dell’istituto Zooprofilattico di Brescia. A marzo 2024 erano state annullate da due sentenze del Consiglio di Stato che annullano gli abbattimenti e che riguardano 700 bufale, ancora vive e che vivono non isolate dagli altri animali – come racconta l’avvocato Sasso – perché il Consiglio di Stato ha annullato i provvedimenti anche per l’isolamento.

Vincenzo Caporale è il presidente dell’istituto Zooprofilattico di Teramo, a Report spiega come queste sentenze dicono molte cose: “non è pensabile che si possa procedere ad abbattere se prima non si è davvero avuta la certezza che in quell’allevamento è davvero presente l’infezione”.
Fino ad oggi bastava il sospetto: il Consiglio di Stato ha riconosciuto che l’abbattimento totale non era una misura proporzionale al rischio esistente.
Quindi per abbattere intere mandrie servono analisi di verificazione con metodi diversi per la conferma, la controprova ed è quella che cerca il signor il signor Windisch-Graetz, un allevatore le cui bufale sono in isolamento ormai da 4 anni: la storia delle sue bufale è paradossale, dopo le prime analisi positive, la ASL le aveva rifatte per un errore formale e in quel caso uscirono tutte negative, però non hanno mai ritirato l’ordinanza di abbattimento.
Quindi, spiega il servizio di Bernardo Iovene, nel caso in cui siano state rifatte le analisi con lo stesso metodo o con incroci diversi l’infezione è sparita.

Cosa rispondono di quanto successo Copagri e Coldiretti: tutte e due le associazioni si rifanno a quanto è stato scritto dalle ASL, coi capi da abbattere per il “sospetto” del contagio, senza nessuna remora sul dover uccidere animali “senzienti” che non si sa se siano veramente malati.
Ma dietro questi abbattimenti imposti dal’ASL c’è anche la beffa: nel caso delle bufale dell’allevamento della famiglia Noviello, la carne delle bufale abbattute è stata destinata al consumo: un qualcosa che aveva stupito, negativamente, perfino lo stesso presidente Frattini.
Per la famiglia Noviello è stata una beffa: le loro bufale considerate positive col beneficio del dubbio sono state destinate all’abbattimento, ma nel certificato di abbattimento l’ASL scrive che la carne poteva essere destinata al consumo. Come è possibile che carne proveniente da animale sospettati di essere positivi alla brucellosi siano finiti sulle nostre tavole?

“Come è possibile che questi controlli veterinari scriva nero su bianco che la carne di un animale malato di brucellosi, magari non è una medicina ma non fa niente? Io una cosa del genere non l’ho mai letta” è stato il commento di Frattini (l’ex presidente del Consiglio di Stato deceduto nel dicembre 2022).

Alcuni allevatori sono arrivati allo sciopero della fame, come forma di protesta contro la decisione dell’abbattimento delle bufale: “quando si arriva a questo punto c’è davvero qualcosa di cui preoccuparsi e i parlamentari che stanno sul territorio non possono girare la testa dall’altra parte” commenta il deputato di AVS Francesco Mari. Sotto la sede del ministero della salute il 16 aprile gli allevatori hanno cominciato lo sciopero della fame uniti in un coordinamento per la difesa degli allevatori bufalini presieduto da Gianni Fabris: “abbiamo costituito comitati tecnico scientifici, siamo andati a Bruxelles a porre le questioni, il parlamento si è espresso, ora bisogna agire e per agire va nominato il commissario nazionale dandogli i compiti precisi ..”
Dopo 14 giorni di sciopero della fame, Fabris ha accusato un malore, viene soccorso e gli viene consigliato di riprendere l’alimentazione, ma decide di continuare la sua protesta, in attesa di una risposta dal ministero che ancora non era arrivata.
“Abbiamo fame, fame di soluzioni, fame di diritti, fame di democrazia ..” il commento amaro.
A sorpresa il 7 maggio alla conferenza stampa sul DL sull’agricoltura e pesca finalmente arriva la risposta: il ministro Lollobrigida annuncia la nomina di un commissario per il contrasto alla brucellosi, ponendo fine così alla propesta di Fabris e degli altri allevatori campani.
Ma cosa è cambiato nella sostanza? Risponde Fabris: “Abbiamo trovato una chiusura totale, fino al fatto i nostri interlocutori invece di risponderci o chiudevano la porta in faccia o raccontavano bugie: persino davanti alla commissione di indagine del parlamento, agli atti, sta scritto che l’Europa è contraria, impedisce la vaccinazione, sapendo di sostenere il falso. Questi nominano il commissario Cortellessa per applicare un piano che fallisce.. non è quello il suo mandato, applicare il piano della regione o di cambiare i piani della regione ”

La scheda del servizio: BUFALE SENZIENTI

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Brucellosi e Tubercolosi sono le infezioni che stanno decimando gli allevamenti di bufale in provincia di Caserta. Fino al 2013 i capi si potevano vaccinare e le malattie erano quasi sparite, dal 2014 il nuovo piano ha stabilito di adottare l’abbattimento per eradicare le infezioni e ha abolito la vaccinazione, da allora sono andate al macello quasi centomila bufale e hanno chiuso oltre 300 aziende. Gli allevatori sono sul lastrico e chiedono nuovi metodi di analisi visto che il 98,5 per cento delle bufale post mortem risulta sano e va sul mercato della carne bovina gestito dai macelli che ne traggono vantaggio. L’inchiesta parte dalla situazione degli allevamenti sul territorio e si sviluppa sulle contraddizioni riscontrate dal Consiglio di Stato che ha ordinato ulteriori analisi per 2 allevamenti che hanno fatto ricorso, da cui è emerso che quelle 700 bufale condannate alla macellazione in realtà erano sane. La Regione Campania non indietreggia e, sotto la spinta degli allevatori, il ministro della Salute ha nominato un commissario nazionale che secondo gli allevatori dovrebbe sancire il fallimento del piano regionale

La sicurezza sulle strade

Mandiamo i militari a pattugliare le strade delle città italiane perché i cittadini chiedono sicurezza. Ma poi, sulle strade, sui marciapiedi, ciclisti, pedoni, automobilisti non sono al sicuro. Come non era al sicuro Francesco ValdiserriFrancesco Valdiserri che la sera del 19 ottobre 2022 mentre camminava sul marciapiede di via Colombo a Roma venne travolto da un’auto che gli piombò alle spalle, uccidendolo sul colpo. Alla guida c’era una ragazza di 22 anni che poi risulterà essere positiva all’alcol test.


“La cosa che personalmente mi fa più male è pensare a quante cose gli sono state tolte , quante esperienze, quanta musica non ha potuto sentire, quante cose non ha potuto scrivere ” racconta il padre Luca a Report. Francesco era un appassionato di calcio, nella vita come nello sport stava dalla parte dei più deboli, per lui un giorno anche la nazionale del Togo avrebbe potuto vincere i mondiali di calcio. Si era iscritto al primo anno di università, studiava musica, letteratura e spettacolo, aveva scelto le note delle canzoni per esprimersi, con la sua band di cui era il cantante.
È stato un incidente quello di Francesco? “Francesco era sul posto giusto, su un marciapiede” ha risposto il padre “oggettivamente pensi di essere al sicuro, era una delle raccomandazioni che non gli ho mai fatto .. era la ragazza che l’ha ammazzato, lei era nel posto sbagliato, per cui no, non è stato un incidente. È stato un errore dovuto all’immensa sopravvalutazione delle proprie capacità. Ha cercato di fare una manovra per girare a destra, poi a quella velocità e nelle condizioni in cui era nemmeno Lecrerc o Verstappen avrebbero potuto controllare la macchina.. ”.
La macchina andava tra i 70 e gli 80 km all’ora: viale Cristoforo Colombo è una sorta di autodromo urbano con limiti di velocità tra i 30 e i 50 km/ora che però quasi nessuno rispetta, soprattutto la notte: su questa strada sarebbero serviti gli autovelox, “però noi non possiamo pensare di ridurre il numero dei morti se non riduciamo la velocità. Mentre io sono sicuro al 100% che non tutti sono alla guida ubriachi o alla guida drogati o con lo smartphone, penso che un buon 80% degli italiani non rispetti i limiti di velocità. Per cui statisticamente credo che la velocità sia il primo problema in questo caso..”

Eppure la politica di questo governo sta andando in direzione diversa: il consiglio dei ministri ha dato mandato al ministero delle infrastrutture di emanare un regolamento che metta un po’ di ordine nella giungla degli autovelox, quelli poco amati da parte degli automobilisti, quelli abbattuto da fleximan e per questo considerato da alcuni di loro come un eroe.

Per accompagnare il provvedimento il ministero delle infrastrutture ha pubblicato delle slide, in una si accusano i comuni di usare gli autovelox in modo truffaldino, “basta la truffa degli autovelox, via gli impianti mangiasoldi..”
Ma è veramente così? “è una cosa offensiva” risponde il comandante della polizia locale di Verona Luigi Altamura “noi abbiamo dei dati statistici che ci indicano un numero di morti e feriti che è crollato dopo che sono state installate le postazioni con autovelox”.
Non è vero che a Verona si fa cassa con gli autovelox: “abbiamo avuto una ispezione dal ministero e l’abbiamo superata dimostrando che il 50% delle somme incassate dal nostro comune sono state impiegate per la sicurezza stradale e lo devono fare tutti i comuni italiani..”
Marco Granelli, assessore a Milano, ha rappresentato l’Anci in un’audizione davanti le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia della Camera sul tema della sicurezza urbana: “che ci sia stato qualche elemento nel passato, non tarato che ha causato problemi è vero, oggi però tutti gli autovelox vengono posizionati in determinate località sulla base di uno studio ..”

L’autovelox, con i segnali che ne indicano la presenza, sono in deterrente per limitare gli eccessi di velocità, sono uno strumento che salva vite umane: in una prima di fase di installazione possono esserci degli aumenti degli introiti, ma poi questi calano vertiginosamente – spiega a Report la comandante della polizia municipale di Ravenna.
Col decreto legge di Salvini sugli autovelox non si potranno più mettere questi controlli vicino a scuole ed ospedali, per salvare il portafoglio degli italiani e l’anarchia dell’autovelox ovunque – spiega il ministro sui social (ormai sdoganati a canale di comunicazione istituzionale): “la sicurezza prima di tutto ma senza tassare e tartassare gli italiani”.

Basta autovelox sugli stradoni dunque, sebbene siano queste le strade più a rischio per le violazioni dei limiti di velocità, col nuovo decreto Salvini, davanti a luoghi a rischio come scuole ed ospedali dove i limiti spesso sono già scesi a 30km/ora, in base al nuovo testo i comuni non potranno più usare gli autovelox.

Sotto i 50km orari nelle città non si può controllare con autovelox il rispetto della velocità – spiega l’esperto di mobilità sostenibile Andrea Colombo – ma è possibile farlo solo con la pattuglia dei vigili che contesta sul momento che significa ridurre enormemente l’efficacia deterrente.
In una città servirebbero decine di pattuglie che fermano un guidatore alla volta, cosa impensabile, dunque la maggior parte delle scuole non sarà protetta.
Inoltre il DL Salvini prevede che per le postazioni mobili di autovelox che oggi non devono essere concordate saranno sottoposte anch’esse ad un accordo con la prefettura.
Ad Olbia il sindaco di centrodestra Settimo Nizzi è stato il primo ad abbassare nella sua città i limiti a 30 km /ora nel 90% del territorio comunale.
Il decreto Salvini azzoppa il suo provvedimento? “Metto l’autovelox mobile, metto il telelaser e il controllo lo faccio, non possono essere vietati, altrimenti quando muore un bambino perché uno stava correndo, chi paga? Paga il ministero? Io non penso che il DG del ministero dei traporti che ha predisposto la direttiva abbia voglia di avere sulla propria coscienza un morto in più.”

“La destra fa un codice della strada di destra” è il commento di Luca Valdisseri “dove la parte repressiva e punitiva è molto forte, la parte di controllo della velocità è assente. Ringrazio Salvini di essersi occupato del tema, però ci volevano dei correttivi anche su quella parte che il suo elettorato vede con meno piacere ..”
Noi siamo uno dei pochi paesi che segnalano prima la presenza di un autovelox: “la gestione in Italia degli autovelox è demenziale ”

Vincenzo Iurillo ha pubblicato una anticipazione del servizio sul Fatto Quotidiano:

Il senso di Salvini per la sicurezza stradale: guerra agli autovelox e alle città 30 all’ora

DI VINCENZO IURILLO

La guerra di Matteo Salvini agli autovelox ed alle “città 30” (dove il limite di velocità è stato ridotto a 30 km/h), e il ritardo ultratrentennale del suo ministero ad emanare le specifiche tecniche per l’omologazione dei rilevatori di velocità, sono al centro della puntata di Report che andrà in onda stasera su Rai 3. Il servizio di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella spiega perché nel 2024 in Italia è in corso una nuova impennata di morti e feriti per incidenti, e siamo precipitati dal 13° al 19° posto nella classifica europea per la sicurezza stradale. È purtroppo anche il frutto di una volontà politica che ritiene gli autovelox strumenti “truffa” – definizione mutuata da una slide del ministero dei Trasporti che ne illustra il nuovo regolamento –, usati solo per far cassa ai danni dei cittadini, e finisce così per incitare un clima di illegalità.

Tanto che nel nord est qualcuno ha cominciato ad abbatterli, ed è nato il mito di “Fleximan”. Lo ricorda Marco Scarponi, della fondazione intitolata al fratello Michele Scarponi e vincitore del Giro d’Italia 2011, ucciso nel 2017 da un furgone che non aveva rispettato un segnale di stop. Scarponi gira per le scuole incontrando i ragazzi per sensibilizzarli contro la guida spericolata, e in una scuola ha scoperto che alcuni disegnavano Fleximan come un eroe: “Il nostro – dice – è il Paese che continua a dire che la morte sulla strada è accettata”.

La scheda del servizio: NEL POSTO GIUSTO

Di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Collaborazione Evanthia Georganopoulou

In Italia nel 2022 sono stati registrati 3159 morti e più di 223mila feriti per incidenti stradali. In tutta Europa nello stesso anno quasi 21mila persone sono morte per collisioni stradali, i feriti sono diversi milioni. Per questo la Commissione Europea ha lanciato una serie di azioni per dimezzare morti e feriti entro il 2030. Anche l’Italia partecipa con un suo piano nazionale, che però stenta a partire. Anzi, il comitato di indirizzo non ha mai fatto una riunione operativa. Così, se nel resto d’Europa la riduzione delle vittime fra il 2019 e il 2022 è del 9%, l’Italia invece non ha visto alcun miglioramento. Anzi la tendenza del 2024 mostra un importante aumento di morti e feriti. È una pura fatalità? No. Le cause sono guida distratta o sotto effetto di stupefacenti, tecnologie pericolose, il mito della velocità. Ma anche città progettate male, leggi ormai datate, carenza di organico delle forze dell’ordine e una guerra culturale alle multe che ha prodotto il fenomeno Fleximan, l’antieroe che distrugge gli autovelox. Nei primi anni duemila invece con l'introduzione del tutor e della patente a punti i morti erano stati dimezzati. Report dedica una inchiesta speciale al tema della sicurezza stradale, mentre il Senato sta per approvare un nuovo codice della strada che non è esente da contraddizioni. Vedremo anche alcune nuove coraggiose politiche della mobilità che sono capaci di fare la differenza.

Il rischio sismico attorno al Vesuvio

Inutile nasconderci: la zona attorno ai campi Flegrei è una zona sismica, ma nonostante questo negli anni si è costruito tantissimo. Sotto quel terreno c’è una profonda pressione che preme e rigonfia, creando spaccature e fratture nella terra che generano dei piccoli o grandi sisma.
I geologi, come Mario Tozzi, sono convinti che queste scosse continueranno, potrebbero anche crescere come magnitudo, fino a livello 5.
Sotto questa terra a premere si sono fluidi e gas generati dal magma che sta in profondità: quella dei Campi Flegrei è una enorme caldera, una depressione vulcanica larga 12-15 km che comprende i comuni di Monte di Procida, Bacoli, Pozzuoli e Quarto, parte di Giuliano e Marano più i quartieri di Bagnoli, Fuorigrotta, Posillipo, Soccavo e Pianura a Napoli. All’interno della caldera si trovano 30 bocche eruttive, la solfatara è una delle più note perché assomiglia ad un vulcano, gli altri sono stati cancellati, in uno c’è un ippodromo, in un altro c’è un ospedale, una base militare – spiega Mario Tozzi alla giornalista di Report.

Sulle bocche eruttive abbiamo costruito, quella è una zona densamente popolata: ci sono 500-600mila persone a rischio, dove per rischio si intende la probabilità che un evento arrivi e i beni e le persone che sono esposte, dunque è l’area a maggiore rischio vulcanico del Mediterraneo.

Se parliamo del rischio sismico – continua Mario Tozzi - è bene mettere a posto le case, non è il terremoto che ti ammazza, è sempre la casa costruita male.

La scheda del servizio: SEDUTI SUL VULCANO

Di Giulia Presutti

Collaborazione Norma Ferrara

A Pozzuoli il 20 maggio la terra ha tremato 150 volte: la scossa più forte ha raggiunto magnitudo 4.4 con epicentro a circa due chilometri dalla superficie. Gli abitanti sono dovuti uscire da casa e alcuni, per i danni subiti dagli edifici, non sono più rientrati.

Ai Campi Flegrei vivono circa 500mila persone, in un'area che insiste su una caldera vulcanica larga dai 12 ai 15 chilometri e comprende i comuni di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, parte di Giugliano e Marano e diversi quartieri di Napoli. L'attività del magma e dei gas nel sottosuolo provoca un innalzamento del terreno di 2 cm al mese e, di conseguenza, le scosse di terremoto che negli ultimi mesi sono state avvertite continuamente dai residenti. Cosa stanno facendo le istituzioni per mettere in sicurezza gli edifici? Il Decreto-legge Campi Flegrei approvato a ottobre 2023 prevedeva uno stanziamento di circa 45 milioni di euro per le verifiche sull'edificato pubblico e privato. Le verifiche sono state fatte? E nel caso di uno scenario ancor più grave, quello dell'eruzione vulcanica, quali sono le misure previste per mettere in sicurezza 500mila persone? Esiste un piano di evacuazione messo a punto dalla Protezione Civile, con gemellaggi stipulati tra ogni Comune dei Campi Flegrei e una Regione nel resto d'Italia. Ma le Regioni sono pronte?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

28 aprile 2024

Anteprima inchieste di Report – le università telematiche, la caccia agli scafisti, le leggi sull’ambiente (e un aggiornamento sull’industria del marmo)

Il rapporto poco chiaro tra pubblico e privato (nelle università)

Report tornerà ad occuparsi del sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, ancora al suo posto dopo le finte dimissioni dello scorso febbraio. Non è più presidente del consiglio di amministrazione della Università Telematica Nicolò Cusano, ma di fatto la situazione non è molto cambiata in quanto la proprietà a riconducibile a sue società.

Col risultato da arrivare a situazioni come quelle di cui si occuperà il servizio: dallo scorso settembre ogni giorno e ogni notte, 12 volanti di un servizio di vigilanza privata controllano le strade di Terni. Il loro compito è controllare nei borghi e nelle piazze le proprietà che ha il comune perché, come spiega lo stesso sindaco al giornalista di Report “Terni in termini di criminalità è uno schifo, non siamo riusciti a fermare l’ondata di spaccio di droga, c’è una microcriminalità di stranieri enorme..”
In realtà nella classifica della criminalità del 2023 Terni è 58 esima su 106 province, ma per garantire la sicurezza nella città che amministra il sindaco Bandecchi ha trovato un alleato in Unicusano, controllata da società dello stesso Bandecchi. L’ateneo paga 1 ml di euro per il servizio di vigilanza privato, per poi svolgere una ricerca sulla sicurezza proprio nel comune di Terni.
Ma l’idea della ricerca è nostra – assicurano dall’ateneo tramite la docente Anna Pirozzoli – “all’interno dell’analisi della percezione della sicurezza in un ambito territoriale ben definito, in questo caso il comune di Terni.”

Perché proprio Terni? “Dal momento che il fondatore dell’ateneo è diventato sindaco del comune abbiamo ritenuto non inopportuno presentare questo progetto che è stato prima approvato dalla governance del nostro ateneo e presentarlo all’amministrazione comunale di Terni.”

A Bandecchi dunque. Siamo maliziosi nel pensare che per il suo peso abbia avuto un ruolo importante nella decisione di approvare la ricerca?

Cosa risponde il sindaco? “Se dovete fare questa ricerca, fatela a Terni”, lo ha detto il Bandecchi di Unicusano al sindaco di Terni, sempre Bandecchi, “se io sono il fondatore di Unicusano, se io sono il sindaco e se io devo far risparmiare Terni, faccio fare una cosa all’università Unicusano che è un ente pubblico non Statale, va bene così, no?”
No, purtroppo le questioni di opportunità e di potenziale conflitto di interesse non entrano nella testa del sindaco di Terni. Ma poi, il comune aveva veramente bisogno di questo sistema di sorveglianza delle strade? Luca Bertazzoni ha seguito il lavoro della pattuglie e non si vede, dall’anteprima del servizio, tutta questa micro crimininalità.
Il cuore del servizio sarà però dedicato ad un altro punto: gli accordi tra la pubblica amministrazione e le università pubbliche e private per cui lo Stato, cioè noi, pagherà ai dipendenti pubblici il 50% dei costi per frequentare queste università, tra cui Unicusano. Dunque arriveremo ad una situazione in cui lo Stato finanzia enti privati come Unicusano che a sua volta finanziano la politica.
Tutto è iniziato col protocollo Pa 110 e lode voluto dall’allora ministro Brunetta (oggi presidente pensionato al CNEL) per la formazione del personale della pubblica amministrazione: inizialmente in quel protocollo Brunetta escluse le università telematiche, fu una scelta politica? Bandecchi presentò ricorso al TAR, ma oggi il ministro Zangrillo ministro alla pa ha messo le cose a posto (per Bandecchi), estendendo anche agli atenei telematici questo accordo. “C’era una sentenza che ci richiamava sulla necessità di considerare le università telematiche come le altre e non fare figli e figliastri” risponde il ministro a Report: ma non è così, la sentenza chiedeva soltanto all’allora ministro Brunetta di rispondere sul punto, non c’era nessun obbligo nell’equiparazione. Quella di Zangrillo è stata solo una scelta politica.

La Lega aveva presentato un emendamento per far slittare di un anno l’adeguamento delle università telematiche agli standard qualitativi di quelle tradizionali: era stato presentato dal deputato leghista Ziello nello scorso gennaio e significherebbe ritardare di un anno l’adeguamento degli standard di università come Unicusano, tra i firmatari ci sono i colleghi di partito Iezzi e Ravetto. Nessuno ha accettato un’intervista, “dovete chiedere all’ufficio stampa, non faccio dichiarazioni” ha spiegato l’onorevole che, diversamente dai vari TG, ha declinato a rispondete alle domande di Bertazzoni. Iezzi se ne è uscito con “io l’ho sottoscritto ma non lo conosco [l’emendamento], se vuole parliamo di immigrati ..”. Alla fine l’emendamento è stato bloccato dal ministro Bernini che, di fronte alle telecamere di Report, spiega “tutti i parametri di qualità che noi possiamo inserire nelle università in presenza e telematiche, vanno inseriti, io devo garantire che le studentesse e gli studenti abbiano la miglior offerta formativa possibile”

La scheda del servizio: IL PEZZO DI CARTA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Nel 2021 l’allora ministro per la Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta lancia il protocollo "Pa 110 e lode" che consente ai dipendenti pubblici di frequentare corsi di laurea a prezzi agevolati: il 50% è infatti a carico dello Stato. L’accordo, però, riguarda soltanto università pubbliche e private: le telematiche restano fuori. Stefano Bandecchi, fondatore di Unicusano, prima chiede di aderire, poi presenta ricorso al Tar: la sentenza stabilisce che la Funzione pubblica avrebbe dovuto rispondere, non obbligandola però alla stipula dell’accordo. Ma il nuovo ministro della P.A. Paolo Zangrillo ha subito esteso la convenzione anche alle telematiche del gruppo Multiversity, Pegaso, San Raffaele e Mercatorum. Lo Stato paga quindi il 50% della formazione dei propri dipendenti pubblici alle università private telematiche, che nel frattempo continuano a finanziare la politica.

La fine del teorema

Il GUP di Trapani ha messo, almeno per il momento, la parola fine a tutta la sceneggiata cominciata ormai sette anni fa, sui taxi del mare, ovvero l’accusa mossa alle ONG che opefavano nel Mediterraneo tra l’Italia e il nord Africa, per salvare le vite dei migranti.

Tutte le accuse di connivenza coi trafficanti di essere umani erano false: non aspettiamoci delle scuse né della nostra destra, quella dei blocchi navali, che su questa teoria ci ha fatto campagna elettorale. Niente scuse nemmeno da quella parte del m5s che pure aveva sposato la tesi dei taxi del mare e nemmeno dal PD stesso, che nell’era Minniti aveva siglato i famigerati accordi con la guardia costiera tunisina, il decalogo delle ONG e i decreti sicurezza che poi vennero ripresi da Salvini nel governo Conte I.

Ma questa sentenza non cambierà di molto la situazione dei migranti e, soprattutto, la politica italiana nei loro confronti: saranno sempre considerati l’origine di tutti i nostri mali, gli invasori, i criminali che arrivano in modo illegale per vivere alle nostre spalle.

Quanti politici hanno campato su questo teorema, falso come ha stabilito la magistratura?
Dopo il naufragio di Cutro, nella conferenza stampa (imbarazzante) la presidente Meloni aveva dichiarato la sua volontà di combattere gli scafisti su tutto il “globo terracqueo”: Report è andato ad intervistare uno di questi “pericolosi criminali”, si chiama Salman, arrestato nel 2018 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.


“Per loro sono un criminale italiano” racconta a Giorgio Mottola: non essendo riuscito ad ottenere un visto dal Marocco, nel 2018 decide di affrontare il viaggio verso l’Italia via mare, partendo da una città della Libia, Zuara, dove si imbarca su un gommone fornito da una organizzazione di trafficanti. Non è difficile ottenere un passaggio, non ci vuole niente – racconta a Report oggi – “nella Libia [il traffico di esseri umani] è diventato un business, lo fanno tutti, la cosa più difficile in Libia è trovare quelli che fanno questo lavoro veramente, non quelli che ti fanno morire dentro il mare”. Salman ha pagato 2500 euro per il viaggio, erano 93 persone dentro la barca, alcuni hanno pagati fino a 6000 euro. Salman non era mai stato a bordo di una barca: poco prima di partire un membro dell’organizzazione lo prende da parte e lo porta in una stanza, “mi ha detto prendi questo telefono [satellitare]”, oltre al telefono il trafficante consegna anche un biglietto su cui c’è un numero di telefono da chiamare in caso di emergenza in mezzo al mare. Emergenza che si presenta si dall’inizio del viaggio perché alla guida dell’imbarcazione i trafficanti avevano posto un altro migrante, un ragazzo della Guinea Bissau completamente inesperto.
“Il ragazzo mi ha guardato e mi ha detto io non so più dove andare, so guidare ma non so dove sono, aveva una bussola piccolissima che forse non funzionava .. dopo 4 ore ho scelto di chiamare questo numero, perché o chiami questo numero o muori dentro il mare”.
Al telefono risponde una nave militare spagnola che dopo qualche ora interviene a soccorrerli: ma quando sbarca in Italia Salman viene arrestato e trascorre oltre un anno in carcere, aver chiamato i soccorsi lo ha reso agli occhi della legge italiana uno scafista. Ora rischia una condanna a 5 anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Non è che siccome ho fatto questa chiamata sono uno scafista. Prima non sapevo che dovevo fare un anno di carcere e l’indagine è ancora aperta dopo 5 anni, ora se il tempo torna indietro faccio questa chiamata sempre, anche se faccio il carcere. Sono fiero di fare quello che ho fatto, eravamo tanti, c’erano bambini, mamme”.
Senza quella telefonata sarebbero tutti morti.
E la coscienza di qualcuno più sporca. Ad averla la coscienza.

Ma come sono partite le inchieste sulle ONG: quella più importante è stata quella di Trapani, partita dalle denunce di agenti di sicurezza privata imbarcati sulle navi che hanno accusato le ONG di avere rapporti coi trafficanti. Uno di questi (della IMI Security Service) ha accettato l’intervista e racconta di aver contattato anche dei politici, inizialmente Alessandro Di Battista, allora deputato del M5S, poi la segreteria di Matteo Salvini spiegando cosa stavano facendo. Sono stati ricontattati dopo dieci minuti direttamente dal ministro: al telefono Salvini da a queste persone il numero di telefono di un suo collaboratore, Alessandro Panza, europarlamentare della Lega. Non li invitano a denunciare i fatti all’autorità giudiziaria, Salvini non ha nemmeno presentato lui denuncia, secondo il racconto di questo agente di sicurezza privata.

Per diversi mesi queste persone hanno contattato Panza mandando foto e le posizioni geografiche: come mai nessuno ha presentato denuncia?
A tenere i contatti con la Lega era una ragazza, lei manda tutte le notizie sulle attività delle ONG a Salvini, che poi venivano usate nei talk per la sua propaganda “usava le nostre informazioni e noi ci siamo presi un calcio nel sedere”

La scheda del servizio: TAXI DEL MALE

di Giorgio Mottola

Collaborazione Marco Bova, Greta Orsi

Un anno fa Giorgia Meloni ha promesso di dare la caccia agli scafisti in tutto il globo terracqueo. Dai dati emerge però in modo sempre più evidente che le persone arrestate perché alla guida dei barconi non hanno alcun collegamento con le organizzazioni criminali che organizzano la tratta. Come emerge dalle interviste ai protagonisti, i presunti scafisti sono quasi tutti soggetti costretti a guidare le imbarcazioni o con le minacce o per pagarsi il viaggio. Il decreto Cutro finora non ha dato frutti importanti ma nel frattempo continuano gli attacchi contro le ong che salvano vite in mare. Eppure, nonostante le accuse della politica, nell’arco di sette anni dalle prime inchieste giudiziarie, non è mai stato provato in sede giudiziaria alcun collegamento tra organizzazioni non governative e trafficanti. Documenti esclusivi provano invece come alcuni esponenti di primo piano del governo abbiano sfruttato a proprio vantaggio i depistaggi sulle ong alla base di alcune inchieste giudiziarie.

I privilegi dell’industria del marmo

Bernardo Iovene torna sulle alpi Apuane dopo il servizio di settimana scorsa sull’industria di estrazione del pregiato marmo di Carrara: aziende che guadagnano molto, non pagano le concessioni al pubblico per il loro lavoro (appellandosi ad un editto del 1751!), inquinano l’ambiente e che, come capitato ad uno di loro, di fronte agli incidenti che capitano ai loro dipendenti, se ne escono con frasi infelici, “si fanno male è perché sono deficienti”. Se ci sono stati degli incidenti è colpa degli operai (un’accusa che si sente anche in altri contesti).

Questo ha causato una forte reazione da parte dei sindacati oltre ad una interrogazione parlamentare sulla situazione nel distretto del marmo.

La scheda del servizio: AGGIORNAMENTO IL MARMO DELLA DUCHESSA

Di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo, Greta Orsi

Nella puntata del 21 aprile le affermazioni dell’imprenditore Alberto Franchi sul fatto che se un lavoratore si infortuna in cava è deficiente e che la causa dei morti sul lavoro degli ultimi dieci anni è solo colpa degli stessi lavoratori, hanno creato stupore e indignazione. In tutta la provincia di Massa Carrara c’è stata subito una mobilitazione dei sindacati, delle istituzioni e dei lavoratori, che hanno ritenuto offensive e arroganti le dichiarazioni di Franchi. Già martedì si sono riuniti in un'affollatissima assemblea fuori e dentro al municipio di Carrara e mercoledì hanno dichiarato uno sciopero dal lavoro e indetto una manifestazione molto partecipata. Alberto Franchi in una nota inviata al quotidiano la Nazione, ha chiesto scusa ai lavoratori del marmo e alla cittadinanza ritenendo le sue stesse parole inappropriate e si è detto dispiaciuto che le sue parole siano state percepite come un tentativo di scaricare la responsabilità della sicurezza sui dipendenti. Ma ormai lo tsunami, come lo ha definito lo stesso Quotidiano Nazionale, è partito e Carrara in questa settimana è in pieno subbuglio, tra assemblee, sciopero, manifestazioni e indignazione delle famiglie che hanno subìto dei lutti nelle cave di marmo. C’è stata anche un’interrogazione, firmata da 12 parlamentari, con cui si chiede conto al ministro del lavoro di prendere iniziative per garantire nelle cave di Carrara sia la sicurezza per gli operatori che il contenimento dell’inquinamento denunciato nel servizio di Report. E infine si sollecita a intervenire perché i materiali da estrazione siano finalmente considerati patrimonio indisponibile dei comuni e messi a gara.

La Repubblica che (non) tutela l’ambiente

Sta scritto nella Costituzione, all’articolo 9: [la Repubblica] Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.

Ma in che modo la repubblica italiana tutela paesaggio, ambiente, risorse come i beni comuni? Report si occuperà della commissione istituita dal governo Meloni che deve riformare il codice dell’ambiente.

Dovrà occuparsi delle bonifiche di aree di interesse nazionale come quella a Falconara dove sorgeva un’industria chimica e una raffineria di greggio che, negli anni, è stata protagonista di vasti incendi. Nell’aprile 2018 il tetto di una cisterna si inclinò causando la fuoriuscita di esalazioni di gas idrocarburi: come si vive attorno a questo sito? Carlo Brecciaroli è membro dell’associazione Ondaverde, a Report ha raccontato che quel giorno portarono i figli a casa dalla scuola perché è pericoloso, molti ancora oggi prima di aprire le finestre controllano la direzione del vento, perché spesso si trovano la casa ammorbata.

Per i miasmi del 2018 i cittadini di Falconara hanno presentato più di mille denunce e sono riusciti a portare davanti al giudice la proprietà dello stabilimento: la giustizia diventa l’unica arma per i cittadini perché nessun altro nelle istituzioni li ha ascoltati “e non ci può essere rassegnazione”.
La procura di Ancona ha chiesto il rinvio a giudizio di 19 indagati, fra le ipotesi di reati l’ipotesi di disastro ambientale e lesioni personali a carico di numerosi cittadini. Secondo i magistrati l’azienda avrebbe agito in quel modo per non compromettere l’attività produttiva risparmiando sui costi della manutenzione. Perché, come spiega l’avvocata di parte civile Monia Mancini, il meccanismo dei controlli è basato sull’auto controllo, sono le aziende che si autocontrollano, controllando le emissioni in acqua o in aria, la corretta manutenzione degli impianti e trasmetto gli esiti alle autorità terze di controllo.
La commissione dei grandi saggi dovrà lavorare su queste leggi, sui meccanismi di controllo, sui limiti e sui regolamenti a cui le aziende dovranno assoggettarsi. Ma da chi è composta questa commissione?

La scheda del servizio: I GRANDI SAGGI

Di Giulia Presutti

Con un decreto firmato il 7 novembre scorso, i ministri Gilberto Pichetto Fratin ed Elisabetta Alberti Casellati hanno nominato una commissione interministeriale per la riforma del Codice dell'ambiente. I cinquanta esperti si occuperanno di modificare e aggiornare il decreto legislativo che contiene tutta la normativa in materia di tutela dell'ambiente. I tempi sono serrati: lo schema di legge delega dovrà essere pronto entro settembre 2024. Fra i membri della Commissione, ci sono i rappresentanti di aziende che si occupano di costruzioni e anche di smaltimento rifiuti. Non mancano poi giuristi e illustri avvocati: Teodora Marocco è stata legale di SNAM, Elisabetta Gardini ha ricevuto il premio "Top Legal" nel 2019 per il lavoro fatto con Arcelor Mittal nell'acquisizione del gruppo ILVA, Pasquale Frisina è stato in passato avvocato del gruppo Caltagirone. Con una commissione così composta, quale direzione prenderà la normativa sulle autorizzazioni e sui controlli ai quali sono sottoposte le aziende? Insieme ai giuristi, in commissione c'è poi Vincenzo Pepe, fondatore dell'associazione Fare Ambiente e presidente, oggi onorario, della Fondazione Giambattista Vico. Nel 2020 la Guardia di Finanza di Salerno ha sottoposto la Fondazione e i suoi rappresentanti a un sequestro preventivo di un milione e ottocentomila euro. Pepe è a processo davanti al Tribunale di Vallo Della Lucania per evasione fiscale e truffa aggravata ai danni dello stato. Quali requisiti sono stati presi in considerazione nella scelta dei membri della Commissione? E i Ministri dell'Ambiente e delle Riforme hanno chiesto una verifica sui procedimenti giudiziari in corso?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

18 febbraio 2024

Report – gli appalti Anas e il ponte sullo stretto, il vino standardizzato e la neve (artificiale)

 DO UT DES di Danilo Procaccianti

Anas con le gare d’appalto assegna appalti per decine di miliardi: alcuni di questi, secondo l’inchiesta della procura di Roma, sarebbero stati assegnati con frode con una triangolazione tra aziende private, dirigenti infedeli di Anas (i marescialli) e la Inver, una società di consulenza con dentro Tommaso Verdini, col socio Fabio Pileri.

Verdini e soci avrebbero condizionato le carriere di dirigenti Anas, nelle intercettazioni si parla del sottosegretario Rixi e del presidente di RFI Lo Bosco, entrambi non indagati.

Gli imprenditori versavano migliaia di euro, in nero a volte, come consulenze per la Inver: in cambio avrebbero ottenuto dei documenti riservati per poi vincere le gare di appalto, prima della pubblicazione della gara.

Report ha cercato di ottenere delle risposte da questi dirigenti Anas, senza ottenere molto: tutti avrebbero partecipato a cene con i Verdini (anche quando l’ex senatore era agli arresti domiciliari), anche con esponenti della Lega. Anche in questo caso, secondo il sottosegretario Freni (come precedentemente Rixi) sono solo millanterie, nulla di vero.

Il ministro Salvini è il convitato di pietra in questa storia: tra i fondatori della Inver, la società di consulenza, c'era anche la sua compagna, Francesca Verdini, che ha ceduto le sue quote nel 2021, poi c’è il fratello della compagna, Tommaso Verdini che secondo le indagini farebbe il lobbista proprio nel settore che è sotto il controllo del ministero di Salvini.

“Tommaso 26 anni, Francesca 23, molto giovani, hanno creato questa società dal nulla che ha incominciato subito a fatturare” spiega il consulente Bellavia, che ha scoperto che Francesca Verdini partecipava alle assemblee fino al 2020, conosceva il bilancio e le attività della Inver e del fratello Tommaso, aggiungendo anche che “per fare consulenza alle imprese ci vuole esperienza, non basta studiare. Probabilmente il padre è intervenuto a sostegno dei figli, il padre ha invece una esperienza”.

Secondo gli investigatori Denis Verdini sarebbe il socio occulto della Inver, vero dominus delle condotte illecite, per lui ci sarebbero stati 20mila euro in nero, la vicinanza al ministro sembra essere utilizzata dagli indagati per continuare a fatturare consulenze fittizie.
Consulenze da imprenditori che al telefono con Pileri si lamentavano dell’atteggiamento dei Verdini: “vengo a Roma a darti 70mila euro e per farmi piglià pe c.. da te e tuo padre”? 
eh no, ma siamo il cognato del ministro”.

Proprio la vicinanza col ministro avrebbe spinto molti imprenditori a rifare il contratto con la Inver, alcuni di loro infatti dopo la prima fase delle indagini avevano interrotto i rapporti con la società dei Verdini, ma dopo la nomina di Salvini a ministro delle infrastrutture, ecco che si rifanno vivi (“certe situazioni sono vergognose” è stato il commento di Pileri in una intercettazione).
Il fatturato della Inver aumenta negli anni in cui è al governo la Lega, nel 2020 senza la Lega il fatturato è azzerato. Poi riesplode nel 2021 col ritorno della Lega al governo. Solo un caso?

Solo illazioni degli intercettati? Sempre nelle intercettazioni si legge questo passaggio dove Pileri racconta di aver avuto carta bianca in ministero da Salvini.
E che cosa risponde il ministro su questi fatti? “Buon lavoro”: questa la risposta da parte di un esponente di un governo che si dice patriota, che governa in nome del popolo, per difendere gli gli interessi degli italiani.

Moltissimi dirigenti Anas bramavano per fare incontri con i Verdini: uno di questi è Simonini, anche lui avrebbe partecipato alle cene con Verdini e in una intercettazione cercava appoggi politici per la sua carriera, a Palazzo Chigi.
Verdini e soci si muovono per garantire un ruolo di livello per Simonini, per non lasciarlo a piedi: alla fine è stato nominato dal governo Draghi commissario per la Orte Fano e per la strada 106 Jonica in Calabria, la “strada della morte”.

Se voi foste giornalisti seri, raccontereste anche dei lavori fatti – ha risposto l’ex Ad di Anas Simonini al giornalista, senza chiarire il senso delle intercettazioni.
I lavori fatti per la statale Jonica ancora non ci sono.

La rete di Verdini è cercata per una promozione in Anas: anche il dirigente Mandosi sarebbe ricorso all’aiuto dei Verdini per arrivare ad una carica in Anas.

Forse sarà un caso e non dipenderà dalla sua amicizia con Verdini, ma alla fine quest’ultimo, Mandosi, viene nominato responsabile delle risorse umane della società Stretto di Messina, l’opera su cui Matteo Salvini ha puntato tutto, il ponte sullo Stretto.

Pietro Ciucci, AD della società Stretto di Messina però racconta di averlo scelto lui, personalmente, Mandosi, “una persona di grande affidabilità”, escludendo alcuna sponsorizzazione di Pileri e Verdini. Sarà stato scelto per la sua affidabilità, ma non c’è stato alcun processo di selezione, alla faccia della trasparenza, nemmeno per gli altri 16 dirigenti che lavorano oggi in questa società: sul sito non sono presenti nemmeno le indicazioni sui compensi di questi dirigenti e tutte le sezioni, comprese quelle sulle consulenze, risultano in corso di aggiornamento. Una cosa grave se si pensa che quando è ripartita l’operazione Ponte, si è deciso di togliere il tetto agli stipendi che potranno superare i 240mila euro annui.

Lo ha spiegato Salvini stesso nella conferenza stampa dello scorso agosto: “se dobbiamo prendere un ingegnere che oggi lavora in Ferrovie o in Anas, dobbiamo garantirgli quantomeno lo stesso stipendio ..”
Dunque si sono presi i migliori, a cui sono stati garantiti lauti stipendi, senza sapere quali siano stati i criteri di selezione: perfino Pietro Ciucci si è aumentato il suo, di stipendio, da 25 mila a 240mila euro l’anno.
Il ponte è il chiodo fisso di Salvini che ne parla in ogni incontro, perché si deve correre in vista delle elezioni di questa primavera per le europee.
Il progetto di Eurolink del ponte è ancora quello del 2011: le firme non tranquillizzano, dentro c’è un ingegnere condannato per i lavori del terzo valico.

Solo sciocchezze per il presidente di Webuild Salini, “questo paese vive di sciocchezze”.

Il progetto dovrebbe poi essere certificato da una società americana, la Parsons che avrà la funzione di project management: questo nome è presente nei cablo pubblicati da Wikileaks. La giornalista Stefania Maurizi ha raccontato dell’interesse da parte dall’amministrazione americana per il ponte, sin dagli anni settanta.
L’iter del progetto deve passare anche per la valutazione di un comitato tecnico scientifico: il presidente Prestiminzi è legato all’ex ministro Lunardi, il padre del ponte.

Anche su altri membri del comitato pesano situazioni di conflitti di interesse: perché legati a RFI (che possiede quote della società Ponte sullo Stretto) o a società che lavoreranno col ponte.

Ma il ponte sullo stretto è un’opera che s’ha da fare: secondo studi scientifici porterebbe anche ad una riduzione dell’emissione di co2 in atmosfera, il ministro in aula parla di 140mila tonnellate di co2 risparmiate (“ossidi, idrocarburi e quant’altro..”). In realtà Report ha scoperto che non esisterebbe alcun studio scientifico che porta a queste conclusioni, secondo studi indipendenti la riduzione di co2 sarebbe molto meno.
Lo studio citato da Salvini sarebbe stato realizzato da un ingegnere che lavora come consulente per Eurolink (il consorzio che deve costruire il ponte), che nemmeno è un ricercatore esperto di inquinamento, ma un membro del Rotary e fa parte di una associazione civica che punta molto sulla costruzione del ponte di Messina. Nello studio infatti è riportato che “le note non hanno pretesa di scientificità”, anche perché alla base dello studio c’è l’assunto che i traghetti non circoleranno più.
Il ministro Salvini ha verificato le fonti di questo non studio? Ha verificato chi fosse l’ingegnere, consulente di Eurolink, dunque con un ruolo da lobbista (non indipendente)?

Mollica, come aveva raccontato Report nella scorsa puntata, è stato legato all’ex sottosegretario della Lega Siri, per dei convegni fatti passare per incontri tecnici.

Mollica era presente ad un convegno a Firenze, assieme all’ingegner Borri (membro del comitato scientifico): Mollica non ha preso bene la presenza del giornalista di Report e delle sue domande, definendolo “pennivendolo, poveraccio..”.
Le immagini sono pubbliche, ognuno si faccia la sua opinione.

Il consorzio che ha vinto l’appalto si chiama Eurolink, oggi guidato da Webuild di Salini: ha vinto l’appalto con un forte ribasso (16,9%), il governo Monti aveva poi chiuso il progetto.

Secondo il giornalista Meletti obiettivo era chiedere la penale, avendo vinto con quel ribasso: in primo grado il consorzio aveva perso la gara, ma alla fine lo spauracchio del contenzioso ha fatto scrivere al ministro Salvini una legge per riesumare il progetto. Un grande regalo al consorzio, secondo il presidente dell’Anac: Salini avrebbe avuto diversi incontri col ministro Salvini, anche prima che si fosse formato il governo Meloni.

La legge di Salvini, secondo l’avvocato Briguglio, è costruito attorno alla Salini: ad oggi il contenzioso non è stato ritirato dalla Webuild, si aspetta l’inizio dei lavori.

Per rispettare i tempi del progetto serviva presentare l’aggiornamento del progetto entro il 30 settembre: il deputato Bonelli lo ha chiesto al presidente Ciucci, ottenendo un diniego.

Risponde l’AD: “esiste un progetto approvato nel 2011 che rimane valido, stiamo lavorando per l’aggiornamento, è un aggiornamento articolato, prossimamente porteremo l’aggiornamento all’approvazione del Consiglio”.
Perché questo aggiornamento è così riservato, tanto da lasciare il parlamento all’oscuro? Perché siamo ancora nella fase in cui si sta ancora analizzando il documento, la risposta dell’AD.

Dopo lo scorso servizio di Report sul Ponte, Claudio Borri, membro del comitato scientifico del progetto Ponte sullo Stretto, aveva scritto a Ranucci, lamentandosi della mancanza di contraddittorio e dando una notizia a proposito della relazione di aggiornamento del progetto definitivo: la relazione esiste ed è corposa, ben 780 pagine, che Borri avrebbe mostrato in pubblico anche in più occasioni.
Ma poi quando il giornalista gli chiede di mostrare la relazione aggiornata, ha ottenuto un rifiuto, “non rilascio interviste”. Insomma la relazione è segreta e non può essere mostrata nemmeno ad un deputato della Repubblica, ma un consulente della commissione scientifica del Ponte può mostrarla in pubblico, ma non a Report?

Non so cosa Borri abbia scritto, se c’è un misundestanding, lui non può averla presentata in pubblico .. non vi siete intesi” la risposta di Ciucci.
Di fronte a questo atteggiamento poco chiaro, incalzare l’interlocutore (che ha un incarico pagato dallo Stato, da tutti noi) rischia di portare ad una denuncia per stalking, come Sgarbi poche settimane fa, anche Borri parla di stalking.

Quello della relazione di aggiornamento del progetto è un giallo: il precedente comitato scientifico aveva prescritto altre prove, come quelle per l’oscillazione del vento. Sono state fatte? Verranno fatte nel futuro? Come è stato approvato il progetto?

Il ponte di Messina avrà una campata unica da 3200 metri e prevede anche la ferrovia: sarà un caso unico al mondo, il che dovrebbe richiedere ulteriori controlli e maggiore trasparenza.
Trasparenza che oggi manca, vedendo le risposte ottenute dal povero Mottola.


Trasparenza che manca anche da parte del ministro Salvini: quanti posti di lavoro si creano col progetto? Per progetti analoghi si parla di qualche migliaio di addetti, altro che le centinaia di migliaia di posti promessi.

Il ministro poi, forse per la fretta di far ripartire i lavori, si è dimenticato di avvertire i sindaci impattati da questo progetto, Messina e Villa San Giovanni.

A Messina un intero quartiere verrà raso al suolo per far posto ad un pilone: nessuno ha avvisato gli abitanti del quartiere, parliamo di migliaia di persone.

Stesso discorso a Villa San Giovanni: decine di case su un borgo in collina saranno abbattute, come altre case sul lungomare.

Una villa dal valore di 1 ml di euro verrà abbattuta per far spazio ad una struttura per il lavaggio dei camion.

I costi del ponte sono saliti da 3 miliardi iniziali, ai 14 miliardi di euro indicati nel DEF: soldi presi dal fondo per la coesione del sud, per circa 2,3 miliardi.

Sulla base di quali dati si sono stanziati oggi i 12 miliardi? Salvini ha sempre parlato di 6 miliardi per il ponte, più 6 miliardi per le strade: la direttiva europea vieta un aumento del costo più del 50%, altrimenti la gara andrebbe annullata per infrazione delle leggi comunitarie.

Alla fine, quando saranno resi pubblici tutti i documenti, forse interverrà la magistratura a far valere le leggi.

Report si è occupata anche del tema dell’impatto ambientale del ponte, in particolare a Messina, dove i lavori saranno fatti in aree a protezione. Il progetto del 2011 si bloccò anche per le valutazioni di impatto ambientale: anche qui c’è un conflitto di interesse, chi valuterà l’impatto è un dirigente che lavora per il ministro dello sport, siamo sicuri che sarà imparziale?

IL NEMICO IN CASA di Emanuele Bellano

Report è il nemico in casa secondo il ministro Lollobrigida, che dovrebbe occuparsi di agricoltura e meno di giornalismo: si era infuriato per una puntata dello scorso anno sul vino, dove si parlava di pratiche vietate, dove si miscelava del vino da tavola con quello da vino. Si parlava anche dei prodotti chimici del vino, dell’invecchiamento simulato con trucioli di legno.

Report aveva denunciato l’uso del mosto rettificato per cambiare il grado zuccherino del vino,il anche con l’uso di lieviti prodotti da multinazionali.

Sono pratiche lecite, certo, ma sono pratiche usate, nessun desiderio di criminalizzare un settore, solo il desiderio di fare chiarezza su cosa contiene una bottiglia di vino.

Report è andato a Merano, dove si sono ritrovati viticoltori molto legati al territorio, diversamente dai produttori industriali.
Report ha intervistato Riccardo Cotarella, presidente di Assoenologi: anche lui non ha gradito il tono della scorsa puntata, l’uso della chimica è consentito, non sono pratiche vietate, riferendosi alla gelatina ad esempio.

Però, come risulta dal servizio di Report, la pratica di mettere trucioli di legno dentro il mosto, è reale, come anche tagliare un vino con altre qualità di uva.

Report ha riportato un caso dall’oltrepo’ pavese: vino che arriva da fuori dalla zona, dalla Puglia, per vendere poi nella grande distribuzione che fissa i parametri del vino che si deve vendere, quale ph, quale residuo zuccherino. Per questo motivo l’imbottigliatore compra vino in cisterna da produttori diversi, mescolati poi in una massa omogenea.

Secondo i documenti di Report questa pratica sarebbe stata usata dalla ditta di imbottigliamento Losito e Guarini, per produrre vino imbottigliato con etichette diverse, miscelati in una enorme cisterna. Per rendere il vino conforme alle specifiche della distribuzione si usa poi il mosto rettificato e di acqua.
Succede così che in una bottiglia di vino sia presente il 3% di acqua fino ad arrivare al 6%: la ditta contesta la ricostruzione di Report e aggiunge che sono fatti di anni fa.

Il film dell’orrore di cui parlava nell’intervista l’enologo Cotarella, forse non è solo un film.

Ci sono, e Report ne ha parlato nel servizio, viticoltori che rispettano la natura e anche il consumatore: come l’azienda Fontefico di Nicola ed Emanuele Altieri, hanno la fortuna di lavorare in Abruzzo in una terra molto fertile, non c’è bisogno di concimi chimici, ma solo batteri naturali.
Meno bottiglie, ma qui si produce un vino che è frutto di quella terra e del clima di quel momento (con conseguente cambiamento di gradazioni alcoliche): è un vino prodotto solo da quelle vigne in provincia di Chieti.

I produttori di vino industriale hanno bisogno di vino con la stessa gradazione alcolica: si deve allora intervenire chimicamente, per creare un vino standardizzato.

Lo racconta Piero Riccardi, che da anni analizza il cambiamento dell’industria del vino: si produce vino standardizzato, indipendentemente dal territorio da cui arriva.

La Esser ha un protocollo di vinificazione per produrre un vino dal sapore riconoscibile:

La standardizzazione non è solo in chi fa il vino, ma anche negli assaggiatori che dicono ‘questo vino è di questa doc..’, ci sono delle doc più blasonate dove dei colleghi che fanno vini naturali sono stati dichiarati fuori Doc, perché non erano riconosciuti conformi agli standard che la commissione di assaggio doveva rispettare.. è chiaro che se io assaggio dieci vini standard e tutti quanti hanno quei sentori lì, poi mi assaggio un Sauvignon che fa fuori standard, ma è Sauvignon, fermentato spontaneamente, quello viene dichiarato fuori norma”.

La standardizzazione chimica è nelle mani a poche aziende che poi vendono i loro prodotti ad aziende in Italia e in tutto il mondo: c’è il rischio di una standardizzazione del vino? No, secondo il presidente di Assoenologi Riccardo Cotarella “il lievito trasforma gli zuccheri in alcool, ci sono lieviti che estraggono dal mosto, dalla buccia sensazioni più forti ma non è che danno le loro sensazioni, agiscono in maniera diversa su quell’uva, estrapolando caratteri chge possono essere positivi o negativi. Sta all’enologo sapere quali valorizzare, ma non è che un lievito può dare un corpo e una personalità ad un vino, è l’uva che da personalità.”

Basta sfogliare il catalogo di una di queste industrie per capire cosa promettono alle aziende: come per esempio il 71B, sul catalogo dell’azienda sta scritto “produce di per sé una serie di sostanze aromatiche [..] che conferiscono al vino un gradevole aroma di frutta fresca, per questo motivo 71B viene consigliato per ottenere vini giovani e di pronta beva e per tutte quelle varietà carenti di sostanze aromatiche proprie o prive di una loro personalità” – è sempre Riccardi a spiegare al giornalista di Report “non ha un’uva che hai dovuto coltivare per produrre qualcosa di quel vigneto, di quella terra, con quel clima, non hai personalità, non ha importanza..”

I sapori fruttati derivano dunque dalla chimica: un ex cantiniere ha riportato a Report la sua testimonianza di anni di lavoro nelle cantine in Veneto, dove per inseguire i gusti dei clienti si usa la chimica, il mosto rettificato, si aggiunge uva marcia per dare colore.

Secondo il cantiniere sarebbe stato l’enologo della cantina a dare le indicazioni ai produttori, come per esempio quali lieviti usare.
Pesticidi e antiparassitari uccidono i lieviti sulla buccia, così alcuni produttori usano lieviti artificiali.

Ma non fa così Nevio Scala nella sua cantina: hanno eliminato diserbanti, prodotti sistemici, la terra ha dentro i lombrichi, come quella ereditata dai genitori.

L’uva di Scala non contiene pesticidi, usano le erbe come Tarassaco e Trifogli per combattere le malattie delle viti, la peroospera, i funghi, tutto per conservare la biodiversità nei terreni e produrre un vino senza pesticidi.

Pesticidi che poi troviamo nel bicchiere.

Meglio produrre in modo naturale, poche bottiglie ma buone.

BIANCO CANNONE di Antonella Cignarale

I cambiamenti climatici costringono i gestori degli impianti a dover adeguarsi: A Gressoney raccolgono la neve che viene conservata e riutilizzata al 70% l’anno successivo, per un costo da 15 mila euro l’anno. Anche ai piedi del Cervino si segue la pratica dello snow farming per una gara di coppa del mondo: a Cervinia si sono inventati una gara transfrontaliera con la Svizzera, ma in questi due anni la gara è saltata, perché mancava la neve e per il vento.

Si dovrebbe organizzare le gare nei momenti in cui c’è neve, per esempio a fine stagione, come propone la campionessa Federica Brigone.

Perché la neve è diventata merce preziosa per gli impianti sciistici, perno del turismo in montagna: senza neve si deve usare quella artificiale, in un processo che ha bisogno di acqua, di temperature giuste, tutto regolato da un software.
La neve programmata è il business dell’azienda alto atesina Technoalpin: producono neve anche con 10-15 gradi, ma il loro cannone si sa adattare a tutte le temperature, producendo 100 metri cubi di neve all’ora, con neve di tutte le qualità, diversa a seconda che sia per le gare o per i turisti.

Oramai la neve dal cielo scende sempre meno, mentre le vacanze di Natale non possono aspettare la neve: chi lavora col turismo in montagna deve poter programmare l’apertura delle piste, essere pronto per l’arrivo dei turisti e degli appassionati.
Senza neve artificiale la stagione sciistica sarebbe compromessa: la neve programmata contiene più acqua e dunque risulta anche più resistente rispetto a quella naturale.

Occorre però una grande quantità di acqua, che sul Monte Rosa viene presa dal fiume Sesia, per circa il 10% del flusso.

I gestori degli impianti pagano poco per quest’acqua, circa 1000 euro per il comprensorio Monterosa 2000, che ha un fatturato invernale di 4 ml di euro.

Per fare a meno della neve artificiale bisognerebbe cambiare le abitudini dei turisti: chi rischia grosso sono le località sciistiche a media quote, senza neve rischiano di spopolarsi.

Altrimenti si deve diversificare il turismo e la pratica dell’innevamento tecnico non è sostenibile (l’acqua è un bene sempre più scarso), costa e non si può usare a basse quote.