Visualizzazione post con etichetta Bruno Arpaia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bruno Arpaia. Mostra tutti i post

28 marzo 2020

Il fantasma dei fatti di Bruno Arpaia



Incipit

Lac Grand, Québec, Canada, 3 settembre 1978 
Quando ci ha aperto, il Greco non ha mosso un muscolo.È rimasto piantato sulla porta, con la mano appoggiata alla maniglia, la pipa che gli pendeva dalle labbra, a scandagliarci da dietro le sue lenti con la montatura spessa, fuori moda, come non ne vedevo da anni e anni, finché non ha increspato gli angoli della bocca. 
« Vi hanno mandato loro? » ha chiesto. 
No, anzi, non è esatto. La verità è che non so nemmeno come pronunciarla, quella sua prima frase: punto interrogativo oppure no? Per quasi tutti, sarebbe stata una semplice domanda, però, per lui, molto probabilmente non lo era. Aveva già capito. Forse non fino in fondo, non proprio tutto tutto, ma aveva già capito. 
« Vi hanno mandato loro. » 
George è rimasto fermo, io ho annuito. Cosa potevo fare? Poi George gli ha detto i nostri nomi, gli ha detto che eravamo dell’Agenzia e infine gli ha spiegato che volevamo soltanto fare quattro chiacchiere prima che fosse interrogato dalla Commissione. Stavolta è stato lui ad annuire. 
« D’accordo, entrate. »

Avevo molto apprezzato uno dei precedenti romanzi, “Il passato davanti a noi”, la storia di una generazione di ragazzi del sud nei primi anni settanta, la passione politica, le lotte, i timori di una svolta autoritaria e poi gli sconti di piazza. Gli anni settanta non sono stati solo anni di piombo, ma anni di lotta politica in cui si era convinti di poter cambiare il mondo.
Quel libro era il tentativo, secondo me riuscito, di spiegare ad una generazione, quella di chi è nato dopo, le passioni di quell'epoca.
L'Italia che avrebbe potuto essere (più aperta, democratica) e che non è stata

In questo libro ho trovato la stessa scintilla: raccontare dell'Italia dei primi anni sessanta che è stata ad un passo dal compiere una svolta epocale, diventare un paese all'avanguardia nella ricerca scientifica, nella ricerca medica, nella chimica, nel campo energetico e, perfino, nell'ambito dell'informatica dei primordi.
Bruno Arpaia, partendo da fatti reali, storie di personaggi veri, racconta della rivoluzione che stava compiendo l'Olivetti di Adriano Olivetti e del fisico Mario Tchou che aveva progettato e realizzato un calcolatore, l'Elea 9003, che era perfino più avanzato del concorrente dell'americana IBM.
Negli anni tra il 1957 e i primi 1961 stavano per raggiungere una indipendenza tecnologica che però era temuta dagli USA e non pienamente compresa dalla politica italiana, che infatti lasciò solo Olivetti, isolato da Confindustria (“un neo da estirpare” lo considerava Vittorio Valletta) e perfino dai sindacati che lo consideravano troppo paternalista come imprenditore.
La morte di Tchou è il primo mistero di questa storia: il fisico italo cinese morì in un incidente d'auto, il 9 novembre del 1961. L'Olivetti viene presa da un consorzio con Fiat, Pirelli, Mediobanca, e la divisione elettronica, così all'avanguardia, vendita alla General Electric.

Della fine di Enrico Mattei oggi sappiamo tante cose: morto in un incidente aereo a seguito di un attentato provocato da una carica di esplosivo mentre stava per arrivare in aereo a Milano da Catania il 27 ottobre 1962.
Esplosivo piazzato da uno dei suoi tanti nemici: nemici esterni come le sette sorelle, gli inglesi, l'OAS e il governo francese (per il suo appoggio al movimento di liberazione algerino). Ma anche i tanti nemici interni: gli industriali del privato e la solita Confindustria, difensori delle rendite di posizione dei soliti nomi (Edison, Montecatini, Sade..), il Sifar, i partiti italiani e i loro capi corrente (che Mattei usava come un taxi).
Cefis, forse, il suo numero due che qualche mese prima aveva allontanato e che, in molti, considerano il vero fondatore della Loggia P2, la loggia massonica al centro di tanti misteri italiani-
Mattei voleva rendere l'Italia un paese libero dal punto di vista energetico, per dare agli italiani e alle imprese quella libertà che avrebbe dato un ulteriore impulso alla crescita del paese.
Si era fatto tanti nemici: ma chi ha piazzato la bomba?

Felice Ippolito era, nel 1964, il segretario del CNEN, il comitato per l'energia nucleare italiano: uno degli scienziati italiani che, in quegli anni, vedevano lungo: il suo pallino era il nucleare per uso civile, che avrebbe dovuto prendere il posto di carbone e petrolio.
Per le sue ricerche servivano fondi, l'appoggio della politica che avrebbe dovuto garantire l'indipendenza di questo centro di ricerca.
Fu anche lui osteggiato, nella sua battaglia contro le aziende private dell'elettico, che Ippolito consideva peggio dei tabaccai, perché operavano in un regime di semi monopolio, senza creare una vera concorrenza energetica.
Nel 1960 il governo mette la firma sull'atto che fa nascere questo ente, il CNEN, viene realizzata la prima centrale nucleare, ma gli attacchi al suo lavoro non smettono.
Dal giornale degli industriali, Il sole 24 ore, da Il Tempo e dai comunisti: Ippolito come Mattei viene accusato di sperperare tanti soldi pubblici.
Fino all'arresto, che segna la fine della sua carriera scientifica, 3 marzo 1964.
Fine del miraggio dell'indipendenza energetica italiana, fine anche di un'idea di politica energetica in mano al pubblico (erano gli anni della nazionalizzazione dell'energia, una cosa che secondo gli industriali italiani puzzava di sovietizzazione).

Domenico Marotta è stato uno dei fondatori dell'Istituto Superiore della Sanità, una padre della ricerca medica in Italia: anche la sua carriera viene interrotta da un arresto e da un processo, il 8 aprile del 1964 (poco dopo l'arresto di Ippolito).
Anche per lui l'accusa fu quella di aver usato in modo disinvolto i soldi pubblici che gli erano affidati, accuse arrivate da giornali, utili idioti in una battaglia contro il governo DC, ma attacchi arrivarono anche dal giornale di Saragat.

In due o tre anni, dalla fine di Mario Tchou, agli arresti di Ippolito e Marotta, 
“ogni tentativo di autonomia scientifica ed energetica dell'Italia è stato frustrato. Genetica, biologia molecolare, elettronica fisica nucleare: tutto azzerato, a vantaggio di altri, di paesi più potenti.”

Scrive Bruno Arpaia:
E' infatti in quel brevissimo lasso di tempo, a cavallo fra la morte di Mario Tchou e l'arresto di Domenico Marotta, che l'Italia unica tra i paesi industrializzati, sceglie un «modello di sviluppo senza ricerca», fondato sui prodotti a bassa o media tecnologia (tessuti, mobili, scarpe, vestiti, frigoriferi, lavatrici, automobili, cibo..) in cui le innovazioni più avanzate vengono semplicemente importate dall'estero. Made in Italy. Ma nell'attuale «società della conoscenza», fondata sulla scienza e sui quel tipo di tecnologia che, a detta di Luciano Gallino «incorpora volumi senza fine crescenti di Conoscenza scientifica», i limiti di quel modello sono venuti pian piano a galla e il nostro paese si è avviato da parecchi anni verso un declino di cui sembra più sempre di più difficile risalire. Insomma, checché se ne dica oggi, il nostro declino, il nostro tasso di crescita molto inferiore a quello degli altri paesi, viene da lontano, dagli inizi degli anni 60. Da allora, niente ricerca hi-tech, niente innovazione, sempre più scarsa istruzione media e universitaria.

Il declino industriale e scientifico (di cui oggi paghiamo il prezzo) è nato negli anni sessanta. E' stato solo un caso, oppure dietro queste storie c'è stata la lunga manus di qualcuno?
Sappiamo che tutti questi personaggi avevano molti nemici, nel nostro stesso paese: l'industria privata, la politica che non vedeva di buon occhio una certa indipendenza industriale o nella ricerca, i servizi segreti.
O forse c'è dell'altro?
Forse l'ingerenza americana, che considerava l'Italia terra di confine tra est ed ovest, un paese che la Cia considerava come un laboratorio dove sperimentare i suoi protocolli di controllo dell'opinione pubblica, di manipolazione dell'informazione, tutto per tener ben saldo l'equilibrio politico, con la DC al governo e i partiti di centro, tenendo i socialisti e i comunisti fuori dalle stanze dei bottoni.

Qui la storia ufficiale si mescola con la fiction, con quella ricostruzione della storia che solo uno scrittore può fare, facendo ricorso alla sua fantasia, per ricostruire i pezzi mancanti della storia.
Il fantasma dei fatti, a cui dare la caccia, per dare un senso alla mancata emancipazione (scientifica ed energetica) del paese è quello di Thomas Karamessines, direttore delle Covert Operation della CIA, morto ufficialmente per un infarto pochi giorni prima di deporre di fronte alla Commissione della Camera sugli omicidi di Kennedy e di King.
Nel 1942 nell'OSS, il servizio segreto americano creato durante la seconda guerra mondiale, padre della CIA; in Egitto a fianco dei cugini dell'MI6 nel 43, in Grecia alla fine della guerra per “gestire” la guerra civile contro i comunisti. Poi lo scioglimento del servizio, a fine guerra, perché l'OSS non lo voleva nessuno, né l'FBI né l'esercito, nel 45.
Infine, con la guerra fredda, la creazione della CIA, con l'approvazione del National Security Act nel settembre 1947: c'erano i russi là fuori, c'era il timore che i russi estendessero la loro influenza anche su alcuni paesi “amici” in occidente, come Italia.
Ecco, il primo atto del nuovo servizio, che aveva mandato di eseguire operazioni clandestine all'estero: le elezioni politiche in Italia del 1948.
“L'Italia fu il laboratorio della Cia durante la guerra fredda” scrisse Tim Werner nel suo libro sull'agenzia: soldi ai partiti politici di centro, sottobanco o tramite il Sifar, il nostro servizio segreto, di fatto una dependance di quello americano e dell'ambasciata a Roma.
Soldi alla DC, ai giornali in funzione anticomunista e antisocialista, soldi anche ai groppuscoli di ex fascisti per operazioni sporche, soldi anche alle imprese private. Solo per le elezioni del 1948 arrivano in Italia 10 milioni di dollari.
Operazione Demagnetize – un piano segreto di cui il Parlamento non era informato e nemmeno tutti i ministri: stroncare i comunisti, discriminare le aziende che li assumevano, costringendoli a licenziarsi, far fallire le cooperative rosse, creare scandali sui dirigenti PCI, il tutto nell'ambito del progetto “Stay Behind” Nato...

Karamessines arrivò in Italia, come capo stazione Cia nel 1958 e vi restò fino al 1963, per poi tornare a Washington come vice direttore delle operazioni coperte, le “lo shit department”, dove gestì operazioni di disinformazione come quella sul Vietnam, la cattura di Che Guerava in Bolivia (consegnato dai Russi, perché il Che era un problema anche per loro?); i piani per uccidere Castro; la destabilizzazione del Cile dopo le elezioni del '70 vinte da Allende.
Il presidente Nixon considerava Allende “un figlio di puttana” di cui sbarazzarsi, non poteva essere un governo socialista nel giardino di casa degli Stati Uniti.
E non solo:
Quello che lo spaventava davvero era il messaggio che dal Cile poteva arrivare agli elettori italiani … Era l'Italia che lo terrorizzava ..

Il Cile fu il primo punto di attrito della sua carriera (e di quella del suo capo, Richard Helms), il Watergate il secondo: attrito con Nixon che voleva a tutti i costi la pelle di Allende e che, dopo il Watergate, voleva che fosse la Cia a prendersi la colpa di tutto (nascondendo così il vero scandalo, l'uso di fondi neri provenienti dal comitato per la rielezione per le operazioni sporche compiute durante la campagna presidenziale).
In trent'anni all'Agenzia, mai avute tante pressioni da parte della Casa Bianca, nemmeno durante la crisi dei missili a Cuba..

Infine le dimissioni dal servizio, nel 1972.
Tutte queste cose le sappiamo attraverso il racconto che ci fa, nell'immaginazione dell'autore, Tom K. stesso, nel 1978, nel suo ritiro sul lago Lac Grand, quando pochi giorni prima di deporre di fronte alla commissione della Camera sugli omicidi Kennedy e King, riceve la visita di due agenti della CIA.
La ricostruzione della vita di Tom K., per scriverci poi un libro, diventa un'ossessione per Arpaia: in giro oggi si trovano poche informazioni e pochi libri che parlano di questa persona (tra cui quelli della biblioteca dell'amico Giuseppe D'Avanzo, il giornalista di Repubblica morto nel 2011).

Forse avrei potuto, da un lato, raccontare le mi ricerche ed evidenziare i «fatti», e dall'altro, raccontare l'ultimo giorno di vita di Tom K, immaginando liberamente proprio a partire di quei «fatti» e cercando di seguirne il senso, di mettere in scena il fantasma dei fatti, come avrebbe detto Leonardo Sciascia. Sì, forse c'ero.

Ed ecco così, che alternate alle pagine dei «fatti», rivediamo la nostra storia come fosse un film attraverso i ricordi di Thomas Karamessines: lo scontro all'interno dell'amministrazione americana per le aperture verso un governo di centro sinistra in Italia (nei primi anni sessanta), l'ambiguità dell'amministrazione Kennedy in proposito (Kennedy stesso era circondato da collaboratori contrari a questa apertura), il Piano Solo del generale De Lorenzo (e il dossieraggio dei nemici a sinistra), i ricatti all'interno della DC, divisa in correnti l'una contro l'altra.

Rileggiamo i fatti di quegli anni secondo una nuova luce: la fine dell'esperimento di un governo di centro sinistra capace di fare quelle riforme necessarie per svecchiare il nostro paese, la nazionalizzazione dell'energia, il “tintinnar di sciabole” nel 1964.
La misteriosa fine di Enrico Mattei, di cui ancora non sappiamo il responsabile: la sua politica energetica viene qui riletta dal punto di vista politico. Dialogare coi paesi ex colonie, da trattare alla pari, andare oltre alla vecchia politica coloniale (che ancora l'Inghilterra portava avanti in Medio Oriente), aprire nuovi ponti verso l'Africa, verso l'est, perfino con la Russia.
Chissà, forse l'Italia avrebbe potuto essere per gli Stati Uniti quel partner politico , quell'alleato “così a lungo cercato” per portare avanti una nuova politica nel mondo (sono le parole di George Ball, sottosegretario di Stato dell'amministrazione Kennedy).
Un'Italia che stava acquisendo un forte riconoscimento come potenza internazionale?

Per questo che è stato ucciso, Mattei? Come Mario Tchou, come Ippolito, come Marotta, andava fermato perché l'Italia non poteva permettersi questa autonomia.
E i nemici di Mattei non stavano solo oltre oceano, si trovavano anche qui in Italia, troppo potente, troppo ingombrante, troppo autonomo dai partiti.

“Le uniche storie che val la pena raccontare son quelle che non possono essere raccontate” scrive Javier Cercas.
E questa storia, un po' romanzo, un po' spy story, quella di Tom K., dell'ingerenza americana, dell'Italia che avrebbe potuto essere (potenza economica, all'avanguardia nella ricerca scientifica) e che non è stata, è una di queste.
Avvincente come un thriller o una spy story, preciso nelle ricostruzioni dei fatti come un saggio storico, questo romanzo colma una vuoto della nostra storia che merita di essere riportato in luce, anche per spiegare agli italiani di oggi come siamo arrivati alla situazione in qui siamo.
Un paese dove la ricerca scientifica viene rivalutata solo ora per colpa dell'emergenza del virus, di un capitalismo senza capitali che porta avanti uno sviluppo senza ricerca; un paese che ancora dipende da petrolio e carbone (e dove il nucleare “pulito” è naufragato tanti anni fa), un paese di scandali e di ricatti, dove vige lo scetticismo verso le istituzioni (“chissà cosa non ci raccontano”), le teorie di complotto. Un paese ancora immaturo, insomma.

La scheda del libro sul sito dell'editore Guanda e il pdf del primo capitolo.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

24 marzo 2020

Il declino industriale italiano

Come siamo arrivati a questo, al declino industriale, alla perdita di posizioni nella ricerca scientifica, all'essere una nazione con un'industria manufatturiera senza ricerca e sviluppo?
E' una storia che parte da lontano, come il nostro declino, precisamente dall'inizio degli anni sessanta, quando il paese avrebbe potuto risorgere pienamente (dal punto di vista della ricerca sul nucleare, sull'informatica, sulle scienze medicali, sulla chimica): il romanzo di Bruno Arpaia parte dalla storia di tre italiani, poco noti ai più, che col loro lavoro volevano dare al nostro paese quell'autonomia industriale, tecnologica che ci avrebbe reso una nazione più forte.
Si tratta del pioniere dell'informatica Mario Tchou, dei ricercatori Felice Ippolito e Domenico Marotta.
E poi Enrico Mattei, presidente dell'Eni, morto a seguito dell'attentato sul suo aereo personale, nell'ottobre 1962.
Resta il fatto che, nel giro di soli due o tre anni, ogni tentativo di autonomia scientifica ed energetica dell'Italia è stato frustrato. Genetica, biologia molecolare, elettronica fisica nucleare: tutto azzerato, a vantaggio di altri, di paesi più potenti. E a questi settori andrebbe aggiunta anche la chimica, che aveva visto il nostro predominio nel campo delle materie plastiche con i brevetti e il Nobel di Giulio Natta.Invece proprio in quegli anni, in Montedison le scelte del nuovo Management imposto da Enrico cuccia e Giorgio Valerio gettano le basi per una crisi verticale della nostra industria chimica. Ha ragione Edoardo Amaldi: per l'Italia è una sconfitta grave quanto quella di Caporetto. 
E' infatti in quel brevissimo lasso di tempo, a cavallo fra la morte di Mario Tchou e l'arresto di Domenico Marotta, che l'Italia unica tra i paesi industrializzati, sceglie un «modello di sviluppo senza ricerca», fondato sui prodotti a bassa o media tecnologia (tessuti, mobili, scarpe, vestiti, frigoriferi, lavatrici, automobili, cibo..) in cui le innovazioni più avanzate vengono semplicemente importate dall'estero. Made in Italy. Ma nell'attuale «società della conoscenza», fondata sulla scienza e sui quel tipo di tecnologia che, a detta di Luciano Gallino «incorpora volumi senza fine crescenti di Conoscenza scientifica», i limiti di quel modello sono venuti pian piano a galla e il nostro paese si è avviato da parecchi anni verso un declino di cui sembra più sempre di più difficile risalire. Insomma, checché se ne dica oggi, il nostro declino, il nostro tasso di crescita molto inferiore a quello degli altri paesi, viene da lontano, dagli inizi degli anni 60. Da allora, niente ricerca hi-tech, niente innovazione, sempre più scarsa istruzione media e universitaria. 
Difficile competere con nazioni che hanno il 65% di laureati contro il nostro 19%. Difficile stare al passo di chi investe in ricerca almeno il triplo o il quadruplo dell'Italia. Eppure nel dopoguerra il livello delle capacità scientifiche e tecnologiche del nostro paese era fra i più alti in Europa e nel mondo. Qualcosa in quei due o tre anni cruciali, in quel turning-point della nostra storia, è andato decisamente storto. Colpa del caso, del «destino cinico e baro», come avrebbe detto Giuseppe Saragat, oppure Pietro Greco faceva bene a sospettare che dietro quegli eventi, apparentemente isolati, ci fossero un piano, un ordine, una ragione? Magari una lunghissima mano americana? mMagari la mano di Thomas Hercules Karamessines?Da Il fantasma dei fatti - Bruno Arpaia Guanda Editore

Chi erano Mario Tchou, Felice Ippolito e Domenico Marotta (Enrico Mattei non dovrebbe aver bisogno di presentazioni)?
Cosa avrebbero potuto fare per il nostro paese?
E, poi, il fantasma che aleggia su tutte queste storie, Thomas K, Thom il greco. Chi era? Qual è stata l'influenza americana sulla nostra storia?
Buona investigazione, col libro di Bruno Arpaia.

11 gennaio 2015

Parco delle culture – presentazione di Un inverno color noir

Presso villa Tittoni a Desio, la cooperativa Stripes ha organizzato la presentazione della raccolta noir “Un inverno color noir” (Guanda). L'evento è una delle iniziative letterarie nella cornice del Parco delle culture: ieri, assieme a Alessandra Casella, si è parlato di letteratura noir, del duro mestiere dello scrittore, del vizio di etichettare il genere.
Ospiti tre degli autori della raccolta, curata da Marco Vichi: Bruno Arpaia, Elisabetta Bucciarelli e Gianni Biondillo.

La prima domanda ai tre autori è stata sul come è avvenuto l'invito per la raccolta. Diversamente da quanti si pensi, scrivere un racconto è molto più difficile che non un romanzo. Ancora più difficile scrivere un racconto su chiamata, visto che un autore vero non è una macchina a gettone (la battuta è della Casella).
Bruno Arpaia, che non si definisce autore noir, ha accettato la proposta perché gli serviva (il racconto) per mettere in luce alcuni lati del suo personaggio, il commissario Alberto Malinconico.
L'ex militante della sinistra extraparlamentare che, per trovare un lavoro, ha fatto il concorso da commissario di polizia. Per vincerlo.
È il protagonista del bellissimo romanzo “Il passato davanti a noi” che poi abbiamo ritrovato in “Prima della battaglia”. Preludio di un cambiamento nella vita di Malinconico.
In questo racconto ritroviamo il protagonista reduce dalle festività natalizie che detesta con tutto il cuore.

Biondillo ha risposto a Vichi così “non lo voglio fare”. Ha cercato in tutte le maniere di non farlo questo racconto, rimandando la firma del contratto.
Gianni è uno scrittore che contesta tutti i cliché sulla scrittura: non esistono più scrittori che si alzano alla mattina per vedere il tramonto, e avere così una ispirazione.
Scrivere un racconto è più complicato che non scrivere un romanzo: a questo aggiungiamo la cortese antipatia Biondillo Vichi. Quest'ultimo ha aspettato 12 anni per essere pubblicato e per ripicca aspetterà 12 anni prima di leggere un romanzo di Biondillo.
Non mi sembrava un'idea originale quella del racconto – ha spiegato Biondillo. Che alla fine ha visto la luce.

Bucciarelli:
“Buccia, mi scrivi un romanzo?”
“Perché, vuoi una quota rosa nella tua raccolta?”
“No, tu arrivi seconda ai premi mentre io sono primo, e così mi stai simpatica ...
“Mi fai un'indagine con la Vergani?”

Questo è stato più o meno il dialogo tra Vichi e la scrittrice milanese.
Diversamente da quanto pensa Biondillo, per Elisabetta l'idea di confrontarsi con un racconto, col tuo personaggio dentro, è una sfida, e questo è qualcosa di originale.

La semplicità nella scrittura dei tre ospiti.
Arpaia: Alberto Malinconico è uno dei reduci degli anni '70 che poi hanno vissuto gli anni 80 come quei personaggi dei cartoni che respirano sott'acqua grazie all'aiuto di una canna.
Reduci non sconfitti: il libro “Il passato davanti a noi” è il racconto di questa generazione e i successivi sono una prosecuzione della sua storia “con altri mezzi”.

Biondillo su Michele Ferraro, ispettore: Ferraro è uno che non vorrebbe fare niente, passare le giornate in poltrona a vedere la TV. È uno che si tratta male e che si vuole male: è uno che, come gli ha rinfacciato il suo capo al commissariato, ha sempre la valigia in mano, come se dovesse andar via.
Peccato che non ha progetti per la sua vita.
Perché si raccontano certe storie? “c'è sempre qualcuno che racconta chi arriva primo, a me interessano le storie di chi arriva ultimo”.
La letteratura sta ai margini della società, non è più al centro dell'attenzione: questa scrittura, delle periferie, degli ultimi, permette di conoscere le storie di questi ultimi.
In questo modo si riesce a dare eternità a storie che sarebbero perdute.

Bucciarelli: la Vergani è una che si arrabbia, per le cose che non funzionano e per cui non si riesce a dare giustizia. Come i delitti contro le donne, di cui lei prima di altri ha parlato nei suoi romanzi.
Ora il suo occhio inizia a guardare la sua vita: è tempo di bilanci e deve capire la può aiutare.
Per questo la scelta della natura, del trasferirsi da Milano verso la Val D'Aosta, raccontata in “Dritto al cuore”. La montagna, il passo verticale. E anche la magia, il “noirismo magico” per usare la formula inventata da Alessandra Casella.
Generalmente Elisabetta non chiude i romanzi, li lascia aperti: il racconto che troviamo nella raccolta di Guanda è la continuazione di “Dritto al cuore” con un finale ben chiaro.

Tutti e tre gli autori hanno scritto romanzi gialli (Arpaia - Malinconico, Bucciarelli – Vergani e Biondillo – Ferraro): ma hanno anche scritto altro. Romanzi sull'Africa, sulla scrittura, su una generazione.

Biondillo: “tutti mi chiedono ma quando torna l'ispettore Ferraro?”.
Anche Marco (Vichi) mi ha chiesto un racconto con dentro la vita privata di Ferraro e, per ripicca, ho messo come protagonista la ex moglie di Michele, Francesca.
È un racconto che va avanti e indietro nel tempo: nel tempo presente c'è Francesca alle prese col primo concerto cui vuole assistere la figlia. La paura, in questo racconto, è quella della vita quotidiana.
Scrivere di Ferraro mi è complicato perché so che dietro ci sono tanti argomenti che bussano: le periferie, gli integralismi (come ne “Nelle mani di Dio”).
Anche il prossimo romanzo, che ha in mente da cinque anni, avrà come protagonista Ferraro: non gli mancano le idee, quello che ancora manca è la voce, la scrittura. Una cosa da non farlo dormire la notte.
Perché Biondillo, come Arpaia, come Bucciarelli (e altri scrittori) non è uno che scrive in modo seriale, propinando al lettore la stessa minestra con gli stessi ingredienti.


Bianco come la neve, nero come il delitto: è l’inverno in cui s’inoltrano dieci fra i migliori autori noir italiani (Arpaia, Varesi, Biondillo, Cocco, Bucciarelli, Gori, Fois, Gardella, Fazioli, Vichi) mettendo in campo i loro personaggi più amati, dall’ispettore Ferraro al commissario Bordelli, dal commissario Soneri all’ispettrice Vergani. Tra fitte nebbie e pianure brulle sembra quasi inevitabile inciampare sulla scena di un crimine: nel freddo di una stazione ferroviaria, nella piazza deserta di un paese o nelle vicinanze di un campo da calcio. C’è chi deve affrontare la scomparsa di una figlia in una concitata notte di neve e chi «semplicemente» un incontro con il padre per la visita al cimitero del due novembre. Per tutti è difficile godersi le feste: una passeggiata al santuario per l’Immacolata si trasforma in un caso poliziesco; il giorno di Natale ti può toccare di far da guardia del corpo a un banchiere che causa una rissa all’ospizio; per non dire della notte di Capodanno, in cui un vecchio nemico può ricomparire dopo tanti anni solo per rovinarti la serata...Perché la stagione del freddo è anche quella dei ricordi, il tempo che ci costringe a fare i conti con i misteri grandi di quando si era bambini, con quelli pericolosi che hanno rischiato di costarci l’anima da adulti. È il tempo giusto per raccontarsi storie, mentre le notti si allungano e il buio s’infittisce, appena prima dell’alba. 





11 febbraio 2014

Prima della battaglia di Bruno Arpaia

Prima della battaglia: Un'indagine del commissario Malinconico

Incipit del romanzo:
Alle cinque del mattino, dovevo ancora scrivere il maledetto rapporto. Oltre il vetro della finestra, nel vuoto tra i due palazzi di fronte, la linea dell’orizzonte cominciava a schiarirsi, svelando i profili dei container e delle gru addormentate sul porto,
Prima della battaglia è un racconto di passaggio, da un prima e un dopo del personaggio Alberto Malinconico. Lo avevamo lasciato a riflettere amaramente sul cosa sono stati gli anni '70, nel bel libro “Il passato davanti a noi”, e ora ce lo ritroviamo commissario di polizia a Napoli, a metà anni '80. Attraverso gli occhi dello studente e militante di Avanguardia Operaia, abbiamo visto scorrere gli anni della rivoluzione mancata, dei tentativi di golpe, della violenza in piazza che cresce, passando dalle spranghe alle pistole. Gli anni di piombo e del partito armato, del compromesso storico e della chiusura del PCI ai movimenti: ma non solo questo: “però quegli anni si ricordano come anni di sangue, punto e basta. Come se, per vedere quanto è fresco il pesce, si guardasse la coda e non gli occhi e le branchie. Come se fosse solo nostra la colpa di quei morti nelle piazze ...”.

Nell'oggi del romanzo, Alberto Malinconico è un commissario di polizia quasi per caso:
“potrà sembrare poco credibile, ma io, da giovane, non avrei mai immaginato di diventare commissario di polizia. Avevo altri progetti, allora. Erano gli anni Settanta, gli anni dei movimenti, della politica”.
Un lavoro come un altro “mi ero avvolto nella routine di ogni giorno come in una coperta, badando soprattutto a non dare mai troppo nell’occhio”.

Con qualche capello bianco in testa, deve fare i conti con una vita da cui sembra nascondersi, non prendere troppe responsabilità. Forse anche perché quelli della sua generazione, sono diventati adulti troppo in fretta.
Il rapporto con Lidia, la compagna, va avanti come fosse routine, tra un incontro e un altro: niente figli, niente matrimonio, solo il desiderio di non rimanere soli troppo a lungo. Un rapporto da cui è semplice uscire per trovare la propria solitudine.
«Con te è una guerra continua: passi la vita a difenderti dalla vita, non vuoi mai prenderti responsabilità...»

Il destino, lo porta a fare i conti col suo primo morto: uno scrittore che è rimasto ucciso in un incidente stradale, Rispoli. Un camion ha investito la sua macchina, forse per un colpo di sonno dell'autista.
"Era una seccatura. Per questo, tra i funzionari di servizio, avevano mandato proprio me... Per terra, sotto un lenzuolo bianco che avevo appena fatto finta di sollevare, c'era il cadavere di un uomo. Il mio primo morto."
Ma ci sono delle contraddizioni in questa facile ricostruzione: prima di tutto due testimonianze che dicono come l'autista abbia invaso la corsia di colpo, per colpire la macchina e proseguire come se nulla fosse successo.
E poi c'è lo scrittore: sposato con una bellissima donna peruviana, Micaela, stava scrivendo un libro la cui trama suona come rivelatrice del suo destino. Andrea Rispoli stava indagando sul mondo dello spaccio e del traffico della droga, per trovare materiale per il suo libro. Il cui protagonista veniva appunto ucciso in un incidente di macchine dalle molte analogie.

Un caso?
Alberto non sa bene perché, ma sa che deve indagare.
Ma prima che possa trovare dei riscontri alla pista della droga, arriva l'ordine dall'alto di partire per il Messico. De Rosa, un boss della Camorra è scappato, non senza qualche ovvia complicità interna, dal carcere. Siamo nel 1986 e Napoli è scossa dalla guerra tra cutoliani e nuova camorra organizzata:
Venivamo da un lungo e spietato conflitto tra la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, «’o professore» di Ottaviano, e la Nuova Famiglia di Zaza, Gionta, Nuvoletta, Bardellino, Alfieri, Galasso e Ammaturo.
Alberto deve seguire una pista dell'Interpol secondo cui De Rosa sarebbe stato visto in una isoletta del Messico.
La partenza segna anche la rottura del suo rapporto con Lidia, che gli rinfaccia il suo voler pensare solo a se stesso.

Ma sarà l'esperienza in Messico, tra funzionari dell'interpol messicana, turiste francesi con la passione dei riti Maya, viaggiando tra Ciudad del Messico e la capitale, che segnerà nel profondo il commissario (e uomo) Malinconico.
È la scoperta che il confine tra la camorra e lo stato per cui lui lavoro è molto labile, un confine poroso dove camorra e istituzioni possono farsi reciprocamente dei servizi o dei favori. A patto che la facciata della cosa sia linda e che il torbido non esca mai fuori.
Risvegliandolo dal suo torpore e dalle sue disillusioni, dandogli gli stimoli giusti per ricominciare:
“Era una notte tranquilla. Come una pianura prima della battaglia”.

Prima della battaglia è un romanzo con venature noir, dove protagonista è un uomo in un passaggio importante della sua vita, dal punto di vista personale e professionale. Ma sullo sfondo come coprotagonista rimane Napoli, la città bella da cui tutti vogliono scappare. Bella con le sue sporcizie che nemmeno la pioggia che batte riesce a pulire. Anche perché ci sono macchie che non si possono lavare perché dentro il tessuto della gente: la camorra e i suoi rapporti con la politica, la droga coi suoi morti e con la ricchezza che portava dentro le tasche di personaggi loschi. Una città colorata e grigia allo stesso tempo, bella ma ingiusta.

Su Milano mentelocale trovate un estratto del libro:
Non parlammo per tutto il tragitto. Le luci della città apparivano come lunghe scie sul selciato delle strade e delle piazze. Uscendo dal supermercato, avvertii lo sguardo di Lidia fisso su di me. Non sapevo se fosse meglio ignorarlo o fingere di sorprendermi e domandarle una buona volta cos’era che non andava. Preferii infilarmi in macchina e far finta di nulla. Non si trattò di vigliaccheria: semplicemente, non mi sembrò il momento giusto per discutere, o forse quella sera non ero nello spirito adatto per affrontare un’altra piccola catastrofe quotidiana.
Qualche ora dopo, eravamo a casa sua, a letto, a luci spente. Dalla finestra entrava soltanto il vago chiarore di qualche lampione.
«Non ti sei accorto di nulla, è vero?» aveva detto lei a un certo punto. «Potremmo stare insieme trent’anni e tu non capiresti ancora quello che mi succede.»
La scheda sul sito di Guanda.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon