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24 settembre 2023

Quello che noi non siamo, di Gianni Biondillo


 

Due uomini di mezza età camminano lungo via Monte Napoleone. La città è piena di cantieri e di gente indaffarata che va dappertutto. I due amici vestono abiti artigianali di buona fattura, uno è magro, sembra prosciugato, al punto da far apparire l’altro bolso. L’uomo magro indossa un cappello, l’altro sfoggia la sua canizie con indifferenza. E parla. Parla di continuo, con entusiasmo, ha tante cose di cui discutere con l’amico. Che non dice nulla, però. Non replica. Forse non sta neppure ascoltando. Ha lo sguardo vitreo, assente. Poi all’improvviso vede qualcosa per terra. Un tozzo di pane semiammuffito. Si piega di scatto per raccoglierlo e se lo porta al petto, come se avesse trovato un tesoro, timoroso che gli venga sottratto. I curiosi osservano la scena, increduli.

Chi sono questi uomini che stanno camminando per le vie di Milano? Come mai l’uomo magro se ne sta così zitto e perché quel gesto, che oggi considereremo così strano, del pane raccolto per terra?
Capiremo tutto alla fine di questo lungo racconto che copre i venti anni del regime fascista, anzi, attraverso i ricordi dei protagonisti ci porta indietro fino alla prima guerra mondiale, alle carneficine dentro le trincee, dentro le prigioni austriache, quelle da cui in modo avventuroso Giuseppe “Bepi” Pagano riuscì a fuggire. Dalla prima guerra mondiale fino alla seconda, all’ora del destino irrevocabile, quando con la menzogna del milione di baionette il regime di Mussolini illuse gli italiani di essere potenza mondiale. Per trascinarci nella più vergognosa delle disfatte: le macerie delle costruzioni, i milioni di morti, l’onta delle leggi razziali (che si aggiungeva a tutte le altre privazioni di libertà del regime), gli italiani deportati nei lager, la guerra di liberazione con italiani contro italiani, per liberarci da quel regime fascista, senza però esserci liberati dai fascisti.
Ma questo non è un saggio storico, tutto questo arco temporale è raccontato, basandosi sulle memorie, sulla raccolta documentale, in prima persona da un punto di vista particolare: quello degli architetti (ma anche artisti, intellettuali) che, a partite dagli anni 30, cercarono di cambiare lo stile delle costruzioni degli edifici pubblici, dei quartieri dove far vivere le persone, delle stazioni, delle università, delle scuole.
Qualcosa che già Antonio San’Elia aveva immaginato nei suoi disegni, proiettati nel futuro: progetti purtroppo mai realizzati per la sua morte precoce sui campi della prima guerra mondiale (questo romanzo è la naturale prosecuzione del precedente “Come sugli alberi le foglie”).

Architetti come Giuseppe Pagano “Bepi”, irredentista, nato a Fiume sotto l’aquila asburgica che decise di combattere per l’Italia a qualunque costo e che a Praga, dopo una rocambolesca fuga dal carcere austriaco, scopre il bello dell’architettura

La bellezza non ha confini. Era una cosa da capire, da studiare.

Fu durante quella notte praghese che lo intuì, per la prima volta in modo evidente, palpabile. Fino a quel momento non si era posto il problema preso dai suoi impeti irredentisti, di cosa fare dopo la buriana della guerra. Architettura. Ecco cosa doveva studiare tornato a casa. Architettura.

Oppure il “magistro comacino” Giuseppe Terragni, nato a Como ultimo di tre fratelli, che viveva il suo lavoro di architetto quasi come una missione, in lotta contro i “passatisti” come venivano chiamati i committenti delle opere pubbliche, i dirigenti di Roma che dovevano giudicare i progetti, i critici dei opere sui giornali. Gente che è rimasta con la testa ai secoli passati, gente a cui bisogna fare guerra:

Guerra? Un fuoco, sì, un fuoco che ci divora, a me, ai miei compagni del Politecnico, da anni. Contro quei professoroni tutti azzimati, e i loro corsi fuori dal mondo: un anno progetti architettura gotica, quello dopo rinascimentale. Qui volano gli aeroplani e le navi attraverso uno gli oceani e noi che disegniamo come fossi ancora la corte del Re sole. E intanto in Europa è successo di tutto. Non ha parole, nei fatti. Ma dove vogliamo andare, ci dicevamo, cosa vogliamo fare?
Tutto lo spazio se ne sono già presi i tromboni e le trombette, ci toccherà mettere in nasi finti, vestirci da giullari oppure fare gruppo, unire le forze far sentire la nostra voce. Che se parla uno e voce nel deserto, se urlano in tanti almeno un polverone lo tiriamo su.

Ed ecco allora le riviste dove pubblicare le loro idee, i gruppi di architetti che si riuniscono, per dar forza ai loro progetti.

Un mondo culturale in fermento che coinvolge tanti artisti, intellettuali, da Piero Bottoni a Milano e sua sorella Maria, Luigi Zuccoli amico e allievo di Terragni, Pietro Maria Bardi, Edoardo Persico, fino ai quattro moschettieri milanesi, Giangio, Lodo, Aurèl e Ernesto, ovvero Gian Luigi Banfi, Ludovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti, Ernesto Nathan Rogers, BBPR. Già nella tesi del quinto anno presentarono un progetto della città ideale, secondo i loro canoni: moderna, omogenea, razionale.

Questi sono solo alcuni dei protagonisti di questo romanzo veramente corale, a più voci, sia uomini che donne, che alle donne era di fatto preclusa la carriera universitaria, “le donne non possono fare gli architetti”, era l’idea dei tempi contro cui andarono a combattere donne come Maria Bottoni, Mara Montuoro, Maria Albini.
Il fascismo poi, aveva un suo concetto particolare delle donne: la donna poteva essere solo l’angelo del focolare, la madre dei figli o, al limite, la donna che soddisfa le voglie del marito a fine giornata

In quegli anni tutto ciò che avesse a che fare con l'emancipazione femminile era a rischio, ad essere sincere. Il regime colpiva, più che con durezza, con profondità le conquiste delle donne di inizio secolo, le smantellava. La loro condizione doveva essere regredire a vestali del focolare o prostitute. Niente in mezzo. Oggetti o culto. Madonne da bestemmiare.

Eh, già il fascismo: l’atteggiamento di questo gruppo di intellettuali razionalisti nei confronti del regime è al centro di tutto il racconto, per la grande illusione che Mussolini e la sua rivoluzione fascista avrebbe spazzato via tutto quello di antico e vecchio che imbrigliava l’arte, le costruzioni, il pensiero.

Molti di loro diventarono consapevolmente fascisti, nonostante le leggi fascistissime, i divieti, le censure, le manganellate, l’aventino. Nonostante l’omicidio di Giacomo Matteotti per mano di sgherri del regime, nel giugno del 1924.

Vuoi vedere che forse aveva ragione Bardi e tutta la pletora di razionalisti romani che distinguere l'arte dalla politica era una stupidaggine che occorreva buttarsi a colpo morto nelle braccia del regime anzi no abbracciarlo per migliorarlo nobilitarlo salvarlo dalla farragine della macchina burocratica retoriche passatista per i dati slancio e rivoluzionario?

Terragni, Pagano e tanti altri presero la tessera del partito, pensando, illusi, di poterlo cambiare dall’interno. Illusi, nei loro confronti il regime, Mussolini tennero un atteggiamento del bastone e della carota, cercando di accontentarli senza però mutare nulla, della loro visione neoclassica, imperiale, basata sulle antiche gloria della Roma imperiale. Glorie che si sarebbero presto spente sulle nevi della Russia o nel rovente deserto nel nord Africa.

Terragni, fascista perché nato col fascismo, si giustificava dicendo che “l’unica tirannia a cui doveva dare conto era quella della sua coscienza d’artista”. L’arte come strumento per lasciare un segno nella storia, come Caravaggio, come Michelangelo, chi se li ricorda oggi i tiranni, i papi e i vescovi?

L’architettura come missione, come pensava “Bepi” Pagano, dunque: “la vera missione dell'architettura doveva essere quella di intervenire nella vita quotidiana di tutti, migliorandola. Niente svolazzi artistici, niente eccezioni, niente architettura per pochi, niente manierismi, ogni edificio doveva sottoporsi, come la chiamava lui, alla schiavitù utilitaria, essere prima di tutto un servizio..”.

Ma erano solo illusioni: il regime li teneva d’occhio questi intellettuali scomodi, scomodi perché difficilmente controllabili, che erano poi in contatto con altri intellettuali ostili al regime, come Giuseppe Persico, napoletano trapiantato a Milano, vittima di un brutale pestaggio da parte di fascisti a cui non aveva nemmeno cercato di sottrarsi (“ecco l’agnello di Dio”).
Il fascismo è l’autobiografia di una nazione – disse Gobetti: l’autobiografia di quella nazione che ha voluto il fascismo, il regime: da quelle famiglie borghesi (da cui provenivano appunto gli stessi razionalisti, gli innovatori) che hanno scelto l’uomo forte che mettesse ordine.

.. l'abbiamo voluto noi Mussolini ,anche se mio padre lo detestava, ma i miei zii, i miei parenti lo adoravano. Lo abbiamo desiderato noi il fascismo, noi come classe dirigente, come classe pensante, come classe borghese, aristocratica, cattolica, lo abbiamo desiderato noi l'uomo d'ordine, che mettesse a tacere la plebee, che lasciasse lavorare in pace i capitani di industria. I nostri padri, le nostre madri, i nostri amici. Noi. L'abbiamo voluto noi. Abbiamo discusso per anni di gusto, spirito, arte. C'è chi si è fatto ingannare, pensando di essere un rivoluzionario, e ci ha anche creduto. E nel mentre c'era un popolo analfabeta, a noi completamente sconosciuto, un popolo straccione escluso dai nostri consensi borghesi, che ci guardava - che ci guarda! - come padroni, tali e quali a quelli che noi diciamo di odiare.

Sono parole potenti, quelle cui riportate, di Maria Albini.

Parole dure contro quegli italiani che, in una triste metafora, hanno fatto la fine della rana dentro la pentola, che non si accorge di essere bollita perché l’acqua si scalda un poco alla volta. Prima le leggi contro i sindacati, poi le persecuzioni contro i socialisti, i comunisti. Poi le veline ai giornali. I tribunali speciali. La legge elettorale truffa.

Ci stanno bollendo a fuoco lento e noi stiamo accettando tutto. C'è chi fa la camicia nera, chi l'antiborghese, chi l'originale chi l'artista c'è chi fa il gerarca il contadino e chi l'architetto. Basta che ce lo lascino fare, no?
Nel mentre la temperatura si alza ma noi ci stiamo raccontando che se facciamo bene le nostre cose siamo nel giusto, abbiamo la coscienza a posto.

E la temperatura dell’acqua si sarebbe alzata ancora: prima le leggi razziali, che cacciarono dalle istituzioni le persone di religione ebraica, privandole sia dei loro beni che della loro dignità come persona.
Poi vennero i venti di guerra, quella guerra che nelle stupide idee di Mussolini sarebbe durata soli pochi mesi. E che invece si portò via milioni di vite umane nei vari campi di battaglia, trascinati da quella propaganda bellicista che purtroppo non è mai tramontata, nemmeno oggi (“la pace riposa sulle forze armate”..).
Non scapparono dalle loro responsabilità, gli architetti razionalisti protagonisti di questa lunga pagina della nostra storia, non cercarono di scappare: Terragni finì in Russia, a scoprire coi propri occhi l’assurdità di quella guerra contro un nemico (i bolscevichi) che aveva la nostra stessa faccia.
Nemmeno Giuseppe Pagano, a cui Terragni aveva confessato di essere stato un illuso nel suo fidarsi del regime, cercò di scappare quando arrivò la cartolina dall’esercito, nonostante gli anni, nonostante le sue amicizie a Roma, perché noi “dobbiamo pagare le nostre responsabilità”.

L’illusione fascista, l’impero che tornava sui colli fatali di Roma, crollò miseramente: arrivarono le sconfitte, i bombardamenti, la presa di coscienza. E arrivò anche l’ignavia del governo Badoglio, che prese il posto di Mussolini dopo il 25 luglio 1943, con l’assurdo comunicato radio, con l’assurdo armistizio comunicato per radio senza aver dato alcun ordine ai soldati. La fine dello stato, il crollo delle istituzioni.

Ecco, da quella ignavia, da quella vergogna dei vertici militari, dei Savoia scappati al sud senza preoccuparsi di null’altro, dal regime che si liquefaceva come neve al sole, nacque la nuova Italia.

Erano fervidi, imprudenti, patriottici, generosi, ingenui. Ed erano azionisti, cattolici, socialisti, repubblicani, comunisti, monarchici. Non è importante quello che siamo, dicevano, ma quello che noi non siamo. Non siamo fascisti.

Qui è nata la democrazia, quella parola che ancora mancava, qui sono nati alcuni concetti poi riportati dentro la nostra bellissima (e incompiuta) costituzione. Dalla guerra di liberazione, dalla lotta partigiana, sui monti come nelle città. Dagli scioperi degli operai, dai tipografi che clandestinamente stampavano comunicati e giornali. Dagli uomini e dalle donne, ex militari, preti, operai, insegnanti, che lottarono per la libertà.
Anche gli architetti razionalisti diedero il loro contributo, pagando anche con la loro vita.
Gianni Biondillo ci porta dentro quei mesi bui, l’inverno più difficile, quello tra il 1943 e il 1944, col regime di Salò e la sbirraglia fascista che dava la caccia ai nemici del regime. Con ogni mezzo, con la barbarie, con la ferocia che contraddistingueva questi lugubri personaggi (come la Muti e la banda Koch a Milano) che non si fermavano nemmeno di fronte a bambini o donne incinte.

Le pagine in cui l’autore racconta la prigionia nei lager di Giangio e Lodo, di Poldo Gasparotto (il capitano Rey), del “colonnello” Pagano, di Raffaello Giolli, hanno la stessa potenza espressiva delle pagine in cui Primo Levi racconta della disumanità di Auschwitz: non si era più persone, pezzi da consumare, da spremere per l’industria tedesca, pezzi da brutalizzare, nelle mani dei kapò e delle SS.

Ma anche nei campi ci fu chi cercò di mantenere viva l’umanità: finché siamo vivi c’è speranza, finché abbiamo il lusso di pensare, siamo vivi. E finché siamo vivi abbiamo vinto loro, loro i nazisti sono destinati alla sconfitta.
Anche dal lager di Gusen è nata la Costituzione: quando l’architetto Ludovico di Belgiojoso, nobile di nascita, si dedica all’istruzione degli altri detenuti, comunisti, socialisti dunque antifascisti, che non avevano potuto studiare perché “la rivoluzione si fa coi mitra ma anche coi libri.”

Ci sono delle pagine memorabili dentro questo libro, come quando Pagano invita i suoi compagni di prigionia a non parla di vendette, ma di giustizia, perché “la vendetta e l’odio ci hanno portato fin qui.. Solo la giustizia ci darà l’amore e la pace”. C’è la pagina struggente del Natale dentro il campo di Ravensbruck, dove furono detenuta Maria Bottoni. E poi c’è la pagina, quella dei due signori di mezz’età e del pane ammuffito, il cui senso sarà finalmente chiaro solo alla fine (confesso, sono arrivato alle lacrime leggendo quelle righe).

Quello che noi non siamo racconta la presa di coscienza di una generazione di italiani contro le illusioni del regime fascista, racconta la genesi della nostra democrazia, racconta la vita di questi personaggi incredibili di cui oggi purtroppo ci è rimasto poco. Come poco, purtroppo, è rimasto del loro insegnamento.
Ecco perché è importante ricordare questa parte della nostra storia: perché il fascismo, come regime mussoliniano, è stato sconfitto, ma non i fascisti. Non il desiderio dell’uomo forte, la voglia di delegare ad altri la cosa pubblica. I finti rivoluzionari che intendono riformare le istituzioni, di fatto consolidando lo status quo, le disuguaglianze, l’assenza di giustizia, di diritti uguali per tutti:

Il fascismo in Italia è un'indicazione di infanzia perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell'entusiasmo. Si può ragionare del ministero Mussolini come di un fatto d'ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle classi, che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, dovrebbe essere guardata e guidata con qualche precauzione.
Gobetti – Rivoluzione liberale

La scheda sul sito dell’editore Guanda, qui il link per leggere le prime pagine
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

03 maggio 2019

L'Italia Liberata Storie Partigiane - il teatro della memoria ad Inverigo



"Chi li ha portati i granatieri della 16-esima div ss qui a Marzabotto ad uccidere 800 persone?"
Con questa domanda rivolta al pubblico, lo scrittore, giornalista, storico Daniele Biacchessi dava inizio al suo spettacolo teatrale ad Inverigo "L'Italia liberata - storie partigiane": un teatro della memoria con l'obiettivo di trasportare, di generazione in generazione, storie, personaggi, ricordi della guerra di Liberazione.
Un racconto in cui si mescolano assieme ricordi dell'infanzia, citazioni storiche e testimonianze dei protagonisti di quegli anni.

Mio nonno (nato vicino a Marzabotto) ogni sabato infieriva su di noi, davanti al fuoco del camino - che doveva essere sempre acceso anche in agosto, perché se no si perde la parola - doveva raccontare la strage a cui era scampato da bambino, una storia che finiva sempre male, con la fucilazione di bambini.
La storia è quella dell'eccidio di Monte Sole, la strage di Marzabotto (29 settembre - 5 ottobre 1944) da parte delle SS tedesche: in questa zona operava la brigata Stella Rossa, che era slegata alle altre formazioni.
Il comandante diceva ai suoi uomini "quando attaccate ricordatevi che questa è la nostra terra": la loro non era una guerra di conquista, ma una guerra per la difesa del loro territorio, da cui volevano scacciare gli invasori.

A settembre, per ripulire la zona dai banditi, arrivò qui la 16 esima div. Panzer granadier ReichFuhrer, che si era già resa responsabile di altre stragi contro civili, bambini compresi, nell'estate del 1944.
E completò il suo lavoro anche su queste montagne: la strage di Marzabotto sono 785 persone uccise. E 5 partigiani.
Perché queste stragi di civili?
Secondo la direttiva data alle sue truppe dal maresciallo Kesserling, nelle zone infestate dai banditi, anche la popolazione civile era da considerare alla stessa stregua dei partigiani.

Ma le stragi ad opera delle SS in Italia furono di più: l'elenco uscì fuori dell'armadio della vergogna, scoperto nel 1994 nel palazzo del consiglio superiore della magistratura a Roma.

Nei fascicoli in questo armadio sono documentati questi eccidi, già noti al termine della guerra quando i superstiti andarono a denunciare le violenze e le stragi e così le inchieste vennero aperte dai magistrati, per essere poi bloccate. Stiamo parlando di casi che coinvolgevano 47500 persone.
Nel 1960 questi fascicoli furono archiviati in modo provvisorio dal giudice Santacroce, cosa illegale perché l'omicidio non va in prescrizione.

In quelle carte c'erano i nomi degli assassini tedeschi e italiani: furono archiviati perché la Germania dopo la guerra non era più la Germania nazista, ma un alleato nella lotta contro il comunismo. Furono archiviate in modo che nessuno potesse mai pensare che quelle storie fossero avvenute: eppure è questa la storia.

A coloro che, avendo studiato la storia sulle buste del dado Knorr, si chiedono come mai si debba festeggiare il 25 aprile, va ricordato che se la guerra contro i tedeschi è stata sostenuta in gran parte dagli Alleati, molte città si sono liberate da sole, il popolo si era ribellato agli occupanti. È successo a Milano, Napoli, Genova.

La lotta per la liberazione è stata ardua, sono state fatte cose sbagliate dopo o durante: ma se noi siamo qui lo dobbiamo a quella storia. Una storia di sacrifici, distruzioni, guerre e che ha partorito la nostra Costituzione.

Perché è importante ricordare queste storie partigiane, questa guerra di Liberazione?
Ci sono delle analogie tra ieri e oggi: un ceto medio impoverito e arrabbiato, un'incapacità di leggere la storia.
È il 1919 ma è anche il 2019.
Nel 1919 i socialisti avevano vinto le elezioni, ma nell'indifferenza generale un manipolo organizzato assalta camere del lavoro, sedi di partito, organizzano pestaggi.
Il fascismo è stato finanziato dagli agrari, dai più grandi industriali.
Il fascismo di Mussolini che fece cose buone chiuse il parlamento, i sindacati, censurò i giornali.

Quando il governo Mussolini fu in difficoltà per il caso Matteotti, i giornali usarono come copertura la storia dei bambini uccisi, per cui fu accusato Girolimoni.

Nella seconda parte della serata, Daniele Biacchessi ha letto alcune testimonianze di personaggi che hanno vissuto sulla propria pelle quella guerra.

La testimonianza di Tina Anselmi, senatrice della DC e presidente della commissione P2: nel 1944 era una studentessa e assieme ai suoi compagni fu testimone dei partigiani impiccati sui cipressi a Bassano nel novembre 44.
Scelsi subito da che parte stare, anche se avevo 17 anni, facendo la staffetta per i partigiani.

La testimonianza di Giorgio Bocca: per il giornalista la scelta di campo avvenne dopo l'8 settembre 43, con l'ingresso nel gruppo Giustizia e libertà.

La testimonianza di Giuliano Vassalli, membro del CLN, in seguito politico e ministro.
La mia esperienza politica cominciò nel 43-col Psiup, poi la clandestinità, l'organizzazione della fuga di Pertini e altri socialisti.
La detenzione in via Tasso la consapevolezza della morte e invece la liberazione grazie all'aiuto di pio xIi.
Anche allora la sinistra era divisa.

Il dovere della memoria.
Quando tutti i testimoni saranno morti, chi porterà avanti la memoria di queste storie? Che ne sarà di questo paese?

Il valore principale della democrazia è la partecipazione, per i civili uccisi, i 500mila soldati italiani deportati nei lager, i 9600 soldati della, Aqui uccisi perché non volevano consegnarsi ai tedeschi (consiglio la lettura del libro di Alfio Caruso – Italiani dovete morire).

Per conservare la storia serve attualizzare la memoria, usare strumenti nuovi di narrazione, di generazione in generazione.

25 aprile 2019

La voce della Resistenza – per dare memoria a questo 25 aprile


Nell'Odissea Ulisse, di fronte al re Alcinoo, parlando dei suoi compagni morti nel ritorno da Troia, usa queste parole “oggi di essi non ne è rimasto che il nome”.

Lo stesso potremmo oggi affermare sulla memoria, manchevole e non condivisa, sulla guerra di Liberazione, di cui oggi si celebra il 74esimo anniversario.
Se oggi siamo arrivati all'utilizzo strumentale del 25 aprile, messo in contrapposizione con la lotta alla mafia come fa il ministro dell'Interno, preso a scherno sui giornali della destra italiana, è anche perché dei protagonisti di quella guerra, non ne è rimasto che il nome. E a volte nemmeno quello.

Cosa pensavano, come si immaginavano l'Italia libera dalla dittatura, che sogni avevano?
Di alcuni di loro sono rimaste delle toccanti testimonianze raccolte nel libro “Lettere di condannati a morte della Resistenza” (Einaudi): sono gli ultimi pensieri di persone catturate dai nazifascisti (partigiani, soldati, studenti) presi nella consapevolezza della loro sorte.

Sono persone come Renzo (di lui si conosce solo il nome), che rivolgendosi al padre adottivo, usa queste parole toccanti
Di' al mio vero papà che lo perdono di tutto il male che ha fatto e che questo lo stimoli ad essere un uomo onesto nella vita. Caro papà, tutta la mia riconoscenza te la esprimo col mio cuore: caro papà, sappi che non ho amato come mio insegnante di vita laboriosa ed onesta altro che te. Scusami se ti scrivo in questa maniera ma queste sono parole che mi escono dal cuore in questo triste e nello stesso tempo bel momento di morte.

Pedro era un ufficiale di complemento che, dopo l'8 settembre, iniziò la sua lotta contro il fascismo nelle formazioni partigiane in Friuli e poi in Piemonte.
Fu catturato due volte, la prima a Torino la seconda a Milano, su delazione di un finto amico.
I suoi ultimi pensieri furono per i genitori, gli zii e i parenti e gli amici, infine per la fidanzata
Dalle Carceri di via Asti, Torino, 22.1.1945, ore 24

Cara Pierina, amor mio, domattina all’alba un plotone d’esecuzione della guardia repubblicana fascista metterà fine ai miei giorni.

Bruno era uno studente friulano: anche lui dopo l'8 settembre contribuisce a creare le prime cellule di resistenza partigiana. Tradito da un conoscente, fu catturato dalle SS italiane, incarcerato e torturato, per essere poi fucilato nel febbraio 1945.
Ma non rimpianse mai la sua scelta, fino alla fine
Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono; però uccidono il mio corpo non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano

Alfonso era invece un industriale, aveva un caseificio a Modena dove, dopo il 1943, venivano raccolti gli ex prigionieri alleati.
Arrestato e processato nel febbraio 1944, sarà fucilato presso il poligono in periferia Modena.
Modena, 21 febbraio 1944 Carissima indimenticabile moglie, in questo momento supremo vissuto insieme mando questo ultimo saluto a te, che sei stata sempre la ragione della mia vita e che mi hai voluto sempre tanto bene.

Giancarlo Puecher, figlio di un notaio e dottore in Legge, dopo l'8 settembre organizzò la creazione di formazioni partigiane nella zona di Erba Pontelambro (Como).
Catturato dalle Brigate Nere nel dicembre 1943, fu portato nel carcere di Como, per essere poi fucilato davanti il cimitero di Erba.
Rivolse i suoi ultimi pensieri agli italiani che verranno: che la mia morte sia da esempio
Muoio per la mia Patria. Ho sempre fatto il mio dovere di cittadino e di soldato. Spero che il mio esempio serva ai miei fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto...

Non solo perdonò i suoi carnefici, ma dimostrando una lucidità non comune, in una sua lettera indicò a chi destinare parte dei suoi averi

Perdono a coloro che mi giustiziano, perché non sanno quello che fanno e non pensano che l’uccidersi tra fratelli non produrrà mai la concordia.Vorrei lasciare L 5000 alla mia guida alpina Motele Vidi di Madonna di Campiglio. L 5000 al mio allenatore di sci Giuseppe Francopoli di Cortina. L 5000 a Luigi Conti e L 1000 a Vanna De Gasperi, Berta Dossi, Rosa Barlassina.
Il mio guardaroba ai miei fratelli e a Pussì Aletti, mio indimenticabile compagno di studi.

C'è anche una donna, tra i condannati a morte, si chiama Irma Marchiani: era una casalinga nata a Firenze, faceva la staffetta per i partigiani, portava cioè informazioni e viveri ai partigiani sulle colline modenesi.
Fu catturata una prima volta mentre cercava di far ricoverare un partigiano ferito.
Scappata dalla prigionia e dalle sevizie, fu poi arrestata da una pattuglia tedesca nel novembre 1944.

Sestola, da la Casa del Tiglio, 10 agosto 1944
Carissimo Piero, mio adorato fratello, la decisione che prendo oggi, ma da tempo cullata, mi detta che io debbo scriverti queste righe. Sono certa che mi comprenderai perché tu sai benissimo di che volontà io sono, faccio, cioè seguo il mio pensiero, l'ideale che pur un giorno nostro nonno ha sentito..

25 aprile 2016

L'ingegnere di Fossoli – il mio ricordo per questo 25 aprile

Questo 25 aprile lo voglio ricordare citando uno dei personaggi forse minori, nella grande storiografia della Liberazione. Una di quelle persone di cui ci siamo colpevolmente dimenticati, sebbene, dove sia passato, abbia lasciato una sua impronta.
Parlo dell'ingegnere Carlo Bianchi, milanese di nascita ma inverighese di adozione, perché qui spostò la sua azienda negli anni della guerra.
Carlo Bianchi, laureatosi in ingegneria al Politecnico a soli 23 anni, è stato uno di quegli italiani che di fronte al fascismo non ha girato la testa dall'altra parte: si licenziò dalla Siemens a Milano nel 1938 per non doversi iscrivere al partito fascista (senza tessera, in quegli anni, non si andava da nessuna parte).
La sua avversione al fascismo maturò anche dopo diversi viaggi di vacanza in Germania.
E' vero, poteva permetterselo perché, a differenza di altri, aveva alle spalle una famiglia e nell'azienda di famiglia trovò lavoro. Ma non si fermò qui: dopo l'8 settembre, ad Inverigo, con l'approvazione del cardinale Shuster, dette vita all’organizzazione "Carità dell’Arcivescovo", istituzione con cui dare supporto alle persone colpite dalla guerra.
Strinse rapporti col CLN milanese e le prime formazioni partigiane della Brianza: assieme a Teresio Olivelli, che ospitò anche a casa sua, creò il foglio clandestino "Il Ribelle", alla cui realizzazione avrebbero partecipato anche Claudio Sartori, Enzo e Rolando Petrini e Franco Rovida.
Entra a far parte del CLNAI e fa anche parte dell'O.S.C.A.R., un'organizzazione scout che portò in salvo centinaia di ebrei e prigionieri di guerra ricercati dai nazisti.
Per colpa del tradimento di un delatore, fu arrestato in piazza San Babila a Milano il 27 aprile 1944, incarcerato a San Vittore fu poi trasferito al campo di Fossoli, come internato politico.
Per molti, Fossoli fu il campo di transito verso l'inferno in terra di Auschwitz, un viaggio di non ritorno. Altri sopravvissero e lasciarono per noi, che siamo venuti dopo, il loro ricordo, come fu per Primo Levi.
Carlo Bianchi fu invece fucilato al poligono di Cibeno, insieme ad altri 66 internati politici, il 12 luglio 1944, come rappresaglia per un attentato partigiano compiuto a Genova.

Carlo Bianchi è stato insignito della medaglia d'oro dal comune di Milano, per la sua attività antifascista, in seguito gli fu attribuita la Medaglia di Bronzo al Valor militare
«Animato da profondo amore per la libertà, non esitava, benché padre di quattro figli, a entrare, dall’armistizio, nella Resistenza, segnalandosi per capacità organizzativa e di animatore. Catturato, sopportava stoicamente minacce e torture, nulla svelando che potesse danneggiare l’attività partigiana. Tradotto a Fossoli confermava i suoi alti ideali e la sua fermezza d’animo, pagando con la fucilazione il suo grande amore per Italia».

Qui ad Inverigo esiste una via Carlo Bianchi.
Ma un catasto distratto e un comune poco attento, hanno ribattezzato la via intitolandola ad un altro Carlo Bianchi, poeta.
Ci vuole poco a dimenticare la storia, l'importanza di persone come l'ingegnere di Fossoli. Un italiano, sposato e con tre figli (e in attesa del quarto), che di fronte alla Storia seppe fare le sue scelte. Giuste.

Il 23 aprile, qui ad Inverigo, la compagnia teatrale “Nuovo teatro Ariberto” ha allestito uno spettacolo "L’INGEGNERE DI FOSSOLI. UN EROE DI INVERIGO": c'era Carla Bianchi, la figlia, che ancora si ricordava delle signore inverighesi che l'avevano cresciuta quando passava le estati qui in Brianza.
Cattolico, benestante, anche borghese se vogliamo: uno che ha fatto (purtroppo per poco) la Resistenza senza mai imbracciare un fucile. Ma che aveva contribuito a salvare molte famiglie ebree dalla deportazione e che faceva paura alla dittatura. Per le sue idee e per il suo impegno.
Perché è importante ricordare la storia di Carlo Bianchi? Per due motivi: il primo è legato all'obbligo della memoria della guerra di liberazione, che è stata combattuta sia sul fronte, dagli Alleati contro i tedeschi. Sia sul fronte interno, sulle montagne, nelle città, nelle retrovie del fronte, dai partigiani.
Una guerra non di meno importante perché costrinse i tedeschi a spostare truppe nel contrasto ai “banditen”, così venivano chiamati i partigiani. Nemmeno l'onore di essere considerati truppe belligeranti, perché irregolari. Persone che dopo l'8 settembre scelsero la via della libertà, della fine della tirannia, dei soprusi, delle ruberie, del fascismo. Anche grazie a loro, la liberazione dalla dittatura è arrivata.

E, infine, c'è un secondo motivo: sulla guerra di Liberazione si è creato un falso binomio per cui resistenza = comunisti. Non è vero: le formazioni partigiane erano di tanti colori politici e, soprattutto, a questa guerra parteciparono uomini e donne provenienti da tutto il mondo civile.
Ex soldati, carabinieri, studenti, professori, operai. E ingegneri come Carlo Bianchi.
E preti come don Pietro Pappagallo a Roma.
E donne come Tina Anselmi, la staffetta partigiana.
Questa è stata la guerra di Liberazione: un movimento popolare, il fondamento della democrazia in cui viviamo oggi. Quella che oggi ci permette di esprimerci liberamente, di riunirci, tutela i nostri diritti senza vincoli di sesso, di religione, di ceto sociale, politici.

C'è stato un periodo nella nostra storia in cui tutto questo non era scontato: i giornali non erano liberi, si veniva perseguiti per la religione, per il credo politico, per aver detto certe frasi.
Non si andava a votare e non si poteva scegliere, non esisteva partecipazione. Era con una tessera in tasca che si andava avanti.
Ricordiamocelo, in questa Europa in cui soffiano ancora venti di estrema destra e di quel fascismo che non se ne è mai andato, ma che ogni tanto riaffiora come un fiume carsico.

Buon 25 aprile!

24 aprile 2015

Anche questa è stata la Resistenza


Ieri sera alla sala consiliare di Inverigo, l'avvocato Filippo Meda ha raccontato gli ultimi giorni della guerra di liberazione, tra il 25 aprile e 1 maggio, di cui fu testimone. L'accordo col capitano tedesco Lutze, che comandava un presidio di SS, affinché abbandonassero il paese senza spargere altro sangue.
Le ultime scaramucce coi fascisti (della colonna Petacci), dopo il 25 aprile, a Bulciago, in cui morirono 37 ragazzi, poco più che diciottenni.
I fascisti che volevano mettere a ferro e fuoco il paese di Lurago e di Inverigo: violenza che fu evitata solo grazie al parlamentare dei partigiani e del prevosto di Lurago.
L'arrivo della colonna dell'esercito americano, da Bergamo, nella notte del 27 aprile, la gioia delle persone perchè significava la fine della guerra.

Tutto questo è nelle memorie del comandante del CLN Guido Donà, recitate in sala.
Filippo Meda ha raccontato a noi la resistenza vissuta coi suoi occhi: lo scarso armamento, l'entusiasmo. Il monito dato dal padre, quando scoprì che aveva rubato due bombe a mano dall'auto di Valenti e della Ferida: "La resistenza si fa con le idee e non con le armi".

Ha anche citato un episodio della guerra, in particolare della Shoa che è passata anche da qui: ad Inverigo, in una casa non lontana dal municipio, era nascosta la famiglia di Liliana Segre. 
Una mattina un camion delle SS si ferma davanti casa, qualcuno aveva fatto la spia: le SS catturano tutti, anche gli anziani genitori di Liliana, caricati come sacchi di patate sul camion.
Un signore che abitava in una cascina poco lontana, Mario Fumagalli, prese le loro difese: si avvicinò alle SS (e ai fascisti) e li apostrofò "cosa ve feet", ma non vi vergognate?
Fu preso a calci e picchiato.

Non salvò la vita ai genitori di Liliana, ma il suo gesto salvò l'onore del paese. Mario Fumagalli fu uno dei tanti che non girarono la testa dall'altra parte.
Anche questa è stata la resistenza.

In molti, alla fine dell'incontro, hanno chiesto al sindaco di installare delle targhe, nel paese, per ricordare i tanti martiri della guerra di liberazione.

Questa è una foto storica: fu scattata il 1 maggio, nella piazza di Inverigo, con tutti i partigiani inverighesi in festa



20 aprile 2015

Ricordando Elio Toaff e la guerra di liberazione

Non era solo un rabbino Elio Toaff (morto ieri a 99 anni), punto di riferimento per molti ebrei italiani.
Come partigiano, aveva vissuto la storia, il genocidio degli ebrei l'aveva visto coi suoi occhi. Le morti, le distruzioni, i rastrellamenti.
Uno di questi episodi della guerra di liberazione gli era rimasto impresso nella mente: lo ha ricordato tante volte, anche nel libro "L'armadio della vergogna".
Riguarda la strage di S. Anna di Stazzema, il 12 agosto 1944
«Penso spesso a Sant’Anna di Stazzema, con tutti i suoi poveri morti». L’altra strage nazista di quell’estate del ’44, poco prima di Marzabotto, il 12 agosto. Cinquecentosessanta vittime, 391 corpi identificati, donne, bambini, una carneficina a lungo dimenticata. Non da Elio Toaff, l’ex rabbino capo di Roma, che entrò in quel paesino delle Alpi Apuane devastato dalla ferocia di quattro colonne delle Ss subito dopo il massacro. Toaff era allora un giovane partigiano della Brigata Garibaldi X bis «Gino Lombardi». «In realtà eravamo quattro gatti - ricorda oggi Toaff -. E quella mattina, quando entrammo in Sant’Anna verso le 11, eravamo solo una dozzina. E prima di veder l’orrore fummo assaliti da un odore terribile, di carne umana, bruciata...». Toaff oggi ha 86 anni e non ha mai dimenticato ciò che vide allora. 
A Sant’Anna è tornato spesso, a partire dall’immediato dopoguerra, anche quando in quel paesino isolato salivano in pochi ed è stato necessario aspettare l’82 perché ci andasse Sandro Pertini, il primo presidente della Repubblica a rendere omaggio a quel martirio. «Su Sant’Anna era calato subito un silenzio impalpabile, una rimozione di quell’orribile mattina - aggiunge Toaff -. Per tanti anni mi sono chiesto perché. E ho cercato di dare un senso a tutta quella ferocia che mi venne incontro in quel caldo mattino d’estate. La prima casa che trovammo era alla Vaccareccia: fumava ancora. Dentro c’erano i corpi di un centinaio di persone, in maggioranza donne e bambini. Le Ss, quattro colonne da 100 uomini ciascuna di quella stessa XVI divisione che ha agito poi a Marzabotto, li avevano chiusi lì dentro, poi avevano dato fuoco alla paglia e avevano gettato dentro delle bombe. Vedemmo un ammasso irriconoscibile. Più avanti c’era un’altra casa, con la porta spalancata. Entrai e ho ancora difficoltà a raccontare... C’era una donna, seduta di spalle, di fronte a un tavolo. Per un attimo pensai che fosse viva. Ma, appena avanzai, vidi che aveva il ventre squarciato da un colpo di baionetta. Era una donna incinta e sul tavolo giaceva il frutto del suo grembo. Avevano tirato un colpo d’arma da fuoco anche in testa a quel povero bimbo non ancora nato». Toaff era sceso in paese, spinto dalla fame. I rifornimenti, in quel momento, erano piuttosto precari. Non immaginava di andare incontro a una strage. «L’odore, lo ricordo ancora, era nauseante - dice Toaff -. Li avevano rastrellati da vari casali, dal Colle, da Vinci, dal Pero. Li avevano portati in massa davanti alla chiesa del paese, poi li avevano chiusi in mezzo a recinto di panche prelevate in chiesa, col loro parroco, don Innocenzo Lazzeri, che non aveva voluto abbandonare i suoi parrocchiani. Li avevano massacrati sparando con le mitragliatrici e poi con i lanciafiamme avevano dato fuoco alle panche. Era stata una pira orribile...». Dopo tanti anni Toaff non cerca più risposte a quel massacro. Non invoca perdono. «Erano feroci, ma non erano solo tedeschi, c’erano con loro anche parecchi fascisti italiani - aggiunge -. E qualcuno, lo dico per la prima volta, era proprio dello stesso paese. Poi, finita la guerra, scapparono tutti: chi a Carrara, nelle cave, e chi perfino a Milano. A Sant’Anna di Stazzema, per parecchio tempo, non voleva abitare più nessuno». 
Paolo Brogi - Corriere della Sera - 14 aprile 2002Fonte: Anpi Roma