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22 giugno 2025

Anteprima inchieste di Report – il fondo monetario in Ucraina, la vendita di San Siro, i fondi del pnrr per la sanità, l’omicidio di Giulio Regeni e i viaggi di Eni, il protagonismo di Mori in antimafia

I 18 milioni di euro in arrivo per la sanità, dai fondi del pnrr, salveranno solo le mura degli ospedali o anche i pazienti?

Dopo la sanità, un servizio sulla fu Scala del calcio, lo stadio di San Siro, ex Meazza, che oggi rischia di essere abbattuto per lasciare spazio all’ennesima speculazione edilizia camuffata dal progetto per il nuovo stadio.

Poi un servizio su come il Fondo monetario sta aiutando l’Ucraina e un aggiornamento sulla morte del ricercatore Giulio Regeni.

Come il fondo monetario aiuta l’Ucraina

In che modo il fondo monetario sta aiutando l’Ucraina, ancora da prima della guerra che sta sostenendo dopo l’invasione dell’esercito russo?

Nel 2018 FMI ha concesso un prestito da 3,9 miliardi di dollari in cambio della liberalizzazione esplicita delle terre agricoli cedute dallo stato alle grandi multinazionali del settore agricolo.

Campi che oggi sono rovinati dalle “big pharm” che fanno un uso intenso dei prodotti chimici: Report ha racconto le proteste dei piccoli agricoltori che si trovano schiacciati da questi giganti, come Vitaly Konfederat che nel passato è stato ufficiale di una brigata di assalto e che in guerra è stato ferito al petto. Ora Vitaly è nella riserva ed è tornato a casa nella regione di Odessa, nella terra nera dell’Ucraina, la più fertile del continente che rende questo paese da secoli il granaio d’Europa

“LE squadre delle grandi aziende arrivano, lavorano e se ne vanno” racconta Vitaly “noi piccoli agricoltori teniamo in vita i villaggi, gli asili, le scuole, ma nelle piccole fattorie mancano gli uomini, sono andati al fronte lasciando le terre incolte.”

La legge sulle liberalizzazioni delle terre agricole consente ai privati di acquistare fino a 10 mila ettari ed è entrata in vigore a guerra in corso nel gennaio 2024.

Anche l’Italia avrebbe voluto acquistare delle terre, anche Vitaly ha ricevuto delle richieste di acquisto della sua terra, “ma io ho combattuto al fronte per questa terra, voglio lasciarla ai miei figli, nipoti fa male vedere che lo stato lascia spazio a questi speculatori, loro possono comprare io no, ho chiesto un prestito alla banca e mi hanno risposto che non potevano darmelo perché sono un militare e potrei restare ucciso da un momento all’altro..”

La scheda del servizio: LAB REPORT: AAA UCRAINA VENDESI

Di Manuele Bonaccorsi e Chiara D’Ambrosio

Collaborazione Madi Ferrucci

L'Ucraina piegata dalla guerra rischia di vedersi sottratte le sue principali risorse: i terreni agricoli e i minerali. Non solo dalla Russia, che ha conquistato con le armi un terzo del territorio ucraino. Ma anche dagli alleati occidentali. Trump ha imposto un accordo che prevede la gestione del 50% delle royalties su qualsiasi nuova estrazione mineraria, con l'obiettivo di controllare materiali strategici per l'industria della difesa. E il Fondo monetario internazionale ha chiesto e ottenuto di liberalizzare la vendita delle terre agricole. Mentre gli agricoltori sono impegnati al fronte, poche grandi compagnie, spesso con sede in Europa e negli USA, si espandono e controllano ormai centinaia di migliaia di ettari di terreno fertile. Un modello di agroindustria che rischia di svuotare le campagne e di impoverire milioni di piccoli contadini.

Come spenderemo i fondi del Pnrr sulla sanità

Doveva essere l’occasione per rinforzare la sanità territoriale, quel presidio a tutela della nostra salute che avevamo scoperto essere fragile, per la carenza delle strutture.

Coi fondi del pnrr avremmo potuto finalmente avere ospedale sul territorio (e non solo nelle grandi città) per gestire visite ed esami e alleggerire il carico sulle grandi strutture e nei pronto soccorso.

Ma ci si è dimenticati di un aspetto importante: mancano medici e infermieri da mettere in queste case di comunità che potrebbero diventare delle strutture vuote.

Anche qui in Lombardia dove l’amministrazione di destra che governa da decenni la regioni si fregia di avere una sanità da eccellenza: il territorio della Martesana comprende 53 comuni e 630 mila abitanti ed è il distretto sanitario più popoloso della regione, ma anche qui mancano medici e infermieri tanto da essere ultima in regione coi suoi 4 sanitari per ogni mille abitanti. 13 mila cittadini poi sono senza medici di base, sono quasi 100 i posti vacanti nel 2024: tutto questo è causa di grani disagi per i cittadini che per settimane si sono dati appuntamento davanti la sede dell’azienda sanitaria per protestare.

I cittadini chiedevano ai sindaci della Martesana di attivarsi con tutti i mezzi a disposizione presso tutti gli organi competenti affinché si facciano carico della soluzione: trovare medici per assicurare un servizio garantito dalla Costituzione.

Secondo la regione in questo distretto le liste di attesa per le visite urgenti o a breve termine sono peggiorate negli ultimi anni, le dieci case di comunità previste dal piano di potenziamento sarebbero un toccasana.

Curzio Rusnati è portavoce del comitato cittadini per la salute della Martesana: per mesi hanno organizzato un presidio davanti ad una casa di comunità, nel comune di Gorgonzola, “sono venuti i funzionari della ASST” racconta a Report “a promuovere i servizi che ci sarebbero stati per i cittadini, ad accesso libero, h24..”
Ma cosa c’è veramente nella casa di comunità di Gorgonzola, inaugurata a dicembre 2022 (prima della elezioni regionali del 2023) poi chiusa a luglio 2024 per problemi alla struttura. I lavori alla struttura dovrebbero terminare a gennaio 2026: in una domenica mattina il giornalista di Report ha trovato dentro solo il medico di guardia, spostato dentro la casa di comunità.

A Report il medico racconta che al di fuori dei giorni festivi non si trova sempre un medico: “perché o ti doti della possibilità di fare le rx, la possibilità di fare emogas, elettrocardiogramma, hanno messo semplicemente qua sopra per 4 mesi un hotspot dove facevi i tamponi di influenza covid .. quello che se ne sta più grave se ne va al pronto soccorso..”

Assenti anche i servizi infermieristici promessi, non c’è nessun infermiere ad aiutare il lavoro del medici di guardia che comunque rimane in struttura fino alle 20.30. Se uno si sente male dopo vai al pronto soccorso.

Come finirà la storia delle case di comunità? Finirà che saranno date in gestione ai privati che si ritroveranno gratis nuove strutture e un bacino di utenti bisognosi di cure, a pagamento.

Il presidio medico di Palazzo Chigi

Se devi sentirti male, meglio stare a Palazzo Chigi dove è presente un presidio medico ben fornito, diversamente da quanto visto nelle case di comunità e nei pronto soccorso.

Ben dotato non solo come medici e infermieri ma anche come strumentazione sanitaria con defibrillatori, cardiografo portatile, strumenti oculistici, sei lettini, farmaci per urgenze, dispositivi vari.. quasi un pronto soccorso, forse anche troppo considerando che Palazzo Chigi si trova al centro di Roma con diversi ospedali vicini.

Quanto costa questa struttura? Palazzo Chigi non ha risposto alle domande di Report così i giornalisti hanno fatto i conti da soli: il costo del personale ammonterebbe almeno a 2,3 ml l’anno.

La scheda del servizio: PALAZZO CHIGI HOSPITAL

di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico, Carlo Tecce

A Palazzo Chigi c’è il Presidio sanitario più invidiato d’Italia: 4 medici dirigenti, 9 infermieri e 13 amministrativi, due oculisti e un medico del lavoro per alcune ore settimanali più una convenzione con l’ASL per medici rianimatori con uno costo di 2 milioni e 300 mila euro l’anno.

A dirigere il Presidio fino a qualche settimana fa è stata la Dottoressa Brunella Vercelli che è anche medico di base a Roma. Report è andato a verificare se i pazienti comuni sono stati trattati come gli inquilini di Palazzo Chigi.

Le luci si spengono su San Siro

La canzone di Vecchioni è forse quella adatta come colonna sonora per questi ultimi mesi dello stadio di San Siro: i privati hanno fatto una proposta di acquisto che è stata giudicata congrua per lo stadio e ora potranno farci quello che vogliono.

Lo stadio fu inaugurato nel lontano 1926, il secondo anello fu costruito nel dopoguerra e solo per i mondiali di Italia 90 viene realizzata la copertura e il terzo anello.

San Siro ha una sola particolarità – racconta lo stesso Vecchioni – è solo uno stadio, non ci sono ristoranti, bar, piste per l’atletica, è solo stadio “quando sei dentor lì, il mondo non c’è più”. La storia di questo stadio finirà come la canzone, “le luci non si accenderanno più”..: sulle ceneri del vecchio stadio ne sorgerà uno nuovo attorniato da ristoranti, centri commerciali, palazzi per clientela vip.

L’appassionato di calcio è visto come un limone da spremere – racconta a Report l’ex vicesindaco di Milano Luigi Corbani – “il modello non è quello delle tartine di gamberetti ma dovrebbe essere quello della gente che vuole vedere il calcio ..”

Il sindaco Sala, ancora nel 2019 per paura che le società andassero via da Milano aveva messo il piatto anche la vendita dello stadio che, all’epoca, non era la priorità per le società.
Il Milan infatti rilanciò prima col nuovo stadio personale nel parco della Maura e, infine, a San Donato Milanese in un’area nel mezzo dell’autostrada e delle linee ferroviarie a sud di Milano.

Facendo sorgere subito la reazione negativa dei comitati locali, contrari all’opera: Innocente Curci è un esponente di questo comitato che a Report racconta di come questa zona sia un imbuto “attualmente accessibile solo da un sottopasso”.
In questo imbuto secondo il Milano sarebbero dovuti arrivare circa 70 mila tifosi ogni partita in un comune che conta solo 30 mila abitanti.

“Immaginate che San Donato non ha parcheggi” spiega la consigliera di opposizione Gina Falbo “addirittura hanno immaginato per i parcheggi dello stadio di far lasciare le macchine degli ospiti della struttura all’aeroporto di Linate, alcuni hanno addirittura rappresentato i parcheggi del supermercato Esselunga.”

Il sindaco di San Donato Squeri – area centro destra – si giustifica dicendo che quel fazzoletto di terra sembra piccolo ma “guardando il progetto lo stadio ci starebbe, verrebbero fatti dei parcheggi sotto, non sono tutti sufficienti, ma noi abbiamo ad un km e mezzo circa ci sono i parcheggi della metropolitana ..”

Ma che impegno economico ha assunto il Milan per comprare l’area? Il Milan parla di 40 ml di euro, una cifra alta se si pensa che il solo San Siro potrebbe essere adesso venduto dal comune di Milano per soli 73 ml di euro.

Il terreno è stato comprato definitivamente dal Milan? Parrebbe di si, spiega la consigliera Falbo “ma questo contratto non l’ha mai visto nessuno, nemmeno il comune ha copia di questo contratto ”.

Sullo stadio San Siro c’era il vincolo della Soprintendenza che scatta, per un’opera di proprietà pubblica, dopo i 70 anni dalla costruzione e diversi comitati che si oppongono al progetto di abbattimento dello stadio si sono basati su questo vincolo.

Veronica Dini è legale del comitato San Siro: “abbiamo raccolto documentazione fotografica che dimostra il fatto che a partire dalla fine del 1954 ma sicuramente dal gennaio – giugno 55 si sono giocate partite a San Siro nelle quali il pubblico era seduto anche al secondo anello, quindi non solo era eseguito lo stadio, come richiede la legge, ma era agibile per il pubblico. La cosa singolare che è venuta fuori dall’archivio di Stato è che non ci sono stranamente proprio o documenti progettuali di San Siro..”

Il sindaco Sala si è sempre speso per il progetto di abbattimento dello stadio, sin dal 2021, usando la scusa che le squadre erano contrarie ai vari progetti di ristrutturazione (come se il compito del sindaco non fosse anche quello, essendo sindaco anche dei cittadini contrari all’abbattimento), “se le squadre non lo vogliono fare [la ristrutturazione] se qualcuno si sente più bravo di me, venga avanti..”

Così a fine 2023 si fa avanti un gruppo di professionisti guidati dall’architetto Giulio Fenyves con un progetto da ristrutturazione da 300 ml di euro, obiettivo era creare un’area dedicata ai tifosi tra il primo e il secondo anello, per dare alle squadre l’opportunità di aumentare gli introiti con ristoranti, skybox, aree alberghiere, tutte strutture con vista campo. Con tanto di copertura acustica sul tetto dello stadio per non dare fastidio al quartiere, “che questo stadio smetta di essere così rumoroso.”

Il progetto prevedeva, nel rispetto del piano regolatore, anche due torri e attività terziarie come uffici e alberghi, “abbiamo dato una risposta laica al tema” spiega l’architetto a Report, per conservare e valorizzare l’attuale impianto.

Ma la scelta politica del sindaco di Milano è stata quella di vendere lo stadio di San Siro, inserendo l’opera nel piano di alienazione del comune. Fondamentale per questo è il documento chiesto all’Agenzia delle Entrate sul valore dello stadio, che secondo l’agenzia vale 73 milioni di euro, 124 ml quello delle aree circostanti per un totale di 197 ml di euro. Significa un valore di 440 euro al metro quadro, un prezzo molto basso considerando che in centro si viaggia anche fino a 5000 euro al metro quadro.

Ma l’Agenzia delle entrate è un ente dello stato, risponde Sala, a chi dovremmo chiedere il valore dello stadio? Ma di fatto si è preso a scatola chiuso quello che ha riportato nel suo documento – commenta l’ex vicesindaco Corbani che aggiunge “a Parigi il sindaco Hidalgo di fronte al qatariota che gli proponeva di acquistare il Parco dei Principi per 50 ml gli ha risposto no, perché è un’offesa ai parigini. Anche lì il qatariota minacciava di andare da altre parti a fare lo stadio e il comune gli ha detto ‘benissimo vai da altre parte’ ..”

Che qualcosa non vada nella valutazione dell’agenzia delle entrate lo dimostra l’ultimo atto di Sala: si scopre che a fine aprile ha affidato senza gara una consulenza a due professori della Bocconi e del Politecnico per un’altra valutazione.

“è stata fatta per avere maggiore certezza” ha spiegato Sala a Report per poi aggiungere “i professori sono stati scelti in base alla loro capacità, ma l’agenzia delle entrate costituisce una grande garanzia”.

Un voler tappare il buco o rafforzare la valutazione dell’agenzia?

Report ha scoperto che entrambi i consulenti scelti da Sala hanno rapporti con l’Agenzia delle Entrate: Giacomo Morri della Bocconi fa parte del comitato scientifico di una rivista dell’ADE, mentre Alessandra Oppio del Politecnico è dentro la commissione censuaria dell’Agenzia.

La scheda del servizio: LUCI SPENTE A SAN SIRO

di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Il 3 ottobre del 2017, dopo che il Milan di Berlusconi era stato da poco venduto a Mr. Lì per 740 milioni di euro e l'Inter era già nelle mani del gruppo cinese Suning, il sindaco Sala ufficializza la volontà di ristrutturare lo stadio San Siro. È l'inizio di una telenovela che ci accompagna da quasi 8 anni e che a breve potrebbe terminare, con la vendita alle due squadre dello stadio e dell'area circostante per costruire un hotel, un centro commerciale e un nuovo impianto per aumentare i posti riservati dedicati ai tifosi. Chi realmente beneficerà della vendita è ancora un mistero, ma il sindaco tratta da 8 anni in via esclusiva con le squadre. Di sicuro c'è un profondo interesse tra la società Hynes, che qualche anno fa ha comprato l'area dell'ex-trotto accanto allo stadio per realizzare immobili, e il nuovo progetto presentato ufficialmente dalle due squadre.

Ancora sul rapimento e sull’omicidio Regeni

Report tiene accese le luci sull’omicidio Regeni, prima che prevalga l’oblio o la ragione di stato, per difendere i nostri interessi in Egitto.

Nel servizio di stasera si racconterà dei viaggi in Egitto dei vertici di Eni, all’indomani del rapimento del ricercatore italiano, come quello del numero due di Eni, il 27 gennaio. Un viaggio che equivaleva a quello di un diplomatico di alto livello – racconta a Report una fonte all’interno dell’azienda, come fosse un capo di stato.

Vella, come emerge da delle mail di cui Report è entrata in possesso, avrebbe incontrato il primo ministro egiziano, ufficialmente per definire dei dettagli per un accordo su un giacimento di gas in mare che faceva gola ad Eni. Erano però i giorni dove il governo egiziano aveva chiuso le porte a quello italiano per la scomparsa di Giulio Regeni.

In aula, nelle udienze per il processo sulla morte del nostro connazionale, l’AD di Eni è stato chiamato come testimone: quegli incontri erano per concordare gli ultimi dettagli prima di chiudere il contratto per il giacimento.

Ma il 28 febbraio 2016, dopo il ritrovamento di Regeni e quando la macchina egiziana dei depistaggi è già al lavoro, una mail interna all’Eni comunica l’arrivo di Descalzi a Il Cairo: in Eni la prima linea della dirigenza era consapevole che quella visita poteva generare imbarazzo di fronte all’opinione pubblica.

Sono i giorni in cui la diplomazia e la magistratura italiana sono ai ferri corti con le istituzioni egiziane per cui a fine febbraio il capo della security Rapisarda manda due mail, nella prima chiede che sia mantenuto il riserbo sulla visita e nella seconda aggiunge “da non diffondere..”

Viaggi riservati, non pubblicizzati: “i miei viaggi sono sempre riservati per la sicurezza mia” ha spiegato in aula lo stesso Descalzi (poi non sempre è così).

La realtà che sta dietro i comunicati ufficiali, le parole di circostanza per la morte del nostro connazionale Giulio Regeni è ben diversa e parla dei rapporti commerciali e strategici tra l’Italia e l’Egitto di Al Sisi, con a fianco l’Europa.

Per l’Italia, dopo la fine del gas russo, l’alternativa doveva essere il gas egiziano (alla faccia della transizione ecologica): lo ha ammesso lo stesso Descalzi in aula, parlando di gas dall’Algeria, dalla Libia e dall’Egitto (e pazienza se non sono proprio esempi di democrazie).

Né i nostri governi e nemmeno l’Unione Europea (vi ricordate i famosi valori occidentali che dobbiamo difendere?) può permettersi di infastidire Al Sisi – racconta a Report un diplomatico in forma anonima.

Con le bombe in Ucraina e a Gaza l’Egitto è un partner importante per l’Europa nel Mediterraneo, anche nella gestione delle politiche migratorie: ecco perché il 7 maggio 2024 il governo italiano lo inserisce nella lista dei paesi sicuri, quelli dove non esistono atti di persecuzione, tortura né altre forme di pena con trattamenti degradanti.

A voler l’Egitto nella lista dei paesi sicuri è stato il ministro degli Interni Piantedosi, dopo uno scontro col ministro degli Esteri (Tajani si era opposto proprio per la vicenda Regeni) – continua la fonte dentro la Farnesina.

Piantedosi ha dovuto forzare la mano per questa scelta: nell’aprile del 2024 Piantedosi ha scritto una lettera a Tajani in cui chiede esplicitamente che l’Egitto fosse incluso nella lista. L’Unione Europea (che nel 2024 aveva già promesso all’Egitto un pacchetto di aiuti europei da 7 miliardi) si accoda alla scelta italiana il 16 aprile 2025 inserendo Egitto e Bangladesh nella lista comune europea dei paesi sicuri.

Il giornalista di Report ha provato a chiedere al ministro Piantedosi le ragioni della sua scelta, senza ottenere una risposta, Report ha poi presentato richiesta di accesso agli atti negata dal ministero dell’Interno. 

La scheda del servizio: ALLA CORTE DEL FARAONE

di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago, Alessandra Teichner

L’inchiesta ricostruisce le dinamiche di potere che hanno consolidato il legame profondo tra Italia e Egitto e tra il Paese guidato dal Presidente Al-Sisi e l’Unione Europea. Una delle voci autorevoli è quella del Ministro del Turismo Egiziano, Sherif Fathy, che rilascia a Report un’intervista esclusiva nella quale risponde sui rapporti politici tra il governo Meloni e il governo Al-Sisi.

L’inchiesta rivela anche i retroscena della decisione politica che ha portato all’inserimento dell’Egitto nella lista dei “Paesi sicuri” nonostante il presunto coinvolgimento di membri degli apparati di sicurezza egiziani nel rapimento, nelle torture e nell’assassinio di Giulio Regeni.

L’influenza di Mori e De Donno sulla commissione antimafia

Diceva Falcone, in una audizione al Csm, che qualora le sue ipotesi sugli omicidi politici avvenuti in Sicilia tra gli anni settanta e ottanta, fossero confermate, la storia della mafia e dell’Italia andrebbe riscritta.

Mettendo assieme, non in contrapposizione, la pista nera con quella mafiosa dietro delitti come quello del presidente della regione Mattarella.

Ma sono piste che danno fastidio, mettendo in discussione quel racconto consolatorio che si è consolidato in questi anni: la mafia è stata sconfitta, ha vinto lo stato, amen.

Non cercate altre piste dietro le stragi di mafia Capaci, via d’Amelio, altro che servizi, altro che trattativa, tutta colpa dei colleghi di Borsellino.

Questa sera Paolo Mondani si occuperà dell’attivismo del generale Mori per condizionare l’azione della commissione antimafia presieduta dalla deputata Colosimo, per spingere le indagini sulle stragi del 1992-93 verso il famoso dossier mafia-appalti, togliendo di mezzo l’imbarazzante (per il governo) pista nera. Riscrivere la storia dell’antimafia secondo una formula consolatoria e che tolga una volta e per sempre di mezzo i famosi rapporti tra mafia e politica, tra cosa nostra e apparati dello stato.

Ne parla Marco Lillo in un articolo del Fatto Quotidiano

Ranucci&C.: “Mario Mori pilota così l’antimafia”. Il generale intercettato nel 2023-‘24

di Marco Lillo

Nel racconto inedito di un investigatore le trame dell’ufficiale (indagato a Firenze) per riscrivere la storia del 1992-1993

Uno scoop che farà discutere quello annunciato da Report per la puntata di domenica dal titolo “Mori va alla guerra”: il generale dei carabinieri in pensione è stato intercettato dalla Dia di Firenze (per altri fatti) mentre parlava con ex collaboratori, avvocati, giornalisti e soggetti legati alla politica per influenzare le mosse della Commissione Antimafia, guidata dalla presidente FdI, Chiara Colosimo.

Report ricostruisce il contenuto delle conversazioni risalenti al 2023-24 grazie alle dichiarazioni di un investigatore anonimo. Mario Mori è indagato per le stragi del 1993 con l’aggravante della finalità mafiosa e terroristica. Per Mori vale la presunzione di non colpevolezza e va ricordato che è stato già processato altre tre volte per accuse diverse e sempre assolto. I pm di Firenze, coordinati allora dall’aggiunto Luca Tescaroli, gli hanno inviato a maggio 2024 un invito a comparire nel quale l’accusa era così riassunta: “Pur avendone l’obbligo giuridico, non impediva, mediante doverose segnalazioni e/o denunce all’autorità giudiziaria, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative e/o preventive, gli eventi stragisti di cui aveva avuto plurime anticipazioni” eventi poi verificatisi a Firenze, Roma e Milano tra maggio e luglio 1993. In particolare, secondo l’accusa, Mori era stato “informato, dapprima nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta, del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale della nazione e, in particolare, alla Torre di Pisa” e, qualche tempo dopo, anche dal pentito Angelo Siino “il quale [il 25 giugno 1993] gli aveva espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”.

Lapista nera di cui Report più volte si è occupata è quella che vede coinvolte nelle stragi del 1992-93 gli stessi personaggi delle stragi degli anni ‘70, tra questi Stefano Delle Chiaie.

Nel servizio di questa sera Report rivelerà un nuovo testimone che afferma come il fondatore di Avanguardia Nazionale fosse presente a Palermo nel marzo del 1992, confermando la versione che l’allora capitano dei carabinieri Gianfranco Cavallo aveva raccolto grazie alle confidenze di Maria Romeo, sorella dell’autista di Delle Chiaie e compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero: ne parla ancora Marco Lillo in un secondo articolo

“Nel ’92 vidi Delle Chiaie a Palermo, era al giornale”

di Marco Lillo

Il giornalista siciliano Intervistato da Paolo Mondani. La testimonianza inedita può rilanciare la “pista nera” dietro all’attacco allo Stato da parte di Cosa Nostra

Stefano Delle Chiaie era a Palermo nel febbraio-marzo del 1992. L’ennesima smentita all’informativa dell’allora capo della Mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera del dicembre 1992, che negava la presenza dell’estremista di destra in Sicilia giunge da un testimone scovato da Report. Si tratta di un giornalista che allora lavorava per Il Giornale di Sicilia, Giuseppe Martorana. A Paolo Mondani, autore del servizio che andrà in onda domani, ha raccontato che il fondatore di Avanguardia Nazionale, più volte indagato per le stragi della strategia della tensione degli anni 60, 70, 80 e pure 90, ma sempre prosciolto, per due volte fu avvistato in redazione. “Una mattina vennero una coppia di persone (…) vidi un viso che conoscevo. Era Stefano Delle Chiaie (…) era l’inizio del ’92. Tra febbraio e marzo”. La testimonianza inedita è la leva argomentativa per rilanciare la ‘pista nera’ delle stragi di mafia alle quali la trasmissione di Rai3 ha dedicato già numerosi servizi. Report ripercorre la vicenda della nota dell’ottobre 1992 del capitano dei Carabinieri di Palermo (ora generale di corpo d’armata) Gianfranco Cavallo. La nota era basata sulle confidenze riferite anonimamente da Maria Romeo, sorella dell’autista di Stefano Delle Chiaie in Sicilia (Domenico Romeo) ma allo stesso tempo compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, autista del boss di Cruillas Mariano Tullio Troia.

La scheda del servizio: MORI VA ALLA GUERRA

di Paolo Mondani

Collaborazione Roberto Persia

Mentre proseguono le indagini sulla pista nera a Caltanissetta, Report aggiunge una testimonianza sulla presenza di Stefano Delle Chiaie in Sicilia a ridosso della morte di Giovanni Falcone.

A Roma invece continuano i lavori della Commissione parlamentare antimafia. Nelle ultime audizioni il generale Mori e il colonnello De Donno hanno sostenuto che proprio il dossier mafia e appalti sarebbe dietro l’accelerazione della morte di Paolo Borsellino, lanciando accuse ai magistrati della procura di Palermo quali responsabili morali della sua morte. Report propone una testimonianza che racconta quanta influenza, il generale Mori e il colonnello De Donno, avrebbero avuto sui lavori della Commissione Antimafia.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

19 gennaio 2025

Anteprima inchieste di Report – la lunga vita del ponte sullo Stretto, le Marche, i signori dello sport e il piano Mattei in Congo

La lunga vita del ponte sullo Stretto, la grande opera non ancora realizzata che sta drenando tutte le risorse del sud. Verrà autorizzata la sua costruzione? Tra pochi giorni verrà presentato il progetto definitivo aggiornato (e non quello di Ciucci del 2005 da cui è partito Salvini). Quanto è indipendente la commissione di valutazione ambientale?

Poi si torna a parlare del piano Mattei, l’enorme spot con cui il governo Salvini pensa di poter aiutare i paesi africani per limitare i flussi migratori.

Reportlab: il turismo nelle Marche

Le Marche sono la prima e unica regione al plurale d’Italia – così ci dice il comico Giorgio Montanini, marchigiano convinto.
“Le Marche sono casa mia, e lo rivendico perché sono marchigiano e fermano orgoglioso. Le Marche sono una striscia di terra in cui ci stanno, pur in una piccola striscia di terra, mille realtà diverse, come in tutta Italia. Però le Marche hanno proprio le differenze dei dialetti così marcati e distanti: Valentino Rossi è marchigiano eppure nessuno direbbe che ha il dialetto marchigiano, perché se vai a Pesaro sei vicino all’Emilia Romagna, se vai a San Benedetto e Ascoli sei già più vicino all’abruzzese. Ancona io la chiamo la terra de mezzo de frodo, perché ha un dialetto tutto suo, particolare, mentre Macerata e Fermo hanno quella connotazione marchigiana che la gente riconosce in giro per l’Italia. In certi momenti storici questa zona qua era quella con più Ferrari pro capite d’Italia, quindi c’era un benessere diffuso, c’era un altro modo di vivere l’imprenditoria con magari anche una certa attenzione al versamento delle tasse diversa da quella che c’è adesso. Adesso lo Stato è un po’ più attento, adesso batte cassa con più attenzione, prima magari no e quindi i soldi giravano molto di più. A Fermo c’erano 20 night, quando ci sono i night in un posto, è Las Vegas oppure ci stanno i soldi. Qua c’erano i soldi, i night oggi hanno chiuso tutti..”



Nel servizio si parlerà di Macerata che è la città di origine di Dante Ferretti, lo scenografo di Hollywood ma anche dei film di Fellini e Pasolini, che ha portato nel cinema la bellezza delle Marche. A Report racconta di come nella sua città abbia lavorato l’ultima volta solo 20 anni fa, quando ha rifatto la Carmen, “poi non mi hanno più chiamato”.

La scheda del servizio LAB REPORT: LET’S MARCHE!

di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Il rilancio del turismo nelle Marche è stato uno dei cavalli di battaglia del Governatore Acquaroli che ha istituito un'agenzia apposita proprio per far conoscere il brand Marche fuori regione e all'estero. Si chiama Atim e in appena due anni per il suo funzionamento la Regione ha stanziato circa 12 milioni di euro. Tra uffici deserti e affidi diretti senza bandi di gara, la Corte dei conti ha certificato che Atim è un doppione inutile e costoso dell'assessorato al Turismo di cui lo stesso Acquaroli ha tenuto la delega.

Il ponte sullo Stretto (a tutti i costi)

Ci sono diversi motivi per pensare che ci siano problemi di fattibilità per la realizzazione del Ponte sullo Stretto (il più grande ponte senza campate al mondo, costruito su una zona sismica). A cominciare proprio dal fatto che verrà costruito in una zona ad alto rischio di terremoti: l’ultimo, un terremoto maremoto, avvenuto nel 1908 a Messina, che provocò 80 mila morti, il quinto terremoto più distruttivo nella storia dell’umanità.

Ciucci, di fronte a questo dato di fatto, ha usato la carta dell’ironia per non rispondere al giornalista di Report, Danilo Procaccianti “se vuole fare un esame di questo genere, venga nel nostro ufficio e le facciamo rispondere dai ns esperti.. se lei è un esperto.”

Forse Danilo non è un esperto in sismologia, ma nemmeno il ministro lo è. Ma all’istituto nazionale di Vulcanologia gli esperti ci sono: a Report hanno raccontato che nell’intorno di Reggio Calabria hanno registrato oltre seimila terremoti, “sul fatto che il ponte insista su un’area geologicamente viva e che sia si una struttura che possa essere area epicentrale non ci sono dubbi.”

Sta di fatto che l’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia non è stato coinvolto formalmente per dare un parere sulla pericolosità sismica insita nel ponte.

Dovesse arrivare un terremoto di magnitudo 7,1 l’unica cosa che resterebbe in piede sarebbe il ponte ci dicono i sostenitori del progetto del ponte: è vera questa affermazione?

Danilo Procaccianti lo ha chiesto a Carlo Doglioni, presidente INGV: “è famoso il ponte di Takoma che è crollato perché è andato in risonanza per la frequenza dell’oscillazione legata al vento. In questo caso le frequenze sono così basse, di diverse decine di secondi, che il terremoto non farebbe crollare il ponte. Ma il terremoto potrebbe danneggiare fortemente le fondazioni delle Torri e degli ancoraggi, in questo senso il ponte rischierebbe anche di crollare”.
Doglioni ha più volte chiesto che venissero fatti maggiori studi per verificare la fattibilità del ponte, soprattutto ha chiesto che venissero utilizzati coefficienti di accelerazione più alti per verificare il rischio sismico.
“Il ponte è costruito ipotizzando 0,58 [come coefficiente] ma noi sappiamo che nelle zone epicentrali queste accelerazioni per terremoti di magnitudo anche inferiore a 7, sono state spesso anche superiori ad 1G. Il terremoto della Turchia, del Giappone nel gennaio di quest’anno [2024], ci sono state accelerazioni che hanno superato anche i 2G quindi accelerazioni anche più grandi di quelle che vengono ipotizzate. Deve essere realizzata una struttura che resista qualunque cosa succeda.. ”
Non sarebbe stato meglio farlo prima questo approfondimento?
“Noi come INGV non siamo stati coinvolti formalmente per dare un parere sulla pericolosità sismica..”.
A queste osservazioni, l’AD della società per il ponte Ciucci risponde che non ha voglia di fare polemiche con nessuno, noi con INGV collaboriamo.. Un modo per non rispondere alla domanda: due tecnici dell’istituto hanno collaborato con la società ponte sullo stretto a titolo personale, non c’è stata nessuna ufficialità da parte dell’istituto. Dunque non è stata l’INGV come istituto a dare il via libera e ha dato pareri che siano stati utilizzati formalmente nella progettazione.
A onor del vero la procedura di approvazione non prevedeva alcun via libera ufficiale da parte dell’INGV.



Un altro problema potenziale del ponte è la sua altezza: il ministro Salvini in conferenza stampa ha assicurato che l’altezza sarà almeno di 65 metri, a massima capienza cioè con auto e treni (perché su quel ponte passeranno anche i treni). Le navi potranno passarci sotto, “perché è stato studiato dagli ingegneri..”

Ma in realtà non è così: nel 2023 hanno attraversato lo stretto di Messina 5 navi da crociera e 15 portacontainer con altezza superiore a 65 metri, col ponte non avrebbero potuto farlo. Sono dati che arrivano direttamente dal ministero dei Trasporti di Salvini.

Questo sembra preoccupare solo le associazioni locali, come il WWF contrarie a questa opera: questo ponte dovrebbe comportare la variazione delle carte nautiche per il superamento dello Stretto – racconta l’avvocata Aurora Notarianni “questo significherebbe strozzare il porto di Gioia Tauro, uno dei porti di maggiore rilievo nel Mediterraneo e tutto il traffico crocieristico che si sta incrementando a Messina.”
Ma la società stretto di Messina risponde che il ponte normalmente sta sopra i 70 metri: “è come nascondere il sole con un dito, non è così”.
Che il progetto sia tutt’altro che definitivo lo dimostrano anche le incertezze sui cavi, due per lato, che dovrebbero reggere il ponte, che rendono complicata la distribuzione dei carichi in un ponte così lungo (2988 metri).
È il primo progetto al mondo di un ponte a campata unica così lungo – in effetti: l’ex direttore del dipartimento di ingegneria industriale e meccanica di Catania, Antonino Risitano racconta a Report che con quattro corde (per tenere il carico, due per ogni lato) “quando mi sposto da un lato non so come si ripartisce il carico, di quanto una viene caricata più dell’altra.”
I dubbi sui cavi hanno una storia lunga tanto che anche i progettisti originali per verificarne la tenuta raccomandavano prove di fatica.
“Ci sono due pagine nel progetto definitivo in cui sono indicate quali prove devono essere fatte e soprattutto l’attrezzatura con cui devono essere eseguite le prove ma queste prove non sono mai state fatte ” continua il professor Risitano.
E se poi i cavi non reggono? Rifacciamo tutto da capo?
Così per la difficoltà nel fare queste prove i progettisti nel documento di progetto hanno proposto di usare acciai di più elevata resistenza per i cavi: “significa cambiare la parte strutturale più importante del ponte cioè fare un progetto nuovo, di sana pianta”, continua Risitano che poi conclude in modo netto “è tecnicamente sbagliato che si possa approvare un progetto definitivo senza le prove sui cavi, un cavo che cede, il ponte cede.”

Ma il ministro Salvini crede fortemente a questo progetto, secondo il ministro gli italiani aspettano questa opera da 50 anni (oltre ai treni in ritardo, l’acqua nelle case in molte zone del sud..), e con questo governo si passerà dalla parole ai fatti.

Così il primo atto da ministro è stato riesumare la società stretto di Messina spa, che il tecnico Mario Monti aveva deciso di liquidare nel 2013, una società che per non fare nulla ci è già costata 342ml di euro.


Come AD di questa società Salvini ha chiamato lo stesso uomo scelto a suo tempo da Silvio Berlusconi, Pietro Ciucci, colui che per primo parlò di prima pietra del ponte nel 2005. Venti anni fa. Ciucci è stato anche presidente e AD di Anas e durante la sua gestione sono crollati tre viadotti: uno è rimasto nella storia, il rilevato stradale di Scorciavacche, sulla Palermo Agrigento. Inaugurato senza collaudo poco prima del Natale 2014, crollato appena sei giorni dopo.

“C’è stato un errore di progettazione e in fase di realizzazione dell’opera ma quel viadotto e quel rilevato era una soluzione tecnica adeguata al problema da superare ..” spiega oggi a Report lo stesso Ciucci. Ma la procura di Palermo ha ipotizzato dei reati e nel mese scorso ha chiesto per Ciucci una condanna a 4 anni di reclusione, una tegola per colui che deve guidare l’operazione ponte.
Ciucci su questo punto risponde che il ponte non è crollato, è crollato solo un “modesto rilevato stradale” che è ceduto quando la strada era chiusa e quindi senza nessun rischio per nessuno.

Chi sono i membri della commissione tecnica di valutazione di impatto ambientale del ponte?

C’è una consigliera comunale di FDI esperta in interior design (con un dottorato di ricerca in ingegneria ambientale), Margherita Scoccia. Un altro commissario è il vicesindaco di Pisa, sempre di FDI, Raffaele Latrofa, un altro rappresentante politico dentro una commissione che dovrebbe essere terza per poter valutare correttamente un progetto voluto dalla politica.

La scheda del servizio: IL PONTE A TUTTI I COSTI

di Danilo Procaccianti

Collaborazione Enrica Riera

Il Ponte sullo Stretto, il pallino del ministro Matteo Salvini. Nei prossimi giorni dovrebbe esserci l'approvazione da parte del Cipess del progetto definitivo aggiornato, ma siamo sicuri che la premier Giorgia Meloni voglia prendersi la responsabilità di approvare un progetto sul quale molti tecnici indipendenti hanno posto grossi dubbi di fattibilità? L'ultimo in ordine cronologico è stato il presidente dell'INGV (Istituto nazionale Geofisica e Vulcanologia) Carlo Doglioni, massima autorità in materia sismica in Italia. Altri tecnici meno critici sono stati nominati nella commissione Via (valutazione di impatto ambientale) che ha dato il via libera al progetto. Ma sulla commissione pesa una certa vicinanza ai partiti di maggioranza e c'è perfino chi ha delle condanne proprio per reati ambientali.

Aiutiamoli a casa loro? – il piano Mattei

Il piano Mattei prevede la realizzazione di diversi progetti nei paesi africani, tra cui il Congo-Brazaville, anche in collaborazione con Eni, per diversi miliardi di ml di euro.
Come sono spesi questi soldi? Che livello di trasparenza c’è in questi progetti e nei rapporti con questi paesi, dalla Somalia al Kenia, dall’Egitto al Congo, spesso governati da regimi autoritari.

Paesi con cui Eni e altre major sono chiamati a trattare: “Più il paese è ricco più la corruzione è diffusa ” racconta a Report Massimo Alberizzi direttore di Africa Express “il sociologo svizzero Ziegler ha descritto il Congo come un mendicante seduto su una montagna d’oro, poche famiglie sono ricchissime e gestiscono il petrolio, le concessioni.. Abbiamo avuto dei casi di corruzione molto pesanti che sono ancora in qualche modo da chiarire perfettamente”.
Ma il Congo rimane un partner importante per l’Italia e non a caso è stato inserito tra i paesi pilota nel piano Mattei, il progetto da 5,5 miliardi di euro voluto dalla presidente Meloni che il 25 novembre scorso ha ricevuto a Palazzo Chigi il presidente Denise Sassun Nguesso.

Laura Mazza è rappresentante delle relazioni istituzionali della repubblica del Congo in Italia: “ha chiesto di dedicarsi alla gestione dello sviluppo sostenibile legata sia all’energia che all’acqua ..”
Il progetto in Congo prevede la realizzazione di una rete idrica per assicurare acqua potabile agli abitanti della capitale Brazzaville, tra i suoi sostenitori più convinti c’è anche l’ambasciatore del Congo in Italia, Okemba.

A Report l’ambasciatore questo progetto consentirà la trasformazione dell’economia del paese, oggi legata agli idrocarburi: “il vantaggio del piano Mattei è che non ci viene imposto dall’esterno, è un piano che stiamo costruendo insieme, attualmente il Congo ha avviato un programma di sviluppo dell’agricoltura e di tutela dell’ecosistema forestale, con progetti che permetteranno alla popolazione locale di beneficiare dei nostri rapporti con l’Eni, ma anche col governo italiano.”

Eni è presente in Congo dal 1968 per i pozzi offshore di petrolio è gas naturale, una collaborazione di lungo corso – racconta il servizio – che si rinnova nel nome della soddisfazione reciproca.

Lo racconta l’ambasciatore Henri Okemba “con Eni il Congo è cresciuto moltissimo e con l’estrazione del gas Eni ha dato al Congo un margine di sviluppo ancora maggiore. Proprio assieme ad Eni guardiamo anche alla formazione, all’agricoltura, alle energie rinnovabili, tutti questi progetti vengono portati avanti in modo concreto e trasparente.”

A proposito di trasparenza, a Point-Noire capitale economica della Repubblica del Congo i cronisti de l’Espresso nell’ambito di una inchiesta internazionale coordinata dal consorzio ICIJ, scoprono la casella postale 4801, dove hanno sede due società: la Petroserve che risulta essere una fornitrice di Eni e la Elengui, una società offshore intestata a Marie Madeleine Ingoba, moglie dell’AD di Eni Descalzi.

Lo racconta Paolo Biondani a Report: la signora ha spiegato che questa società è stata aperta su suggerimento del suo commercialista per fare un investimento immobiliare in Congo poi non finalizzato.
Una società inattiva che ha la stessa sede di Petroserve, un gruppo di aziende controllate da holding in Lussemburgo e Olanda che negli anni si è arricchito con Eni, sotto la guida dell’imprenditore inglese Haly.

Di Haly ha parlato a Report un ex manager di Eni che per l’azienda ha gestito le trattative più delicate in Africa: “Haly era legatissimo a tutti i manager di Eni in Congo ed era lui il volto operativo di Petroserve”.

In Lussemburgo le autorità hanno messo gli occhi sulla società anonima Cardon, l’azienda che a caduta, controlla le aziende che si sono arricchite con Eni a cominciare dalla Petroserve: scoprono che fino all’8 aprile 2014 tra i soci figurava, oltre ad Haly, proprio la signora Ingoba.
“LA Petroserve ha avuto solo in Congo contratti da Eni per 104 ml di dollari” spiega a Report Antonio Tricarico di Re Common “per fornitura di navi, per spostare lo staff sulle piattaforme, ma in tutti questi paese ha avuto contratti, secondo la Guardia di Finanza, fino a 305 ml di dollari.”

La moglie di Descalzi esce poi dalla società pochi giorni prima che Descalzi venga nominato amministratore, nel 2014.

La scheda del servizio: TESORO HO PRESO L’AEREO

di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago

Quali sono stati e quali sono gli interessi dell’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, in Congo e di sua moglie Marie Madeleine Ingoba?

Mentre Italia e Congo-Brazzaville lavorano alla lista di interventi da oltre 320 milioni di euro previsti dal Piano Mattei nel Paese, Report è in grado di rivelare una serie di documenti inediti, interni alla più grande delle aziende controllate dallo Stato italiano che proprio in Congo è attiva da anni nel settore degli idrocarburi.

Documenti mai emersi prima, che aggiungono importanti verità alle inchieste giudiziarie della Procura di Milano aperte sulle attività di Eni in Congo e sulle assegnazioni dei diritti di perforazione.

I signori dello sport

Chi sono i signori dello sport nella politica italiana e perché lo sport è tanto importante per la politica italiana?

Report si occupa di questo nel servizio di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale: sono andati ad intervistare il ministro dello sport Abodi chiedendogli dell’operazione portata avanti dal capogruppo di FI Paolo Barelli, la rimozione del limite dei tre mandati che gli interessava anche come presidente della federazione nuoto.

Il ministro ha risposto di aver preso atto della decisione del Parlamento anche se non è esattamente quello che aveva immaginato.

Ovvero un mondo con tante porte girevoli o, meglio ancora, senza porte tra sport e politica con una commistione di ruoli: ma Barelli è stato capace di svolgere i due ruoli sapendo distinguere le due funzioni – come sostiene il ministro? “Fino ad adesso si nella misura in cui non ho avuto nessun tipo di segnale che lo riguarda”.
Ma Report, che è diffidente di natura, qualche segnale di non separazione perfetta dei ruoli, l’ha notato: grazie al suo emendamento Barelli ha potuto farsi rieleggere al terzo mandato con presidente federale con un plebiscito.

“C’è consenso perché si è registrata una crescita del nostro sistema in maniera chiara” racconta a Report lo stesso Barelli “dopo di che le norme possono permettere ad un presidente di ricandidarsi, il sostegno dei presidenti delle società c’è sempre stato e per cui sono qua..”
Barelli ha attraversato 7 mandati da presidente federale e cinque legislature in Parlamento galleggiando sempre, anche nelle tempeste giudiziarie. Tre anni di squalifica a livello internazionale di cui uno scontato e due annullati: è finito di fronte al comitato etico – spiega Marco Birri dirigente della Lega Europea nuoto tra il 2025 2023 “perché era contemporaneamente presidente della federazione europea e presidente della federazione italiana firmando un documento nel quale tutto il governo della federazione europea non era assolutamente informato.” Questo il motivo per cui a livello internazionale Barelli ha perso la sua credibilità.
C’è poi un’altra vicenda controversa: il pagamento per la ristrutturazione delle piscine per il foro italico. Nel 2013 la Federnuoto saldò parte di un debito col Coni detraendo le fatture di quei lavori che però erano stati già oggetto di un contributo pubblico, insomma Barelli si fece scontare delle spese che aveva sostenuto lo Stato. Per quella vicenda è stato prosciolto dalla giustizia sportiva e penale ma sanzionato da quella contabile. Una sentenza della Corte dei Conti lo ha condannato a restituire 490 mila euro: il danno erariale è una colpa grave per un uomo delle istituzioni ma anche per questa vicenda la sua carriera non ha avuto problemi, a pagare al suo posto è stata la federnuoto. Tutto è perdonato: Barelli è tornato rafforzato sia nello sport che nella politica, come racconta il giornalista de Il Domani Vittorio Malagutti “gode di un potere enorme nel partito, adesso è capogruppo alla Camera, è uno dei parlamentari più legati al ministro Tajani ”

La scheda del servizio: BARELLI & BINAGHI. I MONARCHI DELLO SPORT ITALIANO

di Carlo Tecce e Lorenzo Vendemiale

Da un quarto di secolo Paolo Barelli è il capo indiscusso della Federazione italiana nuoto. Il suo potere nello sport, però, deriva anche dalla sua carriera politica: parlamentare da cinque legislature, è capogruppo di Forza Italia alla Camera e braccio destro del ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani. Proprio il doppio ruolo gli ha permesso di superare indenni diversi ostacoli. Con documenti e testimonianze esclusive, Report racconta i segreti di Barelli, i suoi conflitti di interessi e ricostruisce gli affari degli ultimi anni che arrivano fino al suo partito. Un altro mister B. dello sport italiano è Angelo Binaghi, presidente della Federtennis che, fra un anno, come Barelli, festeggerà il suo quarto di secolo al comando.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

17 novembre 2024

Anteprima inchieste di Report - il seggio di Cosenza, l’olio di Ricino in Africa, la peste suina e gli uomini dietro Vannacci

Report domenica tornerà ad occuparsi del caso Regeni, lo studente italiano torturato e ucciso in Egitto dai servizi segreti di Al Sisi: il caso è ancora aperto grazie alla caparbietà della famiglia e dei magistrati che lavorate alle indagini contro gli 007. Le recenti affermazioni di esponenti del governo Meloni, sull’Egitto come paese sicuro, hanno riacceso il faro su questa brutta vicenda che mette il luce tante ipocrisie sui nostri rapporti con questo paese africano a cui siamo legati (nonostante le violazioni dei diritti civili) da importanti rapporti commerciali.

Poi un servizio sul famoso piano Mattei, che col fondatore delll’Eni non ha nulla a che fare, infine un servizio sulla peste suina: come mai il nostro paese è stato così colpito da questa malattia? Centreranno forse i tanti, troppi, allevamenti intensivi?

ReportLab – il seggio delle schede bianche

Nell’anteprima di Report Giulia Presutti racconterà la storia del seggio uninominale di Cosenza 2 alla Camera dei Deputati: lo sconfitto Andrea Gentile ha vinto il ricorso, facendo ricontare le schede, risultando poi al riconteggio come vincitore. Misteriosamente, alcune schede bianche sono diventate schede valide.

Il mistero di questa storia ruota attorno al grande numero di schede bianche nel colleggio conteso da Orrico e Gentile, al riconteggio della Giunta per le elezioni, sono invece risultate valide, presentavano infatti una X correttamente apposta.
Il padre di Andrea Gentile è stato sottosegretario tra il 2016 e il 2018, parla di un labirinto, “mica qualcuno trucca le schede”: eppure su 414 voti riassegnati, 320 sono andati proprio ad Andrea Gentile, una circostanza definita di particolare rilievo dalla stedda giunta della Camera che sottolinea come, nelle precedenti legislature, il tasso di errore fosse del 3%, mentre in questo caso è stata riassegnata una scheda su 10, per capire cosa sia successo ai seggi la giornalista è andata a cercare i presidenti e i rappresentanti di lista in tutta la provincia di Cosenza.

Uno di questi ha dato appuntamento poco fuori la città: a Castiglione le sei schede bianche sono state riassegnate, eppure, racconta la presidente di seggio di Castiglione le schede erano bianche, senza segni, le schede sono state controllate da tutti. Dare indicazioni sbagliate sulle schede sarebbe come fare una dichiarazione falsa, “sarebbe una follia, in un paese di tremila persone, parliamo sempre di persone che hanno qualcosa da perdere.”

La deputata 5 stelle Orrico, che aveva vinto il seggio, ha posto al ministro degli Interni una informativa urgente, dopo aver visto l’anticipazione del servizio che andrà in onda stasera in forma integrale: nell’informativa ha chiesto al ministro una verifica sulle anomalie che si sarebbero verificate in Calabria alle politiche del 2022, nel seggio di Cosenza 2 dove la percentuale di schede bianche risultate votate è stata anomala pari al 10% quando normalmente si aggira in tutta Italia al 3%. Nella stessa inchiesta – continua la deputata nella sua richiesta al ministro – i presidenti dei seggi raggiunti dalla giornalista hanno confermato che quelle schede in fase di scrutinio fossero bianche.

“A ciò aggiungo quanto mi viene riportato in una lettera da alcuni elettori – egregio onorevole ci preme informarla che il suo competitor Gentile sta richiedendo presso tutti i comuni del territorio i verbali relativi alle operazioni di scrutinio, inoltre ha predisposto una richiesta per la quale ha voluto la firma di almeno 400 elettori di diversi comuni. Nell’interesse di tutti i calabresi vostri elettori la preghiamo vivamente di seguire con attenzione l’evolversi della situazione [..] inutile dire che la modalità di ricerca di qualche errore sono, come sempre, poco trasparenti e chiare, facilmente potrebbero capolvogere un esiguo risultato di voti ma di grande liberazione morale.”
La deputata ha chiesto che si fermino i lavori della giunta per le elezioni per indagare a fondo su quanto emerge dall’inchiesta e dal lavoro stesso della giunta.
Le accuse della deputata sono gravi, su cui chiede un intervento del ministro, della Camera e della Giunta: “Esiste o no un sistema di controllo pseudo mafioso del voto in Calabria? La sicurezza dei seggi elettorali e di chi presiede le azioni di scrutinio è stata garantita? Il voto in Calabria è un voto libero oppure è condizionato da fattori ambientali riconducibili allo strapotere di alcune famiglie? [..] Vogliamo continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto oppure vogliamo restituire dignità e fiducia ai cittadini italiani?”.

La scheda del servizio: L’AGGIUNTA DELLE ELEZIONI di Giulia Presutti

Collaborazione Madi Ferrucci

In Parlamento da oltre un anno si sta giocando una partita silenziosa. La posta in gioco è un seggio della Camera, l'uninominale della provincia di Cosenza: alle scorse elezioni politiche era stato vinto dalla deputata Cinque Stelle Anna Laura Orrico, ma il secondo classificato ha fatto ricorso. Si tratta di Andrea Gentile, ex deputato di Forza Italia e rampollo di una famiglia cosentina da sempre in politica: per contestare il risultato elettorale si è rivolto alla stessa Camera dei Deputati, dove la Giunta delle Elezioni ha riaperto e contato tutte le schede nulle e bianche. Gentile è passato in vantaggio di 240 voti, ma c'è un mistero: perché 440 schede che i verbali di sezione hanno indicato come bianche, risultano ora contrassegnate da una x? I presidenti di seggio dicono che lo spoglio è stato svolto sotto il controllo di più occhi e che solo quando non era presente alcun segno, le schede venivano dichiarate bianche.

La peste suina e gli allevamenti intensivi

Sono bastate le immagini in anteprima del servizio di Giulia Innocenzi (autrice del documentario Food for Profit, che Report aveva trasmesso questa primavera) perché il presidente di Assosuini, Elio Martinelli, mandasse alla trasmissione la diffida a trasmetterlo: certe immagini non si devono far vedere al grande pubblico, come funzionano le cose dentro i grandi allevamenti.



Allevamenti proprio come quello dello stesso Martinelli in provincia di Mantova dove, come mostrerà il servizio che andrà regolarmente in onda, nelle stalle si vedono passeggiare topi, dove i maiali vivi passeggiano accanto alle carcasse degli animali vivi, in condizioni igieniche precarie, con feci strabordanti e animali sporchi, ragnatele incrostate e strutture abbandonate in condizioni di degrado da cui entrano anche altri animali dall’esterno. Fuori, sui muri dell’allevamento, resti di tetti in eternit danneggiati, ancor più pericolosi perché potrebbero rilasciare fibre di amianto nell’aria.
“Purtroppo nelle stalle vecchie ce ne sono ancora di tetti in eternit” risponde il proprietario, Elio Martinelli a cui la giornalista spiegava come questa sia una situazione pericolosa per chi ci lavora vicino “a noi ad esempio è successo che quando c’è stata una piccola tromba d’aria che ha fatto cadere delle lastre sicuramente per terra per qualche giorno c’è stato, ma niente di più.”

Non è solo l’eternit a preoccupare, anche le condizioni di salute degli animali lo sono – racconta nel servizio Giulia Innocenzi: si vedono maiali malati, con ernie, zoppicanti, orecchie morsicate, lasciati nei recinti assieme a quelli sani. E quelli che muoiono, se non vengono raccolti dagli operatori, vengono sbranati dagli altri maiali, perfino le viscere.

“Sicuramente non do l’ordine di comportarsi così, però io non sono sempre lì” si giustifica il proprietario “per cui non so se è successo.. noi ci teniamo molto a poter tenere gli animali in salute, purtroppo non riusciamo sempre. Però, insomma, non è che vogliamo avere il non benessere degli animali.”

Come era stato raccontato nel precedente servizio, Food for profit, negli allevamenti si usa ancora l’elettrocuzione per uccidere gli animali ammalati della peste suina: questa operazione, racconterà il servizio, viene fatta fare ad operatori per la prima volta, senza alcuna formazione, come fosse un addestramento o un gioco, visto che nel mentre si uccide il maiale partono anche le batture su delle grigliate da fare.

Il ministro dell’agricoltura che dice di questi abbattimenti per la peste suina? “Noi non ci occupiamo degli abbattimenti” ha risposto a Report, perché la competenza sarebbe del ministero della salute. Ma Lollobrigida nel novembre dello scorso anno in Parlamento si occupò proprio di abbattimenti e difese l’operato della ditta incaricata.
Nella relazione al Parlamento il ministro aveva spiegato come le operazioni di abbattimento degli animali fossero state fatte da ditte specializzate sotto il controllo del personale dell’agenzia della tutela di salute di Pavia, “secondo le buone prassi del caso e in osservanza delle norme sia in termini di biosicurezza che nel rispetto del benessere animale.”
Perché Lollobrigida ha risposto al Question time in Parlamento se non ha la competenza? Per tutelare gli imprenditori, quelli danneggiati dalla peste, per cui il ministro sta cercando risorse per dargli una mano, testuali parole, per sopravvivere e mantenere gli allevamenti in Italia.

Dove gli animali vivono nelle condizioni che abbiamo visto.

Stefano Fanti, direttore del consorzio del prosciutto di Parma, dopo aver visto le immagini della passata di inchiesta di Giulia Innocenzi sugli allevamenti, aveva mandato un messaggio chiaro: “chiediamo a tutti di segnalarci i mascalzoni perché immediatamente provvederemo a segnalare i loro nomi alle autorità competenti, che è il ministero della salute, affinché questi mascalzoni non rovinino l’immagine delle persone serie e oneste”.

Come mai allora nessun allevatore è stato radiato dal consorzio? Perché tra il dire e il fare passa il rimpallo delle responsabilità: il direttore del consorzio spiega ad un giornalista di non avere gli strumenti per farlo, è una potestà in capo solo al ministero della salute. In realtà, spiega il ministero della salute, che la potestà è a capo del ministero dell’agricoltura che a sua volta smentisce quanto detto dal direttore del consorzio affermando che la decisione di escludere un consorziato è in capo al consiglio di amministrazione del consorzio.

Nel frattempo la peste suina sta decimando gli allevamenti e gli allevatori hanno iniziato a chiedere gli aiuti allo stato (solo la regione Lombardia ha stanziato 4 ml di euro lo scorso anno per i focolai di peste): ma questa carne, come racconterà il servizio, potrebbe essere già arrivata nei supermercati. La catena Lidl ha mandato una lettera ai suoi clienti professionali per rintracciare e ritirare dei prodotti a base di maiale, come salsiccia e pancetta, perché potrebbero essere infetti dalla peste suina africana. La Lidl non mette cartelli nelle filiali perché non si tratta di un richiamo al consumatore finale, come confermato dall’ASL incaricata.

Per la riduzione del contagio la catena dovrebbe mettere dei cartelli, a scopo precauzionale – spiega il comandante del nucleo anti sofisticazione dei carabinieri di Bologna Fabrizio Picciolo – “non c’è un rischio per la salute però c’è un rischio di epidemia.”
Tutto nasce da un episodio specifico: dopo aver mandato i suoi maiali al macello, un allevatore piemontese scopre il virus e l’ASL in via precauzionale fa partire l’attività di rintraccio.
Anche il gruppo Aia Veronesi è stato colpito dalla peste: ben sette allevamenti su 21 focolai scoppiati quest’anno in Lombardia. Un allevatore racconta a Report di aver messo in atto tutte le misure di biosicurezza, la doppia dogana: “i maiali sono arrivati da Trovo, una località vicino Vernate (un comune nell’area metropolitana di Milano), da un altro allevamento Veronesi che li ha portati via da Trovo perché dopo il caso di Vernate cadeva nella zona di restrizione. Dopo una settimana hanno trovato il positivo, secondo me sono arrivati già malati.”

Sul Fatto Quotidiano potete leggere una anticipazione del servizio:

Peste suina, il virus è finito sui banchi degli alimentari

Raitre - Secondo “Report” la catena Lidl ha ritirato alcuni prodotti Nessun avviso al pubblico, il pericolo per l’uomo non è dimostrato

Di Luisiana Gaita 17 Novembre 2024

Dai cinghiali ai maiali negli allevamenti, la peste suina è arrivata non solo nella carne di suino, ma anche negli snack vegetali. Nella puntata di Report che andrà in onda stasera, la giornalista Giulia Innocenzi racconta come si è arrivati a questo punto, mostrando in esclusiva la lettera che la catena Lidl ha inviato ai suoi clienti professionali per rintracciare e ritirare dei prodotti a base di maiale, come salsiccia e pancetta. Potrebbero essere infetti da peste suina africana.

A settembre 2024, il virus è stato trovato sugli scaffali dei negozi di alimentari. Lo confermano i Nas di Bologna. I lotti coinvolti sono preparazioni di carni suine prodotte in uno degli allevamenti della filiera del gruppo Aia-Veronesi, particolarmente colpito dalla psa, con 7 dei 21 focolai scoppiati quest’anno in Lombardia. Lo conferma lo stesso gruppo. Il problema è sorto perché un allevatore piemontese ha scoperto il virus dopo aver spedito i maiali al macello.


La scheda del servizio: MADE IN VIRUS di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Perché l'Italia è uno dei paesi europei più colpiti dalla peste suina africana? La strategia del governo per frenare il virus ha fallito? Report può rivelare in esclusiva che l'Ausl di Modena ha fatto partire l'attività di ritiro e rintraccio di alcune partite di carne di maiale finite nei supermercati perché potenzialmente affette dal virus della peste suina. E perché, nonostante le criticità sollevate dagli esperti, anche quest'anno per gli abbattimenti è stato utilizzato il metodo dell'elettrocuzione? Report mostrerà in esclusiva le immagini di abbattimenti di cui ha chiesto conto al ministro Francesco Lollobrigida. La peste suina africana sta mettendo inoltre in difficoltà il comparto delle produzioni DOP. Il Prosciutto di Parma ha adottato un nuovo disciplinare, che prevede che i mangimi provengano almeno al 50% dalla zona di origine limitata. Gli enti controllori preposti verificano che questi criteri vengano rispettati? E qual è lo stato degli allevamenti italiani, dove l'igiene e la biosicurezza sono criteri essenziali per evitare la diffusione del virus?

Egitto, paese sicuro e il caso Mattei

Il 29 ottobre scorso le immagini del servizio di Report dedicato alle ultime ore del ricercatore Giulio Regeni sono state proiettate nell’aula di Corte d’Assise di Roma: la richiesta, accolta dalla presidente Paola Roja, viene sollevata dai difensori dei 4 egiziani accusati del rapimento, delle torture e dell’omicidio di Regeni, avvenuto a fine gennaio 2016. In quegli stessi giorni sul banco dei testimoni dell’aula Vittorio Occorsio di Roma siede lo Stato: ex presidenti del Consiglio, ministri degli Esteri, direttori dei servizi segreti e funzionari che hanno avuto il compito di controllarli e gestirli. È l’espressione più alta e meno visibile del potere chiamata per la prima volta a dare risposte.
Alberto Manenti è stato direttore Aise dal 2014 al 2018: “Giulio Regeni era oggetto di un fermo non ufficiale da parte degli organi di sicurezza egiziani”, come ce ne sono a migliaia in Egitto e in molti altri paesi della regione. Eppure il governo Meloni ha inserito l’Egitto nella lista dei paesi sicuri, quelli dove non c’è il rischio di tortura o di persecuzione politica.

Lo ha ripetuto lo stesso ministro, non competente, Salvini: “Se vogliamo dire che un paese dove vanno quasi 1 ml di italiani in vacanza e altri ci andranno a capodanno, è un paese dove non possiamo espellere un accoltellatore di un controllore allora facciamo ridere .. perché a questo punto non possiamo più espellere nessuno. Fra un po’ manco in Svizzera possiamo espellere”.
Sono dichiarazioni che fanno male – racconta a Report la legale della famiglia Regeni – come altre che abbiamo sentito in questi anni, “poi dal punto di vista giuridico, particolarmente inquietante il fatto che si cerchi sempre di aggirare gli ostacoli sulla pelle delle persone. Perché se tante persone scappano dall’Egitto è perché l’Egitto non è un paese sicuro e, per esperienza, sul corpo di queste persone ci sono sempre segni di torture.”
Dalle ricostruzioni della procura di Roma i luoghi dove Giulio Regeni viene torturato sarebbero più di uno, tra questi un edificio nelle disponibilità della National Security, lo stesso luogo dove viene portato Abbas, un giovane che per la prima volta fa luce sui metodi di tortura degli apparati di sicurezza egiziana.

Il ragazzo è molto sicuro che il luogo dove è stato detenuto fosse lo stesso dove è stato torturato Regeni, “un agente mi ha detto le persone che sono sopra rispettano la legge e le regole, ma tu sei qui sottoterra e qui non ci sono né leggi né regole. Ci sono stati tanti eroi che sono morti proprio in questo posto.. Allora, vuoi andare a casa? Mi devi rispondere e mi devi dire cosa c’è scritto in questo fascicolo sulla mia scrivania, mi devi dire cosa c’è nelle carte sulla mia scrivania. Allora ho detto di nuovo la verità, sono qui per comprare una macchina e a quel punto l’uomo dietro di me ha detto ‘credo che tu abbia bisogno di questo’ e ha cominciato a darmi la scossa in testa e sui genitali a ripetizione, e io ho cominciato a tremare e a urlare, e ho sentito ridere mentre lo faceva.”

Il servizio di Daniele Autieri si occuperà di un testimone chiave dell’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, “gamma”: avrebbe ascoltato un dialogo tra due ufficiali dei servizi egiziani a Nairobi (dove si parlava dell’omicidio di Regeni facendo riferimento al maggiore Ibrahim MagdiSharif, ) e ne avrebbe parlato ad un sacerdote, padre Giulio, insegnate all’università cattolica di Nairobi. Il giornalista è riuscito a mettersi in contatto con questa persona che, al telefono, nega di aver mai sentito parlare della storia del ricercatore italiano. Forse è un altro il “padre Giulio” da sentire: Giulio Albanese, ex direttore del media center di Nairobi: a Report racconta di essere già stato sentito dal Ros, ma non è lui quel padre Giulio di cui parlava “gamma”. Il Ros aveva scritto che questo testimone era un venditore di libri ambulante, una professione non proprio comune a Nairobi: purtroppo anche questa ricerca è stata infruttuosa, “gamma” sarebbe morto in un incidente d’auto.

E veniamo al piano Mattei: dopo anni di dittatori sanguinari che hanno affamato i popoli il futuro dell’Africa è roseo, almeno per l’Italia – racconta Daniele Autieri nell’anteprima del servizio. I rapporti tra le grandi aziende italiane e i governi africani vengono riscritti col nome di “piano Mattei”, in onore del fondatore dell’Eni. Un piano voluto dalla presidente Meloni per inaugurare una nuova stagione nei rapporti di cooperazione dell’Italia con gli stati africani.

“Ciò che contraddistingue il piano Mattei da quelli passati è la sua concretezza, noi non abbiamo scritto un elenco di buoni propositi, abbiamo scritto un piano di obiettivi fattibili, realizzabili, accompagnato da un cronoprogramma ben delineato.”
Il piano viene lanciato nel corso del vertice Italia Africa nel gennaio 2024, è un piano che non riguarda solo Eni, ma tutte le grandi aziende italiane interessate a fare business nel continente.

Cosa significa nel concreto? “L’Italia ha incanalato nel piano Mattei una parte esistente delle risorse della cooperazione italiana e una parte importante di quello che era il fondo per il clima” racconta l’analista di ReCommon Antonio Tricarico “parliamo di 5,5 miliardi di euro”.

Sono risorse che finiranno per finanziare progetti ai quali dovrebbero partecipare aziende italiane con l’obiettivo finale di convincere gli africani a rimanere nei paesi d’origine, invece che emigrare in Italia.

“Ad oggi abbiamo solo progetti pilota, abbiamo sei settori strategici di intervento, se andiamo a vedere dove sono questi progetti e cosa sono abbiamo una indicazione molto chiara” continua Tricarico “su nove progetti pilota, sette sono su settore strategici per Eni in Africa ..”


La presidente, presentando questo piano, ha ricordato l’ottimo rapporto con gli Stati Uniti in Kenya, “nazione dove stanno prendendo corpo due progetti pilota nel settore delle energie rinnovabili del piano Mattei, per la filiera dei biocarburanti per coinvolgere gli agricoltori, il secondo per la produzione di energia geotermica”.
Per molti, racconta il servizio di Report, il piano Mattei non è altro che il piano Descalzi, l’AD di Eni che ha benedetto il progetto e presenziato a molti degli incontri di Giorgia Meloni e i leader africani.
Lo stesso Descalzi ha parlato di questo piano alla convention di Fratelli d’Italia: i progetti già avviati da diversi anni sull’olio vegetale per i biocarburanti, per abbattere del 90% le emissioni. E poi il Kenya dove 40mila ettari [di terreno agricolo] hanno prodotto più di 85mila posti di lavoro nell’agricoltura.

Report è andata allora in Kenya, in uno dei piccoli villaggi di agricoltori nella contea di Nakuru: qui si trova una comunità di agricoltori impegnati nella coltivazione del ricino, il primo progetto pilota di Eni e del piano Mattei. Con l’olio di ricino.

La scheda del servizio: OLIO DI RICINO di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago

Dal caso Regeni al Piano Mattei, quali sono i rapporti dei nostri governi con i presidenti e i dittatori degli Stati africani? Nell’ultimo mese sul banco dei testimoni del processo contro i quattro egiziani accusati di aver rapito, torturato e ucciso Giulio Regeni si è seduto lo Stato: l’ex-presidente del Consiglio Matteo Renzi, l’ex-ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, e i vertici dei servizi segreti italiani.

Le rivelazioni delle massime cariche dello Stato sulla chiusura del governo egiziano nei confronti delle richieste di trasparenza e verità sul caso Regeni raccontano un’altra storia che si collega al tema della ragion di stato e coinvolge anche l’Eni, la più grande e strategica delle aziende controllate dal governo italiano. Secondo queste testimonianze, nei giorni del sequestro, l’Eni non ha interloquito con il governo egiziano. Ma Report svelerà documenti riservati che dimostrerebbero il contrario.

Perché alle spalle della ricerca di verità sulla morte del ricercatore italiano si è innescato uno scontro geopolitico che ha coinvolto non solo l’Italia e l’Egitto ma anche il Kenya, dove si trova il testimone eccellente del processo Regeni, l’uomo che può inchiodare alle sue responsabilità il Maggiore Magdi Sharif, uno dei quattro egiziani accusati dell’omicidio. Report è riuscito a scoprire l’identità di questo testimone e ha raccolto la sua storia. Ma i rapporti di forza sbilanciati tra il nostro governo e gli autocrati africani promettono adesso di essere riscritti dal Piano Mattei, il maxi stanziamento da 5,5 miliardi di euro lanciato dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni per sostenere lo sviluppo di alcuni paesi africani con il sostegno delle aziende italiane. Il primo e più importante progetto del Piano parte proprio dal Kenya.

Gli uomini di Vannacci

La storia dell’ascesa politica del generale Vannacci è emblematica di come funzioni, male, la politica italiana (ma non vale solo per noi) oggi: si parte da un libro, scritto e poi corretto, dove venivano sdoganate tutte le peggiori posizioni sui “diversi”, che siano gay o persone di colore.

Tutti i giornali si sono contese le sue interviste, improvvisamente questa persona e il suo libro sono stati messi al centro della scena politica italiana. Si è costruito un personaggio a cui lo sbocco politico sembrava l’inevitabile conseguenza.
Candidato con la Lega alle europee, è stato eletto con 500000 preferenze, ma il ruolo nel partito di Salvini gli sta stretto: ha fondato un movimento a suo nome, gira l’Italia a presentare il suo libro, continuano le interviste (l’Europa può aspettare). A cosa punta Vannacci? Al primo raduno del movimento era presente anche un senatore della Lega, Umberto Fusco. In questi raduni l’europarlamentare cita spesso il giornalista Mattteo Pucciarelli, che considera ironicamente come colui che l’ha lanciato. Dopo i suoi articoli – racconta Vannacci – è stato contattato da una casa editrice che gli ha pubblicato il libro (“noi un fenomeno così non l’abbiamo mai visto”, riferendosi alle centomila copie in una settimana).
Ma non è un ringraziamento sincero: “è un modo per mettere nel mirino un giornalista, quella cosa la potevi dire una volta, e poteva essere divertente, ma se la ripeti in maniera ossessiva, continuativa, significa voler mettere nel mirino un giornalista ..”
Pucciarelli è stato il giornalista che ha scoperto per primo il libro di Vannacci, autopubblicato su Amazon: dopo averne dato notizia le vendite di questo sono decollate.
“E’ un libro di retorica di estrema destra, non nuova, ma questo libro entra nel dibattito pubblico con la destra al governo che non poteva più dire quelle cose con quella forza come nel passato” spiega il giornalista a Report.
Chi sta dietro il movimento del generale? Lo racconta il blogger Marco Belviso che è stato coordinatore del movimento nel nordest prima di andarsene per problemi con i fondatori del movimento, tutti ex ufficiali, Filomeni, Priolo e Spatara. I tre ex ufficiali gli mandano un messaggio su whatsapp chiedendo un incontro e, dopo esserci presentati a casa, gli comunicano la volontà di espellerlo dal comitato per aver rilasciato una intervista a Il Tempo.

“Tu sei un giornalista, vuol dire che sei un infame” gli dicono i tre “quindi non ci possiamo fidare di te”. Alla fine dell’incontro, Belviso avvisa il generale Vannacci dell’accaduto: quando viene a sapere che Belviso è disposto a fare una denuncia ai carabinieri di Udine, il generale gli dice che i panni sporchi si lavano in famiglia, non si lavano sulla stampa.

Luca Chianca ha chiesto ai tre ex ufficiali una spiegazione di quanto accaduto, come mai avessero deciso di cacciare Belviso: “queste sono questioni interne” la risposta che ha avuto, ma hanno tenuto a smentire la ricostruzione del giornalista, perché sarebbe tutto registrato.

La scheda del servizio: TUTTI GLI UOMINI DEL GENERALE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Dopo aver scritto "Il Mondo al Contrario" il Generale Roberto Vannacci è stato eletto al parlamento europeo con oltre 500mila voti. In poco tempo è diventato la star del raduno di Pontida, grazie al successo di un libro che in pochi mesi ha venduto oltre 250mila copie fruttando al Generale, per il solo 2023, ben 800mila euro. Ma visto che a distribuirlo è Amazon quante tasse ha pagato Roberto Vannacci? Tra una settimana, il comitato culturale che si è ispirato al suo libro diventerà un movimento politico e le preoccupazioni tra i militanti e i dirigenti della Lega già si fanno sentire perché nel comitato, con la sede a Lamezia Terme e ramificazioni in tutta Italia, troviamo ex militari paracadutisti della Folgore e incursori del “Col Moschin”. Ma chi ruota intorno al Generale da spingerlo così in alto nei sondaggi? Per capirlo Report è volato fino a Bucarest per incontrare il Gran Maestro della Grande Loggia Massonica Nazionale Romena, il generale Savoiu, che si considera l'erede spirituale di Licio Gelli. In Italia, invece, c'è il faccendiere Gianmario Ferramonti che con Savoiu ha fondato la P3. Entrambi, come ha scoperto Report, nelle passate elezioni europee, si sono messi a disposizione per dare una mano al Generale per la sua campagna elettorale.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.