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13 ottobre 2016

Avanti il prossimo - Come sugli alberi le foglie

La guerra è anche questo.
Altro che igiene del mondo, come scrivevano i futuristi, come scriveva Marinetti.
Altro che guerra per difendere il sacro suolo della patria.
La guerra è anche questo: gli assalti verso la trincea nemica, un inutile massacro deciso da una generale che ha studiato al collegio militare.
E se non trovi il coraggio per andare al massacro, magari perché non ti hanno dato abbastanza liquore per stordirti, ecco il plotone di fucilazione per i disertori.
La decimazione che, durante la prima guerra mondiale, fu uno degli strumenti usati dai nostri ufficiali superiori per dare l'esempio (il film di Francesco Rosi in lo racconta bene).
«Cosa avranno combinato?» chiede il soldato.Ha importanza? Possono essere traditori, vigliacchi, facinorosi, oppure peggio, traditori, violenti, spie ... E' questa la fine che meritano? Uccisi davanti agli occhi dei propri compagni obbligati ad assistere alla carneficina? Uno alla volta, con uno stillicidio insopportabile. Uccisi non solo per essere puniti delle loro colpe, ma anche per «dare l'esempio» agli altri. Guardate a cosa andate incontro se vi passa per la testa di non eseguire gli ordini o di non sottostare al capriccio di qualche maresciallo.Guardate e imparate! E i soldati guardano.Guardano e pensano: non bastano la fame , la sete, i pidocchi, non bastano gli austriaci che ci odiano, non bastano gli abitanti del posto che ci disprezzano, ci volevano pure loro, i cani da guardia dei marescialli, i carabinieri che ci sparano alle spalle se non vogliamo uscire all'assalto o in pancia se disertiamo.Nel mentre il plotone di esecuzione si è spostato verso un altro condannato. Il poveraccio che s'è appena beccato la stentagliata di proiettili sta a capo chino come a un San Sebastiano deforme che non ha ricevuto la grazia di Dio né la speranza della resurrezione.Un senso di oppressione e soffocamento colpisce tutti i presenti. Impotenza. Voglia di scendere e togliere le armi dalle mani di quei soldati che stanno uccidendo altri soldati, italiani che ammazzano altri italiani, ragazzi che assassinano altri ragazzi.Alcuni carabinieri nel frattempo liberano il cadavere dal tronco. Poi lo prendono uno per le mani e l'altro per i piedi e lo gettano verso una scarpata. Antonio vede il cadavere rotolare fino a raggiungere altri corpi più in basso. Ma quanti ne stanno ammazzando? E' sicuramente una decimazione. Qualcuno in questi giorni l'avrà combinata grossa senza farsi beccare e ora, estratti a sorte, pagano il conto questi poveri cristi.Un carabiniere, poco più di un ragazzo, allunga il capo verso la scarpata. «Qualcuno è ancora vivo là sotto» dice al suo superiore. «Sento i lamenti ..»«Tanto da lì non scappano» risponde l'altro. «Vieni, che c'è da fare».Il plotone si schiera di fronte al condannato. Ad un cenno del tenente tutti fanno scattare il cane del fucile. Il condannato inizia ad urlare, disperato. «Dio mio, dio mio, non ho fatto niente, mamma non ho fatto niente, mamma, mamma ..»Il tenente solleva lo spadino, poi lo abbassa di scatto.Parte all'unisono la sventagliata. Antonio gira la testa da un'altra parte. «Avanti il prossimo» sente dire alle sue spalle. Proprio come la madama del casino. Ma quella donna, quando lo diceva, aveva molta più dignità di quegli assassini.«Andiamo» dice ai suoi. «Non siamo obbligati ad assistere.»Si muovono. Nel mentre la solita coppia di carabinieri si sta occupando di gettare nella scarpata il nuovo cadavere. Il più giovane dei due spara alcuni colpi nella fossa, sperando di placare i dolori dei moribondi. Poi s'inginocchia, preso da un conato.«Non ce la faccio più» dice al compagno più anziano.«Vomita in fretta» gli dice l'altro, guardingo. «Non abbiamo ancora finito».Come sugli albero le foglie, di Gianni Biondillo – Guanda editore
L'ultimo romanzo di Gianni Biondillo parla anche di questo, oltre che di architettura e di un brillante architetto comasco che andò in guerra come volontario. Antonio Sant'Elia.
E che scoprì che la guerra non una guerra lampo, "futuristica", ma fango e sangue.

11 ottobre 2016

Baionette arrugginite e cesoie non affilate - da Come sugli alberi le foglie in autunno



Monte Cucco, 21 giugno 1916
«Non tagliano» gli urla disperato Azzaretti.
«Che stai dicendo?»
«Non tagliano, tenente!» Ha in mano na cesoia. Preso da un attacco isterico la sbatte con violenza contro il filo spinato, sembra voglia abbatterlo a colpi di pinza. «Come cazzo facciamo ad aprire il varco?»
«Dammi qua, Filippo» dice antonio e toglie le pinze dalle mani insanguinate di Azzaretti. Ha premuto con tale forza da piagersele.
Ora ci prova lui. ci mette tutta la forza di cui dispone. Non tagliano. Li hanno mandati allo sbaraglio, con baionette arrugginite e cesoie non affilate. Ruota su se stesso, spalle ai tognini, guarda davanti a sé morire i ragazzi che gli corrono incontro. Si gira, prova di nuovo, stringe, se potesse estirperebbe a morsi il filo spinato.
Che senso ha morire così? Allora a questo punto avrebbero fatto prima a rinchiuderli in un campo, estratti a sorte.
Passati direttamente per le armi, tanti morti di quà, tanti di là. Ma almeno senza la fatica, la gastroenterite, la febbre da cavallo, la fame, il freddo, il colera. E senza il crudele sarcasmo di queste cesoie che non recidono nulla, puro ornamento retorico, al pari delle alate parole dei poeti, dei vati, dei tromboni, che hanno mandato questi ragazzi verso la bella morte. Ma la morte fa schifo, qualcuno dovrà pur dirlo. Sarà poco poetico, ma è la verità. Fa schifo.
I tognini si sono fermati. Neppure loro riescono a credere che sia così semplice uccidere un uomo. Ne hanno la nausea.
Come sugli albero le foglie, di Gianni Biondillo – Guanda editore
Quando si parla della guerra, si parla di questo. Dei soldati mandati a morire a grappoli, falcidiati a mazzi "Come sugli alberi le foglie in autunno" (dalla poesia di Ungaretti), con armi e materiale scadente, mandati al massacro per conquistare una vetta, una postazione da strappare al nemico con un attacco frontale.
Secondo i piani dei nostri generali imbelli, quelli che avevano studiato tanto all'accademia.

08 ottobre 2016

Dialogo futurista al fronte – da Come sugli alberi le foglie

Si chiamavano Russolo, Boccioni, Funi, Erba, Marinetti, Bucci, Sant'Elia, Sironi, erano esponenti del movimento futurista, architetti, poeti, musicisti. Con le loro opere scombussolarono il mondo, scandalizzarono i benpensati, andarono a cercare nuove strade per immagina l'arte.
Erano a favore dell'entrata in guerra, così decisero di presentarsi come volontari per andare al fronte, nella guerra del 15 – 18, nel Battaglione Lombardo Ciclisti Automobilisti.

Non sempre ben visti dai soldati richiamati al fronte, dai soldati di carriera e dagli ufficiali: questi borghesi che non avevano mai impugnato un'arma (se non quella dell'arte), erano poco ligi alla disciplina e all'ordine.
Sono loro i protagonisti dell'ultimo romanzo storico di Gianni Biondillo, un omaggio a uno di questi artisti, l'architetto comasco Antonio Sant'Elia.
In questo brano, assieme al compositore Luigi Russolo , al pittore Umberto Boccioni e al poeta Filippo Tommaso Marinetti alle prese con un dialogo futurista, sotto le bombe.
Il piombo volava sulle loro teste da sponda a sponda del lago. Otto chilometri di volo di proiettili da 149mm, quaranta chilogrammi di peso per proiettile, un colpo ogni tre minuti. Dalla partenza al bersaglio, 27 secondi di rombo. E l'eco, dalla valle, cinque secondi dopo.
«Dovremmo rivedere le mie teorie rumoriste» disse ai presenti.«Vuoi portarti un cannone in teatro?» chiese Antonio, scherzoso.Russolo ascoltava estasiato il bombardamento. «Il ritmo, lo sentite? Il sibilo, la deflagrazione. C'è un passo preciso, una cadenza.»Sui rami il cinguettare delle capinere sembrava dialogasse con le esplosioni. Sant'Elia indicò un ramo: «La lotta fra passatismo e futurismo» disse provocando.«No, no... » s'intromise Boccioni. «E' un cannoneggiante idillio.»«Una contrapposizione paratattica di realtà estranee» conclude Marinetti. «Eppure contemporanee.»Non era raro che qualche volontario restasse ad ascoltare questo gruppo di matti. Non capivano molto dei loro discorsi astrusi, ma restavano affascinati da come riuscissero a trasfigurare una situazione così greve in qualcosa di affascinante. Meraviglioso, anzi.«Di che parlate?» Il caporale Colombo era uno di questi. In quel mentre passò un aereo di ricognizione nemico. «E questo? Lo sentite?» chiese entusiasta Russolo. Si mosse in avanti con lo sguardo al cielo. Tutti alzarono gli occhi.«Sarà a tremila metri» disse Sant'Elia.«Lui è più lontano del suo stesso suono» replicò Russolo.
«Il suono è il ricordo dinamico dell'aereo in volo» riprese Boccioni. «La sua continuità nello spazio.»«Tu li capisci?» chiese un volontario al caporale.«Nepure una parola» rispose l'altro, sottovoce.

Come sugli albero le foglie, di Gianni Biondillo – Guanda editore

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23 gennaio 2016

L'invisibile ovunque, Wu Ming

 «Il libro è costituito da quattro racconti in una sorta di progressione. Sono tutti e quattro tentativi di evadere dalla guerra una volta che ci si trova dentro; quindi non esempi di diserzione preventiva ma esempi di persone che trovandosi coinvolte nella guerra cercano di scamparla» 
Dall'intervista dei quattro autori bolognesi a Repubblica

Anche il collettivo Wu Ming dedica un suo romanzo alla grande guerra, il cui centenario è stato ricordato l'anno scorso.
La prima guerra meccanizzata, coi soldati mandati al massacro da ufficiali inetti che rispondevano a piani di battaglia di generali incapaci. Per strapparsi l'un l'altro quei pochi metri tra una trincea e l'altra, nella terra di nessuno.
Falciati da una mitragliatrice, feriti da uno shrapnel, dilaniati da una bomba, colpiti in fronte da un cecchino o asfissiati dal gas …
Ci sono tanti modi di morire in battaglia e alla stessa maniera ci sono tanti modi di raccontare la guerra e la battaglia.
Quello epico e retorico che parla degli eroi, del sangue versato, degli arditi col pugnale in bocca.
E quello che hanno scelto i quattro componenti del collettivo, nei quattro racconti per la prima volta scritti da uno solo del gruppo.
C'è la prima guerra mondiale ma vista da una prospettiva diversa: si raccontano storie di persone che l'hanno attraversata la guerra e i campi di battaglia e, di fronte all'orrore della morte hanno cercato una fuga. Ciascuno di loro in modo diverso.

Il primo racconto è asciutto e veloce, racconta di due fratelli che vanno al fronte, il primo perché chiamato, il secondo per scelta, per scappare dalla vita dei campi.
– Andiamo a morire, – aggiunse Adelmo dopo un lungo silenzio, 
– Chi l’ha detto? 
– C’è il caso.– C’è il caso anche di tornare. 
– Ah sì, il caso c’è anche di tornare. Già.

Adelmo vede morire uno dopo l'altro i compagni di reparto, vede la vigliaccheria, vede quanti si rifiutano di sparare al nemico.
“Questo era insopportabile: morire così, uno tra migliaia, come non si fosse mai nati. Della fotografia che avevano preso alla compagnia il giorno che li avevano dislocati in prima linea, pochi ne erano rimasti vivi. Non era passato nemmeno un mese”.
Per sfuggire a tutto questo, Adelmo entra negli Arditi e riesce a sopravvivere alla battaglia, imparando ad uccidere in tutti i modi, per tornare a casa capace solo di far quello.
“Vado a caccia adesso”. Si conclude così, lasciando aperto il suo futuro di “uomo-arma che un potere futuro potrà usare a suo piacimento”.

Il secondo racconto parte dai miti greci, da Ulisse uomo dal multiforme ingegno che per sfuggire la guerra si finge pazzo. Per essere poi scoperto, in modo forse banale da Palamede (perché forse, in fondo, Ulisse alla guerra voleva andarci ..).
Anche Giovanni, sottotenente, proveniente da una famiglia borghese (e non contadina come l'Adelmo), userà lo stesso marchingegno per sfuggire alla guerra:
“È dunque la patria, per prima , che mi ha imposto di essere quello che non sono. Un assassino, un guerriero, uno che mantiene la calma a vedere uomini col ventre squarciato”.

Si fingerà pazzo, verrà ricoverato nel sanatorio di Ferrara e matto ci diventerà per davvero, diventando “un disperso, un soldato smarrito sul fronte più interno di tutti. Presente e assente, fantasma in carne e ossa...”

Il terzo romanzo abbandona il fronte italiano, per passare a quello francese: cambia il fronte e anche lo stile: si racconta dell'incontro (vero? inventato?) tra lo scrittore André Breton e la sorella di Jacques Vaché, di cui ne ignorava l'esistenza dopo che era andato al fronte, per morire al termine della guerra. Anche se suicida, anche lui è una vittima della guerra, che non perdona, come la sua famiglia. Aveva scritto, sulla guerra “niente uccide un uomo come l'obbligo di rappresentare una nazione”.
L'ultimo racconto è quasi un saggio, su un episodio della grande guerra che non conoscevo e che, immagino, in pochi fossero a conoscenza: si parla della Compagnia Camaleonte, istituita nel gennaio 1918 in seno al I° Reggimento Genio Zappatori quale esperimento pilota di camouflage e guerra mimetica del Regio Esercito.
Anche qui parliamo di una forma di fuga dai massacri inutili a cui venivano mandati i nostri fanti, per la stupida guerra di conquista decisa dai nostri generali (come il generalissimo Cadorna). Pena la fucilazione alle spalle, se si fossero arresi, e la decimazione del loro reparto.
Stupida guerra.
L'idea del mimetismo nasce dall'utopia di nascondere soldati alla vista del nemico, rendendoli omogenei al terreno circostante.
L'intuizione è del pittore Bonamore, dopo una notte e un giorno passati nella terra di mezzo tra le trincee, invisibile agli occhi degli austriaci, sebbene ferito e impossibilitato a muoversi, perché con la divisa impregnata di fango.
Perché non rendere anche i nostri soldati “invisibili ovunque” al nemico, per farli avvicinare alle linee nemiche senza essere colpiti?
In Francia, il pittore De Scevola aveva avuto la stessa intuizione, ma solo per camuffare i cannoni, con dei teli colorati, perché le macchine valgono più degli uomini.
De Scevola arruola pittori per il suo lavoro, l'arte va alla guerra.
Sono i mesi della disfatta di Caporetto, quando i commandos di Rommel aggirarono le alte vette per irrompere nella pianura padana e circondare le truppe, nel 1917.
Nel 1918 viene ufficialmente istituita la compagnia Camaleonte, che parteciperà alla famosa battaglia di Monte Grappa, che si concluse, dopo altre migliaia di morti per la stupida idea di attaccare in salita gli austriaci.
Dopo la battaglia, il nome di Bonamore e della mimetizzazione sparì dagli annali, dalla storia, dai libri: una damnatio memoriae dovuta al fatto che la gloria doveva brillare solo per gli arditi (di Adelmo Cantelli, il primo racconto).
Per poi riapparire, come una sorta di giustizia storica postuma, nelle memorie del generale Von Goglia, comandante delle armate a Belluno.
Dove parlò di “soldati spuntati dalla terra”: forse erano proprio i soldati di Bonamore: ci piace immaginare – scrive l'autore del racconto – che così abbia trovato modo di realizzare il suo gesto artistico
“trasformando l'arte in vita salvata, strategia di fuga non già indietro, verso la fucilazione, ma in avanti, verso una vittoria paradossale, senza morti”.
La scheda del libro sul sito di Einaudi (qui il link per scaricare il pdf del primo capitolo), il blog dei Wu Ming.

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25 maggio 2015

Sulla retorica della guerra - (quanno che glie fa comodo)

Ma da dove arriva tutta questa passione, questa riscoperta della storia patria?
La Lega nel 2011 disertò le celebrazioni per 150 anni e ora invece tutti sui monti, a ricordare quando respingemmo il nemico ..
Parliamo della grande guerra, la guerra del crollo degli imperi centrali, dei re imperatori tutti imparentati tra di loro (mi sembra di vedere oggi i tecnici di governo che passano dal fondo monetario alla politica alle banche d'affari, ma è una mia impressione).

Scrisse bene Trilussa, nel suo sonetto, su quanto fosse assurda e ipocrita questa guerra voluta dal sovrano macellaro.


Ninna nanna, nanna ninna,dormi, dormi, cocco bello,er pupetto vô la zinna:sennò chiamo FarfarelloFarfarello e GujrmoneGujermone e Ceccopeppeche se regge co’ le zeppe,co’ le zeppe d’un imperomezzo giallo e mezzo nero.
Ninna nanna, pija sonnoché se dormi nun vedraitante infamie e tanti guaiche succedeno ner monnofra le spade e li fucillide li popoli civilli…
Ninna nanna, tu nun sentili sospiri e li lamentide la gente che se scannaper un matto che commanna;che se scanna e che s’ammazzaa vantaggio de la razza…o a vantaggio d’una fedeper un Dio che nun se vede,ma che serve da riparoar Sovrano macellaro.
Ché quer covo d’assassiniche c’insanguina la terrasa benone che la guerraè un gran giro de quatriniche prepara le risorsepe’ li ladri de le Borse.
Fa’ la ninna, cocco bello,finché dura ‘sto macello:fa’ la ninna, ché domanirivedremo li sovraniche se scambieno la stimaboni amichi come prima.So’ cuggini e fra parentinun se fanno comprimenti:torneranno più cordialili rapporti personali.
E riuniti fra de lorosenza l’ombra d’un rimorso,ce faranno un ber discorsosu la Pace e sul Lavorope’ quer popolo cojonerisparmiato dar cannone!
Per gli austriaci eravamo noi lo straniero, che aveva invaso i confini. Ma tutto questo ritorno alla bandiera, scrive Gilioli, è in funzione anti immigrati
Qui siamo, nel 2015. In un Paese che per provare a se stesso di esistere si attacca a una delle sue pagine più vergognose e lo fa attraverso gli esponenti che poc'anzi rigettavano l'unità nazionale: pensate come siamo messi bene.Ma mi rendo conto che, seppur di poche righe, nell'era della ipersemplificazione questo post sia considerabile una supercazzola o, peggio, una pippa intellettuale. È più facile gridare "non passa lo straniero". Senza tuttavia capire che in Italia sputare sullo straniero e sputare sul tricolore sono le due facce della stessa medaglia - non a caso compiute dalle stesse persone.Sono cioè figlie di un popolo che si guarda allo specchio e non si riconosce, non sa chi è. E che quindi pensa di trovare se stesso solo odiando gli altri.