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19 dicembre 2025

Uomo morto non mente. La notte più oscura della Repubblica di Flavia Carlini


 

Al processo ci assolsero tutti. Non uno solo fra noi fu giudicato colpevole per il colpo di Stato che organizzammo la notte dell’Immacolata. “Un golpe da operetta”, così definirono la nostra macchina da guerra. E poi chiusero il caso, intendendo che non c’era nulla di reale in tutto ciò che noi stessi, negli anni, testimoniammo.

Nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970 reparti militari e gruppi di civili fecero irruzione dentro il ministero dell'Interno a Roma. Una colonna di militari della Forestale attendeva fuori Roma prima di procedere con degli arresti di esponenti dei partiti di sinistra, sindacalisti ed altri “nemici dell’Italia”.

Questa operazione faceva parte di un piano più esteso che prevedeva, oltre alla neutralizzazione e deportazione in Sardegna dei leader dei partiti di sinistra, la caduta del governo DC di Emilio Colombo per mettere in piedi un nuovo governo nelle mani di militari.

Stiamo parlando del golpe Borghese, ideato dal leader del Fronte Nazionale, l’ex comandante del reparto della Decima Flottiglia, condannato a morte dal CLN per crimini di guerra e salvato dal plotone di esecuzione dagli americani nel 1945.
Questo golpe è passato alla storia come "un golpe da operetta", un finto colpo di Stato messo in piedi da un gruppo di vecchietti nostalgici dei tempi che furono sotto il regime fascista.

Ma la storia è ben diversa da come l’hanno raccontata le sentenze che, con un incredibile gioco di prestigio, sono riuscite ad assolvere perfino i rei confessi di questo colpo di Stato.

Ma, come racconta Flavia Carlini in questo libro a metà il romanzo e il saggio storico, la storia è stata ben diversa: l'Italia è stata veramente ad un passo dall'avere, dopo la Grecia, dopo il Portogallo, il sovvertimento delle istituzioni democratiche per un colpo di stato militare fascista.

Se tutto ciò non è avvenuto è stato perché, per i veri burattinai, quello che contava non era mettere in piedi una giunta militare, ma, usando un termine che ho appreso dallo storico Aldo Giannuli, ma “l’intentona”, ovvero lanciare un messaggio a chi di dovere.

Erano gli anni post 1968, quando gli italiani, studenti, operai, si mobilitavano in piazza per chiedere maggiori diritti, per svecchiare lo Stato, le istituzioni, dove era ancora forte l’impronta fascista.

Erano gli anni degli scioperi, dove si stava saldando l’asse tra studenti ed operai.

Ma erano anche gli anni della rivolta di Reggio Calabria: il governo il governo democristiano aveva deciso di designare Catanzaro come capoluogo al posto di Reggio.

Questa fu la miccia delle proteste dei reggini, contadini, operai, studenti di quel sud che si sentiva condannato all’emigrazione forzata come alternativa a quella povertà a cui erano costretti a vivere.

Voglio chiarire adesso, all’inizio di questo mio testo, che il Partito Comunista fu estremamente stupido: voleva dialogarci, col Presidente del Consiglio. Ottenere qualche industria più piccola o qualche altra cosa marginale per Reggio Calabria [..] I comunisti, idealisti stupidi privi di sagacia, non riuscirono a cogliere il mastodontico potenziale di quelle piazze piene.

Proteste la cui portata era sfuggita ai partiti di sinistra e che invece fu sfruttata dai movimenti di estrema destra, come il fronte nazionale di Borghese, appunto, come i movimenti Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, fuoriusciti dal Movimento Sociale di Almirante.
Questa protesta, che aveva dentro anche delle motivazioni sicuramente importanti:

Tra queste persone che parteciparono alle proteste, anche Lucrezio Fiorenzo Amodio, un ragazzo di venticinque anni, protagonista di questo romanzo che, in una sorta di diario personale, ci racconta in prima persona dei moti di Reggio, delle barricate messe in piedi sulle strade dai reggini col supporto di tutta la popolazione. Di come dietro questa protesta si fossero appuntati altri occhi, quelli dei movimenti fascisti per primi:

Quella era la rivolta dei padri di famiglia, dei tanti disoccupati, degli studenti e delle madri giovani coi bambini appena nati e già senza futuro. Bisognava reincarnarla politicamente, quella rabbia. Usarla. Strumentalizzarla. La sinistra si escluse da sola..

Usare la protesta per fare pressione contro il governo, strumentalizzare la disperazione delle persone in ottica politica, per prendersi la loro fiducia, come la destra ha fatto anche in tante altre occasioni, presentandosi come forza “sociale” dalla parte degli ultimi.
Ma cosa c’entra tutto questo con il golpe della notte dell’Immacolata? È lo stesso Amodio a raccontarcelo, ad anni di distanza: lui quell’ambiente della destra extraparlamentare, che si ispirava senza nemmeno nasconderlo, al ventennio fascista, la conosceva perfettamente per i legami del padre con la rete Gehlen (ex generale nazista che costituì i primi servizi della Repubblica Federale Tedesca). È proprio grazie a questi contatti che entra dentro la struttura del Fronte Nazionale, arrivando perfino a conoscere il principe, Junio Valerio Borghese.
Non si era rassegnato alla democrazia, seppure giovane e con tante contraddizioni, il comandante della Decima: come tanti italiani che costituivano la parte più retrograda e reazionaria non poteva accettare gli scioperi per rivendicare maggiori tutele, il diritto alla casa. Gli studenti che scioperavano per una scuola ed una università più aperta. Non si rassegnava a dover accettare che in un paese civile dovesse esistere il diritto al divorzio e, come succederà poi, all’aborto.

Serve, per risollevare il paese da questo sfascio, un nuovo assetto istituzionale, senza partiti, anzi con un partito solo, che difenda gli interessi della nazione. Attraverso il racconto di Amodio, andremo a seguire i preparativi, passo dopo passo, di questo cambiamento.

Con gli attentati, da far addossare alla sinistra e funzionali alla crescita della tensione del paese (secondo uno scenario che l’anno precedente era culminato con la strage di Milano il 12 dicembre 1969): tra questi, la strage di Gioia Tauro con la bomba fatta scoppiare sui binari che portò al deragliamento della “freccia del sud” (settanta feriti e sei morti).

.. la mia visione era senza dubbio più pratica: la gente doveva avere paura di vivere, di uscire di casa, di prendere il treno, di entrare in banca. Era necessario che il popolo credesse che la sinistra, liberale o radicale che fosse, portava solo caos e anarchia.

E poi il colpo di Stato: per un obiettivo così ambizioso Borghese aveva bisogno dell’appoggio di altre forze che costituiscono il vero potere in Italia.

Le mafie al sud: le ndrine calabresi e la Santa e le famiglie di cosa nostra in Sicilia perché “non si può organizzare un colpo di Stato senza coinvolgere la criminalità organizzata. La sola rivolta di Reggio sarebbe evaporata in una settimana senza il sostegno della ’ndrangheta”.

Oltre alle mafie, i grandi imprenditori del nord, anche loro interessanti al blocco dell’espansione delle sinistre in Italia:

I più spaventati dall’ascesa del comunismo sono gli imprenditori, i proprietari, gli industriali esausti dagli scioperi e dalle pretese degli operai che chiedono più soldi per lavorare meno: e allora è su di loro che serve puntare per ottenere i finanziamenti necessari a organizzare il capovolgimento di questa Repubblica..

A finanziare il golpe Borghese, il golpe da operetta, fu il costruttore Orlandini, l’ingegnere Andrea Maria Piaggio

Infine, l’appoggio del governo Americano senza di cui nessun cambio di potere sarebbe possibile in Italia, né oggi né domani: anche qui, se è il romanzo che racconta, sono le carte che parlano.

Dei contatti con Nixon per avere il beneplacito del golpe che arrivò dall’amministrazione americana (a proposito della protezione che abbiamo avuto negli anni della guerra fredda), ma dietro precise condizioni:

Nixon considera l’Italia l’anello debole della solidarietà occidentale. I servizi statunitensi si sono detti favorevoli al golpe, ma con condizioni precise. Primo: serve pieno accordo con le forze armate italiane. Secondo: va designato subito un Presidente pro tempore ..

Come poi sono andate veramente le cose, la notte dell’Immacolata, tra il 7 e l’8 dicembre, lo scopriremo leggendo le pagine degli ultimi capitoli.

Il golpe Borghese fu solo “un’operazione grottesca di un manipolo di vegliardi” (come scrissero quelle sentenze che sconfessarono anche i rei confessi)?

Come già scritto all’inizio, forse l’intenzione dei veri burattinai, non Borghese, non i fascisti di Avanguardia Nazionale, era solo quella di dare un segnale a chi stava al timone della barca Italia: “la strategia della tensione non fu mai una deviazione: era il percorso” scrive Amodio nelle sue memorie. Un percorso per tenere il paese stabile nella sua barra al centro, per tenere quel nucleo di potere, politico, affaristico, massonico, al potere. Per spezzare quella saldatura tra comunisti e cattolici che per quel potere, malato, asfittico, poteva rappresentare un problema.

Il prezzo da pagare sono stati i 4584 attentati, di cui la maggior parte per responsabilità dell’estrema destra. Per tenere quell’Italia frenata, per bloccarne le svolte progressiste, per bloccare il rinnovamento della classe politica.

Forse è vero quello che scrive, a fine libro, il nostro protagonista: quel colpo di stato è durato meno di una notte, ma gli effetti si vedono fino ad oggi.

E sto parlando del tempo presente, dove governa la destra erede di quel movimento sociale che intende smantellare tutti i corpi intermedi e tutti gli organismi di controllo (giustizia, libera informazione, fino alla Corte dei Conti). Quella destra dove il ministro della giustizia si riferisce al signor Gelli, come fosse una persona qualsiasi, riferendosi alla sua riforma sulla separazione delle carriere.

Il discorso che Valerio Borghese avrebbe dovuto tenere alla Rai:

https://youtube.com/shorts/R8ERQKZEKJk?si=8RMjymktktv178c1

La scheda del libro su Sem
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28 agosto 2025

Città di polvere di Romano De Marco



Prologo

Sfuggire all’inferno ed essere costretti a tornarci non è come la prima volta. È molto peggio. Questo inferno ha il nome di carcere di Canton Mombello, a Brescia.

La polvere che da il titolo al libro è la cocaina, la droga consumata dai manager rampanti per continuare a supportare lo stress del lavoro, da professionisti famosi per rendere più “allegra” una serata: una droga consumata in modo trasversale da ricchi e meno ricchi, droga che arriva a quintali dal sud del mondo e che imbianca Milano prendendo il posto della neve che ormai è solo un ricordo.

Un business molto redditizio a Milano: un business che ha bisogno di agganci giusti coi narcotrafficanti sudamericani, di grandi disponibilità di denaro, tutte cose di cui la ndrangheta dispone. Ma c’è bisogno anche di avere le spalle coperte: sbirri corrotti per neutralizzare le confische e i controlli, banche compiacenti da cui far transitare queste somme di denaro, notai che chiudono un occhio e anche due sulla costruzione di società offshore tirate su per nascondere i nomi dei reali proprietari.

Funziona tutto, finché non arrivano concorrenti in questo business: qualcuno che arriva sulla piazza e decide di far fuori il potere della ndrina del boss Capasso colpendola diritto al cuore.

Via Broletto è una delle sue diramazioni e ospita banche e uffici, oltre a qualche ristorante. L’ultima arrivata è la filiale della Flasher Bank.

Questo è quella che succede a Milano in una fredda mattina di inverno con l’assalto a quella strana banca in piazza Cordusio, la Flasher bank: un furgone si accosta al marciapiede, scendono 4 persone col viso coperto, sanno bene come muoversi dentro l’istituto. Prendono i soldi custoditi dentro la cassaforte e poi aprono il fuoco sul personale dell’istituto. Una strage che continua anche fuori:

Nello stesso momento in cui dalla curva sbuca l’Alfa Romeo della polizia, dal bazooka parte un razzo a carica cava da 66 millimetri

Fucili d’assalto, un bazooka per far saltare la volante della polizia, 9 morti in banca e sulla strada: questa non è una rapina, ma un atto militare.

Il Questore Boschi affida l’indagine alla commissaria Laura Damiani appena arrivata da Roma dove si è fatta le ossa con la lotta contro la criminalità organizzata.

Ci sono state falle nel sistema di sicurezza della Flesher bank, una banca dove normalmente non sono custodite enormi quantità di denaro, ma che eccezionalmente quella mattina in cassa c’erano 12 ml di euro.

Laura Damiani deve guardarsi alle spalle: in Questura girano brutte voce sul commissario Matteo Serra, a capo del nucleo antidroga. Anche lui arriva da Roma, dove ha collaborato col Sisde, venendo a conoscenza di tanti segreti che ha raccolto in una serie di dossier personali che – si dice – usi per ricattare i suoi nemici e chiunque voglia mettersi sulla sua strada.

Come ad esempio il giudice Salvemini: procuratore a Milano, ha deciso di colpire Serra usando un ex poliziotto della Questura, Marco Tanzi, che dovrà infiltrarsi nel carcere di Mombello a Brescia, per avvicinare un contabile della ndrangheta che è stato arrestato per reati di pedofilia.

“Mi ascolti, Betti! Non sono pazzo e quello che le sto rivelando non è una mia fantasia. Matteo Serra è l’uomo di fiducia del più potente clan della ’ndrangheta a Milano.”

Marco Tanzi è stato un poliziotto importante a Milano, poi il crollo, una condanna a dieci anni di carcere scontata completamente, poi la vita sulla strada come clochard.

Mi chiamo Marco Tanzi. Sono un ex poliziotto, ex padre di famiglia, ex detenuto. Ho passato quasi otto anni in posti come questo. Quando ne sono uscito, ho scelto di vivere ai margini del mondo, di dormire per strada..

È stata la scomparsa della figlia, Giulia, a dargli la forza di riprendersi e di rifarsi una vita. E anche l’amicizia con un altro poliziotto di Milano, Luca Betti. È a lui che Salvemini chiede di avvicinare Tanzi e proporgli questa operazione segreta: è l’unico modo per arrivare a colpire il potere economico della ndrangheta a Milano e il potere del ricatto di Matteo Serra.

Nonostante Betti, l’unico amico che gli sia rimasto, cerchi di dissuaderlo, Marco Tanzi decide di accettare la proposta del giudice Salvemini:

Non credo in niente, non c’è niente di sacro nella mia vita, nessuna speranza, nessuna redenzione. Vivere o morire, in fondo, per me è la stessa cosa.

Cos’ha in mente Tanzi per davvero? Vuole veramente aiutare la giustizia oppure ha in mente altro per la testa? Anche per Luca Betti, uno che lo conosce bene, è difficile decifrare i suoi pensieri.

Nel frattempo l’indagine del commissario Laura Damiani riesce a trovare uno spiraglio dove andare ad indagare muovendosi dentro la società di security che movimenta i soldi della banca e dentro i legami tra alcuni dipendenti e una associazione di estrema destra, la destra del dio patria e famiglia..

Ma bisogna muoversi in fretta, prima che a Milano scoppi una vera guerra tra la ndrangheta, che non può accettare che qualcuno le faccia concorrenza e questo nuovo gruppo criminale che ha deciso di trasformare la capitale morale d’Italia nella capitale dello spaccio di una nuova droga sintetica che andrà a rimpiazzare la cocaina.

Questo romanzo è il secondo della serie “Nero a Milano”, scritta da Romano De Marco: in ognuno dei racconti l’autore ha inserito nel libro rimandi ai capitoli precedenti, per cui possono essere anche letti indipendentemente l’uno dall’altro.

Al centro ci sono due poliziotti della Questura, Marco Tanzi e Luca Betti con alle spalle anni di lotta alla criminalità e due matrimoni falliti e che ora si trovano, alle soglie dei cinquant’anni a dover fare i conti con la propria vita, coi tanti fallimenti, con una disillusione sul loro futuro:

Ma la vera novità è che non mi importa più di niente. Non mi importa di nessuno di loro. Ho passato una vita intera a preoccuparmi per gli altri, ora sento la necessità di dedicarmi un po’ a me stesso.

Sullo sfondo la città di Milano che non è quella del Duomo, di via Montenapoleone: è la città delle periferie grigie, coi casermoni tirati su per ospitare gli operai di una industria che oggi è sparita.

Una città dove la criminalità si muove in modo felpato, stando attenta a non suscitare l’allarme della pubblica opinione con omicidi eccellenti lasciando loro l’illusione di vivere al sicuro dai criminali.

Eppure, come raccontano le cronache, la ndrangheta qui in Lombardia, a Milano, ha steso un patto di federazione con le altre mafie per spartirsi gli appalti.

Tutto questo succede grazie a delle complicità, connivenze, col mondo dei professionisti, con gli imprenditori che non denunciano il pizzo, con quelle banche che non segnalano i movimenti sospetti. Con la politica che chiude un occhio e magari alza il polverone solo contro la piccola criminalità di strada, contro gli immigrati in strada..

La polvere del titolo non è solo quella della coca – come spiega l’autore nella presentazione – ma è anche la polvere dei sentimenti, dei rapporti umani (non solo per i due poliziotti al centro della storia) “che sono diventati più aridi, più difficili, una città che si è anche arresa a questa aridità nei rapporti.”

E questo vale anche per i due protagonisti, di fronte alla crisi dei cinquant’anni intesa come difficoltà nel vedere il proprio futuro.

Mi è molto piaciuto il capitolo dove si racconta la vita dentro il carcere, le logiche che lo governano, la violenza usata dai secondini per gestire l’ordine dentro quei luoghi dove i condannati dovrebbero uscire migliori da come sono entrati:

No, non li condanno. Sono come i poliziotti di Pasolini, quelli di Valle Giulia. Proletari di pubblica sicurezza che spesso e volentieri arrancano per pagare l’affitto e arrivare alla fine del mese.

Arrivati alla fine del racconto, dove non mancano i colpi di scena, vedremo Milano con occhi diversi, perché, come racconta uno dei protagonisti, Luca Betti, “Tanto le maschere sono destinate a cadere e si finisce sempre per apparire ciò che si è realmente”.

Una città dove è facile lavorare ma dove è difficile vivere – sono sempre le parole dell’autore.

Gli altri romanzi della serie con Marco Tanzi e Luca Betti:

La scheda sul blog dell’autore e altre recensioni qui.

La presentazione del libro sul sito di Feltrinelli.

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25 maggio 2025

Anteprima inchieste di Report – l’evasione nella moda, il granchio blu e le mani delle cosche sulle curve di Milano

Questa sera si parlerà del mondo della moda e della più grande evasione fiscale della storia italiana, quella del gruppo Kering, in un servizio dove si parlerà anche della storia delle borse che la ministra Santanchè ha regalato alla compagna di Silvio Berlusconi che si sono poi rivelate per delle patacche.

Il granchio blu sul delta del Po

L’arrivo del granchio blu sul delta del Po ha creato grossi problemi agli allevatori di molluschi: le istituzioni hanno risposto con una caccia aperta al granchio, senza voler comprendere le cause dell’arrivo di questo predatore e senza cercare una soluzione al problema “naturale”. Lo aveva raccontato Sabrina Giannini in una puntata di Indovina chi viene a cena: uno dei predatori del granchio blu è il polpo, poi l’anguilla, ma ci sono anche altri pesci, come il branzino. Ma servirebbe una classe politica capace di gestire i problemi con la testa e non con la pancia: in Tunisia lo stesso problema è stato affrontato in modo strutturale creando una nuova filiera che ha trasformato un’emergenza in una nuova opportunità per i pescatori tunisini. Leggo da un articolo dell’Ansa del 2023

Di fronte all'esplosione del granchio blu i pescatori tunisini si sono ingegnati e hanno costruito nasse appositamente modificate per catturarlo. Si tratta di trappole, un sistema di pesca passivo che non viene trainato sul fondale e garantisce una cattura più selettiva delle reti. Se adeguatamente gestite, hanno un impatto ambientale ridotto. "Le nasse sono la soluzione più efficace: sono selettive e più sostenibili, pescano solo il granchio senza danneggiare il fondale marino o altre specie. E sono convenienti per i pescatori: una nassa dura almeno due anni, mentre una rete da pesca dura 6 mesi al massimo, perché il granchio blu la distrugge, oltre a mangiare tutto il resto del pesce catturato", spiega Alaya.

Anche le donne delle comunità locali, molte mogli di pescatori, sono state coinvolte: è stato insegnato loro a costruire le nasse apposite e a cucinare il granchio blu, organizzando diverse degustazioni per mostrare la varietà di piatti possibili. In parallelo, sono state coinvolte le aziende di trasformazione del pesce per testare il potenziale di valorizzazione del granchio blu. E questo è stato un vero boom, ad oggi in Tunisia si contano 48 aziende che lavorano ed esportano diversi prodotti finiti: granchio intero cotto, granchio decorticato, carne di granchio. Sassi ci racconta come ora stia iniziando anche la vendita di farina di granchio per la produzione di compost per piante e mangime per animali da allevamento, con una donazione della cooperazione Stati Uniti-Tunisia per l'acquisto di macchine per la produzione di compost.

In Tunisia non avranno un Lollobrigida?

LAB REPORT: ORO BLU O PESTE BLU?

di Alessandro Spinnato

Collaborazione Tiziana Battisti

Nel Delta del Po l’invasione del granchio blu ha messo in ginocchio l’intera filiera delle vongole, lasciando centinaia di famiglie senza lavoro e alimentando un senso di abbandono da parte delle istituzioni. Ma dall’altra sponda del Mediterraneo, la Tunisia racconta una storia diversa: quella di un Paese che ha saputo trasformare una crisi ecologica in un’opportunità economica.

Attraverso voci di pescatori, ricercatori, imprenditori e rappresentanti istituzionali, Report mette a confronto due modelli: quello italiano, ancora frammentario e segnato da ritardi, e quello tunisino, basato su una strategia integrata di filiera.

Il viaggio si conclude nella cucina della chef stellata Chiara Pavan, che con i suoi piatti mostra come anche in Italia sia possibile un futuro diverso — ma serve un cambiamento di passo da parte delle politiche pubbliche.

Un'inchiesta sul campo che mette al centro il mare, le persone che ci vivono e il difficile equilibrio tra ambiente, economia e adattamento.

Le borse della Santanché e la moda fuori legge

“Nelle mie borse non c’è paura” la ministra ha usato queste parole per difendersi in aula durante la seduta per la sua sfiducia alla Camera: “lo denuncio qua in Parlamento , ho una collezione di borse ..”

In effetti Santanché ha dimostrato di non aver paura di quello che le potrebbe accadere per le inchieste che la vedono coinvolta. Lei, come racconta a Report la stessa Franesca Pascale, non ha paura di fare brutte figure “lei è soprannominata la pitonessa, lei è senza scrupoli.”

Tutto iniziò nel 2014 con un regalo: due borse del marchio di alta moda Hermes che Daniela Santanché regalò all’allora compagna di Silvio Berlusconi.

La birkin 30 è un modello che costa 9800 euro, il modello più grande costa 10600 euro, mentre la kelly, l’altro modello regalato alla Pascale, costa invece 9350 euro. Non proprio due regali qualunque.

L’ex compagna di Berlusconi si accorse che erano due borse contraffatte quando le portò a far aggiustare. Quando le chiese se si fosse accorta che le borse regalate fossero contraffatte, Santaché le rispose “dammi le borse che te le vado a cambiare..”

Berlusconi si era dimostrato molto critico nei confronti di questi regali di lusso, quando scoprì poi che erano pure borse false ci rimase male, ma non troppo, “conoscendo il soggetto” racconta sempre la Pascale.

Quanto potevano costare quelle borse? Il giornalista Luca Bertazzoni è andato in Versilia, dove si trova il Twiga, l’ex locale della ministra, ad incontrare Mauro, la persona che rifornisce i rivenditori ambulanti che vendono borse sulle spiagge e nei mercati di Forte dei Marmi.

La Birkin costa 1200 euro, se presa dagli ambulanti, forse non originale ma comunque una borsa fatta bene, in tutti i particolari.

Al centro del servizio però c’è l’inchiesta sul colosso della moda Kering, proprietario dei marchi Gucci e Bottega Veneta: nel passato l’agenzia delle entrate ha contestato al marchio il mancato pagamento di tasse.

Grandi marchi che danno lustro anche all’immagine del made in Italy ma che poi nascondono anche storie di evasione e di sfruttamento di manodopera a basso costo.

Marco Grasso sul Fatto Quotidiano di oggi fa una anticipazione del servizio:

Kering, ora l’ex manager racconta per la prima volta la maxi evasione da 3 mld

di Marco Grasso

Il colosso del lusso e la triangolazione Svizzera. L’ad: “Paghiamo la protezione?”

La più grande evasione fiscale scoperta nella storia d’Italia: 3 miliardi di euro, che hanno portato lo Stato italiano a recuperare, attraverso una transazione con il gruppo Kering, 1 miliardo e 250 milioni di euro per il marchio Gucci e 186 milioni per Bottega Veneta. A raccontare quel sistema, per la prima volta, è Carmine Rotondaro, ex direttore finanziario del gruppo dell’alta moda, intervistato nella puntata di Report in onda stasera su Rai Tre. Rotondaro è l’uomo che si presentò alla Procura di Milano con la contabilità del gruppo, svelando l’architettura societaria attraverso cui la multinazionale della moda sottraeva al Fisco i guadagni prodotti in Italia.

La scheda del servizio: FUORI MODA

di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Report racconta la più grande evasione fiscale della storia del nostro Paese, quella del colosso Kering che ha transato con l’Agenzia delle Entrate 1 miliardo e mezzo di euro per aver fittiziamente spostato in Svizzera il centro di produzione dei marchi Gucci e Bottega Veneta. In un’intervista esclusiva, l’ex responsabile fiscale del gruppo Carmine Rotondaro racconta i meccanismi con cui si è generata l'evasione fiscale. L’inchiesta tratta anche le vicende che hanno portato all’amministrazione giudiziaria, poi revocata, di Armani e Dior: la produzione delle borse di questi grandi marchi avveniva spesso in opifici cinesi dove venivano sfruttati i lavoratori. Infine, il mistero delle borse Hermès che la Ministra del Turismo Daniela Santanchè regalò a Francesca Pascale, allora compagna di Silvio Berlusconi.

I bilanci dell’Inter (e il controllo dello stadio da parte delle cosche)

Si ritorna a parlare dei bilanci dell’Inter, del controllo sullo stadio e del tifo organizzato, della vendita dei biglietti.

Lo stadio dell’Inter era territorio gestito dalle cosche – racconta nell’anteprima Report - territorio controllato grazie a squadre di picchiatori che mettono in riga i ribelli e vendicano i torti subiti.


Come l’aggressione subita da Cristiano Iovina nel marzo 2024, il personal trainer che ha dichiarato di aver avuto una relazione con Ilary Blasi. Secondo la procura di Milano tra gli autori del pestaggio ci sarebbe anche Cristian Rosiello, body guard di Fedez, braccio destro dell’ultras Luca Lucci (arrestato lo scorso anno e oggi a processo per l’inchiesta “Doppia curva”). Tutto sarebbe nato per uno scontro avvenuto all’interno della discoteca The Club, come documentano le immagini trasmesse nell’anteprima del servizio. Le telecamere di sorveglianza inquadrano Iovino seguito da due donne, poco dopo si vede lo scontro accendersi, e poi Rosiello e Fedez vengono trascinati via dai buttafuori del locale.

Da qui Rosiello e altri, secondo la Procura, avrebbero deciso di andare a prendere Iovino fuori casa per dare una lezione.

Il Tribunale di Milano ha archiviato il procedimento contro Fedez e Rosiello anche perché Iovino non ha denunciato né presentato un certificato medico. Ma le parole del cantante Emis killa confermerebbero una diversa verità, dove parla di una spedizione.

Secondo la Procura della cricca farebbe parte anche Emis Killa indagato per associazione a delinquere assieme agli ultras e presente al pestaggio di uno stuart che tentava di far rispettare le regole all’ingresso di San Siro. Nel corso della perquisizione a casa del cantante gli uomini della Mobile hanno trovato 35 mila euro in contanti all’interno di una scatola di scarpe. Oltre ad una collezione di coltelli e tirapugni.


Ma attorno allo stadio ruotano anche affari che mettono in secondo piano il tifo calcistico: come racconta Daniele Autieri, sono l’anima del patto siglato tra il leader della curva del Milan Luca Lucci (fotografato una volta assieme al ministro Salvini) e quello della curva dell’Inter Andrea Beretta oggi sotto processo per l’omicidio del suo sodale Antonio Bellocco, esponente dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta.

“Sta a noi un po’ più maturi dettare dei paletti e cercare di vedere prima che un problema sorga” spiegava Luca Lucci a Beretta in una intercettazione.

Quest’ultimo rispondeva “Stiamo vedendo dove possiamo arrivare .. magari io e lui sappiamo, magari gli ultimi giovani.,”
“Lo vediamo assieme e decidiamo assieme dove possiamo arrivare e dove non possiamo arrivare ..”

Un patto di non belligeranza tra Lucci e Beretta: dietro c’era la ndrangheta? Klaus Davi ne è convinto, “la ndrangheta è stata il regista in tutti questi anni di tutte queste operazioni, è stato un regista occulto, ma anche palese. Consideriamo che la ndrangheta, le singole famiglie criminali, Lucci da una parte e Beretta dall’altra, le chiamavano a sé per rafforzare la loro reputazione all’interno delle curve.”

Anche il fratello di Antonio Bellocco, Umberto, rimane coinvolto nell’indagine di Milano: sempre Klaus Davi “Certo, rimane l’architrave di questa storia di estorsioni, lui, suo cognato, suo cugino secondo le intercettazioni viene demandato il compito della vendetta. In una intercettazione la suocera gli dice ‘devi fare una strage, la famiglia si appoggia a te’.. ”
Proprio Klaus Davi ha incontrato Berto Bellocco, oggi indagato dalla procura di Milano per aver tentato di costringere Beretta a cedere ad esponenti della famiglia Bellocco le attività della società di merchandising della curva.

Per la ndrangheta il dolore, per la morte di Antonio, si cura col tempo ma anche con la vendetta, quella annunciata nei confronti di Andrea Beretta anche secondo un altro affiliato illustre delle cosche.

Questo, in forma anonima, racconta a Report che Andrea Beretta è già morto, “è morto pure sotto protezione, te lo posso assicurare io. Questi fanno una strage sulla parola. Questi a livello di sangue non guardano in faccia a nessuno, sono pericolosissimi. Beretta è stato preso per il collo, è stato messo giù e gli hanno detto: ‘se tu non collabori ti fanno la famiglia a pezzettini’, ma gliela mandavano veramente a pezzettini. A Beretta e ai suoi familiari fino alla settima generazione gliela faranno pagare.”

La scheda del servizio: I PADRONI DI SAN SIRO

di Daniele Autieri

Collaborazione Alessandra Teichner, Andrea Tornago

Il ruolo della ‘ndrangheta negli affari di San Siro, una storia che inizia nel 2021 quando l’Inter combatteva per non fallire e le cosche infiltravano le curve, spedendo dalla Calabria a Milano i sicari incaricati degli omicidi e delle gambizzazioni eccellenti.

Così, mentre la Società era impegnata a far tornare i conti dopo una crisi dovuta anche all’impatto del Covid-19, l’anima criminale della Curva prendeva il controllo degli affari dello Stadio grazie a un patto di non belligeranza siglato con il direttivo della Curva del Milan guidato dal boss dei tifosi rossoneri Luca Lucci. Le intercettazioni inedite di Luca Lucci e Andrea Beretta, unite alle testimonianze esclusive delle vittime dei pestaggi degli Ultras, concorrono a tratteggiare un’immagine di San Siro come di un luogo dove la legge non esiste e il territorio viene controllato da bande criminali quando non dalle mafie stesse.

Report manderà in onda un audio messaggio esclusivo di Antonio Bellocco, il rampollo della ‘ndrangheta ucciso da Andrea Beretta nel settembre scorso, come prova delle attività delle consorterie criminali che per anni hanno gestito i lucrosi business intorno allo Stadio.

Nella melma della laguna – come funzionano i trasporti a Venezia

Report torna ad occuparsi del sindaco di Venezia e della sua gestione "personale" della cosa pubblica, dove si fa fatica a comprendere dove finisce il Brugnaro sindaco e il Brugnaro imprenditore.

La scheda del servizio: LE ALI SULLA LAGUNA

di Walter Molino e Andrea Tornago

Chi è il più importante imprenditore dei trasporti a Venezia? E che cosa c'entra con il patriarcato di una delle città più antiche e belle del mondo?

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

02 febbraio 2025

Anteprima inchieste di Report – le curve pericolose, il passito, i furbetti dei semi, le donazioni alla Leidaa e la Wip Finance

Finalmente il servizio che tutti i troll e hater della rete, specialmente tifosi di certe squadre, rinfacciavano a Report: i rapporti pericolosi tra Inter e Milan con diversi esponenti criminali delle curve, le infiltrazioni ndranghetiste e i segreti finanziari.

I nemici della sostenibilità ambientale

Un altro pezzo di Pnrr che si perde via, come anche la possibilità di trasformare le nostre città in luoghi più vivibili: uno degli obiettivi del piano era piantare 6,6 ml di alberi entro il 2024 per contrastare i cambiamenti climatici e contrastare la perdita della biodiversità.

Ma è stata l’ennesima occasione persa: anziché degli alberi ci siamo accontentati di piantare semi nei vivai.

Non tutti hanno per fortuna adottato la soluzione (furbetta) dei semi: a Genova, alla discarica di Scarpino, hanno messo a “dimora” 30mila piante: “a dicembre è avvenuta la fase di piantumazione in sito” spiega Agostino Ramella dirigente della città metropolitana di Genova “e no si è dovuto ricorrere ai semi piantati dentro i vivai”. Hanno sperimentato anche la via dei semi ma questa poi si è rilevata poco efficace, “perché abbiamo ingrassato i ghiri della zona”, diverse piante si sono seccate dopo la piantumazione, oltre a questo c’è stato il problema della siccità che ha infierito sulla vita delle piantine.

LAB REPORT: IL SEME DELLA DISCORDIA

di Roberto Persia

Collaborazione Stefano Lamorgese

Nel 2022, il PNRR prometteva 6,6 milioni di alberi con 330 milioni di euro. Nel 2024, l'obiettivo scende a 4,5 milioni di alberi e 210 milioni. Il problema? Mancano gli alberi.

I tempi del PNRR hanno imposto una logica economica alla crescita degli alberi. Con una produzione insufficiente, si è optato per contare anche i semi, trasformando la riforestazione in un’operazione contabile. La Corte dei conti ha sollevato dubbi sulla gestione, ma il Governo ha eliminato il "controllo concomitante", abdicando alla trasparenza.

Mentre le città metropolitane soffocano, la riforestazione rischia di restare una promessa vuota.

Le curve pericolosa

Il 4 settembre, un mese prima degli arresti di esponenti delle curve milanesi, decapitandone i vertici, viene ucciso Antonio Bellocco da Andrea Beretta, colpito da 11 coltellate letali: improvvisamente quello che prima era già noto a molti, diventava notizia nazionale, l’infiltrazione della ndrangheta dentro le curve di Inter e Milan.


Una questione di soldi e consenso – così la racconta a Report il giornalista Klaus Davi: “sembriamo sorpresi di qualcosa di cui se ne parlava” ammette il ministro dello sport Abodi “ma ci sono stati altri segnali in questa direzione di questa infiltrazione della criminalità organizzata.”
Sette anni prima di questa storia, era emerso da una indagine a Torino come la criminalità aveva infiltrato giù la curva della Juventus, due vicende speculari, quasi da copia e incolla.
Beppe Marotta, spiega il servizio di Report, sa bene quanto sono profonde le infiltrazioni criminali negli stadi fin dai tempi in cui era AD della squadra torinese.

Andrea Beretta coi magistrati ha raccontato di aver incontrato anche Marotta con cui parlava in milanese.

A valle dell’inchiesta della procura di Milano è stata aperta un’inchiesta dalla procura federale perché c’è un articolo che vieta espressamente i rapporti tra i tesserati e gli ultras: il giornalista di Report ne ha chiesto conto all’allenatore dell’Inter Simone Inzaghi, delle telefonate e Marco Ferdigo con altri calciatori.

Inzaghi ha spiegato di essere tranquillo “ho chiarito nelle sedi opportune tutto quello che dovevo dire e con molta tranquillità, non mi adesso di dilungarmi .. quello che dovevo dire l’ho detto.”

Dopo la vittoria del suo ventesimo scudetto, lo scorso aprile, la squadra è stata salutata a 9000 km di distanza dal presidente Zhang, in Cina a cercare di risolvere i problemi finanziari del gruppo Suning.

I dati finanziari del gruppo sono stati analizzati da un analista che Report ha contattato: “questi hanno fatto un casino che la Parmalat è niente in confronto” racconta ridendo al telefono al giornalista.

L’Inter appartiene ad un fondo americano, Oaktree a cui il gruppo cinese di Zhang ha concesso il timone non essendo in grado di restituire i 360 ml del prestito ricevuto.

Ma l’Inter non può fallire, come molte altre società di calcio a cui sono concesse deroghe che non vengono però date ad altre aziende italiane.

Il perché lo spiega il tifoso numero uno dell’Inter: “non è una normale società” secondo il presidente del Senato Ignazio La Russa, tifoso della squadra, “una società dove il dare e l’avere si devono bilanciare, qui ci sono in ballo le emozioni, e quando ci sono in ballo le emozioni vanno gestite con una attenzione, una sensibilità diversa da qualunque altra attività imprenditoriale ..”
Che detto da un giurista non mi sembra una grande affermazione è stato il commento alle dichiarazioni di La Russa da parte dell’analista finanziario ed esperto di diritto penale, Gian Gaetano Bellavia perché “i bilanci non si fanno con le emozioni ..”

Le emozioni non hanno salvato Zhang: dopo non aver restituito il prestito da 360 ml a Oaktree, il 19 maggio il fondo americano ha preso il controllo della squadra di calcio: “i veri soldi li hanno messi gli americani” spiega Bellavia “che però non sono americani perché anche loro sono nelle Cayman, tutto il controllo arriva dalle Cayman, cioè nebbia..”

Nonostante il fallimento di Zhang e i bilanci negativi, lo scorso agosto il nuovo presidente della Covisop (la commissione per la revisione dei bilanci delle squadre) Tommaso Miele risponde agli esponenti della fondazione “identità bianconera”.
Ne parla l’avvocato Patrisso a Report “ci dice che tutti i controlli dovuti, nel rispetto delle norme federali, a loro avviso danno garanzia ampia del regolare svolgimento dei campionati e dell’equa competizione”.
Dunque la commissione sui bilanci Covisoc assicura che non ci sono anomalie: è la stessa commissione che nel mese di maggio, quando scoppia il caso Inter, viene di fatto commissariata dal governo Meloni. Il ministro dello sport Abodi annuncia che i controlli sulle squadre di calcio saranno condotti da esperti esterni e di nomina governativa.
La commissione dovrebbe controllare anche le effettive proprietà delle squadre, come l’Inter? Il ministro Abodi spiega a Report di non voler mettere in discussione la serietà e la correttezza, “perché sarebbe grave e superficiale da parte mia e anche inopportuno, lo dovremo dimostrare però che una commissione indipendente ed esterna al sistema da un lato possa rispettare le decisioni e dall’altro garantire una maggiore efficienza. E questo non solo vale per i controlli economici, i corretti adempimenti nei confronti dei tesserati, ma anche la struttura proprietaria dei club, come prevedono le norme federali, deve esserci trasparenza. ”
A Report il ministro aggiunge che, pur essendoci una norma sulla trasparenza, nel passato è mancata la corretta applicazione sistematica della norma, puntuale ed efficace “che potesse mettere tutti in condizioni di vedere cosa c’è dentro questa scatola che deve essere di vetro.”
Ma queste sono accuse che il numero uno del calcio italiano respinge: il presidente Gravina racconta che tutte le decisioni della Covisoc che sono state impugnate presso organi terzi, come il TAR e il Consiglio di Stato, hanno sempre dato ragione alla Covisoc.
Dunque non c’erano condizioni che ostacolavano il controllo delle società: ma come mai Gravina e la Federcalcio e la Covisoc non ha sentito la necessità di approfondire la questione del passaggio del controllo dell’Inter al fondo Oacktree nel maggio scorso?

“Molte volte si confonde il debito del club con il debito che è in capo al titolare del club” risponde Gravina, come a dire che questi controlli non dovevano essere a capo della commissione. E sull’Inter aggiunge che il problema non è il debito, ma il vivere nelle condizioni di poter soddisfare il debito.

Ma nonostante questo il 17 maggio il sindaco Beppe Sala consegna ai vertici del club l’Ambrogino d’Oro: alla consegna dell’onorificenza il presidente Marotta ha voluto ribadire come la squadra intenda continuare con questa striscia di successi, alzando ancora di più l’asticella. Quale asticella?

Ci ci nasconde dietro l’azione dei magistrati, “aspettiamo l’esito delle inchieste”?

Non dovremmo aspettare le indagini per commentare le immagini dove l’attuale ministro dei trasporti, Matteo Salvini, tifoso del Milan, abbraccia Luca Lucci, capo ultras della curva. Un leader criminale accusato dalla procura di essere anche il terminale finale di traffici di droga, capace, in nome degli affari, di stringere patti di non belligeranza coi rivali dell’Inter.

C’è una intercettazione dell’incontro tra Lucci e Beretta in cui i due parlano proprio di questo patto “perché siamo tutti ragazzi seri, ragazzi per bene..”
Ma Lucci ha continuato a fare i suoi affari nello stadio: ne parla l’ex capo dei commandos tigre Anghinelli “se non l’arrestavano, avrebbe continuato ancora adesso, perché là c’è ancora qualcuno”.
Milan e Inter erano d’accordo sulla gestione di questi affari: Anghinelli conosce le regole del mondo ultras e il codice e sa che dietro la fede si nascondono gli affari, la rivendita dei biglietti, la gestione dei parcheggi, il business del merchandising. Quegli affari che i capi criminali delle curve riescono a mettere in piedi esercitando pressioni sui club, come si evince da una intercettazione tra il capo degli ultras Marco Ferdico e Matteo Norrito (un pugile interista che oggi figura tra i 19 arrestati dalla procura di Milano): “sarà bene che entro il 16, 17 ci danno una risposta, se riesce, che sennò io metto in piedi .. io faccio finta di contestare la società, la campagna acquisti, ma gli faccio arrivare qualcosa, o mi danno le tessere o è guerra”.

C’è un forte rapporto tra i capi ultras e i dirigenti delle società: “tu mi devi dire come mai la curva sud del Milan sono seimila persone, se tu vuoi un biglietto, è tutto prenotato, perché già loro hanno tutte le tessere, chi gliele da stè tessere e gli abbonamenti? La società. Certi del direttivo [della curva] vanno in giro per lo stadio col braccialetto ” spiega a Report Anghinelli “i soldi sono tanti, sono due milioni di euro che guadagnano in un giorno solo coi biglietti..”

Solo per la finale di Champions del 2023 col City, Beretta, Bellocco e Ferdico si mettono in tasca 150 mila euro ciascuno dalla rivendita dei biglietti, una circostanza che lo stesso Beretta ha raccontato in uno dei suoi interrogatori: “nell’ultima Champions, quella persa in finale col City io mi sono portato a casa 150 mila euro, 150 Marco e 150 Bellocco, tutta la società dell’Inter lo sapeva che dietro la We are Milano c’ero io che muovevo i fili, perché io ero il responsabile dichiarato della curva nord..”

Il 27 novembre si tiene un evento a Roma dedicato al mondo del calcio: alla kermesse organizzata dal Corriere partecipano i rappresentanti delle istituzioni e i presidenti di club, compreso il numero uno del Milan, Paolo Scaroni.

Nessuno, nemmeno Scaroni, vuole parlare delle indagini milanesi, delle infiltrazioni criminali e dei rapporti di questi personaggi con la società.
Stiamo parlando di personaggi con dietro un Daspo anche da 15 anni parlavano con dei dirigenti di club: il presidente di Federcalcio Gravina a risposto che ci sono delle indagini quindi bisogna aspettare per capire i reali contenuti di queste relazioni..

Tutti sapevamo, dai vertici delle curve fino ai dirigenti delle squadre. Ma sono stati tutti zitti.

Nel servizio si tornerà a parlare della Juventus: Report è venuta in possesso di una mail in cui Fabio Germani (ex capo ultras) scrive a Stefano Marulla, responsabile biglietteria della Juventus riporta una lista di biglietti che la squadra avrebbe dovuto assicurare a Rocco Dominello. L’uomo delle cosche poteva vantare una posizione dominante anche grazie ai rapporti che, secondo Report, aveva con Andrea Agnelli.

Dominello era, per la Juventus, il referente per i rapporti con tifoseria: di questo ne parla lo stesso Germani quando racconta “vedevo Dominello in rapporti molto amichevoli con dirigenti della Juve, cosa di cui ero all’oscuro”.

Anche rapporti personali con Andrea Agnelli: a processo quest’ultimo ha detto di aver visto Dominello sempre con gli altri tifosi e di non averlo incontrato singolarmente. Circostanza smentita da Germani che invece riporta di diversi incontri nello studio privato in piazza CLN dove c’è l’immobiliare di famiglia, “io l’ho visto, l’ho aspettato sotto”.
Germani ha poi raccontato, tramite messaggio vocale, un’altra storia inedita: un pomeriggio avevano un appuntamento in piazza San Carlo a Torino, dopo averlo chiamato diverse volte, Dominello al telefono lo invita ad andare in piazza CLN e suonare ad un certo numero. Germani sale al sesto piano ed entra in uno studio dove sono presenti D’Angelo (il security manager della Juve), Dominello e l’AD della società immobiliare di Andrea Agnelli.

“Mi sono reso conto che per le cose ufficiali potevi andare dalla Juventus e per le cose meno ufficiali nell’immobiliare di fiducia per non farti vedere.”

La scheda del servizio: IL DERBY D’ITALIA di Daniele Autieri

Collaborazione Andrea Tornago

I segreti delle infiltrazioni mafiose e quelli finanziari della squadra Campione d’Italia. Report ricostruisce i risvolti inediti dell’inchiesta sulle infiltrazioni nella tifoseria dell’Inter e svela un collegamento tra le infiltrazioni della ‘ndrangheta emerse nel 2017 nella Juventus e quelle attuali nella città di Milano. L’inchiesta mette in luce le responsabilità dei Club e delle istituzioni sportive, tanto sul fronte criminale, quanto su quello finanziario. Per la prima volta parla un analista che nel 2020 stilò un report dal quale emergevano anomalie sul bilancio dell’Inter, e rivela di aver comunicato quelle informazioni alle massime istituzioni sportive, Federcalcio e Uefa. Nessuno però è mai intervenuto e chi ha tentato di farlo ha subìto pressioni affinché non fossero alterati gli equilibri del Campionato.

Come viene fatto il Passito in serra

Per ridurre i tempi di essiccamento delle uve da cui poi si produce il famoso Passito di Pantelleria, un produttore ha pensato di usare la strada delle serre. Nelle serre si raggiungono temperature di 70 gradi che “cuociono l’uva come fosse un forno lento”. Ma che differenza c’è tra un appassimento in filiera e uno in serra? Hanno gusti diversi – racconta a Report il presidente delle cantine Abraxas – gusti diversi che poi ti ritrovi nel prodotto finale

Perché più alta è la temperatura a cui sono sottoposte le uve e maggiore è la degradazione di queste sostanze aromatiche (che danno il sapore al vino).
Ma il Consorzio di tutela del Passito è mai intervenuto, ha fatto qualcosa per cercare di eliminare questa contraddizione col disciplinare? Al momento no, racconta il servizio di Report.
Benedetto Renda è presidente del Consorzio dei vini Doc di Pantelleria: a Report spiega che questo procedimento, le serre, è solo un accelerare leggermente quello che è il processo di essiccazione. In realtà i tempi di essiccazione si dimezzano, l’uva appassisce prima e può essere sostituita con altra, sotto le serre, aumentando la produzione, risparmiando tempo e spazio.
Il disciplinare del passito di Pantelleria vieterebbe l’essiccazione in serra (“in ambienti condizionati”) ma, guarda caso, il presidente del Consorzio di tutela è anche un produttore di questo vino (Donnafugata SRL) dove si usa il procedimento in serra e dunque, a domanda di Report, risponde che tutto avviene nel rispetto delle norme.

La scheda del servizio: VINO IN SERRA di Emanuele Bellano

Collaborazione Madi Ferrucci, Raffaella Notariale

Il Passito di Pantelleria è un vino dolce apprezzato in tutto il mondo. La produzione si basa sull'appassimento delle uve di zibibbo sfruttando il sole d'agosto dell'isola e seguendo un metodo tradizionale: le uve appena raccolte vengono stese sugli "stinnituri", gli stenditoi in pietra esposti a sud tipici della tradizione pantesca. La lentezza del processo di produzione insieme ai rischi, alle difficoltà e al territorio geograficamente limitato, fa sì che il Passito di Pantelleria arrivi a costare anche 65 euro a bottiglia. Ma il più grande produttore dell'isola ha da tempo adottato un altro metodo per essiccare le uve: le serre. Con temperature che superano i 60 gradi, le serre riducono i tempi di essiccamento ma intervengono anche sul sapore delle uve appassite. Il controllo delle procedure di produzione è in mano al consorzio di tutela del Passito di Pantelleria Doc, di cui un’azienda in particolare è uno dei soci principali. E finora ha ritenuto di non dover intervenire.

Dove finiscono le donazioni alle associazioni per gli animali?

Quanto è trasparente il meccanismo delle donazioni fatte verso le associazioni a difesa degli animali? Report è venuta in possesso di materiale esclusivo inerente la contabilizzazione della società Leidaa, di cui è presidente Michela Vittoria Brambilla, trovando delle spese quanto meno anomale. C’erano fatture intestate alla Leidaa ma altre non c’entravano nulla coi cani, come alcune che hanno come fornitore la “Autoblu SRL”, società di noleggio auto: questa società offre il servizio di noleggio con vetture di alta gamma con tanto di autista.



L’azienda – racconta a Giulia Innocenzi un lavoratore della Onlus – serviva [la Brambilla] quando lei andava a Roma in Parlamento “la mia collega ha chiamato la Autoblu per chiedere se avesse un’altra azienda che potesse risultare come fornitore. ”
Infatti le fatture successive hanno come fornitore non più Autoblu SRL bensì La Valle Beniamino, tutte e due le società hanno lo stesso indirizzo e email, nell’oggetto della fattura scompare il noleggio ed è invece presente la scritta “servizi resi per vostro conto”.

Continua il dipendente della Onlus: “immagina una associazione del terzo settore che prende il 5 per mille con su scritto Auto Blu, sono cose incompatibili con una associazione che si occupa di aiutare gli animali”.

In totale, Leidaa ha pagato un totale di fatture alla Autoblu per 7515 euro: nel periodo natalizio vengono fatti due acquisti di bottiglie, uno da 1263 euro e l’altro da 2550 euro per l’acquisto di 15 bottiglie da 139 l’euro l’una.

Ma ci sono criteri da rispettare per le associazioni di volontariato sulle spese che possono sostenere? “C’è solo il buon senso” spiega l’esperto di diritto penale all’economia Bellavia “io spendo per le necessità dell’associazione, per fare un rifugio per dar da mangiare agli animali, per soccorrerli, per pagare i veterinari.”

Pagare delle bottiglie 140 euro non avrebbe senso..
Ci sono poi altre fatture, di cui Report è venuta a conoscenza, tutte intestate alla Leidaa per servizi dell’albergo Principe di Savoia a Milano, un albergo a 5 stelle, come l’affitto di una sala per 1400 euro, un evento comprensivo di pranzo da 4675 euro e una notte in cui Michela Vittoria Brambilla risulta aver soggiornato nell’albergo con cena in camera per la cifra di 3200 euro, per un totale in una sola ricevuta da 17165 euro. Ma il totale delle ricevute pagate dalla Leida somma a 29761 euro.

Tutto regolare, ci mancherebbe, ma cosa c’entra questo con la tutela degli animali, con una associazione senza fini di lucro, anche perché quando la Brambilla doveva incontrare qualcuno lo faceva nella sede della Leidaa al centro di Milano, in via Mozart.

L’associazione per questa sede vicino al quadrilatero della moda paga un affitto di 3000 euro al mese: “avessimo una casa di moda, ha senso” commenta Bellavia “un’associazione che favorisce il recupero e il sostentamento degli animali può stare benissimo anche in una zona periferica”, dove magari coi soldi risparmiati riesce a fare di più per gli animali.

La scheda del servizio: BENESSERE PARLAMENTARE di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi, Giulia Sabella

Sono tanti i cittadini che con generosità donano in favore di associazioni che si battono per la protezione degli animali. Tutte le donazioni vanno a finire a destinazione? Grazie a documenti esclusivi, Report mostrerà spese anomale, di cui siamo andati a chiedere conto anche a un importante politico.

Chi sta dietro Wip Finance?

Sabato 1 febbraio è uscita una anticipazione di quanto verrà raccontato stasera da Giorgio Mottola: i rapporti tra la ministra Santanché e il “business developer” Altair D’Arcangelo della Wip Finance (la società che ha rilevato le quote di Visibilia) risalirebbero a ben prima dello scorso anno: lo racconta Nicola Borzi sul Fatto Quotidiano

Visibilia, il legame del 2022 tra D’Arcangelo e Santanchè

Interessi - La ministra partecipò a un convegno organizzato dal Fondo Virgo dell’intermediario e da Luca Paolorossi, oggi sindaco di Filottrano

Filottrano, popoloso borgo delle Marche a poca distanza dalla riviera del Conero, da qualche mese tiene banco nelle cronache dei media locali anche per il suo sindaco, l’imprenditore della sartoria Luca Paolorossi, eletto a giugno 2024 per una lista civica ma candidato alla Camera nel 2008 per Forza Nuova. Paolorossi da anni scatena polemiche per le sue uscite assai “politically uncorrect”. È qui che il 9 dicembre 2022 Daniela Santanchè, meno di 50 giorni dopo essere stata nominata ministro del Turismo, ha incrociato per la prima volta il gruppo Virgo di Altair D’Arcangelo. Una intersezione significativa, perché retrodata di due anni i contatti tra la politica e l’imprenditore che a Report si è proclamato “business developer” del contratto preliminare annunciato il 24 dicembre scorso con il quale Wpi Finance, sconosciuta società svizzera, progetta di acquisire Visibilia dalla senatrice di Fratelli d’Italia al prezzo di 2,7 milioni.

Nell’articolo si parla anche dei rapporti imprenditoriali tra il sindaco di Filotrattano Paolorossi, D’Arcangelo e la sua Virgo e il deputato PD De Zan “le cui attività imprenditoriali sono legate a D’Arcangelo da sponsorizzazioni, come quelle al Gay Pride di Padova del quale pure Paolorossi è stato sponsor. ”

La scheda del servizio: QUESTIONE DI FIDUCIA di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Report è in grado di rivelare un nuovo colpo di scena nella vicenda della vendita di Visibilia da parte di Daniela Santanchè alla misteriosa Wip Finance. L’inviato Giorgio Mottola è riuscito a scoprire chi sarebbe il vero proprietario della società anonima svizzera. Emergerebbe un’altra storia inquietante che getterebbe ombre sempre più pesanti sulla operazione finanziaria di cui è protagonista la ministra del turismo.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 dicembre 2024

Anteprima inchieste di Report – il caso Liguria, il sogno delle bioplastiche e l’aria di Milano

AGCOM ha stabilito che il servizio di Report sul sistema Toti (e i suoi portatori di voti “imbarazzanti” e pericolosi) non ha affatto violato la regola del silenzio elettorale.

Dunque stasera si tornerà a raccontare del sistema Liguria, ovvero di una regione in mano a piccoli potentati locali che garantiscono interessi privati, magari non sempre in modo trasparente ma anche, e soprattutto, pacchetti di voti.

Il resto lo fa l’astensione.

Poi, come racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nelle anticipazioni, il sogno infranto della plastica biodegradabile.

Il sistema (faraonico) Liguria

A quanto pare, per gli elettori che sono andati a votare in Liguria, il sistema Toti (e ora Bucci) piace, ma da dove sono arrivati i voti per Bucci (considerando che a Genova dove era sindaco, ha perso)?

Oltre seimila voti arrivano dalla famiglia Scajola, il nipote dell’ex ministro (quello della casa comprata a sua insaputa) tanti ne ha presi: Marco Scajola ex totiano è stato assessore all’urbanistica, rientrato in Forza Italia dopo l’inchiesta che ha travolto la giunta precedente.

La famiglia di Claudio Scajola è ben radicata da anni ad Imperia: il padre ha fondato la DC in questa provincia, nel 1982 Claudio era già sindaco di Imperia e ora lo conoscono tutti come “il faraone”.

Ma perché lui è un grande ammiratore della cultura egizia, non per altro. Un faraone che prende decisioni anche sopra la volontà popolare.

Nel settembre del 2023 si formò una catena umana lunga chilometri lungo il litorale della provincia di Savona per dire no ad un impianto di rigassificazione che dovrebbe essere costruito proprio davanti il lungo mare di Savona.

In una zona a già forte impatto ambientale per la presenza delle industrie tra Vado e Savona che, per la legge Seveso, dovrebbero prestare molta attenzione ai rischi ambientali.
Quest’opera avrebbe un alto impatto anche sull’entroterra savonese perché le condotte dal mare risalirebbero verso la val Bormida per immettere il gas nella rete nazionale, passando sopra il paese di Altare, attraverso un bosco al cui interno si nasconde una natura unica. 
Un monastero induista nascosto in mezzo agli albero, un pezzo di India in Liguria.

Ma è un progetto su cui gli Scajola credono, anche andando sopra alle richieste di chiarimenti dei cittadini e alle loro proteste.



Ci sono luoghi meravigliosi in provincia di Savona, come Celle Ligure dove Aldo Spinelli, indagato nell’inchiesta per corruzione e in attesa di patteggiare la pena, decide di comprare gli edifici delle ex colonie bergamasche per trasformarli in residenze private.
Si tratta di un’area dove non sono consentite nuove edificazioni – spiega l’ex sindaco di Celle Ligure Luigi Bertoldi – né alterazioni degli edifico esistenti, perché l’area delle ex colonie rientra nel piano territoriale paesistico della regione Liguria dove si può demolire, ricostruendo fedelmente, mentre qui si è ricostruito accorpando più edifici, con un aumento del volume nella sagoma del nuovo edificio. Dovevano edificare a 30 metri dalla via Aurelia, hanno invece edificato a 10 metri, “sostenendo che quel sito [le nuove residenze] è edificabile” continua l’ex sindaco. Ovvero dove non è consentito costruire nuovi edifici, come si fa a dire che è edificabile?

C’è poi l’ex padiglione Frizzoni che, avendo una dimensione ai 10000 metri, non poteva usufruire del piano casa e sarebbe dovuto diventare un albergo. Ma, durante l’iter, nel 2020, la regione Liguria guidata da Toti cambia la legge, permettendo la sua demolizione per costruire altri appartamenti.

Ma Spinelli ha un altro problema: la spiaggia libera sotto l’Aurelia, essendo proprietario dell’immobile che c’è sopra vorrebbe privatizzarla. Così, come per le concessioni del porto di Genova, se ne interessa Toti che mentre è a pranzo con Spinelli, chiama l’ex sindaco di Varazze, il consigliere regionale Bozzano per trovare una soluzione. Passa solo un’ora e Toti chiama la sua collaboratrice, come emerge da una telefonata di cui Report è entrato in possesso.

In questa telefonata Toti chiede alla collaboratrice di chiedere alla segretaria di Spinelli i documenti dove vuole che si facciano i versamenti (per Toti), “lo fa normale, come tutti gli altri”. C’è stato poi un incontro dove Toti e la collaboratrice si sono parlati a voce: di certo c’è l’interesse di Toti a dare una mano a Spinelli per farsi la sua spiaggia privata, con tanto di edificio per lo stabilimento balneare, ma anche per questo mancavano permessi, ma il presidente Toti tranquillizza l’anziano imprenditore genovese “guarda che abbiamo risolto il problema a tuo figlio sul piano casa di Celle, ora facciamo la pratica, si può costruire .. quando mi inviti in barca che ora ci sono le elezioni abbiamo bisogno di una manina”.

Ma ad Imperia a controllare il territorio c’è un’altra presenza ingombrande: la ndrangheta.

Come spiega Report nell’anticipazione: “Dopo anni di indagini, il 7 ottobre 2014, il tribunale di Imperia emette una sentenza storica che riconosce per la prima volta la presenza organica della ‘ndrangheta nella provincia ligure. Ciò nonostante il primo cittadino non sembra essere d’accordo.”
In questa sentenza vengono condannati alcuni membri della famiglia Pellegrino, Vincenzo Marcianò, figlio del capo della locale di ndrangheta, Peppino Marcianò.
Dopo aver letto la sentenza, queste persone dietro le sbarre della gabbia hanno minacciato i giudici, prendendosi pure qualche applauso dai familiari.
Ma, secondo il sindaco di Imperia, Scajola, questo di Imperia non è un territorio influenzato dalla criminalità organizzata, nonostante le indagini, i beni confiscati, le sentenze arrivate fino in Cassazione: “in questo territorio della città non è emerso mai nulla”.
Peppino Marcianò è stato condannato in appello per associazione di stampo mafioso: nel 2017 al suo funerale era presente il figlio Vincenzo, lo stesso che nel tribunale di Imperia inveiva contro i giudici che lo stavano condannando. E che ai funerali se la prende con la giornalista Cristiana Abbondanza che stava registrando un filmato: grazie a quei filmati sappiamo che era presente anche il neo eletto consigliere regionale della lista di Bucci, Walter Sorriento.
“Mi ci sono trovato per caso” è stata l’assurda risposta che il consigliere ha dato Report che ha pure aggiunto “ero lì per mia figlia che stava facendo un saggio..”
Un po’ come il faraone Scajola, a sua insaputa.

La scheda del servizio: IL FARAONE E IL RIGASSIFICATORE di Luca Chianca

Collaborazione Alessia Marzi

Dopo lo scandalo giudiziario che ha coinvolto l'ex presidente Giovanni Toti, la Regione Liguria alla fine di ottobre è tornata al voto. A vincere di misura è stato l'allora sindaco di Genova Marco Bucci con soli 8424 voti di scarto grazie alla provincia di Imperia guidata da Claudio Scajola. Oltre 6mila voti arrivano proprio da suo nipote Marco Scajola, ex Totiano assessore all'Urbanistica, rientrato in Forza Italia dopo l'inchiesta che ha travolto la giunta precedente. Scajola riesce a portare 8 uomini in Regione e ben 3 assessori su 7. Ma la provincia di Imperia è davvero quel modello di Liguria che ha spinto Bucci a diventare presidente e chi sono i neoeletti consiglieri? Report mostrerà in esclusiva le immagini del funerale del boss di 'ndrangheta Peppino Marcianò nel 2017 a cui parteciparono diversi politici locali, tra cui un neoeletto consigliere regionale. Torneremo anche a parlare del sistema Toti e di come è nata l'inchiesta che ha terremotato la Liguria, partendo da La Spezia per arrivare in provincia di Savona dove la vecchia giunta voleva mettere il rigassificatore.

La consulente ad insaputa del ministro

Report è venuta in possesso di altri audio di conversazioni tra l’ex ministro Sangiuliano e la non consulente Maria Teresa Boccia: solo gossip? No, oltre al tema delle informazioni sensibili di cui sarebbe venuta in possesso (per il G7 a Pompei), c’è una telefonata tra i due dove lei si lamenta della mancata nomina. Sangiuliano glissa, “la nomina non si può fare.. e il motivo tu lo conosci.. comunque non mi va di parlarne al telefono” chiude l’ex ministro, come se sapesse di essere intercettato.


“Domani dammi il tempo di comprare un altro telefono, ti darò il numero e potremmo scriverci” – si giustifica Sangiuliano, un telefonino scarso perché non si può permettere altro (come se fosse improvvisamente diventato povero, ironizza la Boccia).
C’è poi una seconda intercettazione tra Boccia e il capo di gabinetto di Sangiuliano Gilioli: “io ho avuto indicazione dal ministro di non procedere al perfezionamento della nomina..”
Al che Boccia chiede che cosa abbia firmato, intendendo il contratto di consulenza: “faccia una istanza di accesso agli atti e verrà trattata di conseguenza”.
Esisterebbe, secondo la versione di Boccia un contratto firmato il 7 agosto nella stanza del ministro (allora) Sangiuliano. Che fine ha fatto questo contratto?

Altro punto di cui si occuperà il servizio: qual è stato in questa vicenda il ruolo di Arianna Meloni, la sorella della presidente del Consiglio? Secondo l’avvocato dell’ex ministro Sangiuliano, Silverio Sica, lo aveva avvisato molto tempo prima, di stare attento a questa persona, c’erano delle voci che giravano, consigli a cui l’ex ministro non avrebbe dato retta evidentemente.
Cosa risponde Arianna Meloni? “Vi ricordo sempre che siete pagati coi soldi pubblici ..”: un avvertimento? Un messaggio nemmeno poco sibillino?
“Io non so quanto agli italiani possa interessare, mi sembra che siate ossessionati da questa storia ..”.
Si tratta del solito tentativo di nascondere storie imbarazzanti con la scusa del gossip ma, come Report ha raccontato, ci sono aspetti che gli italiani dovrebbero conoscere: su come si entra nell’orbita di un ministero, arrivando anche alla conoscenza di informazioni riservate.
Ma è così facile buttarla in “caciara”, raccontando che Report sta tutti i giorni sotto la segreteria di FDI, che i giornalisti Rai hanno una ossessione, sprecando denaro pubblico (pensassero ai CPR in Albania)

La scheda del servizio: TRAVOLTI DA UN INSOLITO DESTINO NEL MESE DI AGOSTO di Luca Bertazzoni

Collaborazione Marzia Amico

Report ricostruisce la vicenda della mancata nomina di Maria Rosaria Boccia a consigliera per l’organizzazione dei grandi eventi del Ministero della cultura allora presieduto dal ministro Gennaro Sangiuliano attraverso audio e testimonianze inedite.

L’illusione della plastica biodegradabile

Il servizio di Report racconterà la storia di una azienda italiana che avrebbe voluto cambiare il mondo, liberandolo dalla plastica inquinante: una storia che inizia da una pista da sci.

La racconta l’AD di Bio-On Marco Astorri tra il 2007-2019: stavano producendo le tessere per gli impianti sciistici delle Dolomiti, il presidente della società fece una battuta, “Astorri ma queste tessere che sono fatte di plastica che poi ci ritroviamo in primavera e d’estate lungo tutte le piste e le dobbiamo raccogliere, non le possiamo fare in un materiale naturale?”.
Questa è stata la scintilla per la plastica biodegradabile: ogni anno nel mondo vengono prodotte 500ml di tonnellate di plastica, gran parte si disperde poi nell’ambiente e va a finire nelle acque dei fiumi e mari, nei terreni, entrando nella catena alimentare e provocando tumori.
Marco Astorri si era messo in testa di produrre una plastica naturale: nelle sue ricerche ritrova una invenzione del 1926, quando lo studioso francese Lemoigne aveva studiato i poliidrossi-arcanoati, PHA, una plastica generata dai batteri nutriti con lo zucchero, tutto completamente naturale.
Il batterio si nutre di questi zuccheri e li espelle come un escremento – spiega a Report Paolo Galli membro della Plastic Hall of Fam – ed è questa sostanza materiale plastica: lo stesso tipo di batterio o famiglie di batteri simili, capiscono che questo è un materiale digeribile e lo aggrediscono, lo mangiano e lo restituiscono all’atmosfera come co2. Plastica che, messa a contatto con questi batteri, si trasforma in gas, tutto un procedimento naturale. Si tratta di una plastica che ha le stesse caratteristiche fisiche della plastica tradizionale in termini di trasparenza, rigidità, elasticità, flessibilità della plastica tradizionale. Potrebbe dunque sostituire in toto la plastica tradizionale.
Cos’è successo allora alla Bio-On? Il giornalista del Corriere Marco Madonia e autore del libro L’Unicorno, racconta della svolta del 2014 quando Astorri decide di quotare l’azienda in borsa, mettendo sul mercato il 10% di Bio-On, la quota minima per entrare nell’AEM, la sigla che sta per Alternative Italian Market, sistema costruito su misura per le piccole e medie imprese. Servivano degli investitori che avrebbero poi messo i soldi su questo sogno: Bio-On si fa seguire da Giovanni Natali che di mestiere fa proprio questo, quotare le aziende in borsa.
A Report racconta della battuta che fece alla Bio-On: “vedete che se questa roba funziona, tu tra tre anni vai in giro con l’elicottero, se non funziona vai in galera”.
Agli investitori Astorri che modello di business proponeva? Il modello non era produrre la plastica biodegradabile, bensì vendere le licenze per fare impianti per la produzione di plastica biodegradabile, un modello da vendere ai tanti produttori di plastica, per progettare assieme nuovi impianti, basati sui brevetti di Astorri.
L’interesse è mondiale, Astorri chiude contratti di licenza per fare stabilimenti in Olanda, Francia, Russia e Iran e poi trattative in tutto il mondo, perfino con produttori australiani. Il contratto coi russi fu firmato direttamente sotto gli occhi di Giuseppe Conte e di Vladimir Putin.
“C’erano aziende enormi con noi, Eni, Barilla, Ferrovie dello Stato e tutti si chiedevano chi fosse Bio-On..”

Cosa è successo poi?



Gabriele Grego è trader finanziario, col suo fondo Quintessential analizza i bilanci per scovare truffe finanziarie: nel 2019 ha pubblicato un report sulla Bio-On dove quest’ultima veniva paragonata alla Parmalat, “la Bio-On è un castello di carte”.
Un duro attacco ad Astorri e alla sua azienda, il giorno dopo la pubblicazione del report avrebbero dovuto annunciare l’aumento del capitale in cui Bio-On sarebbe diventata una multinazionale. Invece venne svegliato alle 6 di mattina da questa notizia che diventa subito un incubo, per tutte le “balle” (secondo la versione di Astorri) raccontate nel report.
La tecnologia di Bio-On sarebbe assurda e farneticante, ci sarebbero seri problemi di produzione per il PHA, altre imprese hanno fallito in precedenza nel tentativo di commercializzare il PHA..
Report ha chiesto un parere a Paolo Galli che smonta questo report: farneticanti sono le parole di Grego, questa tecnologia è stata provata e brevettata.

La scheda del servizio: NIENTE È COME SEMBRA di Danilo Procaccianti

Collaborazione Goffredo De Pascale, Enrica Riera

Una società che acquista brevetti avveniristici per affidare a un batterio che mangia zucchero la produzione della plastica, una sostanza integralmente biodegradabile destinata a rivoluzionare il mercato mondiale. Tutto inizia come se fosse una start up, ma presto questa società italiana viene quotata in borsa e raccoglie un capitale da capogiro che supera il miliardo di euro. È l’italiana Bio-on, con la sua storia di un sogno che stava diventando realtà e si è poi tramutato in un incubo, un vero e proprio thriller industriale con tanto di fallimento, condanne penali, agenti segreti e personaggi svelati per la prima volta da Report.

Tira una brutta aria a Milano

Ma è vero che Milano è la terza città più inquinata al mondo?

Chi misura la qualità dell’aria, in termini di inquinamento, nelle maggiori città del mondo? La società si chiama IQAir AG: misurano la qualità dell’aria prendendo i dati da tutte le fonti pubbliche a cui possono accedere – spiega l’AD Frank Hammes – “a Milano ad esempio arrivano da due stazioni pubbliche, quelle di Arpa, e da dieci stazioni private, cioè rilevatori di persone private ..”
I dati arrivano cioè da persone comuni, che hanno in casa dei misuratori: ma come fanno ad essere certi che gli strumenti usati dai cittadini funzionino correttamente? L’AD ha risposto che con 300-400 euro si possono comprare strumenti di buona qualità.
Ma il responsabile di Arpa Lombardia per la qualità dell’aria, Guido Lanzani, spiega che loro usano strumenti conformi a quello che prevede la norma del 2008 dell’Unione Europea, ogni stazione costa da 100mila a 150mila euro: “l’importante è utilizzare, per confrontarle, delle misure che siano coerenti coi metodi di riferimento che la normativa prevede. Se metto assieme dati che provengono da sistemi di rilevazione diversi, rischio di dare una fotografia sfalsata.”
Per evitare questo rischio la comunità europea ha imposto degli standard che tutti i paesi europei devono rispettare, a cominciare dal luogo dove installare i misuratori.
Come mai un’azienda privata come IQAir, senza avere gli strumenti adeguati e le competenze scientifiche necessarie, pubblica una classifica delle città più inquinate al mondo?
C’è un possibile conflitto di interesse, poiché IQAir produce depuratori d’aria: questo è il loro business su cui basano il loro profitto. Nulla di illegale, ma rimane la sensazione che queste classifiche facciano parte di una sorta di campagna pubblicitaria.
Per smontare questa sensazione basterebbe che l’azienda mostrasse i dati sulle vendite: c’è stato un aumento delle vendite dei loro dispositivi in Italia nell’ultimo anno? Niente da fare, su questo l’AD dell’azienda risponde che, essendo una società privata, non sono tenuti a mostrare nulla. Ma è proprio questo il punto: possiamo fidarci dei report di IAQAir? I loro dati sono basati su qualche evidenza scientifica? E, poi, chi certifica la qualità dei loro depuratori? Non esiste nessuna certificazione per i depuratori d’aria, lo stesso AD ammette di aver studiato giurisprudenza.

Giusto per chiarire il punto, il responsabile di Arpa Lombardia si è laureato in fisica all’università di Milano e poi ha studiato alla scuola di specialità in statistica sanitaria all’istituto dei tumori, sempre a Milano.

La scheda del servizio: CHE ARIA TIRA? di Marco Maisano

"Milano è la terza città più inquinata del mondo”. Questa è l’affermazione, errata, pubblicata qualche mese fa da molti media italiani. Un'affermazione basata su una classifica che mette in gara i livelli di inquinamento delle principali città del mondo. Ma chi stila questa classifica? Una società svizzera che si chiama IQAir e il cui business, anche se nessuno se n’è accorto, è la produzione di purificatori d’aria. Nonostante l’affermazione errata, però, l’Italia si ritrova comunque nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria. Milano non è la terza città più inquinata, ma i suoi livelli di inquinamento atmosferico, assieme a quelli di molte altre regioni italiane, supera, e non di poco, i limiti imposti dall’OMS e dall’Unione Europea. Il risultato? Migliaia di persone muoiono prematuramente a causa delle polveri sottili in atmosfera. Ma la politica italiana, nonostante le sanzioni in arrivo, sta già chiedendo deroghe al raggiungimento degli obiettivi di risanamento. Un fatto, avverte la comunità scientifica, che causerà centinaia di migliaia di morti entro il 2035

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.