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30 aprile 2014

Il partito della polizia - la presentazione a Milano

Marco Preve, in piedi e gli altri ospiti della presentazione
Gabriele Ghezzi, Mirco Mazzali e Marco Preve
Vittorio Agnoletto
L'autore, al momento degli autografi
Più o meno negli stessi istanti in cui i sindacalisti del Sap applaudivano ai poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, il giornalista Marco Preve presentava a Milano il suo libro "Il partito della polizia".
Un saggio dove si parlava di un sistema, di quello che è diventata la polizia in questi ultimi venti anni: l'utilizzo della tortura dai tempi del terrorismo a Bolzaneto; i casi di persone morte quando erano nelle mani delle forze dell'ordine; i pestaggi e i depistaggi dopo l'irruzione alla Diaz, per il G8 di Genova nel 2001.
E anche le promozioni dei dirigenti responsabili di quella operazione, che non hanno visto la violenza e hanno firmato i falsi verbali (e le finte prove come la molotov).
Gli appalti milionari gestiti dal dipartimento della pubblica sicurezza per l'informatizzazione della polizia: 1 miliardo in sette anni, gestito con molta dicrezionailtà e con criteri antieconomici.
Tutto questo, che può essere riassunto nella formula di "partito della polizia": un gruppo dirigente che si è mosso in questi anni come un partito politico, creando agganci coi partiti veri, usando logiche di promozione non meritocratiche ma per cooptazione.
Un partito che ha goduto della protezione di stampa (le grandi firme di giudiziaria di Corriere, Repubblica e La Stampa), della magistratura (che certi fascicoli sui pezzi grossi del Viminale avrebbe preferito non aprirli), della politica. Non solo a destra, ma anche a sinistra.

A presentare il libro, oltre all'autore, erano presenti l'avvocato Mirco Mazzali, il consigliere comunale PD Ghezzi (ex segretario del Siulp, un sindacato di polizia), l'ex magistrato Sinagra del tribunale di Milano. E' intervenuto in modo molto appassionato anche Vittorio Agnoletto, portavoce all'epoca del Genoa Global forum, che ha vissuto sulla sua pelle la violenza di quei giorni.
E anche l'omogeneità della stampa, quando parla di questi argomenti.
E il sentirsi tagliato fuori dalla politica, per la sua coerenza nella battaglia per la verità sul G8.

L'intervento più interessante è stato quello dell'ex poliziotto Gabriele Ghezzi: ha parlato della necessità di raccontare della mattanza della Diaz, di quello che è successo dopo. Ghezzi ha parlato di classe dirigente inappropriata a gestire l'ordine pubblico, di come Genova sia stata  un'interruzione del processo di democratizzazione della polizia.
Parole pesanti che portano ad una conclusione: la polizia meriterebbe un vero processo di riforma interno.

Peccato perché, nonostante l'importanza dell'argomento, c'era poca gente ieri sera, che però erano molto interessata e che ha contribuito all'incontro con doverse domande.

21 aprile 2014

Il rinnovamento della polizia in una democrazia imperfetta


Francesco Carrer, criminologo e consulente delle forze di polizia, intervistato da Marco Preve al termine del libro “Il Partito dellapolizia”:

«A questo punto, non vorrei sembrare nazional populista, ma mi dice perché dovremmo avere una polizia quasi perfetta in un paese dove un terzo dei cittadini ha votato liberamente un partito che teorizza e pratica l'illegalità quotidiana e che confonde la democrazia con l'impunità?
Dove gran parte dei cittadini si mostra favorevole all'eliminazione delle regole per sé e all'inasprimento per gli altri e tiene giornalmente comportamenti di illegalità diffusa. E dove la maggioranza dei cittadini pensa attentamente ai propri interessi personali e il senso della comunità è sempre più rarefatto.
«Putroppo dobbiamo prendere atto che il 'me ne frego' di triste memoria non era solo uno slogan limitato nel tempo, ma è parte integrante della maggioranza della nostra società. Dovremmo attrezzarci ad avere una polizia migliore della politica, della sanità, dell'educazione nazionale, della giustizia, dei trasporti? A mio parere sì, certamente. Ma credo che questa sia una posizione molto elitaria e difficilmente raggiungibile senza intervenire nel sistema paese. I cittadini sovrani perlopiù si limitano a criticiare la polizia a torto o a ragione, pretendono che questa accorra quando hanno bisogno e che stia lontana quando vogliono essere liberi di delinquere. La politica attuale è figlia di questa società decadente e di questa democrazia imperfetta, e possiamo solo sperare che quella che si sta affacciando sarà migliore, anche se i suoi prodromi non sono così chiari e rassicuranti.

[..]Il rinnovamento della polizia, che tutti – cittadini onesti e delinquenti - dovrebbero augurarsi, deve necessariamente passare dal rinnovamento della società nel suo insieme.«E mi riaggancio a questa necessità di parlare dell'opportunità di dotare o meno il personale delle forze di polizia – soprattutto quelle impiegate nell'ordine pubblico – di un numero di matricola che ne consenta l'identificazione. Anche se si tratta di un problema controverso nella maggior parte dei paesi, sono favorevole a questa possibilità. Così come lo sono a poter identificare qualsiasi pubblico dipendente al fine di denunciarne non solo gli eventuali misfatti, ma anche i comportamenti particolarmente lodevoli. Credo però che si tratti di uno dei tanti punti di arrivo di un percorso di crescita globale degli italiani e che, in un momento di estrema conflittualità sociale, non si possa mettere a repentaglio gli agenti di polizia rispetto a false denunce e vendette ben orchestrate. Per di più in uno scenario in cui i 'manifestanti' violenti e francamente criminali operano del tutto travistati e spesso impuniti.«La polizia rappresenta una sorta di filtro sociale nel quale confluiscono gran parte dei mali di un paese e a cui viene chiesto di risolverli nel miglior modo possibile. Fra questi mali possiamo includere gli errori, grandi e piccoli, dei politici (ancora loro!), dall'approvazione di una cattiva legge o di un indulto alle interrogazioni parlamentari ex post, alle proposte di legge ex ante, alla scelta sconsiderata della città sede di un grande avvenimento internazionale. Un esempio fra tutti è rappresentato da un parlamento che, in tutti questi anni, con le diverse maggioranze, non è stato capace di introdurre il reato di tortura nel nostro codice penale. O da uno stato biscazziere che, in cambio di una percentuale sulle giocate, facilita il gioco d'azzardo, e di conseguenza l'usura, il riciclaggio, l'alcolismo e altri piacevoli comportamenti. Uno dei tanti santuari 'stranamente' non toccati dalla politica”

Il partito della polizia di Marco Preve

Il sistema trasversale che nasconde la verità degli abusi e minaccia la democrazia.
L'abuso della forza e i casi di tortura come strumenti usati dalle forze dell'ordine. L'omertà nel denunciare questi casi e la protezione che la polizia mette in atto nei confronti dei responsabili. Che non sono poche mele marce.
La polizia che si fa partito: i rapporti di amicizia con magistratura, giornalismo, partiti, imprenditori. Un sistema di potere che avrebbe scalato i vertici del dipartimento di pubblica sicurezza e che si sarebbe consolidato attorno alla figura di Gianni de Gennaro.
Infine, i tanti soldi che vengono gestiti con troppa discrezione e poca trasparenza dal dipartimento, per appalti in tema di sicurezza. Tanti soldi che dovrebbero essere investiti in sicurezza, specie al sud, e che sono stati sprecati. Per imperizia. O peggio.

Questi i tre filoni in cui si articola il saggio di Marco Preve, giornalista per Micromega e l'Espresso.

La tortura.
Se un'istituzione, nel nostro caso la polizia italiana, è più temuta che rispettata, allora vuol dire che ci troviamo in un paese che manca di rispetto a sé stesso, un una democrazia incapace di confrontarsi senza paure con una sua componente essenziale.Come potremmo altrimenti spiegarci la vicenda della scuola Diaz? Non le violenze della macelleria messicana, e neppure gli sporchi trucchi per falsificare le prove di un massacro: per quanto enormi e abnormi, sono episodi che che possono accadere. La differenza tra un regime e una democrazia sta, invece, nella capacità dell'istituzione coinvolta di mettersi subito a disposizione di chi ricerca la verità e contribuire a far luce; consiste nell'immediata rimozione da ruoli direttivi e operativi dei pubblici funzionari sotto indagine; si concretizza in una trasparenza, anche mediatica, con cui si informano i cittadini che gli incarichi degli indagati e imputati vengono congelati ..”.

In Italia questo non è successo. Sebbene le immagini del disastro della Diaz fossero note fin da subito, come fin da subito si capì che quella delle molotov era una prova falsa, come falsi erano i verbali e le prove presentate dalla polizia, nessuno dei dirigenti presenti a Genova e alla Diaz, durante la macelleria messicana, ha mai avuto problemi di carriera.

Genova, come le violenze alla Raniero pochi mesi prima, sono state considerate una pagina tabù della nostra storia e della storia della polizia.
Da rimuovere: chi si permetteva di chiedere chiarezza, finiva per essere considerato un eversore. Uno che sta dalla parte dei black block.
Perché quella sera, presenti subito dopo l'irruzione, c'erano i migliori investigatori italiani: dirigenti degli uffici centrali che avevano alle spalle arresti eccellenti nella lotta alla mafia. E che negli anni successivi avrebbero raccolto altri successi nella lotta al terrorismo (con l'arresto dei brigatisti che uccisero il giuslavorista Marco Biagi).
Ma questo non giustifica niente: appare più assurdo, alla luce di questi successi, comprendere come queste persone, Gratteri, Caldarozzi, La Barbera, Fioriolli, abbiamo potuto commettere degli errori così gravi. La notte cilena di Genova è stata considerata da Amnesty “la più grave violazione dei diritti umani” della nostra storia.
Eppure si è dovuto aspettare la sentenza della Cassazione che ha messo nero su bianco le responsabilità: non solo dei picchiatori in divisa che, in assenza del reato di tortura, non hanno pagato del tutto le loro colpe. Ma anche l'intera linea di comando.
Ci sono voluti più di dieci anni. In cui la polizia non solo non ha chiesto scusa, ma nemmeno si è posto il problema. Che è soprattutto un problema di garanzia per noi cittadini: chi ci tutela dagli abusi? La politica che non controlla e che, anzi, ha pure protetto questi superpoliziotti (impedendo che si creasse una commissione di inchiesta)? La magistratura che non sempre indaga come dovrebbe su questi casi (ho in mente la difficoltà a far partire il processo sulla morte di Giuseppe Uva a Varese)? Il giornalismo, che in questi anni ha preso le parti degli indagati, ricordando le medaglie che avevano sul petto (per gli arresti eccellenti di mafiosi)? La polizia che ha aspettato 10 anni per chiedere scusa, nella persona del capo Antonio Manganelli?

Sembrava che, dei De Gennaro boys, non si potesse parlare. Come non si potesse parlare dei casi di abuso del passato: la tortura per waterboarding in uso presso le squadre mobili d'Italia sperimentata anche da Totò Riina. Dai fiancheggiatori delle Br, ai tempi del rapimento del generale Dozier.
Gli abusi di Napoli, al Global Forum della primavera del 2001, nella caserma Raniero: coi poliziotti stessi che vollero impedire l'arresto dei colleghi facendo una catena davanti la Questura.
I reati commessi, tra cui anche il sequestro di persona, sono finiti in prescrizione. Le carriere dei dirigenti (come il questore Izzo) sono andate avanti.
Da dove arriva questa anomalia?
Dice all'autore Filippo Bertolami, poliziotto e sindacalista, “negli ultimi anni si è assistito al paradosso di un sistema capace da un lato di coprire e premiare i colpevoli di violenze e insabbiamenti, dall'altro di punire chi ha 'osato' mettersi di traverso”. Vince la paura. E perde il paese.


Per approfondire l'argomento, il giornalista ha intervistato poi l'avvocato Anselmo: questi ha parlato del meccanismo di difesa che scatta nei confronti degli imputati in difesa. La denigrazione della vittima:
“A Federico, Stefano, Giuseppe e a tutti gli altri è andata così perché in fondo c'è una ragione. Perché lui se ne stava in giro alle cinque del mattino, perché l'altro era tossicodipendente, perché quello in fondo era balordo. Lo stato, una certa parte dello stato, ha bisogno che il cittadino reagisca con questi automatismi. E addirittura può anche sollecitarli”.

Il partito.
Preve ha anche intervistato il pm dell'inchiesta sulla Diaz, Enrico Zucca.
Il magistrato ha spiegato le difficoltà incontrate nell'operare assieme alla polizia per l'insofferenza nel ruolo assegnato con la riforma del codice penale. Ora è il magistrato che coordina, in autonomia rispetto alle pressioni della politica. Una parte della polizia ha difficoltà a rispettare questo ruolo perché ritiene che il campo delle indagini sia sua prerogativa; che per raggiungere i risultati si possa anche non rispettare tutte le procedure. Che il vero poliziotto da strada, prima si fa l'azione e poi si chiede l'autorizzazione. Come il famoso commissario Montalbano, personaggio che però ha sempre avuto rispetto per le persone:
“Non è un caso e non è una sfumatura che nel romanzo Il giro di boa che affronta la vergogna del G8, della Diaz e di Bolzaneto, il nostro commissario nemmeno si soffermi troppo sull'ovvia presa di distanza dalla violenza sugli inermi, ma s'indigni sulla falsificazione del verbale”.
Zucca si sofferma su un punto importate: non si potevano processare (né condannare) quei poliziotti per non privare il paese dei suoi elementi migliori. Una sorta di ragione di stato: ma dalle contestazioni mosse (e confermate dalla Cassazione) si comprende “una spaventosa sottovalutazione dei doveri che accompagnano l'esercizio dei poteri. L'aver sottoscritto un atto di arresto illegale, che costituisce il reato di calunnia oltre che di falso, viene concepito come una leggerezza..”.
Nessuno di questi superpoliziotti si è accorto del giornalista Mark Covell agonizzante a terra, ma non ha saputo spiegare come mai non si sia riuscito ad identificare nemmeno la firma del verbale d'arresto degli occupanti della Diaz.
Ma queste persone non avevano di fronte dei super mafiosi. In aula, davanti ai giudici, nemmeno si sono tolti la divisa, come un cittadini qualunque.
Conclude, il pm: “Non possiamo accettare di credere che questa istituzione non possa offrire schiere di funzionari capaci e onesti, in grado di rimpiazzare gli insostituibili.”.

Per comprendere chi faccia parte del partito della polizia, l'autore cita le linee editoriali dei maggiori quotidiani italiani, di condanna per le violenze ma anche di copertura dell'operato dei vertici. Sempre per il principio che non si può privare la polizia dei migliori investigatori. Quelli dei verbali e delle prove false, abbiamo detto prima.
Nonostante un'assenza di cultura democratica. Nonostante il cinismo dimostrato nei confronti delle persone picchiate e private della libertà.
Ci sono anche i politici, tra gli amici del partito: la destra, che ha sempre difeso l'indifendibile. Ma anche a sinistra dove, nonostante fosse presente nel programma di Prodi del 2006, ha affossato l'idea di una commissione di inchiesta.
Violante, il senatore DS e ora saggio del Quirinale, che aveva conosciuto De Gennaro ai tempi della commissione antimafia durante la stagione delle bombe della mafia.
Peppino Calderola, intellettuale dei DS.
Luigi Li Gotti, deputato Idv, difensore di Buscetta e difensore di Gratteri (l'ex capo dello Sco, condannato per i fatti della Diaz).
Perfino una persona come Forgione, deputato di rifondazione e persona impegnata nell'ambito dell'antimafia, ha speso parole di stima nei confronti dei poliziotti indagati. Per i loro meriti passati.
Amicizie ben rappresentate da una foto, scattata durante un attovagliamento all'hotel Eden a Roma nel 2009: una cena organizzata dall'onorevole PDL Destro alla cui tavola sedevano politici come Scajola, giornalisti come Annunziata, imprenditori come Bellavista Caltagirone. E anche Antonio Manganelli. Un affresco dell'ultra stato. Cosa voleva sapere l'imprenditore romano dal ministro e dal poliziotto?

Il vicequestore Filippo Bertolami fa parte dei poliziotti indignados e dice:
Il collante di questo sistema si è basato da una parte sula debolezza crescente di una classe dirigente di destra o sinistra comunque in declino, in quanto balia degli sprechi, privilegi e scandali, dall'altra sul potere dei vertici di un Dipartimento della pubblica sicurezza trasformato negli ultimi anni non solo in un collettore di favori (passaporti, permessi di soggiorno, porti d'arma, sfratti, eccetera), ma soprattutto in un gestore centralizzato di informazioni riservate relative sia alle indagini in corso sia ai privilegi e vizi delle 'personalità' scortate, ormai esposte, più che agli attentati, al linciaggio dell'opinione pubblica, mentre tanti operatori della Polizia di Stato assistono indignati, seppur silenziosamente impotenti”.
Per concludere:
“Qualcosa potrebbe cambiare se ci fosse una presa di coscienza più forte all’interno della polizia di Stato, improbabile se non preceduta da un vero rinnovo della classe dirigente, che stimoli i più indignati a prendere coraggio.”
I soldi.
I soldi sono l'ultimo capitolo: lo stesso Manganelli ha ammesso nel 2012 (per difendere l'operato del suo sottoposto Nicola Izzo, coinvolto nell'inchiesta sugli appalti di Finmeccanica a Napoli) “noi non siamo formati per essere esperti manager nel campo della contabilità”.

Peccato che quella contabilità, nello specifico, assommi a 1 miliardo e 200 milioni di fondi anche europei, per la sicurezza nel sud. Soldi che, se sprecati, sarebbero un favore alla criminalità organizzata.
La cittadella della polizia a Napoli è stato un progetto stoppato.
Vedremo ora come proseguirà l'inchiesta, nata dalla lettera anonima del "corvo", che ora è stata spostata a Roma.
Marco Preve cita diversi episodi che hanno coinvolti funzionari di polizia e strane storie di soldi: il questore poi prefetto Fioriolli, a Genova, e i suoi rapporti (e favori e soldi) con l'imprenditore siriano Hadj Fouzi. Fioriolli è stato promosso direttore della Scuola di ordine pubblico.
Mentre queste storie non hanno mai interessato né la magistratura né la polizia, per fare chiarezza.

Diversamente da quanto successo al vice capo della polizia Izzo, finito indagato (ma ora la sua posizione è stata archiviata), in una inchiesta sull'uso dei fondi PON, appalti che hanno sfiorato il miliardo di euro, tutti decisi all'interno del Viminale.
Una fetta di potere, gestito in modo assolutamente discrezionale dall'ufficio logistica per appalti sui Centri Cen (centro elettronico nazionale), sulla videosorveglianza, sul software da usare nelle pattuglie, sull'appalto affidato a Telecom per telefonia e dati.
La relazione tecnica del prefetto Frattasi ha messo nero su bianco tutte le negatività di questa gestione: appalti concessi senza fare alcuna gara né alcuna analisi sul mercato, con tanto di secretazione.

Perché i poliziotti sono bravi nelle indagini ma non a fare i manager e, conclude la relazione, questi dovrebbero essere tolti dalla polizia e affidati ad un ente esterno.
Chi paga per tutto questo”, è la domanda che ci si deve porre: arrivati al termine del libro rimangono le parole usate dal giornalista, la polizia è il termometro della società. Se la società sta male, si riflette anche nell'ambito della sicurezza, perché in fondo ogni paese ha la polizia che si merita, come la politica che si merita e la burocrazia statale che si merita.
Criticarne i malfunzionamenti (la difficoltà a premiare la meritocrazia, i meccanismi di copertura per i vertici, la poca trasparenza, i cattivi rapporti di ossequio con la politica) non significa essere contro.

È uno sprone per arrivare ad un modello più efficiente, moderno e “democratico”, anche per quella maggioranza silenziosa all'interno del corpo che soffre nel vedere tutte le situazioni qui raccontate.

La scheda del libro sul sito Chiarelettere.
L'intervista dell'autore alla trasmissione Pane Quotidiano, con Concita De Gregorio.
Intervista all'autore sul blog Cado in piedi.
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

14 aprile 2014

Il termometro della democrazia (Il partito della polizia)

Perché questo libro?
La polizia ha sempre funzionato come termometro di una democrazia. Più è presente nella società, meno quella società è libera e democratica. Nessuno Stato può fare a meno della polizia, a essa è affidato l’ordine pubblico, la difesa della proprietà privata, l’incolumità delle persone. Il sacrificio di una piccola porzione di libertà individuale vale la pena se in cambio tutti si sentono più sicuri. A patto che, attraverso le istituzioni, la società sia in grado di controllare l’operato dei poliziotti e riesca a intervenire laddove emergano degli abusi.Sembra semplice, ma nell’Italia di questo inizio Duemila le responsabilità e i ruoli sono saltati e noi cittadini liberi ne abbiamo fatto le spese”.
La parte che mi ha più colpito di questo libro, non  ancora terminato, è dove si parla della tortura. Scrive Marco Preve che questa è stata praticata da alcune squadre dentro la Polizia, nei momenti in cui questa (avendo ricevuto carta bianca dai vertici politici) aveva bisogno di ricostruirsi una immagine, dopo fallimenti.
Si sono torturati presunti o veri brigatisti per estorcere loro informazioni utili per le indagini sul rapimento di Aldo Moro.
Si sono torturati, col tristemente famoso metodo del waterboarding, anche persone che si riteveva fossero fiancheggiatori delle Br che avevano rapito il generale Nato James Lee Dozier.
C'è stata una squadra di funzionari della polizia, il cui capo era chiamato “dottor De Tormentis”, specializzata in queste pratiche.
Contro terroristi, ma anche contro mafiosi o presunti tali. Come Riina, sottoposto anche lui al trattamento nei lontani anni '60.

E poi ci sono i vari casi di cui si è occupata la stampa: Stefano Cucchi, Federico Aldrovandi, le vittime di stato di cui è occupata una recente puntata di Presa diretta (Morti di stato”)
“Segatto lo colpiva alle gambe con il manganello, Pontani e Forlani lo tenevano schiacciato a terra mentre Pollastri lo continuava a percuotere.”La Cassazione ricostruisce l’uccisione di Federico Aldrovandi a opera di quattro poliziotti nel 2005.
Solo poche mele marce nel paniere? O forse c'è un male oscuro nella Polizia, che tende a coprire certi casi, per insabbiarli e premiare i colpevoli?


E allora cominciamo col dire che “Il partito della polizia” non è un libro contro la polizia, ma anzi un libro per una polizia più democratica, più libera dagli influssi negativi della politica, più trasparente nel suo operato e negli appalti che la riguardano e che solo la lettera del corvo ha portato alla luce.


Il saggio di Marco Preve affronterà questo discorso secondo tre filoni: il primo riguarda appunto l'uso della tortura.
Scrive l'autore:
Esisteva in Italia una squadretta di torturatori il cui capo era Nicola Ciocia. Meglio sarebbe dire una squadraccia di agenti e funzionari che solo un ingenuo o un colluso potrebbe oggi sostenere che agisse come una scheggia impazzita e non fosse, invece, sapientemente dosata e deliberata quando ce n'era bisogno. E allora, non un'indagine servirebbe, ma una ricerca storico-politica per risalire le gerarchie istituzionali e capire, al di là delle dichiarazioni scontate di ex ministri dell'Interno come Virginio Rognoni – che nega di aver dato il via libera alle squadracce -, chi e quando ha autorizzato la tortura nel nostro paese. Ma sarebbe un'iniziativa troppo pericolosa per troppi soggetti. Perché potrebbe involontariamente portare alla scoperta che la tortura è ancora autorizzata, o quanto meno tollerata, anche oggi”
Il secondo filone riguarda proprio il partito della polizia.
Perché partito della polizia? Perché, specie negli ultimi venti anni, i vertici che governano il dipartimento della Pubblica sicurezza ha appreso tutte le lezioni della politica per tramutarsi essa stessa in un altro potere dentro lo stato: permanenza nei centri di potere, privilegi (gli stipendi del capo della polizia, superiori ai suoi equivalenti nel mondo), la creazione del consenso attraverso meccanismi premianti per soldati e colonnelli fedeli, neutralizzazione dei contestatori, la trasversalità politica.
Nonostante le inchieste che li hanno coinvolti per il G8 a Genova (il blitz alla Diaz, la cattiva gestione della piazza), i “De Gennaro boys” come li chiama l'autore, hanno continuato la loro carriera, intoccabili da destra e da sinistra.


Infine, il terzo percorso che punta diritto ai soldi: appalti per miliardi di euro gestiti in assoluta assenza di trasparenza, con criteri di assoluta antieconomicità.
“La polizia che gestisce appalti milionari lo fa con deroghe selvagge alle procedure, produce anomalie che a loro volta generano ‘reiterate violazioni’ delle regole imposte dal Codice dei contratti pubblici.”Relazione della Commissione ministeriale a cura del prefetto Bruno Frattasi.
L'inchiesta sugli appalti Finmeccanica della polizia a Napoli (nata con la lettera del corvo)  è arrivata fino al vicecapo della polizia Izzo (posizione poi archiviata), una sorta di ritorno a quanto detto prima: Izzo era infatti questore a Napoli nei giorni delle violenze alla caserma Raniero, dopo la manifestazione del Global Forum il 17/3/2001 (dove i poliziotti furono sospesi e poi reintegrati).
Una sorta di anticipo di quanto sarebbe successo al G8 a Genova.
L'inchiesta della procura ha stabilito sia le violenze che le torture psicologiche delle persone prelevate dagli ospedali dopo gli scontri in piazza. Prima della condanna è scattata la prescrizione, ma nonostante questo, né Genova, né Napoli sono state considerate delle macchie nella carriera dei funzionari coinvolti.


E mentre i vertici gestiscono appalti milionari e si possono permettere stipendi a troppi zeri, gli agenti lamentano carenze di personale, di auto, di benzina. E soprattutto, scarsa meritocrazia.
Se non possiamo fidarci della polizia, se in essa vi sono zone grigie, possiamo ancora chiamarci democrazia?


La scheda del libro sul sito Chiarelettere.

L'intervista dell'autore alla trasmissione Pane Quotidiano, con Concita De Gregorio

14 luglio 2010

La colata di Andrea Garibaldi, Antonio Massari, Marco Preve, Giuseppe Salvaggiuolo e Ferruccio Sansa

La colata: il partito del cemento che sta cancellando l'Italia e il suo futuro.

Il lungo viaggio atttraverso l'Italia, iniziato col piano casa (che non c'è) subito adottato dalle regioni, finisce a Cassinetta di Lugagnago, dal sindaco con i baffi alla D'Artagnan Finiguerra.
"Il rispetto per la terra l'ho imparato da mio nonno contadino. Stando con lui ho visto come è dura la lavorare la terra. L'aratura, la semina, il raccolto. La terra non si riproduce: altro che opzione, bisognerebbe chiamarla necessità zero cemento".

Eh, sì: perchè a Cassinetta non si usa più nuovo terreno per costruire, ma le imprese di costruzione (che continuano a lavorare) nei cantieri "recuperano volumi esistenti e aree compromesse".
Niente opere faraoniche, autostrade a 4 corsie o palazzi a forma di tortiglione, ma solo opere necessarie per il comune, finanziate tramite un aumento di 1 punto % dell'Ici sulla seconda casa.

E' un modello, quello dello zero cemento, applicabile al resto del paese, dalle Alpi alla Sicilia: forse. Di certo, l'attuale modello non lo è.
Leggendo di tutti i paesi sconosciuti dello stivale, delle dolci colline senesi alle coste sarde, viene una rabbia a sapere che sono a rischio perchè qualcuno ha deciso che lì deve sorgere un mega centro commerciale, deve passare un'autostrada, uno stadio (con annessi e connessi), resort per pochi e fortunati vip (con conto all'estero).

Il partito del cemento è perfettamente trasversale (come dimostrano i casi Penati a Milano): vi fanno parte amministratori locali col doppio ruolo di controllori e controllati delle opere che progettano, grandi costruttori che frequentano felici i palazzi della politica, banchieri (anche qui nel doppio ruolo di finanziatori e finanziati), perfino monsignori (perchè come diceva quel tale, non basta un'ave maria).
Ecco, queste persone hanno oggi in mano la sopravvivenza del nostro ambiente.
Dietro a parole come sviluppo sostenibile, promesse di posti di lavoro (per pochi anni, dequalificati e a paghe basse), di introiti per le casse comunali (oggi a secco, per i tagli dei finanziamenti dallo stato centrale), di rivalutazione e conservazione dell'ambiente, si nasconde una realtà diversa.
Una realtà di speculazioni: in Italia è il privato che compra i terreni e che decide come e dove costruire, non la politica. Come a Roma, dove enormi quartieri dormitorio stanno sorgendo ben lontani dal centro. E i servizi? E i mezzi pubblici? Quelli li deve costruire il pubblico, mica il privato che però è riuscito (grazie alle sue azioni di lobby) a cambiare la destinazione d'uso.

Ma anche a Milano sta succedendo la stessa cosa: i milanesi sono scacciati fuori dalla città dai prezzi troppo alti, ma devono comunque sobbarcarsi un lungo viaggio verso l'area metropolitana per poter lavorare.

Quali sono gli interessi per tutte le autostrade in cantiere, in Lombardia e nel paese? La Mestre civitavecchia, la Livorno Civitavecchia, la Piemonte Liguria (l'autostrada di Scajola, l'hanno ribattezzata, non gli bastava un aeroporto).
Snellire il traffico, migliorare la vita dei pendolari (diminuendo i tempi di viaggio)? O forse garantire enormi profitti alle (poche) grandi imprese che lavorano in project financing (ma si sa che non è vero che i progetti in Italia si pagano da soli e il caso della TAV lo dimostra)?

E chi trae profitto dal business delle seconde case sulle Alpi? Il paesaggio, gli abitanti dei piccoli paesi (sempre più spolati)? O solo e soltanto le imprese che costruiscono case che rendono il panorama tutto uguale.

E che dire dei progetti di nuovi stadi (grazie ad una proposta di candidare l'Italia agli europei del 2016)? Degli autodromo che si vogliono costruire ovunque (quando a San Marino han chiuso)?
Sono tutti progetti in cui i costi ricadono su di noi, e i benefici nelle tasche di pochi.
E una volta che si è costruito, si è costruito e basta. Il cemento distrugge: quel Veneto raccontato da Zanzotto e Meneghello, di campi e verde non esiste più. Ucciso dai progetti di "Città della moda", "Veneto city", la nuova Romea.
Un territorio cementificato perde di valore per il turismo, per l'agricoltura (dove faranno la pubblicità quelli del Mulino Bianco?), per le piccole imprese e gli artigiani, strozzati dai mega centri commerciali e dagli outlet. E anche dalle polveri sottili.
Il nostro territorio è quanto lasceremo in eredità a chi viene dopo di noi.
Anche per questo, ci sono enti, associazioni, comitati, persone che dicono no.
Che non accettano che altre persone vengano da fuori ad imporre un progetto e un modello di vita (peggiore).
Non è l'effetto Nimby, che ogni volta viene tirato fuori dai sostenitori del cemento e delle grandi opere (nel paese dei terremoti, delle frane, degli alluvioni e delle scuole non a norma).
E' l'amore e il rispetto per il territorio, per le tradizioni (i mestieri), la cultura. Non è la solita storia del "come si stava bene una volta".
Ma il fatto che ogni fine settimana milioni di persone lascino, scappino da Milano, qualcosa vorrà pure dire.
Se a Cassinetta c'è il sindaco Finiguerra, nel resto del paese ci sono persone come Giovanni Losavio a Modena, Benito Cocchi (vescovo), Mattia Donadel, Daniele Zauli, Massimo Andreis Allamandola , Stefano Sibila ...

Non è un caso che oggi in Parlamento sia stata presentata un proposta di legge (da parte dell'onorevole Scandroglio) che prevede l’obbligo di risarcimento dei danni alle istituzioni o enti privati da parte delle associazioni ambientaliste che perdono un ricorso al TAR.
Non è un caso che oggi, con la crisi, si senta parlare solo e soltanto delle grandi opere, del piano case (fatto su misura per i grandi costruttori), della deregulation nella manovra di Tremonti per costruire supermercati e capannoni.
E le piccole imprese? I commercianti costretti a chiudere? Gli allevatori, gli agricoltori? Le imprese e le famiglie che vivono col turismo (sostenibile)?

C'è un'Italia bella, tutta da scoprire, che non aspetta altro che essere visitata. Ed è l'Italia nostra, di tutti.

Pretesti di lettura.

Alcuni siti
- Marsala.it

Per segnalare abusi, inviate le foto al forum aperto su La Stampa.

Il sito di Chiarelettere

06 luglio 2010

La colata di Garibaldi, Massari, Preve, Salvaggiulo, Sansa

Una colata vi seppellirà.
Potremmo esordire in questa maniera, per commentare del lungo viaggio che i cinque giornalisti hanno fatto in giro per l'Italia, per raccontare lo scempio che sta avvenendo ai danni del nostro territorio.
Dopo l'inchiesta su "Il partito del cemento", che si focalizzava per lo più sul territorio ligure, in questa inchiesta si passa dalla Sardegna del dopo Soru (dice che si chiama Cappellacci), alle seconde case sulle Alpi, o a Ischia.
Dal piano case di Berlusconi, al ruolo della criminalità organizzata nell'industria del cemento (l'Expo a Milano e il processo alla Calcestruzzi Spa). Non solo al sud.

L’Italia è uno dei paesi più belli al mondo. Ha la maggiore concentrazione di beni culturali e centri storici, le più famose città d’arte. Tutto questo è la nostra ricchezza. Rischiamo di perderla, per sempre.
Il partito del cemento avanza e non lo ferma più nessuno. Dal nord al sud la febbre del mattone coinvolge banchieri, cardinali, sindaci, deputati di destra e di sinistra. Tutti vogliono guadagnarci, a partire dai Comuni.

Così la ricchezza degli italiani vola via. Pensate che tra il 1990 e il 2005 sono stati divorati 3,5 milioni di ettari, cioè una regione più grande di Lazio e Abruzzo messi insieme (la Liguria tra il 1990 e il 2005 si è mangiata quasi la metà del territorio ancora libero!). Il tutto a un ritmo di 244.000 ettari all’anno (in Germania 11.000 all’anno).

Ciò nonostante troppi italiani sono senza casa perché mancano gli alloggi “sociali” (solo il 4 per cento sul totale contro il 18 per cento della Francia, il 21 per cento del Regno Unito). Intanto 5500 comuni su 8000 sono a rischio di dissesto idrogeologico. I soldi per il ponte di Messina ci sono, per le frane no.

Gli autori di questo libro sono andati a vedere l’Italia com'è e la raccontano con nomi e cognomi di affaristi, banchieri, cardinali, sindaci e deputati: la Sardegna di nuovo in mano agli speculatori, le Langhe trasformate in shopville, l’invasione di seconde case sulle Alpi (costruiscono persino sulla Marmolada!), il Brenta violentato, gli affari della Chiesa nelle città liguri, le grandi operazioni di Ligresti e dei soliti noti a Milano, di Caltagirone e dei soliti noti a Roma, la storia triste di Bagnoli. Neanche Siena e Firenze vengono risparmiate. E ritorna la febbre da stadi e autodromi, nuove occasioni per ulteriori speculazioni.
Ma cosa gliene viene agli italiani di tutto questo? Meno male che non tutti abbassano la testa. Comitati di cittadini si stanno formando in Veneto, Toscana, a Milano, in tanti centri grandi e piccoli. La legge del 1986 che stabilisce le norme per danno ambientale è dalla loro. Per questo adesso molti la vogliono cambiare.

Alcuni pretesti di lettura:

“Il cemento, più di ogni altro affare, mette assieme tutto e tutti. Ed espelle i pochi corpi estranei.
pagina 26

“L'unico modo per farmi tacere e ammazzarmi”.
Peppino Basile, consigliere comunale e provinciale dell'Idv a Ugento. Ucciso con 19 coltellate nel 2008. Si batteva contro la speculazione edilizia sulle coste salentine.
pag 370

“Noi con il nostro studio, ogni anno rinunciamo a due, tre progetti. Meglio lavorare meno, ma essere fedeli al prorpio spirito... L'interesse di cui l'architetto deve tenere conto è quelle pubblico, della città.”
Renzo Piano, architetto.
pag 67

“Il 20% del patrimonio edilizio è fatto di seconde e terze case, tirate su a spese della natura per restare vuote dieci-undici mesi l'anno.”
pag 8

“Mi sembrano matti tutti .. per vincere le elezioni si parla dello stadio a Castello .. cazzo e mandiamo lì 1500 appartamenti .. boh ..”
Andrea Bottinelli, presidente del Consorzio Castello, sul nuovo stadio di Firenze voluto da Andrea Della Valle e dall'ex sindaco Dominici all'interno di un progetto che comprende la costruzione di appartamenti, alberghi, uffici. L'area viene sequesrtata dalla magistratura nel 2008.
pag 429-430

“Evitiamo di dire che si fa una speculazione edilizia. Le aziende per sopravvivere devono guadagnare. Non siamo la Banca d'Italia..”
Salvatore Ligresti, che sta costruendo il centro di eccellenza Cerba di biotecnologie nel parco Sud di Milano e punta attraverso le sue società alla valorizzazione di caescine e aree verdi alla periferia della città.”
pag 172

“Uno dei fini dell’istituto è di produrre il maggior reddito possibile …Ecco perché l’istituto ha avviato in questi anni alcune operazioni immobiliari.”
Pietro Tartarotti, soprannominato “don cento milioni”, il sacerdote che presiede l’Istituto di sostentamento del clero di Savona
pag 224

“Negli ultimi dieci anni in Campania sono state realizzate 60.000 case abusive, alla media di 6.000 ogni anno, 16 al giorno .. A Ischia ci sono 120.000 vani abusivi su una popolazione di 60.000 abitanti”
Fonte Legambiente
pag. 178

“Da Totò Riina e Bernardo Provenzano ai casalesi. Chi aveva in mano il calcestruzzo ha vinto la lotta per il potere”.
pag 84

Come spiegano meglio gli autori nell'introduzione: “Oggi il cemento ingrossa le tasche di pochi e impoverisce tutti noi. Ci si illude col miraggio dell'occupazione, tacendo che si tratta di posti di lavoro poco qualificati e di breve durata. Ci si inganna con la promessa di sviluppo turistico, fingendo di ignorare che un'Italia guastata dal cemento non potrà reggere il confronto con altri paesi ben più attenti a conservare il loro patrimonio. Non sono i posti letto anelle schiere dei condomini ad attrarre i turisti, ma le ricchezze culturali e ambientali.
Ma il cemento è anche il perno intorno a cui ruota l'alleanza malsana tra imprenditori spregiudicati e politici pronti a tradire la loro fondamentale missione di rappresentanti dei cittadini.”
pag. 4

Buona lettura, ma quando arriverete alla fine non indignatevi e basta.
"Indignatevi, rapidamente. Non lasciate che deturpino il vostro bene più prezioso... Chiamate a raccolta tutti."
Luca Mercalli, meteorologo

Alcuni siti
- Marsala.it

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