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18 ottobre 2024

Hanno vinto i ricchi: Cronache da una lotta di classe di Riccardo Staglianò

 

Prologo

Nel 2022, in questa medesima collana, è uscito un libro che denunciava l’oscena concentrazione di ricchezza, e quindi di potere, di una piccola confraternita di imprenditori tecnologici che, per semplicità, chiameremo i nuovi padroni del mondo. In queste pagine descriveremo il preoccupante funzionamento, anche psichico, di persone come Elon Musk, Jeff Bezos, Mark Zuckerberg e altri, collettivamente definiti “gigacapitalisi”.
Da allora ho portato il libro in giro per l’Italia, il più delle volte in forma di monologo su un palco, con l’aiuto di una ventina di immagini alle mie spalle per scandire il racconto. La slide più profetica era la terza in cui segnalavo i rischi nella decisione di Musk – giusta nel merito, ma non nel metodo – della fornitura di satelliti starlink all’Ucraina invasa dai russi. Allarme rilanciato, quasi un anno dopo, anche dai media americani per il preoccupante strapotere raggiunto dall’erratico imprenditore.

Dobbiamo avere il coraggio di rompere alcuni tabù, una volta e per sempre: se, come dice il titolo di questo libro di Staglianò, "Hanno vinto i ricchi", dobbiamo iniziare a prepararci a contrattaccare.

Il noi, nella frase precedente, indica quanti ancora si definiscono progressisti e si riconoscono in questa Costituzione, specie nell'articolo 1.

C'è stata, ed è ancora in corso, una guerra contro i deboli, contro chi sta sotto, contro questa Costituzione progressista, moderna nonostante sia vecchia di 70 anni.

Una guerra che sta cambiando la pelle di questo paese, sempre più diviso in caste e dove le disuguaglianze aumentano, dove aumentano gli occupati ma allo stesso tempo aumentano i poveri e diminuiscono le ore lavorate.

Dove si continua a parlare di bassa crescita e bassa produttività ma allo stesso tempo si tagliano i salari: secondo i dati dell'OCSE siamo l'unico paese dove i salari sono diminuiti in questi trent'anni. Dove le colpe si devono dividere in parti uguali tra destra e sinistra.

Com’è stato possibile, mi chiedevo e mi chiedo? Com’è che la classe politica, tutta indistintamente ma soprattutto la sinistra che degli interessi della classe lavoratrice è stata storicamente portatrice, non si è stampata quel grafico [i dati OCSE sui salari] a grandezza murales..

Non hanno funzionato le cure fatte da tutti i governi, o quasi, di introdurre sempre più flessibilità nel mondo del lavoro, sempre più precarizzazione, con politiche (per non parlare di vere e proprie campagne pubblicitarie) contro il posto fisso, i diritti sul lavoro (un inutile irrigidimento del secolo passato).

Così come non sono servite, basta guardare i dati del PIL, del debito pubblico, a salvare i nostri conti i continui condoni, un bel favore agli evasori. Non è servito a nulla aver spostato la politica fiscale dal modello progressivo al modello piatto, la maledetta flat tax, dove il ricco e il povero (due categorie antiche che eppure esistono ancora) pagano lo stesso. Non è servito a nulla nemmeno aver spostato il peso della tassazione dalla finanza al lavoro, se non rendere ancora più felici i manager come Warren Buffet pagano meno tasse della segretaria.

Riccardo Staglianò racconta di questa guerra di classe, di come è stata portata avanti e di chi sono state le vittime numeri alla mano. Eccoli
Dramatis personae (in forma di numeri)

  • -2,9% come sono cambiati i salari medi annui in Italia dal 1990 al 2020 (Ocse)

  • +22,8% aumento della produttività per ora lavorata nello stesso periodo (Ocse)

  • -4,5% diminuzione del potere d'acquisto dei salari lordi dei lavoratori dipendenti negli ultimi 10 anni (Istat)

  • 9,8% italiani in povertà assoluta, ovvero 5752000 persone (Istat)

  • 11,5% occupati a rischio povertà (Istat)

  • 29680 euro retribuzione media effettiva pro capite,lorda, nel 2023 (Istat)

  • 23310000 totale dei lavoratori, di cui 18,1 ml dipendenti e 5,2 ml autonomi (Istat)

  • 1011 contratti collettivi, di cui circa900 "pirata" (Inps)

  • 6 su 10 contratti collettivi scaduti a marzo 2023 (CGIL)

  • -7,9% ore lavorate in meno dal 2000 (133 ore all'anno), a forte della crescita del part time (Istat)

  • 64,4% percentuale di donne in part time involontario nel 2019 (Eurostat). Quota che al sud raggiunge l'80% (Svimez)

  • 12% quota di working poors in Italia nel 2019 (Eurostat)

  • 780 euro Un quarto dei lavoratori guadagna meno di questa cifra (che corrispondeva anche all'ammontare massimo del reddito di cittadinanza per un single, incluso il contributo per l'affitto)

  • 31366000 cittadini che presentano una dichiarazione dei redditi positiva. Il 47% degli italiani non avrebbe redditi e vive a carico di qualcun altro (Itinerari Previdenziali)

  • 73% aliquota massima Irpef nel 1974. Oggi è al 43% (Mef)

  • 83% percentuale dell'Irpef pagata rispettivamente dai lavoratori dipendenti (53,5%) e pensionati (29,5%) nel 2022 (Mef)

  • 69,7% percentuale Irpef evasa dai lavoratori autonomi nel 2020 (Mef)

  • 100 miliardi di euro la media annuale (2018-20) dell'evasione fiscale (gap contributivo) in Italia, calcolata dal Mef, è di 96,3 miliardi

  • 0,05% percentuale del PIL che viene dalle imposte di successione

Eccoli i numeri impietosi di un paese dove aumentano le disuguaglianze, dove chi nasce ricco ha molte probabilità di aumentare la sua ricchezza mentre chi nasce in una famiglia svantaggiata deve arrangiarsi per tutta la vita nella speranza di rimanere a galla.

Come è stato possibile arrivare a tutto questo? Ci si è arrivati, a partire dagli anni settanta e poi galoppando, negli anni 80 di Reagan e dei liberisti alla Milton, portando avanti precise scelte politiche.

Usando la bugia dietro al teoria della trickle down economy, lasciate stare in pace i ricchi, qualcosa arriverà anche a chi sta in basso.

Oppure la giustificazione che i ceti abbienti, con meno tasse, avrebbero creato più posti di lavoro.

Arrivando perfino ad invocare l'Europa, ce lo chiede l'Europa..

Dover averci raccontato cosa è stato fatto dai passati e recenti governi sulla pelle dei lavoratori, dopo averci mostrato come vivono i "ricchi", alle prese con lo shopping a Cortina e, dall'altra parte della barricata, come si arrabattano le persone tra mille lavoretti o il part time a cui sono costretti, arriva il momento in cui Staglianò ci spiega quello che dovremo fare.

- salario minimo (un lavoratore su quattro guadagna meno del reddito di cittadinanza, uno scandalo)

- revisione del catasto

- far pagare le tasse a tutti (perché le tasse non sono pizzo di stato, la mafia è l’antistato!)

- aumentare la tassa di successione (cosa c’è di più antiliberale e anti meritocratico nel lasciare intonse le successioni?)

- cambiare il paradigma della spesa pubblica: meno bonus e maggiori investimenti in istruzione

- favorire la partecipazione dei lavoratori nelle scelte aziendali

- una patrimoniale sui redditi più alti (nel libro l’autore fissa un primo terro a 78mila euro)

- portare avanti regole europee e nazionali contro i trust, ovvero le big company di internet che si comportano come dei veri stati


Tutto il contrario di quanto si è fatto finora, complice una classe politica che si preoccupa più del mantenimento dello status quo e dei privilegi di pochi rispetto che al futuro del paese. Di una classe imprenditoriale per lo più miope e incapace di guardare al futuro. Di un esercito di giornalisti e d economisti presunti esperti, ma in realtà “utili idioti” di questa situazione insostenibile per il nostro paese.

Sono quelli che ripetono a pappagallo, prima deve aumentare la produttività (è aumentata invece, ma i salari sono rimasti fermi), che meglio togliere le tasse alle imprese (il cuneo fiscale), ma alla fine questo non ha stimolato le imprese ad assumere.

Meglio togliere i paletti, i lacci e lacciuoli alle imprese, così potranno assumere: abbiamo visto cosa è successo, abbiamo creato una generazione di lavoratori poveri che non vedranno mai la pensione e non potranno mai pensare a fare famiglia (a proposito della bassa natalità).


Come mai in Italia, se questa è la situazione per la maggioranza degli italiani, nessuno si fa sentire per protestare? Perché gli unici che protestano sono le minoranze a tutela dei loro privilegi insensati (i tassisti, i balneari)?

Beh, c’è prima di tutto un clima nel paese di scoramento, di paura nel futuro: se hai la pancia vuota, se per vivere devi fare mille lavoretti, arrivi a casa stanco e non hai nemmeno voglia di guardare la TV.


.. se sei in fila alla mensa della Caritas, non hai lo spazio mentale per pensare a un ordine sociale diverso.


E pensare che in America, non proprio la patria del comunismo, il sindacato dei lavoratori del settore auto ha scioperato per 46 giorni per avere gli aumenti richiesti nel salario. Ricevendo perfino il sostegno del presidente Biden.

In Italia sarebbero stati arrestati tutti? Chissà. In questi messi sono state approvate a colpi di decreti leggi anti-libertarie spacciandole per leggi “sicurezza”: perfino Ghandi oggi in Italia rischierebbe la galera con le sue proteste pacifiche.

In Italia, poi, l’unica rivoluzione che c’è stata è stata quella fascista, per modo di dire, il cui leader è arrivato a Roma con calma col treno (che almeno per lui è arrivato in orario).

E poi la sinistra: sparita dal Parlamento, sparita dai giornali, se non per poche eccezioni, sparita dall’agenda politica. Oggi parlare di patrimoniale fa suscitare le grida dei conservatori, come se veramente stessero arrivando i cosacchi ad abbeverarsi.

In questo paese possiamo accettare che delle persone senza aver avuto una condanna siano rinchiuse nei lager (come succede ai migranti nei CPR), ma non parliamo di patrimoniale, per carità!

Ma in Italia si fa fatica a protestare non solo per quello che non si ha (il salario minimo, la patrimoniale, la lotta all’evasione), si fa fatica a lottare per quello che viene tolto. Il reddito di cittadinanza prima (perché se non vuoi lavorare non devi essere mantenuto, dicono). La sanità pubblica (che il governo Meloni ha fatto finta di aumentare, mettendo nel fondo una cifra che verrà mangiata dall’inflazione), l’istruzione pubblica (ovvero l’ascensore sociale, cioè il figlio dell’operaio che vuole diventare medico), lo Stato, insomma, in quanto insieme di istituzioni che dovrebbero occuparsi della vita e del benessere di tutti e non di pochi.

Soprattutto di quell’italiano su dieci che è in povertà assoluta. Se vogliamo essere chiamati democrazia, dobbiamo partire da qui, prima del crollo, prima che sia troppo tardi.

I capitoli del libro

Capitolo 1: Anatomia di una caduta - così i poveri sono diventati più poveri

Capitolo 2: La grande rapina

Capitolo 3: Perché nessuno si arrabbia?

PS: sono usciti ieri i dati Istat con la fotografia degli italiani nel 2023: nonostante i proclami di questo governo di patrioti, i dati della povertà assoluta sono rimasti uguali mentre è cresciuta la povertà relativa.

PS2: nel piano strutturale di bilancio inviato all’Europa questo governo si impegna a recuperare il 5% dell’evasione ma a partire dal 2027, ovvero tutto a carico di chi verrà dopo di loro. Tutto in linea con una maggioranza per cui il reddito di cittadinanza è metadone di stato mentre le tasse sono “pizzo di stato”.

La scheda del libro sul sito di Einaudi

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


15 maggio 2023

Report – lo smaltimento degli pneumatici e il mercato degli schiavi nel lavoro

LA BUSTA NON PAGA di Bernardo Iovene, con la collaborazione di Lidia Galeazzo, Greta Orsi

All’apertura della Corte d’Appello di Venezia un giudice onorario ha denunciato di aver lavorato a nero per lo stato: è un giudice che non ha malattie, versamenti.

Dovrebbero essere a tempo, ma alla fine migliaia di togati, avvocati selezionati dal CSM, vengono pagati ad udienza, a cottimo. Oltre ai giudici ci sono i procuratori onorari a cottimo: sono loro che mandano avanti la macchina della giustizia.

Ci sono poi i giudici di pace che si occupano sia del civile che di piccoli reati penali: sempre senza ricevere mai contributi, per uno stipendio da 1200 – 1300 euro.
Nel 2016 il comitato europeo dei diritti sociali ha imposto all’Italia di pagare i contributi ai giudici di pace e che i magistrati onorari devono essere equiparati ai magistrati togati: ma i governi dal 2016 hanno sempre fatto spallucce, il ministro Orlando ha fatto una riforma per limitare le prestazioni dei giudici onorari, mantenendo le tasse. La riforma Orlando è stata però bocciata dall’Europa che ha pure avviato una procedura di infrazione.

La riforma Cartabia ha iniziato una stabilizzazione, ma a scaglioni: se non rispondiamo alle rimostranze dell’Europa rischiamo delle conseguenze gravi, anche di non prendere i soldi del PNRR sulla giustizia.

La stessa Meloni, assieme all’attuale sottosegretario Delmastro, era in piazza a manifestare assieme ai giudici di pace: ma ora che è al governo Meloni continua a parlare di volontari della giustizia, i giudici onorari continuano a lavorare a cottimo.

Ci sono anche giudici che dovrebbero essere stati assunti, ma sono tutti bloccati da una riforma che li tiene appesi in una situazione di precarietà: l’Europa però si era espressa chiaramente, l’ultima lettera di messa in mora di questo sistema è del luglio 2022, dove la commissione europea sosteneva come in Italia ci fosse una condizione di disparità di trattamento per i giudici onorari. Nella lettera la commissione scrive che “i magistrati onorari e i giudici togati sono lavoratori comparabili”. Quando erano all’opposizione, Meloni e l’attuale sottosegretario Delmastro ne chiedevano conto ai precedenti governi: Delmastro ha anche la delega alla giustizia, nel passato ha sempre accompagnato la protesta dei giudici onorari.

Ma oggi sembrerebbe che abbia cambiato idea, “propone una gestione autonoma di Inps quando noi dovremmo avere la gestione ordinaria dell’Inps come l’hanno i magistrati” racconta al giornalista Maria Flora di Giovanni giudice a Chieti. Oggi Delmastro e Meloni tengono in vita la riforma Cartabia che, dal gennaio di quest’anno, assume in diversi scaglioni per tre anni i magistrati onorari col trattamento economico dei funzionari amministrativi. Un compenso che la commissione europea ha bocciato perché inadeguato, col rischio di incappare nell’ennesima procedura di infrazione che costerà all’Italia milioni di euro.

La riforma Cartabia non prevede nessuno scatto di anzianità fino a 70 anni, stabilisce che i magistrati assunti non debbano pretendere nulla di pregresso dal passato, di fatto rischieranno di prendere una pensione minima.
Oggi il governo di fronte agli scioperi dei giudici di pace risponde “vedremo”: i problemi dovrebbero risolverli proprio Delmastro, che chiamava l’ex ministro Bonafede “malafede”, facile stare all’opposizione, meno al governo.
Ma comunque Delmastro assicura a Report una riforma che soddisfi le richieste dei giudici di pace: nel frattempo ha già fissato dei punti assieme ai sindacati dei giudici di base, che temono i blocchi dei tanti magistrati fuori ruolo dentro il ministero.
L’ANM si metterà di traverso a questa riforma? Secondo il segretario la posizione dei giudici di pace (4500 in totale) è temporanea, non possono essere equiparati ai giudici che hanno fatto un concorso.

I lavoratori socialmente utili nascono come fenomeno negli anni 80, dai cassintegrati: sono stati utilizzati dai comuni, perfino nei tribunali creando un esercito di persone pagate con un contributo dello stato, dovevano essere lavoratori temporanei ma sono stati tenuti in vita per 25 anni.
dal 2020 quasi tutti sono stati assunti dei rispettivi enti pubblici dove hanno prestato servizio per 25 anni con un sussidio di 580 euro al mese. Adesso ricevono uno stipendio, in parte con un incentivo dallo Stato e la restante parte toccava ai comuni che, sempre in dissesto, non hanno soldi e dunque si ritrovano ad essere dipendenti ad ore, con lo stesso stipendio di prima, ma tassati arrivando al paradosso di prendere meno soldi. Lo racconta un dipendente del comune di Atella (CE): dopo essere stato inquadrato ha iniziato a prendere anche i contributi, ma lo stipendio (per 11 ore settimanali) da 600 è passato a 430 euro.

Due signore sono state assunte a 18 ore settimanali nel comune di Castello di Cisterna: lavoravano dal 1995 nel comune e ora sono state stabilizzate con uno stipendio di 618 euro per 18 ore a settimana, senza avere però un passato contributivo. Si sono state fare un estratto dall’Inps e hanno visto che verrebbero a prendere 270 euro di pensione dopo aver lavorato per tanti anni in un comune.

A Fratta Maggiore il comune ha assunto i LSU a 20 ore settimanali: si arriva a 800 euro al mese, ma sono costretti costretti a fare altri lavori a nero, sono quasi obbligati raccontano a Iovene, senza preoccuparsi né delle forze dell’ordine né dell’ispettorato. Non si fa problemi questa persona, il signor Domenico, che aggiunge anche di aver subito pressioni da qualcuno per fare dei lavori nella casa di amministratori del comune. Il tutto nelle ore dell’LSU, non fuori dall’orario di “lavoro”.
I comuni pagano gli LSU solo col contributo dello stato, gli enti non hanno soldi per coprire gli oneri accessori e hanno usati quei soldi per coprire i loro buchi.
Il sindaco di Melito ha raccontato a Report di un contributo della regione, poi scomparso.
De Magistris a Napoli ha integrato il fondo statale con quello comunale e oggi sono stati assunti dal comune: oggi molti di loro hanno ferie, malattie (ma la pensione sarà misera).
Report ha raccontato la storia di LSU che, una volta in pensione, hanno scoperto che senza contributi versati sono destinati ad una vecchiaia in povertà.
L’ex presidente Tridico aveva studiato una soluzione per risolvere questo problema, degli LSU senza pensione: costerebbe allo stato circa 200ml di euro da investire in un fondo pubblico.

La logistica vale più dell’8% del PIL nazionale, si tratta più di 1 ml di persone: ma a quali condizioni lavorano?
D
ai capannoni della Italtrans partono i camion che riforniscono le catene di supermercati di tutta Italia. I lavoratori in appalto da cooperative esterne in appalto sono circa 700, quelli iscritti al sindacato USB chiedono maggiori salari, una mensa che non c’è e più diritti. Report ha mostrato le immagini della loro protesta, quando questi lavoratori hanno bloccati i cancelli all’ingresso, causando code di chilometri, causando l’intervento della polizia, con gli sgomberi e le manganellate. Una rivendicazione di diritti, di salari diventa, non solo con questo governo, una questione di sicurezza pubblica, da gestire con le forze dell’ordine. Una cosa grave, raccontano i rappresentanti dell’USB: “abbiamo fatto tre scioperi fuori dai cancelli e tre volte c’è stato l’intervento delle forze dell’ordine” racconta Elisa Fornoni “per sciogliere il picchetto”.
“Non siamo animali” racconta a Bernardo Iovene uno di questi scioperanti tutti dipendenti di cooperative “siamo persone con dei nostri diritti, chiediamo il buono pasto”, perché manca la mensa, i salari dovrebbero tener conto di questo.

Non pagano la malattia, il lavoro è pesante, devono sollevare pesi per tutto il giorno: la dirigenza aziendale dell’Italtrans ha accompagnato Iovene dentro i capannoni, mostrando il lavoro che fanno queste persone. Gli scioperanti chiedono 80 colli l’ora, i dirigenti vorrebbero farli lavorare per più colli, perché non tutti sono pesanti e poi, se vogliono guadagnare di più..
Chi protesta è rappresentato da qualcuno che non ha mai lavorato, spiega il direttore della Italtrans.

Il fatto di essere assunti da cooperative e non da Italtrans rende più difficile la loro lotta: ci sono dieci cooperative diverse con trattamenti diversi, pagano la malattia in modo diverso. Ci sono ancora dipendenti che dopo anni hanno ancora un contratto part time ma l’azienda pretende che si fermino a fare gli straordinari. Si parla di almeno 10-12 ore al giorno e a fine mese ci si ritrova con una busta paga da 1200 euro, quando si va a chiedere più soldi ti viene risposto “ma potevi fare straordinario”.

L’azienda ha 800 persone che lavorano nei capannoni ma solo 100 dipendenti: tutto questo è fatto al fine di pagare meno il lavoro, risparmiando.

È conveniente avere il 90% dei lavoratori in mano alle cooperative: dopo questa protesta, dopo qualche giorno, una di queste ha mandato ai delegati USB una lettera di licenziamento immediato e un’altra di contestazione con sospensione, intercettando dei messaggi whatsapp tra i lavoratori. Così è ripreso il blocco dei tir in ingresso e uscita. A parte questa situazione di conflittualità ci sono migliaia di cooperative e società che sono serbatoi di manodopera che chiudono dopo due anni frodando sia il fisco che il lavoratore.

Report ha raccontato la storia di Simone, nome di fantasia, che lavora per la BRT ma attraverso una società esterna che gli ha addebitato le rate del furgone facendogli credere che poi sarebbe diventato suo. Poi gli hanno sempre consegnato buste paga che non corrispondevano al reale pagamento: quello che c’è scritto sulla busta paga non corrisponde a quanto viene versato sul conto in banca.

Simone ha preso una busta paga da 2000 euro, ma gli sono stati versati solo 260 euro e poco più, sono solo buste paga farlocche (dalla busta paga veniva tolto la rata del mezzo..).
Attualmente BRT, colosso dei trasporti, su richiesta della procura di Milano è in amministrazione giudiziaria per frode fiscale e stipula di fittizi contratti di manodopera e ha subito un sequestro da 68 ml di euro. L’operazione della procura ha colpito anche la Geotis, l’altra multinazionale della logistica e un’azienda intermediaria: complessivamente lo Stato ha recuperato 126 ml di euro.

Iovene ha intervistato il comandante del nucleo della GDF di Milano Emilio Palermo: “BRT e Geotis utilizzavano manodopera a bassissimo costo ed in modo illecito, detraggono l’IVA ma in modo illecito. Spesso le buste paga sono state in qualche modo manomesse. Ma sono società costituite per avere una vita breve, non più di 3 anni, scompaiono in modo da essere difficilmente rintracciabili soprattutto per il fisco. In mezzo ci sono i nuovi schiavi…”
I nuovi schiavi.

Anche in DHL sono stati trovati i nuovi schiavi: da questa azienda GDF ha recuperato 60ml di euro e l’azienda ha concordato con l’amministrazione giudiziaria l’assunzione di questi lavoratori.
Corrieri di DHL che lavorano per DHL da anni ma che non sono assunti da DHL…
Sono situazioni di lavoro che, in nome della flessibilità, nata col ministro Tiziano Treu (governo Dini e Prodi), hanno creato situazione di disuguaglianza, di povertà, mortificando la dignità dei lavoratori: la sua riforma ha consentito che qualcuno guadagnasse sulle spalle dei lavoratori.
Questa flessibilità è cresciuta poi con la legge Biagi, molte cooperative sono diventate strumento di lavoro a basso costo.

Siamo il paese col più vasto patrimonio culturale con siti Unesco, parchi archeologici: ma poi i lavoratori che ci lavorano dentro hanno un contratto da vigilantes.

A Verona, città d'arte, nei musei civici, oltre ai dipendenti comunali, lavorano anche 65 operatori museali dipendenti e soci, che è vincitrice di una gara d’appalto, la maggior parte sono giovani laureati e sono pagati 4 euro l’ora, nonostante conoscano le lingue e siano specializzati nella materia dei beni culturali.

Un operatore museale che preferisce mantenere l’anonimato ha raccontato a Report la sua situazione: lavora presso la casa di Giulietta, l’Arena, Castelvecchio: il loro contratto dovrebbe essere quello di federculture, ma nessuno di loro ha questo contratto. In realtà lavorano con un contratto fiduciario, che è quello degli operatori di sorveglianza nei musei e la paga è di 4 euro all’ora. Si parla di mille, mille e cento euro al mese quando va bene: “pensavo che una paga oraria così bassa non esistesse neanche più.”.

Sono lavoratori che si sentono sfruttati, presi in giro, molti di loro sono laureati nel settore dei beni culturali e non si sentono valorizzati.

La cooperativa Le macchine celibi di Bologna ha vinto l’appalto con il comune di Verona applicando un contratto multiservizi, quello per gli addetti alle pulizie, già di per sé penalizzante, ma poi in corsa, senza accordi e unilateralmente ha peggiorato il contratto in quello della vigilanza, si chiama servizi fiduciari, che prevede appunto paghe da 4 euro l’ora.

Quello che indigna è che dei lavoratori oggi siano costretti a raccontare la loro situazione di sfruttamento incappucciati come fossero dei mafiosi pentiti: non ci mettono la faccia perché vengono minacciati, rischiano di perdere il posto di lavoro. E i sindacalisti? Racconta uno di questi ragazzi “le posso assicurare che non si esporrà proprio perché la paura è forte. Penso che la paura sia forte per il sindacalista, soprattutto nella direzione museale perché hanno questo sistema di minacce e di ricatto..”

La paura è forte: nemmeno il delegato CGIL ha voluto metterci la faccia, la segretaria del settore turismo e servizi non ha voluto fare il nome dell’azienda, della cooperativa che ha cambiato le condizioni di lavoro in peggio.
“Hanno fatto una cosa lecita ma l’hanno fatta senza l’accordo dei sindacati…”: nel settore del turismo esiste una forma di ricatto nei confronti dei lavoratori e il sindacato non può fare nulla?
Dobbiamo abituarci a questo?

L’imbarazzo della segretaria Filcams è palpabile: ci sono cose che non si possono dire, sono permesse dalla legge e non si può fare nulla, né contro la cooperativa né contro il comune.

E il comune di Verona? L’assessore dice che servirebbe un contratto nazionale da applicare, peccato che esista, è quello della federculture. Ma perché allora non applicano quei contratti? Perché non scelgono meglio le cooperative? Come mai il timore delle ritorsioni da parte dei lavoratori museali?

I lavoratori in appalto al Colosseo lavorano a sei euro all’ora: il consorzio CNS, che ha vinto l’appalto, è lo stesso del comune di Verona. Così a Roma come a Verona i lavoratori della cultura si mostrano senza volto, anche loro temono di vedersi applicati il contratto multiservizi.

E la coop che dice? Legacoop spiega che CNS è stata espulsa dal mondo delle cooperative, ma rimane legata a Legacoop: anche loro sarebbero disposti a trovare un accordo nazionale.

Anche Confcooperative che associa migliaia di aziende si dimostra disponibile a voler applicare contratti migliori..

E dunque cosa aspettiamo? Che aspetta il ministro Sangiuliano a tutelare le persone che lavorano nel mondo della cultura?
Vogliamo dire che è una vergogna vedere persone costrette all’anonimato per paura di ritorsioni? Che è una vergogna vedere contratti a 4 euro l’ora? Di vedere persone che guadagnano sul lavoro degli altri, sul lavoro a somministrazione?

Dopo la pandemia lo stato, che ha dovuto erogare i ristori, ha scoperto dell’esistenza di un esercito di invisibili, lavoratori nelle palestre e nelle piscine: 600mila professionisti pagati come dilettanti, come collaboratori sportivi. È un contratto illecito, che però viene applicato: almeno finché la CGIL ha aperto le vertenze, che i lavoratori avrebbero vinto.
Durante il lockdown questi lavoratori erano senza ristori: da qui si è aperta una finestra sui collaboratori sportivi, ma dal 2021 la riforma su queste persone non è ancora partita, osteggiata dal Coni e dalle imprese sportive che non vorrebbero pagare maggiori costi.
Il ministro Abodi ha preso l’impegno di cambiare le cose per luglio: aumenteranno i costi di gestione, ma ne vale la pena, se si tratta di tutelare il lavoro e la salute delle persone.

Da dove nasce questa situazione nel lavoro, dove nasce questo precariato? Dalle lettera di Draghi e Trichet a Berlusconi, dalla riforma di Monti, dalle riforme di Renzi e Poletti (e i voucher esplosi) con la cancellazione dell’articolo 18. Fino al decreto lavoro di Meloni, lanciato proprio il 1 maggio, che ha ampliato ancora di più la flessibilità.
Dal mercato degli schiavi si uscirà solo quando politici e imprenditori capiranno che dalla stipula del contratto c’è anche la dignità della persona.

A RUOTA LIBERA di Antonella Cignarale, con la collaborazione Marzia Amico

Quando compriamo uno pneumatico paghiamo anche il contributo per lo smaltimento: questa regola salta quando si prendono pneumatici dal circuito illegale.

Così, con le gomme dei flussi illegali e quelle pagate in nero creano problemi per lo smaltimento, portando all’accumulo delle gomme non smaltite.

Attenzione anche agli acquisti online, va sempre verificato che sia presente anche nella ricevuta fiscale il contributo per lo smaltimento.

Ma i rivenditori che non indicano il contributo ambientale non rischiano alcuna sanzione – ha scoperto Report, ci sono poi enti pubblici che non sono convinti di doverla pagare.
Il principio è che chi immette uno pneumatico debba anche occuparsi dello smaltimento o direttamente oppure tramite i consorzi: per legge si devono smaltire il 95% in peso di quelli immessi sul mercato. Se non ci fosse il nero o i furbetti: per questi controlli servirebbe un registro elettronico dei produttori importatori che ancora non esiste, avrebbe dovuto essere pronto nel 2021. Oggi il ministero dell’ambiente deve basarsi sulle autodichiarazioni dei produttori e sui controlli della GDF che fa controlli a campione. Alla fine si tratta di un controllo fallace: così nelle officine le gomme si accumulano, creando anche problemi di sicurezza.
Così le autofficine diventano responsabili dell’accumulo degli pneumatici: perché chi deve raccogliere le gomme arriva al 95%, non è tenuto a raccoglierne altre.
Servirebbe il tracciamento delle gomme anche per evitare i traffici illeciti: il ministero dell’ambiente nel frattempo ha scelto di imporre ai consorzi una maggiore percentuale di pneumatici, consentendo l’aumento dei contributi, dunque a carico nostro.
Le gomme potrebbero essere riciclate, per isolare le sale dove si registra musica, con la gomma riciclata si creano scarpe per curare le mucche malate. La gomma è destinata anche a piste d’atletica, per pavimentazioni antishoc per i bambini, si può usare nell’asfalto …
Dallo pneumatico si ricava gomma, acciaio e fibra tessile, si ricava anche energia come combustibile: la legge indica come preferenza il recupero di materiale rispetto al recupero energetico, sebbene sia più conveniente bruciare gli scarti.
Ma bruciare è un retaggio della vecchia gestione, che va a discapito del ricircolo dei materiali.

15 febbraio 2022

Presadiretta – il salario minimo

Poche ore prima della trasmissione uno studente di 16 anni è morto in un incidente stradale mentre stava completando uno stage aziendale: è l'ultima disgrazia sul lavoro e purtroppo non sarà l'ultima. E’ cominciata con una notizia di cronaca la puntata di Presadiretta che ha raccontato delle morti bianche (una strage che sembra non fermarsi mai), dei salari da fame, del far west dei contratti, dei controlli insufficienti.

Quando il lavoro viene spezzettato, destrutturato, anche il lavoratore rischia di fare la stessa fine: schiacciato da una gru o stritolata dentro una macchina tessile, come successo a Luana D'Orazio, morta a Prato lo scorso maggio e che il ragazzo e la mamma ancora non si riescono a spiegare. Luana parlava spesso del suo lavoro (dove aveva la qualifica di apprendista), delle condizioni di sicurezza dove lavorava, di come spesso dovesse rimanere sola davanti la macchina, di come tornasse spesso distrutta a casa.

Qualche settimana prima le era già capitato di rimanere agganciata alla staffa, quella sporgenza della macchina (l'orditoio) a cui lavorava, ma era riuscita a sganciarsi.

Sula macchina che doveva controllare le protezioni di sicurezza erano state rimosse da tempo, sono state rinvenute delle ragnatele sulla grata che mantiene l’operatore lontano dagli ingranaggi: se i dispositivi fossero stati attivi l'incidente non poteva accadere in nessun modo – racconta il consulente legale della famiglia.

La procura di Prato ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per i due proprietari i quali, si difendono, affermano di non sapere nulla dei dispositivi e nemmeno della scarsa preparazione degli operai. Ma queste dichiarazioni cozzano con quanto hanno riportato i colleghi di Luana: i dispositivi erano tolti per aumentare la produzione, una prassi comune in tante aziende piccole e destrutturate.

Andare e lavorare e non tornare a casa no.. non lo accetti – racconta a Presa diretta il fidanzato – Luana è la mia ragazza e io con questa ragazza ci dovevo fare la vita, ma non gliel'hanno permesso.

Non si possono più accettare i discorsi “ma si è sempre fatto così”, con poca sicurezza, chiedendosi se la sera si torna a casa.

Le storie di chi muore su lavoro sono simili: storie di precarietà, di subappalti, di poca manutenzione e sicurezza per il profitto. Sfruttamento e dignità negata di chi lavora.

Il viaggio di Presadiretta nel mondo del lavoro parte da chi oggi sta cercando lavoro: i dati sull'occupazione sono positivi, dicono le statistiche, ma a trascinare la ripresa sono i contratti a termine, stagisti, part time. Tutti con salari da fame, con una media da 5 euro all'ora, sempre sotto i mille euro al mese.

Oltre 5 milioni di lavoratori guadagnano meno di 830 euro al mese: sono le 830mila persone che tengono in piedi i beni culturali nei musei, che guadagnano a full time 1100 euro al mese.

Guide, archeologi, archivisti, addetti alle biglietterie e allo shopping sono tutti assunti in modo esternalizzato, a volte anche liberi professionisti.

Come Cristina Chiusura, fondatrici dell'associazione Mi riconosci che si sta battendo per eliminare il volontariato e il tirocinio dentro musei e luoghi d'arte, una prassi comune da nord a sud, a Senigallia persino il direttore del museo è a titolo gratuito.

C'è una classe imprenditoriale che sta facendo i soldi (sulla cultura) sfruttando una marea di giovani, preparati e pagati poco: ad ogni bando fatto nei musei, ad ogni appalto, lo stipendio si livella verso il basso.

Così si sta formando un capitale umano che lavora con contratti precari mentre il ministero dei beni pubblici lamenta una carenza di personale: la politica ha fatto la sua parte con la bulimia delle riforme del lavoro che hanno svalutato la dignità dei lavoratori e smantellato i loro diritti – spiega Marta Fana, ricercatrice italiana molto dentro le dinamiche del mondo del lavoro.

Stiamo producendo un mondo del lavoro più povero è anche più vulnerabile: l'Italia è l'unico paese dove in dieci anni i salari sono calati, -2,9%, perfino la Grecia ha visto crescere i propri salari.

Paghiamo poco perfino gli operatori socio sanitari, gli archeologi che proteggono i nostri tesori, quelli che consideriamo il nostro “petrolio”.

Chi entra nel mondo del lavoro si sente dire che l'importante è la visibilità che ti viene data, “inizia a lavorare e poi si vede”, nel mondo del giornalista e dei pubblicisti poi è tornato il cottimo, quello di Lulù del film di Elio Petri.

C'è poi il problema del nero, nei ristoranti e nei bar, persone assunte per lavorare poche ore e che invece sono costrette a turni lunghissimi: le loro storie sono raccolte sulla pagina del partito Possibile, storie di baby sitter, baristi, perfino architetti, giornalisti, laureati, persone che lavoravano, con contratti a termine che nemmeno gli consentono di vivere dignitosamente.

Si arriva al paradossi di dover pagare per lavorare: avete capito bene, ad un ragazzo con uno di questi contratti a termine è stato proposto dal suo capo di chiedere un mutuo per poter colmare il salario insufficiente e poter vivere e lavorare in una città del nord.

Non è lavoro, è sfruttamento e questo sta diventando l'unico modo di far andar avanti il sistema: ci si sta assuefacendo a questo modo di concepire questo sistema.

Un sistema dove sei costretto a fare più lavori per sopravvivere, rischiando di sprofondare nella povertà, cosa più facile se sei al sud, se sei una donna, giovane.

Abbiamo salari bassi e una percentuale di part time non volontario più alto in Europa, il 49% delle lavoratrici assunte è a part time, per poche (anche tre ore) al giorno.

Come le signori delle pulizie, che prendono 9 euro all'ora: è il contratto di multiservizi, talmente vago che dentro trovi lavoratori della logistica e del mondo delle pulizie.

Sono le imprese che decidono quale contratto applicare ai lavoratori, avendo la forza e il potere di ricattare le persone che cercano lavoro: se non ti piace, troveremo qualcuno che sarà meno schizzinoso di te (o come diceva la ministra, choosy).

L'articolo 36 della costituzione parla di salario dignitoso, che dovrebbe consentire al lavoratore una vita libera: a questo si appoggia l'avvocato Fausto Raffone nelle sue cause di lavoro, contro contratti anticostituzionali che però continuano ad essere usati nel paese.

Sono contratti presenti nel registro del CNEL (in totale sono più di 900), siglati dai sindacati confederali e ideati dalla politica che non ha fatto nulla per limitarne la proliferazione.

Salari pirata – così li chiama il professor Lucifera, che consentono la competizione delle aziende italiane, piccole e poco tecnologiche, sul salario.

Servirebbe il salario minimo legale: questa la strada per uscire dal lavoro povero e dallo sfruttamento.

Il confronto dalla Germania.

In Germania il salario minimo esiste dal 2015, quando fu approvato da una maggioranza schiacciante: non si lavora per meno di 9,82 centesimi, una misura che coinvolge almeno 4ml di lavoratori.

Non è molto, ma è una garanzia per le persone: inizialmente i sindacati erano contratti perché temevano che il salario minimo ponesse un freno alla contrattazione collettiva (timori poi rivelati infondati).

Gli imprenditori sono contrari al salario minimo in Germania come in Italia: ma hanno capito che in una società ricca i salari da fame non sono più accettabili, soprattutto nella Germania nell'est.

La commissione Mindestlohn, composta da sindacati e tecnici, monitora l'andamento del salario minimo nel paese, che deve seguire il costo della vita affinché sia efficace.

Il salario minimo è servito ad eliminare il nero, ha fatto guadagnare tutto il sistema economico tedesco, facendo crescere il salario di intere categorie (la ristorazione, i servizi).

Non ha portato, come sostengono i liberisti, ad una maggiore disoccupazione, che avrebbe distrutto posti di lavoro: l'indice di disoccupazione è sceso dal 7 al 5%, si sono creati posti di lavoro nei settori con salari più bassi.

Il prossimo aumento del salario minimo in Germania crescerà a 10 euro al prossimo luglio, ma il cancelliere Scholz ha promesso di arrivare a 12 euro, una cifra che dovrebbe riguardare il 25% dei lavoratori, 10 milioni di tedeschi.

Il salario minimo non esiste in Svezia, Finlandia e Austria, poi Italia e Cipro, nonostante l'Europa chieda che questa misura sia rafforzata: la stessa presidente della commissione europea sta portando avanti una sua battaglia su questo, assieme al commissario europeo al lavoro che emanerà una direttiva sul lavoro per colpire proprio i salari bassi.

“Vogliamo una Europa che tuteli i propri lavoratori, che non faccia dumping” racconta ad Elena Stramentinoli: obiettivo dell'Europa è aumentare la contrattazione collettiva, avere salari più alti, investimenti in formazione.

Ma le associazioni industriali sono contrarie a queste scelte, che invece sono supportate dalla lobby dei sindacati riuniti, la confederazione dei sindacati rappresentata da Luca Visentini.

E in Italia? La proposta del salario minimo non è stata portata avanti dai governi recenti, nemmeno dal movimento 5 stelle.

Per il PD il salario minimo dovrebbe scattare per i lavoratori non coperti dal contratto collettivi nazionale, mentre per il m5s nella sua proposta dovrebbe essere una misura universale.

Per Sinistra Italiana il salario minimo dovrebbe essere fissato a 10 euro, mentre la contrattazione collettiva dovrebbe battersi per salari superiori a questa soglia.

Possibile, non rappresentata in Parlamento, porta avanti la sua proposta sul salario minimo.

Nella destra a favore c'è solo FDI, senza proporre una sua soglia di salario minimo, per non gravare sulle casse di una azienda.

Il ministro Orlando sarebbe anche favorevole, ma con l'accordo di sindacati e confindustria, ma prima vorrebbe rivedere i criteri di rappresentanza dei sindacati, perché ci sono aziende che firmano contratti con sigle sindacali fittizie, si tratta dei contratti pirata di cui si parlava prima, con salari al ribasso.

Si riuscirà ad arrivare al salario minimo in questa legislatura? Difficile, ammette il ministro, ma tutti sanno dei rischi di quanto potrebbe accadere con la somma di inflazione e salari bassi, potrebbe ridursi la domanda interna e questo bloccherebbe la ripresa del paese.

Questo mondo sul lavoro così strappato, parcellizzato, sono causa delle morti sul lavoro: il ministro Orlando vorrebbe applicare una norma al bonus del 110% per verificare che chi sta sui cantieri sia formato per quel lavoro, non avere più muratori improvvisati che per vincere appalti al ribasso non rispettano le regole di sicurezza.

Mattarella nel suo discorso ha detto “mai più morti sul lavoro”: ma c'è una relazione tra precarietà e morti, non sono due fenomeni disgiunti, se vogliamo ridurre i morti dobbiamo ridurre la precarietà.

Come succede nel settore della logistica, dove si rilevano cooperative in appalto o subappalto, persone costrette a lavorare più ore rispetto a quelle del contratto. Persone costrette a subire ricatti se non si piegavano alle richieste dei capi, come succede per esempio nel mondo della logistica.

La logistica non ha conosciuto crisi durante il lockdown eppure queste persone, con contratti part time, sono state trattate peggio delle bestie.

Alcuni di loro sono stati lasciati a casa con un whatsapp, come successo alla Logista: le aziende del settore cercano sempre di pagare meno le persone, niente sindacati, solo cooperative da aprire e chiudere alla bisogna.

Cooperative che prendono personale senza formazione, dove non ti puoi permettere di scioperare e manifestare, di chiedere maggiore sicurezza per il tuo lavoro.

Siamo schiavi e dobbiamo lavorare come macchine” racconta un ragazzo che lavora nella logistica.

Uno di questi, un ragazzo di 22 anni, è morto schiacciato da un camion al terzo giorno di lavoro: aveva ricevuto la sufficiente formazione dall'azienda?

La precarizzazione aumenta il rischio di incidenti sul lavoro, lo certifica anche un rapporto della UIL, sui dati dei primi mesi del 2021, quando abbiamo registrato un infortunio ogni otto ore, una cosa inconcepibile con tutte le tecnologie e le norme sulla sicurezza che abbiamo, ma spesso assenti nei cantieri, dove i controlli dicono che l'80% non rispetta le norme sulla sicurezza.

Il governo, all'indomani dell'incidente di Torino (la gru caduta ammazzando tre operai), ha deciso di assumere mille nuovi ispettori: ma non basta, racconta l’ingegnere della sicurezza Marco Palombarini

Noi abbiamo 1,8 milioni di aziende in Italia e abbiamo circa 3-4mila ispettori del lavoro [sono poco più di 4mila] che si occupano di tutto, non solo dei controlli: è stato calcolato statisticamente che un’azienda può subire un controllo ogni 11 anni e mezzo. Io mi chiedo se dobbiamo affrontare questo oceano infinito pensando che questi poveri ispettori risolvano il problema. Andrebbe ribaltato il discorso, l'imprenditore dovrebbe vedere un vantaggio nell'etica sul lavoro, se sei un'azienda che rispetta le norme sulla sicurezza hai un vantaggio negli appalti.”

E’ una proposta interessante, una sorta di patente a punti o una corsia preferenziale per le aziende che non registrano incidenti e che dimostrano di essere a norma.

I fondi di investimento che controllano le aziende

Basta lavoratori usa e getta, basta risparmiare sulla sicurezza e basta con la finanziarizzazione delle aziende: la fine del blocco dei licenziamenti decisa dal governo Draghi a maggio 2021, ha portato ad una serie di licenziamenti di aziende controllate da fondi di investimenti stranieri.

Come successo alla Gianetti ruote in Brianza: i fondi non puntano se non ad un ritorno immediato dei loro soldi, nessun investimento a lungo termine.

La crisi della Gianetti, di proprietà del fondo Quantum Capital, nasce anche dalla crisi del settore auto: ma è possibile che in Italia le politiche industriali siano decise da un fondo finanziario?

Il fondo Quantum nel 2019 aveva comprato anche uno stabilimento a Brescia dalla Gkn che è rimasto aperto a differenza di quello brianzolo: qui però le persone sono comunque preoccupate per il loro posto, per gli investimenti non fatti e per il loro futuro.

La Gianetti ha chiuso perché i bilanci erano in perdita, per il costo dell'acciaio, perché lo stabilimento era poco produttivo dice la Qauntum che è un fondo di investimenti molto diversificato: il loro mestiere è prendere il buono dalle aziende che acquisiscono (a poco prezzo perché in crisi) e tagliando via quello che non va bene, un taglia e cuci, che porta allo smantellamento delle aziende, spesso in crisi e manda in crisi le persone che ci lavorano.

La politica, nazionale e locale, non ha fatto alcuna moral suasion per scongiurare questi casi: i sindacati della Gianetti avevano espresso i loro timori alla regione Lombardia, temevano che la multinazionale non volesse tenere due stabilimenti nella stessa zona.

Cosa che poi si è verificata coi 152 licenziamenti. Una sconfitta delle istituzioni, di fronte ad una multinazionale che lascia a casa le persone con una mail o con un sms.

Come ci si difende dall'attacco della finanza?

Dal 2015 al 2020 si sono contate 80 operazioni in cui fondi di private equity sono subentrati alla proprietà di aziende: molti di questi casi si sono conclusi male, con licenziamenti o chiusure.

Come è successo alla GKN: il fondo si chiama Melrose industries, che ha come obiettivi aziendali “compra, ristruttura e vendi”. Quello che per le persone è un massacro sociale è un investimento da far fruttare per il fondo.

A Ceriano per la Gianetti, come alla GKN di Campi Bisenzio è emerso il vero volto della finanza che sta dietro a parte del mondo dell’industria: non si guarda più all’economia reale, cioè l’investimento per far crescere il rapporto che esiste tra soldi e produzione – spiega a Presadiretta Anna Maria Romano di Finance Watch – ma semplicemente fra soldi e soldi.

Si passa da quella che era la tradizionale equazione denaro – merce - denaro ad un’equazione completamente differente che significa denaro – denaro – denaro.”

Obiettivo di Melrose non è migliorare industrialmente un'azienda come la GKN: siccome l'azienda era in crisi, si sono tagliati i costi, pur di mantenere il profitto e garantire i dividendi agli azionisti, “operazioni difficili ma necessarie”, ammette il fondo in un suo rapporto.

Lo studio legale Lablaw che ha assistito la GKN, ha pure vinto un premio: un suo avvocato si è permesso pure di usare un'espressione quantomeno inopportuna contro chi ha sollevato critiche, definendoli “rosiconi”.

Eppure c'erano stati accordi alla GKN dove non si parlava di licenziamenti, c'era stato un trimestre positivo, forse c'era una possibilità di reindustrializzare lo stabilimento.

Ma l'avvocato non lo sa, lui ha fatto il suo lavoro.

Il governo avrebbe potuto fare di più contro queste situazioni?

Le multinazionali non si fermano con dei decreti, racconta il nuovo imprenditore che sta riprendendo gli stabilimenti di Campo Bisenzio: non le fermi con la forza ma con l'intelligenza.

Nel decreto anti delocalizzazione sono presenti norme che prevedono delle sanzioni per le aziende che licenziano senza un minimo di preavviso, che non fanno tavoli.

La politica industriale fatta dal governo dovrebbe incentivare i buoni investimenti, in settori realmente produttivi, legati alle rinnovabili e non a settori decotti.

Ma c’è un altro modo di fare impresa

Nei Paesi Baschi Presadiretta è andata ad incontrare la Mondragon corporation, una prima esperienza di democrazia industriale, che parte dalla scuola, dalla formazione, per un modello di impresa a misura d'uomo, con cooperative gestite in modo efficiente e rapido come le più grandi multinazionali al mondo.

Sono cooperative dove i dipendenti sono proprietari della fabbrica, dove non importa il profitto a breve perché vogliono lasciare qualcosa di importante alle future generazioni.

Solidarietà e innovazione, investimenti per nuovi prodotti e una forte attenzione a mantenere basso il gap salariale tra manager e operai (massimo 1 a 6).

08 febbraio 2017

Il furto della felicità

Questa la lettera che ha lasciato Michele, uno dei figli della generazione a cui è stato rubato il futuro: 
Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, il modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.Ho resistito finché ho potuto.

A fine gennaio questo ragazzo di Udine si è suicidato, stanco di vivere una vita che ogni giorno è una lotta, in trincea, di corsa.
E' una lettera estremamente lucida, in cui si parla del furto subito da una generazione, la sua: il furto della felicità, della speranza di vivere un futuro migliore, di poter migliorare la propria condizione sociale.
Leggetela questa mail e poi confrontatela con le prime pagine dei giornali di oggi: dai retroscena sulla segreteria PD, le inchieste sulla giunta grillina a Roma e la risposta di Di Maio con la lettera all'ordine dei giornalisti (come se le minacce alla stampa non fossero presenti già prima, negli anni del berlusconismo), lo share di Sanremo, lo spread (come nel 2011, anche ora torna l'arma dello spread per spostare il baricentro politico?). Qualche notizia dagli esteri, Israele e l'occupazione dei territori e la violenza subito da un ragazzo di colore francese da parte di poliziotti (anche qui, un deja vu di quanto successo nel 2005 con ministro dell'interno Sarkozy?).





Eccola qua la distanza tra politica e paese: un paese dove ci sono storie che diventano un tabù (sia per la politica che per parte dell'informazione), qualcosa di cui non si parla.
La storia di Michele e della generazione che deve ancora dipendere dai suoi genitori.
O anche la storia dei dei bambini che nascono e crescono nella terra dei fuochi, e che poi si ammalano per i veleni che la Camorra (con le coperture politiche) ha sotterrato nella ex Campania felix.
La ndrangheta che entra dentro l'imprenditoria del nord, nell'Ortomercato milanese, che entra (o sarebbe entrata) in contatto coi vertici della Juventus.

Rispondere alla lettera di Michele dovrebbe essere il primo compito della classe politica di questo paese. 
Superare questo modello unico di vita che non si basa sul merito e sulle capacità.

08 aprile 2014

Vite rinviate, Luciano Gallino [ed Laterza - Repubblica]

Lo scandalo del lavoro precario
Federica Guidi [ministro del fu sviluppo economico]. "Non voglio fare il difensore di nessuno, tantomeno della Fiat, ma rispetto agli anni '80 è un'altra azienda, ha fatto investimenti". Tuttavia, a giudizio del ministro, in generale "bisogna creare le condizioni perché qualunque azienda italiana e non, ritrovi un valore aggiunto ad investire nel nostro paese. Nessuna azienda, però, può essere trattenuta a forza e obbligata per legge ad investire in un paese".

Nestlè, vuole cambiare il contratto di lavoro: da indeterminato ad altre forme. Il no dei sindacati
L'azienda, tra i leader mondiali dei beni di largo consumo, ha rotto le trattative per il rinnovo dell'integrativo e i sindacati hanno dichiarato lo stato di agitazione.
La società vuole trasformare le attuali forme contrattuali negli stabilimenti italiani in forme di lavoro più flessibili
Pare che questo paese sia la patria dei lavativi, dei fannulloni, di quelli che non vogliono lavorare e campano come parassiti alle spalle dello Stato.
Dove fare impresa sia impossibile. Impossibile fermare le aziende, che rivendicano il loro diritto di inseguire il profitto, ad ogni costo, in qualunque parte del mondo.
Anche a costo di lasciarsi alle spalle una generazione di vite rinviate.

Le vite rinviate, di cui parla il saggio del giuslavorista Luciano Gallino, sono quella della generazione che sta sperimentando sulla propria pelle il fallimento dell'ideologia neoliberista basata sul dogma della flessibilità.
Parliamo di dogma poiché tutti i numeri che si possono raccogliere sul mondo del lavoro, dicono che questa non crea più posti di lavoro, né genera maggiore produttività per le imprese.
Diversamente da quanto si crede, non sono le norme sul lavoro, lo statuto dei lavoratori, le rigidità dei sindacati che bloccano il rilancio dell'economia del nostro paese, che bloccano le aziende dall'assumere del personale.
Altrimenti non si spiegherebbe come mai la disoccupazione, specie quella giovanile, gli indici che misurano la produttività, i dati sull'occupazione femminile, siano tutti peggiorati, nonostante questo paese abbia sperimentato, dalla fine degli anni novanta, diverse contro riforme sul lavoro.
Dal pacchetto Treu, varato dal centrosinistra del 1997, alla riforma Biagi (la legge 30) che ha semplicemente normato il lavoro precario nelle sue varie forme. Fino all'ultima riforma Fornero del 2012, in piena crisi, che di fatto ha tolto di mezzo anche l'articolo 18. Quello che confindustria, giornalisti, politici ideologicamente presentavano come totem, ma che era solo una norma di civiltà.

La flessibilità, dunque: non solo non ha giovato al sistema Italia, ma ha con se dei costi sociali ed economici che spesso vengono dimenticati.
Chi ha oggi un lavoro precario difficilmente domani potrà pensare di ricevere un'adeguata pensione.
Chi è precario non può affrontare serenamente domani, per pianificare il suo futuro, in termini sociali ed individuali. Metter su famiglia o fare un figlio.
Chi ha un lavoro a tempo determinato, con fasce orario di lavoro, ha difficoltà a trovare il tempo per curarsi.
E, ancora, una persona che lavora con contratti che si misurano a mesi, difficilmente potrà pensare di migliorare la propria formazione professionale.

La stessa vita delle persone è cambiata, con il proliferare dei contratti “atipici”. C'è minore socialità nei posti di lavoro, per l'altro tasso di rinnovo del personale, rende difficile al lavoratore di consolidare la sua identità professionale.
Soprattutto, fa sorgere in lui l'idea che il suo destino sia in mano di entità esterne, al di fuori della sua volontà.
Precario il lavoro, precaria la vita.

Gallino ha diviso in quattro settori i comparti dove maggiormente trovano posto i contratti a tempo determinato (lo si spiega anche qui):
- Lavoro razionalizzato, strettamente vincolato da fattori tecnici e organizzativi.
- Lavori a qualificazione medio-bassa e ad alta intensità di forza lavoro
- Lavori semi-autonomi che comportano in genere attività di controllo sull’attività.
- Lavori che presuppongono di per sé una qualificazione elevata e sono svolti in condizioni di notevole autonomia e responsabilità.

La flessibilità, che doveva garantire in linea teorica la possibilità di cambiare spesso datore di lavoro per accumulare esperienza che possa poi essere rivenduta, trova applicazione solo nell'ultima fascia.
Quella dei lavori ad alta specializzazione, come i sistemisti informatici.
Le fasce intermedie vengono scacciate, un po' verso l'alto, ma spesso verso il basso nella prima categoria lavorativa.
Quella dove non servono competenze ed è più facile trovare ricambio sul mercato.
Non il massimo dello scenario, diverso dai principi dei vari politici che hanno emanato le leggi sul lavoro di cui sopra.
Attenzione però, ammette l'autore, della flessibilità non possiamo fare a meno.
La flessibilità nasce dall'esigenza di un'industria che deve essere “just in time”; nasce da questa società dell'informazione, dove si lavora in orari flessibili e dove si pretende un servizio h24 per l'acquisto di merci online e per i servizi cui siamo abbonati.
Gallino parla di “società flessibile”: “la società flessibile è una società in cui sono cadute le rigide barriere che fissavano per la vita un individuo a una cerchia ristretta di rapporti sociali”.

Una società perennemente attiva, che “comporta a titolo di prerequisito la massima diffusione del lavoro flessibile.”
Un lavoro che cambia le regole della nostra vita: non esiste più un rigido orario di lavoro, con le vacanze estive come nelle grandi fabbriche di una volta. L'orario stesso della giornata cambia, perché si lavora lontano da casa (e si è costretti a tenersi quel lavoro in assenza di alternative) o perché l'orario del lavoro è allungato alla sera o alla notte.
Sono tutte ore che vengono sottratte alla famiglia e alla socialità. Per il proprio tempo libero.
Non solo l'azienda è delocalizzata, ma la stessa persona diventa delocalizzata dalla famiglia.

Che fare? L'autore si concentra, nella seconda parte del libro, di come si può mitigare gli effetti della precarietà per dedicarsi poi nell'ultimo capitolo, sulle sue cause.
La flexsecurity.
La strada verso cui muoversi è quella della flessicurezza: «una strategia integrata per accrescere, al tempo stesso, flessibilità e sicurezza sul mercato del lavoro».
È una politica intrapresa ad esempio in Olanda e Danimarca, paesi dove è sì più semplice licenziare (con l’obbligo però di un esteso preavviso), ma vengono tolti al lavoratore le ansie e le insicurezza per questa situazione.
Come? Tramite l'ausilio di indennità di disoccupazione relativamente generose che stabilizzino a un livello accettabile il reddito dei soggetti interessati anche nei periodi di inattività.
Lo stato predispone qui dei corsi di formazione, che il disoccupato è obbligato a seguire, per migliorare continuamente il suo profilo.
Esistono dei dispositivi di legge “per assegnare automaticamente un posto di lavoro a tempo indeterminato a chi abbia cumulato un certo periodo o un certo numero di contratti temporanei”.

Tutto questo però, ha un costo: i corsi di formazione richiedono del personale pubblico (in Danimarca il settore pubblico comprende, da solo, copre oltre il 30% degli occupati).
Le indennità costano qualche punto percentuale di PIL: sempre in Danimarca, le indennità arrivano al 90% dello stipendio degli ultimi 12 settimane.
Sono soldi che in Italia non si vuole spendere: abbiamo fatto fatica a trovare i soldi per tagliare l'Imu, poi rientrata dalla finestra.
Non solo: l'autore ricorda il diverso comportamento dei centri di collocamento: “l’Italia spende per i servizi di collocamento un ventesimo di quello che spende la Danimarca”.

Infine, c'è tutto l'aspetto dei servizi pubblici che nei paesi del nord sono considerati normali e che qui invece sono solo un miraggio.
Gli asili nidi per tutti, l'accesso agli atti amministravi via internet, una previdenza sociale che non dà sicurezze per il futuro.
La flessicurezza in Italia è fatta con gli ammortizzatori sociali, che sono una coperta corta tirata da tutte le parti: stiamo discutendo ora di reddito minimo garantito e salario minimo (in Europa non l'abbiamo noi e la Grecia).
Renzi aveva proposto nel suo jobs act di ridurre le forme atipiche ad un solo contratto a tempo indeterminato con tutele crescenti (ma con possibilità di licenziare): al momento è rimasta solo la possibilità di non specificare la causalità del contratto atipico per i primi tre anni.
Di sussidi non se ne parla e, anziché corsi di formazione per migliorare il curriculum di chi perde il lavoro, il ministro Poletti parla di volontariato alle mense della caritas.
Dagli effetti alle cause.
Se anche fossero già attivi questi rimedi, per tutelare i precari, rimarrebbe la questione di fondo: cambiare continuamente lavoro, magari spostandosi anche di regione, ha comunque un costo sociale per il lavoratore.
La credenza che una maggior flessibilità del lavoro,faccia aumentare o abbia mai fatto aumentare l’occupazione, equivale quanto a fondamenta empiriche alla credenza che la terra è piatta”: Gallino confuta la tesi all'origine del mito della flessibilità che, secondo lui, sarebbe nata da studi dell'Ocse e del FMI degli anni '90, basati su dati sbagliati.
Questa tesi, sostenuta pure dalla Commissione Europea si basa sull'idea (non dimostrata) che le imprese non assumono perché in caso di difficoltà incontrano troppi ostacoli a licenziare.
Come si è detto, anche il jobs act di Renzi (e la riforma Fornero) sposano questa idea.
Nonostante le migliaia di lavoratori che oggi sono a spasso, perché l'azienda li mette in cassa integrazione prima e in mobilità poi. Nonostante i licenziamenti per motivi economici (senza articolo 18). Nonostante la maggior parte delle nostre imprese sono piccolo dove l'articolo 18 neppure vale.

Dal 2003 e 2013 (post legge Biagi) i posti di lavoro persi sono stati 1.031.151.
La flessibilità migliora la produttività delle imprese? Altro dati riportato nel saggio “tra il 1995 e il 2007 la produttività totale dei fattori è scesa di quasi il 4%, mentre tra il 1992 e il 2011 la produttività del lavoro è cresciuta a un tasso medio annuo dello 0,9%.”.

Sono tesi ideologiche, dunque, portate avanti per nascondere la vera natura di queste riforme: svilire il ruolo del lavoro, per mettere in competizione (al ribasso) lavoratori (garantiti) contro lavoratori (non garantiti, o quelli dei paesi dell'est). Come a Torino nella marcia dei 40000 (impiegati contro operai in sciopero).

Visto che la flessibilità non crea più lavoro, come mai le aziende spingono sempre di più per questa: l'autore lo spiega ricordando la sempre più finanziarizzazione delle imprese:
Il fatto è che le imprese hanno costruito un modello produttivo-finanziario totalmente asservito alla libertà di movimento del capitale. [..]
un capitale perennemente in movimento richiede che anche la quantità, la qualità, la dislocazione della forza lavoro sia di continuo adattata ai suoi movimenti. [..]
La flessibilità del lavoro, in altre parole, è una filiazione diretta della finanziarizzazione dell’intera economia”.
In conclusione, occorre
“modificare il modello produttivo al presente dominante, sebbene scosso ormai da una gravissima crisi globale, allo scopo di restituire stabilità e giustizia al lavoro, sarà molto difficile. Tuttavia sarebbe fondato su situazioni più realistiche, che non il tentare di rimediare ai guasti della demolizione del diritto al lavoro e del lavoro (di cui agli artt. 4 e 35 della Costituzione) indotti dalla finanziarizzazione esasperata dell’economia, mediante altri artefatti legislativi che tali situazioni sembrano del tutto ignorare”.

L'ultima parte del libro è un compendio sulla cronologia delle riforme sul lavoro (“Cronologia dei diritti perduti”) e una serie di articoli che spiegano le parole chiave sul lavoro (dai “Quaderni di affari e finanza” curati da Massimo Giannini).
Da Ammortizzatori sociali a Welfare.

La scheda del libro sul sito di Laterza.
Il link per ordinare il libro su Ibs e Amazon.