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02 novembre 2022

Cosa direbbe oggi Pasolini?

La domanda che tanti (tra quanti si ricordano oggi dell’anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini) si stanno facendo: che cosa direbbe oggi, il poeta, lo scrittore, regista, pittore?

Sappiamo cosa pensava della televisione, medium di massa totalmente asimmetrico (e strumento di propaganda da parte degli editori-politici). Sappiamo anche cosa pensava di questo modello di sviluppo, consuma-lavora-crepa, che aveva omologato le vite delle persone, le parole, le aspirazioni. Le case. Spazzando via le a-culture popolari, i dialetti (oggi tenuti in vita, paradossalmente, da partiti come la Lega e le leghe locali).

Ma cosa avrebbe detto dei cambiamenti climatici, di questa guerra in corso, della pandemia e delle misure di lockdown?

Come sempre avrebbe assunto una sua posizione, scomoda perché non avrebbe ripetuto quello che le persone avrebbero voluto sentirsi dire. Non si sarebbe fatto etichettare, come succede oggi quando si è costretto a schierarsi, di qua o di là.

Ieri sera, intervistato da Marco Damilano, il regista e attore Ascanio Celestini raccontava di una intervista di Paolo Cipriano (storico del PCI) a Pasolini dei primi anni sessanta, dove gli veniva chiesto del rischio di una escalation verso una guerra, per colpa delle tensioni nel mondo, diviso in blocchi; “l’umanità è sull’orlo di una catastrofe?”.

Pasolini, che nei suoi libri e nei suoi scritti aveva sempre parlato della guerra passata, risponde allo storico a modo suo: siamo già in guerra, la guerra di questo modello capitalista, a prescindere che si spari o meno, “ed è per questo che inconsciamente, malgrado la sua assurdità, continuiamo a temerla questa guerra, il capitalismo è una guerra. Una guerra in cui, che sia l’industrializzazione selvaggia, oggi ne faremmo anche una questione ecologica, o una bomba atomica che viene veramente buttata (come si sente dire in queste settimane, tattica o strategica), comunque sarà una guerra in cui l’uomo sarà sconfitto e forse perduto per sempre”.

L’attore e regista ha anche risposto alla domanda sulla pacificazione, quella tra fascismo e antifascismo: facciamola questa pacificazione, a patto che si metta da parte anche il fascismo nato dopo il 25 luglio 1943 (che fa ancora più paura). Il fascismo delle trame dei servizi segreti, Gladio, Nato che ha portato alla strategia della tensione e alla P2.

“Stringiamoci la mano e facciamola questa pacificazione, chiudiamo questa fase, cerchiamo di capire però quale storia ci lasciamo alle spalle”.
Qui ritorniamo all’album di famiglia della Meloni e del suo partito. Su quali basi vogliamo fare questa pacificazione? Senza aver fatto chiarezza su Piazza Fontana, Bologna, Brescia?

Pasolini. Il corpo della città di Gianni Biondillo

 


Oh Marx – tutto è oro – oh Freud – tutto è amore – oh Proust – tutto è memoria –
PIER PAOLO PASOLINI
Avevo nove anni quando sentii nominare per la prima volta Pier Paolo Pasolini. Ne ho un ricordo a modo suo preciso (io che ricordo sempre così poco della mia infanzia). Mi rivedo bambino, durante un intervallo a scuola: un compagno di classe davanti a me che ne prende in giro un altro, affibbiandogli l’epiteto di «pierpaolo», come fosse una parolaccia indicibile.
 
Ricordo i miei compagni che ridevano, e io che mi accodavo, senza capire che cosa ci fosse di così divertente. Vivevo in una di quelle periferie anomiche che negli anni ho raccontato più e più volte, scenario naturale dei miei romanzi e punto di partenza inevitabile dei miei ragionamenti sulla città, la metropoli, il territorio.

A cento anni dalla nascita del poeta, regista, pittore, scrittore PierPaolo Pasolini e a 47 dalla tragica fine all’Idroscalo di Ostia, la casa editrice Guanda ripubblica un vecchio saggio dello scrittore (e architetto) Gianni Biondillo uscito per la prima volta nel 2001: il figlio di uno di quei ragazzi di vita (come racconta l’autore stesso nella prefazione) che racconta lo scrittore che quei ragazzi aveva tanto amato da renderli protagonisti dei suoi romanzi. Un bambino cresciuto nella periferia della grande città del nord che per la prima volta scopre in quel “pierpaolo” un insulto su cui ridacchiare, per insultare quello scrittore omosessuale, ucciso nel corso di una lite con un minorenne. Almeno questa la versione che la giustizia, una parte del mondo dell’informazione e della politica ha consegnato al paese, andando così ad infangare e rovinare l’immagine di un intellettuale scomodo.
Non è un paradosso che sia un architetto, una persona abituata ad osservare i paesaggi urbani, a scrivere un saggio su Pasolini perché, diversamente da altri intellettuali, quest’ultimo aveva un modo di “guardare la realtà non dall’iperuranio delle mappe urbanistiche ma da «quota zero», dal marciapiede, dalla strada.”

Guardare la realtà dalle periferie delle città, dalle baracche dove vivono gli esclusi, il sottoproletariato (come veniva chiamato una volta) ancora non contaminato da quella “cultura borghese” che, negli anni sessanta – settanta, stava trasformando in modo irreversibile il paese.
Lo sguardo dell’architetto Biondillo diventa una chiave per raccontare Pasolini e la sua produzione letteraria, dagli anni della giovinezza in Friuli, a Casarsa, il paese della madre dove andò a rifugiarsi negli anni della guerra, fino al trasferimento a Roma, col suo pellegrinaggio da quartiere a quartiere al crescere della sua fama: “Io scelsi di parlare di un Pasolini poeta della città, lettore della metropoli, convinto che lo spazio urbano non fosse un argomento periferico della sua produzione artistica”.

Ecco, questo è il punto di partenza di questo saggio: raccontare Pasolini attraverso il suo sguardo sulla città, sulle case, sulla trasformazione (o distruzione) del paesaggio. Sulla perdita di una cultura, una a-cultura come la chiamava Pasolini, perché pre-esistente alla cultura della classe borghese (intesa come quella imposta dalla società dei consumi, dalla televisione medium di massa che poco amava, dalla classe dirigente democristiana).

Un saggio che non ha la pretesa di essere una antologia completa del poeta-scrittore: non si parla del mistero della sua morte (“di misterioso in un poeta dovrebbe esserci solo la comprensione della sua poesia” – raccontava in una puntata di BluNotte lo scrittore bolognese Carlo Lucarelli), nemmeno della persecuzione giudiziaria che subì per i suoi libri e dei suoi film, scandalosi perché raccontavano il vero, quei ragazzi e quel mondo che il modello di sviluppo in voga non voleva vedere.

[...] gli intellettuali italiani non si son mai posti il problema della «cultura» popolare, e non sanno nemmeno cos’è. Credono che il popolo non abbia cultura perché non ha cultura borghese;
Era il Pasolini che si scagliava contro questo modello di sviluppo, basato su consumismo, sull’omologazione del linguaggio, che aveva causato lo spopolamento dal sud con l’emigrazione, con lo spostamento delle persone dai borghi della sua Roma verso quelle periferie grigie, costruite dai palazzinari, tutte uguali, disumane, alienanti.
Col passaggio al cinema Pasolini riesce ad affinare meglio il suo linguaggio, scoprendo in quel mezzo di comunicazione una forma più immediata, più realistica per lasciare il suo messaggio.

È il messaggio dei film come “Accattone”, dove il personaggio si muove tra le periferie di Roma, e poi nel film “Mamma Roma” con l’imborghesimento della madre (Anna Magnani) che dalla campagna verso le case del quartiere Cecafumo, “la tanta agognata casa nel quartiere di Cecafumo, simbolo fisico, ma illusorio, di una mutazione sociale”, con quell’immagine onirica dei ruderi romani sullo sfondo delle case dell’INA.
La periferia abbandonata, l’incuria del territorio e dello stato delle periferie, lo scempio del paesaggio italiano raccontato nel suo celebre documentario sulla città di Orte “e della speculazione edilizia che ne sta deturpando il puro profilo”. L’indifferenza della classe politica nei confronti dei “poveri”, costretti a vivere in moderni campo di concentramento dove si perdono le loro tradizioni: in una celebre intervista sul litorale di Ostia Pasolini puntava il dito contro “l’attuale regime democratico ha perpetrato quella omologazione, quella distruzione di varie realtà particolari che neanche il fascismo storico ha saputo ottenere”.

Da Roma al sud del mondo, Pasolini aveva visitato l’India, che aveva cercato di raccontare senza usare i paraocchi di occidentale, chiedendosi ancora una volta, in questo enorme paese pieno di contrasti come la sua amata Roma, se “per modernizzarsi bisogna occidentalizzarsi”.

Quest’uomo moderno, che parla con le stesse parole, che desidera le stesse cose, che vive nelle stesse case, è un uomo che fa paura al Pasolini intellettuale osservatore della sua società.
Se non possiamo salvare quei “figli del sottoproletariato”, almeno possiamo salvare il passato per poterlo tramandare al futuro. Il Pasolini di sinistra potrebbe essere considerato come un conservatore, reazionario, per le sue posizioni: ma se il moderno è lo scempio delle città, la fine di quella cultura contadina dentro cui trovava rifugio (gli anni di Casarsa della sua gioventù), “allora è meglio non costruire, meglio conservare ciò che il passato ci ha lasciato”.

Il saggio, breve ma intenso, si conclude con l’ultima opera che Pasolini ci ha lasciato, seppur incompleta e pubblicata dopo la sua morte: si tratta di Petrolio, un’opera letteraria “mostruosa” per la mole delle pagine, per l’idea dietro questa opera, raccontare questo paese e la sua classe dirigente così bigotta, chiusa, fintamente cattolica e questo paese “eternamente controriformistico divenuto una immensa, squallida borgata, un Agrigento di abusivismo”.

Fontàne d’àghe del mie pais
A no è àghe pi frescie che tal mè pais..

aveva cantato. Ora anche le lucciole sono scomparse. Ora non è che inquinamento, degrado urbano, non è che triste, anonima periferia, squallida borgata, uniforme agglomerato dove i ragazzetti del sottoproletariato, ancora dialettale, consumano rapidamente la loro vitalità, innocenza, grazia, la loro tragedia

(Dalla prefazione di Vincenzo Consolo alla prima edizione della prima edizione)

La scheda del libro sul sito di Guanda, le prime pagine del libro

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


02 novembre 2021

Quel corpo abbandonato all'idroscalo di Ostia

Sembrava un sacco di rifiuti abbandonato da qualche maleducato di passaggio all'Idroscalo di Ostia, invece era il corpo del poeta Pierpaolo Pasolini.

Era stato picchiato in modo feroce, con ferite su tutto il corpo e poi lasciato su quella strada da qualcuno che, prima di andar via, aveva passato con l'auto sul suo corpo, facendogli scoppiare il cuore.

Così morì un poeta, un intellettuale scomodo, un regista, uno scrittore: “Abbiamo perso un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo! Ne nascono due o tre in un secolo” queste le parole sconsolate di Moravia al suo funerale, che si chiudevano con un monito “un poeta dovrebbe essere sacro.”

Invece, questa sacralità, non fu rispettata per Pasolini: autore di film e di libri che suscitarono scandalo, censure, un poeta e un intellettuale eretico, cacciato dal PCI per la sua omosessualità, attaccato dalla DC per le sue posizioni e aggredito dai fascisti alle uscite dei suoi film.

Un poeta di opposizione, contro, allo stesso tempo amico dei giovani ma critico nelle loro omologazioni di quegli anni (i capelloni, il 68..).

Contro il degrado portato da questo progresso, contro la a-culturazione delle masse nata con la società dei consumi: Pasolini era prima di tutto un attento osservatore delle trasformazioni della nostra società, quelle che a lui non piacevano.

Nei suoi racconti troviamo quello che lui chiamava il sottoproletariato, persone “semplici” non ancora corrotte e inquinate dalla cultura borghese corrente.

I suoi pensieri si potevano leggere ogni settimana sul Corriere alla voce “scritti corsari”: in questa rubrica parlava di aborto, del Vaticano, della rivoluzione del 1968, del fascismo degli antifascisti, senza alcun pregiudizio, anche in modo politicamente scorretto.

“un autore, quando è disinteressato e appassionato, è sempre una contestazione vivente. Appena apre bocca contesta qualcosa al conformismo [...] a ciò che insomma va bene per tutti. Quindi non appena apre bocca è un artista per forza impegnato, perché il suo aprire bocca è scandaloso, sempre”.

E lui scandaloso lo era stato sin dal 1949 quando il PCI di Pordenone lo espulse per “immoralità” a seguito di una accusa falsa, per cui si era appartato con dei bambini. L'accusa non era vera ma il partito nemmeno si preoccupò di verificare.

Ma questa fu solo la prima delle persecuzioni giudiziarie che dovette subire: finì 32 volte in tribunale per i suoi film (da Teorema a Salò) con le accuse di vilipendio alla religione, turpiloquio.. Film bloccati dalla magistratura ma poi sempre ritornati nei cinema.

Palazzo Chigi portò avanti un'azione giudiziaria contro il suo libro “Ragazzi di strada”, indicando perfino le pagine incriminate. Anche questa finì in una archiviazione.

Nei suoi scritti non nascondeva il suo odio contro questo stato, inteso come stato delle cose e anche come Stato, come istituzioni borghesi:

"Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione, in maniera assolutamente schematica e semplicistica? E' stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio contro lo stato in cui vivo. Dico proprio "stato": E intendo dire "stato di cose" e "Stato" nel senso proprio politico della parola. Lo stato capitalistico piccolo-borghese che io ho cominciato a odiare fin dall'infanzia. Naturalmente con l'odio non si può nulla... Infatti non son riuscito a scrivere mai una sola parola che descrivesse, si occupasse o denunciasse il tipo umano piccolo-borghese italiano. Il senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne. Quindi ho scritto nei miei romanzi soltanto di personaggi appartenenti al popolo. Io vivo cioè senza rapporti con la piccola borghesia italiana. Ho rapporti o con il popolo o con gli intellettuali. La piccola borghesia sì però è riuscita ad avere rapporti con me. E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano ossia la magistratura e la polizia. E ha intentato una serie di processi alla mia opera."

Fu accusato da un maestro di Avellino di averlo derubato, da un allevatore di Nicolosi per la morte delle sue pecore, da un barista del Circeo per rapina .. tutte accuse false, testimonianza di quella persecuzione che nasceva dal suo essere contro. Contro il finto moralismo, contro il qualunquismo che allora come oggi impera nella massa delle persone.

Persecuzione che nasceva anche dal fatto che Pasolini non era un intellettuale con le spalle politicamente coperte: anche dopo la cacciata, aveva criticato il PCI e perfino scomunicato quei giovani che si erano scontrati nel marzo del 1968 a Valle Giulia a Roma con la polizia.

Lo aveva scritto nella sua poesia, “Il PCI ai giovani”.

È triste. La polemica contro

il PCI andava fatta nella prima metà

del decennio passato. Siete in ritardo, figli.

E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi

quelli delle televisioni)

vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio

delle Università) il culo. Io no, amici.

Avete facce di figli di papà.

Buona razza non mente.

Avete lo stesso occhio cattivo.

Siete paurosi, incerti, disperati

(benissimo) ma sapete anche come essere

prepotenti, ricattatori e sicuri:

prerogative piccolo borghesi, amici.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte

coi poliziotti,

io simpatizzavo coi poliziotti!

Ma uno dei suoi articoli più importanti è quello uscito nel novembre 1974 sul Corriere, “Il romanzo delle stragi”, con quel famoso incipit:

Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.

In quell'articolo si trovavano spunti per dare un fil rouge alle stragi e ai tentativi di colpo di stato che erano avvenuti a partire dal 1969.

Il mistero Pasolini

Per quale motivo è morto Pierpaolo Pasolini? Non per una becera storia tra omosessuali, questo dopo tanti anni possiamo dirlo con certezza. Lo stesso Pino Pelosi, nel 2005 ammise di fronte all'avvocato Marazzita (che aveva rappresentato la famiglia Pasolini al processo) di non essere stato da solo quella sera a Ostia. Vennero in tre, non li conoscevo, lo picchiarono..

Forse nemmeno Pelosi ha raccontato la verità, non ha detto tutto: ma di certo c'è che per quel delitto italiano, come lo definì il regista Marco Tullio Giordana in un film, non furono fatte indagini. Alla tesi della violenza scaturita da un rapporto non consensuale si opposero sin da subito giornalisti come la Fallaci, come Furio Colombo, che raccolsero anche testimonianze di persone che abitavano all'Idroscalo.

Le indagini non tennero conto dei reperti trovati nell'Alfetta del regista, un plantare e un maglione che non erano di Pasolini.

Non tennero conto dell'impronta sangue lasciata da una mano sul lato passeggero della macchina. Del fatto che Pelosi non aveva addosso evidenti macchie di sangue al momento dell'arresto.

Fu il lavoro del dottor Faustino Durante che scoprì le tracce dei pneumatici sul corpo di Pasolini, che portarono poi alla vera causa della morte: non il pestaggio, ma il “sormontamento” dell'auto.

Ma agli italiani doveva essere consegnata una precisa verità: Pelosi come unico assassino in una banale lite tra omosessuali.

Nient'altro.

Quello di Pasolini è un delitto che ci ha tolto un osservatore dei tempi: se fosse ancora vivo cosa avrebbe detto degli anni ottanta? Della seconda repubblica e di tangentopoli?

Dei governi Berlusconi, del G8 a Genova, delle guerre per esportare la democrazia, di questa politica di oggi, senza partiti, con partiti personalistici che si appoggia ai sondaggi e alla pancia delle persone .. e di governi che sono così competenti da rendere superflue elezioni e la democrazia.

No, Pasolini non sarebbe stato tenero e “corretto” con nessuno.

Sicuramente non sarebbe stato uno di quegli intellettuali da salotto, eterni finti bastian contrari per fingersi rivoluzionari ma in fondo sempre dei conservatori, difensori di uno status quo che non deve cambiare.

Pasolini non amava la televisione, un medium sbilanciato, dove uno parla e gli altri stanno a sentire, dove una persona è costretta a non poter dire quello che pensa perché “di fronte alla sprovvedutezza delle persone, mi censuro”.

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Pasolini non era un violento, le sue idee erano violente, perché dentro trovavi la violenza del vero.

Violenti erano gli anni settanta, dove si moriva per la politica: sono gli anni in cui vengono uccisi Ramelli, Brasili, Zibecchi (quest'ultimo investito da un camion dei carabinieri).

Sono gli anni del rogo di Primavalle (opera di esponenti di Potere Operaio contro un dirigente missino), dello stupro di Franca Rame organizzato dai vertici della divisione Pastrengo.

Sono gli anni in cui l'odio, che è sempre stato presente nella sottocultura in Italia, fu definitivamente travasato in quella specie di lotta politica (e che oggi troviamo nei social media).

Il mistero Pasolini

Di misterioso in un poeta dovrebbe esserci solo la comprensione della sua poesia, un poeta dovrebbe essere sacro, non dovrebbero esistere misteri sulla sua morte.

Tra le ipotesi che sono state fatte, scartando la tesi del delitto compiuto solo da Pelosi, c'è quella dell'amico Franco Citti che parte dal furto delle “pizze” del film Salò, rubate dal deposito della Technicolor.

Pasolini sarebbe stato attirato a Ostia, forse nemmeno all'Idroscalo, per una trappola dai ladri delle pizze.

E poi c'è la tesi che porta al libro che Pasolini stava scrivendo da due anni e che purtroppo è rimasto incompiuto, Petrolio.

Un libro che parlava di questo paese, degli scandali, della sua classe dirigente e dell'Eni. Della morte del suo presidente Enrico Mattei (che nel libro è presente con uno pseudonimo), ucciso in un attentato a Bascapè nell'ottobre del 1963.

Nel capitolo lampi sull'Eni si parla di un collaboratore di Mattei, anche lui con uno pseudonimo che riporta però a Eugenio Cefis.

Si parla di strategia della tensione, di massoneria, si mettono assieme tanti pezzetti della nostra storia che Pasolini aveva ricostruito in un quadro inquietante (“io so perché sono un intellettuale”).

Per scrivere questo libro e in particolare questo capitolo sull'Eni, Pasolini aveva ricevuto del materiale dall'interno di quel mondo, in particolare il libro “Questo è Cefis” di Steinmetz.

Possibile che Pasolini sia stato ucciso per questo? Perché inconsapevole burattino di una guerra di potere?

Di certo è che oggi il poeta, lo scrittore, il registra, l'acuto e attento osservatore del paese, non c'è più. Non ci rimane nulla della sua “puerile voce”, se non i suoi scritti, i suoi articoli che ritraggono una società che è nemmeno troppo lontana da questa.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -

alzare la mia sola puerile voce -

non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce

gli altri, nella più strana indifferenza.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

Come in molti noteranno, per questo post ho preso spunto, ispirazione, dalla preziosa puntata di Blu Notte di Carlo Lucarelli.

02 novembre 2020

Il processo

 indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la Cia, uso illecito di enti come il Sid, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità, questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come suol dirsi, paurosa, delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell‘esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari, distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori.

PPP, Bisognerebbe processare i gerarchi Dc « Il Mondo », 28 agosto 1975.  

Questo scriveva Pasolini 45 anni fa, pochi mesi prima di essere ucciso, a seguito di un'aggressione sul Lido di Ostia.

Questo pensavo questa mattina, sentendo le notizie dalla radio (la televisione faccio sempre più fatica a seguirla, se non poche trasmissioni come Report o Presadiretta).

Presidenti di regione che considerano i "vecchi" come improduttivi.

Presidenti di regione che vogliono assumersi le loro responsabilità.

Ministri e presidenti arrivati a rappresentare lo stato senza nemmeno un minimo di esperienza. Come avessero vinto alla lotteria.

E comunque sempre meglio di ex ministri ed ex presidenti che oggi si indignano ma che nel passato hanno dimostrato cosa fossero capaci di fare. Come se i tagli alla sanità, la scuola abbandonata, il lavoro con sempre meno tutele, sempre meno dignità, non fossero farina del loro sacco politico.

Alla sbarra. Davanti ad una giuria popolare. Oggi suona tutto come populista, questo.

Perché dall'altra parte c'è un popolo sempre più arrabbiato, ignorante e spaventato. Che non saprebbe comprendere, milioni di persone che aspettano solo che qualcuno dica loro le parole che si aspettano.

Il nemico esterno a cui addossare tutte le colpe.

Per uscirne, solo la cultura, un tornare indietro alle basi, ai banchi della scuola, ai libri, all'incontrarsi di persona.

Ma solo quando questa pandemia ci lascerà stare.

02 novembre 2019

Quella sua puerile voce


«L’italiano non è l’italiano: è il ragionare» disse il professore. «Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto». La battuta era feroce.
Sciascia – Una storia semplice

Si parte sempre dai classici, almeno per chi li ha letti veramente (e non cita copiando da google): più il linguaggio si impoverisce, più il ragionare si impoverisce, ci diceva Sciascia nel suo breve romanzo. Oggi abbiamo fatto profitto di questo insegnamento, ma in senso contrario a quello dello scrittore siciliano.
Il linguaggio che vediamo usato nelle trasmissioni, da parte dei rappresentanti, perfino sui giornali, è un italiano ridotto ai minimi termini, non solo per l'uso delle parole (rottamare, asfaltare, demolire), ma anche per l'assenza di un ragionare dietro.

Nell'anniversario della morte di Pasolini, verrebbe da chiedersi cosa direbbe della televisione di oggi, del linguaggio dei social che oggi è diventato la lingua franca: un linguaggio che parla all'emotività delle persone e non alla loro testa, pochi slogan che sembrano più simili ad uno spot pubblicitario che non ad un articolato discorso programmatico di un politico.

L'invasione, la sostituzione etnica, il partito del no alle tasse ..

No, temo che oggi Pasolini nemmeno riuscirebbe a mettere piedi in una trasmissione televisiva e forse sarebbe proprio lui a non volerci entrare.
Perché sarebbe come il saggio che indica la luna.

Peccato però, perché di questo passo, a furia di abbassare il livello del ragionare e dell'italiano, rimarranno solo grugniti, urla e insulti.
“Mostrare la mia faccia, la mia magrezza - alzare la mia sola puerile voce - non ha più senso”: così scriveva nella poesia La Guinea: si riferiva alla nostra intelligenza, al nostro giudizio, di italiani costretti a vivere in un eterno presente, in una continua campagna elettorale, sempre più preda dei nostri egoismi, avendo perso quel collante che una volta erano le comunità e che lo stato non ha mai saputo essere.

Io muoio, ed anche questo mi nuoce.

02 novembre 2018

Pasolini e il fascismo moderno



Se fosse ancora vivo, oggi, Pasolini probabilmente dovrebbe ricredersi su alcune sue convinzioni.
Per esempio sul fascismo arcaico, i discorsi roboanti di Mussolini, le folle oceaniche conquistate dalla retorica vuota e finta.
Esiste oggi una forma di antifascismo archeologico che è poi un buon pretesto per procurarsi una patente di antifascismo reale. Si tratta di un antifascismo facile che ha per oggetto ed obiettivo un fascismo arcaico che non esiste più..Le tecniche di quel capo [Mussolini] andavano bene su di un palco, in un comizio, di fronte alle folle «oceaniche», non funzionerebbero assolutamente su uno schermo.[Dall'articolo del 24 giugno 1974 pubblicato sul Corriere, Il vero fascismo e quindi il vero antifascismo, nella raccolta Scritti corsari]

E sull'antifascismo di facciata, che attaccava questo fascismo arcaico (Pasolini scriveva della società di fine anni '60 degli anni '70) non comprendendo che il problema fosse più profondo.
Quello spirito borghese che Pasolini disprezzava profondamente: il quieto vivere, l'indifferenza, l'ipocrisia della famiglia italiana, dei partiti di massa, dei cattolici.
L'omologazione delle masse che aveva trasformato il paese come nemmeno il fascismo del ventennio era riuscito a fare.

No, penso che dovrebbe in parte ricredersi se seguisse la politica di oggi che ha di fatto ripreso parte degli slogan proprio di quel fascismo che non ritornerà, non in quelle forme.

Noi tireremo diritto.
Molti nemici molto onore.
L'Italia non si farà più condizionare dall'Europa.
Ci riprendiamo il controllo dei confini.

Quel fascismo "arcaico" che veniva considerato arcaico sta tornando, in altro forme. 
Sono cambiati i mezzi, sono cambiate le persone, sono cambiate le masse.
Oggi abbiamo i social, uno strumento apparentemente simmetrico per comunicare diventato megafono dove far passare i messaggi (brevi, che parlano alla pancia delle persone) in modo unidirezionale alla minoranza rumorosa del paese.
Oggi abbiamo i follower, che non sono nemmeno persone reali a volte, ma solo “ovetti”, account finti usati per gonfiare la popolarità dei leader-

Il problema è oggi come allora, questi messaggi, queste parole (che riportano a quel ventennio) stanno inquinando le discussioni nell'ambito politico e civile.
Stanno portando ad un livellamento verso il basso degli argomenti.

L'omologazione delle masse ha portato ad avere delle città tutte uguali, almeno se si osservano le vetrine del centro.
Comportamenti tutti uguali, se ci osserviamo allo specchio e ci vediamo dall'esterno mentre camminiamo per le strade osservando chini il nostro cellulare.
Ma c'è anche una omologazione del pensiero che è molto più preoccupante: ci hanno instillato giorno dopo giorno pillole di paura, contro i ladri, gli immigrati, i diversi, l'invasione (su questo punto, leggetevi l'ultimo libro di Valerio Varesi, “La paura nell'anima”).
E così oggi sentiamo ripetere, da persone che considereremmo “normali” discorsi che una volta avrebbero fatto orrore.

Se entra un ladro in casa gli sparo.
Prima gli italiani.
Difendiamo i confini dall'invasione (quale).
La manovra del popolo, il presidente del popolo, il governo del popolo.

E poi, ministri che si fanno riprendere con una mitraglietta in mano, che fanno dirette sui social mentre dovrebbero frequentare più ministeri e Parlamento.

Pasolini è stato citato a sproposito: il fascismo degli antifascismo è una espressione tirata fuori da chi fascista è nel pensiero, come a dire, “vedete, anche Pasolini criticava quelli che tiravano fuori il fascismo. Il fascismo è morto”.

Peccato che quell'espressione fosse riferita a tutt'altro.
Allo sciopero della fame di Pannella per portare avanti la sua battaglia, in solitaria assieme al Partito Radicale, per svecchiare la politica italiana, che a metà anni settanta era ancora ingessata, non aveva colto le richieste di rinnovamento che venivano dalla società.
Pasolini puntata il dito contro la DC e il PCI, che avevano nascosto la sua battaglia con gli otto referendum (dal finanziamento ai partiti, delle norme fasciste e parafasciste del codice come quella sull'aborto), non concedendogli nemmeno uno spazio televisivo:
Certo il Vaticano e Fanfani, i grandi sconfitti del referendum, non potranno mai ammettere che Pannella, semplicemente «esista». Ma neanche Berlinguer e il PCI, gli altri sconfitti del referendum, potranno mai ammettere una simile esistenza. Pannella viene dunque «abrogato»

E' questo il fascismo degli antifascisti di cui parla nell'articolo del 16 luglio 1974 sul corriere con un articolo dal titolo “Apriamo un dibattito sul caso Pannella”.

Oggi il problema non sono i fascisti in sé, casapound e le sue ronde sulle spiagge, la micro violenza delle persone vestite di nero contro immigrati, omosessuali.
Oggi il problema è il consenso che stanno conquistando, giorno dopo giorno.

Nel 1974, Pasolini scriveva
“Io credo, lo credo profondamente, che il vero fascismo sia quello che i sociologhi hanno troppo bonariamente chiamato «la società dei consumi»”.

Società basata su un modello di sviluppo (e non di progresso) basata sul consumo di beni superflui voluti dall'industria (dentro cui aggiungerei oggi anche l'industria della paura): qualcosa di diverso dal “progresso”, “una nozione ideale (sociale e politica): là dove lo «sviluppo» è un fatto pragmatico ed economico”.

Cosa c'è dentro questo progresso?
È il contrario della società di massa, dove tutto è un prodotto che si può mettere a mercato (l'acqua, i beni culturali, il patrimonio artistico e ambientale, la salute) dell'omologazione di pensiero (le notizie brevi e veloci che non devono occupare la nostra mente per più di 10 secondi).
E' la sanità pubblica per tutti, una scuola pubblica di alto livello per tutti.
Una politica che si occupa del problema della case che non sia un ritorno ai casermoni tirati su negli anni del finto boom.
Un progresso che non deve avvenire tramite le spopolamento dei territori, dalle campagne alle città o dal sud verso il nord (oggi dal sud al resto dell'Europa).
Un progresso che non ci costringe a passare ore nelle nostre auto, da soli, o nei treni dei pendolari, per andare al lavoro.

Come si vede, si sta parlando di temi oggi poco sentiti, quantomeno nei talk, nei post su Facebook dei nostri rappresentanti.
In un mondo dove chi urla di più (e chi insulta di più) ha ragione, non credo che riusciremmo a sentire la “flebile voce” del poeta.
E' anche questo è un dramma dei nostri tempi.
Non solo le camice nere che alzano il braccio in un gesto pieno di arroganza e di prepotenza.
Quella prepotenza del potere, chi di si sente impunito, che costituiva per Pasolini il vero significato del fascismo.

02 novembre 2017

L'intellettuale scandaloso – Pasolini 42 anni dopo

La pietà di Pier Paolo Pasolini, opera è di Ernest Pignon-Ernest
Passiamo ora alla scuola d'obbligo e alla televisione. Intanto va detto che le mie «due modeste proposte» di abolizione intendevano chiaramente riferirsi a una abolizione provvisoria. Dicevo, per la precisione: «in attesa di tempi migliori: cioè di un altro sviluppo – ed è questo il nodo della questione». In altre parole chiamavo in causa il PCI, le migliori forze della sinistra ecc, il cui interesse per una radicale riforma della scuola e della televisione non dovrebbe essere messo in dubbio: se è essenziale alla trasformazione dello «sviluppo». In attesa di una tale radicale riforma, sarebbe meglio abolire (lo so che è utopistico, ma ne sono lo stesso fermamente convinto) sia la scuola d'obbligo che la televisione: perché ogni giorno che passa è fatale sia per gli scolari che per i telespettatori.[..]Soltanto ieri, improvvisando ad un dibattito con degli insegnanti – in un seminario tenuto a Lecce – delineavo quello che secondo me dovrebbe essere la scuola d'obbligo: e dicevo appunto quasi esattamente le stesse cose di Moravia (aggiungevo, come materia di tale scuola d'obbligo, la scuola guida, con annesso galateo stradale, problemi burocratici di ogni tipo, elementi di urbanistica, ecologia, igiene, sesso, ecc. E soprattutto, aggiungerei, molte letture, mole libere letture liberamente commentate).Quanto alla televisione la mia proposta di radicale riforma è questa: bisogna rendere la televisione partitica e cioè, culturalmente, pluralistica. È l'unico modo perché essa perda il suo orrendo valore carismatico, la sua intollerabile ufficialità.
Inoltre i partiti – com'è ben noto – si sbranano all'interno della televisione – dietro le quinte, dividendosi (finora abbiettamente) il potere televisivo. Si tratterebbe dunque di codificare e di portare alla luce del sole questa situazione di fatto: rendendola così democratica.Ogni partito dovrebbe avere diritto alle sue trasmissioni.In modo che ogni spettatore sarebbe chiamato a scegliere e a criticare, cioè ad essere co-autore, anziché essere un tapino che vede e ascolta, tanto più represso quanto più adulato.
Ogni partito dovrebbe avere il diritto, per esempio, al suo telegiornale; perché il telespettatore possa scegliere le notizie, o confrontarle con le altre, cessando dunque di subirle. [..]Nascerebbe una stupenda concorrenza
Lettere luterane – Le mie proposte su scuola e TV

Questo era Pasolini: lo scrittore, regista, poeta e anche giornalista, di cui oggi in tanti ricordano i 42 anni dalla scomparsa, quando fu ucciso in un agguato all'idroscalo di Ostia.
È stato tante cose, Pier Paolo Pasolini, ed è complicato elencare qui tutte le opere, gli scritti, i libri, i film di cui è stato padre.
Ma, soprattutto, Pasolini è stato un intellettuale onesto e per questa sua onestà, poco incline a lasciarsi strumentalizzare o usare da qualsiasi partito politico.
Un autore è sempre una contestazione vivente – aveva raccontato in un'intervista – solo per il fatto di essere intellettualmente onesto – il suo aprir bocca è scandaloso.
E per capirlo, quando fosse provocatorio, scandaloso, basta rileggersi le sue proposte “modeste” di riforma di scuola e TV.
Una scuola che insegna alla lettura (non a saper leggere) e un TV dove tutti i partiti sono rappresentati, affinché sia una TV di tutti (e dove i cittadini non sono spettatori passivi ma sono in grado di confrontare e fare delle scelte).

Ecco, purtroppo dei suoi scritti, delle sue poesie, poco ci viene raccontato oggi, sebbene Pasolini nel tempo si sia occupato di tanti aspetti della società in cui viveva: i capelloni, l'aborto, la televisione (come medium di massa poco democratico), di progresso e sviluppo (“credo nel progresso ma non in questo sviluppo”).
Di tutta questa sua scandalosità rimane poco: il pestaggio a sangue ad Ostia, quell'incontro con Pelosi, il suo essere omosessuale (non nascosto).
Dei suoi articoli, in molti non andrebbero oltre quello passato alla storia come “Che cos'è questo golpe?” del novembre 1974, che comincia con quelle parole
“Io so chi ha compiuto le stragi, chi ha tramato, chi ha coperto e depistato. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore che cerca di seguire tutto quello che succede..”.

Non basta: l'invito che mi viene di fare è quello di leggersi i suoi articoli raccolti negli “Scritti corsari”, nelle “Lettere luterane”. Le sue raccolte di poesia (bellissima quella per ricordare le vittime di Piazza Fontana, Patmos). I suoi film (lo scandaloso Decameron ..).

Solo così avrete modo di farvi un'idea di chi fosse quella persona magra, che parlava con la sua “puerile voce”, che nelle foto in cui viene ritratto sembra osservare lo spettatore dietro quelle lenti.
Solo così capirete l'oltraggio, almeno per me, di quanti hanno chiamato una scuola di partito col suo nome.
Lui che voleva processare parte dei rappresentanti della DC, lui che era stato tradito dal PCI.
Contro il fascismo, contro il moralismo della nostra società ma pronto a criticare i “giovani” come fece dopo gli sconti di Valle Giulia, con la poesia “IL PCI ai giovani”

È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati...
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti! 

Buone letture e buone visioni, dunque! 

27 dicembre 2016

Pasolini al Corriere – quello che gli italiani vogliono sapere (da Il cuore del potere)

Raffaele Fiengo nel suo libro “Il cuore del potere” (Chiarelettere) dedica un capitolo anche alla collaborazione col Corriere di Pier Paolo Pasolini.
Articoli scritti tra il 7 gennaio 1973 (“Contro i capelli lunghi”) e il 28 settembre 1975, circa un mese prima di essere ucciso sul lungomare di Ostia.
È l'articolo sul Processo alla DC: scrive Fiengo

L'ultimo articolo sullo scottante tema, intitolato Perché un processo, è pubblicato sul «Corriere» il 28 settembre del 1975 ed è una risposta ad un editoriale del «la Stampa». È un testo impressionante ancora oggi, aggiunge ciò che, secondo Pasolini, gli italiani vogliono consapevolmente sapere:


Voi dite, cari colleghi della «Stampa», che a far sapere tutte queste cose agli italiani provvede il gioco democratico, ossia le critiche che i partiti si muovono a vicenda - anche violentemente - e, in specie, le critiche che tutti i partiti muovono alla Democrazia cristiana. No. Non è così. E proprio per la ragione che voi stessi (contraddicendovi) sostenete: e cioè per la ragione che, ognuno in diversa misura e in diverso modo, tutti gli uomini politici e tutti i partiti condividono con la Democrazia cristiana cecità e responsabilità. Dunque, prima di tutto, gli altri partiti non possono muovere critiche oggettive e convincenti alla Democrazia cristiana, dal momento che anch’essi non hanno capito certi problemi o, peggio ancora, anch’essi hanno condiviso certe decisioni.  Inoltre su tutta la vita democratica italiana incombe il sospetto di omertà da una parte e di ignoranza dall’altra, per cui nasce - quasi da se stesso - un naturale patto col potere: una tacita diplomazia del silenzio.  Un elenco, anche sommario, ma, per quanto é possibile, completo e ragionato, dei fenomeni, cioè delle colpe, non è mai stato fatto. Forse la cosa è considerata insostenibile. Perché, ai capi di imputazione che ho qui sopra elencato, c’è molto altro da aggiungere - sempre a proposito di ciò che gli italiani vogliono consapevolmente sapere. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sifar. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo del Sid. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia stato il vero ruolo della Cia. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere fino a che punto la Mafia abbia partecipato alle decisioni del governo di Roma o collaborato con esso. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere quale sia la realtà dei cosiddetti golpe fascisti. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere da quali menti e in quale sede sia stato varato il progetto della «strategia della tensione» (prima anticomunista e poi antifascista, indifferentemente).  
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi ha creato il caso Valpreda. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono gli esecutori materiali e i mandanti, connazionali, delle stragi di Milano, di Brescia, di Bologna. 

Davvero una vergogna. Riscrivo queste righe di Pasolini la mattina del 17 novembre del 2010 con accanto il «Corriere» di quel giorno che annuncia l'assoluzione di tutti gli imputati nel processo, dopo centosessantasei udienza in due anni, e apre con una foto storica di Piazza della Loggia subito dopo l'esplosione della bomba (otto morti e centodue feriti). Il titolo è: Anche la strage di Brescia resta senza colpevoli. Il commento di Stajano (La nuova ferita) si apre con le parole «Che vergogna».
[Da Il cuore del potere, Chiarelettere]

Tutti questi articoli furono poi pubblicati da Garzanti in Scritti Corsari e da Einaudi in Lettere Luterane.
Cosa avrebbe potuto scrivere oggi?
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere se ci sono stati accordi tra lo stato e la mafia nella stagione delle bombe 1992-93. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi sono i finanziatori dei partiti, delle fondazioni. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere chi detta la linea politica nel M5S, una società privata, i meet up, gli elettori.. 
Gli italiani vogliono consapevolmente sapere se devono rassegnarsi ad un futuro senza un'industria nazionale, dove si dovrà lavorare alla giornata. 
Gli italiani, le giovani generazioni, vogliono consapevolmente sapere se si dovranno rassegnare ad un futuro precario e a fare le valigie per andarsene via.

02 novembre 2016

Cosa rimane oggi di Pasolini

Il murales a Roma di Ernest Pignon su Pasolini
Chissà, forse oggi qualcuno cadrà nella tentazione di tirar per la giacca Pasolini (o dell'idea che ne abbiamo oggi) per fargli dire si o no sul referendum.
Come è successo ieri per Tina Anselmi (che ieri ci ha lasciato a 89 anni), che diversi esponenti renziani hanno battezzato col sì.
Cosa direbbe Pasolini del referendum, della politica di oggi, delle imminenti elezioni americane, dei giovani d'oggi ingobbiti sugli smartphone, con la valigia in mano (quelli meritevoli), costretti a fare i bamboccioni ..
E' un gioco suggestivo che però rischia di portarci lontano da quello che Pasolini, poeta, regista, scrittore, intellettuale è stato.
Non mi interessa cosa avrebbe votato: sono certo che oggi una persona come lui (indipendente, scandaloso, marxista) non si sarebbe fatto ingabbiare in un semplice si o no.
Non si sarebbe fatto ingabbiare in una dialettica da 140 caratteri: le battute, gli spot, le promesse che devono condensarsi in poche frasi.

No, penso proprio che uno come Pasolini rifuggirebbe i social e probabilmente anche la televisione dei talk dove devi interrompere, alzare la voce, schivare le trappole, trovandosi di fronte una controparte che ammicca, guarda in alto, “messaggia”.

Pasolini cercherebbe di dialogare, di portare il livello di discussione secondo canoni civili, magari mettendo sul tavolo un punto di vista inedito, cui nessuno aveva pensato.
Possiamo ridurre tutta la discussione sulle riforme, che saranno alla base delle leggi del nostro paese, solo in base ad un si o un no? Questo paese può essere governato come se fossimo al bar a insultarci per un rigore non dato?
E, ancora, sulla sterilità della discussione sui costi della politica. Abbiamo i parlamentari meglio pagati in Europa, vero: ma quanto sono competenti? Quanto sono capaci di risolvere i nostri problemi?
Quanto si sono impegnati nell'affrontarli, i problemi, con soluzioni per il paese?
Stipendi alti dovrebbero consentire a tutti di fare politica e dovrebbero proporzionali alle competenze dimostrate.
Questo direbbe, forse: una politica fatta da gente che si improvvisa deputato, che sembra più esperta di social che non di lavoro, istruzione, giustizia, terremoti, dove uno vale uno ma qualcuno vale di più non è democrazia.
Col taglio degli stipendi magari al prossimo giro potremmo vedere in Parlamento tanti berluschini col portafoglio gonfio ..

Due le battaglie che nella sua vita Pasolini non si è stancato di portare avanti: la lotta contro la nostra borghesia (“l'Italia ha la borghesia più ignorante d'Europa” fa dire al suo personaggio nel film Ricotta). Bigotta, ignorante, chiusa in sé stessa. Erano gli anni 60-70 dove i suoi film venivano censurati, finivano nelle aule di un Tribunale con l'accusa di vilipendio alla religione.
Gli anni moderni hanno portato ad un impoverimento di quella che veniva chiamata borghesia: un impoverimento sociale che si è anche tramutato in un impoverimento nel linguaggio, nel pensiero.
Forse oggi siamo meno bigotti, o forse no: l'anno scorso un politico italiano portava avanti la sua battaglia in difesa delle radici cristiane col presepe.

“L'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo. Essere laici, liberali, non significa nulla, quando manca quella forza morale che riesca a vincere la tentazione di essere partecipi a un mondo che apparentemente funziona, con le sue leggi allettanti e crudeli. Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.” (Da Saggi sulla politica e sulla società, a cura di Walter Siti e Silvia De Laude, Mondadori).

Forse siamo meno bigotti, forse: di certo anche oggi abbiamo un cattivo rapporto col sesso, con la gioiosità del sesso che aveva mostrato in Decameron (80 denunce solo per questo film). Abbiamo problemi nelle nostre relazioni (e non solo per colpa dei messaggini) come testimoniano le violenze domestiche nei confronti delle donne.
L'altra battaglia, il processo allaDC, nel senso di un processo al potere: nonostante l'espulsione dal PCI (per indegnità), nonostante i processi, le denunce, le botte, gli insulti (sui giornali, per strada), Pasolini non ha mai smesso di denunciare: la società dei consumi che stava omologando gli italiani come nemmeno il fascismo aveva fatto. A questo sviluppo che portava benessere per pochi a discapito di molti.
“I cittadini italiani vogliono consapevolmente sapere perché in questi dieci anni di  cosiddetto benessere si è speso in tutto fuorché nei servizi pubblici di prima necessità: ospedali, scuole, asili, ospizi, verde pubblico, beni naturali cioè culturali” (da Lettere Luterane , Garzanti).

Davano fastidio i suoi film, perché portava alla luce i fantasmi di una società che non era ancora matura. Davano fastidio i suoi articoli (e le poesie come “Il PCI ai giovani” su Valle Giulia nel 68): perché non erano scontati, perché anticonformisti, perché controcorrente, perché portavano il lettore ad un ragionamento non banale.
Perché metteva sul banco degli imputati i politici della DC coi loro nomi e cognomi, con tanto di capi d'accusa:
“..indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, gli industriali, i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illegale di enti come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna ..”.

Per fare questo processo però, sarebbe servita una magistratura “pulita”.
“L’inchiesta sui golpe (Tamburino, Vitalone...), l’inchiesta sulla morte di Pinelli, il processo Valpreda, il processo Freda e Ventura, i vari processi contro i delitti neofascisti... Perché non va avanti niente? Perché tutto è immobile come in un cimitero? È spaventosamente chiaro. Perché tutte queste inchieste e questi processi, una volta condotti a termine, ad altro non porterebbero che al Processo di cui parlo io. Dunque, al centro e al fondo di tutto, c’é il problema della Magistratura e delle sue scelte politiche.” (da Lettere Luterane , Garzanti)


E servono anche dei cittadini consapevoli, coscienti. Non dei bambini.
Oggi sarebbe pensabile di mandare alla sbarra un pezzo dello Stato affinché sia giustificato da un altro pezzo dello Stato? Il processo sulla Trattativa stato mafia ci racconta che no, non è possibile.
Le inchieste che lambiscono la politica (le spese pazze, i casi di corruzione, l'inchiesta per mafia capitale) passano presto dalla fase “scandalistica”, alla fase soporifera, anche perché spesso si celebrano ad anni di distanza.
Tangentoli, la fine della prima Repubblica, la nascita di partiti liquidi senza ideali (se il Dio Po si può chiamare un ideale..), di protesta o improntati all'arricchimento personale, hanno trasformato la politica di oggi. Sparito il senso civico, il bene comune, il senso delle istituzioni. Sostituiti da un telecomando, un carrello della spesa, un gratta e vinci. O gli 80 euro, oggi.
Quale la visione politica dei politici di oggi, che si preoccupano solo del presente, del mantenimento della poltrona?

Forse, se fosse presente, Pasolini il processo lo farebbe al paese. E così sarebbe ancora più fastidioso e irriverente. Forse, l'unica speranza era rivolgersi alle nuove generazioni, ripartire dalla scuola, dal piccolo.

Cosa rimane oggi del Pasolini che è stato? Quanto conosciamo di Pasolini? Quelli che oggi lo citeranno,
quanti suoi libri hanno letto, quanti articoli, quanti film?
Pensavo a questo, stamattina.
E pensavo anche a quanto avessero in comune il poeta e la deputata DC Tina Anselmi.
Certo, Tina Anselmi era cattolica, di quel partito che Pasolini voleva portare alla sbarra (ma forse anche lei, come Aldo Moro e Zaccagnini era tra quelli “meno implicati” negli scandali).
Ma tutti e due erano persone libere, che intendevano la politica come qualcosa da fare alla luce del sole: penso al difficile lavoro come presidente della Commissione P2 di Tina Anselmi, alle pressioni per non presentare quella relazione finale, la piramide rovesciata, il volto oscuro del potere che si doveva illuminare.
La P2 era stata il “tentativo sofisticato e occulto di manipolare la democrazia”, di svuotarla dal suo interno rendendo l’Italia un Paese solo apparentemente democratico. Era un piano eversivo: nella suarelazione del 1986, di fronte ai colleghi parlamentari, usò parole nette, inequivocabili

“Per gli uomini e gli ambienti che si riconoscevano nella Loggia P2 l'attività politica nella quale noi siamo impegnati era considerato un onere da delegare; ma così non può essere, perché ogni volta che postuliamo un versante politico occulto, la sua logica non può che essere quella della concorrenzialità rispetto alla politica ufficiale. E che si muove al suo riparo non può che aspirare a una funzione di controllo e di delega: mai certamente di complementarietà. Per tale motivo si può essere complici della Loggia P2, ma solo per finirne vittime, come sistema di certo, se non come singoli”.

Tina Anselmi pagò questa sua abnegazione in difesa della Democrazia, in difesa delle istituzioni. Considerata riserva dello Stato, nel 2006 nonostante una campagna in favore, non fu eletta come Presidente della Repubblica. Al suo posto, Napolitano.

E pagò anche in termini più personali: sotto casa, a Castelfranco Veneto, un giorno fu trovata una bomba. Conteneva lo stesso esplosivo del tipo della bomba di Bologna.
Interessante, no?
Pier Paolo Pasolini pagò un prezzo più alto: picchiato a morte, schiacciato dalla sua macchina, lasciato cadavere su quel campo, in mezzo al fango e infangato. Omosessuale, frocio, uno che inseguiva i bambini.
Così lo definivano i giornali di destra. Di quella nostra destra italiana, bigotta, rozza, antidemocratica e reazionaria.


Se volete onorare Pasolini (e Tina Anselmi) leggetevi qualche libro, leggetevi i suoi scritti (Ragazzi di vita, sulle borgate romane che ancora oggi sono posti abbandonati dalla politica).

24 marzo 2016

Lo stato parallelo – La P2, Cefis e Gelli

Cefis ed Andreotti

Eugenio Cefis
Nel libro “Lo stato parallelo”  dei giornalisti Andrea Greco e Giuseppe Oddo, un intero capitolo è dedicato agli intrecci tra l'Eni, la P2, Cefis per arrivare poi alle P3 e P4 moderne.
Al centro c'è la figura di Eugenio Cefis, indicato in una nota del Sismi come il vero fondatore della loggia P2, che avrebbe poi passato la mano a Gelli dopo che un tentativo di golpe (forse solo minacciato) non era andato in porto.
Eugenio Cefis divenne presidente dell'Eni (dopo la morte di Mattei e la successione di Marcello Boldrini), per passare poi alla Montedison, il gigante della chimica nato dalla fusione di Montecatini ed Edison (al centro poi della maxi tangente Enimont..), grazie ai soldi dell'Eni stessa e all'appoggio economico del banchiere Cuccia e di Amintore Fanfani.
Al pari della P2, Cefis si poneva nei confronti delle istituzioni come un centro decisionale alternativo in grado di surrogarle «a causa del progressivo indebolimento dei meccanismi democratici e parlamentari e della degenerazione dei partiti nonché della loro capacità di rappresentare ed esprimere le grandi scelte politiche».Come ci ha detto Giorgio Galli in una conversazione avvenuta a casa sua nell'estate del 2014, il «fatto che Cefis ufficialmente non facesse parte della P2 può essere veramente l'indizio che possa esserne stato l'ispiratore». Entrambi i sistemi di potere – quello cefisiano e quello gelliano – puntavano a un riassetto istituzionale attraverso lo svuotamento del parlamento e lo spostamento delle funzioni decisionali nell'esecutivo o al di fuori delle istituzioni.Il piano di rinascita democratico della P2 appariva speculare al'idea di Stato che il presidente della Montedison aveva esposto in una conferenza ai cadetti dell'Accademia militare di Modena di cui esgli stesso era stato allievo tra il 1939 e il 1941. In quel discorso, considerato come un manifesto ideologico, Cefis anticipava temi che sarebbero stati di grande attualità nei decenni successivi: la trasformazione delle istituzioni sotto la spinta dei cambiamenti economici e tecnologici; la perdita della sovranità degli Stati nazionali per l'avanzata delle imprese multinazionali; lo spostamento dei poteri dal governo e dal parlamento alle grandi imprese, con gli organi centrali dello Stato sempre più confinati nel ruolo di mediatori.Quel discorso, insieme alla biografia critica Questo è Cefis di Giorgio Steimetz, pseudonimo di Corrado Ragozzino, era sotto la lente di Pier Paolo Pasolini nella fase in cui lo scrittore si documentava per la stesura del romanzo Petrolio e per inquadrarne il personaggio di Carlo Troya, alias Eugenio Cefis.Annota Riccardo Antoniani, ricercatore di Letteratura contemporanea dell'Université Paris-sorbonne: «Pasolini aveva intuito il rischio imminente di tale svolta presidenzialistico-tecnocratica [..]. Nei pochi mesi che lo separavano dalla notte dell'Idroscalo [..] il poeta indagò con la dovizia filologica che gli era propria le parole del manager, progressivamente investendolo di un ruolo che [..] diveniva sempre più centrale nelle pagine del suo romanzo».

Lostato parallelo – capitolo Gli intrighi della P2 e i maneggi della P4, Cefis e Gelli

Nel capitolo gli autori citano un discorso di Cefis, all'accademia di Modena “La mia patria si chiama multinazionale” del 1972, in cui invocava una svolta istituzionale in senso presidenziale del paese: alcuni stralci li trovate qui:
pag 8: “Anche nelle decisioni di investimento le imprese hanno attribuito un’importanza secondaria ai confini nazionali, scegliendo per i nuovi impianti la località che poteva apparire più proficua, indipendentemente dal fatto che questa si trovasse nell’uno o nell’altro stato”.
pag. 12: ” … al limite può accadere talvolta che qualche governo proceda alla nazionalizzazione di singole unità produttive appartenenti alla multinazionale. Ma è difficile che un tale governo riesca a reggere alla pressione politica che le multinazionali possono esercitare”.
pag. 13: ” … è molto difficile che un paese ancora povero e arretrato possa permettersi di adottare iniziative politiche che scoraggino gli investimenti esteri. Le royalties che vengono versate al paese ospitante, la valuta derivata dalle esportazioni, i salari con cui la manodopera locale è retribuita, sono fatti economici di tale rilevanza da porre in secondo piano i problemi dell’autonomia e del prestigio politico”.

pag. 15: “… ci si evolve sempre più verso l’identificazione della politica con la politica economica”.

pag. 15: “se i controlli statali creano vincoli eccessivi agli investimenti e alle operazioni in un Paese, la società multinazionale può comunque agire potenziando le sue attività in altre aree geografiche e disinvestendo dal Paese in cui si sente troppo contrastata”.

pag. 16: “All’affiliata di una società multinazionale è abbastanza facile dimostrare al fisco di essere sempre in perdita e, al tempo stesso, creare un buon affare per la casa madre …”.

pag. 16: “Gli stati nazionali nei loro rapporti con le imprese multinazionali sembrano spesso come i giocatori di una squadra di calcio costretti da un assurdo regolamento a giocare soltanto nella propria area di rigore lasciando ai loro avversari la libertà di muoversi a piacimento per tutto il campo”.
pag. 16: “anche dal punto di vista militare l’unica risposta possibile è quella di un allargamento della dimensione del potere politico a livello almeno continentale”.

pag. 16: “la difesa del proprio Paese si identifica sempre meno con la difesa del territorio ed e probabile che arriveremo anche ad una modifica del concetto stesso di Patria … il concetto di Patria è un concetto che si è trasformato nel tempo tanto che, anche all’epoca del Risorgimento, ben pochi erano i cittadini che sapevano di essere italiani e non si consideravano semplici abitanti del Regno delle due Sicilie o del Granducato di Toscana”.

pag 16: “… non si può chiedere alle imprese multinazionali di fermarsi ad aspettare che gli Stati elaborino una risposta …”
pag. 17: “i maggiori centri decisionali non saranno più tanto nel Governo o nel Parlamento, quanto nelle direzioni delle grandi imprese e nei sindacati, anch’essi avviati ad un coordinamento internazionale”.

pag. 18: “Il sentimento di appartenenza del cittadino allo Stato e destinato ad affievolirsi e, paradossalmente, potrebbe essere sostituito da un senso di identificazione con l’impresa multinazionale con cui si lavora”.
pag. 18: ” … è chiaro che se l’Italia è un mercato troppo ristretto per una grande impresa, l’Europa è invece il maggior mercato del mondo. Se esistesse un interlocutore a livello europeo in grado di esercitare un controllo politico sulle multinazionali, con poteri ben al di là della Comunità Economica Europea, le iniziative delle multinazionali potrebbero più facilmente contribuire a risolvere gli squilibri economici anziché aggravarli. Questa ipotesi però si potrà realizzare quando i singoli stati nazionali rinunceranno, almeno in parte, alla loro sovranità … mi sembra … utopistica la soluzione di chi vuol instaurare un’autorità internazionale, magari nell’ambito dell’ONU, per il controllo sulle imprese internazionali”.


Insomma, sembra a leggere queste espressioni, che il destino dell'Europa e dell'Italia fosse già stato scritto più di 40 anni fa.