I quattro
poliziotti fissavano la giovane in silenzio, come affascinati da
quella straordinaria visione. Era bellissima, ma nessuno dei quattro
sembrava interessato alla vista di quel corpo statuario che si
offriva agli sguardi nudo, in tutta la sua elegante plasticità.
Il corpo di una
giovane donna viene ritrovato vicino all’abbazia di Chiaravalle,
fuori Milano: da viva doveva essere molto bella e anche la morte non
ne ha rubato del tutto la bellezza. Quella donna ha qualcosa di
particolare che attira il commissario Maugeri e i suoi uomini,
chiamati da un contadino dopo la scoperta del cadavere: è stata
completamente rasata, possibile che l’assassino che l’ha
trascinata fin lì (perché la donna non è stata ammazzata in quel
posto) si sia preso il disturbo di tagliarle i capelli?
La ragazza senza
capelli sarà il primo delitto, di una indagine che coinvolgerà il
commissario Maugeri e i suoi uomini portandoli fino a Napoli. Ci
troviamo a Milano nella primavera del 1948, una città che porta
ancora addosso i segni della guerra, dove ci si muove col tram o con
la bicicletta. Poche le auto per strada.
L’uomo uscì da
un capannone vuoto, che si trovava alla periferia sud di Milano. Era
un uomo alto, robusto, il viso mal rasato e privo di espressione.
Indossava un maglione a tinte forti che emergeva dall’impermeabile
grigio..
Nei giorni
successivi viene trovato il cadavere di un uomo dentro il bagno di
una trattoria: aveva appena pagato il pasto srotolando un mucchio di
banconote da diecimila lire, ma non aveva l’aria di una persona
ricca. In tasca un documento francese: gli uomini di Maugeri lo
collegano però ad una rapina avvenuta nei giorni precedenti, ad una
filiale del Banco di Roma.
Ferrentino – questo il nome del
rapinatore che era evaso dal carcere pochi mesi prima – doveva
essere uno degli uomini del colpo.
Una donna senza un
nome, uccisa non si sa bene dove né perché. E un ex rapinatore
ucciso forse per una rapina, che aveva in tasca molti soldi: inizia
da qui, con due morti e pochi elementi in comune, una indagine
difficile per Maugeri e i suoi collaboratori, gli ispettori Palumbo e
Valenti, che si troveranno a dover inseguire dei killer con armi
francesi, legati a quella rapina in banca.
Un’indagine in cui
riuscirà finalmente a dare un nome a questa ragazza sfortunata,
cresciuta nella miseria della guerra, sfruttata dalla famiglia e
uccisa da un balordo.
Una storia di
miseria e di avidità che lascerà un amaro in bocca al commissario
Maugeri.
Lungo poco più 60
pagine, di fatto un racconto lungo, questo libro dimostra che si può
scrivere un bel giallo, ben articolato con dei personaggi ben
definiti, senza dover scrivere lunghi tomi.
Fulvio Capezzuoli sa
scrivere bene con questi gialli ambientati nella “vecchia”
Milano, non ancora metropoli alle prese con le cicatrici lasciate
dalla guerra. Non solo per i palazzi distrutti dalle bombe, anche
nella vita, amara e dura, delle persone.
Il trenino, ansimando,
affrontò il tratto di salita che l’avrebbe portato all’ultima
stazione del tragitto. Il commissario Maugeri, guardando attraverso
il finestrino lo scorrere del paesaggio, alzò gli occhi verso la
parrocchiale di Piazza Brembana che si stagliava contro le montagne,
alta sopra il borgo.
Dai
precedenti romanzi di Fulvio Capezzuoli con protagonista il
commissario Maugeri, funzionario della Questura milanese nei primi
anni del dopoguerra, sapevamo che negli anni della guerra era stato
partigiano sui monti della bergamasca. E, come ci ha raccontato
l'autore in uno dei primi romanzi della serie, questo passato avesse
creato qualche problema nella Questura, dove questo poliziotto
partigiano non era visto di buon occhio. Saranno poi le sue doti
investigative, saper scovare gli indizi utili a risolvere il caso, a
far ricredere i suoi superiori.
In
quest'ultimo giallo ambientato nel 1947 all'inizio di una calda estate milanese, fanno finalmente capolino i ricoprdi di quei mesi
difficili, passati sui monti a sfuggire ai rastrellamenti dei
fascisti a difendersi dal freddo con qualunque mezzo.
L'occasione
sarà, paradossalmente, una vacanza, la prima per la famiglia
Maugeri: una vacanza suggerito dal loro dottore per curare i problemi
alla gola del piccolo Giacomo.
Una
vacanza sui monti dell’alta Val Brembana, a Roncobello, è
l'occasione giusta per staccare dal lavoro, anche se solo per due
settimane, e per ridare un po' di colore al figlio.
Ma,
con grande dispiacere della moglie del commissario, la signora
Giovanna, non sarà una vacanza tranquilla: il maresciallo del
piccolo paese dove hanno affittato la casa, il maresciallo Acampora,
lo avvicina una sera per chiedergli un consiglio.
Si
tratta di alcune lettere anonime dove si afferma che una persona,
ritenuta morta, sia in realtà ancora viva.
La
storia inizia nel giugno del 1940 quando arriva a Roncobello Aurelio
Ronzoni - inizia a raccontare il maresciallo: veniva dalla Francia e
nei primi anni della guerra era riuscito a comprare dei terreni, a
sposarsi. In un giorno dell'estate del 1945 sparisce, mentre era in
montagna a far della legna. Quando l'anno successivo in un canalone
viene ritrovato un cadavere, non in belle condizioni, si pensa subito
che sia il corpo di Aurelio, anche perché la moglie, Caterina,
riconosce i calzettoni ai piedi del morto.
Tutto
a posto finché, alla caserma dei carabinieri non arrivano tre lettere
con su scritto
IL RUNZONI AURELIO A L’È
VIVO. EL MORT A L’È MIA LÙ. DUMANDÉ ALLA CATERINA. Firmato: UN
AMICO.
Maugeri
rassicura la moglie Giovanni, si tratta solo di un consiglio, le
vacanza non verranno rovinate: purtroppo il corso degli eventi
prenderà una direzione diversa da come se la aspettava la famiglia
Maugeri.
Perché
è come se nel paese sapessero tutti chi sia quella persona arrivata
da Milano, il famoso commissario che ha appena risolto una delicata
indagine (si tratta dell’indagine raccontata in Delitti
a città studi): un signore anziano, da tutti noto come
l’ubriacone del paese, una sera gli si avvicina e gli sussurra in
un orecchio
– Commissario,
bisogna che le parli dell’Aurelio Ronzoni. Io so tutta la storia.
Io c’ero.
E
poi si allontana con uno strano saluto, Tovarisc: cosa voleva dire?
Maugeri non fa in tempo a chiederlo, perché il giorno successivo,
quando i due si sarebbero dovuti incontrare, Pinin viene trovato
morto, con la testa affondata in una pozza d’acqua. Non è stato un
incidente, qualcuno gli ha tenuto volutamente la testa nel torrente
fino a soffocarlo.
Non c’è niente da fare, occorre far
riaprire le indagini sulla morte di questo Aurelio Ronzoni (chiuse
ufficialmente l’anno prima) e iniziare a fare qualche domanda alla
vedova, la signora Caterina.
– Hai
trovato subito un lavoro interessante anche da queste parti?
–
No, e non voglio nemmeno trovarlo. Però è strano, la prima vera
vacanza dopo tanti anni, e incontro misteri, morti, indagini.
Tutto
ruota attorno alla figura di questa persona, il presunto morto
Aurelio Ronzoni: come mai se ne era tornato dall’Italia
all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale nel giugno
1940?
Se non è lui il morto trovato lungo il torrente, di chi è
il corpo?
Il
maresciallo Acampora e, in modo più convinto Maugeri, si lanciano in
questa indagine iniziando a chiedere in giro, a raccogliere tutte le
informazioni su questo Ronzoni, sulla vedova, iniziando a scoprire
parti del loro passato che potrebbero in qualche modo aiutarli a
rispondere a queste domande.
Un
altro personaggio, questa volta femminile, piomba nella valle e anche
nel racconta: una bella donna francese dai capelli a caschetto
biondi, che appare per la prima volta di fronte al nostro commissario
sfoggiando un bikini, il costume a due pezzi ritenuto dalla morale di
quegli anni “vergognoso” perché mostrava troppi centimetri della
pelle delle donne.
Cristine
è in valle a cercare luoghi dove aprire località sciistiche, almeno
questo è quello che racconta a Maugeri. Sarà così? Perché inizia
a trovarsela di fronte troppo spesso, mettendolo anche in situazioni
imbarazzanti..
Era
come se in quella vacanza che stava vivendo, piena di avvenimenti non
ordinari, Cristine facesse parte in qualche modo di quegli
avvenimenti. Forse nasce dal fatto che, come il Ronzoni, è una
emigrante..
Un
uomo che forse non è un cadavere. L’ubriacone del paese che
finisce annegato in una pozza d’acqua poco prima di raccontare la
sua verità sul morto. Una vedova che sembra troppo fredda e
composta, per essere tale. E poi questa francese, che sembra
prendersi gioco con malizia di Maugeri e che forse nasconde anche lei
qualcosa del suo passato.
Le
due settimane di vacanza si trasformeranno in una caccia serrata,
seguendo tutti gli indizi fino alla fine: una vacanza amara,
purtroppo, perché nemmeno potrà godersi alla fine il suo piatto di
polenta taragna e salamelle che gli aveva promesso l’oste della
locanda di Roncobello, che aveva combattuto assieme a Maugeri nella
Resistenza.
– Chi
erano questi cosacchi? – chiese Acampora incuriosito.
–
Erano gli uomini di Vlasov, un generale sovietico che nel 1942,
caduto nelle mani dei tedeschi, passò a combattere con la Wehrmacht
Come
nei precedenti romanzi, anche in questo racconto fa capolino la
Storia vera della Resistenza italiana: uno dei personaggi è infatti
un ex soldato russo arrivato in Italia assieme ai reparti al comando
del generale
Vlasov, passato coi tedeschi dopo la cattura. Due suoi reparti
furono inviati in Italia per azioni di contrasto contro i partigiani,
anche nelle zone dove si svolge l’azione, nell’alta Val Brembana,
dove si resero responsabili di azioni così efferate da costringere
gli stessi tedeschi a fucilare alcuni di loro.
L’uomo scendeva
il sentiero, in quel punto molto scosceso, aiutandosi con un bastone.
Poteva avere
trent’anni, era piccolo, robusto e si muoveva con passo da
montanaro.
Il terreno era asciutto, compatto, perché non pioveva da più di due giorni, e
quindi non c'era il rischio di scivolare. Portava scarponcini da
montagna, una giacca di tipo militare sopra una camicia di lana a
scacchi, calzoni con gli sbuffi e grosse calze di lana grezza.
Milano – 1949
In
un settembre ancora piacevolmente caldo, il commissario Maugeri si
trova coinvolto in due casi che, almeno all'apparenza, non sembrano
troppo complessi.
Il primo riguarda
una banda di criminali che improvvisano, nella periferia milanese,
bische clandestine dove estrarre numeri del Lotto: nonostante i tanti
appostamenti, l'ispettore Valenti, suo braccio destro, non è ancora
riuscito a mettergli le mani addosso. In uno di questi appostamenti,
sotto un cavalcavia del quartiere Corvetto, mentre i poliziotti
circondano avventori e criminali, qualcuno spara un colpo che
colpisce uno degli agenti della squadra di Maugeri.
Possibile che queste
persone, che sì violano la legge, ma non sono degli assassini, si
siano messi a sparare addosso a degli agenti, rischiando anni di
carcere se non l'ergastolo?
C'è poi un altro
caso, che sarà al centro dell'indagine per tutto il racconto: un
importante industriale milanese, Silvano Bergonzi, è scomparso
improvvisamente una domenica pomeriggio, dopo che si era allontanato
dall'azienda.
Quest'azienda
meccanica era nata alla fine della seconda guerra mondiale ed era
stata tirata su direttamente dallo scomparso che aveva usato suoi
capitali come investimento iniziale.
Assieme ai suoi
collaboratori, Maugeri riesce a ricostruire i suoi ultimi movimenti:
il passaggio in una delle banche dove avevano i conti, il prelievo di
una ingente quantità di denaro finito dentro una borsa, la macchina
che viene trovata abbandonata in una traversa vicino alla Stazione
Centrale.
Tutto farebbe
pensare ad una fuga improvvisa del Bergonzi: ma perché? Qualcuno lo
aveva minacciato?
A denunciare la scomparsa è proprio la
signora Bergonzi che si presenta al suo ufficio: nonostante sia un
caso non proprio di sua competenza, Maugeri decide di dare una mano
al responsabile dell’ufficio persone scomparse
.. ho una strana
sensazione, come se dietro a questa sparizione ci fosse
qualcos’altro. – Sorrise. – E poi, in un periodo di fiacca, ci
possiamo permettere di dare una mano a Bentivoglio.
Maugeri ha ragione a
fidarsi della sua sensazione (anche se il suo istinto di poliziotto
non lo aiuterà sempre nel corso di questa indagine): prima di
scappare, l'industriale aveva fatto delle telefonate, una a Bergamo,
una Napoli ad un numero disattivato e infine una a Legnano ad una
compagnia di assicurazioni. Chi stava cercando di contattare?
L’auto
aziendale che aveva usato quella domenica è stata vista dai
carabinieri di Zogno salire verso la Val Brembana.
Cosa c’è? –
chiese il commissario. – Ieri mattina a Valtorta hanno trovato un
uomo assassinato. Maugeri aveva avuto un sobbalzo. – Un
omicidio?
Non sarà
l’unico morto di questa misteriosa sparizione e di questo mistero
la cui spiegazione risale, come in altre indagini del commissario
Maugeri, agli anni della seconda guerra mondiale. Bergonzi aveva
fatto il militare come tanti, come Maugeri stesso, sin dal 1941: era
stato aggregato alla seconda armata, di stanza in Jugoslavia. I
documenti dal Distretto Militare non dicono molto, ma fanno capire
come dopo l’8 settembre Bergonzi avesse fatto la scelta di aderire
alla repubblica di Salò, combattendo a fianco degli Ustascia Croati
di Ante Pavelic contro
i partigiani di Tito che lottavano per la liberazione del loro
paese.
C’è un filo nero che lega assieme Bergonzi con altri
militari del suo plotone: uno dei superstiti, ricoverato in una
“struttura sanitaria
protetta” a
Mombello in Brianza, racconta
di una “compagnia della morte”, formata
mettendo assieme soldati italiani, che veniva impiagata in azioni
contro i partigiani e che si era resa responsabile di crimini di
guerra tali da aver impressionato persino i tedeschi.
Maugeri
si trova dentro una storia più grande di lui: c’è qualcuno che
sta cercando oggi, a cinque anni dalla fine della guerra, di portare
avanti una sua vendetta contro quei crimini, contro quei militari in
divisa che hanno torturato, ucciso, rubato, e non hanno pagato per le
loro colpe.
Ma
chi era questo Bergonzi? E di cosa si era resa responsabile questa
famigerata “compagnia della morte”? Maugeri,
e i suoi collaboratori si trovano quasi ad essere spettatori di una
partita che si gioca sopra le loro teste, come se la legge e i
principi che dovrebbero governare il suo operato fossero inefficaci
a dare giustizia contro dei crimini avvenuti in tempo di guerra.
Crimini
che le democrazie occidentali, per il subentrare della guerra fredda,
avevano fretta di dimenticare.
Se
i personaggi de La compagnia della morte sono inventati, la Storia
che emerge mano a mano che l’indagine va avanti è reale. I soldati
italiani della Seconda Armata in Jugoslavia, al comando del generale
Roatta si resero responsabili di crimini di guerra contro la
popolazione civile, come anche della spoliazione dei beni anche delle
famiglie ebree.
Nessuno dei nostri soldati fu consegnato alla
giustizia della Jugoslavia, alla fine della seconda guerra mondiale:
la cortina di ferro aveva già separato in due l’Europa e messo i
due paesi, il nostro e la federazione Jugoslava, da due parti diverse
dei blocchi in cui era diviso il mondo.
Se volete approfondire il tema, l'autore stesso consiglia la lettura di questo libro "La via dei conventi: Ante Pavelić e il terrorismo ustascia dal Fascismo alla Guerra Fredda", di Pino Adriano e Giorgio Cingolani (Mursia)
I libri di Fulvio
Capezzuoli sul sito dell’editore Todaro
I
link per ordinare il libro su Ibs
e Amazon
L’ultimo pezzo in programma era la
Polonaise n. 11 in Sol minore di Chopin. Dopo quasi un’ora di
concerto, mentre le dita scorrevano agili sulla tastiera, Ivan
Golubev cercava di estrarre dal pianoforte tutta la musicalità che
il grande compositore polacco aveva racchiuso nel suo celeberrimo
brano. Sapeva già che il risultato non sarebbe stato all'altezza,
che un certo meccanicismo tipico delle sue esecuzioni avrebbe fatto
storcere il naso ai veri intenditori della musica. Ma questa sera non
se ne preoccupava molto..
In questa nuova
inchiesta il commissario Maugeri in pochi giorni, si trova a dover
affrontare ancora una volta un caso complicato: c'è prima di tutto
una rogna diplomatica con il consolato dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (una volta la Russia si chiamava così) perché un loro pianista, arrivato in Italia per esibirsi alla festa de l'Unità, è stato fermato dalla polizia nelle vicinanze di un
cadavere, lungo viale Forlanini, in cui si era imbattuto per caso mentre rientrava in albergo
Si avvicinò incuriosito a quello strano fagotto, ma subito si rese conto che qualcuno giaceva prono, le mani distese lungo i fianchi ..
C'è un altro caso,
molto delicato, la figlia adolescente di una famiglia importante che
è scappata di casa da qualche giorno e che Maugeri vorrebbe trovare
quanto prima per portarla dai genitori (e magari comprendere anche i
motivi della fuga).
E, infine, una
strana tentata rapina, una tentata effrazione ad una galleria in via
Sant'Andrea: strana perché i poliziotti che accorrono sul posto si
trovano davanti il gallerista, il signor Cristofori, quasi scocciato
della loro presenza. Come se la polizia davanti all'ingresso della
galleria dove esponeva quadri di poco valore, gli desse fastidio..
Il caso del
pianista russo, il signor Ivan Golubev, sembra risolversi subito,
dopo una visita di Maugeri al commissariato di Porta Venezia dove
aveva lavorato fino al 1946, prima di passare alla Mobile.
Anche la
quindicenne viene ritrovata, grazie alla segnalazione di un barista
(e Maugeri scopre ancora una volta che non sono i soldi a fare una
famiglia felice).
Ma, a pochi giorni
dalle ferie estive, di quel torrido luglio 1949, arriva un nuovo
caso: il gallerista, Francesco Cristofori, è stato aggredito e
lasciato ferito a terra: ai poliziotti che lo hanno soccorso (e che
lo hanno portato in urgenza in ospedale) aveva detto solo poche
enigmatiche parole: “Ti guarda fin dentro l’anima, in profondo”
e, riferendosi probabilmente all'aggressore, aveva parlato di capelli
biondi e di una barba rada.
Per quale motivo
questo gallerista, che era una persona onesta e che generalmente non
trattava opere importanti (così ne parla il fratello, venuto da
Torino) è stato aggredito, per morire poi a seguito del trauma?
Stava forse
seguendo una vendita di un'opera particolare, magari rubata?
Il fratello, anche
lui nel mondo dei quadri, ricorda di una confidenza che gli aveva
fatto, prima dell'aggressione:
“Mi ha detto, più
o meno, che probabilmente nel giro di qualche giorno mi avrebbe fatto
vedere qualcosa di strabiliante”.
A complicare le
cose, oltre alla morte del gallerista, arriva la segnalazione di una
scomparsa: questa volta non è più la figlia quindicenne di una
famiglia bene, ma si tratta di un fascista, che un giorno non è più
tornato a casa. Alla moglie, che viveva con lui in una piccola casa
di ringhiera, aveva raccontato che stava per chiudere un affare
importante, che quella sera avrebbero festeggiato champagne.
Negli anni della
guerra Carlo Francesco Andreasi era uno dei tanti fascisti che si era
arricchito facendo soprusi e rubando i beni delle famiglie ebree,
costrette a spogliarsi di tutto, specie dopo l'8 settembre.
E' stato vittima
della famigerata “volante rossa”, oppure è stato ucciso per
vendetta per quanto aveva fatto nel passato?
Questi due casi
saranno destinati ad intrecciarsi tra loro, e tornerà sulla scena
anche questo strano pianista russo, esperto di pianoforte ma anche di
quadri (ancora una volta) in una indagine che, ancora una volta
riporta a galla ferite ancora aperte della guerra appena terminata:
un'indagine che ha dentro l'avidità personale e il disprezzo della
vita e che verrà risolta grazie ad un certosino lavoro di gruppo, di
Maugeri assieme ai suoi collaboratori, questa volta alle prese con
opere d'arte.
Il commissario
Maugeri e il pianista russo è un giallo classico ambientato a Milano
negli anni a ridosso della fine della guerra, in una città dove
ancora ci si sposta col tram o in bici, una città che porta ancora
addosso i ricordi delle bombe ed è ancora vivo nelle persone il
ricordo di quel dolore, delle violenze subite.
LUNEDÌ Quella mattina arrivò in
ufficio in ritardo. Il commissario Maugeri era abituato, come tutti i
suoi uomini, a rispettare l’orario di lavoro. Anche quando
un’inchiesta richiedeva interventi notturni o quando aveva
trascorso i giorni festivi a operare sul campo lui, dal lunedì al
sabato cercava di essere sempre davanti alla sua scrivania alle otto
e trenta.
E' oramai diventata una consuetudine
per me, iniziare l'anno con un'indagine del commissario Maugeri, il
protagonista dei noir milanesi di Fulvio Capezzuoli.
Le sue sono indagini ambientate nella
Milano post bellica, dal 1946 (Milano 1946, delitti a città studi)
fino a quest'ultimo, ambientato in un inizio primavera del 1949:
quest'ultima comincia con un classico del genere poliziesco, un
cadavere che viene rubato sotto il naso, quasi, della polizia.
Ma procediamo con ordine: arrivato in
ufficio in ritardo, dopo un fine settimana dai genitori, Maugeri
viene avvisato da un agente che c'è un uomo che lo sta aspettando.
Si tratta di uno straniero, non parla italiano, è pallido ed è in
evidente stato di difficoltà. Le uniche parole che gli agenti e
Maugeri capiscono sono tre, Miech, ndimè e vdes.
– Sta arrivando un medico. Mi ha
capito?
– Miech, miech. Maugeri vide,
quasi raggomitolato su di una sedia, un uomo dai capelli scuri
arruffati, la fronte madida di sudore,
I
medici che accorrono in Questura non fanno in tempo a salvarlo:
l'uomo muore dopo alcuni spasmi del corpo. Forse un colpo al cuore
oppure è stato avvelenato, sarà compito del medico legale a cui
viene affidato il corpo a stabilire le cause della morte.
Ma una telefonata
del dottor Bonfanti, il medico legale, lo mette in allarme: i suoi
due collaboratori che sono venuti a prendere in Questura il cadavere
non sono ancora arrivati in via Gorini.
Qualcuno ha
“rubato” il cadavere e non si è limitato solo a questo: nel
naviglio della Martesana viene ritrovato il furgone dell'istituto di
Medicina Legale, con dentro i cadaveri dei due uomini.
Chi era il morto?
Come mai qualcuno aveva così interesse a prendersi il corpo, ed
evitare l'autopsia, arrivando perfino ad uccidere due persone? Come
ha fatto questo assassino senza scrupoli a tendere una trappola ai
due medici?
Maugeri e il suo
vice Valenti si attivano per la loro indagine coinvolgendo perfino
l'interpol, per capire se le impronte digitali sono state schedate da
qualche polizia straniera.
Una risposta
arriva, dall'Inghilterra: ma si tratta di una telefonata di minaccia.
Un fantomatico John Brown lo invita a lasciar perdere
– In ogni caso dia retta a me.
Lasci perdere, lo dico per il suo bene e anche per quello della sua
famiglia.
Tre
morti, un cadavere scomparso e un misterioso signore da Londra (si
scoprirà poi nemmeno legato all'Interpol) che minaccia il
funzionario incaricato dell'indagine. Ne arriva una seconda, di
telefonata: questa volta non si tratta di minacce velate, un uomo che
non lascia le sue generalità, racconta a Maugeri di avere
informazioni sul morto, è disposto a rivelargliele ma di persona,
all'Hotel Meravigli.
Anche qui, una
nuova sorpresa: nella stanza dove sarebbe dovuto avvenire l'incontro
Maugeri e Valenti trovano un altro cadavere, un uomo ucciso con un
colpo di pistola al petto.
In tasca una
pistola strana, con la canna corta. Una Smith & Wesson in
dotazione agli agenti dell'FBI. E un biglietto del “Circo Maxim”,
che in questo momento ha i tendoni di fianco alla stazione
ferroviaria delle Varesine.
Quattro morti, uno
straniero senza nome, due medici finiti non si sa come in una
trappola e forse un agente americano o legato a quel mondo.
E poi,
in Questura la visita di un signore dei servizi, il colonnello
Fioravanti: di fronte a Maugeri, al suo capo e al Questore, rivela
che in quella indagine sono finiti in una guerra tra servizi
stranieri, una guerra messa in atto per destabilizzare
“una nazione a noi geograficamente vicina”.
La Jugoslavia
(allora ancora unita)? L'Austria? La Francia?
Maugeri va avanti,
nonostante le minacce sulla sua famiglia, con l'appoggio dei suoi
superiori che hanno intenzione di vederci chiaro, nonostante la
presenza dei servizi ci sono già stati troppi morti.
Ma il Vicequestore
lo avverte:
– Maugeri, per una volta deve
cercare di muoversi come se camminasse su di un precipizio. Da una
parte ci sono le cose essenziali, dall’altra c’è il vuoto e lei
non deve guardare giù, altrimenti le vengono le vertigini..
Le
cose essenziali sono la lingua del morto, che è l'albanese, una
lingua che viene parlata anche in Kosovo, una regione della
Jugoslavia. Maugeri partirà da qui e dai personaggi che lavorano in
questo circo Maxim, per fare luce su questa guerra tra servizi, dove
è difficile distinguere la verità dalla menzogna, la collaborazione
dal doppio gioco.
Maugeri
riceverà un aiuto, per districarsi in questo enigma, da un agente
della Cia con cui aveva collaborato in una passata indagine (Il
Natale del commissario Maugeri), il comandante Poletti: in cambio di
alcune informazioni sul caso, Poletti gli rivela il quadro dietro
questa storia.
I servizi
occidentali, quelli americani e quelli inglesi, stanno effettivamente
cercando di destabilizzare un paese nell'orbita russa, con un colpo
di Stato.
In questa guerra,
portata avanti con molto cinismo e anche una certa grossolanità, i
servizi italiani hanno deciso, una volta tanto, di non prendere una
posizione netta.
Ma Maugeri e la sua
squadra no: l'ex partigiano rosso, uno dei pochi partigiani a
sopravvivere alle purghe dentro la polizia, non si spaventa della
posta in gioco. Vuole mettere le mani sugli assassini e, dopo
un'indagine che lo porterà fino a Bari, avrà la sua soddisfazione.
Sono romanzi ben
scritti e con una trama per nulla scontata, i gialli di Fulvio
Capezzuoli: anche in quest'ultima indagine, troviamo dentro un pezzo
di Storia con la S maiuscola. Lo racconta l'autore a fine libro, si
tratta di un episodio della guerra fredda realmente accaduto, a pochi
passi dal nostro paese che, essendo lungo la linea di confine tra est
e ovest, era un crocevia delle spie di entrambi gli schieramenti.
– Le dirò che è la prima volta
che mi trovo immerso in uno scontro fra spie, e spero sia anche
l’ultima. Il vostro cinismo, i vostri doppi giochi, il vostro
passare sulla testa dei poveracci che hanno la disgrazia di
attraversarvi la strada, sono tutte cose che mi disgustano
profondamente.
Quello che piace è
poi anche l'accuratezza nella descrizione di quella Milano, con le
ferite della guerra ancora aperte, dove la vita era molto più
semplice di adesso (anche tra le quattro mura domestiche), dove nei
locali come il Motta in Duomo aperti da poco le persone potevano
gustare una nuova specialità esotica, una “focaccina ricoperta di
formaggio e pomodoro che veniva servita calda”, le prime pizzette a
Milano, imitazione della pizza napoletana.
Infine, molto bello
questo investigatore milanese, il commissario Maugeri, intelligente,
colto, non burbero come Maigret ma con lo stesso acume investigativo.
L’uomo aveva appoggiato entrambi i
gomiti sul tavolo e teneva le mani strette intorno a un bicchiere
d’acqua. Tremava, e quando si portò il bicchiere alle labbra, una
parte del contenuto cadde sulla tovaglia di tessuto verde e lui
rimase a contemplare la macchia che si era formata. Aveva appoggiato
la giacca alla spalliera della sedia, allentato la cravatta e aperto
il collo della camicia. Poteva avere quarant’anni, era minuto e la
smorfia che gli attraversava il volto rendeva ancor più sgradevoli i
lineamenti già molto marcati.
L’ispettore Palumbo, che gli
sedeva accanto, vedendo il bicchiere vuoto, gli chiese: – Ancora
dell’acqua?L’uomo fece no con la testa senza
che il tremito diminuisse.
Milano, marzo 1949.
Un nuova indagine
per il commissario Maugeri, funzionario della squadra Mobile di
Milano negli anni del primo dopoguerra: un'indagine per un omicidio a
seguito di una rapina presso il bar del Circolo Ricreativo delle
Assicurazioni Lombarde, il CRAL. Una rapina che ha fruttato per i due
ladri poche lire e che però ha lasciato a terra uno dei due baristi
presenti nel circolo, Luigi Manes.
A raccontare come
sono andate le cose ai funzionari della Mobile, l'altro barista il
signor Ballardin, che ha assistito alla rapina e a quei due corpi che
hanno colpito al cuore il morto.
Una strana rapina:
il circolo è sì frequentato dai dipendenti delle Assicurazioni
Lombarde, ma di soldi ne girano pochi, specie in quella sera. Ancora
più strano quello che emerge dall'analisi del corpo della vittima,
uccisa con due colpi al cuore, sparati a distanza di qualche metro,
come se più che colpi sparati per caso si fosse trattato di una
esecuzione.
Vittima che
indossava una parrucca, portava degli occhiali finti e, per
completare una sorta di camuffamento, anche i baffi.
Chi era questo
Luigi Manes, facchino alle Assicurazioni? Alla squadra di Maugeri,
composta dai due ispettori Valenti e Palumbo, risulta difficile
risalire alle sue informazioni personali: il suo libretto è sparito,
era molto riservato della sua vita privata coi colleghi. Dalla
perquisizione di casa viene fuori poco o nulla, se non una banconota
da 5 sterline.
Non una relazione,
un amico o un'amica, niente.
Il segretario del
CRAL riporta un episodio avvenuto pochi giorni prima: mentre usciva
dal circolo Manes ha incrociato una ragazza bionda che lo ha
osservato a lungo, prima che lui se ne andasse via, lasciandogli
l'impressione che si conoscessero.
Il commissario girò un altro
interruttore e videro entrambi che Eugenio Ballardin era
tranquillamente a mollo nella vasca piena d'acqua, la testa
appoggiata sul bordo, occhi e bocca spalancati. Sembrava guardare con
aria sorpresa i due uomini che stavano violando la sua intimità.
Tutto appariva assolutamente naturale, tranne il fatto che l'uomo
immerso nell'acqua fosse vestito di tutto punto.
Manes non sarà
l'unica vittima della storia: anche il collega Ballardin viene
trovato morto in casa, dopo che per giorni si era assentato dal
lavoro senza avvisare i responsabili.
Viene trovato morto
nella vasca da bagno, con dei segni di violenza sul corpo, come se
qualcuno lo avesse tenuto fermo, per estorcergli delle informazioni.
Diversamente da
Maners, qualcosa sul passato della seconda vittima viene fuori: aveva
lavorato a Torino come chimico, fino al suo arresto da parte
dell'OVRA nel 1942, per essere trasferito a Carbonia.
Difficile pensare
che i due delitti non siano collegati, ma la ricerca di un possibile
movente porta Maugeri e i suoi nel buco nero del passato delle due
persone.
Cosa ci facevano un
ex tipografo come Manes (che forse nemmeno si chiamava così per il
suo camuffamento) e un ex chimico come Ballardin a fare i facchini e
poi i baristi al CRAL?
Sono domande che
assorbono tutte le attenzioni di Maugeri sacrificando anche il tempo
che potrebbe trascorrere con la moglie e col figlio.
Per cercare di
dargli una risposta dovrà ricorrere a tutte le sue conoscenze, dal
quel professor Allasio, profondo conoscitore dei fatti della seconda
guerra mondiale (e che avevamo incontrato nel passato romanzo,
“Natale col commissario Maugeri”), fino ai colleghi della
Questura romana, che dovranno controllare una bella bionda, che aveva
conosciuto una delle due vittime.
E che a Maugeri
aveva raccontato di come Manes, o come si chiamava, era spaventato da
qualcosa che gli era successo nel passato: “Puoi cercare di
rifarti una vita, fuggire lontano, cambiare i connotati, ma prima o
poi quelli riusciranno a trovarti e allora per te sarà finita,
proprio finita”.
C'è una seconda
indagine in cui è coinvolto Maugeri, slegata almeno all'inizio
dai due morti del CRAL, ma che farà da spunto per la soluzione del
caso: a Milano la polizia non riesce ad acciuffare una banda di
falsari che hanno messo sul mercato una serie di banconote da dieci
mila lire (quelle vecchie banconote grandi come un lenzuolo) quasi
indistinguibili da quelle uscite dalla zecca italiana.
L'indagine è
affidata al commissario Aiello, appena trasferito da Roma per
punizione: il vice questore, superiore di Maugeri, chiede di aiutarlo
in questo caso, nonostante la scarsa simpatia di cui gode Aiello in
Questura, per i suoi modi rudi.
Amo le indagini di
Maugeri, non solo per il carattere e i modi di questo investigatore,
attento scrupoloso, capace di ascoltare i suoi collaboratori ma anche
di seguire le sue intuizioni.
Maugeri è stato,
negli anni in cui in Italia si è combattuta la guerra di
liberazione, tra le fila dei partigiani, ha fatto una scelta
importante e di cui, terminata la guerra, ha pagato le conseguenze,
essendo stato messo in disparte dai vertici della Questura (se la
guerra era finita, la guerra fredda stava per iniziare e gli ex
partigiani, specie quelli rossi, non erano ben visti nei posti chiave
dello Stato).
Nelle sue storie
viene fuori la Milano del dopoguerra, con tutte le ferite lasciate
dal conflitto non solo per le macerie ancora visibili, ma anche per
le difficoltà che le persone incontravano nella vita di tutti i
giorni.
Era una Milano dove
ci si muoveva coi mezzi, poche erano le auto, non esistevano
televisioni e la sera, dopo cena, si ascoltava la radio o si stava
tutti assieme, semplicemente, a raccontarsi le storie.
La Milano che a
marzo festeggiava l'arrivo della primavera con la fiera del “Tredesin
de Marz”, con le bancarelle allestite fuori dei bastioni di Porta
Romana: bancarelle che vendevano volatili, e collane di castagne,
raccolte l'autunno precedente e cucinate al forno. Una leccornia per
quell'Italia che aveva tanta voglia di vivere e di mettersi alle
spalle tutte le sofferenze.
Maugeri riprese la banconota e stava
per reinserirla nella cartellina, quando Bottinelli lo interruppe
sorridendo. - A meno che sia un campione proveniente dall'operazione
Bernhard, che lei certo non ha mai sentito nominare perché ...
Ma ci sono anche
altre ferite che, sebbene siano passati anni dalla fine della seconda
guerra mondiale, ancora fanno male: una di queste sarà alla radice
dei delitti del CRAL, una storia poco nota del conflitto e di cui
l'autore racconterà a fine libro i dettagli a cui si è ispirato per
questo giallo.
Prese i tre fogli, li allineò con
cura battendoli sulla scrivania, passò uno spillo nell’angolo in
alto a sinistra agganciandoli e, dopo aver sottolineato con la matita
il titolo che compariva sul primo, FURTO RESPELLI, inserì il nuovo
fascicolo dentro alla cartellina CASI RISOLTI.
Amo i gialli di Fulvio Capezzuoli,
tutti ambientati nella Milano del primo dopoguerra: mi piace lo
sguardo che l'autore da della città ancora ferita dalla guerra e di
un paese in cui queste ferite sono ancora causa di delitti che il
commissario Maugeri deve affrontare.
Commissario che, diversamente da altri
suoi colleghi, dopo l'8 settembre e il crollo del regime fascista, ha
fatto la scelta di andare a combattere in montagna assieme ai
partigiani: per questa scelta, ora, si trova relegato nell'ufficio
archivi del commissariato di Città Studi.
La nuova Italia, democratica e libera,
per cui tanti italiani avevano combattuto, nasceva con tanti difetti:
colpa del fatto che molti dei rappresentanti dello Stato, come il
capo di Maugeri, il commissario capo Spinelli, non nascondevano
simpatie per il passato regime: in generale, Questori e Procuratori
nei Tribunali erano cresciuti negli anni del fascismo, e terminato il
conflitto non c'era stato il repulisti dentro le strutture dello
Stato.
Colpa anche del fatto che l'Italia,
dopo Jalta, doveva rimanere saldamente nell'area atlantica e le forze
di sinistra (di cui molti partigiani facevano parte) dovevano
rimanere lontane dai posti di comando.
In un sabato torrido, si presenta nel
suo ufficio una signora, di mezza età, con un cappellino in testa
con tanti fiori:
La donna che entrò nella stanza
aveva un’aria timida e dava l’impressione di essere a disagio. –
Lei è il commissario Montaldo? – chiese, non appena si fu seduta.
La prima inchiesta
del commissario Maugeri inizia così, con la denuncia della scomparsa
del suo cane, che si chiama Odessa. La signora, signorina Rosalba
Attanasio, da la colpa al vicino di casa che abita al piano sopra il
suo che non sopportava il suo abbaiare.
Complice il fatto
che Montaldo, il collega con cui la signora aveva già parlaro, è
impegnato a dar la caccia ad una banda di borsari (la fame, dopo la
guerra, portava anche a questo, al commercio illegale di beni di
prima necessità), è Maugeri che seguirà il caso, andando a fare
qualche domanda il lunedì successivo, non prima di una domenica
passata assieme alla famiglia, alle piscine milanesi.
Quel lunedì
mattina, da via Aselli 6, arriva però una telefonata:
Cosa accade ancora in via Aselli al
6? – Una donna è precipitata dalla finestra del suo appartamento
al quinto piano ed è finita in cortile. Sembra che sia morta.
Accorsi sul luogo,
Maugeri e Valenti, un ispettore del commissariato, scoprono che la
morta è proprio la signorina Rosalba. Si è lanciata dalla finestra
del quinto piano del suo appartamento, per andare a morire nel
giardinetto davanti il palazzo.
All'apparenza
sembra un suicidio: il primo caso per Maugeri, dopo mesi di archivio,
si è risolto da solo. Nell'occasione, Maugeri e Valenti conoscono la
sorella della morta, Carla Attanasio, che viveva con lei e che le
aveva fatto da madre alla morte dei genitori.
E qui viene fuori
la prima cosa strana: Rosalba non aveva alcun cane, che andava ad
abbaiare alla porta del vicino, il signor Halthofer, altoatesino.
La seconda cosa
strana viene fuori dall'autopsia: Rosalba è morta per un colpo alla
nuca, un trauma incompatibile con la caduta dalla finestra.
No, ci sono troppe
cose che non tornano: non è stato un suicidio, ma un omicidio
compiuto da qualcuno che si era allarmato dopo che la donna si era
presentata in commissariato, per parlare del suo cane. Odessa.
La prima indagine
del commissario Maugeri comincia così: per un cane scomparso che poi
non esiste e per la coincidenza che il suo capo è in ferie e non può
bloccarlo.
Maugeri e Valenti
cominciano una loro indagine che parte da quell'appartamento sopra le
Attanasio, dove vive quell'uomo, Halthofer.
Anche Carla, nel
suo appartamento, viene trovata morta: ora i casi di omicidio sono
due, un primo camuffato da suicidio per impedire che Rosalba dicesse
qualcosa alla polizia, il secondo ancora più inspiegabile?
Chi erano queste
due persone, all'apparenza due persone senza segreti e perché sono
state uccise?
L'indagine porterà
allo scoprire un giro che tutti e tre gli appartamenti di via Aselli
6 erano stati assegnati, negli stessi giorni, alle stesse persone:
una cosa strana se si pensa che a Milano, in quei mesi, a causa della
guerra, molte famiglie erano in attesa di un alloggio popolare (come
lo stesso Maugeri).
Seduto nella vettura che
sferragliava tranquilla, Maugeri guardava scorrere davanti ai
finestrini la città con tutte le cicatrici che la guerra aveva
inciso nel suo tessuto urbano.[..]Il commissario pensò al fascismo
che aveva trascinato il Paese verso quella follia e a quanto tempo
ancora sarebbe occorso per cancellare i disastri che la guerra aveva
procurato.
E dai disastri
della guerra verrà fuori l'origine di quei delitti: quegli
appartamenti erano in realtà dei luoghi dove far transitare
criminali di guerra in fuga, prima che venissero catturati dagli
alleati (il processo di Norimberga stava rivelando a tutto il mondo
l'orrore dei campi di sterminio).
Fuga che era
organizzata da un'organizzazione chiamata O.D.E.SSA. (Organisation
Der Ehemaligen SS-Angehörigen), composta da ex appartenenti alle SS,
finanziata anche coi capitali dei grandi gruppi industriali tedeschi
e che ricevette anche l'aiuto di esponenti del clero italiano.
Così sarà l'ex
partigiano Maugeri ad annodare tutti i fili di questa storia, a
trovare i colpevoli dei delitti e, soprattutto, avere quell'occasione
per ritornare a fare il poliziotto.
Il commissario Maugeri avvertì i
primi sintomi rientrando a casa la domenica. Godeva generalmente di
un'ottima salute. Era senz'altro da prima della guerra che non gli
capitava di ammalarsi, ma quella domenica di metà dicembre,
nell'appendere il cappotto all'attaccapanni, un brivido di freddo
seguito da un lievissimo giramento di testa lo aveva lasciato un
istante immobile, ad ascoltare preoccupato i messaggi che il proprio
corpo gli inviava.
Leggere i gialli di Fulvio Capezzuoli
col commissario Maugeri è come fare un salto indietro con la
macchina del tempo: ci troviamo nella Milano del primo dopoguerra, le
macerie sono ancora visibili alle persone che girano per le strade, a
piedi, in bici, coi tram o con le pochissime auto.
Gianfranco Maugeri è commissario alla
Mobile di Milano, con un passato tra le fila dei partigiani che
qualche problema nell'ambiente glielo ha causato.
Nelle sue indagini, in cui il lettore è
proiettato in prima persona, si imbatte nella delinquenza comune, dai
rapinatori agli sfruttatori della prostituzione.
Proprio per dare la caccia ad uno di
questi, si prende una brutta influenza nella settimana prima di
Natale: mentre è costretto a letto per la febbre e una spossatezza
che gli toglie tutte le forze, avviene uno strano delitto per le vie
della città.
Sante Arcidiacono, netturbino, viene
colpito da due colpi di pistola da una persona che gli si è
avvicinata in macchina, mentre si apprestava ad iniziare il suo
turno, nella zona vicina ai campi da calcio in via Giuriati.
Chi poteva avercela con lui, tanto da
sparagli per strada? Sante era stato assunto dal comune per pulire le
strade da pochi mesi: una bella botta di fortuna, forse la prima
della sua vita, dopo tante amarezze.
Il ritorno dalla Russia con gli alpini,
i mesi di lotta partigiana sulle montagne del comasco. Dopo la guerra
la miseria, una vita di stenti dentro una baracca, fino a quel lavoro
che gli aveva consentito di entrare dentro una “casa minima” in
via Argonne.
Una strana storia di cui si occupa il
vice di Maugeri, l'ispettore Valenti, che si premura di ragguagliare
il capo ogni sera, spiegandogli tutti i dettagli che non tornano.
I tre colpi sparati, di cui due a
segno.
La macchina su cui sono scappati gli
sparatori, una Fiat 500 Giardiniera Belvedere, un modello appena
uscito, uno di quelli che non passa inosservato.
Su Sante Arcidiacono non ci sono solo
gli occhi della Mobile: altre persone sono preoccupate del suo stato,
ma in senso totalmente contrario: c'è il proprietario di una
palestra, che ora è preoccupato che la polizia risalga dalla 500 al
proprietario, la persona che ha assoldato per fare quel lavoro (ma
come avrà fatto a sapere del modello dell'auto, visto che la polizia
non ha voluto dare la notizia?).
C'è il proprietario dell'auto, quella
bell'auto, pure lui preoccupato di essere scoperto ..
Così, mentre la Mobile, seguendo le
tracce di questa auto (ce n'erano pochissime in circolazione) arriva
proprio in quella palestra, un altro killer cerca di far la pelle al
netturbino ricoverato al Policlinico.
Questo secondo tentativo di
assassinarlo, che per fortuna fallisce, fa ritenere ancora di più a
Maugeri e Valenti, che si debba scavare nel passato di Arcidiacono,
magari proprio negli anni della lotta partigiana.
Seguendo questa pista, Maugeri, dal
letto dove viene curato dalla moglie, e Valenti, arrivano a scoprire
una brutta storia nell'inverno del '44, sui monti tra l'Italia e la
Svizzera.
Una brutta storia che riguarda le
brigate partigiane che militavano in quella zona, le operazioni
contro i nazifascisti, e il ruolo dei servizi americani che all'epoca
si chiamavano OSS, e che avevano come obiettivo quello di
condizionare o a volte anche frenare l'azione dei partigiani.
Dietro alla guerra ufficiale, quella
che vedeva schierati da una parte e dall'altra gli eserciti, in
Italia si è combattuta anche una guerra sporca, con brutte persone
che fecero il doppio gioco, ex fascisti riciclati e pronti a saltare
sul carro del vincente.
Un una delle pieghe di questa guerra
sporca, Maugeri e i suoi uomini troveranno la chiave per decifrare
l'enigma dell'ex partigiano Sante Arcidiacono.
Per arrivare a questo, Maugeri dovrà
ricorrere ad uno stratagemma ai limiti della legge, ma soprattuto, si
troverà a dover resistere alle tante pressioni che inizieranno ad
arrivargli addosso, anche da parte di uomini dei nuovi servizi
segreti.
Mescolando parti di storia reale con
della finzione, Fulvio Capezzuoli costruisce un bel giallo che scorre
veloce: c'è stato veramente un colpo di Stato nel comune di Campione
d'Italia nell'inverno 1944-45 e l'attività dei servizi americani,
l'OSS di Allen Dulles, ebbe un peso notevole su molte vicende nei
mesi finali della guerra.
E' esistito veramente anche il capitano
Ugo Ricci, uno degli eroi della lotta partigiana, ucciso in
circostanze mai del tutto chiarite durante un'operazione rischiosa a
Lenno, sul lago di Como.
Sarebbe perfetto l'autore avesse dato
più spazio alla memoria della lotta partigiana e al racconto di
quella Milano, così distante se la confrontiamo con quella di oggi.
Le luci, le auto, lo smog, i centri commerciali che hanno assorbito i
piccoli negozietti.
Come i negozi per giocattoli dove si
compravano i regali per Natale che, allora come oggi, era un momento
in cui le persone potevano trovare una pausa ai problemi della vita
di tutti i giorni.
I precedenti romanzi di Fulvio Capezzuoli con protagonista il commissario Maugeri
E' proprio una vecchia signora,
pensò il commissario Maugeri, mentre accostava alle labbra la
tazzina cinese di finissima porcellana, e mentre l'aroma del the gli
saliva alle narici.
- Me l'ha portato mio nipote
dall'Inghilterra il mese scorso. - Parlava con voce bassa, ma
dolcemente modulata, senza alcuna inflessione dialettale. - Le marche
migliori provengono da quel paese; sa a causa delle loro colonie.A lui il the non piaceva
particolarmente, preferiva un buon caffè, però aveva osservato con
curiosità il rito della preparazione che il cameriere eseguiva con
gran cura. Ora, sorseggiando la bevanda, si rendeva conto che aveva
un sapore squisito. Seduta compunta nella sua poltrona
di velluto, i capelli candidi raccolti in una crocchia sulla nuca,
uno scialletto di lana evidentemente fatto a mano che le copriva le
spalle, ricordava a Maugeri l'immagine che compariva sulle confezioni
di una marca del caffè, detto appunto "Caffè la Vecchina".
Maugeri e la vecchia: si apre
con questa immagine il quarto romanzo di Fulvio Capezzuoli con
protagonista il commissario Gianfranco Maugeri, con un difficile
passato da partigiano durante la seconda guerra mondiale.
Siamo a Milano nell'autunno del 1948:
su invito del vicequestore, suo superiore diretto, Maugeri è stato
mandato in via Ariosto ad ascoltare la storia successa alla signora
Giovanna Bellingeri: una storia strana, di rumori e di tonfi che
provengono dal soffitto, dai piani alti della villa.
Siccome questi piani sono chiusi a
chiave e nessun estraneo alla famiglia può accedervi, chi ha causato
quei rumori?
- Oltre ai passi questa volta ho
sentito anche, distintamente, oltre un rumore metallico, come .. - e
si capì che faticava un poco a continuare.-Come di catene trascinate? -
concluse Maugeri, e lei fece timidamente cenno di sì con il capo.
Il richiamo al mondo del paranormale:
c'è un fantasma che infesta la villa Liberty di via Ariosto, dove
vive la signora Bellingeri, la sorella Elisa (malata e assistita da
un'infermiera) e il cameriere Enrico?
Maugeri, da uomo pratico e razionale,
non accetta questa soluzione, sebbene a Milano in quei mesi, in cui
le ferite della guerra, la fame, la miseria erano ancora vive, di
storie di fantasmi a Milano ne giravano parecchie: la dama velata che
di notte si aggirava per il Parco Sempione, “attirando uomini con
il suo delizioso profumo di violetta”.
La Carlina, il fantasma di donna che
compare tra le guglie del Duomo.
Ma quella che per Maugeri è solo una
scocciatura che il capo gli ha rifilato, diventa all'improvviso un
caso di omicidio, a seguito della morte della signora Giovanna
Bellingeri, rinvenuta dall'infermiera, immobile e seduta sulla sua
poltrona.
Infatti, quello che all'inizio sembra
un arresto cardiaco, per uno spavento o per qualcos'altro, si rivela
poi, per l'acume dell'ispettore Valenti, un caso di omicidio.
La storia dei presunti fantasmi,
diventa così un caso di omicidio: Giovanna è stata uccisa dalla
puntura di un veleno, conficcato sulla nuca, che non le ha lasciato
scampo.
La perquisizione della soffitta, porta
la squadra di Maugeri alla scoperta di un particolare senza
spiegazione:
La luce del mattino che entrava dai
grandi lucernari sul soffitto illuminava un campanello dal manico di
legno, appoggiato sul pavimento, in mezzo al corridoio.
Un campanello, di cui non si conosce
l'origine, e su cui vengono trovate le impronte digitali di un certo
signor Attilio Colombo.
Morto: per la precisione condannato a
morte per l'omicidio della moglie, Annalisa Fornari (il codice Rocco,
nel 1931, aveva re introdotto la pena di morte anche per i casi di
omicidio).
Ma questo è successo nel 1938, dieci
anni prima.
Tutto sembra spingere verso il mondo
del sovrannaturale, verso una storia di fantasmi.
Mistero che si infittisce con la morte
del cameriere della villa, Enrico Bonavita: trovato morto per
un colpo alla testa in soffitta. E con una strana foto in tasca, che
ritrae una donna nuda.
Per avere un quadro più completo,
Maugeri e i suoi uomini cominciano a ricostruire la storia della
famiglia Bellingieri: la casa di via Ariosto era stata venduta
dal fratelli di Giovanna, Simone Bellingeri, nel 1942, a seguito di
una partita a poker persa.
Anche l'azienda di famiglia, fondata
dal padre, Anselmo, e che produceva tessuti, era stata venduta,
negli stessi anni, dopo che Simone aveva cercato di condurla con
alterne fortune.
I tre figli del fondatore, Simone,
Giovanna ed Elisa, avevano lasciato Como e si erano trasferiti a
Milano per potersi godere la bella vita: le due femmine non si erano
sposate mentre il maschio, Simone, aveva avuto un figlio, Giovanni,
architetto.
Diventa importante capire cosa è
successo alla famiglia negli anni della guerra, perché è stata
venduta la casa, perché la storia della partita a poker convince
poco Maugeri.
Capire che legami ci fossero tra i
Bellingeri e la famiglia Colombo: l'avvocato difensore, ai tempi del
processo, avvocato Santamaria, era stato pagato diecimila lire (che
riceveva ogni mese) per la difesa.
Dopo quel processo aveva smesso di
esercitare: a Maugeri e al suo vice Valenti racconta una storia
assurda, dove è presente anche qui un fantasma di donna. Di cosa è
spaventato, l'avvocato Santamaria, tanto da gettarsi dalla finestra
di casa pur di non dover rispondere alle domande degli agenti?
- Proprio così Valenti. Lei ha
centrato in pieno la questione. Stia a sentire. Dall'inizio di questa
storia qualcun cerca di buttare tutto sul paranormale. Fantasmi,
impronte di defunti, adesso anche donne nude e gelide come la morte.
Sembra che ci vogliano dire di lasciar perdere le indagini. Ha
sentito oggi l'avvocato? La donna gelida come una morta si accusò
dell'omicidio di Annalisa Fornari e da ciò dovremmo dedurre che
anche Susanna Bellingeri e forse anche il cameriere sono stati
assassinati da quelle stesse forze occulte.
Alcuni indizi portano alla Svizzera, a
Lugano per la precisione: la madre di Giovanni, l'architetto, era
scappata qui nel 1943. E sempre in Svizzera aveva lavorato negli anni
della guerra il cameriere Enrico.
Infine, a chiudere il quadro, la casa
di via Ariosto era stata alienata dalla famiglia ad una società
svizzera (paese neutrale ai tempi della guerra).
Cosa è successo a questa famiglia
nel 1943? E quali fatti misteriosi avvenivano nella villa in quegli
anni?
Chi erano i Bellingeri?
Il racconto ci porta direttamente agli
ultimi anni della seconda guerra mondiale, quando dopo il crollo del
regime fascista, le persecuzioni contro gli ebrei presero una piega
ancora più drammatica, con le deportazioni verso i campi di
concentramento.
La Svizzera, che fino a quel periodo
aveva portato avanti una polita di respingimento (perché pure nella
Confederazione pullulavano associazioni e gruppi filonazisti), ne
accolse molte di queste famiglie, di queste persone.
Che dovevano scappare dalle SS e
guardarsi le spalle anche da quei vigliacchi che vendevano la loro
vita per una ricompensa di 5000 lire.
Tanto era il valore della taglia su un
ebreo in quei mesi tremendi.
Come nel precedente romanzo, “Maugeri
e lo zoppo dei Navigli”, Fulvio Capezzuoli usa la Storia con la
S maiuscola come base per raccontarci le storie, i casi affrontati
dal suo personaggio, in quegli anni difficili della ricostruzione
post-bellica, anni in cui le ferite della guerra non si erano ancora
rimarginate.
Miserie e drammi che l'autore racconta attraverso gli occhi del suo personaggio, il commissario Maugeri. Una persona che quelle ferite, le ha vissute anche sulla sua pelle.