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01 giugno 2020

Le anteprime di Report – la Campania di De Luca e la fibra che manca


Sempre legate al tema del corona virus le inchieste di questa sera
- la Campania è pronta a gestire un'emergenza Covid? Cosa è stato fatto dal governatore sceriffo?
- cos'ha fatto fino ad oggi Open Fiber per cablare l'Italia
- come si procurano le mascherine i senatori

L'anteprima dovrebbe essere dedicata all'arte contemporanea, con un servizio di Chiara De Luca: un mondo fatto di gallerie, esposizioni ed eventi in mano agli esperti di marketing, dove non ci capisce bene dove finisca il marketing e dove inizi la vera arte.

La scheda del servizio: ART-ATTACK di Chiara De Luca
Il mercato dell'arte contemporanea negli ultimi decenni ha avuto una crescita esponenziale. Un sistema fatto di gallerie, case d'asta, esposizioni e fiere. Un marketing sfrenato attraverso cui si modella la figura dell'artista che diventa egli stesso parte integrante dell'opera e che in molti casi travalica l'opera stessa. Da qui deriva una mutazione del concetto di valore dell'opera che viene completamente stravolto e spesso il valore commerciale finisce per pagare molto più del valore artistico.


La sanità in Campania


Fino ad oggi ha contenuto gli effetti del Coronavirus, ma quella di De Luca (secondo classificato tra i presidenti di regione per gradimento) è vera gloria?
Come in Lombardia e in altre regioni, anche la Campania ha dovuto creare reparti ad hoc per il Covid: ad aprile 57 tir hanno portato da Padova il materiale per costruire il reparto Covid presso l'Ospedale di Mare a Napoli, la grande scommessa della giunta De Luca su cui ha investito economicamente (per quasi 8ml di euro) e anche in termini di immagine, presentandolo come un'opera titanica costruita a tempi di record seconda solo all'ospedale costruito in Cina a Wuhan.
Tanto di telecamere inquadravano il procedere dei lavori sul cantiere, che ha portato a 72 posti di terapia intensiva dentro i container posti nel parcheggio dell'ospedale.
Racconta Federico Ruffo che l'opera titanica quando viene presentata alla stampa rischia già di essere inutile, perché i pazienti ormai scarseggiano (era stata pensata con una programmazione vecchia di 40 giorni), ma forse è meglio che non sia servita.
Il giornalista ha incontrato un infermiere dell'Ospedale di Mare che ha preferito rimanere in incognito: nella nuova struttura c'è un solo bagno per 12 pazienti, unico e questo è un rischio per i pazienti che così possono contagiarsi; non è prevista una zona per eventuali decessi e medici e infermieri non hanno idea di come comportarsi. La sala mortuaria più vicina è l'ospedale, per arrivarci si deve attraversa un ponte che porta dalla palazzina dell'amministrazione all'ospedale.
Alla fine, i posti di terapia intensiva non sono nemmeno 72, ma sono stati ridotti a 48 e non si sa quanti ne andranno in funzione effettivamente – conclude l'infermiere.

Report è entrata dentro la struttura titanica, per mostrare i 32 posti letto: costo medio 250mila euro a letto.
Forse questa struttura non era necessaria: dopo anni di lavori (e 370 ml di spese), all'interno dell'Ospedale del Mare ci sono due interi piani non utilizzati, reparti mai entrati in funzione.
Questi reparti potevano essere usati per la terapia intensiva – sostiene l'infermiere intervistato dal giornalista. L'ospedale del Mare non è l'unico della Asl Napoli 1 le cui terapie intensive rischiano di rimanere vuote: il Loreto Mare è stato uno dei primi ad essere attrezzato, il 24 marzo proprio il direttore della Asl mostrava a De Luca e al suo consigliere alla sanità Coscioni i nuovi dieci posti Covid (poi diventati venti).
A fine aprile, al Loreto Mare quasi zero pazienti, corridoi vuoti, letti vuoti fotografati dai medici rimasti.
Perché c'è anche un problema di carenza di personale: Pierino di Silverio, responsabile nazionale Anaao, si chiedeva come si pensava di riempire le nuove strutture, quando mancano medici, al momento il personale è preso da altri presidi già in carenza, come un gioco delle tre carte.
Dal 27 aprile il nuovo ospedale Covid ha ospitato 6 pazienti che, al 5 maggio, erano ridotti a uno solo.

Federico Ruffo è andato Salerno, nel feudo di De Luca, ad intervistare Luigi Greco, considerato uno dei maggiori infettivologi in Italia: quando in piena emergenza all'ospedale Ruggi si accorgono che devono creare da zero il reparto Covid lo richiamano dalla pensione. Era l'inizio di marzo e all'ospedale stavano approntando tre sezioni per il Covid nel reparto dove aveva lavorato: “siamo riusciti a far sì che i malati che arrivavano, con delle polmoniti, riuscivamo a stabilizzarli ed evitare che andassero in terapia intensiva” racconta il medico.

Subito prima di Pasqua viene deciso il trasferimento in 48h di tutto il reparto Covid: medici, infermieri e pnazienti infetti dovevano spostarsi di 5km presso il complesso di San Giovanni da Procida.
“Non c'era Pronto Soccorso, c'erano solo due rianimatori, senza avere la rianimazione, la radiologia che chiudeva la sera: da qui è partita la mia protesta, come fate in un momento come questo, in cui c'è un'emergenza infettiva, a fare una cosa così assurda come chiudere il reparto di malattia infettiva?”.
Spostare un malato Covid lo espone ad altri rischi, lui e medici e infermieri coinvolti nello spostamento: Greco ha scritto una lettera dove ha contestato questa decisione, con affermazioni gravi: “scrivo che una direzione sanitaria che dovrebbe capirne di malattie infettive che accetta un fatto del genere è unfitted, in inglese significa inidoneo”.
La lettera è stata mandata a tutti i colleghi, è diventata pubblica: “l'attitudine a prendere gente inidonea a comandare deve finire, perché non può essere che tu scegli da politico, colui che ti serve a te, ma non serve alla sanità. Mi dicono che il direttore amministrativo dell'ospedale mi doveva parlare: in un lungo giro di parole mi spiega che il direttore sanitario, il direttore generale non approvavano le mie contestazioni, al che io ho risposto 'Lei non è medico, se fosse medico le potrei spiegare che cosa è successo.. lei è un amministrativo e come amministrativo deve prendere un provvedimento, mi deve licenziare'.”
Dopo qualche ora a Ferro arriva una telefonata di una impiegata che, dispiaciuta, comunica il licenziamento: “licenziato? Ma che vuol dire? Io sono pensionato..”

L'inchiesta si occuperà anche di un episodio che riguarda il direttore della Asl 1, Verdoliva: secondi i pm di Napoli l'azienda che si occupa della manutenzione di un ospedale avrebbe svolto lavori di ristrutturazione gratis presso la sua abitazione.

La scheda del servizio: Lo sceriffo si è fermato a Eboli di Federico Ruffo
In Campania Covid-19 sembra essere stato ormai debellato, grazie alla politica di tolleranza zero dello “sceriffo” Vincenzo De Luca. E infatti il governatore durante l’emergenza ha visto schizzare alle stelle il suo consenso e i suoi numeri sui social, con le nuove elezioni regionali all’orizzonte. Ma fu vera gloria? E come è stata gestita l’emergenza? Il viaggio di Report nella sanità campana racconta di inefficienze pubbliche e vantaggi privati.

L'Italia senza fibra

Non sono le infrastrutture in cemento che mancano a questo paese, specie al sud: quello che manca è anche una vera rete in fibra che consenta alla maggior parte delle famiglie un accesso ad internet con una banda dignitosa: è un'esigenza che è venuta fuori soprattutto oggi quando, per il Covid, le famiglie italiane sono rimaste a casa e dove la rete ha consentito ai ragazzi di fare lezione, ai genitori di lavorare (per chi ha lo smart working) e a tutti di rimanere informati.

Borgo di Avenale è un borgo in provincia di Macerata che fa circa 300 abitanti: qui Leonardo, studente di Biologia ha preparato un esame durante il lockdown.
“Qua non arriva nemmeno la rete mobile, non arriva per telefonare, figuriamoci per internet” spiega a Report lo studente: grazie ad un'antenna Wifi riesce a collegarsi in rete, ma solo se c'è bel tempo, arrivando ad una velocità di 4Mb/s.
“Siamo meteodipendenti per quanto riguarda la connessione internet”: così, nel mentre dell'interrogatorio via Skype, a Leonardo è andata giù la rete e l'esame è stato rimandato.


Open Fiber, una società partecipata anche da Enel, ha vinto la gara per cablare tutto il paese: il suo presidente, Franco Bassanini, a radio radicale aveva garantito che la fibra sarebbe arrivata fino alle case (tramite i ROE, ripetitori ottici di edificio, a cui poi gli utenti si allacciano), con performance garantite fino ad 1GB, serve olio d'oliva al 100% era la metafora usata nella presentazione del progetto.
Ma ad oggi ancora molti italiani non sono coperti: i ripetitori sono stati installati, ma poi le persone devono allacciarsi singolarmente con un costo che Open Fiber scarica sugli operatori di rete che, a loro volta, possono scaricare sugli utenti.
A spiegarlo a Report è proprio un operatore telefonico che si serve di Open Fiber, Lorenzo De Lorenzi AD di Fibra City: “non c'è nessuna ragione per chiedere un costo aggiuntivo all'operatore o al cliente e non è un progetto corretto per quello che dovrebbe essere la copertura FTTH”.
La fibra dovrebbe cioè arrivate a casa, non al pozzetto a cinquanta metri: Open Fiber la fibra la lascia in un tombino. Per portarla a casa il costo medio è tra i 350 e i 400 euro, spiega Maurizio Decina, esperto di Telecomunicazioni, “se mi aggiudico un bando di gara da 1,5 miliardi, per cablare 10 milioni di abitazioni, il costo medio dovrebbe essere in teoria di 150 euro, non 400, hanno sottostimato di un fattore 3.”

Penna in Teverina è uno dei primo comuni umbri serviti da Open Fiber: a distanza di mesi solo il comune è stato cablato, con il Roe posizionato direttamente nel palazzo, ma alla fine dei lavori hanno avuto una sopresa.

Dallo scatolotto non esce nessun segnale e dunque il comune non è riuscito a fare nessun contratto con alcun operatore. Negli altri punti del comune, per ogni nuova richiesta di allaccio si è dovuto bucare la strada, lasciando per terra i segni dei lavori.

Dopo cinque anni di annunci, la gara pubblica per raggiungere anche le aree dimenticate dai privati ha stimolato Telecom ad investire anche se poi è stata multata dall'Antitrust per aver ostacolato Open Fiber nello sviluppo della fibra.
Luca Chianca ha intervistato Luigi Gubitosi merito a questa multa da 160 ml: “sono molto convinto che sia stato ingiusto, anche perché non mi è chiaro quale sia il danno che avrebbe fatto Telecom. Open Fiber ha preso dei contributi pubblici per investire, non è che ha ottenuto un monopolio sulla zona.”


Tra i due duellanti a non godere è l'utente finale, come gli abitanti di Fino Mornasco, provincia di Como: il paese si è trovato in mezzo a questa battaglia commerciale ed è diviso in due, uno in serie A come collegamento di rete e un altro di serie C.
Nel mentre Open Fiber pubblicava i suoi bandi per coprire il paese, Tim ha deciso di rivedere i suoi piani e coprire l'80% del paese, così Open Fiber ha scelto di cablare solo il restante 20%.
Nel frattempo parte il procedimento dell'Antitrust e Telecom decide di congelare l'iniziativa: il paese è così rimasto scoperto per l'80% ma, assicura Gubitosi “entro fine giugno sarà tutto cablato”.
Il decreto per l'emergenza Covid ha cercato di velocizzare la posa della rete nelle zone ancora scoperte: è cinico dirlo, ma è stata l'emergenza coronavirus a dare una spinta alla digitalizzazione del paese.

La scheda del servizio: Senza fibra di Luca Chianca in collaborazione di Alessia Marzi
Con l'emergenza Covid-19 il governo ha decretato il lockdown e milioni di famiglie si sono trovate a casa per oltre due mesi connessi al mondo esterno solo con i cellulari e i computer. Sono così emersi tutti i paradossi di un'Italia non ancora raggiunta dalla banda larga perché gli operatori privati, nel corso degli anni, non hanno trovato vantaggioso coprire alcune aree del paese, quelle più periferiche della provincia italiana, e milioni di lavoratori e studenti sono rimasti isolati non potendo lavorare e seguire le lezioni a distanza. Per risolvere questo divario, già nel 2015 l'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi aveva lanciato un piano industriale per portare la fibra in tutta Italia con l'aiuto dell'Enel di Francesco Starace. Nasce Open Fiber, una piccola start up a partecipazione semi-pubblica, che stracciando la concorrenza con un ribasso di gara del 52% si aggiudica le gare indette dal Governo per la diffusione della banda ultra larga. Un risparmio per lo Stato di 1,2 mld con la promessa di cablare entro giugno 2020 i primi 3 mila paesi. Ma a oggi quanto è stato attivato davvero di questa rete a banda ultra larga?

Le mascherine dei senatori

Dopo le inchieste sulle mascherine e sui tanti imprenditori che hanno approfittato dell'emergenza, Report è andata a controllare come e da chi sono state acquistate le mascherine ffp2, tra le più sicure in circolazione.
Alcuni senatori, come Toninelli, se la sono comprati da soli, la Santanché invece in Senato usa le mascherine che le sono state date.
Giulia Presutti ha intervistato il Questore del Senato, Antonio De Poli che conferma come ai colleghi e ai dipendenti del Senato siano date le mascherine chirurgiche o FPP2, a seconda delle richieste. In aula, chi vuole essere più tutelato, chiede la Fpp2.
Come le hanno trovate, visto che anche per i medici erano difficili da reperire?

La scheda del servizio: Le mascherine del Senato di Giulia Presutti
A Palazzo Madama, ai tempi di Covid-19, si continua a lavorare. In commissione e in Aula i senatori votano col tablet per mandare avanti l’attività legislativa, sempre nel rispetto delle norme anti Covid. Come in tutti i luoghi di lavoro, le mascherine sono obbligatorie per tutti. Ma i senatori dove le prendono? In una delibera del 24 febbraio il Collegio dei Questori del Senato assegna ai dipendenti i dpi, le mascherine più sicure, categoria FFP2. Le linee guida sanitarie parlano chiaro: i dpi sono indicati solo per i medici che operano "in specifici contesti assistenziali". Per tutti gli altri basta mantenere la distanza di un metro e indossare una mascherina chirurgica. Allora perché le indossano i dipendenti del Senato, e addirittura i senatori? E il Senato da chi le ha acquistate, e quando?

09 aprile 2018

Di banche, banda larga e dei furbetti del cartellino – le inchieste di Report


Come sono state salvate le banche venete, come potevano essere risarciti gli azionisti truffati.La banda ultralarga: il perché di un ritardo che penalizza imprese e cittadini.

Le banche italiane, quelle che erano solide, sicure, avevano superato tutti gli stress test.
Quelle che erano vigilate da organi competenti, come Bankitalia (e Consob, per la gestione dei titoli azionari).
Quelle che in questi mesi abbiamo visto cadere, anche più volte come MPS, costringendo lo Stato italiano a mettere mano al portafogli.
Da MPS, alle Popolari venete, ad Etruria, fino ad arrivare a UBI Banca, terzo polo bancario, che mette a bilancio perdite per 12 milioni e paga dividendi per 125 ml di euro.
E che, per bocca del suo presidente Moltrasio, definisce gossip il processo per ostacolo alla vigilanza dei vertici bancari.

Dalle banche alla banda larga per internet, l'infrastruttura tecnologica che metterebbe i cittadini italiani e le imprese alla pari con gli altri paesi europei.
Dopo anni di promessi investimenti e di veri soldi spesi, a che punto siamo?

Ma prima di tutto, l'anteprima: Cartellino rosso per furbetti di Alessandra Borella

Il decreto Madia voleva mettere la parola fine ai furbetti del cartellino nella pubblica amministrazione, ma si sta scontrando con i tempi lunghi della giustizia civile e penale.
Alla fine il rischio è che i furbetti rimangano al loro posto, semplicemente si è fatto lavorare il Tribunale per niente.

La media è di tre licenziati al mese, da quando è in vigore il decreto Madia contro i furbetti del cartellino nella pubblica amministrazione. Tra loro c’era Letizia Beato, dipendente del Campidoglio da 27 anni. Il 20 aprile 2017 si sente male, esce senza timbrare, finisce in ospedale e si trova licenziata nel giro di un mese.
A distanza di un anno il tribunale di Roma annulla tutto e l'impiegata viene reintegrata, con dieci mesi di stipendi arretrati e il pagamento delle spese legali a carico del Comune. Siamo solo al primo grado del giudizio civile e già si vede che il "procedimento lampo" non va proprio alla velocità del fulmine. Il decreto Madia ha introdotto l’obbligo di sospendere subito il furbetto beccato in flagranza e di sanzionarlo entro trenta giorni, invece dei 120 che concedeva la legge Brunetta anti-fannulloni. Ma zelo e velocità si scontrano con i tempi dei procedimenti paralleli - civile e penale - e con gli errori che gli enti pubblici possono commettere per rispettare i termini. Alla fine chi la spunta? Il presunto furbetto o l’ente che vuole liberarsene?


Il salvataggio delle banche venete.

Report torna ad occuparsi di banca Intesa e del fallimento della banche popolari venete, con un servizio di Giovanna Boursier sulla commissione di inchiesta sulle popolari, presieduta dal senatore Casini.

Di fronte alla stampa, il presidente della commissione parlamentare sulle banche, Pierferdinando Casini, ha parlato di ladri: “ci sono dei ladri nel sistema bancario, dei truffatori ..”.
Ma chi sono i ladri e i truffatori? I dirigenti delle banche venete, di MPS, di Etruria?
Io non mi permetto di dire chi sono quando ci sono dei tribunali che stanno facendo delle inchieste”: chiedete i nomi ai giudici, dice Casini. Se e quando arriveranno le sentenze.
Casini, nella conferenza stampa era di fretta per la campagna elettorale: la commissione banche forse era stata pensata anche per questo, annunciata nel 2016 e tenuta in scacco su input del governo Renzi.
Commissione che però, alla fine, si è dimostrata un boomerang per il Partito Democratico.

Ma Casini è stato candidato a Bologna, nel feudo del PD, dove è stato alla fine eletto: un collegamento che fa sorgere pensieri maliziosi, visto che il presidente Casini con la sua commissione ha indagato anche su banca Etruria, dove ha lavorato come dirigente prima e vicepresidente poi il padre dell'ex ministro Boschi.
Casini è da anni un interlocutore del pd” ha tentato di difendersi di fronte a Giovanna Boursier Orfini (presidente PD): un do ut des in cambio di un occhio di riguardo per le banche di famiglia?
Casini ce l'ha fatta, mentre Orfini è stato recuperato col proporzionale.
Da quando Casini è diventato di centro sinistra?
“Ma lei mi aveva detto che mi faceva una intervista gentile ..”

Non è mai stato iscritto al PD, non voleva nemmeno che si facesse la commissione di inchiesta sulle banche. È stato beneficiato senza volerlo.
Non voleva nemmeno ascoltare l'attuale sottosegretario Boschi (sulla vicenda Ghizzoni – Etruria, riportata nel libro di De Bortoli): ha spiegato Casini che non voleva fare la campagna elettorale per una parte avversa al PD.
Che l'ha candidato prima che consegnasse la relazione finale sulle banche: l'ex ministro Visco riconosce a Casini di aver condotto il suo lavoro in commissione con una certa abilità politica e ha potuto concludere dicendo, ci sono dei ladri, ma non c'è nessun colpevole da indicare.

Uno che invece non ha condotto il suo lavoro in commissione con la stessa abilità è stato il senatore di FI Augello: non è stato ricandidato dal suo partito e dunque oggi è impegnato in un trasloco.
Ha votato no alla relazione di maggioranza: “fatico a credere che le liste del centro destra siano scelte dal PD” racconta.
Il PD che aveva in commissione il suo tesoriere che era in società col fratello della Boschi: me lo hanno detto, il commento laconico dell'ex senatore..

AD di Intesa Messina

La storia della commissione è legata al fallimento delle banche popolari e all'ultimo default delle venete, sancito dalla BCE nel giugno scorso.
Si prende tutto Banca Intesa, su richiesta del nostro governo che si tiene la bad bank coi commissari, mentre cede ad Intesa la good bank per un 1 euro.
Per non doverci mettere del suo, l'AD di Intesa Messina chiede al governo 4,8 miliardi di euro cash e altri 12 miliardi di garanzia (soldi che ora comportano un aumento del debito pubblico con tutto ciò che ne consegue).
Un regalo a banca Intesa?
E' la favola più grande che è stata raccontata nel nostro paese” - ha risposto Messina: non aumenta l'utile della banca, migliora il bilancio ma, spiega l'AD, mai avrebbe acconsentito a questa operazione che peggiora la qualità di Intesa.
Si sono salvati i correntisti e gli obbligazionisti che sono stati trasferiti in Intesa; ma gli azionisti delle venete hanno invece perso tutto. Molti di questi 87mila erano risparmiatori truffati: persone che hanno perso in un colpo tutti i risparmi, di anni di lavoro e che nemmeno potranno rifarsi con la via giudiziaria.
Quanto meno il processo contro i vertici di Veneto Banca, che è a rischio prescrizione e ora i PM, pur di recuperare qualcosa, stanno valutando l'ipotesi di aprire un fascicolo per il reato di bancarotta.

Qui l'anticipazione su Raiplay
I lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sulle banche, presieduta dal senatore Pierferdinando Casini e istituita per indagare sulla crisi del sistema bancario italiano, chiudono il 30 gennaio con una relazione che sostanzialmente imputa i fatti alla mancata vigilanza e alla scarsa comunicazione tra Banca d’Italia e Consob. Una task force di quaranta parlamentari che alla fine non indica i responsabili, né per i fallimenti delle banche popolari né per le truffe a centinaia di migliaia di risparmiatori. Tra gli auditi anche l’ex ad Unicredit, Federico Ghizzoni, che ha confermato che l’allora ministra Maria Elena Boschi aveva chiesto di valutare un intervento su Banca Etruria; mentre il governatore Ignazio Visco ha precisato che a chiedere di intercedere per Banca Etruria in Banca d’Italia era sceso in campo anche l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Eppure, come ha dichiarato lo stesso Pier Carlo Padoan, l’unico deputato a interloquire sulle banche è lui: il ministro dell’Economia. Il senatore Casini, appena rieletto, ha spiegato in un'intervista esclusiva a Giovanna Boursier perché Renzi lo ha scelto come candidato a Bologna e i retroscena dei lavori della Commissione. L'ad di Banca Intesa Carlo Messina, che ha acquistato a un solo euro la gook bank delle popolari venete, spiega invece perché ha chiesto al governo italiano cinque miliardi cash e garanzie per 12 miliardi per intervenire. Soldi che oggi si scopre pesano su deficit e debito. È stata la strada migliore? Il governo aveva anche detto che per il salvataggio delle venete non c’erano altre offerte, invece Report ne ha scovata una.


Un paese senza la fibra

Dopo 10 anni di investimenti pubblici per stendere la fibra ottica in tutta Italia, siamo ancora il fanalino di coda in Europa: siamo al 25 esimo posto su 28 per connettività.
10 anni di sprechi, progetti approssimativi e anche qualcuno che è finito sotto indagine della magistratura.
Un ritardo che crea un danno per i cittadini e per le imprese.
Il governo ha messo sul piatto altri 5 miliardi per aprire i cantieri in tutto il paese, per completare il cablaggio.
Ma sarà sufficiente per recuperare il ritardo?

Le tecnologie del futuro hanno tutte una gran fame di banda larga. Ma dopo dieci anni, circa due miliardi di fondi pubblici già spesi e otto miliardi stanziati, la fibra ottica per tutti gli italiani è ancora nel mondo dei sogni. Qui, per esempio, siamo a cavallo tra Abruzzo e Molise.


Quel poco di banda che c'è la porta Nicola Menna con il wireless, gratis, da un anno, per tutte quelle persone che hanno difficoltà ad ottenere un accesso internet dagli operatori: eppure in questa zona sono stati spesi molti soldi pubblici per la rete.
Nel paese di Montefalcone, nel Sannio, è stata costruita la centrale Telecom, c'è un pozzetto per allacciare le linee che poi arrivano alle case ma, poi, l'ADSL di telecom non esiste.
Il servizio arriverà, dicono, quando non si sa ancora...
A Castel Guidone sono stato piazzati 27 km di fibra, fino ad un altro pozzetto: ma la fibra arriva fino agli armadietti Telecom: niente fibra in paese.

La verità è che dietro la banda larga c'è la guerra tra Telecom e il consorzio Open Fiber per la cablatura del paese, la guerra in corso per la conquista di Telecom, spolpata nel corso degli anni (dopo la privatizzazione) e ora considerata tardivamente strategica per il futuro del paese, tanto da portare CDP (cassa depositi e prestiti) ad entrare nell'azionariato, in una guerra Francia (Vivendì, il controllore francese) - Italia che passa anche per lo scorporo della rete.

La scheda del servizio - GLI SFIBRATI di Giuliano Marrucci
Nei prossimi cinque anni il traffico di dati sulla rete triplicherà. Le tecnologie del futuro, dal cloud all'internet delle cose, passando per realtà aumentata e virtuale, hanno tutte una gran fame di banda. L'unica tecnologia in grado di garantirne a sufficienza è la fibra ottica. Ma dopo dieci anni, circa due miliardi di fondi pubblici già spesi e otto miliardi stanziati, la fibra per tutti gli italiani è ancora nel mondo dei sogni. Che fine avranno fatto i nostri soldi? Quando riusciremo a metterci al passo con il resto d’Europa?