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15 dicembre 2024

Anteprima inchieste di Report - le opere di Roma, i respiratori Philips, l’aria di Milano e il caffè nei bar

Una delle opere principali per il Giubileo di Roma sarà il termovalizzatore, l’inceneritore che dovrebbe risolverse (si spera per sempre) l’emergenza rifiuti nella capitale. Ma sarà pronta dopo il Giubileo.

Poi un servizio su come si tosta il caffè nei nostri bar, “siamo la patria della ciofeca” – racconta il conduttore Ranucci nella presentazione della puntata.

Il caffè al bar

Che caffè beviamo nei bar in Italia? Una ciofeca, direbbe Totò, “allora scrivete ciofeca dello sport”. Bernardo Iovene è andato nei bar in giro per l’Italia per una verifica su questo prodotto molto amato dagli italiani.
A Trieste, per cominciare, si beve un caffè di qualità arabica, una tostatura scura, che rispetta gli aromi di cioccolato, cacao, “un caffè tipico italiano” spiegano al Caffè degli specchi.

Sfruttando un esperto già interpellato nel passato, Andrej Godina, Iovene ha fatto fare una analisi sensoriale a questo caffè triestino: gli aromi percepiti dall’esperto non sono proprio lusinghieri, muschio, muffa,copertone di automobile (“sentore di una robusta lavorata male”), terra bagnata, un retrogusto di cacao, amaro però astringente, “quindi non un caffè di grandissima qualità”.

Oltre alla bravura e all’esperienza del barista serve una materia prima di qualità, senza sapori di muffa e copertone: Iovene ha proposto al titolare del caffè un confronto con l’esperto (Godina è ricercatore in scienza e tecnologia dell’industria del caffè), che ha condiviso la percezione di questi aromi sgradevoli, “un milione di clienti all’anno e nessuno ha capito niente” è stata la battuta del titolare ma a quanto pare in Italia tutti i consumatori non capiscono niente. “Se ad un consumatore hai fatto sempre bere un vino che sa di tappo lui non conosce la differenza, quindi siete voi che non fate cultura al consumatore e li abituate a bere difetti” ha spiegato con molta pazienza Godina “ci vuole un po’ di cultura di prodotto che purtroppo in Italia non c’è”.

E a Napoli che caffè si beve? In piazzetta Maradona, meta di milioni di turisti, dove si trovano due locali, di fronte al murales del grande calciatore argentino, che offrono caffè e sfogliatelle.
In entrambe il caffè è fatto con una macchinetta con cialde, le sfogliatelle le comprano surgelate.


Iovene si è poi spostato a Forcella alla ricerca del miglior caffè del quartiere: con l’aiuto di due “profughi”, due signori anziani molto conosciuti, a Ioveve il caffè è arrivato via motorino in un attimo nonostante la pioggia. “Ma è dolce.. mica hai il diabete?” un siparietto degno della commedia popolare.

Sempre a Napoli, Iovene ha scoperto come il caffè più apprezzato in città è quello fatto con chicchi oleosi e un po’ scuri: ma secondo il parere di un esperto di torrefazione, Leonardo Lelli, che produce un caffè considerato di alta qualità, è una porcheria.
Sono chicchi con gocce d’unto, è un caffè morto, “se è un caffè uscito dalla tostatrice questo ha subito oltre il secondo crack.. l’olio nel momento in cui lo vai a mettere nel macina caffè, pensa a quanto unge le macine, quanto unge la macchina, tutto quest’olio poi diventa rancido, con l’aria si ossida.. come caffè è da buttare. Questi oli, questi grassi sono indigeribili, danno fastidio allo stomaco. Il caffè deve essere disidratato, secco.”
Iovene, stupito dal giudizio netto del torrefattore, ha cercato altri giudizi sul caffè bevuto a Napoli: Stefano Toppano è un altro torrefattore, anche per lui il chicco bagnato è una schifezza, l’olio a contatto con l’ossigeno si ossida.
Fabio Verona è responsabile della formazione di Costadoro, a Iovene spiega che tostandolo scuso, il caffè, si riescono a nascondere i difetti, percepisci l’amaro e non tutta la dolcezza, i frutti e i fiori che sono presenti in un buon caffè.

La scheda del servizio: LA REPUBBLICA DELLA CIOFECA

di Bernardo Iovene

Collaborazione Lidia Galeazzo

Una ciofeca: è il rischio che possiamo trovare, in una tazzina al bar, un caffè rancido, bruciato, che ha perso tutte le caratteristiche positive aromatiche, molto amaro, estratto con acqua sporca, in filtri contaminati da estrazioni precedenti. Il caffè è la seconda merce più commercializzata al mondo dopo il petrolio. Si consuma in tutto il globo, noi italiani pensiamo di esserne grandi esperti e grandi intenditori e di avere anche grandi trasformatori che, nei nostri bar, estraggono una bevanda perfetta a regola d’arte. È davvero così? Ci sono delle regole universali per trattare il chicco di caffè e, prima di approcciarsi alla grande invenzione tutta italiana che è la macchina dell’espresso, sarebbe necessario un piccolo corso di formazione. Invece, girando nei bar da Napoli a Trieste abbiamo rilevato una mancanza di cultura e rispetto per quello che è ritenuto un rito italiano. L’aggravante è che il gusto forte napoletano, diventato ormai italiano, prevede una tostatura scura che produce oli in superficie che andrebbero trattati e conservati con professionalità. Invece, i nostri baristi ignorano la problematica compromettendo una materia prima anche di qualità. I torrefattori corrono il rischio della tostatura scura per accontentare un gusto e quindi il mercato.

I respiratori che fanno male alla salute


Nel 2022 Report aveva raccontato la vicenda dei respiratori Philips, i Respironics, ritirati dal mercato mondiale, dopo che era stato accertato un difetto di produzione che causava malattie respiratorie a quanti lo avessero utilizzato (anche durante il Covid sono stati adoperati questi respiratori). Lo scorso febbraio è arrivata la condanna della corte d’Appello di Milano:

La multinazionale Philips - Respironics, che per anni aveva venduto dispositivi medici difettosi, deve pagare una penale di 20mila euro per ogni giorno di ritardo nel ritiro e sostituzione dei suoi prodotti, a partire dalla data del 30 giugno 2023. Lo ha deciso la Corte di Appello di Milano, sezione XIV Civile, pronunciandosi in merito a una class action avanzata dall'Associazione Apnoici Italiani e da Adusbef  assistite dal pool di legali dell’avvocato Stefano Bertone per conto di più di 100mila pazienti italiani.
L’avvocato Bertone aveva seguito la class action portata avanti contro la multinazionale per conto di 100 mila pazienti: i giudici hanno accertato che Philips avrebbe mandato tre lettere ai distributori informandoli della necessità di fare un richiamo, ma trovano soltanto l’ultima. L’opinione dell’avvocato è che le prime due non siano state inviate perché avrebbe preso sottogamba l’intera vicenda.
Adesso partirà la class action europea, di cui l’Italia è capofila, che comprende 1,2 milioni di cittadini europei, persone che hanno queste patologie come il tumore al polmone, oppure parenti di persone decedute per tumore, tumore del naso, tumore della tiroide, leucemie e poi le malattie respiratorie, come asma, bronchiti croniche e enfisemi.

La scheda del servizio: LA POLVERE SOTTO IL VENTILATORE

di Giulio Valesini e Cataldo Ciccolella

Report torna a occuparsi del più grande richiamo di dispositivi medici della storia, ben 15 milioni di respiratori e ventilatori Philips Respironics. L’inchiesta spiegherà qual è lo stato attuale delle class action nei tribunali e come gli enti regolatori stanno gestendo la vicenda. Negli Stati Uniti, l’agenzia statale che si occupa dei dispositivi medici ha obbligato Philips Respironics a sospendere la vendita di gran parte dei suoi prodotti sul territorio americano. Gli stessi prodotti sono però venduti in Italia.

Le grandi opere del Giubileo

Alla fine il Giubileo è diventato il carrello dentro cui mettere tutte le opere (utili o meno) da mettere su un binario speciale, per accelerarne la realizzazione.

Anche il termovalorizzatore, o inceneritore, all’interno delle opere per questo grande evento, verrà realizzato nel 2027, a messa finita.

Dovrebbe sorgere a Santa Palomba, ultimo lembo del comune di Roma, confinante coi comuni di Albano, Pomezia e Ardia in una zona dove oltre ai capannoni sono presenti anche aziende agricole.
Che succederà con l’arrivo dell’inceneritore? Il rischio è quello di perdere le certificazioni perché nessun ente potrà mai garantire una struttura biologica accanto ad un termovalorizzatore – spiega a report uno dei proprietari dei terreni, dove già le acque dei pozzi non sono potabili.

Si tratta delle falde acquifere della zona di Ronchigliano dove è presenta una ex discarica: le bonifiche non sono ancora partite, il comune di Albano ha chiesto alla regione Lazio di istituire una zona ad alto rischio di crisi ambientale sul sito della discarica, che si trova a circa 1 km del futuro inceneritore.
Il sindaco di Albano Massimiliano Borrelli racconta di come in questa area, per legge, non possano essere realizzati impianti per rifiuti o per il loro trattamento di prodotti che possano essere classificati come inquinanti.
Questo impedirebbe la realizzazione dell’inceneritore, se la legge dovesse essere applicata: ma il commissario che sta promuovendo questa opera è Gualtieri del PD, lo stesso partito del sindaco di Albano: “io devo difendere il mio territorio, sono stato eletto per difendere questo territorio”. In effetti tutti i sindaci del territorio sono contro questo inceneritore a prescindere dal colore politico: lo è il sindaco di Ardea, il cui comune è prossimo alla struttura, basta solo attraversare l’Ardeatina, pochi metri. In questo comune la raccolta differenziata supera abbondantemente il 72%, d’estate coi turisti romani, “non avvezzi a fare la differenziata”, si scende sotto il 63%.
Ad Ariccia si trova il più grande ospedale di Roma sud, che dista 3,8 km da questo inceneritore.

Sul lago di Albano, il più profondo dei laghi vulcanici italiani, si affaccia il palazzo pontificio di Castel Gandolfo, la residenza estiva dei papi: il lago è al centro da più di 40 anni di una grave crisi idrica, il vecchio porto ormai è all’asciutto, l’acqua si è abbassata di oltre 6 metri, mancando circa 1,5 ml di metri cubi di acqua ogni anno. Il nuovo inceneritore potrebbe avere delle conseguenza sul lago, perché è sopra la falda dei castelli romani. Sono 10 ettari comprati da Ama al prezzo di 75 euro al metro quadro, per un valore di 7,5 ml di euro: una compravendita che è stata denunciata dalle associazioni locali, in particolare per le incongruenze nell’atto di vendita.

Non ci sono solo i disagi ambientali da mettere in conto: ad un km da dove verrà costruito l’inceneritore è già presente un nucleo di case popolari, quello di Borgo Sorano, 300 appartamenti costruiti in mezzo al nulla. Il primo centro commerciale è a 5 km a cui le persone devono andare per prendere l’acqua, siccome qui l’acqua potabile manca e ci si deve arrangiare con le bottiglie. C’è l’acqua del pozzo che però non è potabile, è acqua ferrosa, sporca. Anche gli abitanti del villaggio ardeatino vivono a poco più di 1 km dal futuro inceneritore e anche loro hanno problemi d’acqua: tutti i giorni le persone devono riempire le bottiglie di plastica con l’acqua che arriva da Acea tramite autobotte, anche qui le famiglie hanno i pozzi, ma l’acqua non può essere usata per bere, “non è buona nemmeno per innaffiare le piante” e ora arriverà il regalo di Gualtieri.

La scheda del servizio: IL SANTO INCENERITORE

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Giulia Sabella, Marzia Amico

Il Giubileo 2025 è ormai alle porte e a Roma si attendono oltre 32 milioni di pellegrini che produrranno ingenti quantità di rifiuti. È così che il commissario per il Giubileo Roberto Gualtieri è stato nominato anche commissario straordinario di governo dei rifiuti di Roma Capitale. Grazie a questi poteri commissariali è stato approvato un nuovo piano rifiuti, che comprende anche la costruzione di un termovalorizzatore. L'impianto però non sarà pronto prima del 2027 e non potrà salvare Roma dai rifiuti dei pellegrini. Ma dove sarà realizzato? E quanto è stato pagato il terreno dove sarà costruito?

Tira una brutta aria a Milano

Ma è vero che Milano è la terza città più inquinata al mondo?

Chi misura la qualità dell’aria, in termini di inquinamento, nelle maggiori città del mondo? La società si chiama IQAir AG: misurano la qualità dell’aria prendendo i dati da tutte le fonti pubbliche a cui possono accedere – spiega l’AD Frank Hammes – “a Milano ad esempio arrivano da due stazioni pubbliche, quelle di Arpa, e da dieci stazioni private, cioè rilevatori di persone private ..”
I dati arrivano cioè da persone comuni, che hanno in casa dei misuratori: ma come fanno ad essere certi che gli strumenti usati dai cittadini funzionino correttamente? L’AD ha risposto che con 300-400 euro si possono comprare strumenti di buona qualità.
Ma il responsabile di Arpa Lombardia per la qualità dell’aria, Guido Lanzani, spiega che loro usano strumenti conformi a quello che prevede la norma del 2008 dell’Unione Europea, ogni stazione costa da 100mila a 150mila euro: “l’importante è utilizzare, per confrontarle, delle misure che siano coerenti coi metodi di riferimento che la normativa prevede. Se metto assieme dati che provengono da sistemi di rilevazione diversi, rischio di dare una fotografia sfalsata.”
Per evitare questo rischio la comunità europea ha imposto degli standard che tutti i paesi europei devono rispettare, a cominciare dal luogo dove installare i misuratori.
Come mai un’azienda privata come IQAir, senza avere gli strumenti adeguati e le competenze scientifiche necessarie, pubblica una classifica delle città più inquinate al mondo?
C’è un possibile conflitto di interesse, poiché IQAir produce depuratori d’aria: questo è il loro business su cui basano il loro profitto. Nulla di illegale, ma rimane la sensazione che queste classifiche facciano parte di una sorta di campagna pubblicitaria.
Per smontare questa sensazione basterebbe che l’azienda mostrasse i dati sulle vendite: c’è stato un aumento delle vendite dei loro dispositivi in Italia nell’ultimo anno? Niente da fare, su questo l’AD dell’azienda risponde che, essendo una società privata, non sono tenuti a mostrare nulla. Ma è proprio questo il punto: possiamo fidarci dei report di IAQAir? I loro dati sono basati su qualche evidenza scientifica? E, poi, chi certifica la qualità dei loro depuratori? Non esiste nessuna certificazione per i depuratori d’aria, lo stesso AD ammette di aver studiato giurisprudenza.

Giusto per chiarire il punto, il responsabile di Arpa Lombardia si è laureato in fisica all’università di Milano e poi ha studiato alla scuola di specialità in statistica sanitaria all’istituto dei tumori, sempre a Milano.

Un fattore dell’inquinamento atmosferico di Milano si trova però fuori dalle mura cittadine, l’allevamento intensivo: i liquami degli allevamenti intensivi sono particolarmente ricchi di ammoniaca contenuta nelle urine degli animali – racconta a Report Adriana Pietrodangelo ricercatrice del CNR – le molecole dell’ammoniaca sono leggere e una volta emesse interagiscono tra di loro e da gas come erano originariamente, formano particelle solide.

In Italia il 60% degli allevamenti intensivi è concentrato nella pianura Padana e, come riportato in uno studio di Greenpeace, la mappa degli allevamenti intensivi e la mappa dove si trova la più alta concentrazione di ammoniaca combaciano alla perfezione. Ma esiste una alternativa a questo sistema?
Secondo Slow food la risposta sta negli allevamenti distensivi: allevamenti dove gli animali possono stare allo stato brado, non sono pompati dal punto di vista alimentare. Sono aziende sostenibili, dove si è creato un circuito completo dalla produzione agricola fino alla vendita diretta della carne bovina.

Stefano Chellini è uno di questi allevatori “sostenibili”: quanto inquina il suo allevamento? “Mi verrebbe da dire che non inquiniamo niente, anzi, aumentiamo la biodiversità, senza considerare che il pascolo è un ottimo sequestratore dell’anidride carbonica.”
E’ un modello replicabile che però richiede un impegno a tutti i livelli, sin dalle scuole e università che devono formare tecnici e futuri agricoltori con una mentalità maggiormente improntata alla sostenibilità e ad una agricoltura ecologica e anche poi di una azione di informazione verso il consumatore.
“Il sacrificio maggiore sarebbe quello che anziché mangiare carne sette giorni su sette, mangeremo carne due volte la settimana però proveniente da un allevamento allo stato brado.”
Nel futuro dovremmo tenere conto anche degli allevamenti nel tema dell’inquinamento e delle emissioni: la direttiva sulle emissioni industriali del Consiglio europeo dello scorso 12 aprile, per la prima volta ha incluso anche gli allevamenti intensivi, ma il governo italiano ha detto no, preferendo difendere le posizioni di queste strutture non sostenibili e inquinanti.
“Noi volevamo l’esclusione dei maiali” risponde il ministro Pichetto Fratin, ma noi che abbiamo meno bovini della Francia abbiamo fatto più opposizione di loro.

La posizione del governo Meloni è veramente poco lungimirante.

La scheda del servizio: CHE ARIA TIRA? di Marco Maisano

"Milano è la terza città più inquinata del mondo”. Questa è l’affermazione, errata, pubblicata qualche mese fa da molti media italiani. Un'affermazione basata su una classifica che mette in gara i livelli di inquinamento delle principali città del mondo. Ma chi stila questa classifica? Una società svizzera che si chiama IQAir e il cui business, anche se nessuno se n’è accorto, è la produzione di purificatori d’aria. Nonostante l’affermazione errata, però, l’Italia si ritrova comunque nel bel mezzo di un’emergenza sanitaria. Milano non è la terza città più inquinata, ma i suoi livelli di inquinamento atmosferico, assieme a quelli di molte altre regioni italiane, supera, e non di poco, i limiti imposti dall’OMS e dall’Unione Europea. Il risultato? Migliaia di persone muoiono prematuramente a causa delle polveri sottili in atmosfera. Ma la politica italiana, nonostante le sanzioni in arrivo, sta già chiedendo deroghe al raggiungimento degli obiettivi di risanamento. Un fatto, avverte la comunità scientifica, che causerà centinaia di migliaia di morti entro il 2035

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.


11 dicembre 2023

Report e la due diligence sul finanziamento ai partiti – i respiratori di Philips

C’è (ANCORA) POLVERE NEL VENTILATORE di Giulio Valesini

I ventilatori di Philips, usati anche nel corso della pandemia per Covid, sono stati oggetti del più grande richiamo di dispositivi medici della storia.

Erano macchine che creavano problemi alle persone che lo hanno usato, problemi segnalati da anni, ben prima del richiamo del 2021: dentro i respiratori era presente una schiuma di poliuretano che si staccava entrando dentro l’apparato respiratorio.

L’ispezione dell’FDA ha fatto emergere che dietro c’è stata una negligenza da parte dell’azienda, che sapeva dei problemi del particolato.
Alcuni esami fatti da Philips hanno accertato il rischio di tossicità usando questi respiratori, Report ha allora contattato il centro Polimeri di Reggio Emilia per testare sei campioni di schiuma di poliuretano prelevati dai dispositivi Philips: dopo 3 settimane di analisi i risultati non sono stati confortanti, le celle che compongono le schiume di poliuretano perdono pezzi.
“Questa è una cella completamente aperta” spiega Alex Bonardi direttore del centro “questa è una parzialmente aperta”, la prova al laboratorio che la schiuma perde del materiale.
Quali gli effetti se questi materiali sono inalati? “Inalandole entrano nel sistema respiratorio i singoli frammenti che a loro volta possono essere fonti di rilascio di sostanze chimiche.”
Quante sostanze, che possono essere inalate usando queste macchine, sono state trovate? “25 – 30 sostanze, parliamo di idrocarburi a catena lunga di tipo insaturo, quindi degli alcheni, parliamo di alcoli, di ammine, di aldeidi, che sono cancerogeni.”
In che quantità sono presenti? “Un numero significativo che sostanzialmente non tende a cambiare di molto nel tempo, anche per lunghi periodo di uso di questi dispositivi, questo poliuretano progressivamente si fa a degradare è una fonte importante di rilascio continuativo nel lungo periodo.” In più, la schiuma contenuta nei dispositivi Philips non è biocompatibile.

Philips ha perso la causa fatta in Italia dai pazienti che hanno usato i loro dispositivi, deve versare 4 ml di euro alle persone che hanno aderito alla class action, ma non si sa ancora quanti dispositivi siano ancora in circolazione.

Ma c’è di peggio: Philips sapeva dei problemi dei loro dispositivi da prima della pandemia e dal richiamo del 2021: nel 2018 un ingegnere della Philips invia una mail a Bonnie Peterson, della Polymer Technologies, l’azienda che rifornisce Philips delle schiume di puliuretano usate dentro i respiratori, l’ingegnere è preoccupato “abbiamo ricevuto delle lamentele da parte dei nostri clienti secondo cui la schiuma si sta disintegrando. Il materiale si stacca e viene trascinato nel percorso dell’aria del ventilatore, come si può immaginare questa non è una buona situazione per i nostri utenti [..] Ho segnalato questo messaggio con importanza poiché stiamo affrontando un potenziale problema di sicurezza”.
La risposta da Polymer Tech
nologies arriva tre giorni dopo perché il problema era già noto da anni: “siamo stati contattati nel 2016 per questo problema, abbiamo inviato campioni di polietere ma non abbiamo avuto notizie dei risultati e abbiamo continuato a fornire il poliestere.”
Il fornitore dunque aveva avvisato Philips, il polietere è più resistente ma la multinazionale ha continuato ad ordinare il poliestere per la schiuma dei suoi dispositivi ignorando la segnalazione e così i rischi per la salute dei pazienti.

Come mai questa sottovalutazione di un problema noto sin dal 2015- 2016?
Jan Kimpen, direttore medico della Philips ha spiegato che fino al 2020 avevano solo reclami minori, pochi che arrivavano dai pazienti e un po’ di più che arrivavano dai distributori. Ma in ogni caso non possono più dire che conoscevano il problema solo dal 2021.
Segnalazioni di incidenti sono arrivate all’azienda sin dal 2011, ben prima dello scambio di mail con Polymer Technologies: il servizio di Giulio Valesini ha raccontato che dietro questo atteggiamento della multinazionale olandese c’è stata l’acquisizione da parte di Philips di Respironics (società leader nel settore dei respiratori), il focus da parte dell’azienda era sulle vendite, non sulla cura dei pazienti.
I pazienti hanno respirato per anni sostanze tossiche, potenzialmente cancerogene. Tutto perché il poliuretano è più economico.

Per l’ISS, che aveva fatto una sua indagine nel 2021 ha stabilito che per un uso a breve termine non ci sono rischi con questi dispositivi, ma nel giugno scorso l’istituto ha cambiato parere bacchettando Philips: il problema grave è che a distanza di due anni dal richiamo ancora mancano dei test indipendenti per capire meglio la rischiosità di queste macchine.
Il tribunale di Milano ha condannato Philips a completare il richiamo entro il 2023: siamo stati considerato pazienti di serie B, Philips non ha completato la sostituzione di tutti i dispositivi perché l’azienda non riesce a rintracciarli tutti, manca un registro dei dispositivi medici.

Ad agosto Exor ha acquistato il 15% di Philips: ha sfruttato il calo del valore delle azioni della multinazionale, per questo scandalo, per poter poi entrare nel settore mediale.

Exor potrà aiutare Philips a recuperare la sua immagine dopo lo scandalo – racconta Report a chiusura del servizio.

Finanziamento ai partiti di Luca Chianca

Si avvicina il mercato delle elezioni, per le prossime europee: la campagna elettorale è già iniziata a settembre, con la guerra all’interno della destra tra Salvini e Meloni.

Per la Lega l’asso della manica potrebbe essere il generale Vannacci: notizia di questi giorni la chiusura dell’esposto del generale sulle morti per uranio impoverito, presentata al tribunale di Roma.

Report ha intervistato il sottufficiale Leggiero, che aveva presentato l’esposto assieme a Vannacci: aveva presentato la candidatura del generale al ministro Crosetto, perché la sua casa naturale sarebbe proprio FDI. Ma dopo l’uscita del libro, Crosetto ha preso le distanze, il contenuto del libro mette in imbarazzo persino fratelli d’Italia.
Con chi si candiderà allora Vannacci? Con Alemanno? Forse.

Ma chi strizza l’occhio al generale è Salvini: secondo Leggiero, ci sarebbero delle promesse da parte del partito di Salvini sulla candidatura.

Una fonte interna al partito si parla di 200-300 mila euro, come risarcimento per la mancata elezione del generale come eurodeputato per la Lega di Salvini.
Il generale non conferma, anzi smentisce il contratto.
Come militare non potrebbe stringere un accordo con alcun partito politico: una volta si pagava per essere eletti, oggi col generale è il partito che paga un candidato che avrebbe anche l’appoggio dello Stato Maggiore.

Il bilancio della Lega non è positivo, se fosse un’azienda sarebbe in crisi: il 2 x mille è in calo, l’avanzo di gestione è peggiorato, c’è una perdita per 4 ml di euro causati dalla campagna elettorale. I costi del partito sono saliti a 12 ml (di fronte a 1ml di euro dal 2xmille): grazie ai contributi dei privati, 7 ml di euro quasi tutti dai parlamentari eletti, il debito si è fermato a 4 ml.
Su questi soldi ancora manca una vera trasparenza: Report ha raccontato la soria di un finanziamento da parte del gruppo del Senato della Lega alla cognata del tesoriere Di Rubba.
Bisognerebbe indicare, nelle rendicontazioni, sia la causale, che il destinatario, ma così non è.

Report si era occupato della vicenda della Lombardia Film Commision: un capannone acquistato da un ente regionale, pagato 800 mila euro ma il valore iniziale era 400 mila euro, valore aumentato grazie ad una serie di prestanomi, come Luca Sostegni.
Di questa storia Report ha cercato di parlarne con Salvini, senza successo: come mai la “promozione” di Di Rubba, nonostante le due condanne (non ancora definitive, va detto)?

Dopo la fine del finanziamento pubblico, l’unica fonte di soldi pubblici sono i 55 ml di euro dei contributi di Camera e del Senato, che possono essere spesi per attività politiche, senza indicare però il destinatario del contributo (come nel caso della cognata di Di Rubba).
Ma chi controlla su questi versamenti? Alla fine, i partiti si controllano da soli.

Luca Chianca è andato fino a Predappio a seguire la commemorazione dei fascisti per la marcia su Roma (cose vietate in una Repubblica democratica che dovrebbe riconoscersi nell’antifascismo).

Nel 2017 la cripta di Mussolini fu restaurata dalla fondazione Alleanza Nazionale, con risorse probabilmente pubbliche: l’operazione fu seguita da Roberto Petri, ex capo segreteria di Ignazio La Russa, presidente dell’immobiliare di An.

Né Petri, né la fondazione vogliono oggi parlare della restaurazione: la fondazione di AN è ricca oggi, dentro ci sono 32 ml di euro di liquidità, buona parte sono rimborsi elettorali.

In questi anni il numero di deputati di FDI è cresciuto, assieme alle donazioni sia degli eletti che degli elettori: soldi sono arrivati anche dalla fondazione AN, dentro cui si trova ancora Gasparri, assieme ad Alemanno.
La fondazione AN è la cassa del partito di Meloni: oggi ha messo sotto sfratto la sede del partito a Rimini, per metterla a reddito, senza che i rappresentanti locali del partito ne sapessero qualcosa.
Gli immobili della fondazione sono stati affittati, ma non si sa a chi: sono gestiti dalla immobiliare Italimmobili che ha come capo Roberto Petri. Report ha raccontato del contrasto tra Petri e l’avvocato Minutillo, sostenendo che il primo sarebbe iscritto alla Massoneria.
Petri ha s
mentito: ufficialmente il partito di Meloni non ammetterebbe i massoni al suo interno, ma nella storia del Movimento Sociale non mancano esponenti iscritti alla massoneria.

Come Paolo Romeo, un esponente del partito di cui si era già occupata Report in un servizio di Giorgio Mottola.

Report ha incontrato Gaetano Saya: a Report racconta di aver fatto parte della Stay Behind italiana, la struttura Gladio. Nel 2005 fonda il Nuovo Movimento Sociale Destra Nazionale e registra il simbolo con tanto di fiamma, come opera protetta dal diritto d’autore e nel 2011 lo fa anche presso l’ufficio marchi e brevetti. Infine registra anche la fiamma, con e senza la scritta MSI: la stessa fiamma che troviamo nel simbolo di Fratelli d’Italia, cosa che non è stata gradita da Saya.

La fiamma è nostra e lo dicono i documenti”: Saya ha registrato come opera protetta un simbolo riconosciuto da tutti e usato da almeno 70 anni, ma che nessuno prima di lui ha mai pensato di brevettare. Il simbolo brevettato da FDI è quello col cordino, senza fiamma, racconta a Luca Chianca.
Nel 2014 la fondazione Alleanza Nazionale, che usava ancora la fiamma nel simbolo, la concede a FDI, prima con e poi senza la scritta MSI e quel simbolo è stato depositato presso la commissione che vigila sui partiti politici e che certifica che possano accedere ai finanziamenti privati e al 2xmille.
Report ha sentito su questo punto Amedeo Federici, membro di questa commissione: “se non mi arriva un provvedimento coercitivo non posso, ma perché me devo impiccià? Sono soggetti privati [..] Finché non c’è un provvedimento di un giudice competente, non gli posso dire nulla.”

Chi è il proprietario della fiamma? Il ministero del Made in Italy di Urso ha risposto a Report di non essere competente, stessa risposta da parte del ministero della cultura.

Le fondazioni hanno salvato l’ex DS dalla crisi: il partito ha un debito da 150 ml di euro, per salvare il partito dai debiti sono state create delle fondazioni a cui sono state confluiti i beni del partito. È la storia raccontata dal tesoriere Sposetti, che a Report racconta che si colpiscono gli scandali ma non i partiti.

I fondi pubblici sono stati abiliti dal governo Letta nel 2013: al posto del finanziamento pubblico arrivano le erogazioni dei privati, con tetto a 100mila euro e col 2 x mille.
Dopo gli scandali Belsito e del tesoriere della Margherita Lusi, montava l’antipolitica: la legge di Letta non tocca però le fondazioni, che rientrano nei controlli solo con la legge Spazzacorrotti del M5S.

Ogni partito nel frattempo si è fatto la sua fondazione, compreso Renzi con la sua Open: nel 2019 l’indagine della procura di Firenze si occupa proprio di questa, in particolare per dei favori con Toto in cambio di consulenze ottenute dal presidente Bianchi.

Tra i finanziatori della Open c’è l’imprenditore Librandi con le sue società: avrebbe pagato lui il volo di Renzi verso gli USA per il memoriale di Kennedy.

Secondo Bianchi i finanziamento furono spontanei da parte di Librandi: i finanziamenti alle fondazioni possono sforare i limiti a 100mila euro, come quelli di Librandi e di Toto.
Secondo la procura i finanziamenti erano invece finanziamenti al partito di Renzi: la corte costituzionale ha deciso illegittimi i sequestri dei documenti da parte della procura, deciderà il senato.

A decidere la nomina del nuovo procuratore capo a Firenze sono stati, nel CSM, proprio Bianchi, imputato nel processo.
L’inchiesta della procura di Firenze su Open ha fatto emergere una serie di professionisti che il PD aveva ingaggiato per analisi di marketing, campagne di comunicazione, ricerche sui social e che non erano stati pagati per prestazioni da centinaia di migliaia di euro (quelle erano le priorità nel PD renziano).
Uno di questi racconta, senza mostrare il volto, di aver poi fatto una mediazione con cui è riuscito a rientrare in parte con quella che gli era dovuto, da 108 mila euro chiesti alla fine ha incassato solo 65mila euro: “date le dimensioni nostre rispetto alle persone con cui avevamo a che fare era anche obiettivamente difficile chiedere ed ottenere di più”.
Pochi mesi prima delle elezioni del 2018 la fondazione commissiona ad un’altra società nuove indagini sulla social intelligence per 47mila euro: “avevamo intercettato la crescita esponenziale di Salvini e dei suoi amici, una cosa paurosa, mentre lui stava scendendo quegli altri stavano salendo a picco”. La società, per questi lavori fatti a fine 2017, scrive alla fondazione pochi mesi prima delle elezioni del 2018, il presidente Bianchi propone uno sconto di 10mila euro.
“In quel momento quando ti trovi di fronte ad un soggetto in crisi e che si avvia verso il fallimento purtroppo bisogna scendere a questi patti”.
Nessuna causa, meglio accettare lo sconto, “almeno ci paghiamo il lavoro fatto” racconta a Report una responsabile di questa società.

Il PD negli anni del referendum ha accumulato debiti per queste attività di marketing e sui sondaggi: strategia che oggi Renzi ha cambiato, basta sondaggi.

Luca Chianca ha intervistato Renzi alla festa del partito: il senatore ha scelto di non rispondere, tocca al tesoriere rispondere: fino al 15 settembre non aveva donato nulla al suo partito, il primo versamento è stato di 5000 euro, in totale ha contribuito per 30000 euro.

Sono stati più generosi i privati: in donazioni ha preso 2ml di euro, mentre 1,2 ml di euro sono arrivati dal 2 x mille.

Il bilancio però è in rosso per 54mila euro: il servizio fa notare come siano alte le spese di rappresentanza, ma va tutto chiesto al tesoriere, Bonifazi (ex tesoriere PD), che ha scelto di non rispondere alle domande.

Il PD è ancora alle preso coi debiti della passata gestione renziana: come fare a riempire le casse?

A Padova il deputato Zan, ha organizzato il festival Village Pride, che si chiama Virgo: ogni anno al festival si superano 200mila presenze.

L’onorevole Zan è proprietario della Be Proud, la società che organizza il festival, incassando anche 1,3 ml di euro: Report ha chiesto al deputato se ci sia un conflitto di interessi tra questa azienda e la sua attività politica, essendo Padova il suo collegio elettorale.

Non è un evento commerciale – spiega l’onorevole a Report – è un evento in cui tutto quello che viene guadagnato viene riversato nell’iniziativa, non c’è nessun tipo di guadagno.
Non c’è il rischio di un conflitto di interessi con una società che ha un giro d’affari sugli stessi temi su cui l’onorevole è impegnato? “Ho prestato il mio nome per dare una mano, lo faccio con spirito di servizio, a titolo gratuito”.

Be Proud, che nel 2021 ha ricevuto i ristori covid come tutte le aziende nel settore dell’intrattenimento, ha versato 50mila euro nelle casse del PD.

Ci sono fondi pubblici per le aziende se vogliono ricevere la certificazione di parità e in Italia ci sono società che fanno consulenza per avere questa certificazione, come Obiettivo Cinq
ue.
Dentro questa società si trova la moglie dell’ex ministro Franceschini, Michela Di Biase: secondo una fonte interna dell’agenzia, l’agenzia è nata su idea della stes
sa Di Biase, che conosceva da tempo della legge, sfruttando le sue conoscenze nel palazzo.

Quella della parità di genere è una battaglia politica o anche un interesse economico?

Tra i clienti di Obiettivo Cinque ci sono tante società, come Ania e oggi punta anche ai fondi del PNRR.

Diversamente dal senatore Gasparri, sia Di Biase che Zan hanno dichiarato alla Camere le loro partecipazioni dentro attività private.

Gianni Cuperlo contribuisce al partito con 50000 euro: racconta a Report di come si siano trasformati i partiti “oggi sono partiti costruiti come comitati elettorali permanenti che transitato da un elezione all’altra e macchine del consenso che servono anche a garantire un certo ceto politico, di finanziarsi ma anche di avere un ruolo, un peso politico nella vita di questi partiti perché nel momento in cui non ci sono più fonti di finanziamento pubblico sono sono i contributi degli eletti nei singoli partiti che garantiscono la tenuta in vita di queste forze anche sotto gli aspetti operativi.”
E’ una corsa al seggio permanente dove tutto è legato al numero degli eletti ma anche, soprattutto, al loro patrimonio che gli consente di finanziarsi la campagna elettorale.

Tra qualche mese voteremo per il Parlamento Europeo, quando costa farsi eleggere – si chiede Cuperlo nell’intervista: “se non ha le risorse necessarie, devi comunque prenderti l’impegno per garantirle e quindi di rateizzare quel contributo nel corso della legislatura..”
Nessuna cambiale, il deputato ha scelto di rateizzare il contributo di 15 mila euro al Partito Democratico Nazionale e 35 mila euro al PD regionale dove io sono stato indicato ed eletto.
Soldi che Cuperlo verserà in modo rateizzato.
Chi ha alle spalle un buon reddito, chi garantisce maggiore visibilità al partito e dunque ha maggiori possibilità di prendere più voti, viene scelto. Le competenze e anche l’etica, in generale, passano in secondo piano.

Il M5S è stato tra i principali sostenitori dell’abolizione del finanziamento pubblico, sulla scia dei tanti scandali: come si finanzia il partito di Conte?

Risponde il presidente del movimento Giuseppe Conte: “Tutto il grosso, 4,5 milioni di euro, arrivano dagli eletti, parlamentari e consiglieri regionali che per vincolo statutario e per codice etico devono versare un contributo.”

Soldi che, diversamente da altri partiti, vanno ad alimentare sia l’ordinaria amministrazione che un fondo per progetti di beneficenza.
Ogni deputato restituisce 2500 euro ogni mese: come gli altri partiti è il contributo degli eletti a garantire la sopravvivenza di un partito e il numero di parlamentari sposta milioni di euro.

Con meno eletti oggi, si muovono meno soldi: il tema dei mancati fondi è tornato in agenda politica la scorsa estate, a porlo è stato uno dei colonnelli dei 5 stelle, Stefano Patuanelli, in una intervista al Corriere della Sera.
Con l’abolizione del finanziamento ai partiti si sono confusi i costi della politica coi costi della democrazia – questo era il senso della sua uscita, che suscitò una reazione negativa anche all’interno del movimento, quello di Patuanelli è solo un parere personale disse Conte.
“Ho spiegato che, in un mondo ideale, il finanziamento pubblico dovrebbe sostenere almeno parzialmente, quei costi, senza finanziamento pubblico c’è il privato e non è detto che sia meglio.”
C’è stato un chiarimento tra Conte e Patuanelli, quest’ultimo non intendeva tornare al vecchio sistema.

Oggi il M5S chiederà comunque soldi pubblici accedendo al 2 x mille, cosa una volta impensabile: i tempi cambiano, purtroppo. Va detto che i bilanci del passato erano in attivo, ma col taglio dei parlamentari - altra riforma voluta dai 5 stelle – mancheranno i versamenti, ma ora hanno il cuscinetto, spiega il consulente di Report Gian Gaetano Bellavia, “nel cuscinetto della liquidità vecchia avranno il 2xmille e forse ce la fanno. È chiaro che devono ridurre i costi..”

Tra i costi che si dovrà tagliare ci sono i 300mila euro che ogni anno il movimento da a Beppe Grillo, sotto forma di consulenza per la comunicazione.
Perché non dovrei avvalermi di Beppe, prendendo un esperto esterno, prova a spiegare Conte, ma è come se Forza Italia avesse pagato per anni Berlusconi, che poi era quello che metteva i soldi nel partito: “io mi avvalgo di un comunicatore, che non ha un ruolo politico [sebbene sia il garante], l’essere garante è un vantaggio per me..”
Forse non si dovrebbe pagare un garante, proprio per garantirne il suo ruolo: “ma le regole le vuole fare lei?” la risposta di Conte al giornalista di Report che lo poneva di fronte a queste incongruenze.

Tutti i partiti chiedono soldi agli eletti, anche Forza Italia (sebbene in quel partito non tutti pagano, come emerso da un passato servizio di Report): cosa accadrà al M5S se non dovesse trovare soldi dagli eletti? Dovrà rinunciare al supporto come comunicatore di Grillo?

Ma il partito paga come consulente ex deputati che hanno finito il loro secondo mandato, come Crimi e Taverna, assieme all’ex deputato Puglia, che oggi si occupa delle buste paga.
R
eport ha scoperto che non ci sono obblighi di trasparenza per i contributi alla Camera, diversamente dal Senato: qui però non va indicato a chi arrivano i soldi, per una questione di privacy racconta Patuanelli.

Ma spulciando tra le spese al Senato del 5S, ci sono delle consulenze a diversi soggetti, senza destinatario: si tratta del lavoro per le buste paga, affidato a Sergio Puglia, ex senatore.
Altre sono consulenze fatte dal 5S ad ex esponenti del mo
vimento, come Crimi e Taverna, oggi diventati collaboratori dei parlamentari in Camera e Senato.

A vigilare sui finanziamenti, sulle candidature, c’è la commissione di garanzia degli Statuti e di Trasparenza, che però lavora senza personale a sufficienza e senza budget: sono una commissione di garanzia ma non sono una autorità indipendente, non riesce a vigilare a sufficienza, chi dovrebbe dare fondi sono gli stessi vigilati.

Il controllo della trasparenza rimane una Chimera: il Belsito di turno potrebbe comprare dei diamanti, facendoli passare per una consulenza.


21 giugno 2022

Report – la scorta dei vaccini, i soldi per la sanità e i respiratori della Philips

DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni

Nell'anteprima Report si occupa del caso Palermo, dove alle amministrative ha vinto l'uomo degli impresentabili, il candidato di Cuffato e Dell'Utri.
La condanna (per favoreggiamento mafioso) è finita, dicono i sostenitori di Cuffaro, ora può tornare alla politica, non farà gli stessi errori. Forse.
L'ex presidente ha riportato il simbolo della DC, non ha chiesto niente a Lagalla, si è pentito – così dice – e ora non vuole ripetere gli errori. Il futuro della Sicilia è il passato, l'usato sicuro?
Di certo Cuffaro porta voci ad un nuovo raggruppamento di centro, che ha dentro Forza Italia e Italia Viva con Renzi.
Il tutto è nato da una cena a Firenze tra Renzi e Micciché, per arrivare a Forza Italia Viva. Certo, a Palermo IV ha candidato Faraone, ma ad aprile quest'ultimo si è ritirato e ha dato il suo appoggio a Lagalla.
Anche Dell'Utri, altro condannato per mafia (per concorso esterno) ha appoggiato Lagalla: è stato lui ad incontrare i vertici di Forza Italia per puntare sull'ex rettore su cui far convergere i voti del centrodestra. Ma su Lagalla puntano anche gli esponenti di Italia Viva di Palermo, Dario Chinnici e Toni Costumati, che nonostante le parole di Renzi, stanno ancora dentro IV.

Cuffaro non può candidarsi, per la condanna, ma vuole tornare a fare politica: l'insegnamento che vuole dare ai giovani e “non fate come me, non seguite i miei errori”.

Campeggia nella sala dell'intervista la scritta la mafia fa schifo: ma a qualche candidato la mafia non fa schifo, come al candidato Lombardo di Fratelli d'Italia, il partito della Meloni.
Anche il candidato di FI Polizzi ha chiesto voti ad un mafioso, il costruttore Sansone, che negli anni '80 frequentava Riina nella latitanza.

Oggi nessuno si ricorda di questo Polizzi e dei suoi incontri con Sansone .. queste cose le sa lei, io non lo conosco …
Ma gli arresti dei due candidati non hanno bloccato la vittoria di Lagalla che oggi commenta stupefatto lo scoprire che è la politica che oggi cerca la mafia.
“Noi i voti mafiosi non li vogliamo” tuona il nuovo sindaco e, aggiunge Micciché, non esiste che i soldi del PNRR (198 ml solo per Palermo) finiscano nelle mani di cosa nostra.
Ma i voti dei clan, promessi ai candidati arrestati, a chi saranno andati?
In Sicilia, come in Italia, il bene e il male sono difficili da distinguere e il rigore morale, almeno verbalmente, non basta.

QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

I vaccini che abbiamo acquistato e che continuiamo a comprare sono stipati a Pratica di Mare e che sono custoditi in container refrigerati. Oggi, con la diminuzione delle vaccinazioni, si fanno delle consegne alle regioni ogni due settimane, circa, ma una volta a settimana ci sono degli arrivi dalle case farmaceutiche.
Perché le consegne non si fermano? Perché non si tracciano le dosi comprate e quelle somministrate: nel solo 2022 l'Italia ha comprato 138ml di dosi, una cifra che consentirebbe di rivaccinare due volte il paese. Ma oggi ai centri vaccinali c'è il deserto.
La quarta dose andrà somministrata solo ai pazienti a rischio: secondo Crisanti, fino ad ottobre la maggior parte della popolazione si sarà ammalata e non avrà bisogno della quarta dose. Cosa ce ne facciamo allora delle dosi stoccate a Pratica di Mare?
Ci sono anche vaccini che abbiamo comprato e che ancora nono sono stati approvati, ci sono vaccini che si possono dare solo alle prime dosi e che dunque difficilmente saranno usati.

Così nei contenitori frigoriferi ci sono dosi in scadenza, sebbene gli Pfizer hanno avuto una proroga per la scadenza: le dose in surplus sono così donate ai paesi poveri.

Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinate” racconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Follow The Doses ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

Un brutto esempio di Apartheid vaccinale: i paesi ricchi si sono accaparrati le dosi, facendo alzare il prezzo delle dosi e mettendo in crisi i paesi poveri nel sud del mondo, a cui oggi facciamo la carità. In Africa solo un quinto della popolazione ha compiuto un ciclo completo di vaccinazione.

Cosa faremo se dovessero arrivare sul mercato vaccini moderni, maggiormente efficati con Omicron? Buttiamo via quelli già comprati?

In Europa ci sono paesi che non vogliono più pagare i vaccini: la commissione Europea ha stretto allora un accordo con Pfizer e Moderna, per rimandare il pagamento di queste dosi. Ma in Polonia non la pensano così, le spedizioni di vaccino le vogliono interrompere, così a marzo hanno smesso di pagarle. Per causa di forza maggiore, tirando in ballo la guerra in Ucraina e i profughi.

Attorno a questa strategia vaccinale si sta creando una nuova coalizione di Visegrad per non pagare i vaccini, almeno per spalmare i contratti su più anni: le dosi di troppo rischiano di diventare un caso europeo, nato dai contratti ancora oggi secretati dalla commissione Europea con le case farmaceutiche.
I contratti con Pfizer non sono equi – racconta il ministro polacco – li abbiamo firmati ma eravamo costretti.
Eppure in commissione UE pensano che la strategia vaccinale sia stata un successo: forse per le multinazionali del farmaco, non per i cittadini europei. La commissione oggi non ha alcuna intenzione di rivedere quei contratti, in alcun modo.

E l'Italia cosa farà? IL ministero italiano non ha risposto a Report, nemmeno alla domanda su che cosa faremo con le dosi in più. Quelle dosi sono costate 2,5 miliardi di euro.

FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini,Cataldo Ciccolella

Giulio Valesini racconta la storia dei ventilatori della Philips, usati inizialmente da chi soffre di apnee notturne e, in seguito, dai malati di covid. La Philips ha dovuto richiamarli per un difetto che rende questi dispositivi potenzialmente pericolosi.

Durante la pandemia l'azienda ha venduto tanti respiratori, fino al richiamo fatto nel 2021, il più grande della storia di dispositivi elettronici.

Molti pazienti che li avevano usati raccontano oggi di aver denunciato problemi per anni, senza essere creduti: quei respiratori contengono una schiuma che poteva generare delle particelle, per sbriciolamento, che se inalate possono dar luogo ad una risposta infiammatoria.
Peggio ancora se il paziente non era sano, perché ammalato di covid.

In America l'ente di controllo ha chiesto alla Philips di ritirare subito i dispositivi, in Italia si è scelta una via soft, di fatto solo il 20% dei respiratori in questo paese sono stati sostituiti o riparati.

Quello che sembra un incidente nasconde invece una negligenza: la relazione dell'FDA nella sede in America parla di 222mila reclami legati allo sgretolamento della schiuma fonoassorbente, rimasti nel cassetto. L'ispettore ha scoperto che Philips sapeva già dal 2007 che questi dispositivi potevano rilasciare queste particelle, ma ha continuato a venderle.

Ma oggi Philips non ha oggi tutte le macchine per sostituire quelle a rischio: alla fine cosa succederà?
Oggi Philips, di fronte alle telecamere di Report, ha chiesto scusa ai suoi clienti: prima del 2020 – racconta Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips – le segnalazioni erano poche, ma in realtà il problema era noto almeno dal 2015.

Tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Perché gli studi sui rischi dei dispositivi non sono fatti da enti terzi?

Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti (e questo ha rassicurato anche il nostro ministero della Salute). Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto alla domanda di Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips: c'è stato ma è terminato spiega il medico (che oggi non lavora più con Philips). In realtà nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

Non sono test tranquillizanti: altri test arriveranno nei prossimi mesi, che si aggiungeranno a quelli arrivati a BFARM che hanno tranquillizzato i medici, ma che in realtà non sono stati condivisi con nessuno, nemmeno col ministero della salute italiano.

Report ha fatto analizzare dei campioni del poliuretano dentro questi device per capirne la bio compatibilità: le celle che compongono le schiume perdono i pezzi – spiegano al centro polimeri di Reggio Emilia – perde del materiale che può essere inalato e che possono rilasciare sostanze chimiche nel nostro corpo. Idrocarburi insaturi, alcoli, ammine, aldeidi (sostanze cancerogene): questa schiuma, quella della Philips, non è biocompatibile.

Lo racconta Report, doveva dirlo il ministero, gli enti di controlli, le agenzie.

I pazienti oggi stanno citando a giudizio la multinazionale olandese che ha accantonato centinaia di milioni per questo rischio: per le class action però ha reclutato un team di avvocati per respingere le richieste di risarcimento.

Un ex manager della Respironics, l'azienda comprata dalla Philips per i respiratori, spiega a Report che il problema è molto più vasto, perché molti dispositivi in Oriente non sono stati registrati, sono fuori dalle campagne di recall. Significa che ci sono persone che li stanno usando e la cui salute è a rischio.

Il ministero della Salute non ha i dati dei pazienti covid che hanno usato dispositivi Philips, alcuni sono ancora in uso.

IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale

Nel maggio 2020 il ministro Speranza ha investito 1,4 miliardi di euro nelle terapie intensive (e terapie sub intensive, per ammodernare i pronto soccorsi): mai più le scene della prima ondata, con gli ospedali senza più posto per i malati. Ma come sono stati spesi questi soldi?

Ma al Cardarelli il pronto soccorso è in stato pietoso: l'inferno in terra per i malati è qui, così diversi medici del pronto soccorso hanno presentato le loro dimissioni.

All'ospedale San Paolo, sempre a Napoli, mancano medici in accettazione. Al San Giovanni Bosco, il pronto soccorso non può aprire perché qui mancano proprio i medici accettisti.

Il Loreto Mare era un presidio Covid: oggi è free covid ma è ancora chiuso.

La regione Campania ha puntato ad un nuovo presidio ospedaliero, l'Ospedale del Mare: il direttore del 118 di Napoli racconta di medici che se ne sono scappati da Napoli, mettendo a rischio il diritto a vivere (nemmeno il diritto alle cure).

Durante la pandemia abbiamo sacrificato i posti letto per curare i pazienti covid, così abbiamo fatto saltare cure, operazioni non prorogabili. Oggi il dato della mortalità è cresciuto, siamo al massimo dal dopoguerra, e ondata dopo ondata, nulla è cambiato nella sanità.

Claudia di Pasquale è andata negli ospedali nel Lazio, col caso di Teresa Brogna e della madre, rimasta in pronto soccorso per sei giorni. Mancavano i posti nell'ospedale di Latina, eppure questa struttura avrebbe a disposizione 6 ml per ampliare i posti letto disponibili.
3 ml spettavano all'ospedale di Civitavecchia, invece: ma nemmeno qui i posti sono stati creati, nonostante siano state fatte le gare.
A Palestrina, il direttore dell'ASL 5, soggetto attuatore, nemmeno conosceva i nomi delle ditte che hanno fatto i lavori per creare i nuovi posti in terapia sub-intensiva.
Al Sant'Andrea i costi sono saliti da 5 a 9 ml di euro, a pari posti letto creati (24), peccato manchino i medici per questi posti.

Nel frattempo al Sant'Andrea hanno chiuso reparti di chirurgia, così si è fatto un accordo di convenzione con una struttura privata per fare queste operazioni.

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato.

Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?

Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Non sono stati fatti interventi oncologici, perché i pazienti dopo l'operazione dovevano andare in terapia intensiva, ma questi posti erano occupati dal covid.

I nuovi posti di terapia intensiva all'Umberto I dovrebbero essere 48 ma ancora oggi siamo alla progettazione: a giugno 2023 dovrebbero essere conclusi i lavori.

Ma nemmeno i lavori di ristrutturazione sono finiti: colpa delle progettualità, degli interventi – si giustifica l'assessore alla sanità del Lazio, Amato.

Alla regione Lazio spettano, dal decreto rilancio, 118ml di euro, ma ne ha spesi 24 ml, a distanza di due anni: i posti dovevano essere 562 (nel piano del 2020) ma ad oggi siamo a 30 posti. E così la regione deve rivolgersi ai privati, come ammette quasi con orgoglio il presidente Zingaretti.

La regione Lazio ha speso 1miliardi per rimborsare la sanità privata: la parte del leone l'ha fatta il Gemelli, poi il gruppo Villa Maria di Sansavini, il Tiberia Hospital, l'istituto CasalPalocco...

Forse se si fossero spesi meglio i soldi del decreto rilancio, non ci sarebbe stato bisogno del privato.

In Lombardia l'assoggettarsi al privato è una scelta politica: anche qui i lavori per creare nuovi posti non sono completati, molti reparti sono stati riconvertiti per il covid e i pronto soccorsi sono sovraccarichi come nel resto dell'Italia.

Le nuove strutture da realizzare secondo il piano commissariale non sono state realizzate nemmeno in Lombardia (si parla del 12% dei lavori completati), dunque, nonostante i soldi ci siano già.

Ci sono poi casi strani: il reparto di cardiochirurgia del Sacco verrà trasferito in centro, mentre si aprirà nella stessa zona un nuovo ospedale privato, il nuovo Galeazzi (gruppo San Donato), con un suo reparto di cardiologia. Una coincidenza.

A Saronno nell'ospedale su dieci anestesisti, sette arrivano da una cooperativa privata. Qui sono stati chiusi reparti come quello di pediatria e il punto nascite. Nessuno nasce più nell'ospedale di Saronno.

Né il decreto rilancio né il pnrr prevedono nuovi posti letti per la medicina ordinaria, nemmeno in Lombardia, la regione più colpita dal covid.
Altre regioni non hanno comunicato a Report quanti soldi fossero stati spesi dei decreto rilancio (quel 1,4 miliardi). Il Molise non ha proprio cominciato i lavori.

Ma è la stessa struttura commissariale che pecca di trasparenza: non ha concesso alcuna intervista e non ha fornito i dati alla trasmissione.

Le regioni ne hanno chiesto solo 335ml, la struttura del commissario ne ha trasferiti solo 250 ml: significa meno visite e interventi oncologici, per non parlare di visite e interventi per malattie meno gravi. Che prezzo dobbiamo ancora pagare per questa pessima sanità pubblica?

20 giugno 2022

Anteprima inchieste di Report – l’emergenza italiana (la mafia, la sanità e il covid)

Questi i servizi che andranno in onda questa sera

Lo stato della sanità in Italia

L’emergenza covid è finita, almeno mediaticamente, ma non nei contagi: il tasso di positività ha fatto un balzo in avanti in questi giorni, mentre per fortuna il numero dei morti è rimasto contenuto (ma comunque alto).

Ma se il covid è finito, non è finita l’emergenza nella sanità italiana: i pronto soccorsi sono allo sbando, basta andare in uno di questi e vedere coi propri occhi la situazione. Che fine hanno fatto il miliardo e 400 ml stanziati per l’emergenza sanitaria?

In Italia ci sono pazienti che non sono riusciti a prenotare, in questi mesi, nemmeno un esame radiologico: la giornalista di Report Claudia Di Pasquale ha raccolto la testimonianza di Elena Codrea. Paziente oncologica dell’ospedale Umberto I con un problema collaterale con la chemio, in reumatologia l’hanno mandata a fare la MOC e, chiamando il CUP ha ottenuto come risposta “mi dispiace ma l’Umberto I non fa la MOC”. Non solo adesso, nemmeno tra sei mesi, come se questo esame non esistesse: alla fine la MOC è stata fatta dalla signora Codrea in un altro ospedale privato convenzionato. Dopo l’intervista Elena Codrea ha chiamato il CUP dell’Umberto I per prenotare una radiografia toracica: “non c’è disponibilità presso l’Umberto I, non c’è l’agenda aperta” è stata la risposta, al che la signora ha spiegato come, secondo l’oncologo questa cosa non fosse possibile. Chi ha ragione, il CUP o l’oncologo?
Antonella Salva, presidente dell’associazione La Fenice spiega a Report che in Italia esiste una legge, la 266 del 2005, che vieta agli ospedali di chiudere le agende (e di fatto non accettare più prenotazioni per specifici interventi). La realtà è all’opposto: il covid, racconta Antonella Salva, ha rubato posti a pazienti fragili, pazienti oncologici, pazienti cardiologici, “noi abbiamo avuto segnalazioni di pazienti oncologici tenuti cinque giorni in barella al pronto soccorso.”

Alessandro Mantovani sul Fatto Quotidiano ha pubblicato un'anticipazione del servizio 

Se siete preoccupati nel vedere che la sanità pubblica soccombe alla logiche del business, stasera non guardate Report. Vi fareste il sangue amaro. Claudia Di Pasquale è andata a vedere che fine hanno fatto le risorse stanziate due anni fa, in piena emergenza Covid, per potenziare la rete ospedaliera, aumentare i posti letto di terapia intensiva e subintensiva e migliorare le condizioni nei pronto soccorso. Su un miliardo e 400 milioni di euro le Regioni hanno chiesto appena 335,5 milioni e la struttura commissariale anti-Covid ne ha trasferiti 250.

Il servizio è un viaggio angosciante nei pronto soccorso di Napoli dove i pazienti aspettano giorni e i medici scappano (come anche altrove), nel gigantesco trasferimento di risorse pubbliche attuato nel Lazio (due miliardi di euro solo nel 2020) a favore degli ospedali privati che hanno fatto la parte del leone nella gestione del Covid e non solo, nei ritardi della Lombardia che dopo tre-quattro ondate è ancora in fase di progettazione per alcuni degli interventi finanziati a suo tempo, nel disastro delle cure non Covid rimandate per l’emergenza che chissà quando saranno recuperate.

La scheda del servizio: IL PAZIENTE ITALIANO di Claudia Di Pasquale
Collaborazione Cecilia Bacci, Giulia Sabella

L'emergenza Covid è finita ma la sanità resta in stato di emergenza. I pronto soccorso sono al collasso, migliaia di visite e interventi sono stati sospesi, i medici sono in fuga dagli ospedali pubblici. Eppure, dopo la prima ondata, a maggio 2020 il Decreto Rilancio stanziava 1 miliardo e 400 milioni di euro per potenziare la rete ospedaliera italiana, aumentare il numero dei posti letto di terapia intensiva e subintensiva e per riqualificare i pronto soccorso. A distanza di due anni cosa è stato fatto?

I respiratori della Philips

Il servizio di Giulio Valesini si occuperà dei respiratori difettosi che la Philips lo scorso anno ha ritirato dal mercato, perché emettevano sostanze nocive (una schiuma fono assorbente potenzialmente tossica): tra i respiratori ritenuti pericolosi per la salute dei pazienti ci sono anche quelli non invasivi usati in epoca covid in ospedali, come il Trilogy, ma anche il modello E30 approvato in emergenza nel 2020 proprio per il coronavirus. Il management della Philips sapeva da tempo del particolato, ma non ha avuto problemi a dare l’E30 ai malati, salvo includerlo nelle recall dal mercato finita la seconda ondata covid.

“Noi non abbiamo mai portato dispositivi che sapevamo potessero i pazienti” spiega a Report Jan Kinpen, Chief Medical Officer della Philips: tra i modelli ritirati c’erano Trilogy ed E30, che erano in uso, “ma abbiamo lasciato decidere ai medici se continuare o meno il trattamento con questo device.”

Philips ha aspettato troppo, prima di ritirarli dal mercato, vendendo tante macchine privilegiando il fatturato alla salute dei pazienti? “La sicurezza dei pazienti è sempre al centro di quello che facciamo, quello su cui si è basata la reputazione di Philips.”
FDA, l’ente governativo statunitense di controllo dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha rivelato a maggio di aver ricevuto, solo nell’ultimo anno, più di 21mila segnalazioni di incidenti seri tra cui 124 decessi, associati ai difetti di questi dispositivi, mentre Philips fino al 2021 ne aveva segnalato soltanto 30 di casi.

Sono dati parziali quelli della FDA, perché le segnalazioni devono essere sottoposte a controlli e perizie per accertare le vere cause, ma anche su queste perizie ci sono perplessità.

Lo racconta Jeanne Lenzer, collaboratrice del British Medical Journal: “FDA richiede di segnalare solo ciò che ha causato o contribuito a causare la morte o l’evento avverso grave. Secondo lei a chi spetta decidere se un dispositivo ha effettivamente causato la morte di un paziente? Il medico del paziente? La FDA? No è il produttore del dispositivo che spesso si autoassolve.”

Sempre a proposito di controlli, a inizio anno la Philips ha inviato dei test preliminari su questi dispositivi alla BFARM, l’ente sanitario tedesco che l’Europa ha delegato per vigilare sul caso: secondo BFARM i risultati sono rassicuranti. Anche la ERS la società europea dei medici per la respirazione, dichiara che non c’è bisogno di sostituire questi device e il nostro ministero si adegua e dirama una circolare che è un copia e incolla del parere dell’ente sanitario BFARM e delle raccomandazioni dell’ERS.

Quest’ultimi spiegano a Report che si deve mettere sul piatto da una parte il rischio di questi dispositivi e dall’altra parte il danno nell’interrompere il trattamento e la bilancia pende dal rischio nell’interrompere il trattamento, perché il rischio è ipotetico – racconta il prof. Winfried Randerath dell’ERS. Ma nemmeno lui ha visto i dati, “perché non siamo tossicologi” ammette, ma i dati sono stati resi noti alle autorità sanitarie.

Randerath ha risposto a Report sui suoi potenziali conflitti di interesse con Philips, ma è terminato spiega il medico: ma nello scorso 25 aprile è la stessa Philips a smentire a Randerath: i risultati dei test divulgati dall’azienda stessa sono preoccupanti, alcuni esami sulla schiuma falliscono per genotossicità. La multinazionale ha condotto i test su un numero esiguo di macchinari, alcuni solo su una macchina, altri su 5, non il massimo della rappresentatività come test.

La scheda del servizio: FINO ALL'ULTIMO RESPIRO di Giulio Valesini, Cataldo Ciccolella
Collaborazione Eleonora Zocca e Lidia Galeazzo

Il marchio Philips è sinonimo in tutto il mondo di alta qualità e design. Televisori, stereo, rasoi elettrici: il meglio dell’elettronica di consumo che ha fatto la fortuna della multinazionale olandese. Un colosso da quasi 20 miliardi di euro di fatturato l’anno che presidia anche il settore dei dispositivi medici. Ma i bilanci dorati adesso sono minacciati da possibili risarcimenti milionari: per anni Philips ha venduto dei respiratori, che aiutano i pazienti con l’apnea del sonno, contenenti però una schiuma fonoassorbente che si degrada e può finire nelle vie aeree. Il materiale oltre al particolato irritante emette anche composti organici volatili dei quali si stanno testando potenziali effetti cancerogeni. Ora l’azienda sta rimpiazzando tutti i dispositivi per tutelare gli utenti, ma si è trattato di un incidente di percorso o di una colpevole negligenza? E soprattutto come è stato possibile che questi dispositivi siano stati usati per curare numerosi pazienti Covid-19? Report ha provato a far luce sul caso.

Quanti vaccini abbiamo preso e cosa ne facciamo adesso?

Sta per esplodere un problema grosso in Italia e in Europa – racconta il conduttore Sigfrido Ranucci nell’anteprima del servizio dove si farà il punto sulla campagna di vaccinazione in Italia (quanti vaccini abbiamo comprato alla fine?) e sullo stato della sanità italiana.
Partiamo dai vaccini: ad oggi sono stipati nei container all’aeroporto di Pratica di Mare, centro nevralgico della logistica militare: i container sono tutti frigoriferi e contengono le fiale di Pfizer (conservate a -80 gradi), Novovax, Moderna (questi a -22). Le consegne delle case farmaceutiche non si fermano e il magazzino capace di contenere fino a 30 milioni di dosi
e continua a riempirsi: da qui poi le dosi sono inviate alle regioni, nel culmine dell’emergenza c’erano spedizioni giornaliere invece adesso, per il fatto che le vaccinazioni sono diminuite, si parla di una spedizione ogni due settimane - racconta a Report uno dei militari. Il magazzino continua a riempirsi perché, almeno una volta a settimana, ci sono arrivi dalle case farmaceutiche: a Pratica di Mare c’è circa il 50% della capacità nazionale di vaccini, si parla di 15 ml di dosi.
Ma ne abbiamo veramente bisogno di tutti questi vaccini (visto che con la fine delle restrizioni e degli obblighi vaccinali, la campagna di fatto si è fermata)?

Andiamo in Polonia, a Varsavia, dove con soli 200 casi e 5 morti al giorni il covid sembra un lontano ricordo, così le dosi si accumulano e il governo non si accontenta di rinviare le spedizioni, le vuole proprio interrompere: “la nostra campagna vaccinale è praticamente finita, non abbiamo bisogno di tutte queste dosi” racconta un funzionario a Report. Così da marzo la Polonia ha smesso di pagare, utilizzando la clausola di forza maggiore che è presente nel contratto e che per noi è legata all’attuale situazione in Ucraina.

Ma non è che la Polonia sta sfruttando la guerra in Ucraina per non pagare: “non è una scusa” rispondono dalla Polonia “la guerra sta avendo un grosso impatto sulla nostra economia.”

Nel frattempo in Europa e anche in Italia le dosi si stanno accumulando e, per evitare di dover buttar via questi vaccini, molti le donano ai paesi poveri, a cui però arrivano troppo a ridosso della data di scadenza. Manuele Bonaccorsi ha intervistato la direttrice della farmacia territoriale della ASL 1 di Roma, che rassicura sul tema: anche per un tema etico, tutte le dosi sono controllate, non le si fanno scadere, la campagna vaccinale non è terminata. Sulle scatole, però, le date di scadenza indicate non sono valide: “i vaccini hanno avuto una riclassificazione delle scadenze” spiega la direttrice. Anche il governo è consapevole di aver comprato troppi vaccini: in una lettera che la struttura commissariale ha inviato alle regioni lo scorso marzo, l’ex commissario Figliuolo spiegava come il surplus delle dosi sarebbe stato donato ai paesi in difficoltà, un bel gesto di solidarietà che però arriva in ritardo.

A livello europeo stiamo donando vaccini con scadenze molto ravvicinateracconta a Report la responsabile Oxfam Sara Albiani “secondo i dati dell’Unicef nell’ultimo mese del 2021 circa 100 ml di dosi donate non sono state somministrate perché erano con delle scadenze troppo basse.”

Gli stati non sono liberi di donare i vaccini, che hanno pagato, liberamente, ma devono prima chiedere il permesso alle case farmaceutiche col rischio di allungare i tempi. Lo scorso 1 agosto a Tunisi arriva un carico di circa 1,5 ml di dosi di vaccino donate dall’Italia, le autorità locali organizzano perfino una piccola cerimonia di ringraziamento, ma un’inchiesta del collettivo giornalistico Behind The Pledge ha svelato che sarebbero scaduto dopo appena due mesi. Stessa storia in Nigeria dove, nel passato dicembre, il governo locale è stato costretto a gettare in discarica oltre 1 ml di dosi, appena donate e già inutilizzabili.

Abbiamo comprato troppe dosi e anziché buttarle noi le facciamo buttare ai paesi africani, così facciamo un’operazione di maquillage per rifarci la faccia..

La scheda del servizio: QUALCHE VACCINO DI TROPPO di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

Con il calo dei contagi e l’avvicinarsi dell’estate, la campagna vaccinale è entrata in una fase di stallo: quasi l’85% della popolazione, del resto, ha già ricevuto la terza dose, mentre la quarta è riservata al momento solo alle categorie più deboli. L’Italia, però, continua a comprare vaccini. Report ha scoperto il numero esatto di dosi acquistate dal nostro Paese: è una cifra enorme, che rischia di superare di molto il fabbisogno effettivo, e andare sprecata. Ma non è un problema solo italiano, tutto il continente si ritrova nella stessa situazione. Infatti, in Europa sta per scoppiare il caso dei vaccini anti-Covid, con una fronda di Paesi critici guidati dalla Polonia che punta a rompere i contratti miliardari con le case farmaceutiche.

Il ritorno dei gattopardi

Oramai non fanno più nemmeno finta di nascondersi i gattopardi: in Sicilia le ultime elezioni amministrative sono state vinte da un candidato del centro destra sponsorizzato e appoggiato da due ex politici condannati per mafia come Dell’Utri e Cuffaro. Non solo, nei giorni precedenti le elezioni due candidati di questa lista sono stati arrestati perché si erano messi in contatto con esponenti mafiosi, con l’ipotesi di reati di voler mettere in piedi uno scambio politico mafioso.

Report ha seguito la campagna elettorale in Sicilia: a due giorni dal voto, la festa di compleanno di una candidata è stata l’occasione di una passerella per l’ex presidente Cuffaro, rimasto “vasa vasa”.



È una degna persona – raccontano le persone presenti alla festa - certo c’è stata la condanna, ma ora non farà mai gli stessi errori di prima.

Di certo, scontata la condanna a 7 anni per favoreggiamento aggravato alla mafia, oggi Cuffaro torna all’usato sicuro, la Democrazia Cristiana: “può darsi che l’insieme di Cuffaro e Democrazia Cristiana funzioni ancora .. se il test andrà bene noi con la Democrazia Cristiana vogliamo partecipare alla costruzione di un rassemblement di centro che comprende Forza Italia, Italia Viva, penso che in quest’area moderata e centrista uno di quelli che potrebbe aspirare ad una leadership è Matteo Renzi.”

Lo stesso Renzi che, lunedì scorso, nell’intervista a Giorgio Mottola giurava che mai e poi mai Italia Viva sarebbe mai andata con Lagalla (dopo che due suoi esponenti avevano dato appoggio alla coalizione di centro destra).

La scheda del servizio: DEGNE PERSONE di Luca Bertazzoni
Collaborazione di Edoardo Garibaldi

Alla vigilia delle elezioni per il sindaco di Palermo, sono scesi in campo schierandosi a favore del candidato di centrodestra Totò Cuffaro e Marcello Dell’Utri, condannati in via definitiva il primo per favoreggiamento verso esponenti mafiosi e il secondo per concorso esterno in associazione mafiosa. L'inchiesta racconterà gli ultimi giorni di campagna elettorale a Palermo con gli arresti per scambio elettorale politico-mafioso a poche ore dal voto.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.