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09 dicembre 2024

Malammore di Anna Vera Viva

Era sempre così quando si trovava davanti allo specchio, soprattutto di prima mattina, confuso di sogni e profumo di lenzuola. Quando con gesti lenti arrivava fino al bagno, faceva la pipì con gli occhi ancora mezzi chiusi e poi si voltava per andare a fare il caffè. Era allora che si vedeva, sconosciuto in quello specchio menzognero. Colto di sorpresa, spiazzato. In bilico, tra due mondi ed estraneo e entrambi.

C’è una donna che si osserva davanti allo specchio, sorpresa da quella immagine che le viene restituita ogni mattina. Perché è una bella donna, lunghi capelli, la forma degli occhi allungata. Allora perché quella reazione come se si trovasse davanti un volto sconosciuto? Perché Brunella è un uomo, il femminiello più famoso di Napoli, riceve i suoi clienti, per lo più dalla Napoli bene nel suo basso nel rione Sanità. Tra i suoi clienti, un avvocato di grido e un chirurgo estetico famoso, persone il cui volto fa capolino in qualche trasmissione televisiva. E poi anche un importante politico regionale: non uno qualunque, è il politico su cui la Camorra ha puntato tutte le sue fiche per la spartizione degli appalti pubblici.

Nello stesso rione Sanità esercita la sua professione padre Raffaele: qui era nato, tanti anni prima, prima di essere strappato dagli assistenti sociali al fratello maggiore, unico tutore dopo la morte della madre e col padre in galera.

E qui è tornato, quasi quarant’anni dopo con un missione precisa in mente: darei ai suoi parrocchiani, tutti, una speranza. Togliere loro quella rassegnazione che al male, alla camorra, non c’è alternativa

.. c’era ancora tantissimo da fare, soprattutto per estirpare negli abitanti del rione l’idea radicata che la mancanza di attenzioni da parte delle istituzioni ai loro problemi li autorizzasse a cercare aiuti e risposte nella criminalità organizzata, dalla quale, paradossalmente, si sentivano più tutelati.

Padre Raffaele conosce bene quel mondo, dall’altra parte della barricata: don Peppino, il boss che comanda il quartiere facendo pagare a tutti il pizzo, è quel fratello da cui anni è stato allontanato. Quel fratello a cui è legato da un rapporto strano, oltre al legame di sangue, c’è anche il fastidio di sapere quel fratello seduto ad un tavolo a commissionare omicidi o ritorsioni contro chi sgarra.

Sapendo bene che, se fosse rimasto in quel quartiere, da piccolo, forse anche lui sarebbe stato dall’altra parte della barricata.

Dovete sapere che padre Raffaele è un prete molto particolare: c’è la missione di soccorrere gli ultimi, dai ragazzini strappati dalla strada, fino alle prostitute, nessuno è escluso dalla sua messa, perché chi è senza peccato scagli la prima pietra. E di peccati, di presunzione e di gola, ne ha molti sulla coscienza pure lui.

Per il cibo, grazie alla buona cucina della sua perpetua Assuntina. E per il vizio di non distogliere lo sguardo dai problemi dei suoi parrocchiani, anche facendo delle indagini personali.

Brunella se lo aspettava. Prima o poi. Magari non così. Magari non quel giorno, a quell’ora, in quel modo.

È una strana coppia di detective, quella di padre Raffaele ed Assuntina: questa volta dovrà occuparsi proprio della morte di Brunella, al secolo Antonio Capasso, la bellissima donna incontrata ad inizio libro, trovata morta nel suo basso. Colpita al capo da una statuetta.

Il fatto che la polizia avesse interrotto le indagini lo faceva sentire carico di una responsabilità ancora più grande, la ricerca dell’assassino era un peso che sentiva gravargli tutto sulle spalle.

La polizia ha ricevuto pressioni dall’altro per mettere le indagini su un binario morto, colpa dei clienti in alto loco di Brunella, meglio non suscitare alcun vespaio, portando alla luce del sole i vizi privati dei bravi cittadini della Napoli che conta.

No, anche se Brunella viveva la sua vita in quel modo, non meritava quella fine, non meritava di finire morta senza nemmeno un colpevole da assicurare alla giustizia.

Padre Raffaele, sfruttando anche la rete di conoscenze e di notizie riservate raccolte dalla sua Assuntina, la “preziosa” perpetua, decide di fare una sua indagine.

Un’indagine che parte da una constatazione: tutto nella vita di Brunella era sdoppiato, la sua fisicità di uomo e di donna, come anche la sua casa, apparentemente normale, ma con dentro una ricchezza che una prostituta non avrebbe potuto permettersi.

Don Raffae’, credetemi, quella era una casa da persona ricca e non da poveraccio quale avrebbe dovuto essere. Chissà che combinava per avere tutti quei soldi..

L’indagine sul femminiello lo porta, ancora una volta, a scontrarsi contro l’ipocrisia e le opinioni degli altri, come delle catene da cui non ci si può liberare. Come aveva scelto quella strada, Antonio, tanti anni prima? Come aveva fatto ad accumulare quella ricchezza?

Don Raffaele dovrà andare ad indagare sul passato del morto, sulle ferite che si era portato dentro: come lui, anche Brunella aveva perso il rapporto anni prima col fratello Salvatore, l’unica vera amica era un’altra travestita, Carolina, che considerava come una sorella.

Sarà Brunella, ovvero Gennaro Esposito, a fornirgli una prima chiave per decifrare quel delitto:

Si fermò un attimo. «Credo ricattasse qualcuno», e rimase lì fissa a guardarlo con gli occhi lucidi. «E tu credi che l’abbiano ucciso per questo?»

Allora deve essere ricercata nei ricatti di Brunella la causa del delitto? Oppure è stata la camorra ad ordinare quel delitto, magari proprio suo fratello, don Peppino, per timore che la relazione tra il femminiello e il suo politico potesse rovinargli gli affari?

«.. Tu dal femminiello non ci torni più. Hai capito? Scordatelo!». «Perché? Quello è un fatto privato. Che diritto avete di…»

Troppi possibili assassini, troppi moventi – si trova a pensare don Raffaele – è come se Brunella, con le sue scelte, fosse stata come un sasso in uno stagno, “smuovendo il fango sommerso si era creato un enorme cerchio di nemici”.

Muovendosi in quella terra di mezzo tra il lecito e il non lecito, don Raffaele dovrà immergersi proprio in quel fango, sporcandosi le mani, per arrivare alla verità. Scontrandosi col fratello, rischiando anche la propria pelle, andando indietro nel passato di Brunella, dove tutto il suo mistero aveva avuto origine.

Ancora il vecchio e il nuovo, il passato e il presente. O forse il passato che, caricato di nuova vita, di nuove energie, aveva attraversato il tempo per esplodere nel presente.

In questa terza indagine del prete investigatore don Raffaele, Anna Vera Viva ci porta dentro i grandi contrasti di Napoli e in particolare del rione Sanità, un quartiere a sé “pure se sta al centro della città, è come se c’avesse il mare intorno. Ché dalla Sanità non ci passi, non ci capiti. Ci devi venire apposta.”

In questa indagine si parla della Camorra, del suo controllo capillare del territorio, delle armi spesso spuntate dello Stato, dove la sola repressione dei reati non basta a dare una alternativa alle persone. Lo Stato non è credibile perché non è presente nei bassi, nei quartieri, nelle strade, per le persone, per i ragazzini che crescono col solo mito del criminale ricco e famoso che sfida lo Stato.

Ma in questa indagine si parla anche di amore anzi, di malammore, un amore malato, malsano, che verrà svelato alla fine, in un incredibile colpo di scena.

La scheda del libro sul sito di Garzanti
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20 ottobre 2023

L'artiglio del tempo, di Anna Vera Viva

 


PROLOGO

Napoli, 24 aprile 1943

Il suono delle sirene fu quasi contemporaneo al boato del primo ordigno che cadde al suolo. Vicino, così vicino che il tremare della terra li fece vacillare.
Samuele aveva appena smesso di baciarla e allentato il suo abbraccio. Miryam restò così, sospesa in un attimo che sapeva ancora delle sue labbra e di paura, stordita e immobile.
Sentì una mano che l’afferrava e uno strattone che la costringeva a correre.
Dov’erano, dove si erano fermati? Il mare, erano vicini al mare. Ma da quale lato?
Qual era il rifugio più vicino? Aveva la mente annebbiata e, mentre correva, non vedeva altro che immagini sfocate, sconosciute. Ma era il suo quartiere, doveva esserlo, non avevano camminato tanto.

Intorno a lei, grida, respiri affannosi, a volte uno strano silenzio.
La decisione con cui Samuele quasi la trascinava la confortò. Lui sapeva dove stavano andando.
Correvano tutti, come un gregge impazzito. Ognuno inseguendo la propria speranza di salvezza. Urtarono contro una massa di persone che si accalcava all’ingresso del rifugio. Li riconobbe pur non conoscendoli: madri livide, neonati al seno, bambini irrequieti e curiosi. Fagotti col cibo, abiti approssimativi, coperte sottobraccio, gavette con i residui del pasto interrotto. Tutti abituati, eppure colti alla sprovvista. L’umanità da esodo che incontrava ogni volta.

Questo secondo romanzo di Anna Vera Viva conferma tutte le buone impressioni che mi aveva lasciato il suo primo romanzo, come quest'ultimo ambientato nel rione Sanità di Napoli, la "Terraferma al centro del mare" con protagonista il prete investigatore don Raffaele Annunziata.

Dentro le pagine di questo romanzo si sente l'eco dei romanzo di Maurizio De Giovanni, l'odio, l'amore e tutte le passioni che si sentono vibrare per i vicoli di Napoli. Ma, anche di Luciano De Crescenzo, altro figlio illustre di Napoli, di cui si coglie un riferimento, volontario o meno, nella storia di Samuele Serravalle, il personaggio al centro di tutta la storia.
Specie per chi come me ha letto “Vita di Luciano De Crescenzo scritta da lui medesimo”, si coglie una forte similitudine tra le storie raccontate dallo scrittore filosofo e la vita di questa persona, figlia di un guantaio che è costretto ad abbandonare la città per le bombe che gli alleati scaricavano sulla città nell'estate del 1943.

Come in “Questioni di Sangue”, anche in questo secondo c’è un delitto: ma questo è come una porta che ci porta indietro nel tempo, per raccontarci fatti avvenuti negli anni tragici alla fine della seconda guerra mondiale in Italia.
Gli anni in cui in Italia vengono approvate le leggi a difesa della razza che misero le persone ebree ai magini della società. Sono gli anni in cui, dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione nazista dell’Italia, iniziano i rastrellamenti delle persone ebree, anche a Roma considerata ipocritamente città aperta, dove nell’ottobre del 1943 squadre di SS e di repubblichini circondarono il ghetto catturando più di mille persone, che furono poi spedite ad Auschwitz. Dei mille e ventitre deportati, solo 16 sopravvissero e tornarono in Italia, segnati per sempre da quella tragedia, da quello che avevano visto e subito.
L’annientamento della dignità umana, vivere o morire a seconda del capriccio della persona che ti stava davanti, l’essere ariano.

Samuele Serravalle era uno di loro: non finì ad Auschwitz perché catturato durante il rastrellamento, ma fu catturato a seguito della delazione di un traditore, un italiano che per 5000 lire vendeva la vita delle persone ai nazifascisti.

Il viaggio. Quello che Samuele Serravalle era costretto a rivivere in tutti i suoi incubi era il viaggio. E nonostante fosse stato superato in orrore da una miriade di avvenimenti che gli erano succeduti, pareva il più profondamente incastrato nella sua anima

[..] La mano stretta a quella di Miryam, gli occhi che cercano risposte ignote a tutti, il vagone che apre le fauci per inghiottirli. E un nome dipinto su un cartone, Auschwitz, senza significato.

Tornato a casa, dopo aver perso tutto, la famiglia, la fidanzata Miryam, passata subito per il camino il giorno dell’arrivo, avendo perso anche l’azienda di famiglia (perché data in gestione a dei prestanome italiani che poi ne hanno approfittato), Samuele è tornato in Italia senza riuscire a raccontare a nessuno di quello che ha vissuto. Nemmeno ai figli.

Soltanto ad un ragazzino, Antonino, Samuele ha raccontato la sua storia: assieme hanno passato delle giornate intere nel negozio di cappelli e guanti, dove ormai nessuno mette più piede (chi usa più i cappelli? Solo le persone veramente eleganti), a parlare di quanto successo agli ebrei. Della dignità persa.

Ad un incontro sull’Olocausto, a cui Samuele deve partecipare, seppur riluttante, succede un fatto strano: all’improvviso, appena entrati nella sala. qualcosa o qualcuno turba a tal punto l’anziano guantaio tanto da farlo gridare

«Non è possibile!» continuava a urlare il vecchio. «Non è possibile», e delirava parole incomprensibili. «E’ lui. E’ lui» e borbottii insensati, poi «Miryam. Miryam».

Il giorno successivo, il signor Samuele Serravalle, viene trovato morto nel suo negozio dalla domestica che era venuta a fare le pulizie nella casa.
Un malore, secondo il medico chiamato dalla famiglia. Ma qualcuno non è d’accordo: si tratta di Antonino, forse l’unico amico di Samuele, sicuramente la persona con cui era più in confidenza, forse perché certe storie terribili per essere comprese devono essere raccontate saltando una generazione..

Antonino è certo che si tratti di un omicidio, Samuele non l’avrebbe mai lasciato così, senza dargli un saluto e poi il giorno prima era arrabbiato. Gli aveva chiesto di leggergli dei vecchi articoli dove si parlava di quel traditore che l’aveva venduto ai tedeschi. E così, Antonino chiede aiuto all’unica persona nel rione di cui può fidarsi, quel prete alto e grosso che in un incontro ha detto a tutti i ragazzini presenti che non bisogna rassegnarsi all’ingiustizia.

«Sam è morto», disse soltanto, e i lacrimoni si liberarono per tutto il viso. Assuntina si precipitò ad abbracciarlo mentre Raffaele lo guardava inquieto.

Inizia così, per l’ostinazione di un bambino che diventa poi quella del parroco di Santa Maria alla Sanità, o Monacone, un’indagine nel tempo passato, andando ad ascoltare i pochi superstiti della persecuzione ebraica ancora in vita, i parenti di Samuele, le persone presenti a quel convegno dove Samuele aveva visto qualcosa che lo aveva turbato nel profondo.

«Una vicenda orrenda», disse poi, «che c’insegna una cosa però: gli strascichi della storia hanno tentacoli lunghi.»

Strano investigatore questo don Raffaele e anche strano prete: uno di quelli che interpreta la sua missione pastorale in un modo molto personale, andando anche oltre le regole, pur di raggiungere i suoi obiettivi. Forse dentro scorre il sangue degli Annunziata, lo stesso del fratello Peppino, piccolo boss della “bassa Camorra”, un uomo capace di ordinare delitti contro i suoi nemici ma con un suo codice etico. Erano fratelli Raffaele e Giuseppe: sono stati separati tanti anni prima dopo la morte della madre, Raffaele portato via dagli assistenti sociali, adottato da una famiglia che gli ha voluto bene. Peppino passo dopo passo, costruendosi una posizione dentro la criminalità.

Era un uomo che s’impegnava, come meglio poteva, a svolgere una missione che riteneva importante. Completamente sicuro che la strada fosse quella giusta, ma molto meno convinto di essere, lui, giusto per quella strada.

Ma il motivo per cui vale davvero la pena leggersi questo libro è il racconto della storia di Samuele, che è poi la STORIA di tanti, come lui perseguitati perché considerati inferiori.
Quanto vale la dignità di una persona? - questa è la domanda che consentirà ai nostri investigatori, un prete, un ragazzino troppo piccolo per comprendere l’odio razziale e una perpetua forse un po’ impicciona ma col cuore grande, di risolvere il caso.
Quella dignità che ottanta anni fa, in questo paese come nel resto dell’Europa, degli uomini si arrogavano il diritto di strappare ad altre persone: persone strappate dalle loro case, depredate dei loro beni, messi su treni come bestie, anzi, come “cose”.
Persone destinate ad essere sfruttate, umiliate, uccise, secondo una selezione macabra che a volte era perfino lasciata al caso

«.. a un certo punto in quel campo incominciò un nuovo tipo di selezione», riprese l’uomo, «sbrigativa, diciamo. Una specie di roulette russa, all’insaputa dei prigionieri. Così, a volte, quando arrivava il treno con il suo carico di deportati, i soldati sceglievano un lato dei vagoni e si piazzavano lì. Una volta aperte le porte, tutti quelli che scendevano da quella parte erano immediatamente falcidiati con i mitra..»

Un giallo, dunque, un romanzo che parla della Storia, la storia della Shoà in Italia, dei tanti piccoli eroismi di quanti cercarono di salvare comunque le persone ebree, facendo la scelta giusta. E dei tanti che preferirono non vedere il male, per codardia, per ignavia. O forse perché i napoletani, abituati a tante dominazioni, sono disposti ad accettare di tutti, “Basta ca ce fanno sta’ quieti”. Quieti fino alla 4 giornate di Napoli, quando il popolo partenopeo, studenti, operai, scugnizzi, tutti scesero in strada per cacciare i tedeschi.
Ma è anche la storia di un uomo che per tanti anni si è portato dentro quel grande dolore per essere sopravvissuto al suo amore.

Camminava, e ogni passo cedeva il suo coraggio al terreno gelato. Odiava Dio per quello che provava, per quel vergognoso senso di salvezza. Quei sentimenti vili erano la violenza suprema che gli veniva inflitta. Sapeva che il peso che si stava addossando era per sempre.
Quegli occhi gli bruciavano la schiena.
Camminava. Ed era già dannato.
Non si era mai voltato.

La scheda del libro sul sito di Garzanti

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06 ottobre 2023

Questioni di sangue, di Anna Vera Viva

 


PROLOGO

Le due volanti percorrevano via Fontanelle a sirene spente.

Da quando avevano imboccato via dei Vergini era scattato un sotterraneo passaparola e, a mano a mano che procedevano, le strade si facevano sempre più deserte. La polizia in giro per il quartiere incuteva sempre sospetto e preoccupazione.

Nella seconda volante, l’assistente sociale si guardava intorno. In quei tre mesi di servizio a Napoli si era trovata a intervenire spesso sul territorio, ma quella era la prima volta che operava nella Sanità. Di quel rione conosceva solo quanto i film neorealisti avevano descritto. Ma erano ambientati quasi tutti negli anni Quaranta, e ora stentava a riconoscerne le atmosfere.

Il servizio che doveva svolgere la angosciava. Togliere un bambino alla famiglia d’origine era un trauma che si rinnovava ogni volta, sebbene sapesse che, in molte situazioni, era la soluzione migliore, l’unica scelta possibile.

E questo era un caso urgente: il minore aveva sei anni, era orfano di madre e il padre era stato arrestato poche settimane prima per reati di camorra. Adesso viveva col fratello maggiore, un diciassettenne che aveva già collezionato numerose denunce per piccoli e medi crimini. Un pessimo soggetto, aveva dedotto dai suoi incartamenti, un altro destinato alla galera. Ai due avvisi di comparizione del tribunale non c’era stata risposta, quindi bisognava procedere al prelievo forzato.

Avevo comprato questo giallo, ambientato nel cuore di Napoli, il rione Sanità, alcuni mesi fa ma non l’avevo ancora letto: ho colmato ora questa colpevole lacuna scoprendo una nuova scrittrice, Anna Vera Viva che, come racconta nella terza di copertina, è nata nel Salento ma è napoletana di adozione. D’altronde un giallo come questo, con protagonista un prete-investigatore, non poteva che essere scritto da una persona che ha vissuto per anni in questa città così unica, dove per “sopravvivere senza lesioni bisognava nascere con gli anticorpi, pensò. Bisognava nascere napoletani.”

Protagonisti del racconto sono due fratelli, nati e cresciuti in un basso e legati da un affetto profondo, il maggiore si chiama Giuseppe e Raffaele il più piccolo: sono stati separati dagli assistenti sociali dopo la morte della madre e l’arresto del padre, un piccolo criminale del quartiere.
Giuseppe, sfruttando la sua ambizione e la sua intelligenza, sarebbe poi diventato un piccolo boss, un capo di quella che viene chiamata “bassa Camorra”.
Il più piccolo, che non ha mai dimenticato in questi anni il sorriso della madre, sempre con un sorriso in faccia nonostante la miseria e le fatiche, è diventato prete a Roma.

Don Giuseppe Annunziata e don Raffaele Iacono, il cognome preso dalla famiglia adottiva: un uomo della malavita il primo e un prete dai modi a volte bruschi, poco attento alle gerarchie e a non pestare certi piedi.

Dopo quarant’anni, le loro strade sono destinate ad incrociarsi nuovamente: come atto di punizione, don Raffaele viene spedito a Napoli nella basilica di Santa Maria alla Sanità, detta anche San Vincenzo oppure u’ Cuppulone, proprio nel suo quartiere.

Quarant’anni erano trascorsi, un tempo lunghissimo, in cui aveva creduto che i fantasmi del passato non sarebbero ricomparsi. Ma ora, tornando a Napoli, nel suo vecchio quartiere, si sarebbe trovato di fronte a scelte che pensava di non dover affrontare mai più.

Quarant’anni di distanza che vengono spazzati via, sin da subito, sin dall’ingresso in quel quartiere così particolare, pieno di “sangue e passione”, dal primo scambio di battute con le persone della sua parrocchia, coi ragazzini incuriositi da quel prete enorme, che si sposta a piedi per le strade della Sanità senza troppe preoccupazioni.

D’altronde don Raffaele è un prete che sa farsi voler bene: negli spazi della parrocchia mette in piedi una piccola scuola di informatica per i ragazzi del quartiere, per dar loro una possibilità in più per costruirsi un futuro diverso, che non sia la via della strada, della criminalità o dell’emigrazione.
Si fa voler bene anche dai suoi parrocchiani, senza giudicare il loro passato: anche la prostituta, cui il suo predecessore aveva sbarrato l’accesso alla chiesa. Chi sono io per giudicare?

C’è un altro personaggio in questa storia, il cattivo verrebbe da dire, che paradossalmente è un uomo dello stato, un poliziotto della squadra antidroga, che dietro la facciata di cacciatore di criminali è in realtà una persona molto ambiziosa, che ha costruito una sua fortuna prestando soldi a strozzo e che ora sta entrando nella creme della società napoletana.

Renato Capece si guardò nello specchio soddisfatto. La cravatta di seta blu a fiorellini bianchi di Marinella gli dava il tocco di classe necessario. L’ambiente di cui stava per entrare a far parte era molto attento ai dettagli.

Ingresso che è reso possibile dal matrimonio imminente con Anna D’Arco, figlia di un professore universitario importante, che si è innamorata della facciata buona di quest’uomo, coraggioso, forte e onesto. In questi anni si è creato tanti nemici nel quartiere, questo poliziotto sporco: non solo le persone che ha strozzato con l’usura, non solo le donne che ha molestato, ma perfino col boss del quartiere, don Peppino, per uno scontro con un suo uomo.

Raffaele capì in un istante che il 118 non sarebbe servito profonde ferite si aprivano sulla schiena gli squarci si intuivano sotto la giacca lacerata e una larga pozza di sangue aveva intriso quasi completamente il tappeto persiano eccolo l'uomo che da anni perversava nel quartiere come un avvoltoio era la prima volta che Raffaello vedeva ma gli sembrava di conoscerlo da sempre.

Il giorno prima del matrimonio qualcuno ha deciso di fargliela pagare a quest’uomo, pugnalandolo alle spalle nel suo appartamento. Accorso sul luogo, don Raffaele incontra per la prima volta, da morto, quest’uomo di cui aveva sentito parlare tanto, e male, dalle persone del quartiere.

C’è un sospettato, per questo delitto, che viene individuato sin da subito: si tratta di una delle vittime di Renato Capece, un ambulante che, per poter trovare i soldi per pagare il debito, era stato costretto a fare lo spacciatore.
Ma don Raffaele, che in tanti anni con la tonaca ha imparato a comprendere l’animo delle persone che si trova davanti, è convinto dell’innocenza di questa persona e decide così di portare avanti una sua indagine personale, non autorizzata e nemmeno troppo discreta.

Sfruttando la sua missione di pastore delle anime, don Raffaele va ad incontrare la fidanzata del poliziotto, distrutta dal dolore, il padre di lei, che non vedeva di buon occhio quel matrimonio.

La sorella del morto, Amalia e il figlio di lei, Federico, un ragazzo molto chiuso che però don Raffaele era riuscito ad integrare assieme agli altri adolescenti che frequentano il suo corso.

E poi tutte le persone che dovevano soldi al morto: tutti avevano un motivo per vederlo morto, per mettere fine alle loro pene, che sembravano infinite perché mese dopo mese il poliziotto pretendeva interessi sempre maggiori, come una sanguisuga.

Aveva cercato di sondare gli animi delle persone coinvolte che conosceva, ed era arrivato alla conclusione che chiunque di loro, con una forte motivazione, sarebbe stato capace di uccidere. Questo l'aveva portato un pensiero più ampio: possibile che qualsiasi essere umano, messo alle strette, fiutando il pericolo, potesse trasformarsi in una belva feroce? Le persone con cui aveva parlato erano tra le più variegate, madri, fidanzate, professionisti stimati, gente che in situazioni normali si poteva definire comune, innocua, addirittura banale. E nella quale, invece aveva intuito un potenziale distruttivo latente.

Tra questo persone con cui don Raffaele entra in contatto c’è anche il fratello, che inizialmente non lo riconosce: pure a lui arriva a chiedere aiuto, per la sua indagine, per capire chi possa essere l’assassino di Renato Capece.

Con don Peppino si instaura un rapporto particolare, quel prete che dimostra così poco rispetto nei suoi confronti, un boss riconosciuto nel quartiere, suscita la sua ammirazione, in fondo si dimostra molto più coraggioso di tante altre persone senza tonaca.

Anche don Raffaele si trova in difficoltà di fronte al fratello: sente premere dentro lui il richiamo del sangue, quel sangue degli Annunziata, che vuol dire gente usa ad agire d’impulso, anche ricorrendo a metodi poco ortodossi, andando oltre la sua missione pastorale.

Si sentiva come se durante l'esecuzione di una bellissima romanza qualcuno avesse preso una stecca sonora e lui non fosse stato capace di individuarne l'autore.

Con l’aiuto della sua perpetua, don Assuntina, una donna tenace e capace di raccogliere tutte le voci del quartiere, don Raffaele riuscirà ad arrivare alla verità, al perché di quel delitto, con un colpo di scena incredibile.

Questioni di sangue racconta di come, nella vita delle persone, non esista un destino predefinito, per nessuno, che tu sia il figlio di un boss criminale o uno scugnizzo in un quartiere.

Racconta del legame, indissolubile del sangue tra fratelli, anche se tenuti lontani per tanti anni.

Sangue che ti identifica e ti lega con un luogo anche visceralmente, anche dopo anni di lontananza.

Sullo sfondo, un quartiere che è la summa di tutto questo: passione, dolore, sangue. Non a caso il rione Sanità mette assieme la vita e la morte, come racconta l’autrice parlando del cimitero delle Fontanelle e del culto delle anime “pezzentelle”:

Così il cimitero delle Fontanelle era diventato una sorta di Stargate tra la terra e il mondo dei morti. E gli abitanti del rione avevano deciso di adottare queste «anime pezzentelle». Pezzenti, povere, soprattutto perché orfane, senza nome e famiglia. Loro sceglievano un teschio - na capuzzella - che diventava una sorta di familiare defunto ma con delle capacità miracolose.

Qui il video con la presentazione del libro.

La scheda del libro sul sito di Garzanti e il link per leggere il primo capitolo.
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