Visualizzazione post con etichetta impresa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta impresa. Mostra tutti i post

03 aprile 2016

A cosa serve Confindustria? - l'inchiesta di Report


Si sono appena concluse le elezioni perla nomina alla presidenza di Confindustria : come nel 2012, anche questa ha portato ad una spaccatura dentro l'associazione, poiché il vincitore Vincenzo Boccia, titolare delle Arti e Grafiche a Salerno, 160 dipendenti, 40 ml di fatturato.
Per 9 voti ha battuto il rivale Alberto Vacchi con alle spalle una multinazionale da più di un miliardo di fatturato e, soprattutto, tutto il mondo industriale del nord.
Entrambi i candidati avevano un programma con contenuti analoghi, sebbene Vacchi avesse connotato la sua candidatura in "discontinuità": sulle relazioni industriali, col modello Federmeccanica, con un contratto nazionale da cornice che contenda salario minimo e diritti di base e il resto demandato al contratto aziendale. Più scuole tecniche e professionali, utilizzare il Centro studi e il giornale Il sole 24 ore per sfornare dossier con cui fare pressioni sulla politica.
Boccia punta ad una crescita della competitività, all'attrazione di capitali esteri, alla crescita dimensionale delle imprese. Vacchi, invece, riteneva che si dovesse investire sulle filiere industriali, puntando una crescita sui singoli settori.
L'ha spuntata l'outsider del sud, facendo anche pesare i suoi sponsor, dall'ex presidente Squinzi all'attuale presidente dell'Eni Marcegaglia.
Hanno pesato i voti delle grandi aziende come Eni: si dice che questa vittoria, in continuità con quella di Squinzi e dunque con l'azione del governo (che dal jobs act alla riforma della scuola ha assecondato le richieste delle grandi imprese) sia di aiuto anche per la Marcegaglia stessa (Boccia è il suo candidato), alle prese coi debiti del suo gruppo appena ristrutturati, gruppo intenzionato a rilevare l'Ilva di Taranto.
Questo è quello che succede dentro il mondo di Confindustria, quel poco che riesce a filtrare fuori: tanti slogan, tante interviste, tanti moniti al governo di turno, ma per il resto rimane un mondo opaco che oggi Report andrà a raccontarci.
“A cosa serve Confindustria?”

Confindustria fa politica, come è giusto che sia. Fa pressioni al governo e alla politica affinché faccia leggi favorevoli alle imprese.
Da Confindustria arriva il ministro Guidi, per esempio: nominata ministro per lo sviluppo economico, nonostante avesse alle spalle un'azienda di famiglia, con tutti i rischi di trovarsi poi in una situazione di conflitto di interessi.
Come poi è accaduto per la vicenda del compagno, il manager consulente della Total, indagato nell'inchiesta sull'impianto Tempa rossa in Basilicata.
Da Confindustria arriva Emma Marcegaglia, che Berlusconi voleva nominare ministro del suo governo, poi passata ad un ruolo presidenziale in una azienda controllata dallo Stato, come Eni. E il gruppo Marcegaglia è grande cliente dell'Ilva di Taranto.
E attraverso Il sole 24 ore (il quotidiano dell'associazione industriale) si certificano le notizie finanziarie ed è strumento di pressione su banche e altre aziende.
Diana Bracco è presidente di Assolombarda e fino a ieri era nel cda di Expo, l'esposizione universale a Milano terminata ad ottobre scorso che è stata anche un lunghissimo spot elettorale per il governo e per l'attuale candidato sindaco di Milano Sala.
In attesa che si risolvano i suoiproblemi col fisco, magari anche per Diana Bracco potrebbero aprirsi le porte della politica. Le porte girevoli.

La domande che ci dovremmo porre da osservatori è, confindustria segue gli interessi di tutte le imprese o solo delle grandi? Cosa sta facendo per contrastare i fenomeni di corruzione di cui le cronache giudiziarie ci raccontano?
L'azione intrapresa da Ivan Lo Bello si è rivelata un mezzo flop, con la scoperta che esisteva un'antimafia di sola facciata al sud (il caso Montante), in Sicilia.
E lo stesso Pontefice, al giubileo degli industriali, ha rinfacciato loro che oltre a competitività, redditività a tutti i costi, costo del lavoro, flessibilità esiste anche il comandamento settimo, non rubare.
“Santità, siamo uomini e possiamo sbagliare ...”.

Ecco, stasera Report ci farà conoscere questo mondo di uomini e donne, da chi è composto, quali aziende ne fanno parte (perfino delle ASL, una cosa incredibile) e quali no (come la FCA di Marchionne), il bilancio consolidato annuale che non è pubblico (mentre in Francia lo è), i problemi al suo interno, la trasparenza, le inchieste giudiziarie (i casi Bracco, Montante e Gemelli con l'inchiesta Tempa Rossa ).

La scheda del servizio: Padroni si nasce di Bernardo Iovene
Dietro l'Aquila di Confindustria c'è un mondo. Venti confindustrie regionali, 84 provinciali, 130 federazioni di settore. Associate 150.000 imprese incluse tutte quelle pubbliche e pure qualche Asl, che versano ogni anno nelle casse di Confindustria cinquecento milioni di euro. Il bilancio non è pubblico. A cosa serve Confindustria e cosa dà in cambio alle imprese
Confindustria è governata da imprenditori di seconda, terza e quarta generazione. Dalla sede di Roma alle territoriali, una carica in Confindustria rimane ambita dai figli e nipoti dei vecchi capitani d’industria. Oggi l’associazione comprende oltre alle industrie anche imprese di servizi, le aziende statali, partecipate, municipalizzate, aziende sanitarie e persino Onlus. Obiettivo di sempre è cambiare il paese, renderlo moderno e competitivo, ma a rimanere immobile, nonostante il tentativo di riforma e semplificazione della commissione presieduta da Carlo Pesenti, è proprio Confindustria. Tante aziende, pur destinando milioni di euro alle casse di viale dell’Astronomia, dichiarano di ricevere in cambio pochi servizi o inadeguati. Puntano poi il dito contro la situazione di conflitto: dentro la stessa associazione ci sono aziende di servizi e produttori di energia (come Enel e Eni) che hanno interessi contrapposti a quelli delle industrie, che l’energia la consumano. Confindustria ha rivendicato tra gli ultimi successi l’approvazione del Jobs act, ma sono in tanti a lamentarsi della carenza di risultati e così da tempo l’organizzazione deve fare i conti con una lenta, inesorabile emorragia. Molti abbandonano, sostituiscono con consulenti privati i servizi che offre Confindustria e aziende importanti la scavalcano facendo accordi direttamente con il sindacato. Nel 2015 le imprese hanno versato nelle sue casse circa 500 milioni in quote associative, ma è difficile capire cosa ci fa esattamente Confindustria: il bilancio consolidato, per esempio, non esiste. Ci sono i bilanci delle sedi territoriali e delle federazioni di settore, in totale 234 associazioni, ma non sono pubblici perché la legge non lo prevede.

La risposta di Federchimica sul bilancio pubblico, a Bernardo Iovene

Qui l'anteprima su Reportime:
Confindustria ha appena nominato il nuovo presidente: è Vincenzo Boccia, nato nell’azienda di famiglia, ha avuto incarichi nell’associazione da giovanissimo, ha ricoperto tutti ruoli. Ma qual è la Confindustria con cui dovrà fare i conti? Come vengono scelti gli uomini che guidano l'associazione privata più imponente del nostro Paese? Tutti i confindustriali devono la loro carica al papà o al nonno che ha fondato l’azienda. «È un vantaggio poter avere una persona come mio figlio in Federchimica, perché è molto qualificato», ci ha dichiarato il presidente uscente Squinzi.

Certo, ci sarà il merito, ma prima c’è il rapporto di parentela. L’associazione degli industriali ha 130 federazioni di settore, 84 confindustrie territoriali, 20 regionali.
Da sempre la mission è meno burocrazia, più trasparenza e meritocrazia. Ma scavando all’interno abbiamo trovato l'esatto contrario di ciò che predicano: un apparato burocratico che si traduce in poca trasparenza e poca democrazia.

Tutti gli imprenditori sostengono che il bilancio è pubblico, in realtà è riservato ai soci e non c'è modo di sapere con certezza come vengono spesi i 500 milioni di euro provenienti dalle quote degli associati, perché non esiste un bilancio consolidato. Sono fatti loro, secondo il vicepresidente Antonella Mansi. In realtà sono anche fatti nostri, visto che all'interno dell'associazione sono finite anche le quote delle più importanti aziende pubbliche del Paese: da Eni a Finmeccanica, da Enel a Ferrovie, passando per Rai e Poste Italiane e, addirittura, aziende sanitarie.

Nel tempo Confindustria ha imbarcato tutti, anche le banche e le onlus, favorendo la genesi di conflitti di interesse. Se fai parte della stessa associazione e ti siedi allo stesso tavolo per trattare, come si conciliano - per esempio - gli interessi delle industrie che bruciano energia con quelli di Enel che gliela vende? Ma cosa promette Confindustria di così allettante in cambio della quota? Abbiamo scavato nella base associativa, registrando un forte malcontento: dai grandi ai piccoli industriali, in molti fuggono per la scarsa rappresentatività dell’associazione. Tutto è governato da un apparato burocratico che si avvale di un codice etico applicato rigorosamente contro chi osa criticare in pubblico le scelte dell’associazione, a meno che non sei dentro la nomenclatura, e allora non ci sono indagini della magistratura che tengano.


Di Confindustria si era occupato il giornalista Filippo Astone nel suo libro “Ilpartito dei padroni”.

25 maggio 2015

Report – effetto dirompente di Michele Buono

Ci sono nuovi modelli di sviluppo, di lavoro, di impresa.
Oregon: un deposito da cui prendere ed affittare attrezzi e mezzi per la pulizia e manutenzione delle strade.
Berlino: un negozio dove prendere in prestito tende e altri oggetti per un viaggio.
NY: la WIX ti da una postazione nei suoi spazi, se hai una buona idea.
Milano: col progetto Oilproject la scuola si fa in rete, per gli studenti di oggi e domani.
Seattle: alla Wikispeed si fabbricano auto col principio di Wikipedia, partecipando dalla propria officina.

Mettere in comune beni e servizi, come per esempio l'auto: i possessori di automobili sia single che famiglie sono in diminuzione, così come il numero di patenti. Cosa significa? Meno auto in circolo, meno inquinamento: l'auto si usa meno e meglio, nei paesi avanzati.
Anche in Germania calano le patenti nei giovani fino a 34 anni: è la condivisione, il futuro.
La sharing economy è un mondo che si sta organizzando, non è solo la crisi: ora questo modello è alla portata di tutti.

Tablet e smartphone nelle tasche di tutti permettono alla gente di incontrarsi, per soffisfare i propri bisogni: hai bisogno di una casa e di un posto per dormire?
Debbie a NY ha deciso di affittare la casa a gente che viene da fuori: qui organizza anche concerti e arrivano musicisti in gamba, di fama internazionale.
Attraverso i social media ha iniziato a farsi conoscere: è un modello di mercato basato sulla fiducia, che crea valore.
Si scambiano servizi e merci senza intermediari, grazie alla reputazione digitale.
Si condivide tutto ciò che si ha in casa e non si usa: gli spazi, l'auto ..

Come con UBER: una app sullo smartphone ti mette in contatto con un autista, che ha un altro lavoro e che fa questo mestiere come secondo lavoro. Per recuperare le spese del viaggio verso l'ufficio. Ci sono applicazioni che permettono di individuare auto e parcheggi più comodi.

La stessa idea che è venuta in mente nel 2008 a S Francisco a due ragazzi: affittare casa a gente che viene da fuori.
Come fanno alla AIRBNB: si è creata una comunità internazionale, anche in Italia: si affitta la propria casa quando si è in giro.
Stesso meccanismo con le auto: l'applicazione è Bla Bla Car, con cui trovi una persona con cui condividere un viaggio, dividendo i costi e anche il momento del viaggio.

Si conoscono persone, si scambiano pareri, si crea un network utile anche per lavoro: si è creato un mercato che prima non c'era, si risparmiano dei soldi vero per chi si sposta.
Gea Scancarello ha spiegato la sua nuova vita: basta un computer e la rete, per mettersi in contatto con altre persone .

NY, Meetup: è un sistema che suggerisce incontri, in base agli interessi, in tutto il mondo, non solo in America. Partecipando agli incontri si trovano altre persone il che significa altre opportunità per il lavoro: ci si finanzia con i soldi di chi crea gli eventi, che versa a Meetup una quota.

Si crea del valore anche fuori dai consueti luoghi di lavoro: fuori dalle banche, dalle industrie, dagli uffici.

Milano, la rete di Gnamm: si guadagna facendo delle cene ogni settimana, scegliendo chi invitare.
E i ristoratori dovranno abituarsi a questo progresso.

Hai bisogno di un ufficio: sempre a NY puoi affittare degli spazi per le ore per cui ti servono ( e non quando non ti servono): in questo modo si riesce ad occupare sempre di più uffici e spazi che prima erano vuoti. Ancora una volta, si mettono in comune spazi, case, auto, passioni.

Sarebbe una concorrenza sleale, si lamentano tassisti e confesercenti “ il social food si può mascherare da ristorazione abusiva che non sostiene tutti gli oneri previsti dalla legge, inclusi quelli fiscali”.
I tassisti hanno pagato caro la licenza ma laddove si sono messi d'accordo, c'è stato lavoro per tutti e queste piattaforme danno credenziali maggiori sai chi inviti e chi carichi. Non ci sono soldi in nero perché paghi con carta di credito.

Cosa succede se questi modelli sono adottati dalle municipalità?
Munirent è la piattaforma che consente alle municipalità statali di condividere automezzi: come in Oregon, dove i mezzi sono in comune e le contee risparmiano soldi e si riesce a pianificare i lavori in anticipo. Perché i mezzi si prenotano quando servono, non li devi affittare all'esterno e le macchine non stanno mai ferme.
Un risparmio di 150000 dollari, nei primi quattro mesi.

Economia delle soluzioni dicono: la Daimler vicino a Stoccarda ha deciso di mettere in comune le auto che produce, per risolvere il problema della saturazione nelle strade.
La Daimler ha solo chiesto all'amministrazione spazi e parcheggi: oggi il car sharing ha risolto i problemi di lavoro dell'azienda.

A Berlino in un “non negozio” trovi i giocattoli da prendere e poi riportare quando i bambini si sono stufati. Niente commessi, solo gente che controlla la merce e fa marketing.
Ancora a Berlino, altro negozio dove prendere in prestito tutta la roba che hai in casa e che non usi: fai spazio in casa per uno e altri evitano di comprare cose che non sempre servono.
Ci sono piattaforme che mettono in contatto, sulla stessa strada o quartiere, gente che ha necessità con gente che ha questa cosa. Un vantaggio per tutti.
Sono progetti che partono dal basso e che non chiedono soldi alla politica: cambia il concetto dell'uso che è stato sostituito dal possesso.

Uno studio che la società di consulenza Pwc ha pubblicato, indica che se nel 2013 il volume degli scambi era da 15 miliardi di dollari, tra dieci anni i numeri saranno in crescita: il prestito tra privati sarà in crescita del 15%, auto in condivisione del +23%, noleggio dei macchinari +5%....

Come questa economia salverà la scuola, la musica i libri.
Milano: in un unico spazio un bar, libreria e ufficio in co working.
In Open Milano la gente legge, lavora, studia in modo diverso, relazionandosi con altre persone in modo diverso. Si può studiare in queste aree gratis, ma spenderanno qualcosa nei bar, comprando libri o seguendo un corso.

Negli uffici in co working arrivano più di 2000 persone a settimana, i costi per lo spazio sono contenuti per tenerli tutti occupati. Le aziende che arrivano sono disposte a pagare.

Oilproject, la scuola degli studenti: siamo a Lambrate, Milano, e chiunque si collega al sito può trovare materiale per le sue lezioni. Contributi creati dagli studenti, dalla community: una scuola social dove l'accesso è gratuito. Nel 2014 la piattaforma è stata usata da 2 ml di studenti ed ha attirato le attenzioni di una società di TLC.
300 insegnanti in tutta Italia sono stati coinvolti: il ritorno economico non è immediato ma permette di metterti in contatto con altre persone e da nuove possibilità.

Cinema Beltrade Milano: quando la sala non è utilizzata viene riempita dagli spettatori, che scelgono una sala e un film. Se il numero di spettatori arriva ad una certa soglia, si organizza la proiezione, magari per vedere film vecchi o indipendenti.
Una fondazione bancaria ci ha messo dei soldi..

La musica in rete: Jonathann Mann è un musicista che mette in rete le sue canzoni, canzoni fatte in casa, con una videocamera.
Max a Bari è un altro musicista: lo chiamano il nano. Lo contattano dalla Francia e dalla Germania, non dai canali ufficiali e su questi manda il suo materiale.
Canta storie prese dalla strada che Max conosce e dove si parla del valore della legalità: solo su Youtube ha raggiunto 5 ml di visualizzazioni.

Il problema della casa: serve una casa vicino al lavoro o alla famiglia, a Milano è nato un progetto per dare una casa a prezzo di mercato a gente che ha contratti precari o free lance.
Si sono identificate aree non a rendita fondiaria, poi si sono trovati investitori che hanno rinunciato a parte del reddito e del guadagno.
In 18 mesi si sono costruiti 180 appartamenti, affittati a 400 euro al mese con asili: si chiama housing sociale.
Qualcosa devi dare in cambio: sei praticante avvocato? Ti chiederanno delle consulenze.
Sei bravi in matematica? Darai delle lezioni.
Si aiuta il mercato dell'edilizia, si aiutano le famiglie con reddito modesto, è un fattore di sviluppo per un paese.

L'economia tradizionale è in crisi, ma basta voltare la testa dall'altra parte: chiunque, con dei soldi, può finanziare delle imprese in cui crede.
Come per Wikispeed: una rete di officine con cui costruire auto, come se fossero distribuiti in tutto il mondo. In tutto il mondo ci si po' riunire ad un progetto per partecipare allo sviluppo: ci si ritrova in chat su internet. Il metodo di lavoro è AGILE, dove ogni officina può dedicarsi a delle parti dell'auto in modo flessibile.

E questo è solo l'inizio del nuovo modello di fabbrica:
MILENA GABANELLI IN STUDIO
E questo è solo l’inizio del modello di fabbrica che cambia, qualunque sia il prodotto.
La rivoluzione tecnologica va avanti e prescinde dalla politica, e come tutte le innovazioni porta benefici, dopo una serie di sconquassi. Per ridurli la strada non è
quella di proteggere il lavoro che non ha futuro, ma quella di far crescere le imprese e accompagnarle in una fase complicata fase di adattamento. Questo è quello che deve
fare la politica, altrimenti verrà sostituita come è sempre successo nella storia.

Il pdf con la trascrizione della puntata.


14 febbraio 2012

Perchè non si investe in Italia

A confronto, il calo del reddito nazionale tra l'1 e il 2% previsto per il 2012 sembra un'inezia. Perché quello di cui parliamo ora vale - in termini percentuali - 35 volte tanto.
E' il crollo del 53% degli investimenti diretti esteri entrati in Italia nel 2011: in termini assoluti non sono naturalmente i maxinumeri del Pil, ma il loro peso vale comunque molto, anche come volano dell'economia. Il calcolo - quel dimezzamento in soli dodici mesi - arriva da chi dell'argomento se ne intende: il Comitato investitori esteri di Confindustria, un «club» di oltre ottanta aziende internazionali, dalla «corporate America» al «made in Germany». [corriere]

A cosa è dovuto il crollo degli investimenti?
Alta burocrazia, tempi incerti della giustizia, troppi enti con cui confrontarsi per permessi, certificati etc etc..
Tutti argomenti di cui Presa diretta ("Senza fabbriche") aveva dedicato una puntata, confrontando quello che fa il Canton Ticino per attirare le imprese, anche italiane, e quello che succede in Italia (con le imprese a caccia di fondi pubblici).

Di chi la colpa? Certo, si potrebbe continuare a tirare in ballo l'articolo 18 , come se fosse una nora di civiltà giuridica (i licenziamenti discriminatori che non devono esserci) che blocca l'economia.
Ma forse, se siamo ancora un paese nel medioevo (legislativo e burocratico) tutto dipende da questi signori (articolo di Guido Scorza su Il Fatto):
Migliaia di pagine numerate a mano con numeri cerchiati come si faceva un tempo a scuola, centinaia di formati di documento diversi, un’interminabile sequenza di timbri e stamponi – proprio quelli che il Codice dell’Amministrazione digitale dovrebbe, ormai da tempo, aver messo fuori uso e fuori legge – e poi un’infinità di firme autografe autentiche, meno autentiche e assolutamente false a penna o a pennarello.

Aggiungete centinaia e centinaia di cancellature, note e frecce di rimando dal significato poco chiaro o completamente oscuro, interminabili elenchi di nomi di senatori scritti a penna talvolta in stampatello e talvolta in corsivo, in colonna o, piuttosto in ordine sparso quasi si trattasse delle navi disposte sullo scacchiere della Battaglia navale per risultare il meno raggiungibili possibile alle coordinate che guidano i “siluri” dell’avversario.

Post-it fotocopiati con sopra annotazioni indecifrabili e una miscela di font diversi da fare invidia alle “librerie” della tipografia dell’Istituto poligrafico Zecca dello Stato, e poi fax e e-mail, stampati, fotocopiati e autografati in maniera autentica o apocrifa.

Per finire metteteci una pluralità di vocaboli che con un eufemismo si potrebbero definire neologismi, ma che in realtà sono il semplice risultato di crassa ignoranza e di profonda distanza persino dalla lingua parlata nel Paese reale. “Sistema ordinistico”, giusto per fare un esempio, tra le parole presenti nei documenti in questione ma sconosciute a tutti i principali vocabolari della lingua italiana.

E’ questo lo sconcertante e desolante scenario che attende chiunque abbia tempo e coraggio di confrontarsi con le migliaia e migliaia di emendamenti presentati dai senatori italiani alla legge di conversione del decreto legge in materia di liberalizzazioni appena varato dal Governo. Uno scenario davanti al quale ci si potrebbe limitare ad una risata, accompagnata magari da una scrollata di spalle disillusa, ma che invece impone di fermarsi a riflettere.