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03 gennaio 2022

Anteprima inchieste di Report – la sanità del futuro (e lo store di Amazon)

La sanità che potremmo avere se ci fosse qualcuno che unisse i puntini, l'abbraccio mortale di Amazon ai piccoli imprenditori.

La sanità che potremmo avere (se solo lo volessimo)

La sanità che abbiamo e la sanità che potremmo avere: i servizi di Michele Buono sono come sempre proiettati nel futuro, questa volta al futuro della sanità che potremmo avere e che ci consentirebbe di vivere una vita migliore.

Per esempio bloccare, come racconta nell'anticipazione Sigfrido Ranucci, una pandemia con un computer potente dotato di intelligenza artificiale per ricostruire una clinica virtuale dove i pazienti possano ricevere il consulto di tutti gli specialisti richiesti, che analizzano remotamente i file elaborati da una TAC o da una risonanza magnetica tramite dei software 3D che consentono di realizzare la versione olografica del risultato dell'esame.


Immaginiamo per la medicina del futuro lo stesso sistema usato per far volare gli aeroplani nel mondo: un sistema in rete dove ci si scambia continuamente dati, usando la stessa lingua, per evitare le collisioni degli aerei nel cielo o quando atterrano.

Perché il sistema sanitario nazionale non può basarsi su una piattaforma comune, come avrebbe dovuto essere il fascicolo sanitario elettronico? Ne parla a Report Mariano Corso, docente del Politecnico di Milano nell'osservatorio dell'innovazione digitale nella sanità: un sistema dove a circolare non è il paziente, il pezzo di carta con l'esito dell'esame, con la ricetta per la visita, ma dove a circolare sono le informazioni del paziente.

Questa piattaforma c'è, esiste, è stata standardizzata, è stata finanziata, ma non c'è – spiega il docente - “non c'è perché spesso noi non riusciamo a fare l'ultimo miglio.”

Un sistema che consentirebbe di monitorare in tempo reale l'arrivo di una pandemia, che consentirebbe di sperimentare su un nostro avatar le cure sperimentali.

Il servizio di Michele Buono farà sentire la voce di Sergio Pillon, esperto di tecnologie innovative presso l'Istituto Superiore della Sanità, e di Claire Biot vicepresidente di Dassault Syste(è)me.

Il sistema sanitario nazionale non è completamente digitalizzato e non fa rete, occorrerebbe una regia per questo: per esempio sfruttando l'esperienza del dottor Sergio Pillon che ha organizzato la telemedicina per la spedizione in Antartide, ha collaborato con la NASA per capire come gestire la salute dei piloti mandati nello spazio. Ha poi coordinato un tavolo con la conferenza Stato Regioni per introdurre la telemedicina a livello nazionale: il tavolo è durato tre anni, dal 2015 al 2018. Le regioni – racconterà Pillon nel servizio – hanno risposto male, “abbiamo più volte inviato dei questionari e ci hanno risposto solo in cinque, a più invii, con dati assolutamente approssimativi. Abbiamo più volte chiesto al ministro di essere ascoltati, ma il ministro [Giulia Grillo] non ci ha neanche convocati.”

La scheda del servizio: SANITÀ POTENZIALE di Michele Buono con la collaborazione Edoardo Garibaldi

Un sistema industriale che ha digitalizzato tutti i processi arriva in modo efficiente al prodotto finale; nella sanità il prodotto finale è la nostra vita. Il Sistema Sanitario Nazionale però è frammentato in 20 sistemi regionali, ognuno con le proprie piattaforme - quando ci sono - che non dialogano tra loro. Sarebbe necessario, allora, che fosse un sistema connesso a condividere banche dati e flussi di informazione digitale in tempo reale. Quando l'intelligenza artificiale rileva un’anomalia scatta un allarme per tutti, nello stesso tempo. Se c'è una pandemia virale, le patologie acute vanno in ospedale, le croniche vengono curate a casa. Si potrebbe fare, ma occorrono tecnologia e organizzazione. Al di fuori di questo quadro, anche il migliore piano pandemico potrebbe funzionare veramente?

Più forte di uno stato

Cos'è Amazon? Una piattaforma per l'e-commerce che ci ha reso la vita più semplice, oppure un sistema che strozza la concorrenza, che ha così tanto potere da mettersi al di sopra degli Stati?

Il libero mercato è tale se non ci sono condizionamenti, se lo Stato riesce ad essere regolatore e tutti rispettano le leggi, se non ci sono monopoli.

Ma oggi, nel mondo dell'e-commerce, è veramente così? Amazon è uno store che consente a tante piccole aziende di essere visibili su internet e questo è sicuramente un bene: ma il suo potere nei confronti dei piccoli imprenditori è così forte da condizionarne le scelte – lo racconterà nel servizio di Emanuele Bellano proprio uno di questi, Corrado Ferzetti.

All'inizio degli anni ottanta sono nati come funghi i Mall, i grandi centri commerciali alle periferie delle città dove le famiglie compravano di tutto. Tra questi, il Century III Mall, costruito a fine anni 70 a pochi km da Braddock, in Pennsylvania: nel 1979 era il terzo Mall più grande al mondo, racconta a Emanuele Bellano il giornalista Mike Elk, ma oggi è tutto abbandonato, migliaia di metri quadri di parcheggio deserti, i negozi sprangati da porte di legno e tutti gli strumenti per il carico/scarico delle merci ormai inutilizzabili.

“È successo che è arrivato Amazon e l'e-commerce e le persone hanno smesso di frequentare questi magazzini, perché comprano dal divano di casa. Così, prima sono falliti i negozi a Braddock, perché è arrivato lo store, quarant'anni dopo il centro commerciale è fallito perché oggi tutti comprano su Amazon e alla fine qui è rimasta una cattedrale nel deserto, una cattedrale del capitalismo nel deserto.”

La scheda del servizio: AMAZON PIGLIA TUTTO di Emanuele Bellano con la collaborazione Greta Orsi

Da quando l’e-commerce e Amazon sono entrati nella nostra vita, il modo di fare acquisti è completamente cambiato. Il proliferare dello shopping online ha portato alla crisi di migliaia di centri commerciali in tutto l'Occidente: Walmart, Sears, JCPenny, marchi americani della distribuzione, insieme a marchi europei come Auchan, hanno chiuso e lasciato milioni di metri quadri di negozi deserti e abbandonati. Qual è il ruolo di Amazon in questo scenario? Il gigante dell'e-commerce svolge un'azione non solo sul versante della vendita ma anche su quello della distribuzione e della logistica. Il motto di Amazon e di Jeff Bezos è "Il cliente prima di tutto". Tra il cliente e il colosso Amazon nel mezzo ci sono i venditori costretti ad accettare le regole di Amazon o uscire dal marketplace. Report ha documentato pagamenti sospesi o negati unilateralmente, commissioni calcolate sui costi oltre che sui guadagni dei venditori e meccanismi che strangolano il venditore imponendogli di accettare accordi capestro.

La grana del latte non italiano (fatto passare per ..)

A dicembre 2019 Report aveva dedicato un servizio sul latte importato dall'estero e fatto passare come latte italiano dalle aziende di trasformazione che poi, sulle etichette dei formaggi scrivono “latte italiano”. Questa sera Rosamaria Aquino torna sull'inchiesta, entrando nei caseifici del Grana e in quelli che fanno formaggi non DOP.

La scheda del servizio: CHE GRANA! di Rosamaria Aquino

Report due anni fa aveva svelato la lista segreta dei produttori di formaggi italiani che acquistavano grandi quantitativi di latte e formaggi dall'estero. Tra queste aziende comparivano anche grossi caseifici produttori di Grana padano DOP, che acquistano latte straniero per la produzione di formaggi cosiddetti “similari”, che alla fine vanno a fare concorrenza alla stessa DOP. Report compie un viaggio nel mondo dei similari, dalle vacche rosse di Reggio Emilia fino in Repubblica Ceca, a caccia di prodotti che spesso vengono confusi con l'originale. Le telecamere di Report sono entrate anche nei caseifici che producono sia DOP che non DOP, raccontando come avvengono i controlli per scongiurare che il latte estero e il latte dop italiano non si confondano.

La certificazione del legno che importiamo

Che controlli vengono applicati sul legno di importazione, come possiamo essere certi che in Italia arrivi solo legname certificato, ovvero che non è stato ottenuto in modo illegale?

La scheda del servizio: LA VIA DEL LEGNO di Antonella Cignarale con la collaborazione di Marzia Amico

In Italia importiamo l‘80% del legno che usiamo, l’importazione da paesi extra europei prevede severi controlli, quella dai paesi dell’Unione Europea, no. Sarebbe responsabilità di ogni paese membro assicurare che il taglio nelle proprie foreste avvenga nel rispetto delle leggi, ma i controlli non sono omogenei tra gli Stati: quando vengono bypassati, il legno illegale può circolare sul mercato comunitario insieme a legno legale senza che ve ne sia traccia. I commercianti che lo acquistano non sono tenuti a controllare né la legalità del taglio in foresta né la filiera di trasformazione da cui deriva il legno. Per i consumatori, l’unica informazione obbligatoria da fornire è il “made in”, l’ultimo anello di una lunga catena di trasformazione. Ci sono aziende che si affidano ai controlli privati della certificazione forestale, ma per i prodotti di arredo composti da molteplici componenti è impossibile controllare ogni singolo momento di produzione, incluso il taglio in foresta.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

03 dicembre 2019

Report – l'inquinamento della Solvay

Le leggi che regolamentano l'uso del monopattino, l'inquinamento della Solvay, la digitalizzazione mancata della pubblica amministrazione, questi gli argomenti dei servizi.


MONOPATTI-NO? di Chiara De Luca

I monopattini sono mezzi non inquinanti che però non esistono per la legge italiana: il passato governo ha avviato una sperimentazione, che coinvolge alcune città italiane.
L'ex ministro Toninelli li avrebbe equiparati alle bici, ma non in tutta l'Italia valgono le stesse leggi. Sarebbe stato meglio fare una legge che valesse per tutto il paese ed evitare storie come quelle di Torino, dove i vigili hanno fatto multe da seimila euro.

Anche a Roma sono irregolari, i monipattini: non tutte le amministrazioni sono disponibili ad assumersi le responsabilità e nemmeno il ministero ha voluto andare fino in fondo.
Serve una assicurazione? Che limiti si devono prevedere? Serve un casco? Si possono portare persone oltre al conducente?

Nemmeno Salvini e la nuova ministra hanno pensato di fare una sola circolare che valesse per tutte le forze di polizia locali.
Eppure i monopattini servirebbero ad inquinare di meno, specie in città a rischio come Torino e Milano.
Ci sono poi città come Padova dove questi mezzi sono vietati: hanno visto le criticità di altre città alle prese con la sperimentazione e allora hanno preferito aspettare.

Cosa prevede la sperimentazione: limiti di velocità, cartellonistica stradale che indichi la sperimentazione, gilet da indossare, segnalatori .. per i comuni la cartellonistica è una spesa che non si può sempre sopportare.

A Milano alcune aziende di sharing hanno cominciato a mettere per strada dei monopattini, senza rispettare l'invito del comune.
I comuni scaricano le responsabilità sul ministero, il ministero sulla UE ma l'Europa ci ha spiegato che tocca alle nazioni regolamentare l'uso dei monopattini.

Con la regolamentazione si avrebbe meno confusione, meno auto e moto per strada, meno inquinamento e poi, anche si stimolerebbe l'indotto attorno a questo mezzo.

Come è andato a finire? Latte versato

Il latte straniero costa meno, 4 o 5 centesimi: dietro il traffico di latte straniero c'è questo, il profitto, senza alcun problema di trasparenza e di sicurezza alimentare.
Perché fuori dall'Italia ci sono paesi che hanno regole meno stringenti, sull'uso di antibiotici agli animali.

La lista delle aziende che usano latte non italiano è un segreto custodito dal direttore generale del ministero della salute, temendo le ritorsioni delle aziende casearie.
Ma Report l'ha pubblicata lo stesso: lo chiedeva la magistratura, lo aveva chiesto il ministro Di Maio, la ministra Bellanova ha emanato un decreto, ora, un decreto per la tracciabilità.

Le aziende sono invece insorte, la giornalista di Report è stata accusata di fare terrorismo mediatico, le hanno augurato denunce penali ..

Così Report è andato in Molise da Valeria, una casara che produce formaggio con latte locale.
L'etichetta solo latte italiano è veritiera in questo caso, qui usano solo latte molisano, la mozzarella non sa di plastica.

Il latte straniero si usa, perché di latte non se ne produce molto, perché costa di meno.
Si da la colpa alle quote latte, che ha scoraggiato gli allevatori a continuare il loro lavoro. È anche vero che agli allevatori il latte viene pagato poco, a 30 centesimi il litro.
Ci sono allevatori come Bruno Pallotta, per curare le sue mucche, per cercarne una che si era persa, c'è pure morto, cadendo in un crepaccio.

ALLA FACCIA DEL BICARBONATO DI SODIO di Adele Grossi in collaborazione di Norma Ferrara

Il Bicarbonato si usa in cucina, per la digestione .. ma cosa abbiamo dovuto digerire in Italia per il bicarbonato?
La Solvay, la multinazionale belga lo produce in Italia, inquinando le acque, in uno scontro con le amministrazioni locali in cui spesso si è agito in deroga.

A Rosignano Solvay la spiaggia è bianchissima: la gente fa il bagno, nonostante i residui della lavorazione della Solvay siano scaricati nelle acque.
Il bianco attira i turisti, come se fossimo ai Caraibi: attorno allo stabilimento l'azienda ha costruito una cittadina, le case per gli operai e i dirigenti, un campo di calcio dedicato a Solvay come pure la chiesa.

Per produrre il bicarbonato serve acqua e sale: grazie ad un accordo coi monopoli di Stato, Solvay può estrarre il sale in esclusiva, abbiamo svenduto le saline e l'acqua del fiume Cecina.
Alla regione l'acqua la paga meno di 4 centesimi a metro cubo: Volterra e gli altri comuni rimangono perciò senz'acqua, mentre la Solvay continua a pompare.
Solvay non ha versato nemmeno tutto il dovuto alla regione, ci sono contenzioni, eppure nessuno la sta bloccando.

Mentre la balneazione viene bloccata, a seconda della stagione, che attirano turisti e cantanti.
L'acqua, secondo il ministero della Salute è eccellente, dal punto di vista batteriologico: ma nelle acque è presente del mercurio in concentrazione superiore alla norma.
Come è possibile, in un sto turistico? Si può fare il bagno in quelle acque?
All'Arpa non rispondono, il ministro Costa non può bloccare l'accesso alla spiaggia.

In 50 anni sarebbero state riversate 400 tonnellate di mercurio, nel solo 2017 Solvay ha ammesso di aver sversato arsenico, nichel e cromo.
L'acqua sul fondo è torbida, c'è una polvere bianca che contiene quei metalli presi dalla pietra e che sono tossici.

Nel 2003 è stato firmato un accordo tra regione e Solvay, per scaricare meno inquinanti: ma anziché adeguarsi il privato, si adegua lo Stato ai bisogni di Solvay (da 60 mila tonnellate si passa a 200 mila).
Il bisogno tecnologico di Solvay prevale sulla salute delle persone.

L'azienda ha pagato 50mila euro di multa, per l'inquinamento di acque e terreni, il fascicolo del processo non è stato concesso a Report, invocando un diritto all'oblio.
Ci sono poi i lavoratori che, in disparte, in modo anonimo, raccontano dell'inquinamento di diossina, per i fumi dello stabilimento.
In 10 anni ci sono stati morti per le sostante inquinanti, per mesotelioma pleurico, che in questa zona è del 300% maggiore rispetto al resto della Toscana.
E l’Inail ha riconosciuto già 69 casi di malattie e decessi legati all’amianto per i lavoratori della Solvay: 150 persone a Rosignano si sono riuniti per fare una battaglia legale contro la Solvay, vogliono sapere di cosa si sono ammalati.
Per esempio per l'esposizione all'amianto: ci sono 18 procedimenti civili, Solvay non ammette il nesso di casualità tra il lavoro e la malattia.
Eppure i numeri parlano chiaro.

Solvay spende soldi in attività di lobby, incassa soldi sugli investimenti regionali per la tutela ambientale, per svariati milioni.

Ci sono poi gli altri stabilimenti della Solvay: a Ferrara, nel quadrante est vivono persone a ridosso di terreni inquinanti dalla Solvay fino al 1998.
Arpa Emilia Romagna sapeva, ma hanno impiegato anni a collegare l'inquinamento al produttore: Solvay ora dovrà definire il progetto di bonifica, non solo nel quadrante est, ma anche in altri terreni.

Un ex trasportatore ha condotto la giornalista nelle zone dove venivano seppelliti le polveri bianche, residuo della produzione. Alcuni di questi terreni sono oggi coltivati a grano: il comune ha preso atto della scoperta della giornalista, è stata Report a ricordare ad Arpa di queste ex discariche.
Solvay è stata assolta in tribunale, per questo inquinamento, oltre ogni ragionevole dubbio.

Ad Alessandria gli abitanti sono stati convinti a starsene zitti, perché l'azienda chimica Montecatini offriva acqua gratis, acqua presa dalle falde sotto l'aria industriale.
Per contratto, firmato dagli abitanti con Montecatini, si chiedeva loro di rinunciare a ogni pretesa per danni da esalazioni e inquinamenti dovuti allo stabilimento industriale.

I lavori di bonifica sono andati avanti a rilento: Arpa si accorta in ritardo dell'inquinamento di Spinetta Marengo, dove la popolazione è stata dissetata con acqua avvelenata, anche se gratis.
Persone che si sono ammalate per quest'acqua: anche qui i processi non sono andati nel verso “giusto”, la responsabilità della Montecatini non è stata provata e ora siamo arrivati in Cassazione.

Nessuno degli enti si è preoccupato di controllare l'acqua fornita agli abitanti, mentre nei bagni dei dirigenti stava scritto “acqua non potabile”.
Oggi Solvay, subentrata, continua a fornire acqua ai cittadini, ma prelevandola non dalla falda, ma dall'acquedotto (a cui non risulta): al comune non risulta e secondo l'Arpa non è inquinata.

Ma chi controlla la situazione in questo territorio? I comuni, Arpa?
Perché gli abitanti non consegnano l'acqua per fare dei controlli?
Anche qui l'incidenza delle malattie è alta, le persone vorrebbero sapere per cosa si sono ammalate, la sfiducia nello stato è alta …

La giornalista ha poi raccontato la storia delle verifiche fatte dalla Solvay sul sito alessandrino: si sapeva dell'inquinamento dei terreni, che necessiterà di almeno dieci anni di lavoro.
Qui tra gli inquinanti ci sono anche i PFAS, ma la regione Piemonte non ha ancora fatto nulla (mentre in Veneto è partito già lo screening per i cittadini).

La regione Piemonte scarica le colpe al ministero, al ministero dicono che le regioni potrebbero già fare qualcosa. E il balletto continua.

Report è andata poi in America a raccontare l'inquinamento di Solvay: inquinamento per PFNA nelle acque, che ha portato a dei contenzioni legali tra la multinazionale e lo stato del New Jersey.

Serve stabilire il limite del PFAS, dice Costa: ma oggi sarebbe inutile, perché i PFAS (di cui sono noti gli effetti sull'interferenza endocrina) non è più prodotta dal 2013, è stata sostituita da una nuova sostanza che non inquina, il C6O4, un perfluoro alchimico, sostanza chimica e nociva.
E chi garantisce per la salubrità di questo prodotto? Gli unici studi sulla tossicità del C6O4 sono quelli della Solvay e lo stato italiano non può verificare.

Solvay ha chiesto di poter sversare nell'ambiente c6o4, deve decidere la provincia: chi controllerà su questa azienda? Le regioni, lo Stato, il ministero, l'Europa?

Solvay ha risposto a Report, spiegando che rispetta tutti i regolamenti, spesso carenti e incompleti.
Lo Stato dovrebbe controllarle, le aziende chimiche, non subirle.

25 novembre 2019

Le inchieste di Report – le olimpiadi a Milano (e il latte italiano)

Per le Olimpiadi invernali che si terranno tra Milano e Cortina nel 2026 si sta già invocando il modello Expo. Chi ci guadagnerà da questo evento?
Quali case italiane usano latte proveniente dall'esterno nei formaggi?

Nell'anteprima, che come di consueto è dedicata a temi di società, si parla di sostegno ai disabili con l'inchiesta di Giulia Presutti.

Senza sostegno di Giulia Presutti

Sono 270mila gli studenti con disabilità che frequentano le scuole pubbliche, ragazzi come Sara la cui sotria è raccontata dalla giornalista di Report: soffre di un disturbo dello spettro autistico, appassionata di disegno.
Lei e gli altri studenti con disabilità sono seguiti da 100mila insegnanti di sostegno, un numero insufficiente, con una deroga sono nominati altri 75mila supplenti, per garantire a tutti il diritto costituzionale allo studio.
Certo, il diritto viene garantito, seppure con nomine fatte in extremis, ma la continuità didattica no: “noi idealmente vorremmo avere posti in organico di diritto, costanti, per tutto il fabbisogno nazionale, ma questo significa un costante investimento da parte dello Stato, quindi da parte del ministero dell'Economia e delle finanze”, sono le parole del ministro Fioramonti.
Secondo l'Istat, gli studenti con disabilità sono 270 mila: il 3,1% degli iscritti nelle scuole italiane. Ad accompagnarli nel percorso formativo c'è l'insegnante di sostegno, una figura necessaria a garantire l'inclusione scolastica. Ma i docenti di ruolo sono solo 100 mila e non bastano a coprire le esigenze. Così, a settembre le classi sono scoperte e le famiglie sono obbligate a rivolgersi ai giudici: è il Tar a raddrizzare la situazione, costringendo il Ministero a provvedere. Il Miur con una deroga nomina d'urgenza oltre 60 mila supplenti. Ma il diritto all'istruzione viene così garantito? E questo sistema emergenziale quanto pesa sulle casse dello Stato?

Le Olimpiadi a Milano: un affare per chi?

L'Italia è riuscita a battere l'organizzatissima Svezia, le Olimpiadi invernali del 2026 saranno organizzati tra Milano e la città alpina, che le aveva già ospitate nel lontano 1956.
Queste del 2026 saranno il ritorno di un sogno, la promessa di un nuovo impulso per i benefici che i giochi porteranno sul territorio, in termini di PIL e per la realizzazione di tutte le opere che si ritengono da ora necessarie.
A Losanna a festeggiare dopo l'assegnazione, c'era tutta la vecchia guardia, compresa Evelina Christillin, organizzatrice dei giochi di Torino nel 2006 (i cui impianti oggi sono in parte abbandonati), oggi dentro una banca, un'associazione sportiva (la Rider Cup) e molto amica degli Agnelli.
A Losanna era assieme al marito, presidente di Generali.

Sempre a Losanna, a festeggiare, era presente Mario Pescante, ex politico ed ex presidente del Cio che ha seguito, per questo, la candidatura di Milano.
Come l'ha seguita anche Franco Carraro: “[come per Torino 2006] ho dato una mano a mettere in piedi la candidatura e a fare la lobby necessaria per cercare di favorire Milano ..”.
Carraro è stato ex presidente del Milano, della Lega Calcio, presidente del settore tecnico, presidente del Coni, pure ministro del Turismo e dello Spettacolo, presidente di Impregilo e vice presidente di Alitalia …


L'attuale presidente del Coni, Malagò, inizia la sua carriera come commerciante di auto di lusso, amico degli Agnelli, per anni presidente del circolo canottieri Aniene a Roma, ritrovo di politici, imprenditori e banchieri.
Proprio a Roma lo ricordano per aver presieduto i mondiali di nuoto del 2009, quello delle opere non completate, quello che ha chiuso con un passivo di 8ml.
“E' un scelta degli azionisti che rappresentavano al 100% il consiglio di amministrazione”: peccato che tradotto in italiano corrente questo ha significato che i soldi li ha messo il comune di Roma.
E oggi lo stesso Malagò è presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi Milano-Cortina, mentre l'amministratore del comitato organizzatore, che poi sarà una fondazione, è stato scelto poche settimane fa, si tratta di Vincenzo Novari.
Top manager, per anni amministratore delegato della Tre (società telefonica che dietro ha capitali cinesi), nel 2016 ha fondato una società di consulenza che lavora con gruppi cinesi interessati ad investire in Europa.
“I cinesi sono molto interessati ad investire nelle Olimpiadi” ha commentato Malagò: viene da pensare che la nomina di Novari non sia casuale.
Renzi, a suo tempo, lo voleva direttore generale della Rai e nel passato aveva fatto causa a Report per 137 ml di euro, poi persa, per una inchiesta fatta sulla Tre.

Lorenzo Vendemiale, sul Fatto Quotidiano di domenica, ha raccontato dell'enigma degli investitori che si stanno muovendo su Milano: chi sono? Da dove vengono i soldi?

Si parla di olimpiadi low cost: il 92% delle infrastrutture sono già esistenti – spiega alla giornalista il sindaco di Cortina, Giampietro Ghedina – si tratta solo di realizzare nuove strutture provvisorie o comunque di un rinnovamento di quelle esistenti.


A Cortina c'è già la pista di bob, realizzata per le Olimpiadi del 1956, rimodernata poi negli anni '70, ma dal 2008 è chiusa: c'è il rischio che l'impianto, essendo rimasto fermo per 10 anni, debba essere rifatto.
E' questa l'opinione di Gianfranco Rezzadore, presidente del bob club Cortina: sia la pista che l'impianto andrebbero rifatti, per adeguarli agli attuali canoni dello sport.
Un intervento che, secondo la stima del sindaco, costerà 46ml di euro: sommando tutti gli interventi, a quanto ammonterà tutta la spesa?
Siamo sicuri che saranno veramente low cost queste olimpiadi? Non vorremmo che si ripetesse qui quanto accaduto con Expo: lavori fatti in fretta, senza gara, con le retate della procura (che ha arrestato molti dei collaboratori dell'allora manager Sala)..


La scheda del servizio: I tedofori di Claudia di Pasquale in collaborazione di Giulia Sabella e Lorenzo Vendemiale
Lo scorso 24 giugno il sogno olimpico è diventato realtà, le Olimpiadi invernali del 2026 sono state assegnate alla coppia vincente Milano-Cortina, che ha sbaragliato la Svezia grazie al suo dossier di candidatura. Quelle di Milano-Cortina promettono infatti di essere delle Olimpiadi low cost, in grado di portare enormi benefici sul territorio. Si prevedono 400 milioni di euro di investimenti per realizzare gli impianti e i villaggi olimpici, 1 miliardo e 400 milioni di euro per l'organizzazione dell'evento sportivo, e un indotto superiore ai 2 miliardi. Ma possiamo fidarci di queste previsioni? Quali sono gli obblighi richiesti all'Italia dal Comitato Olimpico Internazionale? Se i conti alla fine non dovessero tornare chi paga?

I furbetti del latte non italiano

Quante latte non italiano finisce nei nostri formaggi? Questa la domanda a cui il servizio di Rosamaria Aquino cercherà di dare risposta, svelando in anteprima la lista delle aziende che col latte hanno fatto i furbi.
Il servizio cercherà di raccontare come funziona la filiera di trasformazione del latte, dei prodotti di origine protetta, partendo dalla frontiera del Brennero dove, ogni mattina, arrivano i camion pieni di latte straniero.
Decine di camion, dalla Germania e da altri paesi dell'est, che vengono controllati dalla Guardia di Finanza: latte che arriva ad aziende che poi sulle confezioni scrivono, “usiamo solo latte 100% molisano”. Ma il Molise non mi sembra sia una regione della Germania.
Non è un lavoro facile: i trasportatori cercano di mimetizzarsi, usando camion con targa straniera e rimoechi con targa italiana, così come italianissimi risulteranno i formaggi prodotti da queste aziende.
Un miracolo? Certo, come il latte che arriva dalla Spagna, destinato ad aziende agricole del Veneto.


Aziende che poi si vantano pure di usare solo il miglior latte vaccino dagli allevamenti locali ..

La scheda del servizio: Latte versato di Rosamaria Aquino

Dopo oltre trent'anni la magistratura inchioda la politica alle proprie responsabilità sulle quote latte. Ma la musica, in uno dei settori chiave dell'economia del nostro paese, non è cambiata. Chi e perché ha messo un segreto sulle aziende italiane produttrici di formaggio che utilizzano latte straniero? Report entra in possesso in esclusiva della lista secretata per anni dal ministero della Salute. Dalle mozzarelle, alle dop, ai formaggi “similari”: vecchie e nuove incognite affliggono allevatori e produttori. L'etichetta indica sempre l'origine del latte, ma quanti formaggi proposti sul mercato come italiani, sono realmente prodotti con materia prima del nostro paese?


11 ottobre 2016

Report – il latte (e i derivati) e il falso biologico)

Indovina chi viene a cena: latte e isuoi sostituti
Latte senza mucche. Latte che forse non proviene i problemi alle ossa.
Una squadra di calcio vegana in Inghilterra: niente prodotti animali, per un'idea di mondo migliore (a detta del proprietario della squadra).

Sabrina Giannini nel suo servizio sfata i miti sul latte: contiene più calcio una cipolla, lo dice la scienza. Il mito del latte è promosso dagli spot del governo, per aiutare i produttori ora che non ci sono più incentivi.

Così a Cremona ad una mostra agricola le mucche sono quasi delle modelle, che non vengono nemmeno munte per avere le mammelle più turgide. Tanto non scoppiano..
Affari d'oro anche per i tori e per il loro sperma, che garantisce mucche sane e che producono tanto latte.
Tutto artificiale, come le mucche dopate, con l'ormone, per vincere le gare: l'ormone della crescita è stato scoperto dal procuratore di Brescia un anno fa, alcuni allevatori scopriranno a breve se andranno a processo. L'Europa che fa la morale all'America, ancora non si fanno controlli sulla somamotropina: il mondo idilliaco di prati e pascoli esiste solo sulla carta.

Oggi le mucche fanno 40 50 litri di latte al giorno: sono selezionate per essere munte durante tutta la gravidanza, nella seconda metà della gravidanza questo è ricco di ormoni.
Che effetti ha sui bambini?
Che effetto hanno le sostanze dopanti?
Nelle vacche di pianura che non vedono mai l'erba non ci sono le sostanze presenti nei pascoli alpini, come l'omega tre.

Ma l'Europa sta puntando sugli allevamenti intensivi: chi ci guadagna sono i grandi produttori che livellano verso il basso il costo del latte, latte di cui non conosciamo la provenienza.
Non conosciamo l'origine del latte sui formaggi (eccetto quelli dop): un bel regalo fatto dall'Europa ai produttori.
Negli stabilimenti Galbani entra un camion proveniente da un paese dell'Est: sulla fiducia dobbiamo credere che la mozzarella Galbani proviene da pascoli italiani. E non dalla Lituania.
E i carichi di cagliata provenienti dalla Lituania?
Niente di illecito, la legge lo permette.

Dalla pianura Padana a San Francisco: qui producono latte senza mucca.
Il latte è prodotto secondo un processo simile a quello della birra: le proteine sono prodotte in modo artificiale, arrivando ad un latte con un gusto simile a quello naturale ma senza lattosio (e con meno consumo di acqua).
In America puntano al risparmio del suolo: latte costruito in laboratorio e verdure che crescono in altezza.

I 20 anni di Report.
“Sarà la mia ultima stagione alla conduzione di Report”: dopo tanto tempo la palla passa ai giornalisti della squadra, che ha contribuito a far diventare un prodotto di successo.
Stagione storica, questa: 20 anni di Report. Cosa farà nel futuro Milena Gabanelli? Forse l'inviata?

Report – il Bio illogico di Bernardo Iovene.
Siamo disposti a pagare di più per un prodotto alimentare senza pesticidi: fa bene a noi e all'ambiente. Ci sono 14 enti certificatori, che dipendono dal ministero.
Tutto a posto?

quando arriva il nemico ti devi difendere”: così parla un produttore di grano, non biologico.
Si riferiva al grano che è stato prodotto dalla Puglia, da Liuzzi (Civitate), che non era biologico: grano finito poi nei mulini poi certificati dai rispettivi enti.
Ma nessun ente ha fatto il suo lavoro di controllo: è così facile far passare del grano normale per biologico?

Dopo 6 mesi si è arrivata alla denuncia dei carabinieri, nata da un controllo post di un ente certificatore: ma quel grano è poi diventato pasta, che qualcuno si sarà mangiato. Non solo in Italia.

CCCB è un importante ente certificatore: ma poi CCCB è di proprietà di un ente, il Consorzio Bio, un consorzio di imprese che racchiude poi le società che producono farina bio.
Situazione anomala, da conflitto di interesse forse.

Feder Bio, la confindustria dei produttori Bio, detta le linee guida, su tutti i passaggi della filiera: ma la vicenda di Liuzzi dimostra che i controlli sono stati lenti, le comunicazioni poco efficaci.

Da dove arriva il grano di Liuzzi? Il signor Liuzzi non lo ha voluto dire.
Che fare allora per evitare altre frodi nel futuro: esiste una piattaforma tecnologica, ma manca na timbra del ministero, nella specie da parte del sottosegretario Olivero.
Ora il timbro c'è, ma sulla piattaforma di Federbio, che è una associazione privata.
Ma Liuzzi avrà fatto tutto da solo?
Rimane comunque il fatto che l'ente certificatore dei maggiori marchi è di proprietà del consorzio che racchiude i marchi stessi.

Cerignola: azienda biologica che produce pomodori, poi messi ad essicare.
L'ente di certificazione come lavora? Produttore e certificatore si conoscono, ma gli ispettori cambiano turno, dice una persona di Icea (l'ente).
I controlli sono fatti a sopresa? Non sempre, nel caso di Samanta, su un campione di grano dall'Ucraina il produttore era stato avvertito.
E negli anni, Icea non ha mai trovato problemi nell'azienda Agricola grains: questa importa dall'est, da produttori biologici.
Altra stranezza: gli enti certificatori sono andati in Romania e poi sono seguiti i produttori biologici, uno si aspetterebbe il contrario.
Cosa succede in Romania?
Bernardo Iovene, travestitosi da produttore, è andato lì a scoprirlo.

In Romania gli imprenditori italiani si trovano bene: cinque enti di certificazione italiani sono andati in Romania, ma tre hanno fatto una brutta fine.
Come Icea: molti dei prodotti non sarebbero veramente biologici, ma contenenti prodotti trattati con fitosanitari.

Un ex responsabile di un ente certificatore, poi sospeso, parla davanti a Iovene di mazzette, di soldi passati per avere la certificazione, da parte di italiani. Per prodotti col bollino bio, che paghiamo caro e che non è biologico.

Solo i documenti sono biologici – ammette anche un intermediario, in una intervista nascosta: sul campo ci si mette d'accordo , tra controllore e controllato.
Voi prendete in affitto 1000 ettari, prendete un intermediario che lavora qua e che tratterà con voi”: basta oliare il sistema, avere un intermediario sul posto, un terzista a cui dare i soldi per i pesticidi e il resto del materiale.
I controlli sono l'ultimo dei problemi.

Siamo sicuri che non è tutto così – commentava la Gabanelli, sulle mille aziende in Romania. Non sappiamo quanto importiamo dalla Romania perché è in Europa.
Come si fa a bloccare le partite farlocche? Infatti la frode più grossa è stata scoperta al porto di Ravella, dove arrivava merce da Malta, ad esempio.

Delle 350mila tonnellate ne sono state sequestrate 2000: granaglie con dentro prodotti tossici, per un volume d'affare complessivo di 126 ml.
A Pesaro sul banco degli imputati dovrebbero esserci anche i dirigenti del ministero – spiega il dottor Carnemolla, di Federbio: enti certificatori sospesi in Italia, ma che potevano lavorare in Romania.
Iovene ha raccontato la storia della Just Organic, di Gianpaolo Romani, interdetto alla produzione: ma lavora ancora perché “paga bene”.
Romani aveva come società di consulenza una società di Enrico Maria Pollo: direttore della società Archimede, console onorario in Romania, ma soprattutto capo segreteria del vice ministro con delega al Biologico, Olivero.

Quando la Ecogruppo, altro ente certificatore, boccia una partita che veniva da una società da Romani (e venduta alla Sedamil), il responsabile di Ecogruppo viene convocato dal vice ministro.
Doveva usare il buon senso, nessuna pressione: non volevano penalizzare troppo l'azienda, spiega il vice ministro.


Ancora una volta emerge il problema dei conflitti di interesse, dentro le stanze del ministero: a rischio, oltre alla nostra salute, è anche l'immagine del ministero.

10 giugno 2010

Annozero Padania al verde

C'era una volta l'allevatore di mucche, c'erano una volta le stalle, i macchinari per mungere e c'era una volta il latte italiano. Potrebbe essere anche questo un ricordo di un mondo che scompare: la crisi che non c'è colpisce le industrie italiane e porta a delocalizzazioni, chiusure di impianti. L'industria legata al latte era già in crisi da tempo, dall'introduzione delle quote latte europee, con le sovvenzioni date dall'Europa senza controlli (né a Bruxelles, né a Roma).

E così, oltre a trovarci con il 50% di allevatori in meno dal 2000, l'inchiesta di Pozzan ha raccontato delle tante storture del sistema: da dove viene il latte delle nostre tavole? Come vengono fatti i prodotti caseari (le mozzarelle Dop che paghiamo pure caro)? Che controlli ci sono sui finanziamenti dati ai produttori?
Quali le ragioni della protesta?

Ma prima di arrivare al viaggio nella verde padania, tra i produttori arrabbiati, nella lunga copertina della puntata, Santoro ha voluto aprire un altro dialogo immaginario col presidente del Consiglio. Presidente che minaccia di non firmare il contratto della Rai. Presidente che attacca la Costituzione: “la faccia allora .. si riprenda i suoi uomini a Mediaset”. E lasci la Rai libera di fare concorrenza a Mediaset (le cui aziende oggi fanno fatica a stare sul mercato), senza l'ombra dei partiti sui produttori dei programmi.

Oggi la televisione ha preso l'aspetto peggiore del fascismo, ha continuato Santoro: il conformismo della Rai che cancella programmi e voci scomode.
Conformismo della Rai che porta a fare programmi all'esterno: la Rai terreno di un certo funzionariato, per cui i programmi non assomigliano più al paese, ma ai gusti dei funzionari per cui lavorano.

Televisione che è stata paragonata alla semplicità del panino Mc Donald: arrivi e non devi far fatica a scegliere, panino 1 , panino 2. E alla fine sparecchi pure.
O anche la semplicità del Grande Fratello (in tutti i palinsesti, in tutte le sue salse): nomination 1, nomination 2, mandi un sms e paghi come un coglione.

Faremo mai una fiction come I soprano? Come Dr House, come Lost? “Noi santi, carabinieri e puttane, questa la nostra visione della Tv”.
È invece importante dove si portano le telecamere, perchè stabilisce cosa le persone possono conoscere del mondo: le telecamere che ci hanno mostrato il dolore dei bambini sotto le macerie nella scuola crollata in Molise.
Telecamere assenti però in Afghanistan, quando altri bambini si ritrovano sotto altre macerie.
Il problema di Annozero non si risolve con la politica: è un prodotto televisivo fatto da giornalisti: “Annozero è un cavallo che lei non è riuscito a domare, né a comprare”.

Il nodo è tutto qui: al produttore il latte è pagato 28 centesimi, di fronte ad un costo di 37 centesimo. A noi il latte costa molto di più.
Con questi margini, l'allevatore è costretto ad aumentare la produzione: più produzione, in deroga alle quote, significa più multe. Multe che sindacati e politica avevano detto che sarebbero state pagate dallo stato.

Così gli allevatori si ritrovano sommersi dai debiti, con le multe alle spalle, e spesso vanno avanti solo con le sovvenzioni dall'Europa.
Dall'altra parte le imprese, italiane anche, che non sono costrette né ad indicare la provenienza del latte, né se i prodotti caseari sono fatti con latte in polvere.
Il famoso latte in polvere rigenerato, la cui presenza è riscontrabile dall'alta presenza di Furosina.
Così mentre nel passato è avvenuto il mercanteggio delle quote, date in affitto per lucrarci, oggi ci ritroviamo a produrre solo il 40% del fabbisogno di latte consumato.
Alla gaccia del libero mercato, della tracciabilità di ciò che consumiamo e del made in Italy. Made in Italy che ogni giorno scopriamo essere solo una patacca in bocca ai politici di Roma.

Perchè a Roma non sanno nemmeno quante sono le mucche in Italia. Dalle statistiche di Roma risultano allevamento con 10000 capi, 17000 capi ..

A Roma non sanno che il latte consumato dagli italiani spesso arriva dalla Germania, dopo aver fatto un lungo giro per l'Europa e per il mondo (si parla di latte in polvere allungato con l'acqua, proveniente dalla Nuova Zelanda).
Non credevo che si arrivasse alle vacche di carta, alle stalle gonfiate. Anche in questo settore, la puzza di una truffa.

Il presidente degli allevatori, Fidenato, parla di sovrapproduzione di latte. Ma questo si scontra con i numeri dati prima: solo il 40% di latte è prodotto in Italia. Significa che tutto il latte prodotto in Italia è consumato per fare prodotti caseari, non viene buttato via.
Se si liberalizzasse il mercato, se si indicasse la provenienza, se ci fossero maggiori controlli a chi diamo i soldi.
Quanti se. E nel frattempo la metà degli attuali allevatori, rischia la chiusura.
E la crisi, anche nel settore del latte.

Ma potremmo consolarci nei titoli del TG1, di cui ha parlato Travaglio nel suo intervento.
81% dei servizi dedicati alla criminalità e solo il 4% dedicato alla crisi. Di 5 milioni di multe, per le quote latte al nord.
Di certo il TG1 non avrà parlato della chiusura della Indesit, della Mangiarotti in Lombardia (Il sole 24 ore le chiama gentilmente consolidamenti).
Ma scorrendo i titoli dei servizi si viene informati su “a che età si può giocare a golf”.
“la moda degli abiti del cane”.
“allarme obesità a Mosca”.

Chissà che qualcuno prenderà nota di quell'imprenditore che riciclava a Casal Buttano perfino i formaggi andati a male. Inchiesta partita grazie a delle intercettazioni.
Imprenditore che è comunque rimasto nel settore.
Com'era verde la mia valle....