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27 maggio 2021

Faccia da mostro Lirio Abbate


Un ex poliziotto. Omicidi eccellenti e stragi di mafia. Una donna legata a Gladio. Un mistero che dura da trent'anni.

Questa è la storia di un uomo di cui, per anni, non si è saputo il nome. Era solo un personaggio oscuro, il cui volto deturpato aveva colpito i vari testimoni che ne parlavano. Pentiti di mafia che raccontavano di questo poliziotto che lavorava per cosa nostra e non per lo stato, spietato e pericoloso, perfino per i mafiosi.

Ne ha parlato Vincenzo Agostino, il padre del poliziotto Nino Agostino, ucciso dalla mafia (in un omicidio che non è solo di mafia) il 5 agosto 1989.

I capelli lunghi, la pelle del volto rovinata, una cicatrice sulla guancia. Una “faccia da mostro” l'aveva definita Vincenzo, un uomo coraggioso che quel giorno decise che non si sarebbe più tagliata la barba finché non avesse avuto giustizia per il figlio e la nuora.

Il lato oscuro della luna

Un personaggio sfuggente, difficile, ostile. Refrattario alle inchieste. Appare dove meno lo si aspetta, e anche chi riesce a trovarlo ha sempre l'impressione di non essere in grado di capirlo davvero, di vederlo nella sua interezza. C'è sempre un lato che rimane in ombra.

Questo è Faccia da Mostro, e chi vuole raccontare la sua storia deve innanzitutto scendere a patti con l'impossibilità di ricostruire fino in fondo le vicende. Non si sa neppure di preciso quanti scandali, quanti misteri, lo vedono attore protagonista, seppure defilato...

La premessa che fa Lirio Abbate è fondamentale per comprendere il senso di questa storia: non ci sono prove di colpevolezza contro questa persona, chiamata Faccia da Mostro ma che ha un nome e un cognome, un passato all'apparenza normale, senza nulla da segnalare.

In questo libro l'autore, che anni prima aveva raccontato della rete di complicità di Bernardo Provenzano tra imprenditori e politici, riporta fatti verificati, testimonianze, voci, intercettazioni.

Che raccontano l'altro volto di Giovanni Aiello, il suo volto oscuro della luna, ex poliziotto andato ufficialmente in pensione nel 1977 per gravi turbe psicologiche dopo la ferita al volto, che lo aveva sfregiato al volto. Anche qui, secondo la versione raccontata da questa persona, ferita riportata in servizio. In realtà un colpo partito per errore dal suo fucile.


Nessuno ha voglia di parlare di questa persona, che si è sempre presentata come un pensionato che vive nella sua casetta in riva al mare nel suo paese in Calabria, dove passava le giornate a pescare.

Ancora dopo anni fa paura questa persona e non solo per il suo volto, rovinato.

Nino Lo Giudice, pentito di ndrangheta, arriva a mettere in scena una sceneggiata, con un video messo in rete, per sconfessare la sua confessione fatta al giudice della DNA Donadio nel 2012.

«Io credo che il personaggio con il volto sfregiato sia un personaggio molto pericoloso». E poi afferma: «E' un cane». Il magistrato sbalordito lo guarda e chiede: «Scusi, non ho inteso», e Lo Giudice ripete: «E' un uomo cane» e poi «sto parlando di un uomo fuori dalle regole».

Un soggetto pericoloso, che era fuori dalle regole delle ndrine, un “terrorista dei servizi deviati”, coinvolto in “eventi stragisti dove sono state colpite anche persone innocenti e questo è contro le regole della 'ndrangheta”.

L'omicidio di un bambino, di un altro poliziotto e della moglie.. Una persona che aveva familiarità con le armi, che a volte si accompagnava ad una donna. Che, di sé, diceva di essere stato addestrato in Sardegna in un campo paramilitare, forse uno che apparteneva a Gladio.

Aveva anche delle foto, Lo Giudice, che aveva promesso al magistrato, foto che poi non sono uscite fuori. Non solo, in un video successivo, Lo Giudice racconta di essere stato minacciato dai giudici per infangare una persona che, evidentemente, anche a distanza di anni, fa ancora paura.

Una ritrattazione che getta fango sui magistrati della direzione antimafia che sono stati presi in giro da questo pentito.

A questo punto un altro giornalista avrebbe abbandonato la storia di “faccia da mostro”.

Ma Lirio Abbate decide di cambiare strada, tornare indietro, allargare lo sguardo, partendo da una scia di sangue lasciata da una serie di omicidi o attentati attribuiti alla mafia e avvenuti negli anni '80.

Episodi in cui, in un modo o nell'altro, viene fuori questo volto, questa persona così particolare.

L'omicidio di Ninni Cassarà nell'agosto 1985, capo dell'ufficio investigazioni della Mobile di Palermo, ucciso assieme a Roberto Antiochia.

L'omicidio di Claudio Domino, il ragazzino di 11 anni ucciso nei giorni del maxiprocesso, nell'ottobre del 1986. Un omicidio da cui gli stessi capi mafia di dissociarono, non è cosa di mafia, ammettendo di fatto l'esistenza della mafia.

L'omicidio di Natale Mondo, agente di polizia nel gennaio 1988.
I fallito attentato all'Addaura contro Falcone il 21 giugno 1989, l'estate del corvo e delle “menti raffinatissime”.
L'omicidio di Nino Agostino e della moglie, Ida Castelluccio, il 5 agosto 1989.

Lirio Abbate ripercorre tutti questi delitti, da Cassarà, lasciato solo dopo la sua deposizione a Caltanissetta contro contro i Salvo. Al delitto del piccolo Claudio, un delitto in cui il pentito Luigi Ilardo per la prima volta parlò di questa persona che non era della mafia, un ex poliziotto che eseguiva questi omicidi per i boss.

Erano anni difficili, quelli dopo il 1986, come se il maxi processo avesse interrotto la spinta antimafia: sono gli anni del finto garantismo, delle lettere del corvo, dei giuda che bloccano le promozioni a Falcone dentro la magistratura, il CSM, l'Alto Commissariato Antimafia.

Gli anni in si dice e si scrive che Falcone si è fatto l'attentato da solo all'Addaura per ottenere la promozione a procuratore aggiunto.

A raccontare di Faccia da Mostro e a portare al nome di Giovanni Aiello sono sia persone dentro la mafia (o la ndrangheta come Lo Giudice) che persone che hanno indossato la divisa per infangarla, come i poliziotti corrotti, come Pietro Riggio o Giovanni Peluso, indagato a Palermo per la strage di Capaci.

Sono loro che parlano, dopo anni di distanza, della trattativa, di quella parte dei servizi che non lavorava per lo stato ma per la destabilizzazione.

Ed è in questa zona grigia che troviamo l'ex poliziotto Aiello assieme ad un altro collega in polizia, uno la cui carriera è finita male, l'ex capo della Mobile Bruno Contrada. Erano molto amici, Aiello e Contrada negli anni in cui hanno lavorato a Palermo: la vicenda giudiziaria di quest'ultimo è emblematica su quanto l'Europa sappia poco della mafia. Contrada è stato condannato per concorso esterno, dopo aver completamente scontato la pena, la corte europea dei diritti dell'uomo ha annullato gli effetti della pena ma non la condanna, non le accuse fatte da diversi pentiti sull'ex numero tre del Sisde.

Accuse che portano verso questa zona grigia, tra stato e mafia, dove tutto si mescola: Abbate racconta la storia della “casa della morte” in vicolo Pipitone a Palermo, dove si incontrava il gotha mafioso negli anni '80 per decidere della morte dei suoi nemici, come un Tribunale senza appello.

Dentro questa casa, alla fine di un vicolo vicino ai cantieri, in una zona controllata dalla famiglia Galatolo, venivano ricevuti dai boss anche Contrada e Giovanni Aiello, la loro privacy era garantita da una camionetta dei carabinieri che chiudeva l'ingresso del vicolo agli estranei. Carabinieri a libro paga della mafia.

Anche questo è successo in Italia, vedere poliziotti sporchi e uomini dei servizi da una parte, e poliziotti a caccia dei mafiosi dall'altra. A fine anni '80 il Sisde reclutava poliziotti giovani e che avevano voglia di mettersi in mostra, per dare la caccia ai latitanti, come Riina, come Nino Madonia, stabilendo anche un prezzario, come le taglie ai fuorilegge del far west.

Di questi cacciatori di mafiosi avrebbero fatto parte Emanuele Piazza e Nino Agostino, due agenti che erano stati visti proprio lungo quel vicolo per cercare qualche pezzo grosso.

Ma da cacciatori diventarono prede, perché la caccia ai latitanti non si può fare in modo improvvisato, e questo non per colpa dei due agenti, che alla fine pagarono con la morte quel lavoro.

Lavoro che alla fine aveva creato molti problemi ad entrambi: Nino Agostino lo ripeteva a chiunque volesse ascoltarlo, lui non aveva voglia di finire in quel “calderone di fango” che aveva visto.

Pezzi dei servizi, uomini dell'estrema destra (come il professor Alberto Volo, che aveva raccontato allo stesso Falcone della pista dei Nar per l'omicidio Mattarella) ed esponenti della mafia.

Gli ultimi due capitoli del libro sono dedicati alla morte dell'agente Nino Agostino, ai cui funerali partecipò anche Falcone: Abbate racconta, sulla base dei ricordi del padre, quell'uomo che si presentò a casa sua chiedendo del figlio. Persona che anni dopo, nel 2016, Vincenzo Agostino identificò proprio in Giovanni Aiello.

La finta pista passionale seguita dalla Mobile, il cui capo era Arnaldo La Barbera, uomo dei servizi pure lui col nome in codice di Rutilius.

Ora, per questo omicidio, sono arrivate le prime condanne per i due mafiosi ritenuti responsabili. Ma non è ancora tempo per Vincenzo Agostino di tagliarsi la barba. Perché ancora alcuni pezzi della verità mancano: se Aiello è morto, ci sono ancora altri personaggi di questa brutta storia che sono ancora vivi e che possono parlare.

Persone come la donna che è stata vista a fianco di Aiello: anche lei addestrata in un campo militare, forse appartenente a Gladio. Sono poche le informazioni disponibili su di lei, ora tocca alla magistratura partire da queste poche notizie per fare un'indagine e svelare il mistero.

Che non è solo il mistero di un uomo dalla faccia rovinata da un colpo di fucile.

E' il mistero di una democrazia con un'anima sporca, che pesa sulla sua coscienza per i troppi lutti che ha causato.

E' tempo di fare luce sulle stragi del terrorismo eversivo-mafioso, sulle persone che da dentro lo stato hanno contribuito a questa destabilizzazione, che hanno piazzato bombe, che hanno protetto la latitanza dei boss e impedito ad un paese di poter respirare “il dolce profumo della liberà”.

Io sono arrivato fin qui. Il resto spetta agli inquirenti, che hanno strumenti e le capacità per fare luce sui quarant'anni di misteri che abbiamo ripercorso in queste pagine. Perché in fin dei conti un mistero non è che un segreto che ancora aspetta di essere svelato.

Il tema di Faccia da Mostro come abbiamo visto è molto complesso. Ci sono voluti quasi trent'anni per arrivare a scoprire la sua identità. E scavando nel suo passato abbiamo scoperto che gli inquirenti della Procura nazionale antimafia hanno dovuto lottare contro «le cose indicibili» che hanno protetto quest'uomo. La stessa cosa vale per le donne. E uso il plurale. Perché per più di una le indagini accertano il coinvolgimento nei delitti e nelle stragi.

La scheda del libro sul sito dell'editore Rizzoli, il pdf per leggere il primo capitolo

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

12 marzo 2015

I re di Roma, di Lirio Abbate e Marco Lillo

Destra e sinistra agli ordini di mafia capitale

Questa è la storia di imprenditori che, per risolvere i loro problemi, anziché rivolgersi allo Stato, si sono rivolti a questo sistema criminale noto, nel cuore di Roma.

Sistema criminale che metteva visto assieme estrema destra, estrema sinistra, reduci della Magliana, ex brigatisti, Camorra, ndrangheta. Politici di destra, politici di sinistra. Una fazza una razza, nei tempi delle larghe intese.
Questi erano i re di Roma, come titolava la copertina de l'Espresso per l'articolo del giornalista Lirio Abbate.


Un esponente dei Nar, Massimo Carminati, scampato a condanne e ad una pallottola finita nel cranio.
Dicono che la sua forza starebbe soprattutto nella capacità di risolvere problemi: si rivolgono a lui imprenditori e commercianti in cerca di protezione, che devono recuperare crediti o che hanno bisogno di trovare denaro cash”.
Un ex carcerato, Salvatore Buzzi, in carcere per le 24 coltellate all'ex socio, dove ha avuto l'intuizione di dare un lavoro e una speranza di recupero a chi è in galera: creare una cooperativa (la 29 giugno) con fini sociali, per prendere appalti con le amministrazioni pubbliche.
E poi Michele il pazzo, il boss della Camorra che regnava sulla zona di Ostia.
E tanti altri nomi che i due giornalisti citano nella loro approfondita inchiesta: quella su un sistema criminale che è nato dentro il carcere di Rebibbia (dove per un breve periodo si sono incontrati Alemanno, Carminati e Buzzi), e che è finito dentro il carcere , con gli arresti di mafia capitale del 2 dicembre 2014.
Tutto questo era (o è?) “un gruppo di criminali capace di infiltrarsi, fare business e manipolare la pubblica amministrazione”.


Ma questo sistema non avrebbe potuto diventare mafia capitale se non avesse trovato una classe politica che si è lasciata comprare col denaro, destra e sinistra in egual misura.
Politica che ha tradito i propri fini, che si è lasciata usare come un taxi da questo sistema criminale che aveva come obiettivo: “un taxi che «mafia Capitale» paga lautamente, senza badare al colore, purché abbia in cambio la garanzia di arrivare alla sua vera meta, il profitto.”
Politici che abbiamo imparato a conoscere leggendo le intercettazioni dove parlano di finanziamenti, di campagne elettorali pagate coi nostri soldi, di minacce e insulti degne di scaricatori di porto e non di gente che deve governare un comune o il paese.
Un esempio: “il 18 gennaio 2013. Patrizio Bianconi va dal ragioniere generale del Comune di Roma, Maurizio Salvi, e scopre che i fondi promessi non sono stati messi – a sorpresa – a bilancio.”
Scrive al collega Gramazio una serie di sms in cui arriva a minacciare perfino di rivolgersi alla magistratura per le tangenti
“«Eh, ho capito, mo’ vedi che cazzo esce sui giornali però, così parliamo delle tangenti che ha preso Lucarelli”.
E ancora:
“Bianconi inviava questo sms a Gramazio: “Racconta di quando smazzettavi i soldi di Parnasi con Cantiani, Quarzo e Tredicine... Ladro. Oppure quando hai coperto Pomarici sulla ristrutturazione dell’aula...”.

Che differenza c'è tra questi esponenti del popolo, e altri esponenti della criminalità organizzata che erano organici al gruppo di Carminati? Con Ernesto Diotallevi (il cassiere della banda della Magliana), ha contatti con gli «zingari» Casamonica, ma soprattutto con la ’ndrangheta.
Gli ndranghetisti del clan Mancuso di Limbadi, le cosche che fanno capo ai Piromalli, ai Mammoliti, ai Pesce, ai Mazzaferro.
Ma Carminati aveva rapporti che andavano ben oltre il Campidoglio: puntava a fare affari con Finmeccanica tramite Lorenzo Cola, tra i principali collaboratori di Pierfrancesco Guarguaglini.
Assieme al commerialista Iannilli Carminati ha creato operazioni di sovrafatturazione fra le aziende di Finmeccanica e società subappaltanti riconducibili.

Un sistema che ha occupato tutte le poltrone dentro le partecipate (quelle che mandano le casse dei comuni in rovina, come ha raccontato Presa diretta), che si è spartito tutti gli appalti pubblici che finivano sempre alle stesse cooperative.
Che ha lucrato sulle emergenze: quella (vergognosa) sui rom, quella sugli immigrati, sulla raccolta dei rifiuti.
Cosa è di destra e cosa è di sinistra? - si chiedevano a fine libro Abbate e Lillo.
di certo non è di destra creare un sistema che uccide il mercato e la concorrenza e dove gli appalti pubblici sono preventivamente concordati tra chi fa la gara e chi si sa già che deve vincerla. Le coop rosse di Buzzi, le coop bianche come il gruppo Cascina, amiche del Vaticano (e di Andreotti dicono gli autori). Questa era il sistema che aveva messo in piedi Luca Odevaine, l'ex braccio destro di Veltroni, capo della polizia locale con Zingaretti e commissario alla gestione profughi.
Cosa c'è di sinistra nel fare profitto sulla pelle degli immigrati? C'è un sms che dovrebbe essere scolpito nella pietra, tanto è disgustoso ma significativo dei tempi in cui viviamo. È quello in cui Buzzi si augurava tante emergenze:
«Speriamo che il 2013 sia in anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale».

Perché, come dice lo stesso Buzzi in un'altra telefonata: «Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati? Il traffico di droga rende meno».

C'è una seconda intercettazione che racconta cosa fosse mafia capitale: è quella altrettanto famosa in cui er cecato (come era chiamato Carminati) parla della “terra di mezzo” : « È la teoria del mondo di mezzo compa’. ....ci stanno.. come si dice.. i vivi sopra e i morti sotto e noi stiamo nel mezzo. E allora....e allora vuol dire che ci sta un mondo.. un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano ...».

Questo sistema metteva in contatto i vip, i politici, i calciatori del mondo di sopra, con la delinquenza del mondo di sotto attraverso i servizi criminali offerti da questa banda.
Nell'intervista a Che tempo che fa, Lirio Abbate ha spiegato meglio questo concetto:
Il problema è che molte volte per risolvere un problema le persone del mondo di sopra chiedono l'intervento del mondo di mezzo. Rientra nella mentalità della gente accorciare le strade con scorciatoie criminali. Bisogna far comprendere che queste metodologie ricalcano le mafie. [...] E' un modo di accorciare le strade per arrivare al proprio obiettivo. Tutto questo è mafia duepuntozero, non ci sono omicidi, oggi utilizzano la corruzione. La corruzione è l'arma delle nuove mafie.
Tutto quello che gli autori scrivono nel libro, è successo ed è stato registrato, ascoltato, trascritto dai carabinieri del Ros che hanno condotto le indagini.
Parte del materiale è stato riportato poi come appendice al libro, che è nato dalla curiosità di un giornalista, Lirio Abbate, che ha voluto vederci chiaro, su questi imprenditori che si rivolgevano sempre alle stesse persone, come Massimo Carminati per i loro problemi. Che si ritrovavano sempre alla stessa pompa di benzina.
È stato Lirio Abbate a firmare quell'articolo sui Re di Roma: Massimo Carminati, Michele Senese 'o pazzo, il clan Casamonica, il clan Fasciani. Che si stavano dividendo i traffici criminali su Roma, con gli stessi meccanismi che usa la mafia a Palermo.
Traffico di droga, estorsione, movimento terra, usura.
Si era partiti da questo, per arrivare poi al grande salto: far diventare il sistema criminale, di stampo mafioso, come un'impresa che lavora per lo stato. Che offre servizi senza aver nessun rischio di impresa.
Capace di entrare in tutte le emergenze, in tutte le crisi.

E la politica cosa ha fatto, dopo questa vergogna?
Ha per caso riformato il sistema delle partecipate, per impedire altre nomine come quella di Mancini ad Eur spa, o di Franco Panzironi (tutti compagni di militanza di Alemanno nell'estrema destra) nell'Ama?
Ha per caso riformato il sistema delle gare pubbliche, per impedire che cooperative con dentro persone con la fedina sporca possano partecipare? Per togliere da queste cooperative tutti gli sgravi fiscali, nel caso vengano prese con le mani nel sacco?
Ha per caso reso trasparente il meccanismo di finanziamento ai politici e alle loro fondazioni? Buzzi era di sinistra ma sponsorizzava la fondazione di Alemanno, ma per strare più tranquillo pagava pure le cene elettorali per Renzi. Non si può mai sapere....
Fino ad arrivare all'attuale sindaco, Ignazio Marino, che si faceva finanziare la campagna elettorale dalla coop rossa 29 giugno, quella che poi lucrava sugli immigrati

Commentano gli autori:
Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Sono in parlamento e governano insieme da molti anni, prima con Mario Monti, poi con Enrico Letta e ora con Matteo Renzi.
[..]
In tutte le indagini maggiori del 2014, dall’Expo al Mose fino a «mafia Capitale», sono emerse tre costanti: la presenza di finanziamenti non trasparenti alle fondazioni dei politici [..] la nomina di manager incapaci e asserviti
[..] [la presenza ] dei consorzi pubblici che gestiscono le grandi opere; l’alleanza tra coop rosse e coop bianche.

No, il governo non ha fatto nulla di tutto questo.
Qualche foglia di fico, come il giudice Cantone per calmare le urla manzoniane dopo l'uscita sui giornali dello scandalo, un blando aumento delle pene minime, senza sfiorare i veri nodi delle fondazioni e delle partecipate.
#lavoltabuona per mafia capitale non è ancora arrivata.

Ma almeno ora, dopo aver letto questo libro, non possiamo dirci più ignoranti.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il capitolo sulle case del fratello di Totti, affittate al comune di Roma per l'emergenza immigrati.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

06 marzo 2015

C'è solo un capitano (le case di Totti)

Pure il pupone troviamo, nelle carte dell'inchiesta su "mafia capitale": soltanto che non si parla di gol o libri con le barzellette.
Ma di affari con le case affittate al comune, per l'emergenza abitativa. Un affare, ma non per il Campidoglio:

Le società del capitano della Roma affittano immobili in periferia al Comune di Roma per l'emergenza abitativa. E il canone è extra large: 900mila euro l'anno per 35 alloggi del residence di Tor Tre Teste. A capo della commissione di gara, l'ex vice capo di gabinetto di Veltroni Odevaine, ora in carcere per Mafia Capitale. Un palazzo in locazione anche all'ex Sismi.
 * Pubblichiamo uno stralcio de ”I Re di Roma. Destra e sinistra agli ordini di Mafia Capitale” di Lirio Abbate e Marco Lillo, in vendita da ieri (Chiarelettere, 272 pagine, 14.90 euro)

 Il 19 maggio 2014, meno di tre mesi prima di presentare la richiesta di arresto per i protagonisti di “Mafia Capitale”, i pubblici ministeri romani mettono nel mirino i Caat, una parolina criptica che sta per Centri di assistenza abitativa temporanea, uno scherzetto da quasi 43 milioni di euro di spese all’anno nel bilancio di Roma Capitale. (…) Questi centri vengono creati nel maggio del 2005 con una delibera del consiglio comunale ai tempi in cui è sindaco Walter Veltroni. Negli anni successivi vengono attivati alloggi di emergenza in numerosi palazzi, quasi sempre in periferia, di proprietà dei soggetti che ne fanno richiesta dopo un apposito bando del Comune. (…) L’amministrazione spende 42 milioni e 597.000 euro all’anno per 33 residence, a cui si sommano i centri della Eriches 29, di Salvatore Buzzi, che ospitano complessivamente 584 persone. Nell’elenco dei Caat troviamo grandi immobiliaristi (…). La procura finora non ha mosso accuse sull’emergenza abitativa. Non mancano casi di estrema “concentrazione”. Su 18 strutture a disposizione del Dipartimento Politiche sociali, ben 16 sono delle solite “coop bianche” (…).
 
Alla fine le cooperative vicine a Comunione e liberazione racimolano grazie ai Caat del Comune più di 8 milioni di euro. Secondo il prospetto del Campidoglio, consegnato ai pm nel maggio del 2014 e poi girato al Ros dei carabinieri, Eriches 29 – quindi il versante “rosso” – costa alle casse dell’amministrazione pubblica ben 5 milioni e 179.000 euro, circa 740 euro al mese per immigrato (…). Grazie a Odevaine 5 milioni vanno alla società di Francesco Totti Nella lista consegnata dal pm Luca Tescaroli al Ros per le “concordate verifiche” c’è anche, all’undicesimo rigo della tabella dei Caat, il residence della Immobiliare Ten, amministrata dal settembre del 2009 da Riccardo Totti, fratello del capitano della Roma, e controllata indirettamente per l’83 per cento proprio dal fuoriclasse giallorosso, mentre il restante 17 per cento è diviso tra la mamma e il fratello stesso. 
La catena societaria a monte del palazzo di via Tovaglieri, zona Tor Tre Teste, è composta da tre società che fanno tutte riferimento al numero impresso sulla maglia del“Capitano”: a valle c’è l’Immobiliare Ten, proprietaria dell’immobile affittato al Comune; più su c’è invece l’Immobiliare Dieci che possiede – oltre al 100 per cento delle quote della Ten – anche altri due palazzetti (ora uniti in un unico stabile, ndr) in via Rasella, a due passi da via Veneto. Più su ancora c’è la holding di famiglia, la Numberten Srl: per l’83 per cento di Francesco Totti, per il 6,7 per cento del fratello maggiore Riccardo, amministratore di tutte e tre le società, e per il 10 per cento circa della mamma Fiorella Marrozzini. La società Immobiliare Ten del Capitano ha ottenuto dal Comune di Roma più di 5 milioni di euro in sei anni, per l’affitto di 35 appartamenti arredati in una zona dell’estrema periferia romana. Grazie al canone accordato dall’amministrazione, la società ha potuto realizzare negli anni utili interessanti: nel 2013 (ultimo bilancio depositato in Camera di commercio), 128.000 euro; nel 2012 addirittura 184.000. Il punto è che il grande affare di Francesco Totti con il Campidoglio è stato fatto, come è accaduto per il gruppo Pulcini e per Salvatore Buzzi, grazie anche a un signore che oggi è in galera: Luca Odevaine. Nessuno è indagato per queste storie, ma resta lo sperpero di denaro pubblico (…). 
Il 16 ottobre 2007, dopo la pubblicazione di un bando sulla Gazzetta ufficiale il 13 agosto 2007 e dopo l’arrivo delle offerte, viene nominata dal direttore del Dipartimento Politiche abitative del Comune di Roma in carica, Luisa Zambrini, una commissione di gara. (…) Il presidente della commissione è il “dottor Luca Odevaine”. Qualche giorno prima, il 27 settembre, l’Immobiliare Dieci Srl “spara” l’offerta: per l’affitto di via Tovaglieri chiede un canone annuale complessivo di 1 milione e 280.851 euro. Una cifra spropositata. In pratica Francesco Totti, o meglio, l’amministratore di allora che non era il fratello Riccardo – subentrato solo nel 2009 – ma il commercialista Adolfo Leonardi, chiede al Comune di Roma di pagare più di 3.000 euro al mese per ognuno dei 35 appartamenti del palazzo di Tor Tre Teste. Lo stesso giorno il Campidoglio dispone di sottoporre l’offerta a un “parere di congruità tecnica” e “a seguito di tali verifiche l’amministrazione di Roma ha informato l’Immobiliare Dieci Srl di essere interessata all’offerta in locazione della struttura” però “a un canone di locazione di 15 euro/mq per mese e 9,50 euro/mq per mese per i servizi gestionali pari a un canone annuo di 714.481 euro oltre Iva al 20 per cento (in tutto fanno 857.000 euro) di cui 437.437 euro oltre Iva al 20 per cento per le unità abitative e 277.000 e 44 oltre Iva al 20 per cento per i servizi di pulizia delle parti comuni (tre volte alla settimana), la portineria 24h, la pulizia al cambio inquilino e la manutenzione ordinaria”. 
Il contratto, dalla cifra originaria di 857.000 euro, forse per gli aumenti automatici, sale poi a 908.000 euro l’anno. Un’enormità se si pensa che la società di Totti ha comprato l’immobile con un leasing, poco prima di affittarlo al Comune di Roma, e lo ha pagato 6 milioni di euro più Iva. In pratica, se il Campidoglio avesse acquistato a rate il palazzo invece di pagare la locazione e i servizi di portierato e pulizie alla società di Totti, avrebbe speso quasi la stessa cifra entrando, però, in possesso di un bene. Il contratto è scaduto il 31 dicembre 2014 ma l’amministrazione continua a pagare anticipatamente ogni mese i 75.000 euro di affitto per le 35 unità immobiliari di questo palazzo di periferia. (…) La società, inoltre, incassa gli affitti dei negozi – per un totale di 1900 metri quadrati – che sono esclusi dal contratto con il Comune. Al piano terra, infatti, troviamo un bel bar, della catena Blue Ice, e un supermercato Conad. Nel 2007 questi affitti extra erano pari a 231.000 euro all’anno. (…) 
“Infiltrazioni in camera da letto, piove dal bagno di sopra, gli scarafaggi ci tormentano” Lo stabile è il classico immobile costruito per ospitare uffici, non certo appartamenti residenziali. “Quando siamo entrati qui – racconta Elisa Ferri che abita con il marito e tre figli piccoli in un appartamento di 75 metri quadrati al primo piano – era tutto in ordine con i mobili ancora imballati. Dopo sei anni e mezzo la situazione è ben diversa. La manutenzione è fatta male. Da un mese nella nostra camera da letto e nel bagno ci sono le infiltrazioni che vengono dall’appartamento del piano di sopra. Uno schifo! Non possiamo fare intervenire i nostri idraulici e siamo costretti ad aspettare quelli della proprietà”. E ancora: “In realtà qui in via Tovaglieri non c’è nessuno della Immobiliare Ten di Francesco Totti. Siamo costretti a passare tramite il portiere che mi risulta lavori per una cooperativa (…)”. 
“Non sappiamo nemmeno il cognome del responsabile con cui parliamo. Io – si lamenta Elisa Ferri – so solo che si chiama Stefano. Nonostante le promesse, però, a casa mia dopo un mese non è venuto nessuno, piove da sopra e la macchia si allarga a vista d’occhio. Anche l’ascensore è rimasto rotto per settimane questa estate senza che nessuno intervenisse nonostante la presenza di anziani. La casa è molto umida. Le pareti e i tramezzi sono troppo sottili e questo palazzo non è stato costruito per essere abitato ventiquattr’ore al giorno, ma solo per lavorarci”. E come se non bastasse, “il Comune spende tanto per la bolletta elettrica. Inoltre siamo tormentati dagli scarafaggi. Io penso che Francesco Totti non immagini nemmeno in che situazione ci troviamo. Qui non lo ha mai visto nessuno. Pensi che nel palazzo si era diffusa la voce che aveva regalato tutto al Comune”. 
In realtà non è così. La Immobiliare Ten, amministrata da Riccardo Totti, in questa storia si è comportata come una società che massimizza il profitto. Semmai è il Comune che ha fatto beneficenza al calciatore più ricco di Roma. Tra affitto e spese, gli appartamenti “ci” costano l’uno 2.161 euro di affitto al mese. Un canone degno del centro di Roma, non certo di Tor Tre Teste. Un bell’autogol per tutti. Quello stabile a due passi da via Veneto che ospita gli uffici dell’Aise A questo punto è interessante capire la storia del palazzo di via Tovaglieri. Inizialmente il proprietario, come accaduto per altri residence poi affittati come Caat al Comune, è la società Fimit Sgr, un grande fondo immobiliare italiano nato nel 1998 per iniziativa di Inpdap e Mediocredito Centrale. Fino a maggio del 2007, alla guida c’è Massimo Caputi, un manager molto importante che ha guidato colossi come Invitalia e Grandi Stazioni (…). 
Il 30 maggio 2007 l’Immobiliare Dieci Srl stipula un preliminare con Fimit per comprare il palazzo di via Tovaglieri e due stabili in via Rasella. La società del Capitano si impegna ad acquistare il “pacchetto” a 16 milioni e 950.000 euro. Il prezzo è buono per gli acquirenti e permette al fondo di fare una plusvalenza di 3,3 milioni. Il vero affare per i Totti sono i due palazzetti accanto a via Veneto, mentre quello di Tor Tre Teste viene infilato giusto per venderlo. In via Rasella, infatti, il Capitano compra immobili quasi totalmente liberi da inquilini, con una superficie netta da affittare pari a 1.860 metri quadrati al prezzo di 10 milioni e 950.000 euro, tutt’altro che elevato per quella zon (…) Ben diversa, almeno sulla carta, la situazione di via Tovaglieri. (…) Nel maggio del 2007, quando la società di Totti firma il contratto preliminare di acquisto al prezzo di 6 milioni con Fimit, è un mezzo bidone: difficile da affittare e con un valore in calo. Tra il preliminare e il definitivo però le cose cambiano. (…) Il 16 ottobre viene nominata la commissione che deve valutare le offerte, presieduta da Luca Odevaine, e venti giorni dopo, il 7 novembre, la società di Totti stipula il contratto definitivo di acquisto con Fimit per il palazzo di via Tovaglieri. Sembra un azzardo ma il 16 dicembre 2008, il Comune e l’Immobiliare Ten firmano il contratto di locazione. (…) 
Via Tovaglieri, grazie al contratto per sei anni rinnovabile tacitamente, è una gallina dalle uova d’oro (…). I due palazzi di via Rasella sono stati invece uniti e ristrutturati. Oggi ci sono gli uffici amministrativi dei servizi segreti italiani. L’Immobiliare Dieci detiene in leasing lo stabile e ottiene, nel 2013, ricavi per 1 milione e 70.000 euro. Probabilmente pagati tutti dall’Aise (Agenzia informazione e sicurezza esterna). Sul palazzo c’è anche la targa della presidenza del Consiglio. L’Immobiliare Dieci sostiene per via Rasella una rata del leasing pari a 545.000 euro ai quali bisogna assommare altri costi e ammortamenti. Alla fine, il netto utile è di 182.000 euro nel 2013. (…) 
Francesco Totti, pur essendo il maggiore azionista delle due società immobiliari e quindi “il beneficiario” economico principale, non è amministratore delle due società e potrebbe non essere a conoscenza della genesi e dell’evoluzione dei rapporti con il Comune di Roma e con la presidenza del Consiglio per la locazione dei palazzi di via Tovaglieri e di via Rasella. Francesco e Luca, romanista sfegatato, si incontravano negli uffici del Comune In Comune raccontano che Francesco Totti, ai tempi di Veltroni sindaco, aveva un buon rapporto personale con Luca Odevaine. L’allora braccio operativo del primo cittadino è un romanista sfegatato. Il Capitano lo conosceva bene e andava anche a trovarlo talvolta nel suo ufficio in Campidoglio. A testimonianza di un rapporto profondo tra i due, c’è un necrologio pubblicato in occasione della morte del padre di Luca, Remo Odevaine (…): “Sinceramente addolorati per la triste circostanza porgiamo le nostre condoglianze. Vito Scala e Famiglia, Francesco Totti e Ilary Blasi”. 
Il necrologio è datato 15 novembre 2005, quindi precedente alla decisione, da parte della commissione presieduta da Luca Odevaine, di affittare per sei anni a un canone complessivo che supera i 5 milioni di euro il palazzo di proprietà della società dell’amico Francesco. Nonostante ciò, Odevaine non riterrà più opportuno astenersi da quel ruolo che spetterebbe a persone “terze” e in Comune nessuno dirà nulla. Il rapporto tra i due non si è mai interrotto, come il contratto di affitto. Una traccia di questa stima reciproca si trova anche sui quotidiani del 24 gennaio 2013. Quel giorno Odevaine, sotto la bandiera di Fondazione Integra/Azione e in collaborazione con Legambiente e cooperativa Abitus, organizza una partita contro il razzismo (…). “L’iniziativa – scrive Repubblica – è stata apprezzata dal capitano dell’A. S. Roma, Francesco Totti” (…). 
Un’altra “battaglia giusta” potrebbe essere anche quella contro gli sprechi, che dovrebbe imporre a Totti – certamente all’oscuro dei malaffari di «mafia Capitale» – di migliorare la condizione degli inquilini del palazzo di via Tovaglieri e al Comune di chiudere al più presto il contratto con la società Immobiliare Ten e trovare una sistemazione più degna per 35 famiglie.
 da Il Fatto Quotidiano del 6 marzo 2015

16 settembre 2012

Giornalisti di mafia


Giornalisti nel mirino è titolo della puntata di “Lucarelli racconta”, con cui riparte la stagione 2012 della trasmissione dello scrittore Carlo Lucarelli. Nella prossima puntata si parlerà poi di reati ambientali, ecomafie, e del terremoto in Irpinia.

Questa sera si inizia col duro lavoro del giornalista, colui cioè che deve raccontare all'opinione pubblica la realtà, mettendo in relazione fatti e persone. Un lavoro che ci aiuta, o ci dovrebbe aiutare, a comprendere meglio il presente, a controllare cosa avviene nei meccanismi di potere in cui è articolata la nostra democrazia (cane da guardia e non cane da riporto della politica). Democrazia e libera informazione vanno di pari passo, infatti: solo nelle dittature, o nelle democrazie a libertà vigilata, l'esecutivo controlla attraverso le veline, quello che l'opinione pubblica deve sapere e quello che è meglio che non sappia.
Possono essere notizie di scandali, di accordi politici sottobanco, casi di cronaca in cui è invischiato qualche potente. L'informazione è libera nel momento in cui può fare le domande che ritiene opportuno, senza subire minacce o intimidazioni. Come querele, rappresaglie al giornale, telefonate al direttore o all'editore della testata.

Ci sono anche altre minacce: quelle che subiscono e hanno subito quanti, nel loro mestiere di cronista, si sono occupati di mafia, senza guardare in faccia a nessuno.
Anche la categoria dei giornalisti ha pagato il suo prezzo per la lotta alla mafia: Mario Francese, e Mauro De Mauro, i primi due nomi che mi vengono in mente.
Questa sera Lucarelli ci racconterà la storia di sette giornalisti che hanno visto la loro vita cambiare per aver voluto parlare di mafia: Giovanni Fava, Cosimo Cristina, Lirio Abbate, Arnaldo Capezzuto, Antonio Sisca, Giovanni Tizian.

Lirio Abbate, giornalista dell'Ansa di Palermo, è coautore assieme a Peter Gomez del libro “I complici”, dove ha raccontato dei contatti tra il boss mafioso Bernardo Provenzano e il mondo della politica. Contatti che ne hanno permesso una lunga latitanza.
Vive oggi sotto scorta.

Cosimo Cristina, giornalista de L'Ora di Palermo, ucciso dalla mafia nel 1960: “ fondò e diresse a Palermo il periodico «Prospettive Siciliane». Dal 1959 collaborò come corrispondente per L'Ora di Palermo, per Il Giorno di Milano, per l’agenzia ANSA, per Il Messaggero di Roma e per Il Gazzettino di Venezia.”

Si occupò come cronista, della mafia e per questo fu ucciso, con un omicidio camuffato da suicidio, per depistare le indagini: come per Peppino Impastato, il suo cadavere fu fatto ritrovare sui binari. Fu il collega Mario Francese e i colleghi de L'Ora che fecero riaprire il caso, sollevando dubbi sul caso. Il commissario Mangano aveva già stilato un rapporto che negava il suicidio indicando il vero luogo della morte del giornalista; accusò il consigliere della Democrazia cristiana Agostino Rubino (uno dei capimafia di Termini) e il boss Santo Gaeta di essere stati i mandanti del delitto, che poi vennero scagionati.

“Senza peli sulla lingua” (...) “Riteniamo - aveva scritto Cristina nel primo editoriale - che premessa indispensabile di ogni opera di rinnovamento è la moralizzazione. Denunzieremo quindi ogni violazione ai principii di onestà amministrativa e politica, sicuri anche in questo di interpretare i sentimenti e le aspettative di un popolo di antica saggezza”. “Forse, quando lavorava ai numeri pubblicati i mesi successivi, i primi del 1960, era già un uomo morto. Quando la mafia condanna non torna sui suoi passi. Ne fa solo una questione di tempo e di luogo. Perché la mafia non combatte alla maniera dei Cristina, ma attende nell’ombra. Non ha bisogno di giornali, di inchieste coraggiose, di giudizi equilibrati. Condanna e basta. Fate uccidere quel tale. E c’è sempre qualcuno, nel mondo delle coppole, che non può dire di no”.
24 giugno 1966 (dal Giornale di Sicilia) – dal blog cosimocristina.ilcannocchiale.

Giovanni Fava, scriveva di mafia e delle collusioni tra mafia, imprenditoria e politica a Catania, fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia. Su cui scriveva:

« Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell'ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo. »
(Pippo Fava. Lo spirito di un giornale. 11 ottobre 1981)

Fu ucciso per ordine del clan Santapaola nel 1984. Il figlio Claudio, è candidato alle regionali in Sicilia. Anche lui giornalista nonché europarlamentare.

Arnaldo Capezzuto ha seguito i casi di cronaca della Camorra, tra cui il caso della povera Annalisa Durante, rimasta uccisa nella sparatoria provocata da un giovane membro della famiglia dei Giuliano.
“A un certo punto ti rendi conto che le minacce che un giornalista riceve a causa del proprio lavoro, sono qualcosa di fisiologico, che è quasi normale che ci sia se si lavora in un certo modo”, racconta egli stesso, ma nonostante questo, “Ho sempre lavorato cercando di capire il territorio, di percepire gli umori della gente e le vicende che accadevano lì”.

Antonio Sisca: di lui scrive “Abito a Filadelfia, un centro a cavallo tra il Vibonese e il Lamentino. Da almeno 25 anni scrivo per la Gazzetta del Sud e scrivo di mafia dove non si deve. La zona del bacino dell’Angitola (Filadelfia, Francavilla, Curinga, Pizzo) non è più un’isola felice, almeno dal 1985, da quando i grandi appalti sulla Salerno-Reggio e quelli della costruzione del doppio binario cominciarono a fare gola ai mafiosi.”
In questo territorio racconta dei boss che sono passati dai sequestri di persona al traffico di droga. E per questo è stato minacciato “Uccideremo te, tua moglie e tuo figlio”.

Giovanni Tizian ha un blog, dove spiega il suo lavoro, a Roma. Dove è arrivata da tempo la ndrangheta.
Negli ultimi anni solo una condanna per associazione mafiosa, sembra che le cosche non siano mai arrivate a Roma. Ma non è così: le ‘ndrine fanno affari nell’edilizia e nel commercio grazie ai loro ‘uomini cerniera’. Come Pietro D’Ardes, titolare di una catena di supermercati, legato a Antonio Alvaro, uno dei reggenti del clan di Sinopoli e San Procopio”.

Roma come Milano, città metropolitane dove la mafia non esiste:
A Roma la mafia non esiste. La storia giudiziaria delle infiltrazioni mafiose nella capitale racconta qualcosa di inaspettato. Mai un tribunale di Roma ha emesso una condanna per il 416 bis, ovvero per il reato associazione a delinquere di stampo mafioso. Un dato emerso da un’inchiesta di Repubblica pubblicata lo scorso luglio. Eppure si sfoglia la lista dei beni confiscati alle mafie e si scopre che solo nel comune di Roma ci sono 209 immobili e 100 aziende sottratti ai boss. Che i procedimenti iscritti dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma dal primo luglio 2010 al 30 giugno dell’anno scorso sono 201, di cui 91 per associazioni finalizzate al narcotraffico. Che a Grottaferrata risiedeva Candeloro Parrello, pezzo da novanta dell’omonimo clan calabrese. Che Vincenzo Alvaro ha continuato a gestire due bar in centro mentre la Dia gli sequestrava tra il 2009 e il 2011 nove locali, tra cui il Cafè de Paris in via Veneto e il ristorante Federico I in via Colonna Antonina a due passi dal Parlamento.”

Sinossi della puntata:

La libertà di informazione è un principio fondamentale della democrazia. Quando viene disatteso attraverso intimidazioni, violenze o censure, è la libertà stessa delle persone e delle istituzioni a correre seri pericoli.

Cosimo Cristina, che alla fine degli anni ’50, per primo, scrive di mafia in Sicilia, e Giuseppe Fava con le sue inchieste sul legame tra imprenditoria, politica e Cosa Nostra, hanno pagato con la vita la loro scelta di parlare liberamente dei problemi che affliggevano il territorio siciliano.

Anche oggi molti cronisti del Sud e del Nord d’Italia mostrano lo stesso coraggio non rinunciando a narrare le realtà più scomode. Un unico filo conduttore lega le storie di Lirio Abbate, Arnaldo Capezzuto, Antonio Sisca, Giovanni Tizian, tutti cronisti costretti a vivere sotto scorta: lo spirito di indipendenza e l’impegno civile nel portare avanti il proprio lavoro, anche a costo di estremi sacrifici. Dovremmo essere grati a questo giornalisti, per il lavoro che fanno, per il coraggio e la determinazione che mettono nel loro lavoro.
Non sapremmo altrimenti delle ramificazioni delle mafie dentro le istituzioni, dentro le imprese.
Che non è solo un problema del sud.

Pochi giorni fa, con l'operazione Ulisse, sono state arrestate 37 persone in Brianza e in tutta la Lombardia per reati di associazione mafiosa, porto e detenzione illegale di armi, usura ed estorsione, aggravanti dalle finalità mafiose.
Il tutto grazie alla collaborazione dell'ex capo della locale della ndrangheta di Giussano, Antonino Belnome, residente ad Inverigo. Estorsioni, botte, borsoni pieni di armi e droga, colpi sparati contro bar, omicidi, aziende in crisi spolpate dall'interno.

Trentasette arresti in Lombardia. Sette in provincia di Como: cinque a Mariano Comense, e poi Inverigo e Casnate con Bernate. E ancora: nuove accuse a personaggi già condannati in primo grado per associazione mafiosa. Tra loro i fratelli Rocco e Francesco Cristello, di Cabiate, raggiunti da una nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere chiesta e ottenuta dalla direzione distrettuale antimafia di Milano.
E, come al sud, pochi imprenditori che hanno voglia di denunciare i reati (come ha denunciato anche il magistrato Ilda Bocassini). Una volta si diceva che l'omertà era una dei problemi del sud.
E invece anche al nord succedono storie, vicino a noi, come queste: asfalto mischiato ad amianto per le nuove strade

Amianto misto ad asfalto, la n'drangheta si fa strada in Lombardia e i terreni e nell'amalgama del manto stradale amianto e rifiuti pericolosi. L'affare della n'drangheta, infiltrata nel tessuto d'imprese lombarde. [..]
Molti rifiuti percolosi, inoltre, sarebbero stati utilizzati per gli asfalti di alcune strade: in particolare, secondo la Procura, per pavimentare lo svincolo di Lurago d’Erba, tra la Como-Bergamo e la Vallassina (dove nasce il fiume Lambro), ma anche per il raddoppio ferroviario Carnate-Airuno e il cantiere della Paullese. Sarebbero ben 110 mila i metri cubi di rifiuti speciali smaltiti in questo modo.
Adesso capisco come mai questa fregola da parte delle amministrazioni per nuove autostrade, nuovo cemento. 

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