Visualizzazione post con etichetta FDI. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta FDI. Mostra tutti i post

11 aprile 2026

Anteprima inchieste di Report – la destra italiana e le mafie, gli allevamenti di polli, i voli del garante e la fondazione Taormina

Come vengono spesi i soldi in regione Sicilia

Manca l’acqua in Sicilia. Mancano le strade, i servizi ferroviari sono spesso a binario unico.

Ma i fondi per finanziare fondazioni – dove la politica ha piazzato i suoi uomini e le sue donne – non mancano mai. Giulia Presutti racconterà del caso della fondazione Taormina Arte. Perché l'arte e la cultura, per questa destra di governo, solo solo un tema di occupazione di poltrone e propaganda.

LAB REPORT: LA FONDAZIONE di Giulia Presutti

Collaborazione Samuele Damilano

La fondazione Taormina Arte è una in house della Regione Siciliana, che tramite l'Assessorato al Turismo e allo Spettacolo ha erogato in suo favore tre milioni e mezzo di euro nel 2025. Ha l'obiettivo di promuovere cinema, opera lirica e letteratura: i due appuntamenti principali sono il Taormina Film Festival e la kermesse letteraria Taobuk. Nel 2022 è stata nominata direttrice artistica della fondazione Beatrice Venezi, che - insieme alla Sovrintendente Ester Bonafede - ha ideato il cartellone di eventi per la stagione 2023. Durante la gestione Venezi-Bonafede, il compenso della Direttrice artistica è passato da 52mila euro lordi a 80mila euro lordi, mentre quello della Sovrintendente da 65mila a 100 mila. Circostante contestate dalla stessa Venezi.

Fra gli eventi da promuovere, la Fondazione è incaricata di finanziare Taobuk, festival letterario organizzato da un'associazione che fa capo ad Antonella Ferrara e che nel 2025 ha ricevuto 450 mila euro di fondi regionali. Ma come mai la Regione Siciliana ha emanato una legge per stanziare il finanziamento, che passa attraverso la Fondazione per poi arrivare all'associazione di Ferrara senza gara d’appalto?

I rapporti tra la destra italiana e le mafie

La presidente del Consiglio – quella che ogni volta ripete di aver scelto di fare politica dopo l’attentato a Paolo Borsellino – ha definito “fango” lo scoop di Report sui rapporti tra il pentito di mafia Gioacchino D’Amico (referente del clan senese in Lombardia) e il partito di Meloni, Fratelli d’Italia.


Attenzione, non stiamo parlando del selfie che Meloni si è fatta con D’Amico, ma dei rapporti di quest’ultimo con esponenti di FDI che l’avevano fatto entrate alla Camera. Dei rapporti d’affari dell’ex sottosegretario Delmastro con la figlia di un prestanome della Camorra.
E di tanti altri episodi che parlano dei rapporti – pericolosi? Ambigui? – tra esponenti del partito di maggioranza e personaggi legati alla mafia.
Ma non solo queste: tutte le proposte di legge e i decreti, compresa la riforma Nordio sulla separazione delle carriere di giudici e magistrati vanno nella stessa direzione, depotenziare gli strumenti in mano ai magistrati per combattere i reati dei colletti bianchi (intercettazioni, trojan, la Corte dei Conti con meno poteri). Questi sono spesso dei reati spia, perché indagandoci sopra spesso viene fuori la criminalità organizzata.

Solo palate di fango lanciate da una opposizione in difficoltà si è difesa Meloni alla Camera, nel suo comizio pre elettorale. Quel selfie con D’Amico? Ne faccio tanti.

Eppure ai tempi della foto, D’Amico, ufficialmente un imprenditore, era stato già condannato per truffa e associazione a delinquere, eppure questo non gli ha creato problemi nell’essere invitato in Parlamento dall’attuale sottosegretaria all’Istruzione Frassinetti.

Nelle intercettazioni D’Amico spiega che l’incontro tenuto alla Camera con Frassinetti era legato a degli appalti nel settore della sanificazione degli ospedali.

“Ma lei pensa che io veramente incontri un mafioso” – ha ribattuto al giornalista di Report Giorgio Mottola la sottosegretaria Frassinetti. “Tecnicamente lei lo ha fatto” è stata la risposta.

Come ha fatto D’Amico a farsi la tessera di FDI? Ha fatto tutto online - ha risposto la segretaria di Paola Frassinetti Alice Murgia.

Ma dalle telefonate con la collaboratrice della sottosegretaria Frassinetti emerge che D’Amico progettava di candidarsi a sindaco del comune milanese di Busto Garolfo proprio con FDI e per questo coltiva rapporti anche con altri partiti come Grande Nord, il movimento politico fondato dai dissidenti della Lega Nord, rimasti fedeli a Bossi.

D’Amico - l’uomo che ha fatto sedere allo stesso tavolo i referenti milanesi di Matteo Messina Denaro, i capi delle locali lombarde della ‘ndrangheta e il clan di Michele ‘o pazzo - è salito a parlare dal palco del congresso federale del partito Grande Nord tenendo un discorso che parlava alla pancia delle partite Iva del nord: “perché esiste la criminalità? La criminalità esiste perché la gente ha fame e non è il reddito di cittadinanza a togliere la fame, ma è il lavoro, è l’impresa. Ci vogliono i sostegni per gli imprenditori, per le imprese..”

Le carte dell’inchiesta Hydra parlano chiaro: in Lombardia le tre mafie avrebbero instaurato un rapporto di collaborazione andando a parlare coi partiti politici che qui governano.

Ma nonostante i tanti gridi d’allarme lanciati dalla procura antimafia, la politica (e l’imprenditoria) ancora fa finta di nulla.

Ad Abbiategrasso, dove il sindaco non sa se nella sia città ci sia la mafia, sono stati tenuti diversi summit dove erano presenti tra i più pericolosi capi mafia della provincia di Milano come Antonio Messina, tra i principali fiancheggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro e Giuseppe Fidanzati, figlio del boss storico di Cosa Nostra a Milano, Gaetano Fidanzati. In questi summit erano presenti anche esponenti della camorra, come Gioacchino D’Amico: in una intercettazione su Paolo Errante Parrino, parla dei suoi rapporti con “zio Paolo” e con Messina Denaro. Secondo la Procura D’Amico è uno degli elementi centrali del consorzio mafioso che in provincia di Milano tra il 2019 e il 2022 ha riunito i vertici di cosa nostra, ndrangheta e camorra. Un potere che aveva impressionato persino Massimo Rosi, capo della locale di ndrangheta.


A quel congresso del Grande Nord tenuto nel 2019, D’Amico non era un imbucato: Monica Rizzi, esponente del partito, racconta che un suo compagno di partito lo aveva presentato come un referente di Fratelli d’Italia in contatto coi vertici del partito. Tanto è vero che D’Amico portò al congresso l’europarlamentare Carlo Fidanza che, dal palco, ringraziò pubblicamente “l’imprenditore” D’Amico.

La scheda del servizio: UN MAFIOSO PER AMICO di Giorgio Mottola

Collaborazione Greta Orsi

Report torna con nuove rivelazioni e documenti inediti sul selfie scattato insieme a Giorgia Meloni dal pentito Gioacchino Amico, accusato di essere referente del clan Senese in Lombardia. Verranno trasmesse inoltre le testimonianze esclusive riguardanti le visite fatte dall’uomo a Montecitorio, dove, secondo una pista al vaglio dell’autorità inquirente, Amico avrebbe avuto a disposizione un accredito personale. Giorgio Mottola ha raggiunto inoltre alcuni dei boss accusati di far parte della nuova cupola lombarda e ha chiesto conto ai politici dei loro contatti con gli uomini dei clan.

I viaggi del collegio del garante

La procura di Roma ha indagato i 4 membri del collegio del garante della Privacy per corruzione, per aver ricevuto la tessera Volare, livello executive, fornitegli da Ita Airways proprio nel periodo in cui la compagnia era coinvolta in una controversia per regolare il trattamento dei dati personali di alcuni manager dell’azienda e dei dipendenti.

Le tessere avevano un valore di 6000 euro e permettevano l’accesso alla lounge.

Come racconta l’anteprima del servizio, Report è in grado di dimostrare che a chiedere le tessere Volare è stata Ada Fiaschi, attuale responsabile della protezione dei dati in Ita. Il 30 novembre 2022 scrive: “cara Giovanna mi è giunta per tramite il nostro DPO Stefano Aterno la richiesta di poter fare avere le tessere Volare a tutti e quattro i componenti del collegio del Garante, Pasquale Stanzione, Ginevra Cerina Feroni, Guido Scorza, Agostino Ghiglia. Se fosse possibile sarebbe un’attenzione verso un’autorità che ha un ruolo sempre più importante in un business come il nostro, che tratta di big data”.
All’epoca Stefano Aterno era responsabile della protezione dei dati personali in Ita ma anche socio dello studio E-Lex fondato da Guido Scorza.

Aterno ha risposto in modo vago alle domande della giornalista (se mi fate domande scritte.. io questa cosa non me la ricordo..), aggiungendo che alla fine ha invitato a contattare l’avvocato Fiaschi o qualcuno di Ita perché lui non aveva nessun potere, “io non mi sono mai messo a brigare per far avere le tessere a questi del collegio”.
La dottoressa Fiaschi ha scelto di non rispondere alle domande, per cercare di spiegare il senso di quella mail dove parlava dell’importanza delle tessere vista l’importanza del Garante che si occupa di dati, come la stessa Ita.

La scheda del servizio: LA FERMATA DEL GARANTE di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico

Report torna a occuparsi del Garante della Privacy con nuovi documenti esclusivi che sollevano interrogativi sulle modalità di gestione dell’Autorità e sulla sua effettiva indipendenza dai partiti politici e dalle big tech, come Meta, che trattano i dati di milioni di utenti. Ulteriori documenti inediti fanno luce anche sull’origine delle tessere “Volare” di Ita Airways, un benefit dal valore di circa 6mila euro l’una, concesse nel 2023 ai quattro membri del Collegio dell’Autorità dalla compagnia aerea, chiarendo chi le ha emesse e quale sarebbe la motivazione.

I polli gonfiati

Come vengono allevati i polli la cui carne troviamo sugli scaffali dei supermercati?

Sono tutti polli allevati a terra, con cura e rispetto per l’animale, come ci dicono le pubblicità?

Giulia Innocenzi mostrerà immagini di allevamenti intensivi dove i polli vengono gonfiati, come body builder, per essere subito pronti per il mercato.

La scheda del servizio: POLLO BUCATO di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

In Italia viene allevato mezzo miliardo di polli l'anno. Il 90% dei polli è di razza a rapida crescita, e cioè con una genetica che pompa la crescita abnorme del petto e riduce a circa 40 giorni il tempo necessario agli animali per andare al macello. Ma questa genetica porta con sé delle grandi criticità, che Giulia Innocenzi solleva grazie a delle immagini esclusive ottenute da un allevamento di polli riproduttori destinati a uno dei principali gruppi alimentari del nostro Paese.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

06 dicembre 2025

Anteprima inchieste di Report – l’inchiesta su fratelli d’Italia in Sicilia e le olimpiadi Milano Cortina

 Come non funziona la gestione dei beni confiscati alla mafia

In Italia la lotta alle mafie funziona sulla carta. LE celebrazioni, Falcone e Borsellino, i proclami.. poi però.
Depotenziata l’azione della magistratura sui reati dei colletti bianchi, l’uso delle intercettazioni, guai poi se c’è di mezzo un politico.

E, poi, l’uso dei beni confiscati ai mafiosi: qui sta il nocciolo del potere sul territorio di un capomafia, far vedere che i loro beni comunque rimangono o nel loro controllo o abbandonati. A significare che lì, lo Stato, la giustizia, comunque non può arricare

LAB REPORT: CONFISCATI E ABBANDONATI

Di Lucina Paternesi

Collaborazione Cristiana Mastronicola

Può un’azienda gestita dallo Stato separare una frazione dal suo comune? Succede ad Aci Castello, in provincia di Catania, dove uno stabilimento balneare, il Lido dei Ciclopi, bene confiscato alla mafia, separa il paese dalla sua frazione, Aci Trezza. Nonostante l’amministrazione comunale abbia elaborato un progetto per gestire il lido come bene comune, l’Agenzia nazionale che amministra i beni confiscati non l’ha mai assegnato all’ente locale. Ma come funziona la gestione dei beni confiscati alla mafia? Ad oggi, in tutta Italia, sono circa 25mila tra edifici, aziende, terreni e persino castelli. Da Torino a Venezia, passando per Rimini e la Sicilia, i sindaci lamentano tempi lunghi per l’assegnazione, mancanza di fondi per ristrutturare gli immobili e tanta confusione burocratica; alla fine, troppo spesso, gli immobili deperiscono dopo anni di abbandono.

L’inchiesta sui fratelli d’Italia in Sicilia

I nuovi aggiornamenti sull’inchiesta che ha coinvolto i membri del collegio del garante alla privacy hanno fatto slittare a domenica 7 il servizio sull’inchiesta che ha coinvolto il partito di Giorgia Meloni in Sicilia.

Sui giornali (e soprattutto su Telemeloni) di questa inchiesta se ne è parlato poco, le dimissioni da vicecapogruppo alla Camera del deputato Manlio Messina (per le indagini su presunte corruzioni che arrivano fino al presidente Galvagno): non è stata una sua scelta ma è stato il partito che gliele avrebbe imposte, “mi fanno capire che se non mi fossi dimesso mi avrebbero tolto ..”, il partito gli avrebbe chiesto anche un comunicato dove avrebbe giustificato le dimissioni “per tutelare il bene del partito”.

A tutto questo si è arrivato a seguito dell’inchiesta su una presunta corruzione in Sicilia che però non ha toccato altre cariche regionali di FDI.

Il giorno dopo le dimissioni di Messina esce una pagina su Il giornale di Sicilia a firma Mario Barresi che svela i retroscena: le dimissioni gli sarebbero state chieste dopo alcuni colloqui coi vertici del partito, Arianna Meloni e Giovanni Donzelli per esempio. Anziché farsi cacciare, Messina decide questo passo: questa ricostruzione non è mai stata smentita dal partito di Meloni, una vendetta da parte dei vertici perché – racconta Barresi a Report – non avevamo mai sopportato la sua influenza a livello nazionale nel cerchio magico.

Report ha chiesto conto di questa ricostruzione allo stesso Donzelli in particolare la voce proveniente da fratelli d’Italia secondo cui Messina sarebbe stato cacciato dal partito.

Ma dietro l’articolo di Barresi c’è proprio Donzelli che, di fronte alle domande della giornalista si inalbera arrivando a chiedere le fonti.

La cosa grave, commenta Messina a Report, “è che il capo della struttura sveli la linea del partito facendo fare a me la figura barbina. Un metodo che hanno utilizzato, nel migliore dei casi, col Pozzolo di turno e nel peggiore dei casi nel mio caso che rappresento la storia anche di quel partito. Si sono permessi di fare queste porcherie ..”

Donzelli arriva anche a minacciare una querela alla giornalista di Report, “voi intercettate anche i giornalisti, oltre che il garante della privacy.. voglio sapere da voi, da Report come fa a sapere le fonti dei colleghi giornalisti.”

Bastava chiederlo a Barresi stesso, Donzelli. Semplice: “nel pezzo si capisce che una delle mie fonti è lui e nessuno lo ha smentito”.

Chi mente allora?

Nelle intercettazioni della Procura per le indadini sul presidente dell’ARS Galvagno, si sente spesso nominare il presidente del Senato Ignazio La Russa in particolare nei suoi rapporto con Marianna Amato, di professione organizzatrice di eventi e dipendente della fondazione orchestra sinfonica.
Nelle intercettazione la Amato viene definita la cocca di La Russa: il presidente, dopo aver avvicinato la giornalista di Report con parole quantomeno irrispettose (dimmi, cara, tesoro..) ha risposto dicendo che no, assolutamente, lui questa signora non la conosce e nemmeno l’ha raccomandata. È lei che è venuta in Senato col pasticciere Fiasconaro in un evento organizzato dalla Amato. Ma il pasticcere smentisce il racconto di La Russa: Marianna Amato era coinvolta in molti eventi istituzionali alla presenza di La Russa e di Manlio Messina, non l’ha portata lui in Senato, assolutamente non è stato lui a presentare Amato al presidente La Russa, “si conoscevano da abbastanza tempo.. con il governo e queste persone importanti delle istituzioni ha sempre avuto un rapporto la signora Marianna”. Grazie ai suoi rapporto con Messina e LA Russa, Marianna Amato era entrata a far parte della cerchia di Galvagno con la quale organizzava eventi finiti sotto indagine dalla procura.

Persone che parlano degli eventi e dei finanziamenti come se fossero cosa loro: ovviamente il presidente dell’ARS Galvagno smentisce queste ricostruzioni e ribatte alle accuse dicendo di non aver minimamente influenza le scelte per gli eventi.

Io davo 550 euro a Luca – racconta in una intercettazione l’ex presidente del consiglio comunale di Avola Fabio Iacono – sempre a lui brevi manu: l’ex presidente si lamenta di aver dovuto versare a Luca Cannata, all’epoca sindaco di Avola, dei contributi in contanti ogni mese.

Una richiesta simile era arrivata all’ex coordinatore di FDI a Siracusa, Giuseppe Napoli, che l’aveva respinta ed arrivato poi a dimettersi: a Report racconta che Cannata avrebbe segnalato il suo nome ad enti pubblici per fargli dare incarichi professionali, come avvocato.

Dopo due anni, in cui c’era stata di mezzo la campagna elettorale, lo stesso Cannata gli avrebbe detto “hai visto che sono arrivati gli incarichi? Mi sembra giusto che tu contribuisca alle spese della campagna elettorale ..”
Soldi chiesti in contanti a cui Napoli avrebbe detto di no: io ho sempre contribuito al partito quando c’era da fare qualcosa… 
Ma così no.

Report ha chiesto un’intervista al deputato su queste collette: “qualcosa di normalissimo” risponde Cannata, nella gestione di un movimento locale sul territorio. “Ognuno metteva quello che voleva”: eppure le persone che hanno versato questi soldi,in contanti, l’hanno vista in altro modo, tanto da andare in procura.

Al centro delle indagini della procura di Palermo – che ha chiesto il rinvio a giudizio per il presidente dell’assemblea Galvagno – ci sono una serie di eventi pagati dalla regione e affidati ad alcuni imprenditori privati a cui poi i politici chiedevano i biglietti, per parenti e amici.

Forse dal punto di vista giudiziario la questione dei biglietti non ha rilevanza, ma questa c’è dal punto di vista giornalistico. Ai cittadini forse interessa sapere che esiste questo do ut des tra politica e imprenditoria.

Galvagno su questo punto ha scelto di non rispondere – perché poi voi di Report fare taglia e cuci dell’intervista: personaggi non legati alle istituzioni che hanno usato l’auto blu di Galvagno per fini istituzionali. Persone che poi, una volta di fronte alle telecamere di Report e alle domande della giornalista invocano la privacy, ma la domanda rimane, a che titolo usavano l’auto dell’ARS? Oppure veramente vogliamo credere anche andare a prendere il kebab, fare shopping, siano attività istituzionali?

La scheda del servizio: FRATELLI COLTELLI

di Giulia Presutti

Collaborazione Samuele Damilano

A marzo Giorgia Meloni ha inviato un commissario da Roma per riunificare la Sicilia – poi scossa dall’inchiesta giudiziaria che ha coinvolto il presidente dell’ARS Gaetano Galvagno e l’Assessora al Turismo Elvira Amata, entrambi di FdI - sotto un'unica guida, quella di Luca Sbardella. Fra i motivi, anche la contesa che nella parte orientale dell'isola ha visto contrapposti il deputato regionale Carlo Auteri, che ha lasciato il partito, e il vicepresidente della commissione bilancio della Camera Luca Cannata. Che cosa è successo davvero?

Le presunte olimpiadi green

In attesa di capire come andrà a finire il tentativo del governo di stoppare le inchieste su queste olimpiadi, con la definizione come ente di natura privato la fondazione Milano Cortina, Report torna ad occuparsi delle imminenti olimpiadi invernali.

Avrebbero dovuto essere olimpiadi green le Olimpiadi Milano Cortina, senza impatto ambientale, senza costi per lo stato. E invece: invece i costi per le opere, non solo gli impianti sportivi, ma anche sul territorio, continuano a salire; sono stati disboscate intere zone per far spazio alla pista da bob.. e forse nemmeno tutte le opere saranno completate per tempo.

Il nuovo impianto di bob è stato inaugurato il 17 novembre, “una consacrazione del lavoro” spiegava contento il ministro Abodi che ricordava “l’impegno e lo sforzo delle maestranze..”
Ma come racconta il servizio di Claudia De Pasquale, poche ore prima della coppa attorno la pista si vedevano ancora i segni dei lavori in corso, per fortuna che poi è scesa la neve. Gli atleti, a meno di miracoli, faranno le loro gare all’interno di un cantiere a cielo aperto: “si tratta di rifiniture” prova a minimizzare il ministro. Ma secondo la piattaforma di Simico c’è scritto che i lavori della pista finiranno il 5 luglio del 2026, cioè dopo le Olimpiadi. “Io non sono andato così tanto in profondità” ha risposto Abodi, speriamo allora che la neve continui a scendere copiosa per coprire il cantiere.

Il ministro Salvini si è intanto vantato in pubblico di aver fatto anticipare i tempi di consegna di alcune opere sul territorio, come la Variante di Tirano, dal 2027 a dicembre 2025, facendo decine di riunioni e telefonate a livello di stalking.

MA Report ha verificato lo stato della tangenziale citata dal ministro non rientri tra le opere finanziate per le Olimpiadi del 2026 ma si tratta di un progetto del 2010 che si sta concretizzando adesso.

Tra l’altro, oltre il 70% delle opere previste e finanziate sarà pronta dopo la fine delle Olimpiadi: “ma io parlo di opere necessarie per lo svolgimento delle Olimpiadi” ha risposto Salvini aggiungendo che la variante di Tirano stanno lavorando come matti per averla consegnata prima del febbraio 2026 “perché da quella strada ci devi passare, altre opere annesse alle Olimpiadi ma non centrali, grazie alle Olimpiadi hanno un’accelerata ma evidentemente finiranno dopo..”. Anche nel 2033: parliamo di quasi 3 miliardi di opere che non tutte saranno pronte.

“Ma lei per che testata lavora?”

Alla fine il ministro ha buttato la palla in calcio d’angolo.

La scheda del servizio: CANTIERE CORTINA

di Claudia Di Pasquale

Collaborazione Norma Ferrara, Celeste Gonano, Giulia Sabella

Mancano due mesi all'inizio delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. L'Italia se le era aggiudicate nel 2019 con un dossier di candidatura ispirato ai principi di sostenibilità economica e ambientale. Le avevano ribattezzate Olimpiadi a costo zero. Il 90% degli impianti era già esistente per cui bastavano pochi soldi per risistemarli. Com'è andata alla fine? Dopo l’analisi di alcuni dati, sembrerebbe che in sei anni il valore delle opere possa aver superato i 3,8 miliardi di euro e che molte di esse potrebbero essere completate dopo i Giochi, anche a distanza di anni.

Nelle anticipazioni che trovate sui canali social si parla anche di un aggiornamento dell’inchiesta di Giulia Innocenzi sulla carne scaduta che è stata riciclata e rivenduta dal macello Bervini nel mantovano.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

29 novembre 2025

Anteprima inchieste di Report – i fratelli d’Italia in Sicilia (e il garante, la carne scaduta rivenduta..)

L’inchiesta sui fratelli d’Italia in Sicilia

Sui giornali (e soprattutto su Telemeloni) di questa inchiesta se ne è parlato poco, le dimissioni da vicecapogruppo alla Camera del deputato Manlio Messina (per le indagini su presunte corruzioni che arrivano fino al presidente Galvagno): non è stata una sua scelta ma è stato il partito che gliele avrebbe imposte, “mi fanno capire che se non mi fossi dimesso mi avrebbero tolto ..”, il partito gli avrebbe chiesto anche un comunicato dove avrebbe giustificato le dimissioni “per tutelare il bene del partito”.

A tutto questo si è arrivato a seguito dell’inchiesta su una presunta corruzione in Sicilia che però non ha toccato altre cariche regionali di FDI.

Il giorno dopo le dimissioni di Messina esce una pagina su Il giornale di Sicilia a firma Mario Barresi che svela i retroscena: le dimissioni gli sarebbero state chieste dopo alcuni colloqui coi vertici del partito, Arianna Meloni e Giovanni Donzelli per esempio. Anziché farsi cacciare, Messina decide questo passo: questa ricostruzione non è mai stata smentita dal partito di Meloni, una vendetta da parte dei vertici perché – racconta Barresi a Report – non avevamo mai sopportato la sua influenza a livello nazionale nel cerchio magico.

Report ha chiesto conto di questa ricostruzione allo stesso Donzelli in particolare la voce proveniente da fratelli d’Italia secondo cui Messina sarebbe stato cacciato dal partito.

Ma dietro l’articolo di Barresi c’è proprio Donzelli che, di fronte alle domande della giornalista si inalbera arrivando a chiedere le fonti.

La cosa grave, commenta Messina a Report, “è che il capo della struttura sveli la linea del partito facendo fare a me la figura barbina. Un metodo che hanno utilizzato, nel migliore dei casi, col Pozzolo di turno e nel peggiore dei casi nel mio caso che rappresento la storia anche di quel partito. Si sono permessi di fare queste porcherie ..”

Donzelli arriva anche a minacciare una querela alla giornalista di Report, “voi intercettate anche i giornalisti, oltre che il garante della privacy.. voglio sapere da voi, da Report come fa a sapere le fonti dei colleghi giornalisti.”

Bastava chiederlo a Barresi stesso, Donzelli. Semplice: “nel pezzo si capisce che una delle mie fonti è lui e nessuno lo ha smentito”.

Chi mente allora?

Nelle intercettazioni della Procura per le indadini sul presidente dell’ARS Galvagno, si sente spesso nominare il presidente del Senato Ignazio La Russa in particolare nei suoi rapporto con Marianna Amato, di professione organizzatrice di eventi e dipendente della fondazione orchestra sinfonica.
Nelle intercettazione la Amato viene definita la cocca di La Russa: il presidente, dopo aver avvicinato la giornalista di Report con parole quantomeno irrispettose (dimmi, cara, tesoro..) ha risposto dicendo che no, assolutamente, lui questa signora non la conosce e nemmeno l’ha raccomandata. È lei che è venuta in Senato col pasticciere Fiasconaro in un evento organizzato dalla Amato. Ma il pasticcere smentisce il racconto di La Russa: Marianna Amato era coinvolta in molti eventi istituzionali alla presenza di La Russa e di Manlio Messina, non l’ha portata lui in Senato, assolutamente non è stato lui a presentare Amato al presidente La Russa, “si conoscevano da abbastanza tempo.. con il governo e queste persone importanti delle istituzioni ha sempre avuto un rapporto la signora Marianna”. Grazie ai suoi rapporto con Messina e LA Russa, Marianna Amato era entrata a far parte della cerchia di Galvagno con la quale organizzava eventi finiti sotto indagine dalla procura.

Persone che parlano degli eventi e dei finanziamenti come se fossero cosa loro: ovviamente il presidente dell’ARS Galvagno smentisce queste ricostruzioni e ribatte alle accuse dicendo di non aver minimamente influenza le scelte per gli eventi.

Io davo 550 euro a Luca – racconta in una intercettazione l’ex presidente del consiglio comunale di Avola Fabio Iacono – sempre a lui brevi manu: l’ex presidente si lamenta di aver dovuto versare a Luca Cannata, all’epoca sindaco di Avola, dei contributi in contanti ogni mese.

Una richiesta simile era arrivata all’ex coordinatore di FDI a Siracusa, Giuseppe Napoli, che l’aveva respinta ed arrivato poi a dimettersi: a Report racconta che Cannata avrebbe segnalato il suo nome ad enti pubblici per fargli dare incarichi professionali, come avvocato.

Dopo due anni, in cui c’era stata di mezzo la campagna elettorale, lo stesso Cannata gli avrebbe detto “hai visto che sono arrivati gli incarichi? Mi sembra giusto che tu contribuisca alle spese della campagna elettorale ..”
Soldi chiesti in contanti a cui Napoli avrebbe detto di no: io ho sempre contribuito al partito quando c’era da fare qualcosa…

Ma così no.

Report ha chiesto un’intervista al deputato su queste collette: “qualcosa di normalissimo” risponde Cannata, nella gestione di un movimento locale sul territorio. “Ognuno metteva quello che voleva”: eppure le persone che hanno versato questi soldi, in contanti, l’hanno vista in altro modo, tanto da andare in procura.

I miracoli della Sanità

Dopo l’inchiesta della scorsa settimana sulle liste d’attesa e sui miracoli da parte di alcuni governatori, che poi miracoli non sono, Report torna ad occuparsi di sanità e della Campania. Andando ad Agropoli e al pronto soccorso dell’ospedale, inaugurato in pompa magna nel 2017 dopo anni di inattività. Un altro miracolo per il presidente De Luca presente alla inaugurazione “per rispondere ad una esigenza del territorio”. Nel 2020 la struttura diventa ospedale Covid e chiude il pronto soccorso ma si investe nei reparti: aprono sale operatorie nuove di zecca e così nell’estate 2020 il presidente ritorna ad incassare altri applausi. MA oggi della struttura di eccellenza rimane poco: le sale operatorie sono chiuse anche se ancora nuove, un solo intervento chirurgico in 5 anni, al secondo piano era annunciata una casa della comunità finanziata coi fondi pnrr ma ad oggi non c’è traccia. Il pronto soccorso già ridotto negli anni a presidio d’emergenza, non c’è e da questa estate sopra l’insegna è stata appiccicata una pecetta.

Gisella Botticchio del comitato 8 agosto spiega a Report come finito il covid sono spariti i letti di rianimazione, le ambulanze vanno a Vallo della Lucania (un comune a circa 40 minuti di macchina, 35 km). Se uno sta male ad Agropoli viene al pronto soccorso e trova un medico che gli misura la pressione, c’è la radiologia di giorno, se stai male di notte meglio andare a Vallo. Un infartuato, un malato ischemico non ha scampo qui, nell’attesa dell’ambulanza non le salvi le vite, parecchie persone sono decedute qui ad Agropoli per questo. “Noi cittadini paghiamo i loro tagli di nastri farlocchi, si devono vergognare.”

Ad agosto la ASL aveva promesso di inserire Agropoli nel sistema delle emergenze ma poi tutto si è fermato e c’è chi pensa di chiedere aiuto ai privati.

Report ha intervistato il sindaco di Agropoli: alle sue domande e solleciti dall’ASL ha ottenuto sempre le stesse risposte, manca il personale, il sindaco ha chiesto di affidare temporaneamente all’esterno, a privati, la gestione ai privati, pagherebbe sempre la ASL.. La ASL ha risposto che anche altre realtà del territorio sono nella stessa situazione e dovrebbero esternalizzare ai privati anche altri pronto soccorso.

La carne scaduta che arriva sulle nostre tavole

Giulia Innocenzi torna ad occuparsi delle confezioni di carne scaduta che anziché essere scartata veniva rimessa sul mercato al macello Bervini: secondo la DIA dietro questo riciclaggio di carne avariata ci sarebbe la mafia. Gli operai venivano pagati in parte con un bonifico bancario e il restante dei soldi che non figurava sulla busta paga veniva pagato in contanti. Qualche volta veniva ricaricata una carta di quelle spendibili per i carburanti, per il cibo, “ma il grosso dei soldi ci veniva dato in nero.”

LE cifre “cash” erano notevoli, “ma da tutte le parti si fa così” ha provato a giustificarsi un ex dipendente del macello Bervini, anche i soldi per gli operai del nord arrivavano dal sud, oltre duemila euro in contanti, anche 3000 a seconda degli orari di lavoro, considerando che gli operai nel mantovano erano 30-40, per un totale di centomila euro mensili. Soldi che si sospetta provenissero dal riciclaggio della criminalità organizzata barese e perfino dall’estero.

LA carne scaduta che poi veniva re-immessa sul mercato proveniva anche dall’Uruguay: carne scaduta nel 2023 – riporta l’etichetta ancora leggibile. Questa carne veniva spacchettata, rilavorata e nuovamente etichettata in un altro spazio del macello, con una nuova data di confezionamento cambiata in aprile 2025 (quando sono state fatte le riprese all’interno del macello), con una data di scadenza nel 2027 e con anche una nuova data di congelamento, nascondendo la data reale del primo congelamento.

La scheda del servizio: IL LOTTO MAGICO

di Giulia Innocenzi

Collaborazione Greta Orsi

Dopo l'anticipazione di Report sulla carne congelata scaduta rimessa in commercio si è scatenato un putiferio. Ma la trasmissione d'inchiesta ha raccolto ulteriori immagini, che confermerebbero la prassi del macello Bervini di rimettere in commercio carne scaduta, che finirebbe anche ai ristoranti e alla grande distribuzione. Ma perché i controlli non hanno mai intercettato questa pratica? Da quanto tempo si faceva? E chi c'è dietro la gestione dei lavoratori? Nuove inquietanti rivelazioni partono da Mantova e arrivano dritte a Bari, all'ombra della criminalità organizzata.

Il garante che spia la privacy dei suoi dipendenti

Report è venuta in possesso di altri documenti sull’operato del garante alla privacy: per individuare la talpa che avrebbe passato le informazioni ai giornalisti i membri del collegio, il primo novembre (festa dei Santi) alla vigilia della prima puntata di Report, sarebbero entrati negli uffici di piazza Venezia, che in quel giorno di festa dovrebbero essere chiusi. La cosa inquietante è che i membri sarebbero stati accompagnati da altre persone: Alessandro Bartolozzi – rappresentante sindacale presso il garante della CGIL – ha risposto che non gli risulta un episodio come questo ma non lo sorprenderebbe questa possibilità.

“Abbiamo raccolto informazioni che, o si vogliono considerare frutto di una psicosi collettiva, oppure dobbiamo dire che avevano un fondo di verità. Ci sono stati segnalati uffici con un certo disordine, scrivanie spostate, oggetti nella cassettiere finiti a terra, prese elettriche o telefoniche non allineate..” racconta Bartolozzi a Report.
Ma la fonte della trasmissione è sicura: sono entrate delle persone non identificate assieme ai membri del collegio, che sono rimaste negli uffici tutta la notte. Il sospetto è che abbiano cercato di accedere ai server e quindi alle informazioni e ai dati di tutti i dipendenti.

Il rappresentante sindacali, di fronte a quanto gli ha riportato Report, chiederà al collegio di verificare se ci siano stati ingressi non autorizzati, se effettuati da personale esterno, cercando di capire se questo apparato esterno appartenga ad apparati dello Stato oppure a società private. E se questo episodio è riconducibile a tutta la vicenda legata all’Assemblea del personale.

Su questo episodio si starebbe muovendo anche la procura di Roma, come riposta Il fatto quotidiano oggi

La miccia dei misteri

Difficile capire cosa abbia innescato l’ingresso del primo novembre: fino a quel giorno Report aveva mostrato solo una breve anticipazione della puntata del 2 novembre – pochi secondi con Ghiglia nella sede di FdI – nulla che potesse allarmare il Collegio sul fronte documentale e della corrispondenza interna, che non poteva sapere cosa sarebbe andato in onda la sera successiva.

In mezzo però c’è un episodio che può spiegare la scintilla. La sera del 29 ottobre il Fatto chiede informalmente a Guido Scorza, membro del Collegio, di verificare una call avvenuta due giorni prima tra alcuni garanti e una una nota società di lobbying per gestire la “crisi” delle inchieste giornalistiche. Il 30 ottobre gli vengono forniti gli estremi tecnici delle comunicazioni partite dall’indirizzo segreteria.generale@gpdp.it. La richiesta è di una verifica informale, discreta, per tutelare le fonti.

Scorza fa il contrario: chiede un “consiglio straordinario”, che non era previsto, per autorizzare il responsabile dell’It a fare la verifica interna. “Non potevo fare diversamente – spiegherà – c’è di mezzo la privacy dei dipendenti”. Pochi giorni dopo annuncia che “non risulta nulla”. Ma il contratto esiste: è con la stessa società, firmato dallo studio E-Lex, fondato da Scorza, con decorrenza dall’1 novembre.

A Repubblica dirà che le verifiche sulle caselle dei dipendenti servivano a capire come un verbale del Collegio fosse finito sul Fatto. A La Stampa un altro garante rivelerà che Scorza era convinto di aver trovato la “talpa” e che “si stessero cercando le prove per farla licenziare”.

Domanda inevitabile: la “talpa” era forse la fonte che Scorza si era impegnato a proteggere e che invece ha esposto, scatenando l’intera caccia?

La scheda del servizio: CHI PROTEGGE LA NOSTRA PRIVACY?

di Chiara De Luca

Collaborazione Eleonora Numico

Andrea Mavilla, esperto di cybersecurity e della tutela dei dati personali, è entrato su alcune piattaforme come LUSHA, CONTACT KASPER APOLLOIO, UPLEAD e altre situate negli Usa in Russia e Israele. Senza forzarle è atterrato su banche dati che contenevano numeri di cellulare, utenze casalinghe, mail di capi di stato da Mattarella alla Premier, di tutti i ministeri, anche i più sensibili Difesa Esteri Interni, Interno dove ci sono i recapiti di Crosetto Tajani Piantedosi, fino ai data base delle utenze della stessa Agenzia per la cyber security, del Dis, Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, questori, prefetti. I magistrati di tutta Italia.

Poi ci sono i contatti delle nostre aziende più strategiche: Eni, Leonardo, Enel, Fincantieri, Banche come CDP, Unicredit, Intesa San Paolo, Mps, Mediobanca, Generali, Mediolanum, e anche lo Ior. Le banche dati dei partiti, Confindustria e sindacati, quelle delle Tv: a partire da Mediaset e Sky. E i vari giornali più importanti da Repubblica, Corriere, Il Fatto, Il Giornale, La Verità, media italiani e stranieri, dal NYT alla CNN. C'è anche l’accesso a vescovi e cardinali e migliaia di contatti in Vaticano, fino a tutte le ambasciate nel mondo.

Mavilla aveva contattato la Cia il 27 marzo, che ha cancellato le utenze. Da noi invece aveva denunciato all’Agenzia per la cybersecurity e anche al Garante della Privacy, che ha aperto un’istruttoria ad aprile. Ma i dati sono ancora là, mentre la Polizia Postale sta ora indagando.

E, sempre in tema di Garante della Privacy, cosa potrebbe essere accaduto negli uffici dell’Autorità nella notte tra l’1 e il 2 novembre, a ridosso della puntata di Report? 

Il porto di Fiumicino

Lascorsa stagione Report si era occupata del progetto per realizzare un porto turistico a Fiumicino e domenica sera darà un aggiornamento di quanto accaduto recentemente nel comune guidato dall’ex ministro Baccini (centro destra): sono stati arrestati un dirigente del comune, una funzionaria e degli imprenditori privati, dopo l’estate altri dirigenti, funzionari e imprenditori privati sono stati raggiunti da altre misure interdittive.

LA seconda inchiesta riguardava i servizi sociali del comune negli anni precedenti la giunta Baccini: sono scattate le misure cautelari per l’assessore al turismo e a quello alla cultura. Tra gli indagati per corruzione, peculato, turbativa d’asta ci sono anche il sindaco Baccini e il capo di gabinetto Riccardo Graziano.
L’inchiesta si occupa delle luminarie, gli eventi estivi, gli eventi culturali, turistici del comune di Fiumicino dal 2023 in poi, diverse centinaia di migliaia di euro spesi in eventi a cui hanno partecipato artisti importanti, con appalti fatti in affidamento diretto, sotto una certa soglia è possibile farlo ma a destare sospetto è il fatto che venivano affidati sempre alle stesse società.

La scheda del servizio: LAB REPORT: IL CIRCOLO DEGLI ILLUMINATI

Di Rosamaria Aquino

Collaborazione Norma Ferrara

Report è tornato a Fiumicino per capire come vengono affidati gli appalti dal Comune del litorale laziale.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

27 maggio 2023

Sovranità limitata di Luciano Canfora

 

Prologo
Della sovranità limitata
Il 23 giugno del 1981 il Partito Comunista francese (Pcf) entrò a far parte del governo, con ben quattro suoi ministri. Il mese prima era stato eletto presidente della Repubblica Francois Mitterrand, che aveva fatto risorgere il partito socialista. Né l’ambasciata Usa a Parigi, né il Dipartimento di Stato a Washington, né altri osarono eccepire alcunché. Il Pcf, che rimase al governo per 3 anni era, ed era sempre stato, in Europa occidentale, il più òlegato all’Urss. Negli anni in cui fu al governo, a Mosca vi era Breznev, a Washington Reagan, ed era in corso una fase assai rischiosa della «guerra fredda»: il braccio di ferro sugli «euromissili».
Per l’Italia invece si dovette attendere l’autoscioglimento del PCI (1990-91), costellato di reiterati mea culpa retroattivi sul proprio passato, perché fosse consentito ai super-pentiti di accedere, con altri molti, al governo. In Italia non era consentito, da oltre Atlantico, ciò che in Francia era, ovviamente, riservato alle scelte degli elettori.

Come è potuto succedere?

Come è potuto succedere che un partito fondato da gerarchi ed altri ex fascisti, non pentiti, sia potuto entrare in Parlamento, arrivando oggi, attraverso il partito di Fratelli d’Italia (nato dalla sconfessione di Alleanza Nazionale) al governo?
Come è potuto succedere che un partito fondato da un gerarca della Repubblica Sociale, che formalmente combatteva gli alleati nella seconda guerra mondiale, entrare in Parlamento e, seppur tagliato fuori dall’area di governo, diventare stampella della DC quando conveniva (vedi esperienza del governo Tambroni)?

Come può definirsi atlantista, oggi, la presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, avendo come riferimento proprio Almirante?
La risposta la da questo breve saggio dello storico Luciano Canfora ed è la somma di due parole: “sovranità limitata”.
L’Italia è uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale, sia l’atteggiamento ambiguo del re Savoia (che aveva firmato tutte le leggi fascistissime del regime, le leggi di discriminazione contro gli ebrei, avallato l’entrata in guerra), sia una certa sfiducia nel generale Badoglio (che rimaneva il condottiero che aveva riportato l’impero sui colli fatali) avevano convinto gli Americani del fatto che la nostra politica interna dovesse essere ben controllata da oltre oceano.

Nel destino dell’Italia invece pesarono l’ambiguità del re e la mediocre tortuosità con cui il governo Badoglio pervenne all’armistizio dell’8 settembre 1943, trasformato dopo oltre un mese (13 ottobre) nello status di «co-belligeranza»: che non significava «alleanza» ma affiancamento nel conflitto contro un nemico comune. Inoltre, la continuità delle persone era a dir poco imbarazzante: innanzi tutto il re, che aveva firmato la dichiarazione di guerra all’Inghilterra e alla Francia il 10 giugno 1940 (e agli Stati Uniti l’11 dicembre del ’41), mentre a capo del governo era il ‘conquistatore’ di Addis Abeba nel 1935. Tutto questo comportò che, a guerra finita, fossimo comunque considerati «paese vinto».

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita come sancisce la Costituzione, ma fino ad un certo punto: questo spiega il perché il Partito Comunista dovesse essere tenuto lontano dalle stanze del potere, come mai tanto nervosismo da parte di Washington per il disegno di Moro di allargare l’area di governo alle sinistre (con tanto di minacce). E questo spiegherebbe anche come è stato possibile ad un partito nato dal fascismo di poter fare politica: perché serviva a questo disegno di sovranità limitata, in quanto è dall’arcipelago nero, a destra del movimento sociale, che sono nate quelle formazioni di estrema destra responsabili degli episodi criminali della strategia della tensione.

La fine della guerra fredda, anziché liberare il mondo dall’incubo del nucleare, dalle tensioni del mondo diviso in blocchi, hanno di fatto posto la fine della sinistra, quello che era politicamente in Italia, la fine del blocco costituzionale che teneva fuori dal governo il Msi, che poi divenuto Alleanza Nazionale e abiurato al fascismo (almeno secondo quanto diceva il suo segretario Fini) è potuto entrare al governo nel 1994.
Da allora la marcia trionfale, sempre in crescita, dove quelle origini non hanno mai costituito un ostacolo, ha proseguito fino ad oggi.

Cosa ha favorito la crescita dei partiti a destra della DC, finanche il movimento sociale e ora Fratelli di Italia (fratelli e parenti)? Si dovrebbe parlare del suicidio della sinistra, abbagliata dalla terza via blairiana, pronta a sconfessare sé stessa appena arrivata al potere. Si dovrebbe parlare di un paese che ha visto crescere la povertà, le disuguaglianze, le ricchezze concentrate nelle mani di poche, nella precarizzazione del lavoro, sempre più sfruttato e povero.

L’autore ricorda una riflessione di Giorgio Amendola, storica figura del PCI che nel 1973 su l’Espresso dal titolo emblematico “Prima che il sud diventi fascista”: la povertà e la disoccupazione sono un serbatoio enorme per questa destra capace di cavalcare il malcontento presentandosi come difensore degli ultimi. Ma non è così.

Una ventina d'anni dopo sul Corriere della sera (1 giugno 1994, pagina 33) Orazio Maria Petracca (1917 2008) equilibrato conoscitore della nostra storia Repubblica nonché consigliere politico confindustriale, formulava lucidamente i temi della questione all'indomani delle dichiarazioni rassicurarti del leader di AN (a ridosso della prima vittoria elettorale di Berlusconi): «Altro non può essere oggi in Italia il fascismo se non una sotto specie della tipologia democratica [..] Un regime formalmente democratico nelle sue fonti di legittimazione, ma strutturalmente caratterizzato da una forte concentrazione del potere e da una gestione del conflitto sociale sbilanciato a vantaggio degli interessi egemonici.»

Vi ritrovate in quanto scritto tanti anni fa con quanto sta avvenendo oggi, con l’occupazione delle Rai, delle commissioni, col taglio al reddito di cittadinanza da una parte e l’occhio benevolo verso le imprese che vogliono fare e che dunque non dovranno temere controlli da parte dello Stato?

A tutto questo va aggiunta la memoria breve degli italiani, l’abbandono da parte della sinistra dell’antifascismo (nel senso di quei valori alla base della nostra Costituzione, non solo nel giorno del 25 aprile) e dall’altra parte un continuo sdoganare, un pezzo alla volta, del fascismo, che, ci dice la sempiterna propaganda, ha fatto anche cose buone e cosa importa del manganello, della soppressione delle libertà, della chiusura del Parlamento.
Tanto, continuano a ripetere, il fascismo è morto nel 1945. E se il fascismo è morto che senso ha continuare a tirar fuori questo inutile fardello che è l’antifascismo?

Ma nemmeno questo basta a spiegare quanto è successo in questi anni (un partito da pochi punti % che oggi si trova a comandare – nel senso stretto direi – il paese).

La decisione di schierare truppe Nato, anche italiane, in Lettonia a partire dal 2018 è una idiozia degna della fallimentare politica estera di Barack Obama. L’Europa e l’Italia non hanno alcun interesse a creare un clima di guerra fredda con la Russia.

Tweet di Giorgia Meloni del 14 ottobre 2016

Si deve tornare a parlare di fedeltà atlantica, una sorta di assicurazione che copre tutti i danni, anche per esempio aver per anni guardato al modello putiniano (e anche Orbaniano, in senso di Orban, il presidente dell’Ungheria) di gestione del potere: un modello di sicuramente si vota, ma che non può essere definito una democrazia perché mancano i suoi tratti distintivi, la separazione dei poteri tra parlamento, esecutivo e magistratura, l’indipendenza dei mezzi di informazione, la possibilità di manifestare il dissenso..

L’aspettativa di vita di un governo che per durare punta sul baratto (presidenzialismo in cambio dell'autonomia) è in realtà legata piuttosto alla prosecuzione dell’attuale guerra in Europa. Finché dura tale emergenza in noi cantiamo in prima fila, il Grande Fratello [americano] non negherà il sostegno ed il governo armigero resterà sui suoi scranni. Non parrebbe, ad oggi, aver molto da temere dalle opposizioni parlamentari tutt'ora tra loro divise.

Si torna al tema di partenza, l’occhio lungo del Grande Fratello americano (come lo chiama l’autore) sulla politica estera italiana, che i governi Berlusconi avevano tanto preoccupato e che erano stati accettati solo per l’appoggio alle guerra americane per esportare la democrazia (e per il supporto bellico).
Nonostante tutto il patriottismo e l’amor patrio sventolato per ogni dove rimaniamo un paese a sovranità limitata: dall’Europa per quanto riguarda la politica economica, fatta nel segno dell’austerità che di fatto ha accentuato la crisi sociale e il mancato sviluppo del nostro paese.

E da Washington per quanto riguarda la politica estera: niente via della Seta, niente ambiguità col nemico russo, niente avventure nei paesi dall’altra parte del Mediterraneo che possano creare problemi con gli altri paesi del fronte atlantico.

A proposito, mi chiedo se non ci sia stata della crudele ironia da parte della presidente nel chiamare piano Mattei il piano per i paesi africani: investimenti (a favore delle multinazionali europee) nei paesi africani in cambio del contenimento dei flussi migratori, secondo il modello libico.

Mattei non avrebbe gradito, non per filantropismo, ma solo perché era un imprenditore che sapeva guardare lontano, consapevole che trattare alla pari i paesi africani, ovvero con commissioni più alte, sarebbe stato conveniente per tutti.

Dove questo paese ha invece una sovranità non limitata, anzi illimitata? Nella politica sui (o contro) i migranti: da quel punto di vista nessuno, né la democratica e civile Europa e nemmeno la grande democrazia americana hanno nulla da dire sui respingimenti, sui finanziamenti alla guardia costiera libici, sui lager in Libia, sulla stretta contro le ONG, che questo governo Meloni ha considerato così urgente tanto da dover essere affrontata sin dai primi mesi (assieme alla stretta contro i rave party).

Questa è la nostra sovranità, dunque, in evidente contrasto con la propaganda di un partito che ha fatto del sovranismo la sua chiave.

La scheda del libro sul sito di Laterza, l’indice dei capitoli e il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


08 ottobre 2021

Quello che non si vuole vedere

Capisco l'arrabbiatura e il nervoso dell'ex deputato Crosetto, oggi rappresentante dell'industria delle armi, alla fine del servizio di Fanpage ieri sera a Piazza pulita.

Per la prima volta, o quasi (se si esclude il servizio di Report), si mette di fronte al paese certi comportamenti della nostra destra italiana, di esponenti di Fratelli d'Italia e della Lega. Per esempio la permeabilità di questi partiti con esponenti di formazioni dichiaratamente ispirate al partito fascista, per esempio certe battutine contro immigrati e, soprattutto, l'impressione che dietro il finanziamento ai candidati per le elezioni ci siano dei movimenti in nero. Al momento sarà la magistratura ad accertare quest'ultimo aspetto, con buona pace di Meloni, le cento ore di girato se le guarderanno loro. Ma quello che si vede dai due servizi è abbastanza sufficiente per farsi un'idea.

Ovvero che Lega e FDI non fanno nulla di concreto, a parte le parole di circostanza, per tener lontano questi esponenti di destra estrema, nostalgici o peggio del fascismo. Quello che in tanti non vogliono vedere è sotto gli occhi di tutti: i contatti tra Ciocca e Fidanza con Jonghi Lavarini, i rapporti tra il candidato Bastoni e il gruppo Lealtà e Azione.

Hai voglia a difenderti che "nemmeno li conosco", che "sono rapporti millantati". 

Ognuno vedendo i due servizi di Fanpage andanti in onda a Piazza pulita ha potuto farsi la sua opinione.

Forse non tornerà il vecchio partito fascista, col fez e i labari, ma il fascismo (non solo come slogan) è ancora nella società italiana: i vecchi stereotipi Dio patria e famiglia, l'odio contro i "diversi" su cui scaricare tutte le colpe, un populismo usato per prendere le difese delle fasce sociali deboli che però non ha dietro una vera politica contro le disuguaglianze.

"Io sono sempre stato anti, anti razzista, anti comunista, anti giustizialista".

Il solito giochetto di quanti si sono adoperati nello sdoganare il fascismo è sempre lo stesso: mettere sullo stesso piano il comunismo col fascismo, confondendo volutamente la dittatura comunista in Russia col PCI in Italia. Il fascismo non è un'opinione, una forma politica come le altre.

03 ottobre 2021

Nel migliore dei mondi possibili

E' stata una settimana difficile, nonostante lo smart working mi consenta di lavorare da casa (alla faccia del PIL e del benessere di bar e caffè di Milano).

Difficile per il dover inseguire tutte le notizie, quelle a livello nazionale. Difficile anche per i problemi della vita di tutti i giorni.

La vicenda Morisi, la condanna dell'ex sindaco di Riace Lucano, a Milano l'incontro dei "giovani" per discutere del clima, l'accusa di fare solo bla bla e le rassicurazioni dei grandi, da Draghi e Cingolani.

L'inchiesta di Fanpage su Fratelli d'Italia, i finanziamenti black (da verificare, certo), le espressioni fasciste (e non è solo goliardia).

E, per effetto di una parte della riforma Cartabia (che sostituisce la prescrizione con l'improcedibilità), la possibilità che in un futuro non si possa fare più cronaca giudiziaria (e memoria storica) per il principio di non colpevolezza, fino a sentenza definitiva. In aggiunta al diritto all'oblio per cui domani non potremmo più ricordare processi finiti con una sentenza di non colpevolezza (che si tratti dei vertici di Banca Etruria o di mafia capitale).

Racconteremo la storia della trattativa stato mafia e del terrorismo mafioso con tanti omissis ***?

E come racconteremo Piazza Fontana? Potremo tirare in ballo ancora Freda e Ventura, Digilio e gli altri ordinovisti?

Da una parte, seguendo le notizie dei TG, l'impressione di vivere nel mondo migliore possibile o quasi.

Dall'altra le morti sul lavoro, la crescita economica basata su lavori precari e mal pagati, la cancellazione (dalla discussione politica e dai piani del governo Draghi) del salario minimo perché tanto c'è la contrattazione nazionale (peccato che nei contratti di categoria si possa andare in deroga), come se fossero cose distinte.

Da una parte le belle parole sulla transizione ecologica, dall'altra l'inchiesta di Presa diretta di lunedì scorso che ci ricorda quanto sia potente ancora l'industria del fossile, di quanto siano poco "green" i piani di Eni ed Enel, delle centrali a gas ancora in funzione, delle perdite di metano nella rete Snam (che solo Snam sta monitorando).

E poi c'è la vita di tutti i giorni: delle famiglie con figli che, quando si ammalano, devono arrangiarsi nel contattare il pediatra, tenerli a casa (e come, se non si ha smart working?) oppure fargli un tampone da privato.

I problemi di ieri sono rimasti al loro posto: la scuola, la sanità pubblica, i medici di base che mancano.

L'ultima perla, l'obbligo dello SPID per accedere ai servizi regionali come il fascicolo sanitario, nato dal decreto semplificazioni del 2020.

Ogni identità digitale deve essere legata ad una email e ad un numero di cellulare.

Chi ha fatto la legge avrà pensato ai tanti anziani o alle persone in difficoltà (di tutti i tipi)?

Oppure avrà come al solito pensato che era problemi che si possono scaricare sulle famiglie?