Visualizzazione post con etichetta riforma Costituzionale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riforma Costituzionale. Mostra tutti i post

15 gennaio 2017

Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi), di Aldo Giannuli

Da Gelli a Renzi (passando per Berlusconi): Il piano massonico sulla «rinascita democratica» e la vera storia della sua realizzazione

Va sgombrato ogni dubbio, prima di partire con ogni commento sul saggio di Aldo Giannuli: questo non è un libro sulla storia della Loggia P2, su Licio Gelli e nemmeno sulle cronache giudiziarie relative ai processi che hanno coinvolto il “Venerabile” e la sua Loggia.
Aldo Giannuli è molto chiaro, nell'introduzione al libro: obiettivo è raccontare quale fosse la visione politica dentro il famoso “Piano di Rinascita Democratica” (un documento sequestrato dai magistrati nel sottofondo di una borsa alla figlia di Gelli), dietro la penetrazione nel mondo dei servizi, dell'esercito (nella prima fase tra gli anni '60 e il 1974). E dietro la penetrazione nel mondo della finanza, dell'imprenditoria, delle banche e del giornalismo (nella seconda fase, dopo il 1974).

Che modello istituzionale si prometteva di attuare in Italia la Loggia P2 e le persone che stavano ai suoi vertici (e non era solo Gelli, se crediamo al modello di piramide a base rovesciata, come l'ha descritta la relazione della Commissione parlamentare governata da Anselmi)?

Infine, cosa è rimasto delle sue idee, andando ad analizzare i tentativi di riforma della Costituzione che sono stati proposti (e recentemente bocciati dal referendum confermativo il 4 dicembre) dai politici della prima (Craxi per esempio con la sua “grande riforma”) e seconda Repubblica (Berlusconi e la devolution, Renzi e il DDL Boschi).
Scrive l'autore che “c’è una cultura politica di fondo che accomuna quell’antico progetto e le iniziative di revisione costituzionale che si sono succedute sino ai nostri giorni”: nessuno scoop sulla P2, sui tentativi di Golpe, sui congiurati dunque.

In questo libro l'autore si concentra sui punti salienti della riforma “gelliana”, sul modello di governo che ne usciva fuori, confrontandolo con i modelli proposti negli anni successivi.
Al centro delle quali troviamo il passaggio di potere dal Parlamento verso il governo: è questa la “cultura di fondo” di cui si parlava prima.

Per capire meglio questi concetti, Giannuli parte proprio dalla contestazione del modello bicamerale, non una critica nata in questi anni ma che ha radici ben profonde nella nostra storia: il bicameralismo nasce dall'esigenza di contrastare il potere del Re e dei senatori (nominati dal Re in Senato) con una seconda camera di cui facevano parte originariamente esponenti della borghesia.
Il principio inclusivo, dunque, non elitario che in Italia è stato plasmato su due Camere con funzioni diverse ma perfetta parità per quanto riguarda l'iter di approvazione delle leggi.

A partire dall'inizio del secolo scorso, prese piede in Italia e in altri paesi l'antiparlamentarismo – spiega l'autore: una corrente “che richiedeva un governo forte a capo di un regime militarista, imperialista e autoritario.”

In questo humus ritroviamo la critica alla corruzione, la critica ad un parlamento di inetti, incapaci, incapaci di prendere decisioni in fretta. Vi sta venendo un deja vu perché sono parole che avete già sentito?
Ebbene sono slogan che troviamo non solo nei fautori del modello presidenziale (il leader carismatico eletto direttamente dal popolo e che risponde al popolo, senza avere di mezzo alcun corpo intermedio), ma anche nei documenti di Gelli (il PRD – Piano di Rinascita Democratica).
Il fascismo, avendo tolto di mezzo partiti e la necessità di elezioni, era andato anche oltre ..

La storia di Licio Gelli e la nascita della Loggia P2.
Volontario in Spagna, federale del PNF di Pistoia e poi, negli anni della guerra partigiana, doppiogiochista tra i salotini e i partigiani toscani.
Un uomo pragmatico, di azione che deve le sue fortune forse anche a quel carico d'oro (della banca di Stato Jugoslava) trafugato sotto gli occhi dei tedeschi.
Ma allora qual era il Gelli falso: quello che ostentava la fede fascista o quello che si sarebbe mosso, perfettamente a suo agio, dietro le quinte dell’Italia democristiana?”

Dopo un breve periodo da imprenditore nel settore dell'abbigliamento, e direttore della Permaflex, Gelli comincia ad avvicinarsi alla politica, alla DC e infine alla massoneria: “L’iniziazione massonica di Gelli avvenne quasi contemporaneamente ai primi rapporti con Andreotti, nel 1963”.

Ascesa e caduta della Loggia P2
Il prestigio di Licio Gelli crebbe in quegli anni portando avanti delle operazioni a livello internazionale: il ritorno di Peron in Argentina («operazione Gianoglio»), fino all’Organizzazione Mondiale del Pensiero e dell’Assistenza Massonica, l'OMPAM, che non riuscì però ad ottenere il riconoscimento da parte dell'ONU.
La Loggia P2 ebbe un ruolo importante nel sequestro Moro, nei depistaggi della strage di Bologna e in altri episodi della strategia della tensione.
La P2, attraverso i soldi di Calvi e dello Ior (dunque della mafia) entrò dentro la Rizzoli, il nuovo proprietario del Corriere della Sera e di RCS: dell'influenza della P2 nell'informazione del Corriere ne ha parlato Raffaele Fiengo nel suo libro Il cuore del potere: notizie scomode che sparivano (la situazione in Argentina), interviste senza domande come quella Craxi, gli articoli senza firma tendendi a portare avanti l'idea che governo e partiti erano incapaci a gestire i problemi del paese, che andava allo sfascio.
I militari e i generali che venivano presentati come nuovi manager.
Tutto questo si arresta nella primavera del 1981, con la perquisizione di Villa Wanda ad Arezzo da parte dei magistrati di Turone e Colombo, la scoperta della lista (forse incompleta) dei piduisti, comprendente politici, generali, giornalisti, banchieri (la serie B del gotha della finanza).
Ministri del governo Forlani, che si deve dimettere e, dopo altri mesi, decide di rendere pubblica la lista degli iscritti.
Il 4 luglio 1981, all'aeroporto di Fiumicino, la figlia di Gellli Maria Grazia, verrà perquisita e nel sottofondo della sua valigia verranno scoperti molti documenti
Tra i più importanti, figurava il Piano di Rinascita Democratica e il «Field Manual 30-31», a firma del generale William Westmoreland, che conteneva dichiarazioni assai compromettenti sulle ingerenze americane nei Paesi alleati, anche se è opportuno precisare che gli Stati Uniti disconosceranno sempre quel documento”.

Ma i due documenti più importanti, che raccontano del pensiero politico di Gelli, sono il Piano di Rinascita Democratica e lo Schema R.

Cosa è stata la P2
La domanda che spesso ci si pone sulla P2 è cosa sia stata veramente: un gruppo di golpisti intenti a sovvertire l'ordine democratico, oppure solo un gruppo elitario che intendeva conquistare il potere per un discorso economico?
I giudici hanno sposato la seconda tesi, togliendo di mezzo ogni aspetto legato all'eversione mentre la storiografia si è concentrata sui tentativi di golpe, sui collegamenti con l'estrema destra, coi servizi deviati, con le stragi (Gelli fu condannato per la vicenda del depistaggio sulla strage di Bologna).

L'aspetto politico è stato poco curato fino ad oggi: Giannuli è andato ad analizzare le adesioni e le infiltrazioni della Loggia nella prima fase, fino al 1974 e poi nella seconda fase, col passaggio dal blocco militare a quello economico, politico e finanziario.
Tutto questo ci dice come fosse mutata, dopo l'anno della svolta (il 1974 è l'anno di Nixon, per esempio) la strategia della Loggia: dai golpe violenti, alla conquista dei pezzi del potere tramite l'infiltrazione, visto che la la strategia della tensione in Italia era fallita, anzi aveva rafforzato (diversamente dagli altri paesi europei) i movimenti di contestazione.
E qui veniamo al punto centrale della domanda su cosa sia stata la P2: una camera di compensazione di “poteri forti” che in essa potevano incontrarsi, per cercare di mediare quei conflitti dentro la società, dentro la finanza, dentro la politica.

Tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70 a causa della crisi economica, il paese è attraversato da scioperi, rivendicazioni sindacali: di fronte a questa situazione, la tesi della loggia P2 era chiara, serviva un governo forte, in mano ad un gruppo elitario di persone, selezionate in base ad una comune visione politica (il modello presidenziale, l'avversione per i riti parlamentari, per i vincoli della Costituzione, per le sinistre e i sindacati), da finanziare coi soldi della Loggia affinché potessero scalare i propri partiti per diventarne leader e condizionarne le scelte.

Il piano di Rinascita Democratica e il Documento R
Per curare i problemi dell'Italia, la soluzione della P2 era la seguente:
“i mali dell’Italia dipendevano da un sistema che determina un governo debole; da qui la necessità della cura, ovvero una riforma istituzionale”.

Una gestione autoritaria, dunque, della crisi sociale e politica: anziché maggiore partecipazione nella gestione politica, si dava la colpa al «sovraccarico del sistema decisionale», ovvero le discussioni per le leggi nelle commissioni e in aula, il confronto tra maggioranza e opposizione, la mediazione dei conflitti.
Basta con tutto questo: occorreva “blindare il potere decisionale, soprattutto per quanto riguardava il governo”.
Il cuore di questa riforma sta dentro due documenti recuperati, o fatti recuperare, come lo Schema «R» (dove R sta forse per Rinascita) e il Piano di Rinascita Democratica della P2. Il primo un piano preparatorio per la grande riforma costituzionale, il secondo un vero e proprio manifesto politico.
Oltre a questi due, tra i documenti sequestrati fu trovata anche una copia del Field manual 30-31, che forse aveva anche l'obiettivo di lanciare un messaggio agli americani (il gruppo più oltranzista della destra repubblicana, pezzi dell'Ambasciata e della Cia).

Scrive l'autore:
 “l’azione della P2 avrà tre direttrici principali: la conquista dall’interno dei partiti politici, la conquista della proprietà dei giornali, la conquista di posizioni chiave nella finanza”.

Per quanto riguarda gli uomini nei partiti, “la P2 individuava in Bettino Craxi l’esponente più adatto a traghettare il partito verso la sponda desiderata.”
Sui giornali, abbiamo già detto dell'assalto ad RCS e al Corriere. Per la Rai, la P2 proponeva la fine del monopolio informativo con la creazione di un sistema di televisioni private (come quelle dell'amico Berlusconi, che già collaborava col Corriere).
Per quanto riguarda la finanza, la P2 si proponeva l'assalto al polo cattolico che fino a quel momento comandava nei piani alti della finanza, la conquista della Montedison.

In sostanza, si trattava di rivedere l’ordinamento dei poteri dello Stato, la fine dei partiti di massa da sarebbero stati sostituire con club «rotariani» (un qualcosa che ricorda da vicino i club di Forza Italia), la centralità dell’esecutivo e netto ridimensionamento del parlamento, l'abrogazione del sistema proporzionale, il controllo politico dei mass media e disarticolazione della RAI.
E, ancora, la repressione dei movimenti sociali con l'estensione del divieto di ogni sciopero a più vaste categorie lavorative, la fine del bicameralismo, con l'introduzione di un Senato regionale.
Per quanto riguarda la magistratura, la subordinazione della magistratura al potere esecutivo con l'introduzione della responsabilità civile (per colpa) dei magistrati; il divieto di nomina sulla stampa dei magistrati e la responsabilità da parte del ministro dell'azione della magistratura di fronte al Parlamento.
Non un vero e proprio colpo di Stato, dunque: ma la “decomposizione dei principi e della struttura della democrazia parlamentare, creando i presupporti per un progressivo, ma inesorabile, processo di decostituzionalizzazione”.

Quella “cultura di fondo” da Gelli a Berlusconi e Renzi.
Da Craxi, fino a Berlusconi, passando anche per pezzi della sinistra , fino ad arrivare all'ultima riforma del governo Renzi, una parte dello spirito della contro riforma gelliana è rimasto nella nostra politica.
Dal «mantra della governabilità» di Craxi, all'ossessione per il comunismo di Berlusconi (che però non considerava tale l'amico Putin, ex Kgb).
Con molti distinguo, parte della politica di Berlusconi (“il frutto più maturo dell’albero della P2”) prende molti temi del PRD: l'attacco alla magistratura e ai sindacati.
La perdita di distinzione tra pubblico e privato, tra politica e finanza.
Anche l'elettorato di Forza Italia (costruito ed allevato coi programmi delle sue TV) e quello immaginato da Gelli avevano molti punti in comune:
Gelli immaginava un popolo esattamente così: violentemente anticlassista, assolutamente refrattario alle questioni di ordine ideologico [..] sottomesso a un’oligarchia politico-finanziaria che ne cavalcasse gli umori populisti”.

Il passaggio al Maggioritario (cui hanno contribuito l'impegno dei radicali e della sinistra) ha facilitato il discioglimento dei partiti di massa e la crisi della rappresentatività politica.
Ci sono poi gli anni più recenti, con gli scandali P3 e P4, della politica dentro le stanze buie, dei quartierini e dei comitati.
La politica debole e opaca, che ha bisogno di persone come Bisignani per essere consigliata su nomine e altre scelte: «manager del potere nascosto» lo definisce Giannuli in una formula secondo me azzeccata.
La vera forza di Bisignani – spiega l'autore - “stava nella sua grande capacità di tessere relazioni e nel capitale di informazioni che ne derivava”.
Infine l'ex Presidente del Consiglio Renzi: ci sono differenze e similitudini nel suo approccio politico di Gelli e della P2. Tanto Gelli era un personaggio schivo, da burattinaio occulto, quanto Renzi è un leader carismatico che ama comunicare coi suoi elettori, col suo popolo, senza mediazioni di mezzo (vedi il rapporto sui social col “#Matteorisponde”).
Scomparso l'anticomunismo, ad accomunare i due personaggi sono i rapporti col mondo bancario (e in particolare con la Banca Etruria, un istituto che viene spesso citato in questo saggio).
I rapporti con l'intelligence (il pallino della cyber-security per l'amico Carrai), per le nomine ai vertici della Guardia di Finanza, il favore dei poteri forti di finanza e Confindustria (sfociati nel pieno appoggio alla sua riforma).
Gli attacchi ai sindacati (quelli che stanno ancora ai tempi dei telefoni a gettoni), dei corpi intermedi, sia in parlamento che nel suo partito, dove scomparsa ogni visione politico ideale, rimane solo la parola del “capo”.
Giannuli dedica ampio spazio ad analizzare la riforma Boschi, bocciata dal referendum del 4 dicembre con un 60% di no: anche qui, analizzando il modello che stava dietro questa riforma, si scorgono altre similitudini col modello della P2.
La centralità del governo rispetto al Parlamento che, grazie anche alla legge elettorale, garantiva al PDC il controllo della Camera (l'unica a votare la fiducia), del CSM e della nomina del Presidente della Repubblica (per non andando a toccare direttamente i suoi poteri, diversamente dalla devolution di Berlusconi).
La compressione della scelta degli elettori, con la soppressione delle preferenze (i capilista sono bloccati).
La riforma pasticciata del Senato, che avrebbe portato ad altre contestazioni tra le Regioni e lo Stato centrale di fronte alla Consulta.
Per Renzi non si vota per eleggere un parlamento, ma per eleggere un governo di cui il primo non sarà che cassa di risonanza”: un governo che ha tutti i poteri per governare in modo stabile. I ministri e gli esponenti renziani della maggioranza l'hanno ripetuto tante volte questa frase.
Governo forte, ma forte per chi?
Per il governo del paese, per la risoluzione dei suoi problemi, dei conflitti sociali che ora rischiano di scoppiare con effetti disastrosi (il terrorismo islamico, l'arrivo dei migranti e la loro gestione sul territorio, la crisi occupazionale, la crisi del settore bancario ...).
E, poi, forte nei confronti di chi?
Non era una riforma che portava ad un regime, ma si andavano a porre le basi (con questa riforma votata a forza, da una parte del Parlamento) affinché in un futuro, un'altra maggioranza, meno democratica potesse andare avanti per attuarlo veramente un regime.
Quel che conta è che il segretario del PD dica le stesse cose che diceva Gelli quarant’anni fa”.

I capitoli del libro
Introduzione: la P2 tra letteratura e , cronaca giudiziaria e storia
L'uomo e la Loggia
Il pensiero politico di Gelli e il Piano di Rinascita Democratica
Il lungo intermezzo tra Gelli e Renzi
Il pensiero politico di Renzi
Appendice: il Piano di Rinascita Democratica

Qui altri articoli pubblicati sul blog di Giannuli

L'anticipazione del libro uscita sul Fatto Quotidiano
La scheda del libro sul blog di Giannuli e sul sito dell'editore Ponte alle Grazie

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

04 dicembre 2016

Il giorno del giudizio universale




E alla fine ci siamo arrivati al giorno del Giudizio universale.
Tranquilli, la chiamata non sarà in ordine alfabetico.
E forse, come nel film, questo giudizio universale che fa tanta paura, nemmeno ci sarà.
Sia per quelli che nemmeno ci pensano al giudizio (da dare sulla riforma, tramite il referendum), sia per quelli che su questo giudizio han fatto battaglia. Per mesi.

Il film di De Sica finisce con un gran ballo, tutti assieme.

Mentre temo che la realtà, per questo giudizio, sarà diversa: ci si continuerà a scannare accusandoci l'un l'altro, per molto tempo ancora.

01 dicembre 2016

Non mi piace ma voto si

Anche Prodi si aggiunge al fronte del "non mi piace ma voto si", sulla riforma.
Posizione legittima, ci sta a votare turandosi il naso, l'abbiamo sempre fatto, specie nel 2006 col secondo governo Prodi della coalizione che partiva da Bertinotti e arrivava fino a Mastella e Dini.

La riforma è modesta, non ha la profondità e la chiarezza necessaria, ma voterà si. Come Cacciari, come Benigni.
Non è perfetta, non chiarisce come verrano scelti i senatori (né cosa faranno) ma siccome è un cambiamento votiamo si.
Un altro tassello per quelli che basta un sì, dopo i 50 euro ai pensionati, gli 85 euro agli statali (ma è solo un accordo politico), il miliardo è passa per Taranto (ma l'accordo coi Riva non è stato ancora ufficializzato), i 500 euro ai diciottenni e le fritture di pesce per le clientele del sud.

Gli altri, che si arrangino.
Come i risparmiatori di Banca Etruria: i vertici della banca, dice il GUP, non hanno ostacolato la vigilanza, smentendo di fatto la stessa relazione degli ispettori di Bankitalia.
Cosa dobbiamo pensare?
Che i pm hanno sbagliato a formulare l'accusa?
Oppure che i risparmiatori han fatto tutto da solo?

Tanto, basta un sì e sarà tutto più bello e semplice.

29 novembre 2016

Anti bufale

La riforma farà risparmiare 500 ml (altro che gli 80 ml restituiti dal M5S).
Per le pensioni basse daremo dai 30 ai 50 euro.
Se non si fanno le riforme ora, non le faremo mai più.

E per fortuna che stanno distribuendo il kit anti bufale.

Sempre dalla home dell'Unità, Rondolino fa le pulci ad un'intervista di Zagrebelsky "noista".
Come un grillino qualsiasi, il Noista emerito torna infatti a sostenere una tesi che non ha, non può avere alcun fondamento: “E’ stato violato l’articolo 1. […] La riforma è stata approvata da un Parlamento eletto con una legge incostituzionale. […] C’è stata un’usurpazione della sovranità popolare. La riforma è viziata ex defectu tituli”. Ma ancora qui stiamo? Ancora a discutere di illegittimità delle Camere?Com’è noto anche ai sassi la Consulta, bocciando una parte del Porcellum, ha contestualmente ribadito la piena legittimità del Parlamento in carica. Del resto, non avrebbe potuto fare altrimenti: con il Porcellum sono stati eletti non uno ma tre Parlamenti, e se fossero illegittimi sarebbero illegittime anche tutte le leggi approvate dal 2006 ad oggi, nonché i cinque governi che si sono succeduti, nonché i presidenti della Repubblica eletti negli ultimi dieci anni, nonché i due terzi della stessa Corte Costituzionale, che sono stati eletti dal Parlamento o nominati dal Capo dello Stato.Perché il Noista emerito insiste in questa falsificazione della realtà, in questa delegittimazione sistematica dell’ordinamento costituzionale, giuridico e civile del Paese, in questo vero e proprio attentato al sistema democratico? E perché insulta Sergio Mattarella accusandolo esplicitamente di “far finta di niente” e “tacere”?I cattivi maestri sono più pericolosi dei loro peggiori allievi, perché giocando con le parole confondono le menti e seminano sfiducia e rabbia. E’ davvero un peccato che Zagrebelsky abbia scelto di concludere così la sua carriera pubblica.
Non solo noista, pure cattivo maestro (che a me fa subito pensare ad altri scenari) il presidente emerico della Consulta.
Le Camere sono pienamente legittime, ma queste sono composte in base ad un premio di maggioranza che la Consulta ha dichiarato illegittimo.
Falsificare la realtà è raccontare che questo governo e questa maggioranza sono legittimati a fare quello che vogliono a colpi di maggioranza (non pienamente legittima), senza nemmeno avere un mandato popolare.
Visto che alle passate elezioni nel programma del PD (almeno in quello) non si parlava di rendere i senatori non più eleggibili da noi.

28 novembre 2016

Meno sei giorni al diluvio

Una premessa: era l'estate del 2011 e la BCE (e forse qualcuno a Roma) ci scriveva la lettera con le riforme da fare. Quelle che poi i governi Monti (e poi Renzi) avrebbero fatto.
Era l'avvento della tecnocrazia, lo spauracchio della troika.
L'allora sindaco di Firenze, mentre preparava la Leopolda, raccontava
Non mi ha risposto, concorda con le riforme che chiede l'Europa? E il Pd è in grado di sostenerle? Mi ritrovo nella lettera della Bce. E non condivido l'atteggiamento prevalente del Pd che invoca l'Europa quando conviene e ne prende le distanze se propone riforme scomode. Dobbiamo essere coerenti: sulle pensioni è stato un errore del Governo Prodi abolire lo scalone-Maroni. Ora ci ritroviamo al punto di partenza. Sono per estendere a tutti il contributivo: non è pensabile che a fronte di un allungamento della aspettativa di vita non si faccia nulla.
Per cui, quando uno legge: "C'è il rischio del governo tecnico, solo il Sì può scongiurarlo" dallo stesso politico, viene da chiedersi se siamo in presenza di uno sdoppiamento di personalità o cosa.

Premesso ciò, prepariamoci all'ultima settimana prima del voto.
La cosa buona è che forse, dopo, parleremo d'altro (i fiumi che esondano, la disoccupazione giovanile, le mafie) e forse si riuscirà a vedere il clientelismo con occhi diversi.
Non un "così fan tutti" (leggete quello che scrive Lavia su De Luca), ma una delle palle al piede che impedisce al sud di uscire dall'arretratezza di cui questa classe politica è responsabile.


La vignetta di Disegni del 27 novembre - Supporters
La cosa cattiva è che ne sentiremo altri di insulti. E quelli vanno condannati (guardatevi la vignetta di Stefano Disegni sul FQ di ieri).
Il problema sono anche le balle che raccontano: la sanità che, dopo la riforma, permetterà di curare il cancro e l'epatite C allo stesso modo e in tutte le regioni.
Falso, perché i livelli essenziali di assistenza sono regolati da una legge del 2003 e non vengono toccati dalla riforma.
Se in alcune regioni non si hanno le stesse cure è colpa dei governatori delle regioni, come sono organizzate, in che modo erogano i fondi e come controllano il loro utilizzo.

I risparmi della riforma, stimati in 500 ml, quando sappiamo che tagliando le indennità, si arriva ad un risparmio di 48 ml.
Falso affermare che è il bicameralismo perfetto che blocca questo paese, che rende troppo "burocratico" l'iter di approvazione delle leggi.


La vignetta di Staino sulla Consulta
Falso raccontare agli italiani che la Consulta ha bocciato la riforma Madia salvando i furbetti del cartellino. La riforma Madia e i decreti attuativi non rispettavano il principio di leale collaborazione tra stato e regioni. Anche sulle nomine dei dirigenti. E la riforma Boschi non tocca questo punto.
E i furbetti potevano essere licenziati anche prima della riforma,

Così come le altre bufale sui senatori che saranno ancora nominati, sulla riforma che non tocca i poteri dell'esecutivo (non considerando la legge elettorale), che se non passa il si non faremo altre riforme (come a dire, adesso la ministra Madia se ne torna a casa?).
Sono tutti slogan per la pancia del paese (la stessa che invoca Grillo per l'altro canto del tifo). Quella che tuona contro l'Europa.
Quella che contenta le paure del paese, che essa stessa alimenta (le banche che crollano, l'arrivo del governo tecnico) con i soldati per strada.

06 ottobre 2016

Se voti no non cambia niente

Hai voglia a spaventare la gente con il babau della Brexit, il terrorismo, gli investitori in fuga.
Il paese, quello che non vive sempre sui sociale, vive in una realtà i cui problemi non verranno risolti né da questa riforma né dalla legge elettorale.

Dice Benigni: "Ma ti immagini il giorno dopo che vince il no? Il morale? Peggio della Brexit".
Almaviva annuncia 2500 esuberi (per colpa delle esternalizzazioni del servizio di call center) nonostante gli accordi di pochi mesi fa con ministero e sindacati.
General Electric ne prevede solo 106, a Milano (nonostante abbia preso fondi pubblici per investimenti nel settore della ricerca del gas.

In Sardegna i lavoratori della Alcoa sono in presidio perenne e se non ci fosse Gazebo che ne parla, sarebbero finiti nel dimenticatoio.
Come gli intossicati di Taranto, per i veleni dell'Ilva.
O quelli di Gela, per la raffineria dell'Eni.

Chissà se arriveranno al giorno dopo in condizioni peggiori le persone colpite dal terremoto di agosto in centro Italia.

I fondi stanziati per la messa in sicurezza del territorio sono "solo" 74 milioni a fronte dei miliardi promessi: se si inaugurano cantieri è solo per farsi qualche spot per il si, come a Genova.

Disinteressati al giorno dopo saranno anche i voucheristi italiani, persone pagate con buoni da qualche euro che in questi ultimi due anni, grazie alla riforma Fornero e al jobs act sono esplosi del 200% (dal 2014). Come potrebbe peggiorare la loro vita col no alla riforma, riesce a spiegarmelo signor Benigni?
E i dipendenti nel settore bancario? ABI (e Renzi stesso) parlano di migliaia di esuberi, gente da accompagnare alla pensione o da mantenere col fondo di sussidiarietà.
A cui mancano tra 100 e 200 ml di euro per "per agevolare le uscite chieste da governo e Banca d’Italia, e sempre più impellenti a causa della rivoluzione tecnologica che sta investendo il settore".

Ecco, che succede a queste persone se si vota no? Non cambia niente. E nemmeno se si votasse si.
Anzi.

Fino ad oggi potevo esprime un voto per eleggere un senatore.
Se voti no non cambia niente.
Fino ad oggi se un consigliere regionale spendeva soldi pubblici per spese personali rischiava processo e condanna.
E se voti no magari non cambia niente.
Fino ad oggi le regioni potevano opporsi ai progetti strategici calati dall'alto da Roma (con tutti i problemi che sappiamo per il costo e gli abusi dei contenziosi).
Come Tempa Rossa o come la mega discarica dei rifuti nucleari di Scanzano.
Se voti no magari non cambia niente.

State sereni signori del si.
Gli italiani in difficoltà per la crisi non sentiranno differenza il 5 dicembre.
Qualunque cosa succeda.

PS: interessante l'articolo di Gilioli che "entra nel merito" della questione dei poteri del premier. Aumentano o rimangono uguali ad ora?
Dipende, è la risposta onesta.

04 ottobre 2016

I voti a destra (in fondo a destra)

Il ponte sullo stretto.
La cancellazione della black list dei paesi off shore.
Il ravvedimento operoso contro chi si dimentica di pagare le tasse.
Una nuova sanatoria o "volontary disclosure" per chi ha soldi all'estero.
Il piano industria 4.0 dove di industriale c'è poco ma solo altri sgravi e superammortamenti.
La finanza creativa che permette i magheggi su pil e crescita (col rischio stroncature da parte degli enti preposti).

E, prima, ancora le leggi sul lavoro, sulla giustizia (prescrizione, intercettazioni, la polemica sulle ferie dei magistrati).
Per vincere al referendum - ha raccontato il presidente del Consiglio - servono i voti della destra, con politiche della nostra peggior destra: da qui (escludendo la Lega) si pescheranno i voti, ammiccando al loro elettorato.


Solo con Forza Italia si può pensare di toccare la legge elettorale, ma chissà quando (domenica Repubblica dava le modifiche già pronte, titolando su un fumoso "blitz" di Renzi).
Poi uno capisce cosa intendono queste persone per stabilità del sistema..

02 ottobre 2016

Le due visioni della politica

Il confronto televisivo su La7 tra il presidente del Consiglio e il presidente emerito della Consulta è stato interessante, più che per le ragioni del si o del no, perché ha raccontato agli italiani le due visioni della democrazia che oggi si scontrano.
Semplificando al massimo (e anche rischiando una banalizzazione) possiamo parlare di una democrazia parlamentare, basata sul confronto e sul dibattito per l'approvazione delle leggi e dove (solo raramente) si procede con decreti.
Dall'altra parte abbiamo una visione decisionale per cui, quando si tratta di prendere le decisioni su argomenti strategici, non si può aspettare i tempi lunghi dei dibattiti.
Il governo, in quanto organo esecutivo, deve prendere una decisione e questa deve avere una corsia preferenziale.

Da una parte la complessità, talvolta difficilmente comprensibile, percepita come un peso che non sempre si può sopportare.
Dall'altra la semplificazione, che diventa spesso in banalizzazione. O peggio.
Se non passa la riforma non taglieremo più i costi. Non potremo fare più altre riforme per anni .. (quando in questi ultimi anni abbiamo toccato la Costituzione più volte, tra cui l'inserimento del pareggio di Bilancio).

Avevamo così di fronte da una parte un professore universitario che cercava di argomentare, di spiegare, di fare ragionamenti alti. Dall'altra il presidente (e segretario) che parlava per slogan semplici, guardava in televisione, parlava con Mentana mentre l'altro esponeva le sue tesi (e più volte Zagrebelsky l'ha richiamato, “mi sta ascoltando?”).


È stata più efficace la narrazione del si o quella del no? Dal punto di vista televisivo penso che sia stato più efficace Renzi, le sue risposte sono arrivate più facilmente e direttamente agli spettatori che ascoltavano.
Che questo sposterà i voti da una parte (o l'altra) è tutto da vedere.

Andremo a votare una riforma costituzionale (che non si può più cambiare) ma in queste settimane forse si discuterà solo della legge elettorale.
La minoranza PD continua a raccontarci che voterà si solo se cambia le legge elettorale, che pure oggi Renzi vuole modificare (proprio sulle preferenze dove fino a ieri ci dicevano che erano un vulnus per il problema del voto di scambio e clientelismi). Tutto questo non suona grottesco?

Cosa c'entra la legge elettorale con la riforma Costituzionale? Ci avevano sempre detto che non erano affatto legati (per esempio il ministro per le Riforme Boschi). Allora il famoso “combinato disposto” tra riforma e Italicum su cui il fronte del no punta il dito, esiste veramente?

E qui veniamo al punto finale: perché questa riforma non è stata presentata come veramente è? Ovvero, perché non si è presentata come il passaggio ad un presidenzialismo forte, punto e basta.
Sarebbe stato tutto molto più semplice. Forse anche più trasparente.

Anche perché ora il presidente del Consiglio che vuole spersonalizzare il voto inizierà la sua campagna per il si, in giro per l'Italia. Giusto per spersonalizzare.

E già si parla di “blitz” per approvare le modifiche entro il 4 dicembre..

30 settembre 2016

Gli ambasciatori usati per il referendum

Massimo Villone, intervistato da Gianluca Roselli sul Fatto Quotidiano:

"Maria Elena Boschi non può usare le ambasciate italiane come se fossero dei comitati per il Sì”. Massimo Villone, costituzionalista, ex parlamentare del Pds, è molto critico – ne ha scritto ieri sul Manifesto– nei confronti della trasferta sudamericana del ministro delle Riforme.Villone, è accaduto un fatto grave?Utilizzare le sedi istituzionali all’estero e i nostri ambasciatori per fare compagna referendaria è scorretto, lo sarebbe anche se facesse campagna per il No. Un ministro non dovrebbe esporsi inquesto modo, così come non dovrebbe farlo il premier. La questione andrebbe lasciata in mano alle forze politiche.
Renzi, per l’appunto, ha annunciato duecento appuntamenti per promuovere il Sì...Lui è il presidente del Consi-glio, doveva restare fuori dall’agone o, magari, muoversi in maniera più elegante e non in modo così smaccato. Ora vedo che addirittura ha iniziato con spot e mance, come il ponte sullo stretto o la quattordicesima ai pensionati.Consiglierei a lui e alla Boschi di prendersi un po’ di bromuro, per calmarsi.
Il premier sostiene di essere anche il segretario del Pd...E che c’entra? Non è che se si cambia la giaccae si indossa quella di segretario allora può andare in giro a far comizi pro riforma. Allora aveva ragione Ciriaco De Mita nel sostenere che i due ruoli –premier e segretario – vanno tenuti separati. Purtroppo noto che in giro c’è penuria di statisti e invece ci sono parecchi venditori di auto usate. Anche a Palazzo Chigi.
Torniamo alla Boschi. Gli ambasciatori in Sudamerica avrebbero dovuto rifiutarsi di partecipare agli incontri?Loro sono lì a rappresentare l’Italia e l’ambasciata è la casa di tutti gli italiani che vivono in quel Paese, a prescindere dalle loro idee politiche. Forse potevano farlo notare, ma non mi sento di buttare la croce sudi loro. La forzatura è del ministro, che ha messo in grave imbarazzo gli ambasciatori e anche il nostro personale diplomatico

28 settembre 2016

Comprarsi il consenso

Questo governo, di fronte alle prove che si troverà di fronte, aveva due scelte: convincere i cittadini sulle sue scelte (le politiche sul lavoro, i bonus, gli 80 euro, ..) oppure comprarselo il consenso.
Da quello che ho capito, ha scelto la seconda strada.

Questo spiega l'aver tirato fuori il progetto del Ponte sullo stretto in un momento in cui chiediamo all'Europa maggior deficit e si annunciano altri tagli alla sanità.
Questo spiega il tour elettorale in Sudamerica del ministro per le pari opportunità per vendere la riforma agli italiani che voteranno per il referendum dall'estero.

Avrebbe potuto, la ministra, interessarsi al servizio di Presa diretta che lunedì sera raccontava delle donne maltrattate al sud: paghe da fame, lavoro nero, soprusi e ricatti.
Perché al sud, dove pure il PD amministra regioni e comuni, o accetti questo schiavismo (lavori da uomini e stipendi da donne) o niente.

Anche il ministro Martina, che si occupa di agricoltura, avrebbe potuto commentare il servizio, che mostrava donne costrette a stare in piedi per 10-12 ore, per pochi euro all'ora, a selezionare l'uva. Tanto nessuno controlla queste braccianti.
E invece, mentre la boschi era in Argentina a lodare la fine del bicameralismo, Martina era a Milano a lodare il piano per il dopo Expo, l'insediamento nella sede dell'Expo dell'istituto IIT. In tempo di tagli alla ricerca, il governo darà fondi pubblici ad una fondazione di diritto privato per creare questo polo.

Un commento sul servizio (della settimana scorsa) di Presa diretta dove si parlava dei tagli alla ricerca e dei malumori nel mondo accademico per aver affidato ad un solo ente (lo IIT di Genova appunto), senza bando, senza gara aperta, il progetto del dopo Expo (è solo passato un anno)?

Allo stesso modo potremmo parlare di come i soldi investiti negli sgravi per le assunzioni, i soldi per i bonus, gli 80 euro avrebbero potuto essere impiegati in modo migliore.
Si poteva andare ad affrontare questi problemi: il mondo del lavoro, le discriminazioni, la ricerca tradita, i 600 mila euro che mancano per i centri di accoglienza, la prevenzione contro le calamità naturali, una riforma della giustizia che faccia funzionare il sistema e che non la ingolfi (e uccida i processi con la prescrizione).

Molto più facile comprarselo il consenso, allora. 
Dare i bonus a pioggia è molto più facile, come ingraziarsi i costruttori, le multinazionali del web (la Web tax che fine ha fatto?) e le nostre aziende di Stato (come l'Eni in Egitto).
Tutta gente che vota. 

23 settembre 2016

La neutralità della scheda referendaria

Dal blog di Alessandro Gilioli, un'interessante considerazione sulla scheda del prossimo referendum

Scheda referendum del 2005

Scheda (annunciata via twitter) del referendum sul DDL Boschi


Non so, vedete voi la differenza: a me pare che, per la prima volta, si abbandoni la neutralità burocratica per inserire nella scheda alcuni connotati politici.
Peccato che siano solo i connotati su cui argomenta una della due parti in causa: il superamento del bicameralismo, la riduzione dei parlamentari, il contenimento dei costi, la soppressione del Cnel.
Tutti veri, per carità, ma allo stesso modo (essendo ugualmente vero) si sarebbe potuto scrivere:
Approvate il testo della legge costituzionale concernente"Creazione di un nuovo Senato non eletto dai cittadiniDoppio incarico di senatori e consiglieri regionaliCreazione di nuovi procedimenti tra Camera e Senato fino un massimo di dieci per l'approvazione delle leggiRiduzione dell'autonomia delle regioniTriplicazione del numero delle firme necessarie per le proposte di legge di iniziativa popolare?"
In altre parole, in questa scheda la domanda contiene in sé (solo) argomentazioni a favore di una delle due risposte. Tra l'altro proprio quelle argomentazioni di più facile impatto "anti-casta": meno parlamentari, riduzione dei costi della politica.
Non sono sicuro che questa sia la modalità più fair e neutrale per porre un referendum.
Non sono sicuro che non si potesse arrivare un testo meno burocratico rispetto al passato senza sconfinare nel phishing - e magari concordandolo tra i comitati del sì e del no.
Non sono sicuro che, in assenza di un eventuale accordo, non sarebbe stato comunque meglio ricorrere alle formule - burocratiche ma indubbiamente neutrali - con cui si è votato nei precedenti referendum costituzionali.

Raccontare la mezza messa

"La riforma costituzionale porta 500 milioni di euro di risparmi. Noi stiamo togliendo il giochino dei rimborsi ai partiti, dal Pd ai Cinquestelle. Chi vota sì toglie questo meccanismo, chi vota no, vota la casta".

Chi ha ragione, chi ha torto nel duello Renzi Travaglio ad Otto e mezzo?
Chi ha vinto l'incontro?
Chi ha convinto di più gli spettatori?

Il confronto di ieri sera ha mostrato quello che è uno dei classimi meccanismi della comunicazione politica: raccontare solo quello che fa più comodo della realtà, mostrare certi numeri e nasconderne altri, puntare su alcuni argomenti e non su altri.

Tutto vero che la riforma costituzionale toglie il bicameralismo perfetto che rallenta l'iter approvativo delle leggi.
Tutto vero che ci saranno 200 senatori in meno.
Che si toglie il CNEL. 
Tutto vero che la riforma non tocca i poteri del premier.
Tutto vero che il PIL dopo anni ha segno positivo.
Tutto vero che i numeri del lavoro sono positivi.

Ma questa, per usare un'espressione cara al Camilleri di Montalbano, significa raccontare ai cittadini solo la mezza messa.
Per onestà e trasparenza servirebbe raccontare la messa intera.

Il bicameralismo rimane e l'iter approvativo potrebbe essere anche più complicato. E, di fronte alle proposte di legge dei prevedenti governi, potrebbe non essere un dramma (chi si ricorda quando Berlusconi voleva approvare il bavaglio alla stampa, come minaccia per i suoi processi?).
200 senatori in meno, di fronte al quasi milione di persone che lavorano per la politica non è un gran risparmio. Ieri abbiamo scoperto che il dirigente che si occupava di comunicazione per il ministero della Lorenzin guadagna come il presidente Mattarella. Nel sottobosco dei ministeri si potrebbe risparmiare di più.
Se si chiede agli italiani se sono d'accordo a 200 senatori in meno si dovrebbe chiedere anche se sono d'accordo nel non eleggerli. 
Perché non è scritto da nessuna come verrano selezionati. Non è scritto che lavoreranno in senato solo pochi giorni. Che riusciranno a fare contemporanemante il sindaco e il senatore.
Il PIL cresce ma meno che in altri paesi europei. E il periodo buono potrebbe essere passato.
Quei posti di lavoro sono stati creati grazie agli sgravi, costati 20 miliardi. 

Questa la messa intera.
E poi avremmo potuto parlare del voltafaccia sull'Italicum (aveva posto la questione di fiducia), sulle dimissioni che avrebbe presentato in caso di sconfitta.
Della questione dei voucher, dei mille asili in mille giorni, della questione delle banche (MPS in particolare).
Ma per queste domande sarebbe servito più tempo (e una giornalista che stoppava i suoi comizi).

In ogni caso se vince il no rimane tutto come ora: se ora c'è la Casta, come dice Renzi, pure lui ne fa parte. Giusto per raccontare la messa intera....

04 settembre 2016

L'acqua del pozzi (e gli avvelenatori del si)

Ci sono i partigiani buoni, che voteranno sì al referendum di novembre sulla riforma costituzionale.
Ci sono poi i partigiani cattivi, che non vogliono cambiare nulla e che, anzi, votano come casa pound e i berlusconiani.
Ci sono quelli che #bastaunsi che sono i veri difensori della Costituzione, che darà maggiore stabilità al paese, per combattere il terrorismo e come chiedono anche imprenditori (con sede legale all'estero) come Marchionne.
E poi ci sono i gufi, gli archeologi, che votano no perché è facile dire no, perché non hanno proposte ..

Questo un sunto dei messaggi del fronte del sì, da Renzi al ministro Boschi (l'ultima è di ieri sera, alla festa de l'Unità a Milano): una summa di menzogne, disonestà intellettuali, cattiverie che non fanno altro che avvelenare l'acqua nei pozzi.
Piuttosto che entrare nel merito e spiegare che questa riforma non toglierà il bicameralismo (che rimarrà imperfetto e pasticciato), andrà in direzione contraria al federalismo, toglie rappresentatività ai cittadini, non taglia in modo significativo i costi della politica, concentra il potere nelle mani dell'esecutivo, si preferisce buttarla in caciara.

Quelli che stanno cambiando la Costituzione non la stanno affatto difendendo, avendone tradito lo spirito e avendola approvata a colpi di canguri e di blitz notturni.
Il fronte del no è tanto variegato come il fronte del si (da Marcello Pera, Verdini ai renziani ante leopolda).
Nel fronte del no, oltre a partiti che faranno campagna per mandare a casa il governo, ci sono anche costituzionalisti come Zagrebelsky che nel passato avevano mandato le loro proposte di riforma al governo. Inascoltati.

Il libro “Perché no” di Marco Travaglio e Silvia Truzzi raccoglie le ragioni del no e spiega come c'erano alternative a questo pastrocchio.
Le alternative c'eranoPartiamo da un principio semplice semplice: la carta costituzionale si può cambiare, prescindendo dai principi della prima parte che dovrebbero rimanere intoccabili e che ancora aspettiamo la loro attuazione. 
Molti dei costituzionalisti del no erano pure favorevoli a riformare gli assetti del nostro paese e avevamo proposto al governo le loro idee. Purtroppo inascoltati.Così è successo per le proposte di Zagrebelsky che proponeva un senato di garanzia di eletti, non rieleggibili, con criteri di esperienza e di non incompatibilità.Una camera eletta col criterio maggioritario, senza nominati e su collegi uninominali e un Senato di garanzia che si attiva su alcune leggi per attivare la procedura bicamerale paritaria.Azzariti, docente di Diritto Costituzionale a Roma, proponeva direttamente l'abolizione del Senato e un'unica Camera eletta in modo proporzionale (che era poi la proposta anche di Berlinguer e Ingrao, oggi citati a sproposito).Anche Massimo Villone, professore di Diritto Costituzionale a Napoli, proponeva l'abolizione del Senato o, in alternativa, la trasformazione verso una repubblica presidenziale vera. Ma con un meccanismo di controlli per avere “un governo forte, ma anche un popolo non di sudditi ma di cittadini”.Alessandro Pace, professore emerito della Sapienza a Roma, era dell'idea di trasformare il Senato in organo solo consultivo, poiché non eletto.
Insomma c'erano diverse alternative al “pastrocchio” del Senato non eletto, con poteri legislativi, composto anche da persone scelte dal presidente della Repubblica (perché?), con tanto di immunità ma che non rappresenterà i territori.
 
Il rammarico di questa occasione persa è nelle parole di Lorenza Carlassare, professore emerito a Padova: “nessuno difendeva il bicameralismo paritario, l'accordo sulla sua modifica era pressoché unanime. Bastava procedere sulle vie indicate dalla Costituzione [..] Le Costituzioni sono fatte per durare, non le si può cambiare secondo gli umori della maggioranza del momento”.
Niente da fare: professoroni, gufi, archeologi della Costituzione.
Anche la proposta del Fatto Quotidiano stesso, lettera morta: non è vero che chi è per il no sia contrario ai cambiamenti in sé, dunque. La domanda da porsi è perché sono stati bloccati i tentativi di mediazione, di dialogo, a suon di ghigliottine o canguri.Fino ad arrivare alla situazione ridicola di oggi dove, dopo la batosta alle elezioni amministrative (la sconfitta a Roma, Napoli e Torino), si torna a parlare di modifiche all'Italicum e a considerare l'ipotesi di spacchettare i quesiti.

Ora, avendo di fronte lunghi mesi prima del voto, mi chiedo cosa ancora ci toccherà ascoltare, contro l'Anpi, contro la minoranza PD (che riesce comunque a ridicolizzarsi da sola), contro i costituzionalisti del no, contro quei pochi giornalisti che danno spazio a tutti.
Da una parte si invoca lo spirito di unità nazionale, per far fronte all'emergenza terremoto, senza un piano, senza un sistema legislativo che indichi come costruire e come controllare, col solito meccanismo del commissario.
Dall'altra si continua con questi attacchi, con gli spot (fertility day, piano Italia..), giocando sui numeri, i decimali di PIL e di crescita occupazionale (nei lavoratori anziani).


Non ne usciremo fuori, in questo modo.

10 luglio 2016

Perché no, Marco Travaglio e Silvia Truzzi

Tutto quello che bisogna sapere sul Referenzum d'autunno contro la schiforma Boschi-Verdini

Ad ottobre (ancora non sappiamo in che data) il paese sarà chiamato ad esprimersi per il referendum confermativo della riforma costituzionale, il DDL Boschi: su questa riforma, sul sì, il governo ha messo la faccia ma ha pure legato la sua permanenza al potere. Perché se perdo, dicono Renzi e il ministro Boschi, con che faccia mi ripresento al paese?
Mettiamo da parte la questione, non secondaria, che le Camere sono sciolte dal Presidente della Repubblica e non dall'esecutivo.
Concentriamoci sul contenuto della riforma: ogni giorno su buona parte dei TG è un continuo ripetersi degli slogan delle regioni del Si. #Bastaunsì è l'hashtag che gira sui social: metti un sì, sembra di capire, è tutti i problemi della nostra Repubblica saranno risolti.
Non preoccuparti, elettore, c'abbiamo pensato noi: taglio ai costi della politica, tempi certi per l'approvazione delle leggi, fine del bicameralismo perfetto. Avremo un sistema più snello, con meno costi, più agile.

Sui telegiornali le ragioni del no hanno avuto e (presumibilmente) avranno poco spazio: altrimenti sarebbe abbastanza facile smentire tutte questi mini spot per la riforma. A quanti sostengono le ragioni del no (e magari non sono comici, calciatori, ma costituzionalisti fuori dai giochi della politica) ci sono solo pochi secondi per cercare di spiegare, di far capire a chi ascolta dei rischi che questo sistema comporta. Il tante volte ripetuto “combinato disposto” di una riforma che accentra potere nell'esecutivo, toglie rappresentatività, elimina pesi e contrappesi (check and balances dicono quelli bravi) con una legge elettorale che mantiene di fatto tutti i difetti del porcellum.

Per questo motivo i giornalisti del Fatto Quotidiano, il direttore Travaglio e Silvia Truzzi hanno deciso di pubblicare questo breve saggio, “Perché no”, che raccoglie e spiega tutte le ragioni del no.
Non a caso il libro inizia col capitolo “Passate parola”: è così semplice oggi, in un paese dove la gente tende a delegare, a non interessarsi, a non appassionarsi più alla politica, dire sì.
Non pensate, non ragionate, non sforzatevi. Basta un sì.
Massì dai, aboliamo del tutto questa Costituzione, che per molti (tipo JP Morgan, per fare un nome) è come un vestito troppo stretto, scomodo, perché è pensata per includere e non per escludere, per tutti senza discriminare e non solo per le elìte.
La legge uguale per tutti, la sovranità che appartiene al popolo, il diritto all'istruzione fino ai più alti livelli per i meritevoli, il diritto alle cure, ad un salario dignitoso.
Non capita tutti i giorni di riformare la Costituzione e dunque quando la si modifica (cosa ragionevole, non essendo un dogma scolpito nella pietra) si deve procedere allargando il dibattito a tutti, non lavorare a colpi di maggioranza, a colpi di canguro e di questioni di fiducia, per escludere le proposte delle minoranze e con il ricatto o votate si o si va a casa.
Questa riforma, dicono quelli che pure voteranno sì, è scritta male, raffazzonata, pasticciata (Scalfari, Cacciari,Benigni ..): ma se non votiamo si, avremo perso tempo, avremo perso un'occasione, daremo l'impressione di non essere capaci di fare le riforme...
Falso: se passa il si ci troveremo sulle spalle leggi costituzionali, da cui discenderanno le leggi ordinarie, scritta male, che creeranno contenziosi tra regioni e Stato centrale, che impatteranno sulla nostra vita.
È sbagliato riformare la legge delle leggi considerando i problemi dell'oggi (le reazioni dei mercati, degli altri paesi europei) e non l'effetto che avrà sull'Italia dei prossimi decenni.

Per quanto detto sopra (e quanto dirò in seguito) è importante votare no al referendum, per questo è importante essere consapevoli di cosa comporterà il sì, per questo è importante questo libro.
Libro che ha il pregio di smontare tutte le ipocrisie, le bugie anche grossolane, la spudoratezza del fronte del si.

Padri Costituenti e ricostituenti.
In questo capitolo si racconta di come è nata la Costituzione attuale, approvata nel 1948 dopo due anni di lavoro da parte dei costituenti, confrontando poi l'iter approvativo dell'attuale riforma che toccherà 47 articoli del 136, alcuni riscritti male (l'articolo 70 passa da 9 parole a 439, per dire della complessità del linguaggio); non dovrebbe toccare i principi della prima parte, ma non è detto che ciò accada nel futuro.
Si è arrivati alla sua approvazione col canguro (del senatore Esposito) per abbattere gli emendamenti della minoranza, con la sostituzione dei componenti della commissione affari costituzionali contrari come Corradino Mineo.
Non solo: questa è la riforma di Renzi, Boschi (e Verdini e Berlusconi, che nella prima parte die lavori erano pure favorevoli). Ci si è dimenticato quindi di quanto scriveva Calamandrei “quando si scrive la Costituzione i banchi del governo dovrebbero essere vuoti”.

La controriforma.
Cosa c'è dentro Italicum e DDL Boschi?
Non c'è maggiore semplificazione dell'iter delle leggi, poiché per alcune si mantiene il passagio tra Camera e Senato.
Non si è abolito il Senato che diventa una camera di doppio lavoristi, già pagati dalle regioni (o dagli enti locali) e che riceveranno probabilmente un rimborso per lo spostamento nella capitale.
Noi cittadini non li voteremo più, ma la riforma rimanda ad altra legge il modo in cui verranno scelti i consiglieri regionali.
Si risparmieranno costi? Per gli stipendi dei 215 senatori sì. Ma parliamo di un risparmio di 25 milioni per una macchina (il Senato) che costa circa 500 ml l'anno.
Tutto qua il risparmio, 215 senatori di meno, quando attorno alla politica, nello stato centrale, nelle amministrazioni e nelle partecipate lavorano 1,1 milione di persone?
Le leggi verranno approvate più velocemente?
Dipende, per alcune l'iter di approvazione rimane doppio. E poi c'è una questione dirimente: chi controlla l'operato dell'esecutivo (che avrà un binario preferenziale per i suoi decreti)?
Con una Camera di nominati, in maggior parte, con la possibilità di eleggere i membri più malleabili al CSM e dentro la Corte Costituzionale, mancano i contrappesi al potere del Presidente del Consiglio.
Vogliamo tornare ai tempi in cui Berlusconi si approvava lo scudo del lodo Alfano, ai tempi della legge Ronchi che consegnava ai privati la gestione dell'acqua, alle centrali nucleari che diventavano opere strategiche?
Le leggi dell'esecutivo già oggi sono la stragrande maggioranza e passano tutte in meno di due mesi.
E senza bisogno del DDL Boschi.
Le leggi che non passano (o che fanno fatica a passare, su tortura, autoriciclaggio, sulla prescrizione, sulle unioni civili) è perché sono i partiti a non volerle.

L'Italicum: differisce dal porcellum perché il premio di maggioranza viene dato se la lista vincente passa il 40%. Ma rimangono i capilista bloccati, i collegi multipli.
Il premio di maggioranza garantirà una stabilità? Non è detto perché dà una maggioranza di soli 26 deputati.
E non è detto nemmeno che non ci saranno più inciuci e ricatti delle minoranze: i gruppetti si metteranno assieme al partitone (della nazione?) prima delle elezioni, per poi sciogliersi nuovamente dopo il voto.
Come sta succedendo oggi con ALA di Verdini e NCD di Alfano.

A proposito: la sovranità appartiene al popolo sta scritto nell'articolo 1. Ma domani, questa apparterrà ai partiti, che si sceglieranno i deputati e i senatori.
Saremo una Repubblica semipresidenziale, con una Camera svuotata delle sue funzioni e con un Senato che non rappresenterà né le regioni (non c'è vincolo di mandato e né vincolo di votare come espressione del voto regionale) né le autonomie e non avrà più funzione di controllo.

A quanti tirano fuori le proposte dell'Ulivo dove già si parlava di riformare il Senato, o Berlinguer quando proponeva di eliminare la doppia camera, si può rispondere che erano proposte che si basavano su una diversa legge elettorale.
Ai tempi di Berlinguer c'era il proporzionale puro (che garantisce rappresentatività) e la proposta dell'Ulivo del 1996 era così poco importante che rimase lettera morta.
Il Mattarellum, vent'anni fa, non aveva l'abnorme premio di maggioranza oggi previsto dall'Italicum.
Che, ricordo, è stato approvato usando il meccanismo della fiducia. Come la legge Acerbo del 1924.

C'è la ciliegina sulla torta dei referendum: si è abbassato il quorum per i referendum (50% dei votanti alle ultime elezioni) ma servono 800 mila firme.
E sappiamo come poi i risultati dei referendum siano stati disattesi (l'acqua, il finanziamento ai partiti).
Le leggi di iniziativa popolare (per cui serviranno 150mila firme) dovranno essere discusse dal parlamento, ma questo è rimandato ad una futura legge e non è detto che poi finiscano nel cassetto.

E vissero felici e impuniti.
Buona parte dei neo senatori saranno i consiglieri regionali di cui oggi sentiamo parlare per le inchieste come le spese pazze dei fondi regionali.
Dalla Val d'Aosta alla Sicilia, una lunga carrellata di consiglieri con alle spalle inchieste e condanne e che ora dovranno andare a Roma a rappresentare le regioni d'appartenenza con tanto di immunità parlamentare.
Ne abuseranno, usandola come scudo per proteggersi per inchieste di natura non politica?
Vogliamo veramente fidarci di queste persone che già prendono stipendi più che onorevoli e che ora diventeranno pure senatori?

C'è chi diveva no.
Penso che questo sia il capitolo più interessante.
Nel 2005 il governo Berlusconi approvò la sua riforma costituzionale, la devolution, toccando 53 articoli della Costituzione.
Si andava verso un regime presidenziale chiaro: l'allora centro sinistra criticò la riforma nei metodi (essere stata approvata dalla sola maggioranza) e nella sostanza (il potere consegnato nelle mani dell'esecutivo e del Presidente del Consiglio) senza contrappesi.
Il vicepresidente della regione Emilia Romagna Gualmini, ad Otto e mezzo aveva criticato il no di FI dicendo “[..] per non parlare di Brunetta e Berlusconi che avevano fatto una riforma del tutto identica”.
Ohibò: il Pd ha fatto una riforma identica che nel 2006 aveva criticato (e fatto campagna elettorale per il no) e ora la ri propone pari pari?
Talvolta qualche pezzo di verità esce dalla bocca di questi personaggi.

Tra quanti dicevano no troviamo la senatrice Finocchiaro, il presidente Mattarella, Napolitano, Fassino, Pier Luigi Bersani, Renzi stesso (all'epoca presidente della provincia di FI).
Franceschini scriveva “il PDC ha in mente un paese in cui il potere viene sempre più tacitamente concentrato nelle mani di una sola persona”.
Quello che succederà con la riforma Boschi.
Il costituzionalista Ceccanti (oggi fautore del si alla riforma Boschi) e l'economista Salvati avevano fatto un appello contro la devolution “approvare unilateralmente un testo così è uno strappo”.
Nel 2006 a schierarsi per il no c'erano anche magistrati (come Spataro), cosa che oggi d a fastidio all'esecutivo di centrosinistra (schierato per il si).
Infine l'ex presidente Napolitano che, intervistato da Myrta Merlino diceva “non deve passare un'eccessiva amplificazione dei poteri del capo del governo”.
Era il 2006 e all'epoca non ci si poneva il problema per cui se si votava si si sarebbero persi anni di lavoro e un'occasione per rinnovare la carta etc etc …

Le alternative c'erano
Partiamo da un principio semplice semplice: la carta costituzionale si può cambiare, prescindendo dai principi della prima parte che dovrebbero rimanere intoccabili e che ancora aspettiamo la loro attuazione.
Molti dei costituzionalisti del no erano pure favorevoli a riformare gli assetti del nostro paese e avevamo proposto al governo le loro idee. Purtroppo inascoltati.
Così è successo per le proposte di Zagrebelsky che proponeva un senato di garanzia di eletti, non rieleggibili, con criteri di esperienza e di non incompatibilità.
Una camera eletta col criterio maggioritario, senza nominati e su collegi uninominali e un Senato di garanzia che si attiva su alcune leggi per attivare la procedura bicamerale paritaria.
Azzariti, docente di Diritto Costituzionale a Roma, proponeva direttamente l'abolizione del Senato e un'unica Camera eletta in modo proporzionale (che era poi la proposta anche di Berlinguer e Ingrao, oggi citati a sproposito).
Anche Massimo Villone, professore di Diritto Costituzionale a Napoli, proponeva l'abolizione del Senato o, in alternativa, la trasformazione verso una repubblica presidenziale vera. Ma con un meccanismo di controlli per avere “un governo forte, ma anche un popolo non di sudditi ma di cittadini”.
Alessandro Pace, professore emerito della Sapienza a Roma, era dell'idea di trasformare il Senato in organo solo consultivo, poiché non eletto.

Insomma c'erano diverse alternative al “pastrocchio” del Senato non eletto, con poteri legislativi, composto anche da persone scelte dal presidente della Repubblica (perché?), con tanto di immunità ma che non rappresenterà i territori.
Il rammarico di questa occasione persa è nelle parole di Lorenza Carlassare, professore emerito a Padova: “nessuno difendeva il bicameralismo paritario, l'accordo sulla sua modifica era pressoché unanime. Bastava procedere sulle vie indicate dalla Costituzione [..] Le Costituzioni sono fatte per durare, non le si può cambiare secondo gli umori della maggioranza del momento”.

Niente da fare: professoroni, gufi, archeologi della Costituzione.
Anche la proposta del Fatto Quotidiano stesso, lettera morta: non è vero che chi è per il no sia contrario ai cambiamenti in sé, dunque. La domanda da porsi è perché sono stati bloccati i tentativi di mediazione, di dialogo, a suon di ghigliottine o canguri.
Fino ad arrivare alla situazione ridicola di oggi dove, dopo la batosta alle elezioni amministrative (la sconfitta a Roma, Napoli e Torino), si torna a parlare di modifiche all'Italicum e a considerare l'ipotesi di spacchettare i quesiti.

Come funziona negli altri paesi
Interessante è vedere come stanno le cose in altri paesi dove, è vero, non esiste un sistema bicamerale perfettamente paritario come in Italia, ma dove esiste piena rappresentatività e dove esistono sistemi di controllo al potere dell'esecutivo.
In Germania, dove nel Bundesrat si trovano persone scelte (non elette) dai Lander stessi col vincolo del mandato, ovvero dovranno votare compatti, pena il voto nullo.
Il Bundestag è eletto con quote di proporzionale e maggioritario.
Negli Stati Uniti sono eletti in modo diretto i membri di Camera dei rappresentanti e del Senato: c'è un bicameralismo perfetto per il sistema legislativo e per la revisione delle leggi costituzionali.
Il Senato ha poteri di vaglio e ratifica sulle nomine presidenziali, fa da giudice per i procedimenti di impeachment nei confronti del Presidente.
La Francia è un sistema semi presidenziale dove l'esecutivo ha due teste: Presidente del Consiglio e della Repubblica che possono avere colori politici diversi.
Mentre negli Stati Uniti il Congresso ha potere di controllo sul Presidente, in Francia il potere è sbilanciato verso quest'ultimo.
Il Senato è eletto da un collegio di grandi elettori (162mila tra deputati, senatori, consiglieri regionali): l'iter delle leggi è bicamerale ma solo la l'Assemblea nazionale dà la fiducia al governo.
Nel Regno Unito esistono due Camere, la prima House of Commons eletta in modo maggioritario uninominale e la seconda da nominati (Lords ereditati o nominati, 26 vescovi).
Il sistema è bicamerale ma non paritario: la prima Camera dà la fiducia, la seconda è di controllo, “camera di riflessione” sulle leggi del governo.
Infine la Spagna: è un modello regionale asimmetrico, non essendo indicato in Costituzione né quante siano le regioni né le loro competenze.
Il Parlamento è bicamerale: il Congresso eletto in modo proporzionale dà la fiducia, il Senato ha funzione di veto e può proporre emendamenti.

Le ragioni del no
Le ragioni per cuivotare no sono riassunte in questo articolo uscito sul FQ: sono 35 punti, il primo dei quali dovrebbe tagliare la testa ad ogni discussione. Una maggioranza che è tale perché drogata da un premio giudicato incostituzionale, sta cambiando a colpi di minoranza relativa la Costituzione.
In Appendice trovate il testo della riforma costituzionale con a fianco, i testi della costituzione vigente.
Così potete farvi un'idea.
Prima di decidere.

Per ordinare il libro sul sito del Fatto Quotidiano.

I link per ordinarlo su Ibs e Amazon