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04 gennaio 2021

Anteprima di Report – il peccato capitale della seconda repubblica

Sarà una puntata speciale, quella di stasera di Report: non si parlerà né del Covid, del vaccino, dei ritardi o meno del piano italiano su come gestire i miliardi dall'Europa.

Questa sera si parla di un'altra malattia, molto più subdola e altrettanto mortale, che infetta il paese sia dagli arbori (dalla strage di Portella della Ginestra, se non prima), ovvero il rapporto tra stato e mafia.

In particolare stasera il servizio dei giornalisti di Report Mondani e Mottola e dei loro collaboratori si concentrerà sulla trattativa stato-mafia, la strategia eversiva messa in atto dalla mafia col supporto di entità esterne per condizionare la politica dei governi italiani a cavallo tra la prima e la seconda repubblica.

Una puntata dedicata a tutte le vittime delle stragi di quasi 30 anni fa in cui si cercherà di scoprire anche i mandanti dietro quelle stragi, questo racconta la voce di Paolo Mondani camminando lungo le ferite del creto di Burri a Gibellina, opera in memoria delle vittime del terremoto del 1968.

In questa brutta storia emergono i rapporti tra mafia, uomini dello stato e neofascisti legati alla P2, in un intreccio che ci porta indietro nel tempo fino alla bomba alla stazione di Bologna, la strage più sanguinosa avvenuta in Italia, con 85 morti e 200 feriti.


Per questa strage – spiega nell'anteprima Paolo Bolognesi presidente dell'associazione delle vittime – non si può parlare di servizi deviati, essendo stati coinvolti direttamente i vertici dei nostri servizi militari nel depistaggio compiuto per allontanare gli investigatori dalla pista nera, assieme a Gelli e Ortolani.

Secondo i magistrati, questi ultimi, sono da considerare anche gli organizzatori e finanziatori della strage, eseguita poi da esponenti neofascisti dei Nar, Mambro, Fioravanti e Cavallini.

La procura generale di Bologna ha ora aggiunto tra gli indagati anche Paolo Bellini, riconosciuto dalla moglie in un filmato d'epoca il giorno 2 agosto dentro la stazione.

Mondani ha intervistato Libero Mancuso, uno dei primi magistrati ad occuparsi della strage: “quando arrivai a Bologna era da poco andato via, come procuratore della Repubblica, Ugo Sisti, che era andato a gestire il DAP. Sisti fu trovato nell'albergo del padre di Bellini la sera del 2 agosto 1980..”

Una coincidenza strana quanto meno.

Proprio Bellini – racconta Roberto Tartaglia vice capo del DAP, nella riunione dei vertici di cosa nostra fatta nel 1991 nelle campagne di Enna, riallaccia i rapporti con Nino Gioè. E' in quella riunione che i mafiosi decidono di iniziare la stagione stragista consultando anche mondi esterni a cosa nostra.

Riina decide anche di scaricare i vecchi riferimenti politici nella DC e nel PSI, fondando assieme a vecchie estremisti di destra e massoni piduisti, piccoli movimenti indipendentisti in tutto il sud.

Ai magistrati lo racconta il pentito Leonardo Messina: sono le riunioni fatte a livello provinciale e regionale in cui si parla per la prima della necessità per la mafia di farsi stato, con le leghe e i movimenti che portano avanti il progetto separatista del sud.

Progetti poi stoppati nel 1993-94 quando in politica arriva un nuovo partito, Forza Italia: nelle indagini sulle stragi è stato coinvolto anche l'ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi spiega Nino Di Matteo, uno dei pm che ha seguito il processo sulla trattativa, non solo come imprenditore ma anche come uomo politico, come presidente del Consiglio.

Sono accuse che sembrano confermate da un nuovo pentito che da due anni sta collaborando coi magistrati e le forze dell'ordine, proprio sulle stragi: si tratta di Pietro Riggio, boss di Caltanissetta: secondo questo pentito, le indicazioni sui luoghi delle stragi furono date da Marcello Dell'Utri, ex senatore e fondatore di Forza Italia.

Anche Giuseppe Graviano, in una sua deposizione, racconta dei suoi rapporti con Dell'Utri.

Rapporti confermati anche da Gaspare Spatuzza, il pentito che ha consentito di riscrivere la storia della strage di via D'Amelio, col pentimento falso di Scarantino.

A Roma, al bar Doney, Graviano aveva rivelato a Spatuzza “che [con quelle stragi] avevamo chiuso tutto e ottenuto tutto quello che volevamo .. la personalità, quello che aveva gestito un po' tutto era Berlusconi, quello di canale 5”.

Ma Berlusconi, all'epoca solo imprenditore, aveva attirato già l'attenzione anche di Falcone: lo racconta a Report Giovanni Paparcuri, autista del procuratore Rocco Chinnici e stretto collaboratore dei magistrati del pool.

Un giorno Borsellino entrò nella stanza di Falcone e gli chiese: “ma tu hai qualcosa su Berlusconi?”


Falcone aveva appuntato su alcuni fogli queste informazioni: 

“Cinà in buoni rapporti con Berlusconi .. Berlusconi da 20 milioni ai Grado e a Vittorio Mangano ..”.

Per questo è stato ucciso Falcone, perché stava seguendo (non come magistrato, non potendo seguire le indagini) quel fiume di denaro verso il nord, che legava imprenditori e mafiosi?

E Borsellino per cosa è stato ucciso?

Sempre secondo Nino di Matteo, Borsellino avesse iniziato a capire quello che stava accadendo, la prima trattativa portata avanti da Ciancimino coi carabinieri: “da questo punto di vista si possono spiegare le sue clamorose esternazioni fatte quattro giorni prima della strage di via D'Amelio alla moglie, la signora Agnese, nel momento in cui Borsellino parlò in termini estremamente negativi e con un atteggiamento che la signora Agnese definisce sconvolto, del suo ex amico, il generale Subranni, ufficiale del Ros”.

A tutti i misteri attorno a questi attentati, se ne aggiunge un altro: chi è entrato nel computer di Falcone presso il ministero di Giustizia, dopo la strage di Capaci?

Gioacchino Genchi all'epoca tecnico incaricato di analizzare questi pc, si accorse che erano stati manomessi, arrivando a cancellare dei files.

La stagione delle stragi comincia con l'attentato a Capaci in cui fu ucciso il giudice Falcone con la moglie e la scorta: nei 57 giorni prima della sua morte, il collega e amico Paolo Borsellino fa una sua indagine, senza mai essere sentito a verbale dalla procura di Caltanissetta diretta da Giovanni Tinebra.

Cosa aveva scoperto Borsellino? Giovanni Scarpinato procuratore generale a Palermo, racconta al giornalista di come Borsellino indagò sulle “causali tipiche di cosa nostra”, poi in una seconda fase si rende conto che c'è qualcosa che va al di là ..

Qualcosa che porta a pezzi dello Stato: quegli uomini dei servizi che, secondo quanto dice Francesco di Carlo, collaboratore di giustizia, ammazzarono dentro il carcere Nino Gioè, uno degli esecutori dell'attentato contro Falcone, poiché avevano paura che parlasse.

Un altro uomo dello Stato finito dentro queste storie è l'ex dirigente del Sisde Bruno Contrada che è stato condannato per mafia, con una sentenza che è finita di fronte alla corte dei diritti in Europa, che ha annullato gli effetti della sentenza.

Di fronte al giornalista respinge le tesi sostenute dal giudice Caselli nell'accusa, per esempio essere stato fonte di rivelazioni che consentirono la fuga di mafiosi.

Un altro uomo dello Stato citato in queste storie è stato Giovanni Aiello, ex poliziotto e collaboratore dei servizi, morto nel 2017.

Dietro le stragi in Sicilia e in Calabria c'erano i servizi deviati – racconta un altro collaboratore, Consolato Villani, coinvolti direttamente dentro l'organizzazione di questi attentati.

Dei rapporti tra uomini dello Stato e mafiosi aveva parlato anche l'ex capomafia Luigi Ilardo che nel 1993 aveva deciso di collaborare coi carabinieri, col colonnello dei carabinieri Riccio a cui racconta dei delitti compiuti dagli uomini dei servizi deviati. L'omicidio Ilardo è un omicidio di Stato, secondo Michele Riccio.

Francesco Paolo Fulci non era solo un uomo di Stato, nel 1993 era capo del Cesis, l'organismo di coordinamento tra i servizi civili e militari: sono i mesi degli attentati in Italia rivendicati dalla sigla Falange Armata.

Svolge un'indagine sui servizi e rende nota una lista sedici militari appartenenti alla settima divisione del Sismi: sono loro la Falange Armata, secondo Fulci.

No, non è vero – risponde l'ex generale Inzerilli, ex comandante della Stay Behind italiana, la Gladio, perché gli “OSSI [un'unità speciale dentro il Sismi] sono farina del mio sacco”.

Chi può, oggi, dopo quasi 30 anni, raccontare i segreti dietro quelle stragi? Riina e Provenzano sono morti, sono rimasti poche altri protagonisti.

Per esempio i politici dell'epoca, come l'ex ministro Martelli che oggi, a Report, racconta come dietro la trattativa ci fosse una volontà politica riconducibile al presidente della Repubblica

La scheda del servizio: LA TRATTATIVA di Paolo Mondani e Giorgio Mottola in collaborazione di Norma Ferrara, Alessia Pelagaggi e Roberto Persia

Report dedica una puntata speciale alla trattativa Stato-mafia, alle stragi del 1992 e quelle del 1993 per cui sono indagati dalla Procura di Firenze anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri. Con testimonianze inedite e documenti esclusivi verrà ricostruito per la prima volta in televisione il ruolo ricoperto da alcuni settori delle istituzioni nelle stragi del 1992 e in quelle degli anni precedenti. Un filo nero collegherebbe infatti l'attentato alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 alle bombe di Capaci e via D'Amelio in cui furono uccisi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Mafia, massoneria, terroristi di destra e servizi segreti deviati avrebbero contribuito per anni ad organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report farà luce sul ruolo inconfessabile ricoperto dagli uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi. Una verità a cui probabilmente era arrivato Paolo Borsellino. Quando viene ucciso in via D'Amelio, sparisce l'agenda rossa che portava sempre con sé, dove conservava tutti gli appunti sulle indagini da lui svolte in prima persona sulla strage di Capaci. Che fine ha fatto l'agenda rossa di Paolo Borsellino? Grazie a testimonianze esclusive, Report è in grado di aggiungere un tassello importante alla ricostruzione della vicenda.

29 agosto 2020

Italia occulta di Giuliano Turone



Prefazione di Corrado Stajano 
Una storia nera. Una storia purtroppo vera questa di Giuliano Turone, Italia occulta, dove tutto è minuziosamente documentato da atti di giustizia, sentenze, ordinanze, confessioni, interrogatori, testimonianze, perizie balistiche, verbali magari a suo tempo sottovalutati o non compresi, qui invece analizzati con la furia certosina dello scrittore che spesso, come magistrato, è stato al centro di quel che racconta. Non è un’autobiografia. Se non si conoscono i fatti ci si può render conto della presenza e della funzione dell’autore solo da una minuscola nota a piè di pagina, l’opposto dell’esibizione.Protagonista delle vicende narrate è un paese malato, spesso moribondo, una palude non prosciugata dove negli anni Settanta Ottanta del Novecento, dall’indomani di piazza Fontana all’uccisione di Moro al massacro della stazione di Bologna, è accaduta l’iradiddio, stragi, assassinii, complotti, tentati colpi di Stato. In un connubio, esso sì romanzesco, tra politica e criminalità spuntano da queste pagine i personaggi più diversi, ministri, banditi, frati, presidenti del Consiglio, presidenti della Repubblica, avventurieri, terroristi, provocatori, capimafia, giudici corrotti, agenti segreti, doppiogiochisti, killer, generali infedeli che non hanno certo reso onore alla loro uniforme.
Un Trionfo della morte da far invidia a Pieter Bruegel il Vecchio. Poi c’è l’altra Italia che ha retto, anche se con fatica, alla quale il libro è dedicato, rappresentata qui da Tina Anselmi, la presidente della Commissione d’inchiesta sullaLoggia P2, dal colonnello della guardia di finanza Vincenzo Bianchi, dal commissario di polizia Pasquale Juliano, dal generale deicarabinieri Giorgio Manes, dal giudice Giancarlo Stiz, «Servitori della Repubblica», semplicemente.

E' stato il triste anniversario dei quarant'anni dalla strage di Bologna, la bomba fascista fatta esplodere nella stazione il 2 agosto 1980, a spingermi a leggere questo saggio del giudice Giuliano Turone, di cui avevo già letto “Il caffè di Sindona”.Quest'ultimo lo avevo comprato ma non ancora letto: invito i tanti che, come me, vogliono approfondire la conoscenza della nostra storia recente, a prendere in mano questo libro e a tuffarsi nel racconto di questa Italia “occulta”.
Sono gli anni tra il rapimento del presidente Aldo Moro e la strage di Bologna, fino ad arrivare poi agli anni della mattanza dei corleonesi.
Anni che seguono alle stragi, ai golpe e ai tentativi di golpe, le bombe fatte esplodere per creare terrore e spostare l'asse politico del paese in senso conservatore, bloccandone i tentativi di riforme in senso progressista.
Perché l'Italia, dopo Jalta, non poteva permettersi una sana alternanza politica tra governi di destra e di sinistra: si doveva ad ogni costo (anche al costo di vite umane) impedire al partito comunista di arrivare al potere.
Tutto questo è stato chiamato “strategia della tensione”, una guerra non ortodossa combattuta non con eserciti schierati, ma con attentati da addossare a formazioni di sinistra, operazioni di destabilizzazione. In carcere, l'ex ordinovista Vincenzo Vinciguerra, ammise
Tutte le stragi che hanno insanguinato l’Italia a partire dal 1969 appartengono a un’unica matrice organizzativa […]. Le direttive partono da apparati inseriti nelle istituzioni […]. Si tratta del gruppo che dette vita o aderì successivamente al centro studi Ordine nuovo di Pino Rauti.

Sono gli anni in cui la nostra politica, la finanza, pezzi dell'informazione e anche pezzi dello Stato sono stati infettati dal virus della massoneria deviata (sempre che ne esista una non deviata) della Loggia P2 col suo maestro venerabile, Licio Gelli.

Giuliano Turone, in un lavoro certosino e ben documentato, racconta in modo chiaro e comprensibile a tutti, alcune storie significative per comprendere quel periodo, cominciando dalla scoperta degli elenchi della Loggia P2 a Castiglion Fibocchi nel marzo 1981, con dentro ufficiali delle forze armate, i vertici dei servizi, ufficiali della Finanza, banchieri, giornalisti, politici.

Il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, il ritrovamento del memoriale del presidente una prima volta nell'ottobre 1978 e una seconda volta nel 1990, nel covo di via Monte Nevoso.
Il lavoro di disinformazione contro Moro, da parte del comitato del Viminale, il lavoro del consulente americano Steve Pieczenik che, per sua ammissione, era arrivato in Italia per salvare il sistema, non per salvare il presidente DC.

La crescita della Loggia P2 (“la metastasi delle istituzioni” la definisce Stajano nella prefazione), il suo lavoro atto a svuotare la democrazia dal suo interno, quando, dopo il 1974, si abbandonò la strategia dei golpe intentati e delle bombe.

Controllare i partiti, comprandosi alcune suoi elementi di spicco.
Controllare i giornali, dissolvere la Rai e il servizio pubblico; controllare i vertici dell'Arma, della Guardia di Finanza, dei servizi.
Imbrigliare il potere diffuso della magistratura, mettendola sotto il controllo dell'esecutivo, trasformare l'Italia in una repubblica presidenziale.
Vi ricorda qualcosa tutto questo? Quante di queste riforme, reazionarie e antidemocratiche, sono state proposte e in parte realizzate in questi anni?

C'è poi un lungo capitolo che racconta la storia di Giulio Andreotti, condannato per i suoi rapporti con Cosa Nostra accertati fino al 1980, reato poi prescritto. Nel memoriale, Aldo Moro di lui scrisse
«Si può essere grigi, ma onesti; grigi, ma buoni; grigi, ma pieni di fervore. Ebbene, on. Andreotti, è questo che a Lei manca».

Andreotti e il delitto Pecorelli, Andreotti e lo scandalo degli assegni (tangenti versate dall'industriale Nino Rovelli alla corrente DC di Andreotti), la cui origine era l'istituto Italcasse. Andreotti e i suoi incontri, accertati dai giudici, con i boss mafiosi Bontade e Inzerillo, prima e dopo la morte del presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella.

La seconda guerra di mafia, il golpe dei corleonesi di Riina e Provenzano, contro le famiglie mafiose di Palermo, Bontade, Inzerillo e Badalamenti.
Il ruolo del finanzieri Sindona e Calvi (entrambi membri della P2) nel riciclaggio del denaro sporco della mafia e i loro legami con lo Ior, l'opaco istituto finanziario dentro il Vaticano.
Ancora una volta, al centro, troviamo il divino Giulio, che aveva definito Sindona “salvatore della lira”, che in una intervista aveva detto che Ambrosoli, il coraggioso liquidatore della banca privata di Sindona era uno che se l'era cercata.

Nel racconto di Turone si racconta del delitto Mattarella, delle piste non seguite (e suggerite dal magistrato Loris D'Ambrosio) che portavano al coinvolgimento di Fioravanti (esponente dei Nar); della strage sul treno 904 a Natale 1984, della “strategia della tensione”, dal Piano Solo, a Piazza Fontana, al golpe dell'Immacolata.

Fino ad arrivare alla genesi della bomba di Bologna, la strage fascista di cui in questi mesi stiamo scoprendo nuovi dettagli, che confermano la pista nera e i finanziamenti ottenuti dai Nar da Gelli, autore tra l'altro dei depistaggi messi in atto in favore della falsa pista palestinese.
È molto probabile, quindi, che il fine ultimo dell’impegno, davvero impressionante, profuso dal Sistema P2 nelle sue accanite attività di depistaggio, sia stato qualcosa di ben diverso dalla semplice volontà di giovare oppure di nuocere ai Nar di Fioravanti, Mambro e Ciavardini.

Si torna sempre a lui, a Licio Gelli che oggi (complice anche di una stampa colpevolmente senza memoria) ricordiamo come un simpatico vecchietto, che si è portato i suoi segreti nella tomba.
La Loggia Propaganda 2 è una struttura semi occulta di cui conosciamo la piramide inferiore (come la descrive con una felice metafora la relazione Anselmi): nel mezzo, in un ruolo di cerniera, va messo Gelli, “il custode, il notaio di questa piramide inferiore”.
Ma chi troviamo nella piramide superiore, sopra Gelli? Turone azzarda una sua ipotesi, inserendo due protagonisti della nostra Prima Repubblica, Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. “due protagonisti dell’aforisma gelliano”.
Cossiga l'uomo di Gladio (e di tutto ciò che si nascondeva dietro la struttura semi ufficiale di Stay Behind), Andreotti e l'Anello, l'altra struttura segreta (scoperta negli anni novanta dallo storico Aldo Giannuli).

E' un lavoro importante, quello fatto dall'ex magistrato: conservare la memoria di quanto è accaduto (nemmeno troppi anni fa) in Italia è oggi quanto mai importante.
Ricordare quanto la nostra democrazia sia stata ad un passo dal collassare, quanto sia stata a rischio. Un rischio di cui ancora oggi non siamo immuni: il controllo dell'informazione, che deve essere controllore del potere, non al suo servizio. Il controllo della magistratura, che deve garantire il rispetto delle leggi, uguali per tutti. Il controllo dei partiti e del Parlamento, da parte di poteri esterni fuori dal controllo democratico dei cittadini.

La rinascita o, meglio, l'uscire allo scoperto, dei gruppi neofascisti che nemmeno devono più nascondersi, eredi di quei gruppi che negli anni settanta ottanta furono da manovalanza della criminalità, utili idioti per i destabilizzatori a cui avevano fatto credere del golpe imminente.
Particolarmente danneggiate da quella sottrazione di coscienza storica sono le nuove generazioni. Chi frequenta i ventenni di oggi sa bene quanto essi siano disorientati di fronte ai misteri della storia recente del loro paese

Un altro pregio di questo saggio è però anche perpetuare la memoria dei tanti eroi, dentro lo Stato, che col loro lavoro hanno protetto la nostra democrazia.
Il commissario Juliano che per primo stava indagando su Ordine Nuovo a Padova e che se non fosse stato fermato avrebbe potuto impedire la strage di Milano del 1969.
Giorgio Ambrosoli, eroe borghese, che si oppose (come i vertici della banca d'Italia Paolo Baffi e Mario Sarcinelli) al salvataggio della banca di Sindona a spese dei cittadini.
Il generale dei carabinieri Giorgio Manes, che indagò all'interno della stessa Arma contro i militari coinvolti nel piano Solo.
Il colonnello della guardia di finanza Vincenzo Bianchi, che resistette alle pressioni dei superiori sulle liste degli affiliati alla P2.
Il maresciallo della finanza Silvio Novembre, che lavorò a fianco di Ambrosoli.
Tina Anselmi, senatrice DC, presidente della commissione parlamentare sulla Loggia P2 (che grande presidente della Repubblica avrebbe potuto essere).
Il giudice Mario Amato, ucciso dai Nar, lasciato solo dal suo capo ad indagare sull'eversione nera a Roma.
Il generale dei carabinieri, poi prefetti di Palermo (senza poteri) Carlo Alberto Dalla Chiesa.

A loro, e ai tanti come loro che hanno reso con onore un servizio allo Stato, è dedicato questo libro.

La scheda sul sito di Chiarelettere
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon

03 agosto 2020

2 agosto quarant'anni dopo - da Il tempo infranto

Per il 40 esimo anniversario della strage alla stazione di Bologna, lo scrittore Patrick Fogli ci regala un pezzo del suo romanzo "Il tempo infranto": il pdf lo trovate qui al link
Sto dormendo, pensa la ragazza.
Sto dormendo in una casa di sabbia che si sbriciola a ogni respiro. Grani sottili e pesanti che mi cadono sul viso, che si mescolano all’aria e al respiro.
Sto soffocando, pensa la ragazza.
Sto soffocando un po’ di più per ogni respiro con cui cerco di vivere. Inalo la realtà spezzata in frammenti, in briciole, in polvere, finché i polmoni non saranno pieni.
«Devo svegliarmi» dice la ragazza. Palpebre incollate al viso e una strana pesantezza alle gambe e a un braccio. Sapore salato sulle labbra e in bocca. Qualcosa di caldo che le sfiora una guancia.
Ticchetta, come un lavandino di notte.
E per ogni rintocco qualcosa si muove.
Tic.
Un brusio, lontano. Come quello dei frigoriferi di notte.
Tac.
Una fitta di dolore che le attraversa una coscia. Improvvisa come una risata, dura come un crampo.
Tic.
Qualcuno che piange. O forse non piange, cerca di parlare, cerca di dire qualcosa. Ma non ci sono parole, non in quel suono.
Tac.
Una vampata di luce, attraverso il soffitto. Qualcosa che si muove, che si sposta in un rumore di ferraglia. Un treno che esce dai binari, forse.
Tic.
Un treno.
Tac.
Ero su un treno.
Tic.
No, dovevo prendere un treno.
Tac.
A Bologna.
Tic.
Oggi è sabato.
Tac.
E c’era mia figlia.
Tic.
Mia figlia.
Tac.
Mia figlia!
Tic.
Dove sei?
Tac.
«Una barella!» urla qualcuno. E la ragazza capisce di essere sveglia.
E non c’è soffitto. Non c’è rumore.
Non c’è nessuno che parla perché è lei che parla.
Non c’è nessuno che chiede aiuto, perché quando apre bocca non riesce a parlare.
Non c’è soffitto, ma solo lamiera. Lamiera sopra e lamiera sotto. E blocchi di cemento che ti premono sul corpo, che ti schiacciano le gambe e un braccio. E non c’è nessun rubinetto che ti gocciola sul viso, ma lunghe e spesse e vive gocce di un liquido denso che potrebbe essere sangue.
Non c’è più niente. Solo macerie. E anche lei è diventata maceria.
Sono come un sasso, pensa, sepolta sotto il crollo della sala d’aspetto di seconda classe.
E vorrebbe gridare, ma non ha polmoni, né parole, né suoni, né lacrime per piangere.
Solo dolore. E sangue e fiato mescolati alla polvere.
«È ancora viva» dice qualcuno.
E la ragazza sviene prima di capire se sta davvero parlando di lei.

02 agosto 2020

Bologna, l'Italia delle stragi, l'Italia di oggi



C'è sangue.
E terra. E polvere.
E il rumore del silenzio che si sbrana l'aria.
Poi qualcuno grida.
L'urlo della vita che tenta di sopravvivere.
Scappando fuori dall'inferno.
Il tempo infranto, Patrick Fogli

Come Ustica, l'abbattimento di un aereo civile sui cieli del Tirreno in una azione di guerra, anche per la strage alla stazione di Bologna siamo arrivati ai quarant'anni. Un anniversario tondo tondo.
Ma sono sempre troppi anni e il ricordo della strage, dei morti, del dolore dei parenti, la terra e la polvere e il rumore anno dopo anno diventano sempre più sbiaditi.
Certo, ci sono i familiari delle vittime, l'associazione di Paolo Bolognesi, il lavoro incredibile di storici e giornalisti come Daniele Biacchessi. C'è un nuovo impulso alle indagini da parte della procura generale che ora sta seguendo una nuova pista che, dai responsabili (i fascisti dei NAR condannati nei tre gradi di giudizio, Mambro Fioravanti e Cavallini solo in primo grado), cerca di salire fino ai mandanti.

Quarant'anni dopo, consola poco leggere che finalmente è stato trovato quel documento che inchioda Gelli e la sua Loggia P2 ai fascisti, per quei cinque milioni di dollari presi dall'Ambrosiano di Calvi per finanziare l'attentato e garantire la latitanza.
Perché quel documento avrebbe potuto arrivare ai magistrati sin dall'inizio, se non fosse intervenuto nel frattempo qualche pezzo dello stato a depistare.
Gelli, assieme ai vertici dei nostri servizi segreti, Musumeci e Belmonte, è stato già condannato per il depistaggio, che era cominciato il giorno stesso e che dovevano allontanare gli inquirenti dalla pista interna per una fantomatica pista internazionale.

Sorprende l'ostinazione del fronte negazionista, a Bologna come per Ustica, ancora dopo 40 anni.
Sorprende, ma forse non più di tanto, se si pensa allo scenario che si inizia ad intuire dietro la bomba di Bologna.
Gelli, i servizi, uomini dello stato come Federico Umberto D'Amato (a capo dell'Ufficio Affari Riservati, che si era mosso per inquinare l'inchiesta su Piazza Fontana 11 anni prima) e Mario Tedeschi, personaggi ambigui a metà tra terrorismo, mafia e servizi come Paolo Bellini (si, lo stesso della trattativa stato mafia).

Dopo tanti anni vogliamo sapere perché? Perché quella strage proprio a Bologna, dentro una stazione, per uccidere (e per alcuni, anche far scomparire il corpo) il maggior numero di persone.
Senza questa risposta, che porta al cuore delle istituzioni, quelle della prima repubblica, del paese a sovranità limitata, avremo solo una mezza verità.

Verità che invece ora vogliamo intera. La bomba di Bologna doveva nascondere l'altra strage, quella dell'aereo dell'Itavia abbattuto in cielo il 27 giugno 1980 (come fa intuire una intercettazione presa dall'ordinovista Carlo Maria Maggi)?
Doveva chiudere quel rapporto, perché non più utile, tra pezzi dello stato e neofascismo?
Doveva dare l'ultima spallata al paese, l'ultimo colpo prima dell'ennesima trasformazione gattopardiana che dal centrosinistra delle larghe intese ci avrebbe portato all'italietta degli anni '80, coi ministri e i vertici scelti dalla P2?
L'Italia è uno strano paese, pensa. Ogni tanto deve fingere di cambiare strada e dare uno scossone. Il dopoguerra e le elezioni del '48. Il '68, le bombe degli anni Settanta. Il tentativo di Borghese, il povero illuso. La strategia della tensione. E poi Bologna. E dopo una dozzina d'anni Tangentopoli, solo uno scrittore poteva inventare un nome così azzeccato. Le stragi di mafia, le bombe che distruggono i monumenti, minacciano gli stadi. Il patto con cosa nostra, l'arresto di Riina e tutto quello che è venuto dopo.Fare piazza pulita, perché tutti torni esattamente com'era sempre stato. Senza che nessuno se ne accorga, però. E ora di nuovo siamo pronti per uno scossone. Solo che non c'è bisogno di rivoluzioni, stavolta. Non c'è bisogno delle bombe, delle minacce e nemmeno degli avvisi di garanzia. 
Sta finendo un'epoca, per sempre.In modo molto più sotterraneo, molto più nascosto.Molto più moderno, com'è giusto che sia.
Il tempo infranto, Patrick Fogli pagina 102

Pretendiamo che ci sia piena verità e giustizia, è un dovere morale e civile” - sono le parole di Bolognesi, quest'anno a Bologna - “finché non ci sarà verità piena non saremo appagati”.
Quando non ci saranno più persone come Bolognesi, cosa rimarrà della strage di Bologna?
Chi racconterà la storia di questo paese dove le istituzioni hanno avuto almeno due facce: una pubblica, quella delle cerimonie, del dobbiamo arrivare alla giustizia a tutti i costi.
Sono le parole che sentiamo ogni anno alle commemorazioni delle stragi di Falcone e Borsellino, per piazza Fontana, per Ustica e per Bologna.

E poi c'è l'altro stato: quello della trattativa stato-mafia, quello che ha negato ai magistrato i nastri radar di quella sera di giugno, quello che ha inventato la finta pista degli anarchici milanesi per piazza Fontana, quello che ha costruito il finto pentito Scarantino, quello che si sedeva a fianco di Gelli e dei suoi sodali massoni.

Alla stazione di Bologna c'è una lapide, sul muro della sala d'aspetto, coi nomi delle 85 vittime.
Una lapide con una crepa che ricorda a tutti la crepa dentro lo Stato, la crepa delle istituzioni, che sarà riunita solo quando metteremo fine a questa ambiguità del doppio stato.

26 luglio 2020

Esempi di buon giornalismo


Sono due le notizie che mi hanno colpito e che è opportuno sottolineare: sono notizie che in questi giorni stanno facendo rumore mediaticamente ma che sono uscite mesi fa e che sono riferite a fatti avvenuti nel passato, anche lontano.

L'inchiesta sui finanziamenti di Gelli all'estrema destra, su cui sta indagando la Procura Generale di Bologna, come nuovo filo di indagine sulla strage di Bologna. La bomba per cui sono stati ritenuti responsabili i neofascisti dei Nar (Mambro, Fioravanti e Cavallini), su cui sono stati condannati per depistaggio Gelli e due ufficiali dei servizi (Santovito e Belmonte) e su cui ogni tanto torna a spuntare la pista internazionale (come anche per Ustica).

Esiste una traccia di soldi usciti dall'Ambrosiano di Calvi, passati per i conti di Gelli e finiti ai neofascisti nei giorni della strage e usati anche per proteggerne la latitanza a Londra.
Forse la nostra storia è veramente da riscrivere, ma non per tirare in ballo le toghe rosse come sostengono i giornali della destra, ma per ricordarci quando la nostra democrazia sia fragile e legata ad interessi che si muovono al di fuori delle regole e delle leggi.

La seconda notizia, di cui oggi parlano tutti i giornali, è l'inchiesta che tocca il presidente della Lombardia Attilio Fontana, per l'inchiesta sui camici.
Una donazione, non una vendita, no ma io non ne sapevo niente, no ma poi ho ripagato io a mio cognato, con soldi provenienti da un conto svizzero, frutto di una eredità che stava in due trust nascosti al fisco alle Bahamas, poi scudati grazie alla volontary disclosure di Renzi nel 2015.

La solita giustizia ad orologeria, violazione del segreto istruttorio, la regione non ha cacciato un euro, sono indagato per una donazione … queste le scuse puerili con cui la Lega e i suoi esponenti, cominciando da Salvini, sperano di difendersi.
Di mezzo però ci sono le morti per Covid, il personale medico che non aveva dispositivi e camici nelle settimane del picco del virus, un presidente di regione che non è trasparente, che racconta bugie.
Anche questa storia è stata raccontata per la prima volta da Report, a giugno, in una puntata che non aveva suscitato tante reazione, se non il solito annuncio di querela.

Ecco, questo è il giornalismo vero, quello che informa, che parte da un fatto per raccontare una storia per informare i lettori.
Su quella che è stata l'Italia negli anni settanta, ottanta, terreno di scontro per la guerra fredda, un paese dove la democrazia era bloccata per l'impossibilità di una alternanza politica tra destra e sinistra.
Un paese sotto forte influenza dell'alleato americano.

E sull'Italia di oggi, un paese con regioni che vantano buon governo e reclamano autonomia per gestirsi i soldi pubblici su sanità, scuola, sicurezza e che poi non sanno essere trasparenti né efficienti per tutelare la nostra salute.

28 aprile 2020

Report – il virus neofascista, il business delle mascherine


Quattro i servizi andati in onda ieri sera: 
- Il filo nero che lega assieme i neofascisti, la propagazione delle bufale in rete e uno scoop sulla strage di Bologna.
- Chi ha vinto le gare Consip per le mascherine
- Da chi stiamo importando le mascherine 

Nell'anteprima, Adele Grossi è andata a vedere come funziona il mondo della fecondazione assistita e l'importazione degli ovoli dall'estero per l'eterologa. 


Esiste anche un business dietro la fecondazione assistita: lo ha scoperto la giornalista Adele Grossi, andando a investigare nel mondo dei donatori.
Ci sono quelli che donano il seme, in modo artificiale o anche naturale, presentandosi alla cliente potenziale con tutte le carte in regola, sulle analisi.
Che poi proprio in regola non lo sono, alla fine, manca il referto dell'HIV con tutti i rischi del caso: la giornalista ha ricevuto offerte di donatori, per denaro, di persone che consapevolmente o meno stanno commettendo un reato.

Nel web trovi tanti donatori online che preferiscono non passare dalle cliniche: in Italia dovrebbe esistere un registro informatico dei donatori ma, passati 5 anni e dopo 700mila euro di fondi pubblici, è tutto sulla carta.

Importiamo ovociti dall'estero e, in modo più semplice, anche spermatozoi dall'estero dalle banche del seme: l'alto numero di ovociti che arrivano dalla Spagna fa sollevare molti dubbi, perché il processo di donazione per le donne è molto complicato.
Non si viene pagate, per gli ovuli, ma si chiama compenso, poco più di mille euro, mentre la legge vieterebbe ogni forma di compenso.

Che controlli ci sono sui donatori, in Italia? Il centro nazionale dei trapianti ha avvisato il ministero della salute dei potenziali rischi, su questi ovuli importati.
Sappiamo da dove arrivano, certo, ma non l'etnia o altre informazioni: è un sistema che non aiuta la donazione made in Italy dove siamo più ligi nel rispetto delle leggi.


Giorgio Mottola è tornato ad investigare nel mondo dei neofascisti italiani, partendo da un vecchio servizio di TGR Leonardo: video usato per portare avanti il messaggio che dietro il coronavirus c'erano i cinesi, il video era uscito da un laboratorio cinese.

Tutto falso: l'esperimento del 2015 dimostrava come sia possibile (e oggi lo sappiamo) che i virus possono passare dall'animale all'uomo.
Notizia vera, ma portata in un contesto sbagliato, per far passare un messaggio falso.

Sui social quel video, che aveva poche visualizzazioni, è stato condiviso e visto da tante persone: chi l'ha tirato fuori dagli archivi del web, per farlo diventare virale?

Si è partiti da Whatsapp, la paziente zero è stata scovata da Report, si tratta della signora Cristina, che partendo da un appunto, ha chiesto ad un amico di trovare quel video, poi condiviso via Whatsapp agli amici.
Non doveva servire per fare disinformazione: questa è partita con la condivisione su Facebook e Twitter, poi V Contact.
Da qui si è passati alle pagine di Meloni e Salvini e caricato su Youtube da un simpatizzante del m5s: dall'Italia il video ha poi fatto il giro del mondo, su siti dell'estrema destra, della pseudo science, cospirazionisti, no 5g.

Su questi siti viaggiano le fake news contro il 5g, contro il papa, i migranti: il contagio delle fake news si muove alla stessa velocità dell'infezione del coronavirus.

Dalle ricerche fatte da Avaaz, emerge che Facebook è stato il principale veicolo per la disinformazione online (che almeno in Italia non ha un filtro per le notizie false): notizie false, contenuti manipolati, condivisi in Europa oltre 1 milione di volte e visualizzate 117 milioni di volte.
L'Italia, assieme alla Spagna, è il paese dove la disinformazione sui social è risultata maggiormente fuori controllo: il giornalista cita il caso di un presunto medico che spiega come combattere l'infezione con incenso e propoli, il canale Byoblu che spiega come sarebbe meglio non usare i guanti, altri che indicano come Bill Gates come responsabile della pandemia (perché ne avrebbe parlato per primo anni fa).
Giorgio Mottola è passato poi alle fake news e alle campagne di disinformazione partite da Forza Nuova: Roberto Fiore aveva lanciato una campagna social contro la quarantena, Fiore stesso aveva indicato di curarsi con una medicina specifica.
C'è stata poi la battaglia di Forza Nuova per far riaprire le chiese: la sua battaglia è stata opi presa da Salvini stesso.

L'impegno per condizionare l'informazione è stata esplicitata da Di Stefano, ad un incontro assieme all'ex sindaco di Roma Alemanno: riuscirà Forza Nuova ad entrare in Rai?

Casa Pound e Forza Nuova nascono da Terza Posizione, di Roberto Fiore: negli anni 80, per sfuggire al mandato di cattura dietro la strage di Bologna (per cui non è stato mai condannato) è andato a Londra, dove è diventato imprenditore.

Oggi Fiore è l'ispiratore dei sovranisti col suo slogan “prima gli italiani”, per la battaglia per far ripartire le messe: ci sono i link con la Russia, l'idea di fondare un partito neofascista europea...

A metà anni 90, in Spagna Roberto Fiore aveva provato a creare una comune fascista europea, a Los Pedriches: i neofascisti hanno comprato case e terreni, altre case sono state occupate.
Gli amministratori locali hanno poi inviato una indagine su queste persone in nero: fu scoperto così che dietro c'era una operazione immobiliare, con dentro un avvocato di Valencia e questa fondazione San Michele Arcangelo.

Mottola ha intervistato Massimo Perrone, collaboratore di Fiore, anche lui coinvolto in questa internazionale nera, frequentata da persone da tutta Europa.

Davanti l'immagine dell'arcangelo San Michele, Fiore e Marsello hanno giurato durante l'atto di fondazione di Forza Nuova: ma da dove sono arrivati i soldi per finanziare la fondazione San Michele Arcangelo?
Da Meeting Point, società che forniva corsi di lingua e alloggi per gli stranieri, fondata alla fine del 1980 da Fiore stesso e dal suo vice Massimo Morsello, durante la loro latitanza a Londra.

Meeting Point è stata la cassaforte delle attività politiche di Fiore: cercare i fascicoli di questa società in Inghilterra è molto difficile. In queste ricerche Mottola ha scoperto che Fiore aveva diverse società in Inghilterra, dove è arrivato come latitante partendo da zero.

Tutta genialità di Fiore, come sostiene il fondatore di Forza Nuova?
Oppure c'è altro, un supporto molto più terreno: Report ha intervistato Raymond Hill, esponente influente dei gruppi neonazisti in Inghilterra.
Oggi è un informatore della polizia: Ray parla della Lega di San Giorgio, un'organizzazione fascista inglese, che aveva enormi risorse finanziarie, da milionari neonazisti (tra cui una aristocratica che aveva messo a disposizione la sua villa), e anche ex ufficiali delle SS..

La storia della Lega di San Giorgio si lega al mistero della morte di Calvi: l'agenzia privata Kroll, in questa Lega erano arrivati soldi provenienti dalla P2, per una cifra pari a 9 milioni di dollari.

Mottola ha raccolto da Ray Hill una testimonianza importanza sulla strage di Bologna: Hill è partito dagli anni in cui era in Sudafrica, dove aveva incontrato molti neofascisti italiani tra cui Max Bollo.
In Sudafrica la sua organizzazione aveva organizzato diversi attentati per mantenere la politica dell'apartheid: Bollo presentò a Hill un altro italiano, Enrico Maselli.
A Londra Maselli parlò, nel 1980, di alcuni attentanti che sarebbero scoppiati in Italia e di alcuni camerati da mettere al riparo: attentati contro lo stato italiano, che era corrotto.
Maselli avrebbe creato un piano di fuga per neofascisti italiani: anche lui legato al mondo fascista italiano, latitante in Sudafrica e in Inghilterra.
L'incontro con Hill c'è stato, conferma Maselli stesso: ma poi spiega che non aveva informazioni sulla strage e di non averne mai parlato con Hill.

Secondo Fiore, non ha mai avuto un soldo dalla fondazione di San Giorgio, Hill non è attendibile: eppure esiste un documento della polizia speciale inglese dove si parla proprio di questo, del supporto della Lega di San Giorgio.

La strage di Bologna ha una storia ancora da scrivere?
La pista inglese è stata archiviata a causa di un errore fatto dagli inquirenti italiani, che in Inghilterra cercavano rapporti tra un certo Tomaselli e Hill, non Maselli.

Jeff Katz è direttore di una agenzia investigativa a Londra: ha indagato sul mistero Fiore, sui collegamenti tra Fiore e i servizi inglesi.
Sulle protezioni di cui ha goduto Fiore in Inghilterra e in Italia, di come hanno potuto creare un network con cui proteggere latitanti neofascisti.
Fornire assistenza e soldi, come per esempio a Freda (Ordine Nuovo, indagato ma poi assolto per Piazza Fontana) nei giorni in cui era nuovamente sotto processo per la sua organizzazione.
C'è un'informativa della Digos milanese del 1997 che paragona l'organizzazione di Fiore e Morsello ad una nuova Odessa, una internazionale nera per proteggere latitanti fascisti e personaggi come Carminati, ex militante dei Nar.
Il servizio fa altri nomi di latitanti: Stefano Tiraboschi e Vittorio Spadavecchia, ex nar e latitanti: anche loro si trasformano a Londra in imprenditori ricchissimi.

La polizia inglese ha fotografato l'incontro di Carminati coi vecchi amici, nel 2012: nonostante le foto e le informazioni raccolte (facilmente da Mottola), Spadavecchia risulta ancora irreperibile per la polizia italiana.
Dopo 30 anni.

La gara per le mascherine

Gli altri servizi hanno toccato la questione delle mascherine, a partire dai (mancati) controlli fatti da Consip perle gare fatte per rifornire l'Italia di questi dispositivi.
Società create al momento, certificatori che non lo sono, certificazioni fatte per una azienda e non per quella che ha vinto il bando.
Certificazioni probabilmente false, che si sono proliferate tramite copia e incolla, come quelle della Innomed.
LE mascherine di Agmin, di un costruttore romano, sono certificate da una società non autorizzata per le certificazioni CE.

E in Consip che dicono?
I controlli si fanno poi, prima si firma il contratto: ma dentro la gara c'è finito di tutto, aziende che facevano altro, imprenditori che hanno problemi con la legge, imprenditori ai domiciliari.
Tutti filantropi, mossi per aiutare l'Italia e gli italiani?

Dalla Cina arrivano prodotti falsi, mascherine non a norma, per le tante aziende cresciute in Cina in questi mesi, che hanno riconvertito la produzione dopo la pandemia.

Il servizio porterà in evidenza il problema che abbiamo con la certificazione delle mascherine che abbiamo comprato: sono veramente a norma? Ci sono aziende certificatrici che sono state segnalate al MISE, su indicazione della Commissione Europea, su cui verranno fatti dei controlli, conferma il direttore di Accredia (l'ente italiano che gestisce gli accreditamenti) Trifiletti.

Si tratta di “Certificati volontari” che non sono certificati CE.

Manuele Bonaccorsiè andato a Fiumicino alla Dogana per vedere i lavori di controllo sulle mascherine che arrivano dalla Cina: marchi CE finti, dove la sigla indica in realtà China Export.
Ci sono aziende che producono periodici che si sono riciclati nel business della vendita di mascherine per la regione Lazio.
La protezione civile nel Lazio avrebbe trattato con l'intermediario Vittorio Farina, il re delle tipografie: le sue mascherine sono arrivate all'Inail, sulla base di test fatti da laboratori cinesi non accreditati.

Meglio le mascherine tarocche che niente, come dice il tecnico dell'Inail?
E che dire delle mascherine che compriamo sotto casa?

Ci sono mascherine con certificazione dell'università di Tor Vergata che costano 4,5 euro, ma la certificazione non è una vera certificazione.
Insomma, seguendo la traccia dei soldi si trovano sempre le solite facce, imprenditori con pochi scrupoli, controlli fatti mali, documenti fittizi...


28 novembre 2019

Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra italiana di Gianni Barbacetto



CINQUANT’ANNI DOPO Io so. Noi sappiamo. Basta con la retorica dei «misteri d’Italia». Abbiamo indizi e anche prove che ci dicono chi mise le bombe. La strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è stata compiuta dal gruppo fascista e filonazista Ordine nuovo,[..]
I dirigenti di Ordine nuovo sono il fondatore Pino Rauti (indagato ma poi uscito dall’indagine) e il capo del gruppo del Triveneto Carlo Maria Maggi [..] I responsabili degli apparati di stato negli anni della preparazione della strage e delle indagini successive sono l’ammiraglio Eugenio Henke e il generale Vito Miceli ..

Siamo arrivati a cinquanta: cinquanta anni dall'esplosione della bomba piazzata dai fascisti di Ordine Nuovo nella banca dell'Agricoltura in quel 12 dicembre 1969, bomba che causò 17 morti e 88 feriti.
Erano agricoltori, allevatori, persone che stavano concludendo accordi quella sera grigia e fredda: perché quella bomba? Perché quelle morti?
Cosa volevano ottenere i fascisti con quella strage e cosa volevano ottenere i mandanti, il livello superiore, che uso i fascisti per i loro fini?

Il saggio di Gianni Barbacetto è una versione aggiornata del suo libro “Il grande vecchio”, uscito nel 2009 sempre per Garzanti: è stato arricchito con tutti gli sviluppi delle indagini e dei processi fino ad oggi (la sentenza di condanna per la strage di Brescia del 26 maggio 1974, il nuovo filo per la bomba alla stazione di Bologna).
Il titolo è quanto mai emblematico, “Piazza Fontana, il primo atto dell'ultima guerra italiana”: in Italia è avvenuta una guerra, a partire dalla fine degli anni sessanta, durata fino ai primi anni ottanta, una guerra a bassa intensità, ma non per questo meno cruenta, una guerra combattuta non con carri armati e cannoni, ma andando a minare la serenità del paese, instillando nella popolazione la paura, il terrore.

Bombe fatte scoppiare dentro delle banche e non per fini dimostrativi, ma per uccidere delle persone (si è detto che quella di Piazza Fontana era una bomba che non doveva fare morti, chi l'ha messa sapeva che le contrattazione si sarebbero prolungate fino a tarda sera).
Bombe fatte scoppiare sui treni, nelle stazioni, nelle piazze gremite di persone, riunitesi per manifestare proprio contro l'ondata di attentati e che stava avvelenando il clima politico.

Bombe e attentanti, come quello davanti la Questura di Milano, inizialmente addossate a movimenti di sinistra, come gli anarchici, cui furono addossate le bombe di Milano alla Fiera e alla stazione: perché non solo si doveva creare un clima di tensione (da cui l'espressione “strategia della tensione” coniata dal settimanale inglese The Observer), ma gli attentanti sotto falsa bandiera avevano il compito di screditare i partiti della sinistra per bloccarne a tutti i costi l'avanzata nei consensi e nei voti del paese.

In Italia tra gli anni sessanta e gli anni ottanta si è combattuta una guerra che forse un giorno verrà raccontata anche dai libri di storia: piazza Fontana, la bomba davanti la Questura di Milano, la strage di Peteano (su cui si è autoaccusato l'ordinovista Vincenzo Vinciguerra), il tentativo di golpe di Borghese la notte dell'Immacolata (e il tentativo di golpe organizzato dal generale De Lorenzo, il “piano solo”), la bombasul treno Freccia del sud nel 1970, il tentativo di Golpe dell'organizzazione Rosa dei Venti , il golpe organizzato da Edgardo Sogno, gli attentati organizzati da Ordine nero nel 1974 culminati con la bomba sull'Italicus, la strage di Brescia fino ad arrivare alla bomba alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 (assieme a Brescia, una delle poche stragi su cui la magistratura è riuscita ad arrivare ad una sentenza di colpevolezza).

Nei libri di storia si dovrà ricordare il contesto internazionale che bloccava la politica italiana all'interno degli accordi di Jalta: nessuna alternativa era possibile ad un governo della Democrazia Cristiana, c'era l'avanzata delle sinistre da bloccare, a qualunque costo, anche ricorrendo al terrore, a destabilizzare il paese per stabilizzarne la politica attorno ai partiti di centro.
Usare i movimenti neofascisti, Ordine Nuovo (di Carlo Maria Maggi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Delfo Zorzi, Marcello Soffiati, Vincenzo Vinciguerra) e Avanguardia Nazionale (Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Guido Paglia) per le operazioni sporche, paventando un colpo di stato militare (come in Grecia, come in Cile..) che però doveva essere solo nelle intenzioni. L'America, la Cia che di fatto controllava i nostri servizi) non avrebbe mai consentito all'instaurazione di un governo militare qui da noi.

Nei libri si dovrebbe parlare dei finanziamenti ricevuti da questi groppuscoli da parte dei servizi Americani, delle protezioni ricevute da parte di uomini dello Stato, del senso di impunità con cui compivano le loro azioni: il commissario Juliano trasferito da Padova quando stava indagando proprio su Freda e Ventura, pochi mesi prima della bomba di Milano; il bidello Pozzan fatto fuggire all'estero dai servizi (esfiltrazione in gergo) quando stava per raccontare quello che aveva visto, coinvolgendo anche il segretario Pino Rauti.
Le informazioni che il SID non faceva arrivare ai magistrati (la borsa usata per Piazza Fontana, i timer comprati da Freda) e i depistaggi messi in atto per condizionare le indagini e spingerle verso i rossi: il mostro Valpreda costruito dall'Ufficio Affari Riservati (l'intelligence del Viminale), le bombe dell'estate '69 addossate agli anarchici; i depistaggi del Sismi dopo la strage di Bologna (che portarono alla condanna dei vertici dei servizi e di Gelli).

Il ruolo centrale che ha avuto laLoggia P2, in special modo dopo il 1974, l'anno che fu da spartiacque per questa guerra non ortodossa contro il comunismo e le sinistre: quando dall'idea del golpe per sovvertire le istituzioni si decise di occuparle, le istituzioni. Per controllarle in senso autoritario: due soli partiti che si alternavano al governo, partiti controllati da persone fidate che li avrebbero scalati a colpi di milioni; giornalisti amici pronti a fare da portavoce a questi leader; controllo delle procure, delle banche, dei giornali, della finanza … un modello che in parte è stato pure realizzato (a partire da Craxi, fino a Berlusconi e Renzi, che nelle loro riforme sembrano aver ricalcato il piano di Rinascita di Gelli).

Il lungo racconto di Gianni Barbacetto è incentrato attorno ai ricordi dei magistrati che hanno cercato la verità su queste stragi, in solitudine spesso e subendo attacchi anche personali da colleghi, politici e giornalisti (gli stessi giornalisti che alla fine risultavano in combutta con servizi, estremisti di destra...): Barbacetto raccoglie la delusione dei giudici D'Ambrosio e Alessandrini a Milano che per primi hanno inseguito la pista nera a Milano sulla bomba nella banca dell'Agricoltura, finché il processo non fu spostato a Catanzaro per “legittima suspicione” (altra costante di queste indagini, quando si iniziava a toccare qualche filo nascosto, qualche potente, ecco che l'inchieste veniva spostata altrove, a Roma ad esempio, nella procura delle nebbie).
«Ci hanno tolto l’indagine, ma ci siamo salvati la vita». Non sarà vero per Alessandrini, che morirà ucciso da un gruppo di fuoco di Prima linea

Dei giudici Giancarlo Stiz e Pietro Calogero, che a Treviso avevano raccolto la deposizione del professore Lorenzon, che ai giudici aveva raccontato le confidenze fattegli da Ventura, esponente di Ordine Nuovo a Padova, che rivendicava le bombe di Milano e che si rammaricava perché il presidente del Consiglio Rumor non aveva sospeso le leggi democratiche per imporre uno stato di emergenza.

Dei giudici Tamburino a Padova che nel 1973 aveva scoperto un'organizzazione, La Rosa dei venti, composta da militari e civili, che stava organizzando un colpo di stato, che per il suo zero nell'applicare la legge uguale per tutti (anche per l'ufficiale Amos Spiazzi, collegamento tra esercito e civili dentro questa organizzazione), era definito il “Savonarola trentenne”: un'inchiesta che gli fece cambiare la sua concezione dello Stato e delle istituzioni
..davvero la democrazia non è altro che una vertigine di scatole cinesi con, nello spazio più interno, il cuore del potere e tutt’attorno un gioco di finzioni? In quei mesi del 1974 ho subito uno sconquasso psicologico”

Del giudice Gianpaolo Zorzi che ha seguito le indagini per la strage di Piazza della Loggia: all'epoca della strage era uno studente in giurisprudenza e non avrebbe immagino che avrebbe indagato proprio su quei morti:
Quella mattina, in piazza della Loggia, riconobbi per terra, straziato, il corpo senza vita di Alberto Trebeschi, insegnante”

Dell'allora giudice Luciano Violante che a Torino indagò sul golpe bianco che stava per essere messo in atto da Edgardo Sogno (e poi pure rivenditato in un suo libro intervista scritto assieme ad Aldo Cazzullo).

Il giudice Rosario Minna aveva invece seguito le bombe esplose nell'estate del 1974 in Toscana e la bomba esplosa il 4 agosto 1974 sull'Italicus: bombe che avrebbero dovuto preparare il terreno all'ultimo tentativo di golpe, fermato poi dal mutarsi del quadro internazionale (la caduta di Nixon, dopo lo scandalo Watergate), bombe finanziate dalla P2 di Licio Gelli
Siamo arrivati a cinque centimetri dalla verità, ma abbiamo dovuto fermarci lì. Per noi che abbiamo indagato sulle stragi non è stato possibile dimostrare la soluzione ..

Due anni neri, quelli del 1973 e del 1974: dai golpe (tentati o in preparazione) all'escalation di terrore per gli attentati che, messi uno dopo l'altro, fanno accapponare la pelle
il 28 maggio, dopo una miriade di attentati in zona, avviene la strage di Brescia; il 30 maggio c’è il conflitto a fuoco di Pian del Rascino in cui muore Esposti; il 4 agosto esplode la bomba sull’Italicus”.

A Bologna, per la strage della stazione del 2 agosto 1980, hanno lavorato due giudici Claudio  Nunziata e Libero Mancuso: il primo ha dovuto subire attacchi pesanti dai colleghi e dai giornali per aver osato indagare massoneria e neofascisti, è stato definito un “Torquemada rosso”, un'accusa infame, per screditare la sua immagine di giudice imparziale:
.. a fare da amplificatore a quelle accuse pittoresche ci pensano «il Resto del Carlino» e «il Giornale» di Montanelli, oltre al «Sabato», il settimanale di Comunione e liberazione. Nunziata, come il collega Libero Mancuso, farebbe parte della «loggia rossa» che avrebbe «pilotato» le indagini sulla strage del 2 agosto.

Il collega Mancuso ha deciso che, sebbene molte delle indagine siano state bloccate, affossate in Cassazione (spesso dall'ammazza sentenze Carnevale), la verità storica dietro le stragi era chiara, sappiamo il contesto, sappiamo i perché e sappiamo anche chi è stato:
«Ci avete sconfitti, ma adesso sappiamo chi siete. E andremo in giro a dire i vostri nomi a chiunque ce li chieda».

A Venezia il giudice Casson a Venezia partendo dal fascicolo sulla strage di Peteano (su cui esiste la confessione dell'ordinovista Vinciguerra), è arrivato a scoprire l'organizzazione Gladio, quella ufficiale e, dietro, quella nascosta: “La rete chiamata Gladio non è che l’anello più esterno, più visibile, del sistema, è una sorta di «protezione civile» attivata dall’Occidente in guerra contro il blocco sovietico e il comunismo.”
Anche per lui fango e attacchi, dal presidente della Repubblica (dalla memoria tardiva) Cossiga.

E' stato grazie al lavoro del giudice Salvini che, quasi vent'anni dopo la strage di Milano, si è potuto aprire un nuovo fascicolo dopo la scoperta dell'archivio del gruppo Avanguardia Operaia. Grazie al suo lavoro è stato possibile arrivare all'ultima sentenza che mette nero su bianco le colpevolezze di Ordine Nuovo per Piazza Fontana (e purtroppo la non punibilità di Freda e Ventura, già assolti per il medesimo reato, stranezze della nostra giustizia).

Dopo il racconto dell'orrore, delle bombe e delle stragi, molto importanti i capitoli finale del libro: è esistito mai un grande vecchio che ha organizzato, tirato le fila di questa guerra a bassa intensità?
Non è mai esistito un grande vecchio, quella figura va bene solo per complottisti da salotto.
E' esistito invece un “network di poteri illegali. Eversione, criminalità organizzata, corruzione” che ha usato la scusa della guerra al comunismo e l'impossibilità del ricambio nei governi (la DC costretta a governare) per costruirsi un suo grumo di potere, per farsi gli affari personali, abbassando di molto l'asticella dell'illegalità, coltivando rapporti con la mafia e la ndrangheta (ai tempi del golpe Borghese fino alla trattativa Stato mafia).

Qual è stato il ruolo dell'estrema destra in quegli anni, più che polo escluso (dai governi che si sono succeduti fino al 1994), si dovrebbe parlare di polo occulto: perché il MSI è entrato negli apparati di potere, dentro i servizi, si è sporcato le mani coi lavori sporchi: “È esistito dunque in Italia anche un consociativismo di destra” racconta Barbacetto, ricordando come Viceli e De Lorenzo siano diventati, al termine della loro carriera nei servizi, onorevoli del Msi.
Ci sono i rapporti tra molti dei generali coinvolti nelle inchieste di quegli anni ed esponenti del Msi, ci sono i rapporti tra Almirante e Delle Chiaie (considerato un uomo di Federico Umberto D'Amato, direttore dell'Ufficio Affari Riservati), c'è il fatto che Pino Rauti, all'indomani della strage di Milano rientra all'interno dell'ombrello del Msi. Rauti che secondo molti pentiti apparteneva all'Ufficio Z del Sid, lo stesso del finto giornalista Guido Giannettini.
Ci sono poi i rapporti dei missini con la P2, i legami con la mafia (vedi la storia del commercialista della mafia Mandalari).. altro che partito dell'ordine e del rispetto delle istituzioni.

Stessa continuità che si riconosce con la Lega, specie nella Lega sovranista di Salvini: l'autore fa riferimento ai suoi rapporti con Casa Pound, al passato politico di un esponente come Borghezio.

Per non parlare di Forza Italia, il partito di Berlusconi, tessera 1816.

Oggi, passati cinquant’anni, caduto il muro di Berlino, ci sarebbe la possibilità di rendere giustizia ai morti e raccontare questa storia, confessare tutti i segreti.
Perché non lo si fa? Perché da parte della destra ci si ostina a nascondere, a negare, questa guerra, che ha avuto come vittime italiani come noi, colpevoli solo di stare nel posto sbagliato, in una banca, in un piazza, su un treno?
Forse perché la verità che dovrebbero raccontare, i reduci di questa guerra, i politici ancora in vita, gli ex fascisti dalla memoria fragile, è ancora indicibile.
Il paese a sovranità limitata, la teoria del doppio Stato (lo stato della Costituzione e lo stato sovranazionale, atlantista, massonico, reazionario, anti progressista).
E anche perché ancora oggi pare che quel network di potere sia ancora vivo, sia continuato ben oltre la fine del comunismo.

La trattativa stato mafia, la stagione delle bombe della mafia per ricattare lo stato (le bombe ai monumenti e le strane rivendicazioni della Falange Armata); il dossieraggio di Telecom (ve la ricordate ancora la storia di Tavaroli?) e il dossieraggio del Sismi di Pollari, col governo Berlusconi (pure lui legato alla P2 di Gelli).
Fino ad oggi, con il cyberspionaggio dei fratelli Occhionero e della E-surv, che grazie al programma-spia Exodus ha spiato centinaia di italiani...
Si è passati dalla guerra ai comunisti, alla guerra al terrorismo islamico.

Non ce la raccontano, la verità, perché vi è continuità di uomini, metodi, strutture. E perché quella verità avrebbe conseguenze necessariamente penali ..

L'omicidio, la strage, il terrorismo anche se di Stato, non cadono in prescrizione. E le persone che oggi sono eredi di quel network di potere, eversivo e illegale, lo sanno benissimo.

Meglio aspettare la rimozione dolce della smemoratezza e delle sentenze che assolvono. Almeno dentro le aule di giustizia. Fuori, ormai possiamo dirlo: sappiamo chi è Stato.

Altre letture sulla strage di Piazza Fontana:


La scheda del libro sul sito di Garzanti
I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon