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19 agosto 2023

Morte di un agente segreto di Giuseppe Casarrubea

 

Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47)

Le confidenze di un patriarca
Intorno alla mezzanotte del 26 giugno 1947 alcuni uomini salivano, indisturbati e con passo deciso, dalla via dei Mille di Alcamo. Questa cittadina del trapanese, definita da alcuni come luogo prediletto dei “santoni” della mafia, aveva il pregio di portare ancora, nel suo nome, l’etimo delle sue origini arabe, da cui la stessa parola mafia sembra derivare. Città di frontiera e di antica resistenza islamica contro gli invasori Normanni, si poteva dire che aveva segnato, assieme a Jato, la linea di difesa occidentale di quel popolo conquistatore che per tre secoli aveva dominato la Sicilia.

Quei cinque uomini che camminano in quella notte senza luna (particolare non da poco, come spiegherà in questo saggio lo storico Giuseppe Casarrubea) ancora non lo sanno, ma stanno per morire: il capomafia di Alcamo, don Vincenzo Rimi li ha venduti al capitano dei carabinieri Giallombardo i cui uomini sono appostati lungo quella via per tendere loro una trappola. I primi quattro moriranno in un conflitto a fuoco, le cui dinamiche ancora oggi, a distanza di 76 anni sono poco chiare. I rapporti dei carabinieri, redatti da un ufficiale che nemmeno era presente quella notte, sono pieni di contraddizioni. Anche il rapporto ufficiale sulla morte del quinto uomo (e le ricostruzioni dei carabinieri) è assolutamente poco credibile: si chiama Salvatore Ferreri, alias Fra Diavolo, ma anche noto come Totò u palermitamu o anche il Vendicatore per una cerchia ristretta di amici. Si era arreso ai carabinieri dicendo loro di essere un informatore dell’Ispettorato di Polizia per la Sicilia, Ettore Messana, ma una volta in caserma, venne ucciso nel corso di un alterco col capitano Giallombardo.

Ma chi era questo Salvatore Ferreri, un ragazzo di appena 24 anni, che aveva però sulle spalle decine di omicidi, specializzato in sequestri di persona e assalti alle caserme?

Avrebbe dovuto scontare una lunga detenzione in carcere, invece la sua storia riguarda anche una latitanza abbastanza lunga e tranquilla, con tanto di rapporti di confidenza con le forze dell’ordine, conclusasi in modo cruento nella notte del 27 giugno 1947.
Vi ricorda forse altre storie di altrettanti latitanti della mafia, come Luciano Leggio, Riina, Provenzano, che almeno rimasero in vita anche dopo la cattura?
Bene, perché questo saggio di Giuseppe Casarrubea ricostruisce tutta la storia di questo strano personaggio, che non era un boss come Provenzano, un capo dei capi, ma solo un bandito, la cui breve carriera criminale era iniziata all’inizio del 1944 con l’omicidio di un autista (similmente alla carriera criminale di Giuliano che era cominciata col delitto di un carabiniere nel settembre del 1943). Carriera costellata da tanti, pesanti segreti sui rapporti tra le istituzioni, i gruppi neofascisti che non si erano rassegnati alla sconfitta e la mafia che quel conflitto a fuoco, che forse è stata un’esecuzione, ha cercato di nascondere nella sua tomba.

In un documento dell’808° Battaglione per il Controspionaggio del Sim (data: 5 marzo 1945, titolo: “Organizzazione Sabotatori - Attentatori, Abwher Kommando L90, Milano, Gruppo David”), il maggiore dei carabinieri Cesare Faccio annota: “[…] Reclutatori: Tommaso David, alias ‘prof. D’Amato’, alias ‘dott. De Santis’, tenente colonnello della milizia fascista, squadrista, marcia su Roma, già capo del suo gruppo a Roma, piazza Colonna. Soprannominato ‘il Nostromo’ da Mussolini, col quale ha frequenti contatti. Età 70 anni, ma non ne dimostra più di 50. Ufficio ed alloggio: villa Hiche, via Carlo Ravizza 51, Milano. […] Reclutatori degli elementi maschili: membri dell’esercito repubblicano e della Decima Flottiglia Mas. […] Enti di provenienza dei reclutati: esercito repubblicano; Decima Flottiglia Mas; movimento giovanile misto ‘Onore e combattimento’ […] Missioni per conto del Gruppo David: […] prendere contatti, presso l’albergo ‘Boston’ in Roma, con certo Alfonso Fiori (in realtà Alfredo Fiore), capo di una squadra di agenti al servizio dei tedeschi, provvista di apparecchio radio e che da tre mesi non dà segni di vita, usando la parola d’ordine ‘LB 3519’. Se rintracciato, attingere dal Fiore notizie di carattere politico, economico e militare e chiedergli se ha bisogno di denaro. Il Fiore dovrà inoltre porre l’agente (Vito La ginestra, nda) in contatto con certo Fra’ Diavolo, capo di una banda di fascisti operante nella zona di monte Esperia, sita a circa 40 chilometri a sud di Roma. Fra Diavolo dovrà fornirgli le seguenti informazioni: progressi della banda, morale degli uomini, provvista di armi, condizioni finanziarie. Se la banda ha necessità di denaro, indicare sopra una carta topografica, servendosi della punta di uno spillo, la località precisa sulla quale dovrà essere effettuato un futuro lancio di denaro a mezzo di paracadute. […].” Il Fra Diavolo in questione è Salvatore Ferreri (inteso Fra Diavolo), numero due della banda Giuliano negli anni 1945 – 1947?

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]

Tra questi segreti che dovevano sparire con lui, il peccato originale della nostra storia repubblicana: un segreto che lega assieme la rete nazista di sabotatori che i gerarchi di Salò lasciarono al sud per sabotare alle spalle l’avanzata alleata, gli specialisti in sabotaggio ed esplosivi della X Mas di Junio Valerio Borghese, salvato dalla fucilazione dal James Jesus Angleton, responsabile del controspionaggio americano, l’OSS in Italia. Angleton mise gli occhi sin dal 1944 su questa rete di esperti sabotatori (“le uova del drago”, le chiama l’autore), che aveva usato gente come Giuliano e Ferreri per le sue azioni criminali, trasformandoli da banditi in agenti in una struttura segreta che doveva agire dietro le linee del nemico.
La ricostruzione dello storico Giuseppe Casarrubea si è basata sui documenti presi dai registri dei servizi americani e italiani, dagli archivi di Stato italiani, dagli atti della commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, nonché gli atti del processo di Viterbo per la strage di Portella. Tutti documenti pubblici la cui consultazione dovrebbe stimolare oggi, a distanza di quasi 80 anni, una seria riflessione sulla genesi della nostra repubblica, tra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda.

Secondo la tesi dell’autore, questa rete di origine fascista sarebbe stata poi riciclata dall’OSS in funziona anticomunista, mettendo a frutto l’esperienza da sabotatori (e da criminali) fatta nel biennio 1944-45 contro l’esercito italiano e i carabinieri.

Tra le armi in dotazione alla Decima Mas nel periodo 1943 - 1945, figurano il fucile mitragliatore Breda mod. 30, cal. 6,5; il mitra automatico Beretta mod. 38, cal. 9; il moschetto mod. 1891/38, cal. 6,5 (cfr. il volume di Raffaele La Serra, Il battaglione guastatori alpini Valanga della Decima Mas, Monfalcone, 2001, pp. 185 - 187). Secondo i giudici del processo di Viterbo, tra le armi utilizzate dalla banda di Salvatore Giuliano a Portella della Ginestra, vi sono il fucile mitragliatore Breda mod. 30 (cal. 6,5) e il moschetto mod. 1891/38 (cal. 6,5). Il mitra automatico Beretta mod. 38 (cal. 9) è invece utilizzato da Salvatore Ferreri e dai fratelli Giuseppe e Fedele Pianello. Tra le armi della Decima Mas citate da La Serra, troviamo anche la bomba a mano Srcm (modello 35), il medesimo tipo di ordigno esplosivo utilizzato per gli assalti alle Camere del Lavoro nella provincia di Palermo (22 giugno 1947).

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


Sono i mesi in cui in Sicilia si sperimentano politiche e strategie che poi rivedremo nel corso della nostra storia: attentati contro sindacalisti (come Accursio Miraglia) e contro le camere del lavoro e del partito comunista in un crescendo che è culminato con la strage di Portella della Ginestra (e le successive stragi a San Giuseppe Jato e Partinico, meno note): secondo la storiografia che si è purtroppo consolidata fino a noi, il bandito Giuliano sparò contro i braccianti radunatisi sulla piana quel 1 maggio per festeggiare la festività sul lavoro.

Ecco, dice Casarrubea, si tratta una storia falsa tutta da riscrivere, a sparare sulla folla fu Ferreri col suo mitra, mentre da un altro punto di fuoco un reparto di soldati della X Mas lanciarono le granate che all’inizio furono scambiati per petardi. Giuliano fu soltanto il “Lee Oswald” siciliano (oppure fu Lee Oswald ad essere il Giuliano americano): indicato al paese come unico responsabile della strage, Giuliano fu tenuto in vita finché convenne alla mafia, per poi essere eliminato anche lui nel luglio del 1950 dopo essere attirato in un tranello dal compare Gaspare Pisciotta.

Se per la morte di Giuliano vale il titolo de l’Europeo “L’unica cosa che è certa è che è morto”, perché tutta la ricostruzione dei carabinieri del colonnello Luca faceva acqua, per le vicende avvenute in Sicilia tra il 1943 e il 1947 l’unica cosa certa è che non solo solo storie di banditi e di siciliani che si sparavano tra di loro (come dichiarò in Parlamento Mario Scelba, negando la presenza di mandanti sopra la banda Giuliano).

Dall'estate del 1944, Venezia ospita infatti un importante centro nazifascista di addestramento al sabotaggio e allo spionaggio presso l’isola di Sant’Andrea, in collegamento con i centri di Montorfano (Golf Club Villa d’Este, Como) e di Villa Grezzana di Campalto (Verona). Nella città lagunare, ai primi di maggio del 1945, si arrendono agli Alleati Nino Buttazzoni e Rodolfo Ceccacci (Decima Mas). Nel luglio 1945, ai militi della ex Decima dell'isola viene clamorosamente concessa dagli angloamericani e dal Sim “la totale immunità” per i misfatti compiuti nei venti mesi della repubblica di Salò. Da quel momento, a Venezia, decine di ex marò di Junio Valerio Borghese si mettono segretamente al servizio dell'Oss [cfr. Nicola Tranfaglia, Come nasce la repubblica, cit., pp. 60 – 62]. Le affermazioni di Paolantonio ci portano a ipotizzare che Salvatore Ferreri/Fra’ Diavolo entra nell'Evis di Giuliano (nella tarda estate del 1945), dopo aver trascorso un periodo “al servizio degli Alleati a Venezia” all'indomani della Liberazione.

[Dossier dell’autore sui documenti americani su Salvatore Giuliano, la Decima Mas e il neofascismo in Sicilia]


In Sicilia in quegli anni che vanno dal 1943 al 1947 si costruì un’alleanza eversiva che vedeva dentro separatisti, vecchi latifondisti che non volevano perdere i privilegi che le sinistre avrebbero loro tolti, vecchi esponenti del fascismo (come i due ispettori generali della polizia in Sicilia, Messana e Verdiani, che avevano operato sotto il fascismo nella Slovenia) riciclati per la nuova causa anticomunista, personaggi come Borghese (comandante del reparto X Mas) che non accettavano l’arrivo della Repubblica. Tutti alleati assieme agli ex nemici di poco prima, i servizi americani che qui in Sicilia sperimentarono quello che poi avremmo visto verificare poi a Milano, a Brescia durante la strategia della tensione.

Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Questo libro (come anche i precedenti scritti di Giuseppe Casarrubea) non dovrebbero costituire una clamorosa novità: nel 1981 l’ex capo della CIA William Colby potè scrivere nelle sue memorie senza essere smentito: “L’Italia è stato il più grande laboratorio di manipolazione politica clandestina. Molte operazioni organizzate dalla Cia si sono ispirate all’esperienza accumulata, in questo paese, e sono state utilizzate anche per l’intervento in Cile.”

La storia italiana, il tradimento degli italiani che hanno combattuto per la liberazione dal nazifascismo, dei siciliani che nel 1947 hanno votato in regione per il blocco delle sinistre è passato anche attraverso personaggi oggi sconosciuti come Salvatore Ferreri, legato dai rapporti dei servizi americani al gruppo di Nuotatori paracadutisti di Nino Buttazzoni, addestrato dalla rete clandestina fascista per operazioni di sabotaggio dietro le linee del fronte alleato.
Proprio oggi che forze politiche eredi del Movimento sociale, partito fondato da reduci, gerarchi, ex esponenti del partito fascista, sono al governo e tentato di riscrivere la storia, diventa importante fare luce su queste pagine cupe del nostro passato, sul nostro non aver fatto i conti col passato fascista, sulla nostra politica a sovranità limitata e sugli input che arrivano da oltre oceano. Da Portella fino ad arrivare alla strage di Bologna.

La scheda del libro sul sito dello storico Giuseppe Casarrubea

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


12 agosto 2023

Marzabotto e Portella della Ginestra

.. i siciliani non sono mai stati spettatori di quanto nel corso dei secoli è loro capitato. Hanno avuto solo il torto di scegliere quasi sempre la parte sbagliata e non hanno mai privilegiato la ragionevole idea di essere essi stessi arbitri del loro futuro. Forse perché non hanno mai creduto a questa doverosa eventualità. Le sorti, per loro, sono veramente determinate dagli altri. Questo semplice convincimento ha fatto storicamente la differenza tra Portella della Ginestra e Marzabotto o le altre innumerevoli stragi nazifasciste ancora impunite.

A Marzabotto, nel 1944, furono i militari nazisti ad eseguire il massacro di 771 civili inermi, compresi i bambini, neonati, gli anziani, le madri partorienti. Un’intera popolazione fu sterminata dalla più folle e inspiegabile aberrazione umana solo perché non stava dalla parte dei nazisti, voleva semplicemente esistere, essere sé stessa, libera. A Portella della Ginestra, nel 1947, non furono i soldati di Hitler ad agire ma i neofascisti italiani della defunta Salò, come Fra Diavolo, che si erano professionalizzati ed erano pronti a maturazione pe r entrare in azione sotto la spinta di un piano incredibile che aveva visto diventare amici degli Alleati i nemici di un tempo recente.

[..] Perché Portella della Ginestra fu l’atto più cruento di una guerra di altra natura inflitto a tradimento sulla pelle della democrazia che così nasceva malata, come la mela col verme dentro.
E anche, qui, come a Marzabotto, furono lavoratori indifesi, bambini, donne e adolescenti a pagare le spese della follia umana. Il piano era partito da lontano, si era geneticamente conformato agli eventi storici o, meglio, erano stati i fatti a generarlo per avere finalmente un banco di prova. Portella della Ginestra doveva essere come un vetrino sotto la lente di un microscopio geopolitico. Un laboratorio che usava, per la prima volta, una strage per provocare una reazione a catena. Furono tutti delusi.

Morte di un agente segreto – Fra Diavolo, la banda Giuliano e il neofascismo in Sicilia (1943-47) di Giuseppe Casarrubea

01 maggio 2023

La repubblica fondata sul lavoro precario e povero

Buon Primo maggio a tutti, in un paese dove il lavoro povero e precario è considerato un assett, un valore per le imprese, non un problema sociale. Sui giornali mainstream il messaggio che passa è che in Italia non siamo produttivi e che prima di alzare i salari occorre lavorare di più.

Ecco perché questo governo di DESTRA, le cui nostalgie fasciste non sono l’ultimo dei problemi, si riunisce oggi per emanare un decreto legge, chiamato ipocritamente decreto lavoro, per smantellare un altro pezzo di diritti e di tutele.

È un attacco ai sindacati (convocati all’ultimo momento – qui la risposta di Bombardieri UIL) e al lavoro. E alla Costituzione, per quello che vale.

Questa giornata di festa non è stata pensata come giornata di riposo (fannulloni, andate a lavorare!), ma un giorno un cui festeggiare il lavoro per ricordarsi che tutti i diritti sono arrivati grazie a battaglie, scioperi, lotte.

Oggi il governo alza i limiti sui voucher, toglie i paletti del DL dignità (del governo Conte 1) introducendo il concetto (altrettanto ipocrita) della contrattazione singola, che è chiaramente sbilanciata nei confronti del datore del lavoro. Oggi si finisce di smantellare il reddito di cittadinanza, una misura che ha aiutato molte persone in difficoltà, seppur con molti problemi.
Si incentivano i subappalti, senza controlli, col risultato di far aumentare gli incidenti e i morti nei cantieri.

Oggi, finalmente dirà qualcuno, l’ideologia anti-lavorativa, ottocentesca, prevale su tutto: aut imprese aut nihil, solo le imprese danno lavoro, solo le imprese creano profitti, ricchezze. Dunque è accettabile non avere tutele per malattie e infortuni, è giusto lasciare mani libere alle imprese (altro che controlli sul rispetto delle norme anti-infortunistiche), è giusto tenere fermi i salari, è giusto avere contratti pirata con sindacati farlocchi. Alle imprese i sussidi, alle persone un lieve aumento dei salari per il taglio del cuneo.

Leggetevi le prime pagine di Corriere e Il Sole 24 ore, come raccontano oggi la giornata del 1 maggio e il decreto lavoro: la flessibilità necessaria, il taglio del cuneo e i 100 euro in più in busta paga. Quante volte abbiamo letto di ristoratori che offrono stipendi alti ma non trovano nessuno?

Ecco, questa la realtà: su 445 ristoranti ispezionati il 77 % degli impiegati è irregolare, lavora in nero (dall’articolo di Galliano - Il Domani).

Il 1 maggio del 1947, per la prima volta dopo la fine della seconda guerra mondiale, i sindacati in Sicilia si ritrovarono a Portella della Ginestra a festeggiare il primo maggio, come si era sempre fatto prima del fascismo, prima che il regime lo abolisse (e come vedete la storia non si ripete a caso).

A sparare su questi braccianti, sui sindacalisti, sulle donne e sugli uomini furono gli uomini della banda di Salvatore Giuliano: il lavoro di ricerca di storici come Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino scoprì che a sparare su quelle persone, in quella prima strage del nostro paese, c’era anche un commando della X Mas con lanciagranate di fornitura americana. E anche dei mafiosi del luogo.


Dal libro Lupara Nera: Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino

“I rapporti del Sis italiano parlano chiaro — spiegano gli autori - Sono il Comando militare e l’intelligence statunitensi a dare il via all’operazione golpista nell’autunno ’46. Gli americani temono che comunisti e socialisti possano vincere democraticamente le prime elezioni politiche dalla caduta del fascismo, che finiranno per svolgersi, dopo vari rinvii, il 18 aprile ’48. Gli 007 londinesi segnalano con preoccupazione i contatti tra agenti americani, eversione nera e personalità dello Stato italiano come, ad esempio, il capo della polizia. Nei rapporti, si fanno espliciti riferimenti 'all’incidente’ e al ‘lago di sangue’ che daranno il via al golpe militare. Ma sono soprattutto le carte britanniche sul neofascismo, desecretate nel 2005, che ci permettono di comprendere il dietro le quinte di quei mesi terribili. Si parla ampiamente, ad esempio, del colonnello Charles Poletti, il capo del Governo militare alleato tra il ‘43 e il ’45.

Nel giugno ’47 arriva in Italia ‘in missione speciale per conto del governo americano’ per assicurare armi e denaro alle squadre armate anticomuniste. L’alleanza sotterranea tra intelligence Usa e neofascismo si concretizza anche sul confine orientale, dove gli agenti statunitensi non esitano a scendere a patti con gli ex repubblichini per fronteggiare la ‘minaccia comunista’ incarnata dal maresciallo Tito. Dai documenti emergono inoltre i finanziamenti clandestini elargiti dalla Banca Nazionale dell’Agricoltura e dalla grande industria ai gruppi paramilitari neofascisti. È in questo contesto che si colloca l’azione terroristica di Salvatore Giuliano. Il suo gruppo è uno squadrone della morte agli ordini dei Fasci di azione rivoluzionaria (Far) di Pino Romualdi, delle Squadre armate Mussolini (Sam) e della Decima Mas di Junio Valerio Borghese. I documenti del controspionaggio Usa (da noi ritrovati nel 2005 negli archivi americani di College Park) rivelano che i contatti tra Salò e Giuliano risalgono all’estate ’44, quando un commando nazifascista inizia a operare sulle montagne tra Partinico e Montelepre per addestrare militarmente gli uomini della banda”.

Come vedete, la storia aveva già raccontato tutto, sin dagli arbori di questa repubblica.

01 maggio 2022

La Repubblica fondata sul lavoro (povero)

Il Sole 24 ore ci fa sapere oggi, 1 maggio giornata di festa dei lavoratori, che gli imprenditori sarebbero anche disposti ad assumere e a pagare uno stipendio, peccato manchino le competenze.

Non è colpa loro (delle imprese, delle associazioni di categoria, dei loro referenti in Parlamento) dei working poor, dei salari più bassi in Europa, degli scarsi investimenti in ricerca e nel capitale umano.

Non è colpa di nessuno se ci sono i morti sul lavoro, specie nei settori a bassa competenza, dove vige il far west di contratti, il dumping salariale, l’assenza di formazione al personale che poi finisce schiacciato da un camion mentre scarica la merce. Non è colpa di nessuno se nelle imprese si manomettono gli strumenti di sicurezza dei macchinari.

Così come non è colpa di nessuno l’escalation di violenza a cui assistiamo: imprenditori che dicono basta a questi sfaticati che si permettono pure di chiedere che stipendio prenderanno, dovrebbero essere loro a pagare il padrone che gli sta insegnando un mestiere, no?

Come vi permettete di andare in bagno e starci più del tempo stabilito dall’algoritmo? Come vi permettere di avere il ciclo, di andare in malattia, di rivendicare diritti?

Da Repubblica fondata sul lavoro siamo diventati una repubblica fondata sullo sfruttamento. Succede tutti i giorni, ogni tanto ne leggiamo qualcosa sui giornali.

Assieme alle notizie degli chef stellati che hanno evaso il fisco per 127 milioni di euro (quanti redditi di cittadinanza?), o quell’altro chef per cui non c’è nulla di scandaloso a lavorare gratis all’inizio (anche a me piacerebbe non pagare la prima volta che entro in un ristorante, mica lo so come ci si mangia, no?) o lavorare anche 16 ore al giorno..

Non usciremo mai dalla crisi finché il lavoro sarà questo: oggi non bisognerebbe festeggiare, bisognerebbe urlare contro queste ingiustizie.

Sempre il primo maggio si ricorda un’altra ricorrenza, la strage di Portella della Ginestra, il primo segreto di Stato di questa Repubblica: il 1 maggio 1947 per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, contadini e sindacalisti si ritrovarono sulla piana di Portella della Ginestra per festeggiare il 1 maggio e la vittoria alle elezioni regionali.

Su di loro si scatenò il fuoco di un commando composto da mafiosi, esponenti della banda di Salvatore Giuliano e della X Mas, provocando la morte di 11 persone.

Questa strage, per cui unico colpevole fu riconosciuto Salvatore Giuliano e la sua banda, è il primo mistero d’Italia, con tanto di misteri, depistaggi, mandanti occulti rimasti ancora col volto coperto.

I depistaggi sulla morte di Giuliano e la finta ricostruzione dei carabinieri.

Il memoriale di Giuliano fatto sparire e la strana morte del suo luogotenente Gaspare Pisciotta in carcere.

Le denunce fatte da Pisciotta stesso in tribunale contro i veri mandanti: l’aveva chiamava la santissima trinità

“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”.

Mario Cereghino e Giuseppe Casarrubea nei loro saggi hanno a lungo indagato su questi misteri, andando a consultare anche i documenti americani dell’intelligence desecretati dopo tutti questi anni: ne emerge un quadro di complicità tra i latifondisti, gli esponenti del partito indipendentista, la neonata Democrazia Cristiana, la mafia rurale e la supervisione dei servizi americani. Giuliano non sarebbe stato un bandito qualsiasi, ma un membro della “Rete invasione” lasciata dai nazisti per destabilizzare quella parte del paese ora nelle mani degli alleati e nel regno del Sud.

Se conoscessimo meglio la nostra storia sapremmo quanto la nostra democrazia sia nata da basi solide, con tanti compromessi (lo statuto autonomo in Sicilia per esempio, dopo la guerra scatenata nel sud dagli indipendentisti), una nazione a sovranità limitata.

Forse un giorno saremo veramente una repubblica fondata sul lavoro, dignitoso e che aiuta alla realizzazione e all’emancipazione delle persone.

-Lupara Nera di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

-La santissima Trinità: Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Nicola Tranfaglia, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

- Quando la Sicilia dichiarò guerra all'Italia, Alfio Caruso

05 luglio 2021

Uno dei primi peccati originali della Repubblica - la morte di Giuliano

 



Il 5 luglio di tanti anni fa il cadavere di Salvatore Giuliano, la prima rossa di Montelepre, veniva ritrovato dentro il cortile di una casa a Castelvetrano, di proprietà di un avvocato presso cui Giuliano aveva trovato rifugio.

La morte di Giuliano, per come fu raccontata dai carabinieri, fu uno dei primi misteri d'Italia, dopo la strage di Portella della Ginestra e i suoi mandanti (di cui Giuliano voleva fare i nomi nel suo memoriale): "l'unica cosa certa è che è morto" titolò l'Europeo con l'articolo del giornalista Tommaso Besozzi.

Uno dei primi peccati originali della Repubblica italiana, nata fra tanti compromessi e con tanti paletti (essere dentro il blocco occidentale impediva l'arrivo delle sinistre al governo, a tutti i costi).

Col tempo ne sarebbero arrivati altri.

Dal G8 di Genova agli accordi con la Libia, di cui finanziamo la cosidetta guardia costiera dal 2017 per quel memorandum firmato da Minniti che il parlamento domani dovrà approvare (sia la destra di Salvini che i partiti di centro sinistra, vorremo mica mettere in crisi il governo Draghi?).

01 maggio 2020

Il primo maggio ai tempi del coronavirus


Com'è questo primo maggio ai tempi del coronavirus?
E' il primo maggio in cui c'è la volontà di rivedere il mondo del lavoro, le sue regole, le sue dinamiche per attuare finalmente quel principio stabilito dal primo articolo della Costituzione (in questi giorni spesso citata)? L'Italia è una Repubblica fondata sul lavoro..

E' il primo maggio dove ricordare, ancora una volta, che prima di questa crisi il lavoro era sfruttamento, erano le morti bianche, la giungla dei contratti precari, l'assenza di controlli da parte degli ispettori del lavoro (così si chiamavano) sul rispetto delle norme per la tutela delle persone.
Era il lavoro di quelli che, pur avendo uno stipendio, facevano fatica ad arrivare a fine mese.
Era il lavoro dove le donne erano discriminate, per diversità di stipendio, per l'impossibilità di conciliare il lavoro (coi suoi orari, col suo stress) con l'essere madri.

Oggi ci viene detto che dobbiamo riaprire, “se i morti di Bergamo potessero parlare”.. (citando un senatore della Repubblica molto famoso in questi giorni), perché altrimenti non ne usciremo, molte imprese falliranno, sarà la fame.
Oggi Repubblica mette in prima pagine (e i servizi continuano a pagina due e tre) le storie di persone in crisi per la pandemia, perché sono state lasciate a casa oppure perché campavano di lavoretti e ora non è più possibile (come i tanti che facevano lavoretti a nero nel settore agricolo).

Tutti vogliamo uscire da questa crisi, ma è sul come che ci sono le divergenze: apriamo e vediamo come va a finire, qualcuno controllerà che si rispettino le norme (sui treni, sulla metropolitana, nelle imprese, negli uffici..), dicono in tanti.
Allora avremmo perso un'occasione, l'occasione per cambiare il lavoro, per cambiare la vita di quelle persone che oggi fanno un lavoro essenziale ma che, paradossalmente, sono quelle peggio pagate e con meno tutele.

Proprio per rispetto a quei morti si dovrebbero dosare e pensare le parole.
Per rispetto a quei morti non si può improvvisare nulla. Perché altre morti ci saranno oggi (siamo ancora abbondantemente sopra quota 100 in Lombardia) e domani, con nuovi focolai, la curva dei contagi e delle morti potrebbe risalire.

E' il primo maggio e non posso non ricordare altri morti, quelli di Portella della Ginestra, 11 contadini andati a festeggiare sotto il Pelavet la festa dei lavoratori e uccisi dai colpi sparati dalla banda di Giuliano, dai fucili dei mafiosi, dai colpi dei lanciagranate sparati da ex militari (“s'intisi struscio di na sparatina e bummi a mano peggio de li trona”).
La strage di Portella è stato il primo segreto di Stato della storia repubblicana, il cadavere del bandito Giuliano messo lì a bella posta dai carabinieri per creare la storia da dare al pubblico, la santissima trinità urlata da GasparePisciotta al tribunale di Viterbo (“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”), i mandanti della strage indicati da Pisciotta stesso tra i politici regionali e nazionali (l'onorevole Bernardo Mattarella, l'onorevole Tommaso Leone Marchesano, l'onorevole Giacomo Cusumano Geloso e il principe Gianfranco Alliata, il ministro Scelba) e su cui non si è mai fatta luce...


01 maggio 2019

La festa del lavoro in un paese senza diritti sul lavoro


Come consuetudine i dati su occupazione e PIL vengono strumentalizzati e stiracchiati a seconda della convenienza del momento: come Renzi prima, anche questo governo del cambiamento si congratula con se stesso per lo +0.2% di PIL (la peggiore crescita in Europa) e per l'aumento dell'occupazione stabile.
Buon primo maggio!

Ma questa festa potrebbe essere usata per riconsiderare finalmente cosa sia diventato il lavoro oggi: per molti è un “lavoretto” sotto le mentite spoglie del lavoro autonomo senza garanzie, tutele e nemmeno le mance. Sono i rider che fanno le consegne a domicilio su cui il governo (sempre quello del cambiamento) si era impegnato a fare qualcosa.

Ma ci sono anche quelli con un contratto, che spesso è a termine (dopo l'esplosione che c'è stata con la fin degli sgravi voluti da Poletti) che oggi si starà chiedendo cosa succederà nel futuro (che rimane difficile in tempi di scarsa crescita interna).

Per anni abbiamo tolto controlli e vincoli alle imprese e ci siamo ritrovati alle prese con un paese con gente sempre più incazzata e maldisposta contro i signori del jobs act e del miracolo italiano.
Per evitare altri conflitti e tensioni potremmo tornare a parlare di contratti nazionali, salari da far crescere (magari abbassando premi e salari al top management), di tutele sul lavoro e di tutele ambientali.

Perché oltre al dato sugli occupati (che comunque rimane una rilevazione mensile), c'è anche il dato sulle morti bianche: nell'intervista su Repubblica, dove Landini propone l'unificazione dei sindacati confederali, il segretario della CGIL ricorda anche quei 2,5 incidenti mortali al giorno che un dato in crescita e molto poco lusinghiero di questo governo del cambiamento.
Dato poco lusinghiero è anche quello dell'occupazione femminile, dove siamo 13 punti sotto la media europea (in Italia le donne devono scegliere tra lavoro e figli, per questi si fanno meno figli, altri che la sciocchezza dei bimbi importati dall'Africa che racconta Salvini)

Temo che, come per le battaglie ambientali, anche quello del lavoro rimanga un argomento buono solo per la giornata di oggi, quella del concertone (non solo quello di Roma ma anche quello di Taranto, la città dive il lavoro è stato messo in contrapposizione alla salute) e delle sterili polemiche sui negozi aperti (che non spostano il PIL in modo significativo e nemmeno l'occupazione ma appassionano così tanto i liberisti nostrani).
Oggi ci si preoccupa dell'ondata nero, dei fascisti che oggi si sentono protetti tanto da sfilare coi loro simboli e coi bracci alzati per le strade. Ci siamo dimenticati che negli anni 70 questo paese ha retto l'urto del terrorismo, rosso e nero, perché c'era una coesione forte nella società e nel lavoro, coesione dovuta proprio alla presenza di un sindacato sul posto di lavoro.

E visto che siamo in vena di ricordi, non possiamo non dimenticare le vittime della strage di Portella della Ginestra, il 1 maggio del 1947: la prima strage politica di questa Repubblica, voluta dal blocco di potere siciliano che si opponeva al fronte popolare che aveva appena vinto le elezioni in regione.
Un blocco di potere che usò la mafia, il neofascismo (si leggano i libri di Alfio Caruso, Mario Cereghino, Nicola Tranfaglia e Giuseppe Casarrubea) e la banda Giuliano per creare terrore e spaventare le masse.

01 maggio 2017

La genesi di una Repubblica – Portella della Ginestra, la strage, la mafia, lo stato

Ancora ieri su Repubblica, il giornalista Salvo Palazzolo parlando della strage di Portella della Ginestra (1 maggio 1947), raccontava dei colpi sparati dalla banda Giuliano sulla folla radunata per festeggiare il 1 maggio (l'articolo lo si può leggere qui).
Mentre leggevo l'articolo mi tornavano in mente le parole di Tullio de Mauro che, riferendosi alla morte di Enrico Mattei, diceva “è stato un omicidio, non parlate di incidente”.
Ancora oggi si ha timore a raccontare la storia dei misteri d'Italia nella sua complessità, quando tocca livelli legati al potere. L'oscuro incidente dell'aereo di Mattei, la banda Giuliano ..

E' vero che Giuliano era presente e che sparò sui contadini col suo mitra, ma sui corpi dei feriti, molti anni dopo, furono estratte schegge di granata, che avevano prodotto ferite ben diverse da quelle dei colpi di fucile e mitragliatore.

Siccome, in base alle conoscenze raccolte, Giuliano e i suoi non disponevano di lancia granate, di produzione americana, viene da chiedersi chi abbia sparato quei colpi.
Lo storico Giuseppe Casarrubea, morto l'anno scorso, aveva studiato a lungo la strage, i referti, i cablogrammi tra Italia e America, spulciando gli archivi inglesi e americani.

Da questi studi, era emerso un quadro sulla strage e sulla situazione politica in Sicilia negli anni a cavallo della fine della guerra che sembra quasi una spy story.
Il movimento monarchico che usava il banditismo per costringere alla resa lo stato italiano, non ancora repubblica.
I timori che, dopo il crollo del nazismo e del fascismo, non rimanessero argini per fermare il comunismo (e la fine dei privilegi per i latifondisti, per i nobili siciliani, per la Democrazia Cristiana che era stata scelta dall'america per guidare l'Italia.
Dalla rete sabotaggio, lasciata sull'isola dai nazifascisti (e di cui Giuliano faceva parte secondo lo storico) alla nascita della rete “Stay behind”, la struttura paramilitare in funzione anticomunista composto da ex militi delle Brigate Nere e della Decima Mas.

Un patto occulto tra poteri criminali, tra cui pure la mafia rurale, servizi segreti, gerarchie vaticane, esponenti dell'indipendentismo siciliano (come Finocchiaro Aprile) che ha forzato la storia del nostro paese in una ben precisa direzione: mantenere intatti privilegi, bloccare qualsiasi tentativo di riforma agraria, creare terrore nei confronti delle forze di sinistra (la strategia della tensione è iniziata in Sicilia molto prima di Piazza Fontana).

Da questo gruppo di potere eversivo sono nate le bande come quella di Giuliano, gli assalti alle Camere dei lavoratori e la strage di Portella della Ginestra.
Dove a sparare sulla folla furono gli uomini di Giuliano, gli uomini della banda di Salvatore Ferreri, “Fra diavolo” (uno strano bandito, che girava col lasciapassare del ministro dell'interno) e uomini della X Mas coi loro lanciagranate.

La santissima Trinità, l'hanno chiamata Giuseppe Casarrubea, citando una frase gridata da Gaspare Pisciotta (luogotenente di Giuliano) nell'aula del Tribunale di Viterbo, al processo per l'eccidio di Portella della Ginestra dopo essere stato condannato. Pisciotta urla alla giuria e ai giornalisti presenti in aula

“Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti come una cosa sola, come la Santissima Trinità: Padre, Figlio e Spirito Santo”. La stessa scena è stata inserita nel bellissimo film di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano”.

Quello che è avvenuto dopo è noto: la strage che diventa la strage di Giuliano, il governo di coalizione a Roma da cui esce il partito comunista, la Sicilia che strappa lo statuto autonomo a Roma, i mafiosi che vengono riabilitati dalle forze di occupazione alleate di Charles Poletti.
La mafia che, dopo aver protetto prima e consegnato poi ai carabinieri Giuliano, avendo coperto l'operazione sporca di “Portella”, entra dentro la stanza del potere: scrive Alfio Caruso nel libro “Quando la Sicilia dichiarò guerra all'Italia”
“Grazie a Turiddu, Cosa Nostra compie il salto di qualità: gli ha tappato la bocca e ha fatto sparire ogni documento compromettente per i suoi nuovi alleati. In cambio tutti gli atti pubblici la ignoreranno fino alla strage di Ciaculli, i sette militari disintegrati il 30 giugno '63 dalla giulietta imbottita di esplosivo.Cosa Nostra si è legata, come mai era accaduto in passato, a pezzi importanti delle Istituzioni. Condivide segreti, che non dovranno essere rivelati,pena la bancarotta morale della nascente Repubblica. Ha intrecciato rapporti fondamentali, che sfrutterà per oltre mezzo secolo. Certi canali mai più verranno chiusi, certi indirizzi resteranno conosciuti e praticati da ambo i lati, certi accordi inconfessabili diverranno la base di accordi inconfessabili. La mafia è sempre stata identica a se stessa: corruttrice, sanguinaria, avida. In difesa del proprio utile mai si è fatta scrupolo di ammazzare donne e bambini. L'onorata società e gli uomini d'onore sono un'invenzione dei complici d'alto bordo. Ai tempi di Vizzini le bastava amministrare il potere all'ombra dello Stato; ai tempi dei corleonesi vorrà sostituirsi allo Stato. Lo spartiacque sono gli anni di Giuliano con il patrimonio di ricatti, minacce, conoscenze, che unito alla protezione statunitense le consentirà il controllo dell'isola e di una parte dell'Italia prima della sua estensione all'intera Europa.
A sua insaputa Turiddu è stato lo strumento per consentire alla «disonorata società» di uscire dalla dimensione regionale e assurgere a interlocutore privilegiato delle istituzioni.”.

La nostra Repubblica, che quel 1 maggio si trovava a festeggiare il primo maggio, festa dei lavoratori, la prima volta liberi dalla dittatura, è nata così. Dai ricatti, dalla strage, dagli accordi sporchi con la mafia.
È nata con la coscienza sporca.

Il sociologo Danilo Dolci che spese tutta la sua vita a cercare la verità sul Primo maggio del 1947, lanciò il suo drammatico messaggio: «gli italiani devono sapere che Portella della Ginestra è la chiave per comprendere la vera storia della nostra Repubblica. Le regole della politica italiana in questo mezzo secolo sono state scritte con il sangue delle vittime di quella strage».

-Lupara Nera di Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

-La santissima Trinità: Mafia, Vaticano e servizi segreti all'assalto dell'Italia nel 1943-1947. Nicola Tranfaglia, Giuseppe Casarrubea e Mario José Cereghino

01 marzo 2016

Il peccato originale della nostra Repubblica

Lo storico Casarrubea, che molto aveva studiato le carte sulla strage di Portella, l'aveva battezzata “il peccato originale” della nostra Repubblica.
Uomini dello Stato e dell'antistato che si frequentavano senza preoccuparsi, anzi preoccupandosi che i mafiosi si comportino come buoni figliuoli.
Così scriveva la corte il tribunale di Viterbo sulla strage, con un linguaggio che nasconde l'ipocrisia dello stato.
“L’Ispettore Verdiani non esitò ad avere rapporti con il capo della mafia di Monreale, Ignazio Miceli, ed anche con lo stesso Giuliano, con cui si incontrò nella casetta campestre di un sospetto appartenente alla mafia, Giuseppe Marotta in territorio di Castelvetrano ed alla presenza di Gaspare Pisciotta, nonché dei mafiosi Miceli, zio e nipote, quest’ultimo cognato dell’imputato Remo Corrao, e dal mafioso Albano. E quel convegno si concluse con la raccomandazione fatta al capo della banda ed al luogotenente di essere dei bravi e buoni figlioli, perché egli si sarebbe adoperato presso il Procuratore Generale di Palermo, che era Pili Emanuele, onde Maria Lombardo madre del capo bandito, fosse ammessa alla libertà provvisoria. E l’attività dell’ispettore Verdiani non cessò più; poiché qualche giorno prima che Giuliano fosse soppresso, attraverso il mafioso Marotta pervenne o doveva a Giuliano pervenire una lettera con cui lo si metteva in guardia, facendogli intendere che Gaspare Pisciotta era entrato nell’orbita del Colonnello Luca (si tratta dell’ex generale dei Carabinieri Ugo Luca, che tra il 1949 e il 1950 coordinò l’uccisione di Giuliano in Sicilia”.

Estratto della sentenza del tribunale di Viterbo 1952

Questo era (ed è) lo stato che sa da chiacchiere che Miceli è un boss della mafia e non da un'indagine delle forze dell'ordine.
Dove l'ex capo del corpo forze repressione banditismo Ciro Verdiani non ha problemi ad incontrare un bandito che ha ucciso carabinieri e soldati.
Uno stato che ammette che un mafioso giri tranquillamente per la Sicilia, che viene avvisato che un suo luogotenente lo sta tradendo ...


Nel romanzo "Noi che gridammo al vento", dove si parla appunto di questo tragico evento della nostra storia, si cita la sentenza del Tribunale e anche una frase di Bobbio:
La verità (che non è tanto ingenua da credere solo nei processi o nelle cricche) non fa il gioco di nessuno: è la salvezza di tutti, se ci si muove per guarire e non per fomentare rumorose risse: non sarebbe ancora verità.Profezione di Norberto Bobbio al libro di Danilo Dolci Banditi a Partinico   

29 febbraio 2016

Noi che gridammo al vento, di Loriano Macchiavelli

Incipit:
L'hanno costruito in una posizione strategica, su una collina a 250 metri sul livello del mare, sud della città. Dominava e controllava il traffico nello stretto di Messina.Forte Petrazza.È su due piani collegati da una rampa, nel piazzale d'ingresso. Vista dal mare, la struttura grigia e massiccia incuteva un certo rispetto. Forse per i quattro cannoni e sei obici che spuntavano dalle mura. E per numerose feritoie dalle quali potevano scaraventare in mare chissà quali ordigni.Chi entrava e usciva dallo stretto passava sotto la sua sorveglianza. Un tempo, alla fine dell'ottocento, era così. Nel 1980, era lo stesso, solo che gli obici non c'erano più. C'erano binocoli che scrutavano notte e giorni chi arrivava dal mare aperto e chi usciva in mare aperto.

Dopo Strage (che si aggancia al finale di questo libro, costituendone una continuazione), Loriano Macchiavelli ritorna a raccontare in forma romanzata un altro dei misteri d'Italia, la formula usata per chiamare gli atti criminosi della nostra storia recente, rimasti senza mandanti e con moventi oscuri.
Strage partiva dalla bomba alla stazione di Bologna, esplosa il 2 agosto 1980, per raccontare dei salotti dove si ritrovavano massoni e politici, dei legami tra mafia e politica, utilizzando dei personaggi inventati che si ritrovavano in storie più grandi di loro.

“Noi che gridammo al vento” ha al centro la strage di Portella della Ginestra, che viene raccontata attraverso i ricordi e le testimonianze di alcuni dei sopravvissuti alla strage che, dopo 36 anni (nella primavera del 1980), si ritrovano a Palermo e nel paese di Piana degli Albanesi.
Ci sono Stella, nata e cresciuta a Piana e poi trapiantata in Svizzera: all'inizio della storia non sappiamo che mestiere faccia e perché dopo tanti anni sia scesa in paese. Forse lavora in uno studio di costruzioni ma sappiamo che le sue notti sono offuscate dagli incubi in cui sente ancora le raffiche di quei mitra della banda di Salvatore Giuliano (e non solo della sua banda ..).
Qui Stella incontra Vito, anche lui nato a Piana e poi scappato via, per una fuga che l'ha poi riportato alle sue origini, alla sua passione per i posti natii, la rocciosa Kumeta e la magnifica Pizzuta, l'azulene usato per pitturare i muri delle case, la masseria Ducco, il dialetto di origine albanese usato dai contadini del posto (Arberesh).
Stella incontra in paese anche Eva e Ditria, due amiche che la ospitano e che pure loro sono state testimoni e vittime della strage. Ma dal paese non se ne sono mai volute andare.

Ma ci sono anche altri personaggi nel racconto, gli antagonisti: Ceschina (la ragazza che abbiamo già incontrato in Strage) e Antonino Bontà il capo mafia di Palermo, don Giuseppe Agàte, vecchio capomafia testimone di un antico e scellerato patto sottoscritto dagli americani con Cosa nostra nella seconda guerra mondialle ..
E, infine, c'è 'u miricanu, George, italo americano mandato dalle famiglie di Cosa nostra americane in Sicilia con in mano dei documenti compromettenti, capaci di mandare all'aria lo stato democratico.
Documenti che parlano di Portella della Ginestra: la famosa lettera di Giuliano, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai tirato fuori, e altri scritti del bandito in cui aveva indicato chi aveva sparato sui contadini in festa e dei mandanti a volto scoperto della strage. Politici della Democrazia Cristiana, ministri, monarchici. Alcuni dei quali sopravvissuti fino all'oggi della narrazione, come Zombi:
Zombi sapeva.Zombi c'era, nel 1947.Zombi era già dentro gli ingranaggi poiù segreti della politica. Sapeva quanto e in che modo alcuni membri del governo e dei servizi nel '47 fossero implicati in quel maledetto imbroglio che, a distanza di anni, esattamente trentatre, faceva ancora paura.Sapeva dov'erano e quali i materiali compromettenti. Conosceva le capacità della mafia di interferire nei fatti politici italiani

La strage di Portella, quel 1 maggio del 1947.
Avevo la bocca piena di solee di aria tiepida di primaveraquella mattina di maggio, su a Portellae avevo gli occhi pieni di gentee di canti, e di bandiere rosseche sventolavano orgogliose ed allegre


Comincia con questi versi la poesia di Guccini, che termina con versi dove le persone che erano saliti a Portella, per festeggiare assieme il 1 maggio, dopo la guerra, dopo la miseria, dopo la fame, dopo il fascismo, si sono trovati
“la bocca piena di terrae d’erba, e di sangue,e di sassi, di Portella della Ginestra”.

Portella è una ferita aperta, perché ancora aperta è la ricerca della verità: la fine delle illusioni per l'arrivo finalmente di una stagione di cambiamento, che metteva fine a latifondo e soprusi, nei confronti dei contadini.

Festa gioiosa che fu interrotta dagli spari, dalle granate, dalle raffiche del mitragliatore Breda di Giuliano: sappiamo che a sparare c'erano anche militari addestrati come quelli della X Mas, i mafiosi di S Giuseppe Jato e Pirittello. Portella fu il primo segreto di Stato, il primo segreto inconfessabile (forse ancora oggi) della classe politica: con la strage di Portella della Ginestra si sperimentò per la prima volta l'uso del terrore come arma politica per spaventare le persone, per destabilizzare la situazione nell'ottica di stabilizzare in senso conservatore la situazione politica e sociale.
Dopo la vittoria del blocco delle sinistre in Sicilia alle elezioni regionali del 1947, dopo la scelta per cui l'Italia doveva rimanere sotto l'influenza degli americani, con la Democrazia Cristiana a guidare il paese e la mafia cui era delegato la gestione del potere locale.
Lo raccontano Omero (uno che potrebbe avere novant'anni o forse duemila e più, cieco per aver visto troppo, le guerre, la miseria e la strage) e il Professore:
Alle elezioni del 20 aprile del 1947, il blocco del popolo ottenne la maggioranza. La mafia non poteva permetterlo. Neppure la classe politica.Il potere, Professore, il potere. Cosa non si fa per conservarlo. Crisi sociali, crisi economiche, connivenze politiche, clientelismo ..E il bandito Giuliano e la strage di Portella della Ginestra e la strategia della tensione con le sedi del sindacato e del partito incendiate, attivisti e innocenti ammazzati, caserme dei carabinieri attaccate, depistaggi ..La mia opinione, Professore, è che la perversa alleanza di quegli anni abbia fatto capire alla mafia, e anche alla politica, che la collaborazione con lo Stato è più conveniente della guerra.Ne sentiremo parlare negli anni a venire, Professore, senza arrivare alla verità. E ne porteremo i segni sulla nostra carne.

I protagonisti della storia.
A tutti i protagonisti di questa storia, che stiano dalla parte della legalità o dell'illegalità (capiremo nel corso del libro come sia labile questo confine), è stato tolto qualcosa.
Sono le proprie radici, il proprio passato, la felicità dei giochi dei bambini che è stata loro tolta: le raffiche di mitra che popolano gli incubi di Stella, nascono da quel 1 maggio, in cui bambina di sei anni, si è salvata dalla morte.
Vito, pure lui dopo la strage se ne è andato per il mondo per poi tornare al paese e scoprire che tutto quello che amava nella vita era lì.
Anche a Ceschina, la protetta del boss Bontà, hanno tolto sei mesi della sua vita di adolescente: rapita a quindici anni durante la prima guerra di mafia, rimasta nascosta al buio dentro una tana, incatenata ad un palo. Per uscire senza più lacrime da piangere e con la sola volontà di vendicarsi.
Ma Stella, Vito e Eva e Ditria si conoscevano da prima di questo loro incontro: e sarà proprio l'andare indietro nella memoria e nelle foto del passato che farà scoprire a Stella la causa dei suoi incubi.

Ma questo romanzo non ha al centro solo il passato dei protagonisti e le loro ferite: è una storia di spie e intrighi, dove come si è anticipato prima, il confine tra legale e illegale è sottile.
Come alla fine della seconda guerra mondiale, anche ora in Sicilia è tutto un pullulare di spie e di agenti di servizi, deviati per natura.
Si può essere uccisi o uccidere per dei documenti su cui poggia la nostra traballante democrazia.
E il finale di questa storia non è per nulla confortante: da Piana degli Albanesi torneremo a Bologna:
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.20il cielo è un forno di pane pronto per la cotturascappare sul mare di questa pianura e poiapprodare a isole azzurre felici ma tu
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.21dicevi dicevi tu dicevi che hai bisogno di rifletterese in questi giorni le parole hanno un sensoanche fra noi
BOLOGNA 2 AGOSTO ORE 10.22d’accordo, non si può buttare via niented’altra parte non è possibile conservare tutto negli angoli dellamemoriasalvare l’indispensabile…Notizia, di Roberto Roversi

Che fare allora, rassegnarsi al mistero, anche se è lì, a portata di mano e più che un mistero di dovrebbe dire segreto?
Lasciare che tutto scorri via, il dolore, le vite, la sofferenza, le angherie e le ingiustizie nei confronti degli ultimi?
Ricordare, portarsi dentro un pezzo della storia, come quella di Karushi, il sindacalista ucciso dalla mafia negli anni '20:
Il primo sole lo fece splendere di luce.
Sfilò davanti a lui il pianto di Piana e dei tanti, partiti a piedi o a dorso di mulo, non appena il vento portò ai compagni il nostro grido.
Noi abbiamo sempre gridato al vento il nostro dolore.
La scheda del libro sul sito di Einaudi.
I link per ordinare il libro su Amazon e Ibs

Altri riferimenti:
- Il film di Paolo Benvenuti Segreto di Stato
- Il blog di Giuseppe Casarrubea 
- Lupara nera , di Giuseppe Casarrubea e Mario Cereghino.
- La “Santissima trinità” di Nicola Tranfaglia



26 febbraio 2016

Dentro gli ingranaggi dello Stato – (da Noi che gridammo al vento)


La strage di Portella dellaGinestra, raccontata dal romanzo di Loriano Macchiavelli (“Noi che gridammo al vento”) a diversi anni di distanza: siamo nel 1980 e alcuni documenti compromettenti per lo Stato vengono usati da parte della mafia per ricattare lo Stato.
Mafia e Stato si incontrano, per trattare, per capire fino a dove si può portare avanti la trattativa.
I mafiosi di Palermo da una parte e un ministro della repubblica ("zombi") dall'altra parte: uno che già nel 1947 era dentro gli ingranaggi dello Stato. E dell'antistato.
Zombi sapeva.Zombi c'era, nel 1947.Zombi era già dentro gli ingranaggi poiù segreti della politica. Sapeva quanto e in che modo alcuni membri del governo e dei servizi nel '47 fossero implicati in quel maledetto imbroglio che, a distanza di anni, esattamente trentatre, faceva ancora paura.Sapeva dov'erano e quali i materiali compromettenti. Conosceva le capacità della mafia di interferire nei fatti politici italiani e sapeva che nel '70 Salvatore Greco aveva progettato un colpo di Stato in Sicilia; che Liggio aveva deciso di sua volontà di creare un clima di tensione nel mondo politico; che gli attentati, le bombe, l'omicidio Scaglione non servivano a dimostrare che la mafia c'era ed era potente, ma perché doveva scassare, parola che avrebbero usato poi i pentiti, la credibilità del governo italiano e creare le condizioni per un colpo di Stato.Zombi sapeva e poteva quindi orientare gli avvenimenti, muovere le pedine. [..]Bastava far passare la convinzione che lo Stato non era in grado di evitare una nuova offensiva di Cosa Nostra perché l'estensione territoriale del suo potere, ormai radicato anche al nord, e le infiltrazioni nei punti nevralgici dei vari servizi più o meno segreti, non avrebbero consentito di contrastarla ..
Noi che gridammo al vento, Loriano Macchiavelli - Pagina 111-112 (Einaudi)

23 febbraio 2016

Noi che gridammo al vento - per un pezzo di terra

Gottuso - L'occupazione delle terre incolte
A raccontare la festa che ogni anno si celebrava a Portella della Ginestra, prima di quel 1 maggio 1947, è Omero, uno delle voci del romanzo "Noi che gridammo al vento". Potrebbe avere novant'anni o forse duemila e più. Cieco per aver visto troppo. Le guerre, la miseria, la fame, il latifondo, i soprusi, il fascismo.
E la strage di Portella della Ginestra:
Ne ho sentite di campane da quando Kola Barbati portò quassù i contadini. Una guerra, quella che hanno chiamato Prima e che prima  non era, aveva finito di uccidere e per tre anni qui abbiamo festeggiato il Primo maggio. Salivano da Piana, da San Giuseppe Jato e da Cipirrello con tanta fame addosso, perché dalla guerra i ragazzi erano tornati, quelli che erano tornati, portando nei paesi altra miseria.Soccpiò il fascismo e decretò a Purtelja e Jinestres un'accozzaglia di sovversivi grandi e piccoli, uomini e donne, avrebbero turbato l'ordine pubblico, così proibì la festa e bandì i contadini. Lasciò la fame.Quel Primo maggio, la nostra gente lo utilizzò marciando nei campi e per sentieri e per valichi. Davanti, zappa sulle spalle, gli uomini. Dietro, le donne portavano il cesto del cibo. Vuoto.Perché chi doveva sapere sappesse: il Primo maggio non si lavora. Sciopero!Solo le donne. Per gli uomini che scioperavano c'era il confino. Ci finirono in molti.Ho visto la bandiera che quelle donne fecero sventolare nell'occasione. C'è ancora.Lo sai, professore? Al suo cane il podestà dava i biscotti, alle donne e ai bambini mandati nei campi a lavorare dava erba.Il regime ci soffocò e ci portò a un'altra guerra, che la storia chiama Seconda e noi .. noi abbiamo perso il conto.I giovani (e chi se no?) vennero richiamati a conquistare lo spazio vituale per un futuro che sostenevano essere il nostro. Era il loro.«I contadini hanno bisogno di terra», ci spiegavano.Molti la trovarono la terra. Larga un metro e profonda due. Lontano da qui. Chi potrò portò a casa, nello zaino, la stessa antica miseria con la quale era partito.Di nuovo la patria chiamò gli eroi a difendere i sacri confini. In pochi andarono. Avevano sedici anni. In molti risposero che non era più tempo di eroi e, se c'era da versare altro sangue, lo avrebbero fatto sì, per un pezzo di terra, ma doveva essere la loro, stavolta. Così riprese una lotta che non era mai terminata.A undici anni i bambini pascolavano le pecore e lavoravano i campi con i padri.Giovani che non sono mai stati giovani. Io, uno di loro.Riprendemmo la festa del Primo maggio. E, almeno per quel giorno, a Portella si doveva poter mangiare. [..]Festa grande a Portella. Non sempre.«Chi mi leva il pane, io gli levo la vita», e a Salvatore Giuliano levarono un sacco di grano. Lui levò la vita a chi glielo aveva tolto.Levò la vita anche ad altri che nulla gli avevano tolto. Che volevano solo far festa. Fu massacro vigliacco. E vigliacco fu lui, nascosto dietro la mitragliatrice.Un mese dopo, il 1 giugno del '47, Girolamo Li Causi, in piedi sulla pietra dove ora io siedo, commemorò i morti. Gridò:«Il fischio per la strage di Portella è del ministro Scelba e del cardinale Ruffini!»
Noi che gridammo al vento, pag. 77-78 , di Loriano Macchiavelli - Einaudi

24 agosto 2015

Fumisteria, di Fabio Stassi

“Certe storie sono peggio dei mafiosi. Non si fanno catturare. È per questo che si deve tacerle. Solo così, se si ha fortuna, all’ultimo, qualcuna si riesce pure a prenderla. Ma capita di rado. E, se capita, è solo per la coda. Perché da questa terra hanno rapinato tutto, proprio tutto, anche le voci, e il silenzio, è rimasto meno di niente”.

Fumisteria, lo spiega l'autore a fine libro, in dialetto siciliano significa indica il gusto di fare scherzi, ma anche quei discorsi altisonanti ma vuoti, destinati a risolversi in fumo.
Significa promettere e non mantenere: una pratica ben nota a taluni politici capaci di passare attraverso le varie ere politiche, voltando semplicemente gabbana.
Cosa c'entra questo col libro? Fabio Stassi racconta, attraverso un fatto di cronaca, della Sicilia del dopo guerra, delle lotte dei contadini e della (finta) riforma agraria che lasciò ancora le terre ai latifondisti. Dove le rivolte dei contadini e dei sindacati che aspiravano finalmente ad un cambiamento, furono soffocate con la violenza, col sopruso, col beneplacito dei politici che, dopo le ambizioni separatiste, avevano ben capito come avrebbe girato il vento e si erano rifugiati dietro lo scudo crociato.
“A Kalamet, Padre Bendicò invocava ogni domenica, dal pulpito della Matrice, la scomunica per i comunisti e i socialisti e le fiamme dell’inferno per chi desse loro credito. Ma la precarietà del momento era solo apparente, l’ultima convulsione di una crisi ormai sotto controllo. La Democrazia Cristiana prometteva di portare a perfezione antichi e affidabilissimi sistemi di governo”.

Tutto questo viene raccontato attraverso un fatto di cronaca, ambientato nel paese di Kalamet (inventato, ma reale): uno dei tanti avvenuti in quegli anni in Sicilia. È l'omicidio del sindacalista Rocco La Paglia, trovato morto accanto la fontana del paese:
“Rocco fu ucciso che beveva dalla fontana di via Verdi. Bastarono due colpi di pugnale alle spalle, la punta nel cuore. L’uomo cadde chino in avanti e il viso combaciò con la fessura di pietra ai suoi piedi. Un pacchetto di sigarette sgusciò da una tasca della sua camicia e si aprì sul selciato. Non era ancora l’alba”.
Ma questo, invece, una soluzione la trova: i carabinieri individuarono in motivi d'onore (perso) la ragione per cui l'avvocato Licata (che aveva gestito i latifondi per i baroni e i signori) aveva ucciso il sindacalista ritenendolo l'amante della moglie Ester.

Ma anche questa è fumisteria: la storia, raccontata in brevi capitoli, ha un'altra amara verità, che riporta alla strage di Portella della Ginestra, ai suoi veri mandanti (politici).
“Le ultime speranze di Rocco si infransero il primo maggio del 1947, quando Giuliano il bandito, o chissà chi altro, e chissà per conto di chi, e chissà perché, sparò contro i contadini in festa di Piana degli Albanesi”.

Il primo maggio del 1947, a Portella della Ginestra (nel paese di Piana degli Albanesi), la mafia, la banda di Giuliano e commandos armati con fucili americani spararono sulla folla lì radunata per festeggiare è una di quelle storie “che non si fanno catturare”, come dice la voce narrante che alterna il suo racconto della Sicilia alle storie dei protagonisti. Il primo segreto di Stato, Portella segna l'ingresso al tavolo della politica regionale (e nazionale) della mafia, segna il patto tra latifondo, massoneria, mafia e malapolitica.
“Dal paese se ne sono andati anche gli scarpari, mi hanno detto, perché non hanno più nessuno a cui fare le scarpe. Sono rimasti solo quelli senza cervello, un poco di pescatori e chi sta in carcere, come me.”

Questa è l'amaro commento di questa voce, un contrabbandiere finito in carcere dopo aver ucciso un carabiniere (come il bandito Giuliano): la fine delle lotte contadine, la chiusura delle miniere, la fine nel sangue dei sindacalisti che cercavano giustizia e libertà (senza la prima non si può avere nemmeno la seconda), costrinsero quanti poterono ad andarsene dai paesi, dai campi.
“È che da quest’isola se ne vanno tutti, non solo gli scarpari, anche le storie, perché non c’è più a chi raccontarle. Restano solo quelle che non hanno senso e non dicono niente.”

La storia del fumo.
Non è solo la fumisteria delle promesse non mantenute: il fumo in questo racconto è centrale per altri motivi. Parte dall'odore del fumo la storia inventata della relazione tra la moglie dell'avvocato e il sindacalista Rocco:
“Il letto sapeva di fumo. L’avvocato Licata ne fiutò l’odore appena mise la testa sul cuscino. La data di quella notte non la dimenticò più: 24 settembre 1954, giorno d’estate appena bruciata, di vendemmia e luna equinoziale”.

E la lettera anonima che porta i carabinieri su questa pista fa ancora riferimento al fumo.
E il fumo era un vizio che accomunava la domestica di casa Licata ma anche Ester, la moglie.
Fumo l'inchiesta dei carabinieri.
Fumo la resistenza, il partito di Rocco. Fumo i suoi assassini e la mafia.
Tutto fumo:
“soltanto qualche naso più fine di altri, a volte, in particolari circostanze, potrà appena percepire un certo lontano odore di bruciato”.

I muli della vergogna e la storia personale di Fabio Stassi
Il bisnonno di Fabio Stassi quel giorno era salito a Portella, assieme ai suoi muli: i suoi parenti hanno raccontato le storie che fanno da cornice al racconto. Le partenze e i ritorni, le lotte per ribellarsi ad un destino di ingiustizia già scritto.
Da loro, ha ascoltato il primo racconto sulla strage di Portella della Ginestra, troppo bella per non riportarla:
Sciatu meu, la valle era tutta una giostra di bambini.
Arrivavano contadini da ogni paese. Da San Giuseppe Jato, Altofonte, da Montelepre, da San Cipirello...
Erano due anni dalla fine della guerra, in Sicilia quattro.
Ma ancora non si sapeva in che ordine sarebbero tornate le cose.
Nell’isola avevano vinto le sinistre. C’era clima di attesa, e di speranza.
Da ogni lato della montagna si inerpicavano muli.
Da una parte venivano su carichi di nespole, vino, carciofi e pane.
Dall’altra, nascosti tra insenature di roccia e sentieri di pascolo, risalivano il costone pieni di moschetti militari e fucili americani.
Tu i muli li vedi, e ti sembrano uguali, diceva mio padre. Invece uguali non sono.
Alcuni quella mattina portavano la morte, sotto coperte di spago; altri dispensavano pane e frutta. Erano muli contrari nella dignità e nella soma.

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