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23 ottobre 2017

Report – il nero nel pubblico e gli speculatori del cacao

L'anteprima della puntata – L'etilometro

Dal 1990 sulle strade per stabilire se il guidatore è in stato di ebbrezza si usa l'etilometro: quanto è attendibile?
Si rischia una multa da 500 euro per 0,5gr di alcool per litro, poi i punti della patente, poi la sospensione e così via: sanzioni severe perché in ballo, sulla strada, c'è la vita umana.
Antonella Cignarale ha indagato sull'attendibilità dell'etilometro: il servizio è cominciato dalla fila delle persone fermate per guida in stato di ebbrezza. Una lunga trafila burocratica, processi lunghi anni, file ai controlli.
E c'è anche chi, dopo anni di burocrazia, è riuscito a dimostrare che la macchinetta aveva fallito: se fai una respirazione lunga, se l'aria è fredda, si può abbattere il valore del test anche del 25%. Anche quando nel cavo orale ci sono sostanze che interferiscono: il cioccolatino col liquore, medicinali con base alcolica (come il collutorio).
Stessa cosa se inaliamo l'alcool etilico dal naso, come successo al guidatore di pulmann di persone anziane un po' alticce.

C'è un altro fattore: ogni organismo reagisce in modo diverso, con etilometri diversi, in giorni diversi. Non solo: l'etilometro calcola la concentrazione dell'alcool del sangue, misurando l'alito che viene moltiplicato per un fattore che è oggi messo in discussione dalla comunità scientifica.
Esiste uno studio italiano, condotto su 1400 guidatori: l'etilometro è fedele per soglie di alcool sopra 1gr/l, sotto inizia a dare i numeri, specie con le basse temperature.
Inoltre dopo 1 anno di attività questi strumenti andrebbero ritarati e se sballati, non vanno più usati. Ci sono guidatori che al processo sono stati assolti perché la macchina non era stata revisionata: ci sono voluti anni di processi e tanti soldi, migliaia di euro.
E nonostante l'assoluzione, la trafila burocratica di controlli e test delle urine devono andare avanti.

Esistono altri strumenti per misurare l'alcool: in Germania non si usa solo l'etilometro, si fanno anche altri test fisici. In Germania fanno anche l'analisi del sangue, fatte da un medico, c'è una differenza tra fiato e sangue – dicono.
Controlli efficaci e più prevenzione è quello che chiedono i parenti delle vittime della strada: la gente deve essere formata, si dovrebbe smettere con la pubblicità all'alcool. Nemmeno sappiamo quante sono le vittime della strada per alcool, perché l'Istat non lo rivela più.

Comunque servono almeno un paio d'ore per smaltire un bicchiere di limoncello, meglio saperlo prima.


Socialmente umiliati – di Bernardo Iovene

Ci sono lavoratori che lavorano da anni per lo Stato senza alcuna tutela o contributo: LSU, lavoratori socialmente utili si chiamano, senza loro il lavoro nei comuni, nei tribunali, si fermerebbe.
Spesso sono anche di più dei dipendenti pubblici di ruolo, fanno lavori che non toccherebbero a loro: un lavoro in nero, campano con un sussidio di disoccupazione senza che nessuno si sia mai accorto di loro.
Iovene è andato a scoprirli a Frattamaggiore, dentro il comune. Stesso discorso al comune di Marigliano, dove come LSU trovano anche un architetto che prende lo stesso sussidio degli altri, da 19 anni.

Gli LSU non hanno nessun contributo, sono entrati come disoccupati e dovevano essere impiegati per pochi mesi, un anno. E invece si ritrovano a svolgere lavori da dipendente pubblico, ma in modo abusivo e per anni. Al massimo un'integrazione da qualche centinaio di euro dal comune.
DE Magistris, sindaco di Napoli, ammette che molti servizi non andrebbero avanti senza LSU, ma essendo in pre dissesto non può assumere.
Il decreto Madia comporterebbe l'assunzione, ma le risorse le dovrebbero mettere gli enti, compresi i contributi mancanti per anni.

L'Inps paga questi lavoratori, disoccupati, ma non si è preoccupato dei mancati contributi: nemmeno la direttrice dell'Inps che gestisce gli ammortizzatori sociali non ci voleva credere: “trasecolo .. è un lavoro nero per la ppaa ..”.

In 22 anni è un po' poco trasecolare: c'è un precariato di Stato, che dura da venti anni, persone che non vedranno un briciolo di pensione. Per uno stipendio da miseria.
Con la speranza di essere regolarizzato un giorno, perché fuori non c'è altro lavoro.

In Sicilia hanno cambiato nome, in molti hanno speculato sugli ASU (i lavoratori LSU si chiamano ASU in Sicilia..): sono pagati dalla regione, per esempio per la biglietteria del tempio di Segesta, dal ministero del beni culturali.
Che ha fatto una convenzione con una cooperativa, pagata dalla regione direttamente: la cooperativa non servirebbe, una intermediazione inutile, che serve solo per fare gli accordi con gli enti pubblici.
Le cooperative sono create ad hoc dalla regione, perfino per lavorare nelle parrocchie, enti che pure loro sono proprietari di beni culturali.
Non ne avrebbero diritto, è una forzatura: perpetue pagate dalla regione per pulire le chiese.
Basta un progetto e la regione paga, che però rimane un sussidio di disoccupazione da 500 euro al mese: un bel vantaggio per i parroci.

A Taormina la coop Isvil fa lavorare 160 persone per un patronato UIL: senza farsi riprendere, qualcuno racconta dei favoritismi del presidente della cooperativa, che si fa pagare una parte delle quote dai dipendenti, circa 30 euro.
Ma alla regione Sicilia non risulta che ci siano LSU che lavorano in un sindacato: non dovrebbero lavorare da soli nel CAF, dicono.
Eppure è così.

Al museo Nello Cassato, a Barcellona Pozzo di Gotto lavorano 18 lavoratori LSU forniti dalla regione: sopravvivono con l'aiuto dei genitori.
Al comune di Palermo sono in migliaia i dipendenti LSU: non ci sono cooperative di mezzo, assicura il sindaco, spiegando come le coop servano solo a mangiarci sopra.
Ad Alcamo altri LSU senza di cui la macchina si fermerebbe.

Tutto è iniziato nel 2000 con Tiziano Treu: l'istituto nasceva per una assunzione a termine, poi è diventato un abuso, facendo lavorare queste persone per anni.
Come se ne esce? Assumendoli, quelli che servono.
Anche Treu non si è accorto, dopo anni, che gli LSU erano diventati assistenzialismo, posti di lavoro finti, clientelismo, sfruttamento.

Cosa succede al nord?
Al nord non ci sono LSU, ma tirocinanti da anni: a Milano ci sono tirocinanti fermi in Tribunale da anni, per un periodo di formazione che doveva durare solo un anno.
E invece, anno dopo anno, siamo a sei anni di tirocinio.
Gente di 50 anni che dovrebbe lavorare sotto un tutor, persone inquadrate come studenti.
In questo modo il personale del ministero della Giustizia tiene al lavoro gente gratis.

Anche alla corte d'Appello di Bologna altri tirocinanti: una di questa è diventata anche funzionaria. Dipendenti invisibili a 400 euro al mese.
Invisibili per il ministero ma indispensabili per la macchina della giustizia, come ammettono gli stessi dirigenti del tribunale.
Nel palazzo della giustizia, ci sono persone che non vedranno mai giustizia per il loro sfruttamento. Che vergogna.

A Roma siamo all'ottavo anno di tirocinio, la stessa situazione di Milano e Bologna: Orlando era comprensivo, una volta. Ora che è ministro non ha accettato di aprire un tavolo: per la stabilizzazione c'è solo il concorso.
Ma alla prima prova scritta la maggior parte di loro è stata bocciata: colpa della Costituzione, si difende il ministro.
Esiste una legge del 1987 che permetterebbe di far entrare questi LSU dentro la macchina pubblica – spiegano queste persone.
Ma “è il capitalismo baby” racconta Orlando: solo alcuni di questi potranno essere assunti, per gli altri si salvi chi può.
Perché queste persone provengono da aziende chiuse o aziende che li hanno lasciati a casa.

A Torino LSU trattati come studenti, come borsisti nell'istituto di zooprofilattica: personale specializzato, pagato da fondi europeii, a costo zero dallo Stato.
La precarietà ci porta ad essere ricattabili – dice uno di loro: perché senza un contratto sono le persone più deboli, perché possono dar fastidio a qualcuno, per il loro lavoro.
Ricercatori preziosi che non sono ricercatori.
Il ministro Lorenzin non ha voluto però parlare con Report di questi borsisti, assunti anche tramite le agenzie interinali.
Nonostante ci siano i centri per l'impiego, CPI, che sono nel limbo tra regioni e provincie..

La confusione istituzionale, causato dal referendum, porta ad una situazione quasi grottesca: ad un centro per l'impiego un disoccupato si trova davanti un precario. Futuro disoccupato.
Nei centri per il lavoro anziché il lavoro si trovano i tirocini: ci si ritrova tirocinante con uno stipendio da nemmeno 1000 euro a 50 anni.

Passiamo alle agenzie interinali: ad Ivrea dalla Olivetti siamo passati ai call center, con dipendenti che arrivano dalle agenzie interinali.
Assunti con contratti rinnovati ogni settimana, per un anno anche: lavori a tre giorni, prendere o lasciare.
Contratti dove firmi per tre ore al giorno, dove però lavori anche otto o dieci ore al giorno: e ore in più sono supplementari, nemmeno straordinari. I turni sono comunicati via email, alle 18: non puoi nemmeno pianificare la giornata.
Nei locali dove lavorano si aspetta, tra un turno e l'altro: una situazione di ansia, quella vissuta da queste persone, assunte da Ramstadt, per Tim.
Questa flessibilità è aumentata grazie ad una legge del governo Renzi, che ha tolto la necessità della motivazione della causale per le assunzioni a termine: la precarietà diventa così struttuale.

Nella logistica il lavoro si appalta direttamente nelle cooperative: dovevano servire a tutelare i lavoratori e invece sono strumento di sfruttamento.
E se vai dal sindacato, perché lavorano 70 ore a settimana per portare i mobili per Mondo convenienza, ti dicono che non possono fare nulla.
Una situazione di sfruttamento continua, straordinari non pagati, un crollo fisico per il lavoro, nessuna indennità.

Ogni volta che ai consorzi che vincono gli appalti con le aziende sentono odore di sindacati, le cooperative cambiano nome, spostano sede e cambiano contratto. Da settore trasporti a settore multiservizi.

L'avvocato Fuso, che assiste il consorzio ha consentito all'intervista: non risultano le 70 ore, nemmeno i premi se una persona fa 31 giorni di lavoro.
Che cooperative sono? Dovrebbero essere non a scopo di lucro, eppure...
Il cambio di contratto dentro la cooperativa? È stato votato da 200 soci, spiega l'avvocato.
Peccato che le assemblee si svolgano in video conferenze, sei costretto a firmare.

Sono coop spurie: da strumento di tutela sono diventate strumento di profitto per imprenditori con interesse a fare profitto e basta.
La CGIL ha aperto una vertenza in prefettura: ma mentre si fa vertenza, mentre forse si faranno le ispezioni, questi cambiano appalto e cooperativa e siamo punto e a capo.
Servirebbero più ispettori, peccato che nelle coop il vigilante è pagato dal vigilato.

Quale è stata la risposta della politica a questa gente sfruttata: Madia ha detto che i costi per le assunzioni sono a carico delle amministrazioni. Padoan ha scelto di non commentare. Poletti è impegnato in una partita di calcetto …

Nero come il lavoro e nero come il cioccolato



Chi specula sul lavoro?
La ricercatrice Marta Fana ha raccontato nel suo saggio “Non è lavoro, è sfruttamento” la deriva neo liberista che sta trasformando una buona parte dei luoghi di lavoro in luoghi di sfruttamento, precarietà e nuove povertà.
L'essere competitivi sui mercati si traduce in salari sempre più bassi, straordinari non pagati, turni sempre più lunghi e faticosi, meno tutele fino ad arrivare al lavoro gratis.
A questa deriva non si sottrae nemmeno il pubblico: i precari dentro la sanità col contratto rinnovato di anno in anno senza di cui si interromperebbe il servizio; gli impiegati dentro i comuni pagati coi voucher; i dipendenti della biblioteca Nazionale a Roma pagati con gli scontrini, finché, alla notizia di questa vergogna, non sono stati licenziati (con un sms).

E poi ci sono i lavoratori a nero: di loro si occuperà il primo servizio di questa nuova stagione di Report.
Si parte dal lavoro, anzi, dai lavoratori in nero. Poi gli stagisti, i rimborsati, i borsisti e i subappaltati dalle agenzie interinali.
Benvenuti nella repubblica che si fondava sul lavoro.
Lavorano “a nero” nei comuni da 22 anni. Dovevano essere di supporto, invece il blocco del turn over li ha resi indispensabili, si tratta dei lavoratori “socialmente utili”. Non hanno contributi perché percepiscono un sussidio dal ministero del Lavoro e una piccola integrazione dagli enti, anche quella priva di contributi previdenziali. All’Inps trasecolano! Non lo sapevano e manderanno un’ispezione in tutti i comuni che li utilizzano... Lavorano “a nero” per lo Stato e non sono i soli: al ministero della Giustizia con vari escamotage i “tirocinanti”, persone cinquantenni, già da otto anni sopperiscono alla carenza di personale per 400 euro lordi, anche loro senza contributi. Al ministero della Sanità sfruttano i “borsisti” per decenni senza garanzie e senza lo status di lavoratore, eppure in alcuni Istituti sono diventati indispensabili. Poi ci sono i “somministrati”, che lavorano negli uffici pubblici appaltati dalle agenzie interinali: sono diecimila. Intanto i Centri per l’Impiego dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre sono nel caos, sballottati tra province, regioni e ministero del Lavoro. Il decreto Madia ha lasciato nell’incertezza questi lavoratori, anzi alcuni sono stati espressamente esclusi dalla stabilizzazione, mentre nel settore privato lo sfruttamento avanza, peggiorano le condizioni e si calpestano i diritti sindacali: basta vedere i turni a cui sono sottoposti i lavoratori “in somministrazione” per il 187 di Tim e i trasportatori di Mondo Convenienza, anche loro inquadrati in cooperative “spurie”.

Che specula sul cioccolato?

Non sapevo che il cioccolato, il cibo degli dei secondo i Maya, fosse quotato in borsa.
Invece è così: il prezzo del cacao è stabilito dalla borsa di Londra e NY e, come un titolo azionario, può subire tutte le oscillazioni speculative del caso.
Cioè esistono persone che, pur non partecipando alla coltivazione, produzione, commercializzazione del cacao, ricavano grossi guadagni giocando in borsa.
Sulla pelle dei produttori africani, che essendo in fondo alla filiera, prendono solo le briciole di quanto noi paghiamo del prodotto finito.
Ancora una volta, li stiamo derubando a casa loro (anziché aiutarli..).

La scheda del servizio: CIOCCOLATO AMARO DI Emanuele Bellano

Il cioccolato è così: una voglia improvvisa e non si può fare a meno di scartare la stagnola, scrocchiarlo e lasciarlo sciogliere in bocca. A soddisfare il nostro impulso ci pensa un settore industriale che nel mondo fattura ogni anno più di 100 miliardi di dollari. Si dividono il mercato una decina di grandi gruppi, multinazionali del cioccolato. Il prezzo del cacao, l'ingrediente primario, è stabilito nelle borse di Londra e New York attraverso strumenti finanziari trattati non solo dai produttori di cioccolato ma anche da fondi speculativi che acquistano e vendono enormi quantità di materia prima, allo scopo di ottenere plusvalenze finanziarie. Alla fine la speculazione incide per circa il 30% sul prezzo finale del cacao. Le grandi piantagioni invece si trovano in paesi poveri dell'Africa Occidentale e del Sudamerica. E qui entrano in campo tre grandi gruppi internazionali di certificazione etica, che dovrebbero garantire a noi consumatori occidentali che il nostro cioccolatino non sia stato prodotto facendo lavorare i bambini o distruggendo l'ambiente. È vero? Abbiamo ricostruito il percorso del cioccolato dalla piantagione alla fabbrica, per capire quanto c'è di vero in quello che leggiamo sulla confezione e che cosa ci mettiamo in bocca.

L'inchiesta sull'etilometro

La scheda del servizio: PER UN SOFFIO DI Antonella Cignarale


Abbiamo mangiato e bevuto, è ora di tornare a casa, ci si mette al volante e dietro l’angolo… ecco la pattuglia che alza la paletta. A questo punto il nostro futuro prossimo (con o senza patente, con o senza ripetuti esami delle urine e del sangue e ammende fino a 6mila euro…) dipende solo da lui: l’etilometro. In Italia dal 1990 affidiamo la verifica dello stato di ebbrezza del conducente esclusivamente a questo strumento. Si soffia nel tubo. L’etilometro rileva la concentrazione di alcol nell’aria espirata e fa i suoi calcoli per arrivare a dire quanto ne sta scorrendo nelle vene. Ma siamo sicuri che questi calcoli siano sempre da prendere per oro colato? Nel mondo scientifico si avanzano dubbi. Intanto nel 2016 in Italia sono stati sanzionati quarantamila conducenti perché non avevano rispettato le soglie alcolemiche stabilite per legge. È giusto che la sanzione sia la più severa possibile, ma si scopre che parecchi automobilisti vengono assolti in giudizio o la fanno franca perché l’etilometro, al momento del test, non era stato utilizzato in maniera corretta. Quali sono allora le avvertenze? E come fa un guidatore ad accertarsi che il test a cui lo stanno sottoponendo sia svolto in maniera adeguata? Perché, attenzione: mettersi alla guida dopo aver bevuto può aumentare il rischio di incidenti ed è una violenza a cui possiamo andare incontro a scapito nostro e di altri, ma affidandoci solo all’etilometro per i controlli e le sanzioni, “per un soffio”… può anche cominciare una storia senza fine.