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24 maggio 2021

Anteprima Report – le stragi di mafia, i tubi dell'acqua e i diritti televisivi

 


In occasione dell'anniversario della strage di Capaci, Report ritorna sulla trattativa stato-mafia e su quella zona grigia tra le istituzioni e la mafia, quelle “menti raffinatissime” che hanno portato avanti la campagna di delegittimazione contro Falcone e il pool antimafia, che hanno pianificato le stragi terroristico-mafiose della stagione 1992-1993 e, negli anni precedenti, i delitti politici di magistrati e politici (da Dalla Chiesa a Mattarella).

Un omaggio a tutte le donne e uomini che hanno lottato contro la mafia senza ambiguità, consapevoli di quello che rischiavano e che oggi, celebrazione dopo celebrazione, rischiamo di trasformare in santini, solo dei nomi che non ci dicono più nulla.

Il servizio di Paolo Mondani toccherà diversi punti oscuri nella storia della lotta alla mafia: la mancata cattura di Provenzano grazie alle rivelazioni del pentito Ilardo (per primo aveva raccontato della convergenza di interessi dietro certi delitti politici, delle connivenze tra mafiosi ed esponenti dei servizi), la mancata perquisizione del covo di Riina nel gennaio 1993. Secondo diversi collaboratori di giustizia nel covo Riina aveva documenti che avrebbero fatto saltare lo stato e che sarebbero stati consegnati a Messina Denaro, documenti che oggi gli darebbero quel suo potere di ricatto.

C'è dell'altro, un documento fatto recapitare al giudice Di Matteo, dal titolo “Protocollo fantasma”, dice invece che quella perquisizione fu fatta. Ma i documenti non furono sequestrati.

Nel servizio si parlerà anche di verbali sequestrati dal Ros nel 1998 e lasciati dentro cassetti chiusi, documenti riportati alla luce durante il dibattimento del processo d'appello sulla trattativa: in quei documenti era disegnato l'impero finanziario di Bernardo Provenzano.

Di un libro uscito nel 2008, Lettere a Svetonio, contenente delle lettere di Messina Denaro, che contenevano dei messaggi precisi per i sui interlocutori.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

Chi gestisce i diritti televisivi

Il servizio sull'Imaie, l'ente che gestisce i diritti televisivi in Italia è stato rimandato più volte per dare spazio ad altri servizi più attinenti all'attualità.

E' l'ente che incassa i diritti ogni volta che le immagini di Padre Pio passano in televisione, ma è anche l'ente che è in debito col santo, anzi, con la sua televisione.

Le registrazioni padre Pio sono state raccolte in dischi e diffuse per radio e TV, che hanno pagato alla Imaie i contributi per l'opera, come anche per spezzoni di film e di video: sono diritti che, secondo la legge, non devono essere pagati agli artisti ma a questo ente preposto.

Ente che deve 1835 euro a Padre Pio, ovvero a Tele radio Pio, titolare dei diritti: ma l'ente non aveva comunicato l'esistenza di questi crediti, come nemmeno di quelli dovuti alla banda dei Carabinieri o della Guardia di Finanza.

Il direttore generale dell'ente Maila Sansaini ha replicato che, secondo la legge, era sufficiente pubblicare sulla Gazzetta questi crediti col nominativo del titolare dei diritti, “se il titolare richiedeva i diritti, l'istituto pagava, se nessuno si faceva vivo, i soldi erano persi dopo 3 anni.”

In realtà la legge del 1992 diceva altro: Imaie avrebbe dovuto contattare direttamente il creditore all'inizio di ogni trimestre e comunicare loro l'ammontare dei compensi dovuti.

La scheda del servizio: Il vecchio e il nuovo di Emanuele Bellano con la collaborazione di Greta Orsi, immagini di Matteo Delbò e Cristiano Forti, ricerca immagini di Paola Gottardi, montaggio di Igor Ceselli

Ogni volta che vediamo un film o una fiction in televisione o ascoltiamo un brano alla radio gli attori, i musicisti e i cantanti che hanno interpretato quell'opera maturano dei diritti: si chiamano diritti connessi al diritto d'autore e vengono pagati da canali televisivi, network radiofonici o piattaforme streaming. Non vengono versati direttamente ai loro proprietari, cioè agli artisti, ma a soggetti intermediari che devono provvedere a ripartirli con precisione e poi a distribuirli. Fino al 2009 il soggetto intermediario era unico e si chiamava Imaie (Istituto per la tutela degli artisti, interpreti ed esecutori). Dopo trent’anni di attività è stato estinto. Chiudendolo la prefettura di Roma ha stabilito che l'Imaie non è stato in grado di svolgere il compito per cui era stato creato. Al momento della chiusura aveva in pancia cento milioni di euro di diritti incassati e mai versati agli artisti legittimi proprietari. Estinto l'Imaie nel 2010 è stato costituito il Nuovo Imaie, stesso direttore generale e stessi dipendenti. Come sta andando la sua gestione e quanti diritti riesce davvero a distribuire ai legittimi proprietari?

Lo stato dei tubi

Con che criteri di sicurezza sono posati i tubi del gas posati sotto le strade?

Il servizio di Report racconterà di quanto sia impostante che siano posti alla giusta profondità, che siano ben segnalati, per evitare problemi di fuoriuscita di gas per interventi sul manto stradale. Ma non sempre queste regole sono rispettate.

La scheda del servizio: Giù per il tubo di Max Brod in collaborazione di Greta Orsi con immagini di Paolo Palermo, Fabio Martinelli, Cristiano Forti e Andrea Lilli, ricerche immagini di Eva Georganopoulou, montaggio di Andrea Masella

Vicino alle nostre case, sotto il manto stradale, passano chilometri di tubazioni del gas. Quando si verificano delle perdite da queste condotte, il metano può arrivare anche dentro alle abitazioni e provocare gravi incidenti. Per questo motivo i tubi vanno posati a profondità di legge e gli scavi per ripararli vanno poi riempiti con materiali specifici. Ma avviene sempre così? Report ha girato l'Italia per capire come stanno le cose, scoprendo tubazioni superficiali e gestori che hanno dovuto correre ai ripari dopo la posa delle condotte. E i Comuni quanto controllano? Il problema della profondità sembra importare a pochi nonostante ciò che racconta chi sulle strade lavora tutti i giorni: le tubazioni superficiali sono all'ordine del giorno.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

23 maggio 2021

Anteprima Report: il vertice delle stragi delle stragi

In occasione dell'anniversario di Capaci, l'attentato in cui furono uccisi il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, Vito Schifani, Report torna a parlare della trattativa stato mafia dedicando il suo primo servizio della prossima puntata per fare un punto su quello che sappiamo delle stragi terroristico mafiose avvenute nel biennio 1992-1993.

Non possiamo fermarci alla verità di comodo, assolutoria, secondo cui quelle stragi furono solo opera di mafia, la vendetta di Riina contro il suo nemico giudice: chi lo fa, compie l'ennesima opera di depistaggio, volontaria o meno, allontanandoci dalla verità su quel periodo storico.

L'attentatuni, la successiva strage di via D'Amelio contro Borsellino, non possono essere classificate solo come opera della mafia, dei sanguinari Riina e Provenzano. Perché, soprattutto la strage in cui perse la vita Borsellino, andava contro gli interessi di cosa nostra (successivamente sarebbe stata approvato il decreto Falcone col 41 bis).

Come è impossibile classificare come solo di mafia tutta la serie di “cadaveri eccellenti” che insanguinò la Sicilia a cavallo degli anni ottanta.

Magistrati, Cesare Terranova, Rocco Chinnici, Gaetano Costa. Giornalisti come Mario Francese. Il prefetto senza poteri Carlo Alberto dalla Chiesa e il presidente della regione Piersanti Mattarella. Il segretario della DC Reina e quello del PCI Pio La Torre (è sua la legge sul sequestro dei beni ai mafiosi, è sua la legge che condanna l'essere mafiosi, il reato 416 bis del c.p.), l'ex sindaco Insalaco.

Poliziotti come Ninni Cassarà, Beppe Montana e Boris Giuliano. Carabinieri come il capitano Basile. Tutti delitti dietro cui si intravede una convergenza di interessi tra mafia e pezzi dello stato.

Stessi interessi che, dopo la sentenza della Cassazione al maxi processo, dopo il crollo del Muro, negli anni in cui la prima Repubblica era al tramonto, dopo l'omicidio di Salvo Lima (ritenuto da Riina colpevole per non aver bloccato il maxi processo, un segnale alla politica) portarono uomini dello stato e mafiosi ad incontrarsi, “per vedere se si poteva fare qualcosa”.

La trattativa stato mafia, per i garantisti italiani sempre presunta, come se quei contatti, come se quei ricatti allo stato non esistessero.

“Signor Ciancimino ma cos'è questa storia, ormai c'è un muro contro muro, dove da una parte c'è cosa nostra e dall'altra c'è lo stato. Ma non si può parlare con questa gente? La buttai lì pensando che mi avrebbe risposto cosa vuole da me, colonnello .. Invece mi rispose si potrebbe, io sono in condizione di farlo”.

Sono le parole dell'ex generale Mario Mori, uno dei condannati in primo grado al processo per la trattativa (dove il reato non è la trattativa in sé, ma il ricatto ad organi dello Stato), a Vito Ciancimino, referente politico dei corleonesi dentro la DC siciliana. Solo una trappola dello stato, la giustificazione di Mori e degli altri imputati.

I magistrati (come Nino Di Matteo). l'hanno invece considerato un abbassarsi alle richieste della mafia, un cedere al ricatto nato dalla bomba di Capaci.

Ad un certo punto abbiamo avuto il sospetto che non si rispettassero le regole del codice di procedura penale, non ci fosse quella collaborazione leale tra la polizia giudiziaria e la magistratura inquirente” è il ricordo di Luigi Patronaggio, procuratore della repubblica ad Agrigento.

Borsellino fu informato della trattativa in corso dal Ros quasi per caso, lo ha ricordato anni dopo Liliana Ferraro, la magistrata che prese il posto di Falcone al ministero: la Ferraro fu informata dagli ufficiali del Ros, che cercavano una sponda politica per avere le spalle coperte per quanto stavano facendo, la Ferraro li invitò a contattare Borsellino stesso.

Tante sono ancora le domande a cui dare risposta: dietro Capaci c'è stata solo la mafia? Stessa domanda per la strage di via D'Amelio 57 giorni dopo, dove la presenza di persone non mafiose nella preparazione dell'attentato è riferita da Gaspare Spatuzza, il pentito che ha consentito di smontare il depistaggio di stato, col finto pentito Scarantino.

Se fu solo mafia a che servì la sceneggiata organizzata da Arnaldo La Barbera, avallata da magistrati su più gradi di giudizio (tra questi anche lo stesso Di Matteo)? Forse per allontanare gli investigatori dai Graviano e dai loro contatti politici?

Se fu solo mafia, come mai quelle telefonate tra l'ex ministro Mancino (che Scalfaro mise al posto di Scotti dopo Capaci), e il presidente Napolitano per il processo dove era imputato per falsa testimonianza?

Chi indicò a Riina e all'ala stragista di cosa nostra gli obiettivi per gli attentati in Italia? E perché le stragi cessarono nel 1994, col fallito attentato all'Olimpico a Roma?

Cosa sappiamo di cosa nostra oggi? Falcone ebbe bisogno di un mafioso come Buscetta per farsi raccontare l'organizzazione di cosa nostra, i suoi meccanismi, i suoi ragionamenti.

Chi è il vero capo dei capi oggi? E' ancora Matteo Messina Denaro? E chi protegge la sua latitanza dopo tutti questi anni?

Le stesse forze che per anni hanno protetto Riina nel suo covo a Palermo (fino a che qualcuno lo ha venduto allo stato, come Riina stesso fa capire) o che hanno protetto Provenzano nella sua latitanza finita nel 2006?


Stava per essere arrestato, Provenzano, nel 1996, quando si nascondeva in un casolare nella località di Mezzojuso: era stato il collaboratore Luigi Ilardo ad indicare il posto al colonnello Michele Riccio, del Ros.

Il Ros di Mori potrebbe arrestare Provenzano, sa dove si nasconde, eppure non fa nulla: “il casolare non lo troviamo” dicono al Ros (che ricorda un po' quando lo stato non sapeva dell'esistenza di una via Gradoli a Roma, nei giorni del sequestro Moro, ma questa forse è un'altra storia).

Per tre volte Ilardo e Riccio diedero le coordinare del covo ma il Ros non entrò mai in azione e Provenzano rimase in clandestinità per altri 11 anni.

Carabinieri distratti, Mori e De Donno, non perquisirono il covo di Riina per un disguido con la procura, non fecero il blitz contro Provenzano. Nessun reato, hanno stabilito i giudici nei processi che li hanno coinvolti. Solo sbadati.

Il processo sulla trattativa ha fatto luce, finalmente, sulle connessioni tra mafia e politica, argomento che ancora oggi è tabù: Borsellino ne aveva parlato in una intervista, pochi giorni prima di morire, fatta a due giornalisti francesi di Canal +, dove parlava dei rapporti tra mafia, Mangano e Dell'Utri, fondatore del partito Forza Italia.

Intervista ritrovata anni dopo dallo stesso Ranucci e di cui ne ha parlato recentemente in occasione del ricordo del giornalista Premio Morrione: si parla di Mangano e del suo ruolo di pontiere tra la mafia e l'imprenditoria che la mafia cercava per riciclare i grandi capitali fatti col traffico della droga.

Ranucci ricorda la difficoltà nel parlare di queste connessioni nel 2000, alla vigilia delle elezioni che avrebbero dato la vittoria proprio a Berlusconi, il premier con più consenso nella storia della repubblica.

Secondo Roberto Morrione è questa una delle cause della sua morte, l'accelerazione voluta da Riina (e non solo): ne parla in una puntata de Il raggio verde, la trasmissione di Santoro, nel 2001.

“E' stata ritenuta questa intervista, lo cito testualmente dagli atti processuali, una delle concause che hanno accelerato l'attentato nella persona di Paolo Borsellino.”

Durante questa trasmissione ci fu la telefonata in diretta di Berlusconi a Santoro che fu l'annuncio della sua cacciata dalla Rai, assieme a Biagi e Luttazzi.

Lei è un dipendente pubblico, si contenga..

Io non sono un suo dipendente”

Ci piace tanto l'informazione libera, il giornalismo di inchiesta, il giornalismo cane da guardia contro i soprusi di chi ha il potere. Tranne quando fa le pulci a casa nostra.

Tranne quando parla di argomenti ancora tabù, come i rapporti tra mafia e politica, tra mafia e pezzi dei servizi, tra pezzi dello stato ed estremisti di destra foraggiati dalla massoneria coperta come la Loggia P2.

Un antistato che è stato protagonista in altri fatti di sangue della nostra storia, dalle stragi fasciste degli anni '70 alla bomba alla stazione di Bologna fino alle stragi del biennio 1992-1993, quando un mondo finiva (quello della contrapposizione dei blocchi est ovest, quello dei partiti della prima repubblica) e tutto doveva cambiare affinché nulla cambiasse.

Oggi è il giorno in cui si celebreranno le vittime di Capaci, ostentando i santini di Falcone e di Borsellino, dimenticandosi di tutto il fango che da vivo è stato gettato addosso al giudice.

Il giudice che attaccava la DC perché comunista, che cercava solo la celebrità, il giudice che attaccava la classe imprenditoriale siciliana.

Il giudice che fu bocciato alla successione di Caponnetto, al ruolo di alto commissario per la lotta alla mafia, da consigliere del CSM. Il giudice che si era fatto da solo l'attentato all'Addaura per prendersi la nomina di procuratore aggiunto.

La scheda della puntata: Il vertice delle stragi di Paolo Mondani con la collaborazione di Roberto Persia e Simona Zecchi, immagini di Alessandro Spinnato, Dario D'India, Alfredo Farina e Andrea Lilli

Dopo la puntata speciale intitolata "Le menti raffinatissime" del 4 gennaio scorso, Report torna sulla trattativa Stato-mafia e sulle stragi del 1992 e del 1993 con testimonianze inedite e documenti esclusivi. Mafia, massoneria deviata, estrema destra e servizi segreti avrebbero contribuito a organizzare e ad alimentare una strategia stragista che puntava alla destabilizzazione della democrazia nel nostro paese. Strategia sulla quale permane il grande mistero di chi siano i mandanti esterni alle stragi. Lo raccontano a Report magistrati, collaboratori di giustizia e protagonisti dei piani eversivi. Report continua a fare luce sul ruolo ricoperto da uomini dello Stato nella pianificazione e nell'esecuzione delle stragi del 1992 e del 1993. Il 23 maggio si celebra il 29° anniversario della strage di Capaci. Ma Report non vuole imbalsamare i morti nelle commemorazioni. Solo la verità li onora. Per questo torniamo a parlare dei presunti rapporti tra i fratelli Graviano e la politica; di Antonino Gioè e di Paolo Bellini; di Matteo Messina Denaro e di chi nello Stato tutela i suoi segreti, del processo sulla trattativa fra Stato e mafia giunto alla fase dell'appello. Ma soprattutto parleremo di molti verbali dimenticati.

16 febbraio 2010

Il patto di Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci

Il patto. Da Ciancimino a Dell'Utri. La trattativa stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato.

La sensazione che rimane, dopo l'ultima pagina, è di sgomento e paura.
Non solo perchè si rischia veramente di dover riscrivere la storia della lotta alla mafia e della mafia.
Ma anche perchè, è su questo punto gli autori tornano più volte, diventa sempre più difficile tracciare una linea netta di separazione tra antimafia e mafia.
Tra chi ne fa parte e chi la combatte (e per sconfiggerla deve entrarne in contatto).
E non parliamo solo della commistione affari, mafia e politica.

Il libro copre circa 20 anni della storia italiana: dal crollo del muro (e della conseguente funzione anticomunista del blocco di potere in Italia che aveva coperto e usato la mafia) fino ai giorni nostri.
20 anni di storia italiana letta attraverso episodi della guerra di mafia e alla mafia.
A far da ossatura al libro la storia del pentito di mafia Luigi Ilardo e del suo rapporto di collaborazione col colonnello della Dia e in seguito del Ros, Michele Riccio.
Rapporto che avrebbe potuto portare, secondo il racconto di Riccio, alla cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso il 31 ottobre 1995.
Mancata cattura che ha portato al rinvio a giudizio e al processo dei vertici del Ros, il generale Mario Mori e Mauro Obino.

Qualcuno (i vertici del Ros tra i primi, la sua tesi) nè blocco l'azione, impedì una indagine sulla casa in cui Binnu era latitante (e dove si sarebbe sentito protetto) e fece trapelare al di fuori degli uffici della procura (di Palermo e Caltanisetta) e dalle caserme, notizie su Ilardo.

La storia finisce con la morte per mano di killer mafiosi (ma nemmeno questo è certo) del pentito e con la cattura di Provenzano nel aprile 2006. Ma come sarebbe stata invece la storia italiana se il boss fosse stato catturato prima?

Come dicevo, il libro parte dall'Italia di inizio anni 90, squassata da Tangentopoli, dagli effetti politici del crollo del muro.
Effetti che si ripercuotono, per i rapporti mafia politica consolidati nel dopoguerra, su Cosa Nostra.

Ma in realtà, il legame tra mafia e politica ha radici ben più profonde e affonda nella storia (poco nota) dello sbarco degli americani in Italia durante la seconda guerra mondiale, con l'aiuto dei boss mafiosi italo americani.
Per questa parte vi rimando ai libri dello storico Giuseppe Casarrubea.

La crisi politica, la sentenza del maxiprocesso ribadita in Cassazione, portano alle bombe del periodo 1992-1993.
La strategia della tensione dei Corleonesi; la trattativa stato e mafia portata avanti da Vito Ciancimino prima e dal altri referenti poi (dopo l'arresto di Don Vito).
Il patto tra stato e mafia che sarebbe stato sancito con la fine delle bombe ("Sarà un caso ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage"), con tutta la legislazione andata in vigore negli anni successivi (pentiti, 41 bis svuotato, la legge sulle rogatorie, ...), anche da parte di molti onorevoli ex avvocati dei boss. Sarà una coincidenza ....

L'ambiguo ruolo dei servizi, le tante facce da mostro comparse sui luoghi delle stragi, l'arresto e successiva condanna di Bruno Contrada (ex numero 3 del Sisde).
I depistaggi nei delitti eccellenti (Mattarella, Reina, La Torre, Dalla Chiesa, .. raccontati nel libro di Salvo Palazzolo), le lettere del corvo, la deleggitimazione dei magistrati.
Gladio.
E, infine, il golpe di Capaci e tutti i buchi della bomba in via D'Amelio (il cui processo è stato riaperto dopo le confessioni del pentito Spatuzza).

Cosa sta succedendo oggi nella mafia? Senza un pentito che c'è lo raccocnti, possiamo solo fare supposizioni, anche interpretando il passato. Specie riscoprendo, come si fa in questo libro, il rapporto mafia e Stato, mafia e istituzioni (mettendo in fila i fatti).
E c'è da essere preoccupati.

Ilardo descrive un brandello di storia che alimenta i nostri peggiori incubi e il desiderio di sfuggirli. Parla di un paese, quello in cui viviamo, che ha il record di morti per stragi, di magistrati assassinati, di giornalisti uccisi, di aziende strozzate dal pizzo, di politici collusi e investigatori condannati per intelligenza col nemico, di milioni di persone che vivono in territori dominati da organizzazioni mafiose.
Ci siamo trovati davanti all'inferno e lo abbiamo emsso in scena, provando a seguire la lezione di Italo Calvino, che scrive nelle città invisibili:

'L'inferno è già qui. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettarne l'infoerno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso e esige attenzione e apprendimento continui: cercare di riconoscere chi e che cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio'.

La lotta alla mafia è ammaliata da uno strano sortilegio: non consente a nessuno tra quanti vi partecipano di rimanere immacolato, immune alle fiamme. Nel marzo del 2004 su La repubblica Stefano Rodotà ha affermato che:

'Vi è una violenza della verità che la democrazia ha sempre cercato di addomesticare, per evitare che travolga le stesse libertà democratiche fondamentali'.

Questo è un paese violento. Abituato a non credere in se stesso, e dunque incapace di pretendere una classe dirigente all'altezza.
Viaggiamo nel buio, aspettando che degli eroi vengano a salvarci, a tirarci fuori dall'inferno: santi o rivoluzionari, generali o politici, magistrati o preti di periferia, poco importa.
Che siano loro a sporcarsi nella battaglia, che siano loro a combattere in nome di tutti; e se cadono, li si celebra come martiri.
E allora succede che gli uomini si stato, investigatori e ufficiali, ci appaiano come il comandante Kutuzov in Guerra e Pace, quando si rivoge al principe Andrej:
'sì, mi hanno rimpreoverato non poco, e per la guerra e per la pace .. ma tutto è venuto a suo tempo'.
Ci sembra che in questo paese la guerra e la pace abbiano lo stesso indistinto colore, lo stesso odore.
E che portino gli identici lutti.

Il libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su ibs.