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04 dicembre 2018

Report – pulp fashion

Report è entrata nelle aziende che producono tessuti per le principali aziende del lusso e mostrato il lato oscuro del mondo della moda.

Nell'anteprima si è parlato della “Gamification”: l'utilizzo del gioco per catturare e manipolare l'attenzione delle persone e ora se ne è accorta anche la politica.

IN GIOCO di Antonella Cignarale

Ci sono videogiochi per far conoscere un museo, come quello del museo archeologico di Pompei: il gioco serve come incentivo alla visita delle stanze, si continua l'avventura del gioco nel mondo reale.
Durante un gioco la nostra attenzione è catturata (si chiama stato di flusso, o “flow”), ma c'è il rischio di essere manipolati: della “gamification” se ne è accorta anche la politica che ha pensato a come usare i videogiochi per influenzare le nostre scelte.
Ne hanno fatto uso sia la Clinton che Trump, che Corbyn per finanziare la sua campagna elettorale: Corbyn run è un gioco politico che in Italia ha un equivalente col “Vinci Salvini”.
Gabriele è uno dei vincitori del gioco: la sfida era riuscire a parlare col segretario leghista e apparire sulle sue pagine social.
Chi partecipa è incentivato a raggiungere un premio: in cambio del click sui social, Salvini ha poi scalato la classifica sul web rispetto ad altri politici.

Fabio Viola è uno dei migliori game designer: per guidare le persone nel gioco deve “emozionare” le persone, un enorme potere che va usato bene.
La seduzione del gioco può avere tanti fini: non ci sono solo quelli elettorali ma anche quelli per stimolare corretti comportamenti alimentari, come il gioco sulla glicemia.
Ci sono giochi dove si vince un colloquio in un'impresa: il gioco permette di capire se il candidato conosce di finanza, di informatica e così, tutti i dati inseriti dalle persone sono poi dell'azienda.

In Cina stanno sperimentando un gioco “sociale” dove si monitora se una persona posta fake news, se non paga le tasse, se uno dei suoi contatti ha comportamenti di questo tipo .. una sorta di profilazione di massa per giudicare l'affidabilità di un cittadino.
Speriamo che non prenda piede anche in Italia.


PULP FASHION di Emanuele Bellano in collaborazione di Michela Mancini e Greta Orsi

LVMH è il gruppo che detiene i marchi LV, Fendi e Bulgari fattura 40 miliardi di dollari ed è di proprietà del signor Arnault, considerato da Forbes il quarto uomo più ricco al mondo.
Al sesto posto di trova Ignazio Ortega, proprietario di inditex, che possiede il marchio Zara (25 miliardi di euro nel 2017).
H&M ha un fatturato da 20 miliardi di dollari, molto più in basso ci sono i marchi italiani, Max Mara fattura 1,5miliardi di euro mentre Armani 2,6 di fatturato.

Si sono incontrati a settembre alla settimana della moda, che aveva al centro il tema della sostenibilità, dei diritti dei lavoratori, rispetto dell'ambiente.
Non avendo potuto entrare in passerella, Report è andata in Cina a vedere come si producono i tessuti di queste case: perché il mercato del lusso vale 1000 miliardi di dollari, ma il valore di queste aziende si basa sulla loro immagine di aziende che rispettano i diritti delle persone e non usano degli schiavi.

Schiavi tenuti lontani migliaia di chilometri: il 90% dei produttori di tessuti sono cinesi, noi italiani eravamo produttori una volta, ora ci occupiamo solo di piccole rifiniture.
Zara, Benetton, Trussardi, Mirò H&M hanno prezzi alti nei negozi, ma i prezzi alle manifatture cinesi sono molto più bassi.

Ci sono collezioni disegnate in Italia e poi realizzate in Cina da aziende e stilisti cinesi: racconta Emanuele Bellano che, spesso, cambia solo il marchio da un capo all'altro.
E come si lavora in queste fabbriche? I grandi marchi verificano che i fornitori rispettano i diritti umani e dell'ambiente?

Alla fine le ispezioni a sorpresa, per capire se dietro il lusso c'è la vera sostenibilità, l'ha fatta Report: “i responsabili di produzione sono inadeguati”, racconta un consulente aziendale a Bellano.
Che si è presentato nelle varie aziende come un compratore: sulla carta tutte le regole sono rispettate, ma almeno in quelle visitate, la situazione è diversa.
Rumore assordante, puzza di sostanze chimiche, bidoni di coloranti lasciati aperti, lavoratori senza maschere e scarpe di sicurezza, nessuna protezione per gli occhi.

Eppure H&M che si appoggia alla fabbrica di Shangai, sostiene che sia tutto controllato e sicuro: “questo qui ha tante probabilità di avere il cancro alla vescica” racconta un consulente d'azienda nella visita.

I fornitori cinesi di H&M devono firmare un documento in cui dichiarano il rispetto dell'ambiente: sempre la consulente racconta di scarichi dentro il fiume, con tanto di pesci morti raccolti dagli operai.

Depositi che sembrano una discarica, coi bodoni stipati a fianco ai macchinari, una puzza di solvente, impianti elettrici con fili volanti.
In queste aziende non dovrebbero usare prodotti chimici tossici (per l'acqua, per l'uomo, per gli animali acquatici): eppure l'unica precauzione sono i cartelli negli impianti.

Ma sanno tutte queste cose da Max Mara?
I suoi tessuti arriverebbero da fornitori cinesi, che (rispetto ai vecchi produttori italiani) garantiscono minori costi, a fronte di prezzi nei negozi che sono rimasti alti.
Abbiamo ceduto commesse all'estero e competenze, tanto non c'è obbligo di mettere la provenienza dei tessuti in etichetta.

Anche Ikea compra in Cina i suoi tessuti: ha realizzato un video per esaltare le condizioni di lavoro dei dipendenti di queste aziende.
Dove nei reparti di produzione si sente puzza di solventi, dei coloranti. Anche qui i lavoratori non indossano maschere di sicurezza né guanti.
“Sono marchi che si vantano di essere attenti, ma in nessuna azienda in venti anni ho trovato la lista dei prodotti utilizzati” racconta la consulente.
Servirebbero le schede di sicurezza di tutti i coloranti, ma il manager dell'azienda ne ha solo per 24 di questi. E ad Ikea va bene, almeno così sembra.

Ikea fa ispezioni in Cina, racconta un manager di Ikea a cui Bellano ha mostrato il video girato: si vedono molte cose che non sono in linea con le direttive di Ikea, dovremo fare le indagini, fare degli accertamenti – la risposta.

Ikea è in buona compagnia: dalla stessa azienda Armani ha comprato tessuti fino al 2014.
Un ex dirigente di una azienda tessile ha raccontato che le aziende cinesi non sono consapevoli dei rischi dei prodotti utilizzati e che, in fondo, i marchi che comprano qui non sono interessati alle condizioni di lavoro.

A Prato, al Buzzi lab, analizzano questi tessuti: hanno trovato tracce di diftalato, il noninfenolo.
Significa che i controlli delle aziende sono insufficienti: chi certifica che i prodotti e i tessuti sono provi delle sostanze proibite?
C'è una sorta di autocertificazione ..

Ikea ha preso sul serio il video di Report, H&M ha ammesso i rapporti con questi fornitori e ha promesso di prendere provvedimenti, come anche Mango.
Inditex e Zara dicono che non lavorano con fornitori cinesi diversamente da quanto emerge dal suo sito.
Armani ha messo a disposizione una piattaforma via web per l'autocertificazione dei suoi fornitori.
Dalle fabbriche asiatiche i tessuti arrivano nelle aziende di confezione: alcune di queste sono in nordafrica.
Come in Tunisia dove si realizzano le confezioni a prezzi vantaggiosi: come i jeans della Replay.

In questa azienda usano il permanganato di potassio, una sostanza tossica che va maneggiata con cura: maschere e guanti che nello stabilimento non sembrano presenti.
In questa azienda si trattano i jeans col permanganato che poi possiamo comprare in Italia a 200 euro.

In Tunisia un operaio costa meno: ma qui costa meno anche la depurazione dell'acqua, ci sono regole più “elastiche” per le aziende, meno “rotture di coglioni” racconta un imprenditore italiano che lavora qui.
Benetton, Trussardi, Max Mara lavorano qui.
Pagano i loro jeans da 5 a 10 euro e poi sono venduti 10-20 volte di più nei negozi.

Nelle stesse aziende si producono capi sia per i marchi del lusso che per i marchi più a buon mercato: cambia solo il logo, racconta un produttore.

Diesel produce le giacche del Milan, non in Italia ma in Tunisia: Giuseppe Iorio ha lavorato coi grandi marchi della moda che ha aiutato a delocalizzare la loro produzione.
Ora è uno scrittore che sta denunciando il lato oscuro della moda: le aziende chiudono in Italia e aprono un Romania, Tunisia.
Con un conseguente aumento dei profitti di questi marchi.

Ci sono marchi che chiedono prodotti che richiedono dei procedimenti illegali come la sabbiatura (perché i lavoratori respirano poi la silice): tanto qui non ci sono sindacati né controlli.
“Qua puoi farlo, in Italia non puoi più farlo” dice uno di questi produttori, che è pure fiero d usare metodi squadristici contro i lavoratori che protestano.

Ma i nostri marchi cosa ne pensano di queste storie?
“E' una sorta di avidità ancestrale”, così si spiega Giuseppe Iorio, perché la differenza tra la produzione in Italia e in Tunisia è di pochi euro, per prodotti venduti poi a 100 - 150 euro.

Se si vuole un mondo sostenibile, si deve lottare per un mondo senza ingiustizie: perché l'Europa non controlla la produzione dei marchi europei anche in Africa e in Cina?

03 novembre 2014

Report – siamo tutti oche

Perché tutti i marchi del lusso sono andati in Europa dell'est, per produrre i loro capi come i piumini d'oca?
Posti come in Ungheria, la Moldavia o addirittura paesi nemmeno riconosciuti dall'Onu come la Transnistria?
Quanto incide il costo di produzione dei capi di lusso sul costo finale del prodotto? Quanto costerebbe a Moncler, Prada, Versace se la produzione rimanesse in Italia? Avrebbero comunque margini per fare profitto?

Queste sono le domande cui ha dato una risposta il bel servizio di Stefania Giannini, che per mostrarci le immagini degli allevamenti di oche in Ungheria ha pure rischiato di prendersi una bella forconata.
Si parte dai piumini d'oca, quelli con marchio Moncler, marchio acquistato dall'imprenditore Ruffini. Capi che costano anche mille euro, ma che l'imbottitura sia costosa (e valga quel prezzo) è tutto da vedere, anche se è quello che il marketing vuole farci credere. Ma cosa c'è dietro il mondo dei piumini d'oca?
Di certo non ci sono tutte le belle immagini griffate delle campagne pubblicitarie.
Le oche da cui vengono le piume dell'imbottitura sono allevate dall'Ungheria e, come il contadino che le alleva, non sono così griffate. Le oche non sono presentabili come i bei modelli delle foto.
Filmare un allevamento, in questo paese, non è cosa facile: i giornalisti devono posizionarsi lontano dagli allevamenti, per non rischiare di essere aggrediti coi forconi (quelli veri, non metaforici).
Questa è gente che non ama che i giornalisti filmino le loro irregolarità.
Il lato oscuro del lusso nasconde allevamenti dove non si rispettano le norme europee che tutelano gli animali. E per la prima volta le telecamere di una televisione pubblica mostra queste immagini.

Le associazioni animaliste denunciano da anni le condizioni con cui vengono spiumate le oche, per prendere le loro preziose piume (quello che poi finisce nei giubbotti Moncler): in teoria dovrebbero essere presi in modo naturale, quando tra giugno e ottobre cambiano piumaggio.
I giornalisti di Report per avvicinarsi agli allevamenti hanno dovuto presentarsi come acquirenti: hanno potuto vedere coi loro occhi che le piume sono prese dalle oche vive (tenute ferme con le corde), in modo illegale.
Dopo la spiumatura, per disinfettare le ferite, vengono spennellate col mercurio cromo. Tutto questo succede 4 volte all'anno.
Le oche, dopo il trattamento, sono impresentabili: il 20% di loro subisce ferite gravi. Le immagini sono state portare all'Efsa, in UE.
Sabrina Giannini:A seguito della sua denuncia, 4 anni fa, gli esperti dell’Agenzia per la Sicurezza Alimentare Europea rilasciano il parere secondo cui “tale pratica può essere effettuata senza causare sofferenza o lesioni, se eseguita nel momento in cui sono in fase di muta e se vengono utilizzate tecniche di spazzolatura e pettinatura”.Ma non si trova un solo filmato che mostri queste tecniche delicate, si saranno basati su questo.Gli esperti ammettono che “vista la situazione attuale del commercio, la spiumatura -un sistema di raccolta delle piume che causa dolore - è inevitabile”.“Inevitabile” per un mercato dove aumenta progressivamente la domanda di piuma.Ma questi esperti arruolati dalla Commissione Europa avrebbero dovuto decidere solo sul benessere animale e non pensare agli interessi commerciali. Avrebbero dovuto suggerire il bando totale della spiumatura da vivo, sapendo bene che negli allevamenti industriali non conviene pettinare le piume... piuttosto si lasciano al vento.Oppure si spennano illegalmente. E si rivendono nel mercato senza macchia: basta dire che sono state pettinate. Grazie alla patente che rilascia la Commissione Europea.


E dunque la patente della commissione europea è stata rilasciata lo stesso, senza fare troppi controlli.
La paga degli operai è di 30 centesimi di euro: sono pagati a cottimo in nero, che hanno tutto l'interesse a fare in fretta. A discapito degli animali.

Gli acquirenti europei delle piume ungheresi sono tedeschi e italiani, che non si interessano della provenienza e di come le oche sono state spiumate.
Anche per il fegato, le oche sono maltrattate: sono forzare all'alimentazione, in deroga alle regole sul benessere animale. E le loro piume sono comunque vendute per fare altri piumini.

Naturtex, una delle più grande aziende del posto, acquista le piume grezze delle oche da macello: sono piume di scarto di poco prezzo. Ma con qualche passaggio di mano, la qualità cresce.
Tra l'altro nei piumini dei marchi di lusso nemmeno si capisce di che qualità siano le piume, se di oca (con maggiore potere gonfiante) o di anatra (di minore qualità).
Quando il piumino sparisce dentro un giaccone, come riconosci la qualità?

Il costo di un piumino Moncler: l'azienda spenderebbe dai 20-30 euro per i piumini, se acquistasse il miglior piumino. Forse per noi consumatori converrebbe acquistarli direttamente dall'Ungheria.
Nei piumini non c'è tracciabilità e nemmeno possiamo sapere da dove arriva il materiale: ma quanto costa l'intero prodotto, prima di arrivare nelle boutique?
Remo Ruffini è un imprenditore capace, italiano, che ha acquistato un marchio straniero. Ma produce poco in Italia: ha preferito spostarsi all'estero, usando (dice lui) i migliori prodotti. Ma i 20 30 euro di produzione sono sufficienti per sacrificare posti di lavoro?

L'inchiesta di Report mostra in realtà che la qualità della produzione non sembrerebbe eccelsa, almeno per l'imbottitura.
Gli imprenditori, anche italiani, che lavorano qui, sono preoccupati della qualità dei prodotti che Moncler gli passa
PROPRIETARIO FABBRICA CONFEZIONI IN ROMANIAMa… li mando indietro, se li facciano dove cazzo vogliono, loro e i loro capi. È un tessuto di merda questo qui. È un disastro. Partono i fili che... guarda qui. Che cazzo.

Moldavia, Romania, Armenia: qui si produce il Moncler (e Belstaff e Versace) a prezzi più concorrenziali rispetto ai produttori italiani.
In Romania si lavora nelle aziende di Ceausescu, in aziende che producevano le stoffe delle divise militari. Non a caso si lavora con una mentalità ancora sovietica, come livelli di produzione.
Qui un capo costa circa 40 euro, 45 euro al massimo: costa meno rispetto a quella italiana, ma non tanto da giustificare la delocalizzazione della produzione (anche perché non incide sul prezzo finale del capo).
Una volta questi capi venivano prodotti in Italia da aziende che sono rimaste senza commesse da un giorno all'altro, tagliati fuori da Moncler e gli altri. Per spingere al massimo il profitto.

I marchi del lusso possono disfarsi i piccoli produttori italiani, che sono stati costretti a lasciare a casa i lavoratori e a perdere i soldi dei loro investimenti per le macchine.
In 6 anni 400000 addetti nel manufatturiero hanno perso il posto: i marchi del lusso danno la colpa al costo del lavoro. Peccato che produrre in Italia abbia costi paragonabili a quelli rumeni: con 55 – 60 euro si portavano a casa il piumino.
Sono 10 euro, che fanno la differenza, su milioni di capi. Chi se ne frega dei posti di lavoro in Italia?

Le aziende rumene hanno comunque margini ridotti, e le operaie romene hanno preferito andare a lavorare in Italia. Non sono riusciti nemmeno ad importare le operaie dalla Cina, che hanno scioperato per migliori condizioni di lavoro. Così pochi giovani entrano in questo settore.

A raccontare di questa realtà Report ha intervistato Giuseppe Iorio: era l'esperto delle fabbriche della Romania, un pentito del lusso, uno che faceva il lavoro sporco che ha ucciso i laboratori italiani. È lui che per la prima volta parla dello spostamento della produzione verso la Transnistria.

L'avidità non è illegale, spiegava la Gabanelli: ma se la ricaduta sul sistema paese è spianare tutto l'indotto, con la cancellazione di un patrimonio di esperienza, questo è un problema del paese.

La Transnistria: in questo paese i giornalisti non possono entrare, è una zona franca per il traffico di armi, controllata da quello che rimane dal kgb. ma Prada l'ha trovato gradevole.
La giornalista ha subito tre controlli del passaporto: in albergo ti fanno sapere che non accettano la credit card, ma gli euro sono ben accettati.
Forse perché della manodopera che viene sfruttata per il lusso, nessuno ne deve sapere.

Sabrina Giannini ha sentito il direttore della fabbrica Intercentrelux, che produce per l'80% per marchi italiani.
Come Prada, per cui fanno tutto (taglio, stiro), e prendono per il loro lavoro 33,80 euro. Ancora meno dell'Ungheria, ma Prada vorrebbe pagare 20 euro, per sei ore di lavoro.
Significa 5 euro all'ora, un quarto del costo del lavoro in Italia.
Ma nei negozi, i capi di Prada made in Moldavia costano anche 2000 euro (ne costerebbero molto meno)…

Paradossale che nella repubblica dei soviet, non si possono conoscere diritti sindacali e stipendi. E che sui marchi sia scritto made in Moldova, non Transnistria. E l'UE chiude gli occhi.

Qui Moncler ha delocalizzato nel 2010, in un paese fuori da ogni regolamento internazionale, coi salari più basse, con le produzioni organizzate (stile soviet).
Capi che costerebbero 50 euro in Italia, vengono prodotti a 33 euro in Transnistria, per essere venduti a 1200 euro. Non ci sarebbero ragioni per spingere così verso il profitto e delocalizzare: pensate quanti posti di lavoro potrebbe creare Moncler e gli altri marchi, se tornassero in Italia.

Il presidente del Consiglio Renzi, che oggi visiterà un'azienda (la Palazzoli) che non permette riunioni sindacali da anni, il 15 dicembre 2013 ha elogiato Ruffini e il suo finto made in Italy. E pensare che lui sta dalla parte di quelli che creano posti di lavoro.

Milena Gabanelli ha poi mostrato i volti dei più ricchi imprenditori italiani: Prada, Armani, Bertelli, Diego Della Valle,Dolce e Gabbana, Cucinelli
Tutti famosi per i loro marchi made in Italy, ma eccetto per Cuccinelli, producono in parte all'estero, dove ci sono prezzi stracciati.
Visto che ora sono ricchi, che potrebbero concedersi il lusso di credere nel loro paese, senza pensare troppo al profitto. Dopo che hanno fatto tutti terra bruciata della produzione in Italia, puntando solo sul marketing.

Il caso Cucinelli: partito dall'Umbria, questo imprenditore è rimasto sempre in Italia e in sette anni ha triplicati i suoi dipendenti: sono contento che in Italia esistano persone come Cucinelli, dei veri galantuomini, capaci di coniugare impresa e dignità del lavoro. Capaci di avere una visione lungimirante. L'impresa deve pensare a 3 anni, ma anche a 30 anno e a 30 secoli.
È la dimostrazione che si può produrre in Italia e fare guadagni onesti. Ed essere perfino quotati in borsa: “vorrei fare profitto nella dignità dell'uomo”.

Fanno 9% di utili all'anno, un utile sano: il signor Cucinelli (che meriterebbe qualche titolo se già non ce l'ha) dice che si potrebbe alzare il profitto, ma tagliando sugli investimenti in produzione.
Degli altri che producono all'estero, risponde che “non sono qui per giudicare”.

Qui i dipendenti arrivano dalle scuole, dove gli studenti sono pure pagati: a dimostrazione del fatto che gli italiani certi lavori li fanno ancora, se pagati dignitosamente.
Perché qui la rammendatrice (il cuore del lavoro) guadagna il 15% in più di un impiegato. E hanno pure preso il premio di produzione.

L'appello di Milena Gabanelli: “tornate a produrre in Italia, potrebbe essere l'ultimo treno che salva la manifattura”.


Il link dove rivedere la puntata e il pdf con la sua trascrizione.