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18 agosto 2025

Dimenticare Milano di Romano De Marco

 


PROLOGO PRIMO

Golfo di Guinea, cinquecento miglia al largo di Lagos, Nigeria

Di fronte al mare aperto provo un senso di desolazione. Questo deserto color cobalto mi ricorda Thomas Mann, quando nel Doctor Faustus il protagonista chiede al diavolo di spiegargli come è fatto l’inferno.

Marco Tanzi era stato un buon poliziotto a Milano: come un serpente, ha cambiato pelle molte volte prima di ritrovarsi oggi a bordo di un mercantile, al largo delle coste africane, a capo di un gruppo di contractor che devono scortare la nave dagli attacchi dei pirati. Che in fondo non sono altro che disperati costretti ad assaltare navi straniere “ridotti in miseria da altri tipi di pirateria, come quella della pesca illegale perpetrata dalle flotte di Russia, Cina, Francia e altri Stati, Italia compresa”.

Poliziotto, poi clochard, poi la lenta risalita dal fondo, investigatore privato a Milano e ora contractor in Africa: uccidi senza lasciare testimoni scomodi. Un po’ come capitava una volta per le strade di Milano quando ancora aveva il distintivo.

Prima di scappar via in Africa lasciandosi alle spalle la vecchia vita e poche amicizie rimaste: Giulia la figlia, l’ex compagna, il collega Luca Betti nella Mobile di Milano.

Mi chiamo Marco Tanzi, ho cinquantatré anni. Sono stato un poliziotto e un investigatore privato. Ho vissuto otto anni in carcere e due per strada, fra i senzatetto.

Avrebbe voluto che il mondo si dimenticasse di lui, ma il destino gli sta presentando il conto.

PROLOGO SECONDO Via Cascina Bazzana, periferia sud di Milano

Corriamo pancia a terra, in un campo di erba medica, col rischio di cadere a ogni falcata per un sasso..

Luca Betti è un commissario della Mobile di Milano, è cresciuto professionalmente a fianco di Marco Tanzi che considera come un fratello, un (cattivo?) modello da imitare come poliziotto.

Prima che Tanzi lo abbandonasse senza un perché, senza una spiegazione.
Ha condotto diverse operazioni importanti contro il crimine organizzato, fino all’ultima operazione dove, ancora una volta, trovandosi di fronte ad una situazione delicata, decide di agire di propria iniziativa, senza aspettare quegli “ordini superiori” che avrebbero fatto perdere minuti preziosi.

Ma questa volta un collega viene colpito e Luca si ritrova sospeso dal servizio in attesa del completamente dell’indagine interna.

Luca Betti si ritrova senza un distintivo, forse senza un lavoro e con tanti sensi di colpa, per il collega in ospedale e in fin di vita. E per tutte le cose belle della sua vita che si sta perdendo, come la figlia Sara che vede poche volte.

«Ciao, Luca». 
«Marco». Luca Betti scuote la testa cercando invano le parole, la reazione giusta. 
«Non so se sbatterti la porta in faccia, abbracciarti o prenderti a pugni». 
«Intanto che ci pensi, mi fai entrare?»

I due (ex) poliziotti si ritrovano adesso a Milano: Marco Tanzi è stato informato che Lorenzo, il figlio del fratello Renato, è stato picchiato e abbandonato in un cassetto. Deve scoprire chi è stato a ridurre Lorenzo in quel modo, sospeso tra la vita e la morte. C’è un motivo molto personale che lo spinge a farsi giustizia, a modo suo, senza aspettare la giustizia che, forse, nemmeno è interessata veramente a risolvere quel caso.

Un motivo molto personale, che si scoprirà poi nella storia: Tanzi deve tornare nella sua Milano per la sua indagine non autorizzata e l’unica persona che può aiutarlo e Luca, l’amico che ha tradito già una volta. E Luca non può che dirgli di sì.

Lorenzo Tanzi lavorava in una comunità di accoglienza, gestita da un prete noto nel settore con molti agganci nella politica: qui aveva conosciuto due ragazze straniere, Inessa e Alina, che erano sfuggite dal racket della prostituzione e si erano rifugiate nella comunità. L’indagine non autorizzata e molto pericolosa deve partire da qui: Tanzi e Betti devono stare attenti a come muoversi, non potendo agire alla luce del sole come poliziotti, Betti rischierebbe la carriera se in Questura scoprissero che sta gestendo un’indagine personale. Ma devono guardarsi le spalle anche da un nemico più insidioso: le domande sulle due ragazze sono arrivate all’orecchio di qualcuno che non ama che i suoi affari siano intralciati da curiosi o dalla polizia. Affari sporchi, perché quella che è considerata la capitale morale d’Italia, la città dei grattacieli che pensa di lavarsi la coscienza green coi boschi verticali, è anche la città dove il crimine ha un altro stile: “la corruzione e il malaffare sono gestiti da colletti bianchi e bande di criminali internazionali”.

L’indagine privata di Tanzi e Betti sarà costellata da una scia di morti: è una guerra, come quella contro i pirati nelle acque del golfo della Guinea, anche questa è una battaglia da portare avanti senza troppi scrupoli di coscienza. Perché il nemico che hanno davanti di scrupoli non se ne fa proprio: tutto ha un prezzo e tutto è in vendita, anche la vita degli schiavi che dispongono come merce da piazzare sul mercato

Esseri umani venduti al miglior offerente. Articoli viventi, selezionabili su un vero e proprio catalogo fotografico pubblicato sul dark web per una ristretta cerchia di utenti vip. Una volta scelti, i soggetti venivano lavati, vestiti secondo le preferenze del cliente di turno e consegnati a domicilio.

Tanzi è determinato ad andare fino in fondo e Betti non può che stargli a fianco per quel senso di amicizia che riesce a passar sopra a tutti i tradimenti e al rischio di finire a sua volta ammazzato:

«Levami una curiosità: hai mai incontrato qualcuno senza ammazzarlo?»

«Be’, a te mi pare che non t’ho ancora ammazzato».

«Sì, è vero. Anche se a volte penso che tanto varrebbe togliersi il pensiero».

Dimenticare Milano è un noir dove si parla della Milano criminale e di quella zona grigia attorno fatta da avvocati e professionisti che, con pochi scrupoli di coscienza, si occupano dei beni delle mafie. Un libro che farà aprire gli occhi su quella realtà criminale di cui se ne parla ancora troppo poco.

Ma al centro del racconto ci sono questi due personaggi così spigolosi e solitari, uniti dai tanti fallimenti delle loro vite: Tanzi, l’ex poliziotto che è bravo a salvare gli altri ma non a salvare sé stesso che alla fine di questa storia dovrà finalmente fare i conti con la coscienza e con quel segreto che si porta dentro da tanti anni. E Betti a cui ora la vita, dopo tanti fallimenti, potrebbe dare una nuova chance.

La scheda del libro sul sito di Ubagu Press e il pdf del primo capitolo.

I link per ordinare il libro su Ibs e Amazon


11 novembre 2019

Le inchieste di Report – il futuro dei rider, il tifo negli stadi e le nostre App


I rider che consegnano il cibo, l'inchiesta sul tifo organizzato e i legami con la criminalità e, nell'anteprima, un'inchiesta sui dati che forniamo alle App: questi gli argomenti della puntata di stasera di Report.

Le APP-ARENZE di Cecilia Andrea Bacci

Siamo così timorosi quando si tratta di dare i nostri dati ad uno sconosciuto ma allo stesso tempo non ci facciamo problemi a condividere tante informazioni personali con società straniere che hanno pure sede al di fuori dell'Europa (e che dunque non garantiscono tutte le protezioni in materia di privacy).
Vi ricordate la App che vi invecchiava, partendo da un selfie? Bene la vostra immagine è stata acquisita da una società con sede in Russia, che si è potuta costruire un bel database di volti, si spera per non farci nulla di male.
C'è poi la questione dell'invasività delle App che, una volta installate, vorrebbero prendere possesso del telefonino e dei nostri dati: rubrica, gps, telefono.
Sanno più loro di dove siamo stati e cosa abbiamo fatto che non molti dei nostri amici.

Qual è il prezzo da pagare per questa identità social che, a volte, è come una seconda identità lontana da quella reale?
Guardarsi allo specchio è diventato complicato: potremmo non riconoscerci. Il nostro specchio, infatti, si è trasformato nello schermo di un telefonino e la “perfezione” è a portata di tocco. Cosa succede se costruiamo un'immagine social migliore della nostra immagine reale? Tutto passa attraverso un selfie: un semplice scatto per noi, oro che cola per le società che gestiscono le app di fotoritocco. Perché queste app chiedono di raccogliere i dati del nostro GPS, avere accesso alle nostre rubriche, gestire le nostre chiamate e poter modificare la priorità assegnata alle altre applicazioni installate sul telefono? Regaliamo quotidianamente l'accesso a questi dati e al nostro volto. Come vengono conservate queste informazioni? E perché?

Il futuro dei Rider

Nato come un lavoretto, da fare per poche ore al giorno, come strumento per prendere qualche soldo per studenti o persone senza lavoro, quello dei Rider è diventato un lavoro a tutti gli effetti se si mette in conto le ore passate sul sellino, i turni di lavoro decisi da un algoritmo e le chiamate via App, i rischi di infortunio sulle strade (e le strade delle città italiane non brillano per sicurezza, specie per l'assenza di piste ciclabili).
Che futuro si devono aspettare i riders, quelle 30mila persone che ci consegnano il cibo a domicilio?
Nel decreto crisi aziendali, il governo (in special modo il m5s) ha cercato di regolare questi lavoratori che, fino ad oggi, non hanno diritti né tutele, introducendo anche per loro un salario minimo.
Molti di loro si sono rifiutati, preferendo mantenere lo status quo, ovvero la situazione di lavoro a cottimo per cui più pedali, più guadagni (ma più rischi).

D'altronde anche le App che, almeno per loro, hanno sostituito il responsabile, premiano i riders che fanno più consegne in meno tempo: ma dietro ai pochi soldi che entrano nelle tasche dei riders (molti dei quali nemmeno sono studenti o persone in cerca di altro), si nascondono i guadagni enormi delle società della Gig economy.
Società senza strutture, senza personale (il minimo), pochi investimenti iniziali, tanti guadagni e poche tasse, almeno in Italia.
E poca voglia di parlare coi giornalisti.

Giovanna Boursier è riuscita a parlare con un dispatcher di Foodora, una persona cioè che lavora dietro l'algoritmo che assegna le consegne ai rider e a controllare che tutto funzioni: questa persona ha ammesso che era possibile controllare i fattorino anche fuori l'orario di lavoro, si poteva controllare dove erano prima dell'inizio del turno e anche dopo. A volte si è spostato un ordine da un fattorino ad un altro, probabilmente per punizione.
L'algoritmo ti localizza quando non lavori e persino quando sei in vacanza, persino se la geolocalizzazione del telefono era spenta.


Boursier racconterà anche la questione dei rider licenziati, ovvero di coloro a cui è stata bloccata l'applicazione, di fatto licenziandoli.

La scheda del servizio: EASY RIDERS di Giovanna Boursier in collaborazione di Eva Georganopoulou e Greta Orsi
I rider sono i fattorini che ci portano il cibo, e non solo, a casa. In Italia ormai circa 30 mila e continuano ad aumentare, non sono solo giovani studenti che integrano il bilancio familiare negli anni dell’università, ma anche cinquanta-sessantenni che hanno perso impieghi precedenti. Ci stiamo abituando a vederli nelle nostre città: pedalano velocissimi, anche di notte, spesso in contromano. Corrono perché sono pagati a consegna, ossia a cottimo: più portano ordini, più guadagnano. Più danno disponibilità più acquisiscono dall’azienda un punteggio, che consente loro di prenotare più facilmente ore e turni di lavoro. È la nuova frontiera del lavoro nella gig economy, l’era delle piattaforme digitali, in cui mentre la crisi economica rende irreversibile la precarietà, tutto deve essere invisibile, compreso lo sfruttamento dei lavoratori. Invisibili cercano di restare anche i manager delle società di delivery: da Just Eat a Deliveroo, a Glovo. Molte fanno capo a multinazionali i cui bilanci in perdita spesso nascondono ricavi enormi. Impossibile parlare con loro, nemmeno tramite l’app.

L'inchiesta sul tifo organizzato (e dei legami con la criminalità)

Federico Ruffo torna ad occuparsi di tifo organizzato e dei suoi legami con la criminalità organizzata: le sue inchieste passate avevano suscitato molte polemiche, eppure le inchieste della magistratura gli hanno dato ragione.
I legami tra la curva juventina e la ndrangheta (e i tentativi riusciti di pressione sulla società) ci sono stati davvero. Come reali sono anche i contatti tra capi ultrà della curva milanista e il mondo dello spaccio (e Report aveva anche ricordato quell'abbraccio imbarazzante tra l'ex ministro dell'interno Salvini è un capo ultras già condannato).
Questa volta ci si sposta sulla piazza di Roma, con la storia dell'omicidio del capo degli irriducibili della Lazio Fabrizio Piscitelli: forse a Roma la mafia non c'è, ma di sicuro esiste ed è ben radicata una criminalità violenta che si è spartita la città sul traffico della droga.

Il nome di Piscitelli è nelle carte dell'inchiesta su Mafia Capitale e in altri processi è stato considerato vicino al boss della camorra Michele Senese ('o pazzo), uno dei quattro re del narcotraffico di Roma.
Il suo omicidio è stato un'esecuzione in piena regola, un colpo alla nuca sparato da un killer che sapeva dove e quando trovarlo: uno spessore criminale così forte da portare il Questore a vietare i funerali pubblici, almeno sulla carta.
In chiesa era presente solo la famiglia, ma fuori era presente tutta la curva, anzi le curve e l'estrema destra: Luca Lucci, leader della curva sud del Milan pregiudicato per droga e lesioni, Luca Castellini, coordinatore in Veneto di forza nuova e capo della curva del Verona, Valerio Arenale segretario del movimento patria nostra e coordinatore di forza nuova.
E poi gli irriducibili della Lazio che, durante il funerale, riconoscono le telecamere di Rai3 e Federico Ruffo e iniziano ad insultarli: “sei uno sciacallo come tutti i giornalisti .. comunisti de' merda”.

Federico Ruffo ha incontrato Fabrizio Toffolo, capo ultras degli irriducibili della Lazio, che nel passato era stato gambizzato due volte: il giornalista gli ha mostrato una nota della Questura secondo cui una fonte confidenziale aveva presentato con tutti i particolare i motivi dell'agguato, dietro cui c'era proprio Piscitelli.
Dietro l'agguato, la riorganizzazione del tifo nella curva laziale.

Report è tornata poi sulla morte dell'ultra juventino, Dino Mocciola leader dei drughi, con gli arresti effettuati dalla Digos di Torino nei confronti di alcuni ultras della Juventus, con le accuse di estorsione aggravata e riciclaggio.
Nella puntata verrà mostrata la lettera dell'ex Questore di Torino, oggi allo Sco, in cui scriveva che ancora nel 2018 la società dava i biglietti agli ultras senza farli pagare: un atteggiamento che è stato definito inopportuno.

Sul Fatto Quotidiano di domenica 10 novembre potete trovare una anticipazione della puntata:
Il questore si è accorto che la Juventus Fc sta ancora fornendo biglietti agli ultras senza farli pagare. “Atteggiamento – si legge – inopportuno”. E Messina dice a Report: “La mia lettera è lo spartiacque perché la società non ha più scampo: non può, se è una società seria, non prendere in considerazione una situazione che poi la può vedere non solo come vittima, ma la potrebbe vedere a un certo punto connivente”.

La scheda del servizio: ULTRAS SPA di Federico Ruffo in collaborazione di Lorenzo Vendemiale

Una nuova inchiesta su affari e illegalità che ruotano attorno al tifo del calcio. A Roma il re della Curva Nord Fabrizio “Diabolik” Piscitelli cade in un agguato da Romanzo Criminale: un filo porta al narcotraffico e a Massimo Carminati. A Milano, invece, la tifoseria dell’Inter è spaccata da una faida interna. A scatenarla ci sarebbero anche questioni connesse al bagarinaggio, alle quali non sarebbero stati estranei, nel corso degli anni, alcuni settori della società. Report tornerà anche sulla vicenda che riguarda i gruppi ultrà della Juventus, i cui storici capi sono stati tutti arrestati lo scorso 16 settembre, indagati a vario titolo per associazione a delinquere, estorsione aggravata, riciclaggio e violenza privata: secondo la Procura di Torino sarebbero artefici di una strategia estorsiva nei confronti della società, che avrebbe avuto la prontezza e il coraggio di denunciare. Eppure le date su alcuni documenti potrebbero raccontare una storia diversa.

06 luglio 2012

La prima volta

La bomba fatta scoppiare martedì scorso, davanti casa del procuratore di Mantova Giulio Tamburini è un segnale: chi ha piazzato l'ordigno, sapendo dei danni che avrebbe potuto creare alle cose e alle persone voleva lasciare un messaggio.
Quale fosse, è facile capirlo: il giudice, della DDA di Brescia, si sta occupando delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella provincia di Mantova.
"Il magistrato mantovano, 54 anni, è anche distaccato per la Dda di Brescia e si occupa di delicate indagini sulla criminalità organizzata. Gli investigatori non escludono alcuna matrice dell' attentato, ma privilegiano quella della criminalità organizzata che a Mantova sta alzando la testa.

Da tempo Tamburini è infatti titolare di importanti indagini penali che spaziano dall'inquinamento (a Mantova è pm nel processo in corso contro l'inquinamento del polo chimico contro la ex Montedison), alla criminalità organizzata, da quella di etnie straniere, soprattutto di provenienza indiana, sino a singoli procedimenti riguardanti minacce e aggressioni riferite a cittadini italiani e stranieri."
E' la prima volta di un segnale intimidatorio del genere, contro un magistrato, qui al nord.