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06 settembre 2022

Presadiretta – I signori del gas

Europa, togli le sanzioni e il gas riprenderà a girare: la Russia, con le dichiarazioni di Lavrov è stata chiara col suo ricatto sul gas che sta mettendo in crisi le nostre imprese e le famiglie.

Il gas che finanzia la guerra in Ucraina ieri ha toccato un altro picco, 283 euro Mw/ora, dieci volte il prezzo dello scorso anno. Il gas è un'arma economica puntata contro di noi.

L'arma del gas

Putin userà il gas per dividerci, per creare problemi alle nostre società: sono le parole di Timmermans, quando presentò la proposta di tagliare i consumi del 15% in Europa.

Oggi stiamo puntando al risparmio del gas e al suo razionamento: ma come siamo arrivati a questo?

Nel 2000 già l'Europa, in un documento metteva nero su bianco i rischi della dipendenza energetica, ma negli ultimi 20 anni in Italia la dipendenza è purtroppo aumentata.

Una volta il gas arrivava dall'Algeria, ma per la sua instabilità, abbiamo preferito il gas russo: era il 2006 e Eni firmava un accordo strategico con Gazprom a pochi mesi dal contenzioso tra Russia e Ucraina.

L'accordo trentennale con Gazprom sembrò la scelta giusta per il governo italiano, diventando però un'arma puntata contro l'Italia e gli altri paesi, coi tagli alle forniture del gas.
Ad ogni blocco, il prezzo cresceva: secondo Massimo Nicolazzi la Russia non bloccherà del tutto il flusso del gas (che incide sul reddito del paese, col gas si pagano pensioni e stipendi).

La realtà è che oggi la Russia sta dando all'Italia meno gas ma incassa più soldi, per i rincari, ma se la Russia chiudesse i rubinetti andremmo verso il razionamento, dove la politica deve decidere a chi far arrivare il gas e a chi no.

E il gas italiano?

Secondo il professor Bianchini il gas italiano coprirebbe solo una parte del fabbisogno, i giacimenti più profittevoli sono stati già usati, gli altri richiederebbero maggiori costi per l'estrazione.

La parola d'ordine è diversificare: i nostri ministri assieme all'AD di Eni sono andati in giro nel mondo per stipulare altri contratti che non saranno effettivi se non tra due o tre anni.

Il gas arriverà in forma liquida, dall'America, ma servono i rigassificatori: ad oggi ne abbiamo solo uno attivo che riceve il gas dagli USA, con contratti fino al 2027.
Snam ha comprato altri due rigassificatori con una spesa da 750ml di dollari: quello di Piombino sarà pronto non prima di sei mesi, l'altro a Ravenna ancora dopo.
Ma conviene puntare ai rigassificatori? Secondo gli analisti di Ecco, seguendo le politiche di decarbonizzazione, non conviene puntare a nuove infrastrutture ma sui risparmi.

Il viaggio nell'industria italiana

Presadiretta è andata in Veneto e Lombardia questo luglio per capire quale fosse la situazione coi rincari dell'energia.

A Brescia nello stabilimento della Feralpi si produce acciaio per l'edilizia, come i tondini per il cemento armato: lavorano col ferro riciclato, anche in Europa.
Il processo di fusione del ferro ha bisogno di energia: il presidente Pasini a luglio raccontava di come la guerra abbia loro costretto a prendere il gas da altri paesi e non più dalla Russia.

Ma questo ha portato ad un aumento dei prezzi, dovendo rimodulare un aumento dei contratti stipulati (prima della crisi): hanno in vista fermi prolungati da parte di tutti i produttori di acciaio, mandando in vacanza gli operai e alla fine ricorrendo anche alla cassa integrazione (da agosto a novembre 2022).

Tutti quelli che hanno vinto un appalto pubblico coi valori precedenti dell'energia si trovano nella stessa situazione: l'acciaio per le costruzioni, per la componentistica, i cavi, è tutto aumentato rispetto dai tempi dell'appalto. Così, alla Coima, azienda che lavora nel settore delle costruzioni, lavorano in perdita.

Il governo ha varato gli aiuti, ma non basta: sono a rischio tutte le opere pubbliche nel nostro paese, comprese quelle per mettere in sicurezza il territorio, come quello vicentino dopo l'esondazione del Bacchiglione.
Sempre in Veneto, Marangoni della Coima ha un appalto per bonificare le acque inquinate dal PFAS: con l'aumento delle materie prime questi cantieri costeranno di più allo Stato, anche del 30% di più.

Ma questo aumento mette a rischio il piano del PNRR, oltre ai costi dello stato.

Ma l'Italia può far poco: le aziende che hanno in mano le materie prime sono poche e fanno cartello. Vale per il gas e per il cemento, racconta il presidente di General System a Presadiretta: questa azienda scarica il cemento dalla Croazia, che a sua volta lo importa dalla Cemex cemento, che si divide il mercato con altre quattro aziende che posseggono migliaia di cementifici e fanno il prezzo del cemento nel mondo.

Anche l'acciaio lo dobbiamo comprare da fuori: il gruppo Marcegaglia lo scarica dal porto di Ravenna per lavorarlo nei suoi impianti.
Nello stabilimento di Ravenna sono stipati i rotoli di acciaio importati da tutto il mondo, prima della guerra anche dall'Ucraina.

L'acciaio è aumentato da 400 euro a 1200 euro, oggi siamo a 800 euro kg. A questo si deve aggiungere l'aumento di gas ed elettricità: il costo di produzione per il gruppo Marcegaglia è dunque raddoppiato.

Per capire l’impatto sul settore produttivo dei rincari in questo stabilimento bisogna tener conto che l’acciaio della Marcegaglia arriva ad altre 15000 aziende e impatta sull’edilizia, sui costruttori di auto, autobus e treni, sull’industria degli elettrodomestici, sull’agricoltura, sulla chimica, sugli arredamenti..

La JVP, un'azienda che lavora con l'acciaio per prodotti della casa, ha scelto di lavorare in perdita per rispettare gli appalti, ma chi non riesce a lavorare così, perché non ha alle spalle delle riserve, deve chiudere.
La cartiera Progest a Mantova si occupa di riciclare la carta: usano tanto gas per asciugare la carta, così il costo di produzione è triplicato, rendendo difficile fare qualsiasi pianificazione per la produzione.

I cartoni della Progest finiscono nell'impianto della famiglia Zago, che producono imballaggi per frutta, per la pizza: i rincari saranno scaricati sui clienti finali ammettono a Presadiretta.
Ma ci sono aziende, come la Tecnoriver che lavora nel tessile, che non possono aumentare i prezzi: molti dei dipendenti sono in cassa integrazione.

“Ci hanno portato la guerra in casa, chi se lo sarebbe immaginato ..” raccontano le operaie.
Ci sono imprenditori che non ce l'hanno fatta a sostenere questa situazione: Claudio Fiori si è ucciso, trovandosi in una situazione che non sapeva affrontare, non potendo pagar stipendi per problemi finanziari.

Le compensazioni del governo, in questi casi, sono solo dei tamponi, non bastano.

Assocarta dice che l'80% delle aziende è ferma, Federmeccanica dice che il 50% delle aziende sta decidendo la riorganizzazione del lavoro, il presidente di Federlegno dice che ad ottobre ci sarà il blackout. Il presidente di Farmindustria spiega che è la produzione dei prodotti medici sarà a rischio.

Tutte le condindustrie stanno lanciando un grido d'allarme, racconta in studio Marco Gay di Confindustria Piemonte: si deve agire adesso senza aspettare il nuovo governo.

Così Draghi ha messo per le imprese e per le famiglie sul piatto 50mld di euro ma non basta per le imprese, per il ricatto di Putin.
Se le aziende chiudono, rischiano di uscire dalle filiere produttive nel mondo, rischiando di rimanerne fuori per lungo tempo.

Non si può più fare una distinzione tra aziende energivore o meno: la risposta al ricatto di Putin deve arrivare dall'Europa, mettendo un tetto al prezzo del gas, per non far scoppiare una guerra tra poveri tra i vari paesi europei.
Si deve spingere per un negoziato per fermare la guerra: ci vuole la pace col rispetto dei paesi e dei popoli – la conclusione di Gay.

Il gas della libertà

Le aziende che estraggono il gas col fracking stanno vivendo adesso un momento felice: dall'America arriverà il gas liquido per sostituire quello russo.
Lo shale gas è il nuovo business: la proposta di Biden è fornirci via nave il loro gas liquefatto, per un totale di 15mld di gas per tutta l'Europa quest’anno.
Lo chiamano il gas della libertà: Presadiretta è andata a visitare il terminal della Cheniere dove si tratta il gas per renderlo liquido. Il 75% dei carichi vanno verso l'Europa, dove per colpa o grazie alla guerra i clienti di Cheniere hanno deciso di puntare sul vecchio continente.

I prezzi del gas alto rendono l'Europa una gallina dalle uova d'oro: altro che mercato che si regola da solo. Il mercato del gas liquido sta attraendo nuovi investimenti anche dall'italiana Banca Intesa: si tratta dello shale gas, gas estratto pompando acqua nelle rocce.

Ma si tratta di una rivoluzione tecnologica con danni incalcolabili per l'ambiente, perché si emette metano nell'atmosfera, perché consuma molta acqua.
Lo shale gas, il gas liquido che importiamo dall'America non è pulito – Presadiretta se ne era occupata lo scorso anno, in un servizio che aveva seguito gli impianti in Texas e in Luisiana.

I signori del petrolio, come quelli della Commonwealth LNG, si stanno lanciando nello shale gas e nel gas liquefatto: non si importano degli impatti sull'ambiente, quello che conta sono i profitti, rendersi indipendenti dal gas russo.
Noi abbiamo bisogno del gas americano, ma a che prezzo? Il nostro bisogno di gas sta spingendo il prezzo del gas in alto, causerà altre emissioni, di cui dovremo tener conto.

Cosa faremo quando il gas finirà? E cosa faremo quando gli effetti dei cambiamenti climatici non si potranno più nascondere? Nella zona tra la Luisiana e il Texas si stanno pianificando nuovi impianti per la liquefazione, strutture che guadagnano miliardi di dollari mentre gli uragani continuano a creare danni alla popolazione di queste zone.

Altro che gas della libertà, secondo gli ambientalisti che si battono contro lo shale gas, il film è diverso: “quale libertà, se sei drogato e cambi spacciatore, sei ancora dipendente dalla droga”.

In studio era ospite Matteo Villa, consulente dell'Ispi: a lui Iacona ha chiesto se con questo shale gas il costo di questa materia si alzerà o diminuirà?

Il mercato regola il gas – ha risposto il ricercatore - non Biden o gli accordi con l'Europa: gli Stati Uniti fanno soldi con lo shale gas, ma l'Europa dovrà rubare il gas da altri paesi, perché ce n'è poco. Alla fine, avendo lasciato mano libera al mercato e ai signori del gas, il prezzo sta crescendo anche in America e dunque ci saranno problemi economici anche lì, mentre le aziende del gas liquido e gli esportatori stanno facendo tanti soldi.

Il gas algerino

Il contratto con l'Algeria a quali condizioni è stato siglato? L'Algeria è il nostro secondo fornitore e a questo paese ci siamo rivolti: Draghi ha annunciato l'accordo la scorsa primavera, ma adesso non sappiamo ancora quanto gas riceveremo e nemmeno a quale prezzo.

Sono 3 mld di metri cubi quest'anno e 3 il prossimo, in cambio Eni investirà ancora di più in Algeria, con sviluppo di infrastrutture nel paese.

MA l'Algeria riuscirà a garantire questi metri cubi promessi?

L'ex ministro Attar racconta a Presadiretta che l'Italia è il paese collegato meglio all'Algeria, ma la capacità produttiva non è garantita, per cui si dovrà produrre gas di scisto estratto dal deserto algerino.
Ma in Algeria c'è anche Gazprom: secondo l'ex ministro più che il rapporto col gas, conta il rapporto militare ed economico tra Russia ed Algeria.

E se Putin facesse pressioni per bloccare il gas verso l'Italia? La Russia sa che nessuno potrà garantire all'Italia la quantità di gas russo.

C'è poi la questione del prezzo: l'Algeria ridiscuterà i prezzi del gas con gli aumenti generalizzati, ci sarà un aumento del 10 fino al 30% del valore. È il mercato, purtroppo.

L'economia algerina dipende molto da petrolio e gas: sono soldi con cui lo stato garantisce un buon welfare ai suoi cittadini, gli studi, le case.
Coi soldi del gas si è garantita la pace sociale, si è tenuto in piedi il regime e quando questo non basta, scattano le proteste. E gli arresti di molti oppositori oggi rinchiusi nelle carceri.
Il gas è usato come arma diplomatica con altri paesi come il Marocco: lo scontro nasce dalla rivendicazione dei territori contesi, su cui la Spagna ha appoggiato il Marocco.

La posizione di forza dell'Algeria nei confronti dell'Italia è stata già esercitata: lo dimostra la storia della sovranità territoriale algerina che, in modo unilaterale, è stata estesa nel 2018 fino a lambire le coste sarde. Hanno creato una sovranità nel mare a due passi dalla Sardegna – racconta a Presadiretta l’ex presidente Pili: la cartina pubblicata dal mensile Limes mostra quanto sia estesa questa zona. L’ex ammiraglio Fabio Caffio, di fronte a questa cartina, spiega come i pescatori sardi, superate le 12 miglia di acque territoriali potrebbero trovarsi, in teoria, una motovedetta algerina che gli addebita la pesca illegale nella loro zona: “L’Algeria ha esercitato una forma di potere geopolitico, allargare la giurisdizione sugli spazi marittimi in modo da acquisire più acqua e quindi più potere negoziale nei confronti dei vicini.”

L'Italia ha protestato nel 2018 ma non si sono mai fatti passi avanti, specie adesso dopo i contatti col governo algerino per il gas. Oggi l'Italia è sotto scacco dall'Algeria, per qualche miliardo di metri cubi di gas con cui abbiamo barattato la nostra sovranità nazionale.

Oltre a questo, siccome dall'Algeria non stiamo importando tutto il gas promesso è probabile che per soddisfare le richieste italiane gli algerini dovranno togliere del gas dalla Spagna – racconta in collegamento il ricercatore Villa. Ma c'era un'altra risposta possibile a questo ricatto russo?

Le guerre fossili

Energie fossili e guerre sono legate: i flussi di gas dalla Russia alimentano la guerra in Ucraina, oggi Gazprom vende meno gas ma, grazie all'aumento dei prezzi, sta incassando di più.

Tutto questo è stato preparato da tempo, danni: da una parte la diminuzione dei flussi e dall'altra parte l'aumento delle spese militari.

Putin sta puntando anche sulle armi nucleari, sia a livello strategico che a livello tattico, ovvero per colpire paesi più vicini.
L'anno di svolta è stato prima il 2008 con l'invasione della Georgia e nel 2014 con l'invasione della Crimea: molti analisti hanno correlato l'aumento dei prezzi dell'energia con lo scoppiare delle guerre, come successo adesso in Ucraina.
Gli stati petroliferi hanno risorse a cui attingere per le loro guerre e, a causa dell'aumento dei prezzi, possono ricattare altri paesi: l'Europa ha fatto fatica a rimpiazzare il gas russo, a buon mercato.

Il professor Michael Klare lega petrolio e guerre: per il petrolio sono state scatenate le guerre coloniali, Hitler ha invaso la Russia per il controllo del petrolio e così fino alle guerre in Iraq.
Gas e petrolio creano dipendenze e vulnerabilità per la sovranità nazionale: se li eliminassimo, potremmo eliminare anche le guerre nel mondo.

Matteo Villa è scettico rispetto alle manovre messe in piedi in Europa: ridurre le bollette, mettere il tetto al gas, sono manovre che hanno un costo, si rischia di mantenere gli attuali livelli di consumo col rischio di esaurire le riserve.
In Italia 50 mld sono stati bruciati in questi dieci mesi per ridurre le bollette in dieci mesi, mentre avremmo dovuto spendere miliardi per facilitare la transizione ecologica.

Come hanno fatto in Spagna e Portogallo: il Portogallo ha scelto di investire nelle rinnovabili, consumano poco gas e sono meno dipendenti dalle speculazioni sul mercato e dal ricatto russo.
A marzo tutta l'energia di cui ha bisogno il paese deriva dalle rinnovabili, ha chiuso le centrali a carbone e si appoggia oggi a sole e vento.
Il solare viene usato anche sulle acque di una diga esistente: si crea energia dal bacino idroelettrico e dai pannelli sull'acqua, con un impianto realizzato in cinque mesi.

Questo paese è il secondo produttore di energia pulita dal vento dopo la Danimarca: le turbine sono state realizzate lontano dalla costa, non visibili, le quali generano più energia rispetto a quelle sul territorio, più impattanti.

E in Italia? In Italia c'è un mercato difficile, per sviluppare i progetti ci sono tempi lunghi, colpa dei decreti che mancano per snellire le procedure per impianti di rinnovabili, mentre in Portogallo sono capaci di generare energia perfino dallee onde e in modo stabile.

L'impronta green la si vede anche nelle città: piste ciclabili, zone a basso impatto di emissioni dove le auto devono circolare a bassa velocità, parcheggi con centraline per la ricarica.

IL paese arriverà all'80% di energia rinnovabile entro il 2026, quattro anni prima dell'Europa: tutto il paese si muove in questa direzione, grazie ad una precisa scelta politica.

La decarbonizzazione e la transizione energetica sono state una opportunità per risollevarsi dalla crisi economica che questo paese ha avuto qualche anno fa, hanno riconquistato la loro libertà.

20 settembre 2020

Anteprima delle inchieste di Presadiretta – la ripartenza verde

In Italia arriveranno più di 200 miliardi dall'Europa, per il recovery fund: come li spenderemo questi soldi?

Per costruire nuove autostrade? Nuovo cemento per ostruire gli argini dei fiumi? Le nostre città torneranno ad essere intasare di auto, con tutti gli effetti negativi sulla qualità dell'aria (di cui il traffico è una delle cause)?

Oppure daremo finalmente una svolta verde, sostenibile, alla nostra economia?

Che fine ha fatto il new deal europeo per uscire dalla dipendenza delle energie fossili?

Presadiretta si occuperà di questo, della “ripartenza verde”: non ne beneficerà solo l'ambiente e la nostra economia (perché in questo settore giovane ci sono grandi margini di crescita) ma anche la nostra salute.

Ci sono studi (ancora in corso e i cui risultati dovranno essere controllati) che hanno evidenziato una correlazione tra inquinamento e aumento della diffusione del coronavirus: in Italia, analizzando l'aria della città di Bergamo, il virus è stato trovato su diverse estrazioni di RNA.


Presadiretta ha intervistato Jeremy Rifkin, economista e sociologo americano, sul tema delle energie rinnovabili (eolico, solare) che in questi ultimi 25 anni hanno un forte impulso e che oggi costano sempre di meno.

“Negli anni 70 un watt di energia solare costava 78 dollari, oggi ne costa 35-40 centesimi. In Europa grandi società di servizi di energia stanno acquistando energia elettrica a 4 o perfino 2 centesimi per Kw/ora. Al contrario tutti gli investimenti che si continuano a fare sui combustibili fossili sono oggi degli asset non recuperabili. Una grande banca mondiale ha calcolato che siamo seduto su 100 trilioni di dollari di beni irrecuperabili dell'industria del combustibili fossili. E' la più grande bolla economica della storia, perché oggi sole e vento sono più convenienti del fossile.

Tutti i diritti all'esplorazione che le società dei combustibili fossili hanno già acquistato non verranno mai ammortizzati. Tutto il petrolio e il gas trovati non verranno mai estratti perché sarà troppo costoso farlo. Le pipeline che portano gas e petrolio diventeranno inutilizzabili. Non avremo più nemmeno bisogno di tutte le raffinerie petrolchimiche. Non c'è nessun motivo oggi per rimanere con una infrastruttura morente, che non darà alcuna possibilità di investimento, di business e di lavoro.

Siamo seduti su un crollo di proporzioni gigantesche che avverrà entro otto anni e la pandemia potrà solo accelerare il processo, perché il mondo consuma 96 milioni di barili di petrolio al giorno e i due terzi servono per il trasporto. Ma adesso è finita: durante la pandemia per lunghi periodo non abbiamo usato i trasporti e il prezzo del petrolio è crollato 12 dollari al barile. L'industria del petrolio sta perdendo milioni di dollari ed è nel mezzo di un collasso, fra tre anni le auto elettriche saranno competitive con quelle tradizionali e tra cinque anni costeranno meno. Stiamo vedendo in tempo reale le ultime fasi della civiltà dei combustibili fossili che ha dominato gli ultimi 200 anni”

Da Rifkin a Stefano Mancuso, lo scienziato italiano che racconterà del nuovo modello di città con soluzioni naturali:

“abbiamo un modello di città come qualcosa di separato dalla natura, ma questa è una soluzione primitiva, noi non abbiamo più bisogno di proteggerci dalla natura, anzi, dobbiamo rientrare a far parte della natura. Non c'è nessun motivo per cui le nostre città siano completamente edificate. Dobbiamo costruire città che rispondono ai principi della vita vegetale, quindi delle città che siano autonome energeticamente, che non producono rifiuti, che consumino pochissime risorse.

Noi viviamo in un ambiente che è malato, non abbiamo un aria respirabile, una delle brevi e momentanee conseguenze del lockdown è stato che la sera quando ci affacciavamo dalla finestra sentivamo un'aria che non avevamo mai respirato. Quell'aria lì dovrebbe diventare la normalità nei nostri centri urbani. La questione che colpisce è che basterebbe poco, rispetto ai soldi da mettere in campo per riparare ai danni, prevenire da questo punto di vista è assolutamente irrilevante in termini economici. Ma noi abbiamo una storia di interventi fatti post disastro.”

Bus elettrici, piste ciclabili, car sharing con auto elettriche, un trasporto pubblico che funziona in modo dignitoso, incentivare lo smart working.

A proposito di piste ciclabili in città, Alessandro Macina è andato a Roma a vedere a che punto sta il progetto partecipato per un'area ciclopedonale attorno a Roma e che si sviluppa per 45km.

Sebastiano Venneri di Legambiente ha portato il giornalista lungo il percorso del GRAB (il grande raccordo delle biciclette) che parte dall'Arco di Costantino, al Colosseo fino alle Terme di Caracalla, la più grande area pedonale al mondo che oggi è invece solo una strada per le auto, in pieno centro di Roma.

Oggi l'area pedonale è solo sulla carta: sull'Appia Antica, la strada antica, è oggi usata dalle auto, rendendo la vita difficile alle bici.

Dopo aver passato il centro il GRAB sbuca a est in periferia raggiungendo quartieri densamente popolati, come il Collatino: la pista ciclabile sarebbe una alternativa per gli spostamenti e consentirebbe a questi quartieri di essere ripensati.

A compensazione dell'alta velocità che passa qui vicino, coi sei milioni anziché un parco è stata fatta una colata di cemento, un parcheggio inutilizzato.

Il Grab passerebbe vicino ai piloni della A24, l'autostrada Roma – l'Aquila, altra zona che verrebbe riqualificata.

L'obiezione che si fa di solito è che Roma (ma anche Milano) non è una città per le bici:

“Questa è una stupidaggine, anche Amsterdam o Copenaghen non sono nate come città per le bici, le e-bike che sono la vera rivoluzione anche dal punto di vista della ciclabilità, tutta la mobilità elettrica ha eliminato qualsiasi alibi. Non c'è colle che tenga.”

La Sardegna è diventata tristemente famosa, questa estate, per le infezioni i cluster esplosi per colpa di comportamenti scorretti di alcuni turisti nelle discoteche (come quelle di Briatore).

La regione Sardegna, secondo alcuni, dovrebbe diventare un enorme resort per ricchi, i cui benefici però non rimarrebbero sull'isola. Eppure questa regione è ricca di sole e di vento, l'energia pulita e rinnovabile: potrebbe essere la prima regione in Europa libera dai combustibili e dalle raffinerie.

Ma nonostante questo la Sardegna dipende ancora per due terzi dal peggior combustibile fossile, il carbone: sono due le centrali ancora in funzione, a Fiumesanto a Porto Torres di un privato e la centrale Grazia Deledda del Sulcis dell'Enel. Quest'ultimo è uno degli impianti meno efficienti d'Italia con oltre 1 milione di emissioni di co2 nell'aria nell'anno. Secondo gli accordi di Parigi e secondo il nostro piano energetico, dovranno essere entrambe chiuse entro il 2025.

Enel si dice possibilista per la chiusura: di deve però trovare una alternativa al carbone, visto che sull'isola il metano non c'è. Come alternativa c'è quella di Terna che ha progettato un cavo per portare il gas.

Ma ancora non è stato scelto niente e il 2025 è vicino: c'è il rischio che dire addio al carbone in Sardegna possa essere impossibile.

Perché non passare direttamente alle energie rinnovabili? C'è uno studio del Politecnico di Milano sulla decarbonizzazione dove si sostiene che il salto dal fossile al rinnovabile si possa fare senza passare per il metano.

La scheda della puntata:

Sarà una puntata dedicata allo sforzo di ripartire e ricostruire il Paese nella direzione di un’economia sostenibile quella di “PresaDiretta”, eccezionalmente in onda domenica 20 settembre alle 21.20 su Rai3. L’accelerazione dei cambiamenti climatici uniti alla crisi economica provocata dal Covid-19 impongono una svolta immediata: la rivoluzione verde non può più aspettare. “La ripartenza verde” ha raccolto l’allarme di importanti equipe di scienziati che hanno indagato, fin dalle prime settimane della pandemia, sulla correlazione tra inquinamento atmosferico e propagazione del virus. Le polveri sottili e il particolato delle aree più inquinate del nord Italia potrebbero essere stati vettori del virus? “PresaDiretta” vuole raccontare l’urgenza di trasformare radicalmente l’economia e i modelli produttivi, mentre purtroppo, le fonti fossili e l’inquinamento prodotto dalle città, dalle industrie, dall’agricoltura e dall’allevamento intensivi, continuano a produrre milioni di tonnellate di Co2 ogni anno. 
Il grande progetto del New Green Deal, fondamentale per trasformare l’Europa nel primo continente a impatto climatico zero, riuscirà a decollare? E il Piano di Ripresa su cui sta lavorando il Governo per ottenere i fondi del Recovery Fund si muovono nella direzione giusta?
Nel programma, le testimonianze di scienziati ed esperti, climatologi ed economisti e le storie delle imprese virtuose che hanno già cambiato passo. “Non c'è nessun motivo oggi di rimanere in una infrastruttura morente, quella dei combustibili fossili, che non darà nessuna opportunità di investimento, di business e di lavoro.  Ecco perché questo è il momento più importante della storia umana: la nascita di  una terza rivoluzione industriale che potrà creare nuove imprese, nuova occupazione e nuovi investimenti. È il Green Deal.” ha detto Jeremy Rifkin - economista e ambientalista di fama mondiale – in un’intervista in esclusiva.
E poi un viaggio in Sardegna, l’isola del sole e del vento, che con le sue fonti di energia rinnovabile potrebbe diventare la prima Regione d’Europa libera dai combustibili fossili. Quali sono gli ostacoli su questa strada?
In studio in diretta con Riccardo Iacona gli ospiti: Enrico Giovannini il portavoce dell’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e membro della Commissione Colao, convinto sostenitore dell’uscita verde dalla crisi; Fabrizio Bianchi, epidemiologo e scienziato del Cnr esperto sulle conseguenze dell’inquinamento sulla salute; Donatella Spano, agrometeorologa dell’Università di Sassari e coordinatrice del primo studio che simula gli scenari di quello che potrebbe accadere nel nostro Paese con un aumento della temperatura di 5 gradi.
“La ripartenza verde” è un racconto di Riccardo Iacona con Alessandro Macina, Silvia Bacci, Fabrizio Lazzaretti

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

08 gennaio 2019

Presadiretta: Fossile, il lungo addio

Prima puntata di Presa diretta del 2019 dedicata alla transizione dalle energie fossili a quelle rinnovabili, come uscire da petrolio e carbone?
Nell'anteprima un'intervista a Mario Ricciardi, ex presidente dell'ISS e sui suoi rapporto con l'attuale governo: si è dimesso un mese fa, un gesto che ha suscitato una certa impressione nel mondo scientifico.
Nell'intervista al Corriere ha espresso le sue perplessità nei confronti delle politiche di questo governo: ha manifestato il disagio nei confronti di questo governo, per le sue posizioni sui vaccini, ma ha preferito aspettare la sua uscita dall'istituto, che è vigilato dal ministero.
Se un presidente di un istituto ha delle idee contrarie col governo o si dimette o fa polemica ogni giorno.

Sulle accuse fatte dalle Iene, su posizioni di conflitto di interesse, Ricciardi ha assicurato che si difenderà in modo trasparente, nei suoi anni all'ISS non ha mai avuto posizioni da conflitto di interesse.

I contrasti col governo: un ministro di questo governo (Salvini) contesta il numero di vaccini obbligatori, senza spiegare quali e perché; quando si dice che i termovalorizzatori sono qualcosa di obsoleto, quando Parigi e Copenaghen smaltiscono rifiuti con questa tecnologia .. sono posizione prese senza nessuna competenza scientifica.
Nel decreto di Genova si è concesso di smaltire rifiuti pericolosi nei terreni senza alcuna verifica sugli impatti.

L'ultima domanda: il dossieraggio di cui si parla fatto dal ministro Grillo sugli orientamenti politici degli scienziati dentro l'istituto. Uno scienziato va valutato sulle sue competenze, a prescindere dalle sue idee politiche.

E' soddisfatto dell'ultima manovra di bilancio, per quanto farà sulla salute?
No, il bilancio è ancora insufficiente per cambiare rotta alla sanità, con le risorse che abbiamo non riusciamo a garantire i livelli essenziali.
Arriveremo anche noi come in America dove un ragazzo di 26 anni è morto perché non poteva pagarsi l'insulina?
Non ci sono soldi per pagare medici e infermieri dei soldi persi per la rivalutazione dei salari, sono preoccupato per il calo di personale negli ospedali e nei pronti soccorsi.

Zingaretti ha annunciato che Ricciardi sarà consulente a titolo gratuito, per la regione Lazio, nel caso dovesse essere rieletto: Ricciardi non ha intenzione di candidarsi, è tornato alla sua università, la Cattolica, dove sono soddisfatto del mio lavoro.

Gas, petrolio e carbone, ancora voi? Ma non dovevamo vederci più?

Porto di Milazzo, i tir sono imbarcati sulle isole Eolie, autobotti che portano gasolio per le centrali elettriche di Lipari. Qui c'è una centrale dell'Eni che tratta il greggio, circa 10 tonnellate l'anno.

I tir si inerpicano sulle stradine dell'isola e si fermano prima della centrale: il gasolio è travasato dai tir a camion più piccoli, per fare poche centinaia di metri.
Il gasolio alimenta la centrale elettrica sull'isola: perché non si usano le energie rinnovabili?
Perché non si realizzano gli impianti? Il decreto del governo ha avuto un ritardo di un anno e mezzo ed è stato approvato solo a novembre.

Paghiamo le centrali sulle bollette e il viaggio del petrolio sulle isole: a Lipari dal 2013 ci sono 4200 pannelli fotovoltaici, finanziati dalla regione Sicilia, dovevano servire per il nuovo installatore ma siccome manca il cablaggio tra i pannelli e l'impianto non hanno mai funzionato.
Un impianto inservibile e oggi si dovrebbe quasi ripartire da zero: 40ml di euro spesi inutilmente, non c'è volontà di fare un cambio di strategia energetica.
Sulle altre isole ci sono centrali a gasolio dell'Enel: a Stromboli e a Ginostra dove la luce è arrivata solo grazie a Pippo Baudo, per vedere Sanremo nel 2002.
Qui c'è un impianto fotovoltaico ai piedi del vulcano, ma sotto i pannelli c'è un motore diesel ancora in funzione, alimentato dal gasolio che arriva con gli elicotteri.
Elicottero che passa sopra i bagnanti, con un bidone appeso sotto.

Il sindaco dell'Isola rimanda ai progetti dell'Enel, il soggetto deputato a cambiare le centrali: ma è un problema di tutte le isole minori in Italia.
Enel, intervistata dalla giornalista, chiede che tutti gli stakeholder siano coinvolti nel progetto: chi possiede i terreni, i comuni che devono dare le autorizzazioni..
E pensare che le Eolie si chiamano così per il Dio Eolo, il dio del vento, dove c'è il sole per tanti mesi all'anno.

Tutti parlano di fotovoltaico e rinnovabili eppure siamo ancora con centrali a carbone, a gasolio.
Spendiamo 14 miliardi di euro come sussidi al fossile, continuiamo a foraggiare carbone e gasolio che contribuiscono ad inquinare l'aria: il carbone in Italia soddisfa il 12,2% del fabbisogno di energia elettrica in Italia.

Il carbone è vivo in troppe parti d'Italia: di decarbonizzazione parlava Gentiloni, Renzi per non parlare di Grillo e del suo movimento.

MA la centrale di Civitavecchia è ancora lì, consuma 5ml di tonnellate di carbone importato, nel 2016 era al decimo posto tra le centrali a carbone più inquinanti in Europa.
Emette 10ml di tonnellate l'anno di co2: non c'è famiglia in questo territorio che non abbia pagato con la salute la presenza di queste centrali.
Sono dati riportati dall'Enel: lo dice la signora Ricotti del comitato Nocoke, che parla di una lotta impari tra profitto contro vita. Alla fine ha vinto il profitto.

In Italia il danno provocato dalle centrali lo pagano i cittadini, non chi inquina.
A Brindisi fanno dei tour per visitare la centrale a Carbone più grande: è un viaggio per mostrare i danni del carbone, che attraversa tutta la campagna prima di arrivare alla centrale, su un nastro.

Così le aziende agricole sono costrette a chiudere, una sessantina negli ultimi anni: alcune hanno fatto causa ad Enel per i danni e hanno vinto una causa in prima grado e ora si aspettano un risarcimento.
I coltivatori si trovavano il carbone sui vigneti, sulle piante, per anni hanno respirato carbone le persone, l'acqua che usciva dalle case era nera.
Le case e i terreni non hanno più valore: ora dei 4 gruppi dell'impianto ne lavora solo uno, ma lavorerà fino al 2028 e l'anno scorso la centrale è stata inserita tra quelle essenziali per il paese.

Il sindaco Rossi ha chiesto ad Enel cosa intende fare della centrale: Enel ha risposto dicendo che tocca al governo definire il cronoprogramma per uscire dal carbone.
Enel però non ha progetti di riqualificazione né di uscita: il direttore Tamburi, di Enel, ha spiegato che entro il 2025 tutte le centrali verranno chiuse.
Sui terreni verranno installati impianti alternativi, come il fotovoltaico o impianti a gas: sistemi che devono aiutare la rete nei momenti di imprevedibilità delle rete.

Però se vogliamo salvare il pianeta dobbiamo fare in fretta: entro il 2030 dobbiamo ridurre le emissioni del 45%, per ridurle del tutto entro il 2050.
E cosa fanno i paesi nel mondo?
I paesi europei sono insufficienti, ma ci sono paesi gravemente insufficienti come gli Stati Uniti: ci dobbiamo impegnare a fondo per abbassare la temperatura del pianeta, serve un accordo globale che sia rispettato da tutti.

L'Europa ha la coscienza sporca, ma i cattivi sono la Germania e l'Europa: consumano più del 12% dell'Italia.

Andrea Vignali è andato a vedere cosa succede in Germania: in una foresta dei cittadini sono saliti sugli alberi, per difendere la foresta di Hambach, circondati da poliziotti in assetto da guerra. Il governo del land intende abbattere gli alberi, per realizzare una centrale a carbone.
La Herve è la società che possiede quei terreni e ha già iniziato a disboscare buona parte dell'area: il 5 ottobre scorso, per le proteste, l'operazione è stata sospesa.

La Germania dal 2007 dovrebbe ridurre le emissioni ma ogni anno ha rinviato gli obiettivi: il carbone garantisce il 37% di energia del paese, specie dopo la chiusura delle centrali nucleari.
A Katowice la Germania si è presentata impreparata, non ha fatto i compiti a casa e anche quest'anno ha dovuto chiedere una proroga per la presentazione dei suoi piani climatici.

Anche la Polonia ha centrali a Carbone attive: una di queste è alimentata a lignite, le persone che abitano attorno lavorano nella centrale che ha portato del benessere in quell'area.
Ma i problemi di inquinamento ci sono: a Katowice c'è un'altra centrale e per capire l'impatto sulla salute basta andare nel reparto pediatrico dell'ospedale.
LE persone in quest'aria vivono sbarrate in casa: ci sono apparecchi che analizzano la qualità dell'aria, si chiudono le scuole e gli asili.
Le persone devono vestirsi di scuro, perché le polveri si attaccano ai vestiti: gli allarmi delle associazioni ambientaliste non sono stati ascoltati per anni, il carbone è un'arma di propaganda del governo, che usa il ricatto dei posti di lavoro.
Ma il governo polacco con queste premesse non potrà rispettare gli accordi sul clima: le compagnie del carbone stanno investendo sulle rinnovabili, ma non riusciranno a raggiungere l'obiettivo del 15% di rinnovabili nel 2020.
Ci sono costi elevati, che sarebbero carico dei polacchi.
Così le centrali a carbone non solo non vengono dismesse, ma vengono potenziate, dove arrivano i finanziamenti di Allianz e Generali.
Ma ci sono anche assicurazioni che hanno deciso di dismettere gli investimenti in centrali a carbone e togliere loro polizze – racconta un rappresentante di Re:common.

Anche sul carbone, la Polonia si dimostra sovranista e rispettosa delle regole europee a corrente alternata, solo quando fa comodo.

Dalla Polonia alla Basilicata: il decreto Renzi aveva facilitato l'estrazione degli idrocarburi in regione. La regione che doveva essere il nostro Texas, ma dove il petrolio non ha per nulla arricchito le persone.
Il centro oli Tempa rossa è di proprietà di Shell e Total: la regione ha settembre ha bloccato tutto perché manca la parte di monitoraggio e i suoi impatti sull'ambiente.
Il monitoraggio è stato fatto dall'associazione ambientalistica Cova Contro, che ha trovato inquinanti già presenti nell'aria e nell'acqua: i danni ambientali sono stati già fatti per le attività introspettive.

L'impianto Tempa Rossa è stato realizzato grazie all'emendamento del governo Renzi che però è costato il posto all'ex ministro Guidi e al suo fidanzato, imprenditore del settore: le intercettazioni fanno parte del processo Petrolgate, che riguarda anche l'inquinamento fatto nella Val D'Agri.
Si sarebbero nascosti i valori reali di inquinamento, nel centro oli di Val D'Agri: ne aveva parlato la stessa Presa diretta in un servizio del 2015.
Si accusa anche Eni di aver sversato tonnellate di sostanze inquinanti in altri pozzi dello stabilimento o trasportati in un altro impianto di smaltimento.
Il magistrato Triassi non parla dei procedimenti in corso: forse un giorno si arriverà all'accusa di disastro ambientale.

Accanto al centro oli di Viggiano c'è la diga del Pertusillo: l'analisi delle acque hanno indicato che erano inquinate da metalli pesanti, erano acque usate dai cittadini pugliesi e della Basilicata.
Chi ha denunciato questo inquinamento, è stato poi denunciato dalla regione Basilicata per procurato allarme: Eni ha dichiarato che sta bonificando i terreni tra la diga e il fiume, ma chi controllerà il lavoro di Eni?
Eni aveva promesso che non avrebbero fatto più pozzi ma nel 2017 ha chiesto la possibilità di fare nuovi impianti: manca il ruolo di controllo dello Stato che, per le persone, qui è rappresentato da Eni stessa.
Walter Rizzi è il rappresentante di Eni per la Basilicata: non sono nuovi pozzi, ma in aree dove c'è già l'autorizzazione, per fare dei pozzi sotterranei.
Ma sono in zone naturalisticamente importanti: perché Eni continua a puntare sul gas e sul greggio in Basilicata? Perché di buona qualità, risponde Eni e perché si deve massimizzare l'investimento.

E sull'inquinamento, cosa risponde Eni? L'incidente c'è stato, ma Eni ha messo in campo uomini e risorse per limitarne le conseguenze, si esclude l'inquinamento di falde e di zone idriche.
Siamo sereni per l'evolvere del processo di Potenza: Eni intende rimanere in Basilicata più a lungo possibile assieme alle altre aziende, come Total e Rockhopper, che realizzerà un pozzo vicino Potenza (Brindisi di Montagna), in una zona a rischio idrogeologico.

In Italia questo è possibile perché nessuno ha fatto uno studio sulle aree dove poter trivellare o meno: si può trivellare anche in siti archeologici, come successo a Noto.
Tutto questo grazie allo Sblocca Italia, su cui avevano protestato nel 2014 i grillini.

Ma oggi sono al governo loro: Di Maio parla di mantenere le royalties in Basilicata o addirittura di sostenere il reddito di cittadinanza con le concessioni.

Ci sono poi le piattaforme in mare, come le trivelle sull'Adriatico: dall'inizio dell'attività estrattiva si è abbassato il litorale lungo la zona del ravennate.
Qui ci sono 26 concessioni estrattive, per la maggior parte di Eni; ci sono poi piattaforme ferme e altre che estraggono così poco, tanto da non pagare royalties.

L'Arabia mediterranea in realtà è una Chimera, raccontano le persone di Greenpeace: poche gocce di petrolio che non soddisfano che per pochi mesi la nostre esigenza.

Sull'Adriatico arrivano i gasdotti, tra cui il TAP: servirebbe per diversificare le fonti energetiche, per renderci indipendenti dal gas russo e dovrebbe sbarcare su una spiaggia tra le più belle della Puglia.
Il sindaco di Melendugno ha segnalato alle autorità gli inquinamenti nell'acqua, per capire se sono legati ai lavori del TAP: ma i lavori sono ripresi in tutti i cantieri, per finire i lavori nel 2020.

I dubbi sulla sicurezza del sindaco di Melendugno non sono veri problemi: l'advisor di TAP spiega che tutti i criteri di sicurezza sono rispettati, che la spiaggia scelta è la migliore in base ai criteri.
Il m5s aveva detto che l'opera si sarebbe chiusa, costringendoli ora ad un volta faccia vergognoso: per colpa delle penali, dice Di Maio.
Ma esistono o meno le penali? Oppure sono risarcimenti nati da una valutazione di un sottosegretario, il senatore Cioffi del m5s?

In attesa del nuovo piano energetico, il gas aiuterà la transizione verso le energie rinnovabili: ma oltre al TAP ora il m5s deve rispondere delle nuove autorizzazioni concesse per nuove trivellazioni sull'Adriatico.

Ma qual è il piano clima, il piano energetico di questo governo?
Sono solo parole, aspettiamo i fatti.

Ma noi siamo al 4 posto nel mondo per capacità fotovoltaica procapite: ma ancora l'81% del fabbisogno energetico arriva da gas e carbone, dobbiamo ancora lavorare molto.
È possibile fare una rivoluzione energetica? E' solo una scelta politica, che deve guidare la transizione energetica, aiutando l'industria del settore e aiutando i cittadini in questa rivoluzione.
Il governo deve anche imporre le aziende, come Eni ed Enel a pagare i conti dei danni causati all'ambiente: oggi si ha l'impressione che Eni ed Enel usino la parola rinnovabile per ripulirsi la facciata.
Ma la ricerca che Eni fa nel settore dei pannelli fotovoltaici, alcuni realizzati in materiali riciclabili e con costi inferiori al cilicio, sono reali.

Stanno pensando anche a come riutilizzare e catturare la Co2: trasformare la co2 in biocarburanti, per realizzare cementi.

Anche Enel sta lavorando sulle rinnovabili: a Catania realizzano pannelli bifacciali, con maggiori capacità di catturare la luce, il loro piano a tre anni si basa molto sul settore delle rinnovabili.

Un'avventura industriale che farà bene alla salute, al portafoglio degli italiani, che creerà posti di lavoro.

Ci sono aziende che però hanno deciso di non aspettare il 2050: sono le cooperative energetiche che intendono cambiare i cittadini da consumatori in produttori.
A Verona c'è la WeforGreen: questa cooperativa installa pannelli (anche di centrali bioelettriche) e li vende in quota alle persone che decidono di autoprodursi energia e condividerla coi soci.
Tra questi anche la Carrera, società del settore dell'abbigliamento, che ha deciso di condividere con gli altri l'energia prodotta dai propri pannelli.
L'AD di Carrera, Gianluca Tacchella, racconta del perché di questa scelta fatta sei anni fa, ovvero consegnare a chi verrà dopo di noi un ambiente almeno altrettanto bello come quello che abbiamo ricevuto.