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20 dicembre 2012

Banchieri & compari, di Gianni Dragoni

Banchieri & compari: come malafinanza e cattivo capitalismo si mangiano soldi dei risparmiatori.

I libri di Gianni Dragoni (giornalista del sole 24 ore) hanno il grande pregio di raccontare in modo chiaro e trasparente, quello che succede dentro il mondo della finanza.
Un mondo che, se siamo arrivato ad un passo dal baratro per la crisi che stiamo affrontando, ha delle colpe ben precise. E che ancora non sta pagando.

Questo libro è una sorta di "agenda nera" dell'azione di governo in Italia (e anche nel mondo) a voler essere maligni: un'azione che avrebbe dovuto salvare il paese (tutto) e l'unità dell'Europa e che invece ha, al momento, salvaguardato la salute delle banche.
Si comincia dalla domanda: che fine han fatto i 270 miliardi arrivati anne nostre banche (Unicredit, Intesa, MPS ..) dalla BCE ad un tasso dell'1%?

"Tra la fine del 2011 e il febbraio del 2012 la Bce ha elargito alle banche 1019 miliardi in totale. Le italiane sono quelle che hanno ottenuto di più: circa 270 miliardi. Dove sono finiti questi soldi?"
pagina 27

Avrebbero dovuto dare respiro all'economia reale, quella che, negli anni del liberismo è stata schiacciata dal principio del "fare denaro col denaro".
Quella per cui è sano investire in azioni speculative, piuttosto che nel capitale umano (le persone che lavorano per te) o nella ricerca e sviluppo.
Se oggi il nostro paese è alla continua ricerca di soldi, per la diminuzione del debito, qualche colpa ce l'hanno anche loro.

La nostre banche e i nostri banchieri continuano a rivendicare la loro solidità: eppure è lampante che ci sia qualcosa che non va. Le raccomandazioni per un aumento di capitale dopo gli stress test europei; i tagli dei posti (anche a seguito delle fusioni dei gruppi) di lavoro e, in contrapposizione, l'aumento degli stipendi dei manager.
Un aumento che non ha una corrispondenza nello stato di salute delle rispettive banche, né nello stato di salute dei nostri conti correnti (per non parlare di mutui e prestiti).

I soldi della BCE sono stati usati per speculare sui nostri titoli di stato, causando l'abbassamento dello spread.
Ogni aumento di questo indicatore rende l'Italia meno attraente per gli investitori e ci costa più miliardi per gli interessi che paghiamo sul debito.

"L'errore maggiore non è stato comprare Antonveneta ma 27 miliardi di titoli di Stato che oggi ci mangiano cinque miliardi di capitale. Senza questi titoli non avremmo avuto bisogno di supporto pubblico."
Alessandro Profumo, neopresidente del Monte dei Paschi, 28 agosto 2012.
pagina 45
Bisognerebbe abbassare il debito allora: come farlo?
Nei mesi passati si è parlato delle cartolarizzazioni e della dismissione dei beni pubblici. Nel passato, con Tremonti, è stato un mezzo fiasco e ci hanno guadagnato solo gli intermediari (le banche, anche). E c'è un'altra cosa da dire: da una parte si vogliono vendere palazzi e case. Dall'altra le nostre stesse istituzioni continuano ad affittare nuovi spazi.

Un altro problema del nostro paese è quello dell'evasione. Parliamo di un sommerso di 280 miliardi di euro, con un mancato introito per lo stato di 150 miliardi.
Colpa delle politiche "indulgenti" nei confronti degli evasori.
colpa dei vari condoni, che sono stati un affare solo per le banche, ancora loro: quello del 2011 ha riguardato 100 miliardi scudati, di cui solo 34 sono effettivamente arrivati in Italia. Gli altri sono rimasti in Svizzera e negli altri paradisi fiscali.
E anche le nostre banche, hanno anche qualche problema di elusione (o evasione): i casi Brontos per Unicredit, il caso della Biverbanca per Intesa (per cui il ministro Passera è stato indagato).

"Il fisco ha mosso contestazioni alle banche italiane per una somma tra i quattro e i cinque miliardi di euro di imposte non pagate e sanzioni. Ha recuperato solo un miliardo. E gli altri?"
pagina 52
A consigliare queste operazioni, di "abuso di diritto", che questo governo intendeva pure depenalizzare, lo studio da commercialista dell'ex ministro Tremonti.
Lo stesso che poi, come ministro, chiedeva agli italiani di pagare le tasse.

Mentre in Italia si fa la caccia ai piccoli evasori (o si fanno i blitz nelle località esclusive, con pochi risultati concreti a lungo termine), dall'altro ci si dimentica delle grandi evasioni. Una strabismo, che autorizza a pensare male (molti componenti dell'attuale esecutivo provengono da quel mondo). E che comunque ci costa diversi miliardi di mancati incassi.
Sono i soldi che poi dobbiamo recuperare coi tagli, con la spending review.

Altra nota dolente, le privatizzazioni.
Ogni volta che si è generata una commistione tra politica e finanza, è sempre stata a danno del pubblico. Ovvero, le nostre casse ci hanno rimesso.
così è stato per l'Ilva, per la Telecom, per la vecchia Alitalia (di cui Dragoni aveva parlato l'anno scorso nel libro "Capitani coraggiosi").
Oggi, sempre per abbattere il debito, l'idea è quella di usare la Cassa depositi e prestiti (che è al di fuori del recinto del debito, come anche in Germania e in Francia), come la vecchia IRI.
Presso questo ente, di proprietà del Tesoro, sono finite le azioni di Snam, per la presunta liberalizzazione del mercato energetico (la separazione Eni-Snam). Anche Eni è di proprietà, al 30%, del tesoro.
Si chiama finanza creativa, o gioco delle tre carte.
Stesso gioco che si metterà in atto per salvaguardare la "italianità" delle Generali (un pacchetto azionario verrà comprato da Cdp) e per la banda larga di Telecom.

Le uniche liberalizzazioni che si sono fatte, anche a metà, hanno riguardato taxi, negozi e farmacie.

Mentre Obama discute di aumentare le tasse ai ricchi, qui in Italia si è discusso a lungo di fare una patrimoniale. Il timore di una fuga all'estero ha bloccato, al momento, questa ipotesi.
Di certo è che oggi la crisi la stanno pagando di più i ceti più deboli: la tobin tax, la tassa sulle transazioni, è passata a livello europeo.
Ma in Italia, al momento, sono state esentate ancora le banche.

Nel contempo si è reso meno protetto il mondo del lavoro, si è allungata l'età della pensione e non si è fatto abbastanza sul costo del lavoro (nè su quello dell'energia).
Difficile pensare ad una crescita, con questa politica. In Germani si investe in ricerca e le grandi imprese fanno da apripista per quelle piccole, in Italia si delocalizza.

Il capitalismo di relazioni.
Dragoni ne aveva già parlato nel libro "La paga dei padroni": il nostro è un sistema che più che sul merito, è basato sulle relazioni e le amicizie, anche politiche. Sui doppi incarichi (che portano inevitabilmente ai conflitti di interesse), sulle catene lunghe di comando, sui patti di sindacato.
Da una parte non si finanziano le piccole imprese, si chiede di ridurre nuovamente il costo del lavoro, dall'altra il sistema della finanza e delle banche, tende a salvare se stesso:

"Ligresti è indebitato per più di due miliardi verso le banche. Nonostante questo, Unicredit ha messo a sua disposizione 205 milioni. La stessa banca ha deciso di tagliare 5200 dipendenti entro il 2015. Ma la perdita causata dal salvataggio di Ligresti corrisponde al costo di mille dipendenti in un anno. E Intesa ha aumentato i tagli da 3000 a 5000 posti."
pagina 37
Parlando degli stipendi (e buonuscite) dei top manager, Marchionne, Geronzi, Ligresti, Dragoni cita una frase di Pascal: "Non essendosi potuto fare in modo che quel che è giusto fosse forte, si è fatto in modo che quel che è forte fosse giusto."
"Stipendi dei top manager delle banche: nel 2011 Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca, ha ricevuto 2,93 milioni lordi; Pier Francesco Saviotti del Banco popolare 2,03 milioni; Federico Ghizzoni di Unicredit 2,01 milioni; Giovanni Bazoli, presidente di Intesa Sanpaolo, 1,62 milioni, e l'ex amministratore Corrado Passera 3,26 milioni."
pagina 47

Come avviene anche nel pubblico, sono gli stessi manager a stabilire la giusta busta paga: e se arriva una legge che blocca i doppi incarichi, basta sostituirsi col proprio figlio/a (come i Berlusconi in Mediobanca).

Dopo aver parlato di Rai e Alitalia, come esempi di cattiva gestione della "cosa pubblica", Dragoni passa al capitolo derivati.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio: la crisi globale del 2007 non ci ha insegnato su quanto si paghi a caro prezzo la spregiudicateza della finanza (derivati, bolle speculative, swap).

Di ieri la notizia della condanna a Milano di alcune grandi banche d'affari (JP Morgan, DB, UBS), per l'inchiesta sui derivati venduti al comune di Milano.

"Il 3 gennaio 2012 il Tesoro ha pagato due miliardi e 567 milioni di euro alla Morgan Stanley per estinguere alcuni contratti derivati stipulati nel 1994."
pagina 122

Nel circuito della finanza, nelle nostre banche, circolano ancora queste bombe finanziarie.
E dobbiamo ancora fare molto, per rendere più trasparente il sistema e più controllato.

 "Penso che il momento del rimorso e delle scuse da parte delle banche debba considerarsi finito."
Bob Diamond, amministratore delegato della Barclays, al Parlamento inglese nel gennaio del 2011. Un anno e mezzo dopo si è scoperto che la banca manipolava sottobanco il Libor e l'Euribor, i tassi di riferimento del mondo finanziario.
pagina 131
I casi Barclays, sulla manipolazione dell'Euribor, e della quotazione di Facebook (su cui ha guadagnato JP Morgan gonfiando il prezzo iniziale delle azioni), dovrebbe dirci qualcosa.

La scheda del libro sul sito di Chiarelettere.
Il link per ordinare il libro su ibs
Technorati:

23 novembre 2012

Banchieri & compari

Draghi: "Bce ha evitato scenari disastrosi".
Statali, 230mila precari in scadenza La Camusso: "Una bomba sociale"

Domani in piazza, la sfida degli studenti "Arriveremo sotto i palazzi del potere"
La Cancellieri: "Mesi difficili per ordine pubblico"


Banchieri e compari
è l'ultimo libro di Gianni Dragoni, il giornalista del Sole 24 ore, parla di banche e banchieri. Parla delle banche e del ruolo che stanno ricoprendo e che hanno ricoperto in Italia, in questi mesi di crisi (non per tutti):

Dove finiscono i nostri soldi? Chi paga la crisi? L'Italia è tra i paesi che faticano di più a risollevarsi. La cura Monti non serve a crescere. La disoccupazione è ai massimi dal 2004. Soprattutto le banche non riescono a superare la crisi, nonostante i generosi interventi fatti in loro soccorso. Quelle italiane hanno ricevuto dalla Bce 270 miliardi di prestiti a buon mercato, più di un quarto del totale distribuito in Europa. Perché hanno bisogno di così tanti soldi?
Perché sono imbottite di Bot, Btp e Cct comprati quando sembravano un investimento sicuro, mentre ora sono ad alto rischio, la fiducia è crollata e il debito pubblico sembra inarrestabile.
Questo libro racconta come la pioggia di denaro facile proveniente dal grande bancomat di Francoforte venga impiegata per fare speculazioni: le banche hanno aumentato gli acquisti di titoli di Stato (318 miliardi di euro!) che il Tesoro altrimenti non avrebbe saputo come piazzare, forti della garanzia che il rendimento dei titoli è molto più alto del costo del prestito. Alla fine chi paga? Gli Stati, se i cittadini potranno sopportare nuove tasse. Come racconta Dragoni, ricostruendo storie e casi esemplari, le scorribande della finanza e le speculazioni delle banche si incrociano con la ragnatela di partecipazioni, i conflitti d'interesse, le triangolazioni con l'estero per aggirare il fisco. Quasi sempre, a farne le spese, i risparmiatori, mentre c'è sempre qualche banchiere in grisaglia o un cinico operatore che incassa un bonus milionario.
Sul Fatto quotidiano di ieri c'era un estratto del libro: "Le banche evadono e i risparmiatori pagano ":
La fiducia nelle banche è messa a dura prova anche dalle indagini tuttora in corso della magistratura e dalle contestazioni dell’Agenzia delle Entrate, cioè il ministero delle Finanze, su una presunta evasione fiscale miliardaria. Tasse non pagate, e gli evasori sarebbero molte banche italiane, comprese le più grandi: Unicredit, Intesa Sanpaolo, Monte dei Paschi di Siena.
A Unicredit, la maggiore per patrimonio, il 18 ottobre 2011 sono stati sequestrati 246 milioni di euro per operazioni condotte attraverso una delle più importanti banche inglesi, la Barclays. Tra il 2007 e il 2009 Unicredit ha comprato dalla filiale di Milano della Barclays titoli in lire turche emessi da una società lussemburghese della stessa Barclays, presentati come titoli atipici e detti “strumenti di partecipazione ai profitti”. Perché le lire turche? Perché in Turchia il rendimento dei titoli era più alto, il 20 per cento contro il 4 per cento europeo.
Gli interessi ottenuti sono stati camuffati da dividendi, come se fossero il frutto di un
investimento azionario, perché in Italia le tasse sugli interessi si pagano sull’intera somma percepita, mentre sui dividendi si pagano solo sul 5 per cento del valore. In questo modo il 95 per cento del guadagno rimane esente da imposte. Attraverso questa operazione, che la banca ha chiamato Brontos,cioè brontosauri, Unicredit avrebbe sottratto al fisco 745 milioni di euro di guadagni, ai quali corrispondono tasse non pagate per 246 milioni. LA PROCURA di Milano, attraverso il pm Alfredo Robledo, parla di “capziosa evasione fiscale” e ipotizza il reato di “dichiarazione fiscale fraudolenta”, punibile con la reclusione da un anno e mezzo a sei anni.  Per questo il 5 giugno 2012 il gup Laura Marchiondelli ha rinviato a giudizio Alessandro Profumo (all’epoca dei fatti amministratore delegato di Unicredit) assieme ad altri 16 dirigenti della sua banca e a tre della Barclays. (...) Unicredit, prima
di subire il sequestro, aveva accettato nel maggio 2011 di pagare 99 milioni per chiudere altre contestazioni con il fisco riferite al 2005. Il 3 agosto 2012, con un secondo accordo, la banca ha versato ulteriori 264,4 milioni all’Agenzia delle entrate.
“Il pagamento riguarda in gran parte il caso Brontos, per cui abbiamo versato più o meno la somma contestata” ha detto il nuovo amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni.
Tra questi e altri casi, in totale il fisco ha mosso contestazioni alle banche per una somma tra i quattro e i cinque miliardi di euro di imposte non pagate e sanzioni. Alla fine, attraverso le transazioni, lo Stato potrebbe incassare poco più di un miliardo. E gli altri tre o quattro miliardi? (...) Il consulente che nel 2007 ha dato un parere favorevole a Unicredit per l’operazione Brontos è lo studio fondato da
Giulio Tremonti, il quale all’epoca non era al governo e dunque faceva il tributarista.
Nel 2008 Tremonti è di nuovo ministro dell’Economia. Da lui dipende l’Agenzia delle entrate, cioè l’organo dello Stato che nel 2009 ha cominciato a contestare alle banche questa gigantesca evasione fiscale. Ma il suo studio tributario, che nei periodi in cui Tremonti è stato al governo si chiamava Vitali Romagnoli Piccardi, ha continuato a dare pareri favorevoli perle operazioni di Unicredit. Non solo: ha pure assistito il Credito emiliano nel ricorso del 2010 e la Banca popolare di Milano.
QUINDI Tremonti tributarista ha consigliato alle banche di trovare il modo di pagare meno tasse, Tremonti ministro ha chiesto di pagarne di più attraverso i suoi funzionari, e anche il suo studio ha cambiato parere e consiglia di fare la pace con il fisco. (...)
E poi c’è il caso di Intesa Sanpaolo, la banca con il maggior numero di sportelli in Italia. Nel novembre del 2011, quando il suo ex amministratore delegato Corrado Passera è diventato superministro nel governo Monti, si è sparsa la voce che la banca stava facendo una trattativa per chiudere il contenzioso con il fisco. Secondo quanto comunicato al momento della transazione, il 13 dicembre 2011, l’ex banca di Passera ha pagato 270 milioni. Dal bilancio 2011 risulta che al gruppo veniva contestato, tra imposte, sanzioni e interessi, il mancato pagamento di un miliardo e 150 milioni. Dunque la somma sborsata per mettere a tacere le pretese del fisco è appena il 23 per cento della somma totale contestata.
Un bel vantaggio per Intesa. La banca non ha chiarito se lo studio tributario fondato da Tremonti sia stato tra i suoi consulenti, lasciando un margine di dubbio su questo interrogativo. Viene anche da chiedersi se sia opportuno che l’accordo con lo Stato sia stato raggiunto poco dopo l’ingresso nel governo dell’ex numero uno della banca, o che il capo di una banca accusata di evasione fiscale sia diventato ministro.

Tra i pretesti di lettura che potete leggere qui, trovate questa perla (a seconda dei punti di vista) di politica economica:
"Ligresti è indebitato per più di due miliardi verso le banche. Nonostante questo, Unicredit ha messo a sua disposizione 205 milioni. La stessa banca ha deciso di tagliare 5200 dipendenti entro il 2015. Ma la perdita causata dal salvataggio di Ligresti corrisponde al costo di mille dipendenti in un anno. E Intesa ha aumentato i tagli da 3000 a 5000 posti."

19 dicembre 2011

I capitani coraggiosi – Gianni Dragoni

Capitani coraggiosi – i venti cavalieri che hanno privatizzato l'Italia e affondato il paese.

"la saga alitalia è un triste memento di come funzionano le cose... amici di berlusconi sono stati allettati a prendere la porzione sana della compagnia, lasciando i debiti ai contribuenti italiani."
Ronald Spogli, ex ambasciatore americano in Italia

Chissà se un giorno la storia della privatizzazione dell'Alitalia verrà raccontata nelle università e nei dibattiti politici, per insegnare come non devono essere gestite le privatizzazioni e gli investimenti in una economia libera. Come quella in cui crediamo di vivere oggi.
Gianni Dragoni nel suo libro racconta di come è maturata la cordata dei patrioti italiani (come li ha chiamati l'ex presidente del Consiglio), di come si sia creato (anche per fini meramente elettorali e politici) un clima ostile allo straniero (nonostante la proposta di Air France fosse migliore di quella poi accettata di Air One). Sia da parte dei partiti che da parte dei sindacati.
In nome dell'italianità e della difesa del grande hub di Malpensa (tanto cari al partito del nord).
Abbiamo visto come è andata a finire.

Scrive Dragoni, nel triste epilogo della storia:
“L'ammucchiata della Cai segna il trionfo del capitalismo di relazioni, fragile autoreferenziale. Un sistema ingessato che è all'origine degli scarsi investimenti in tecnologia e ricerca, della bassa crescita delle imprese, con il conseguente aumento della disoccupazione, soprattutto tra i giovani. Una miscela che provoca impoverimento e rassegnazione. Sono cause dell'ondata di indignazione sociale, dagli indignados in Spagna fino agli «arrabbiati» in Italia, nel 2011 è diventata il marchio della protesta disperata di molti movimenti in Europa, Stati Uniti e Australia. Questi problemi sono acuiti dalla crisi economica mondiale esplosa nel 2008 ma, almeno in Italia, hanno radici più profonde. Fenomeni messe in evidenza in modo costante dalla Banca d'Italia e dall'ex governatore Mario Draghi, dal novembre del 2011 presidente della Banca centrale europea a Francoforte.
Il capitalismo senza capitali in cui i «padroni» si tengono per mano con l'ossessione della stabilità e del potere attraverso patti di sindacato, scatole cinesi e aggiramenti delle norme sulle Opa della legge Draghi – concepita per tutelare gli azionisti di minoranza (chiamati anche cinicamente «parco buoi») e per rendere il mercato più trasparente e corretto – fa sì che le imprese rimangano ferme e la base produttiva si riduca progressivamente. Scorrendo l'elenco dei soci di Cai si notano quattro gruppi che sono anche soci di Mediobanca e altrettanti che sono azionisti di Rcs Mediagroup, i due marchi di punta del salotto buono della finanza, governati da patti si sindacato in cui nessuno da solo ha il controllo.
Tre di questi gruppi hanno una partecipazione in entrambe le società (Benetton, Fondiaria-Sai, Pirelli), due sono presenti in una (Intesa San Paolo è azionista di Rcs, Gavio di Mediobanca). Questo gruppo di soci possiede circ il 27% del capitale della nuova Alitalia. A sua volta Mediobanca, che è principale socio di Rcs, è anche azionista di due soci della Cai [Benetton e Pirelli] [..], mentre ha stretti rapporti con un terzo socio, la Fondiaria-Sai della famiglia Ligresti. L'intreccio di partecipazioni e ruoli che ritma il capitalismo di relazioni, da cui discendono inevitabili conflitti di interesse e in cui non sempre si capisce bene chi comanda su che cosa, è rispettato. In queste ammucchiate tutti sono costretti ad andar d'accordo con gli altri, altrimenti non si prende nessuna decisione. È quello che spesso avviene, di conseguenza le aziende restano immobili e soffrono. E accade anche alla Cai, che con venti soci italiani (il primo dei quali, Emilio Riva, ha poco più del 10%) è un'ammucchiata in cui nessuno da solo può imporre una decisione, salvo forse Intesa Sanpaolo quando sfodera le sue armi di persuasione.”
Pagine 265-266 – Capitalismo di relazioni, indignados e arrabbiati.

Chi sono i capitani coraggiosi di cui si parla nel libro? Dragoni è andato a vedere chi fossero le aziende e i gruppi riunitisi nel progetto Fenice, i patrioti che oggi detengono le azioni della nuova Alitalia. Se si esclude Carlo Toto, nessuno ha competenze sugli aerei, ma in molti lavorano con lo stato, grazie a concessioni remunerative (come le Autostrade, la sanità ).

I signori delle costruzioni.
Salvatore Ligresti. La famiglia prima di tutto.
Carlo Toto. Salvate il soldato Air One.

I signori delle banche e della finanza.
Intesa Sanpaolo. L'epicentro del potere.
Bruno Ermolli. Il cavaliere del cavaliere.

I signori dell'industria.
Roberto Colaninno. Cuore a sinistra, portafoglio a destra.
Rocco Sabelli. Il manager senza ali.
Emma Marcegaglia. Dai tubi a miss Confindustria.
Emilio Riva. Il padrone delle ferriere.

I signori del pedaggio.
Marcellino Gavio. Gli affari nella penombra.
I Benetton. Meno Treviso, più Singapore.

I signori delle Cliniche.
Gli Angelucci. Chi ha i soldi ha vinto.

Le comparse.
Pirelli, la fabbrica dei campioni dei dossier.
Bellavista Caltagirone, il volo del dandy.
Gli Orsero, la famiglia della frutta decolla da Scajland.
La famiglia Carbonelli D'Angelo: l'azionista in pigiama.
La vedova di Camillo Cruciani (Vitrociset).
I fratelli Fratini e Davide Maccagnani: dai produttori di jeans ai mercanti d'armi.

Epilogo: la compagnie di bandierina, oggi.
Meno voli.
Pareggio del bilancio fallito (doveva esserci entro il 2011).
Più costi (i motori dei boeing venduti e poi riaffittati ..) per l'azienda.
La Cassa integrazione per 900 dipendenti.
Gli stipendi d'oro: Fantozzi per la sua liquidazione e gli altri.
E, la cosa più amara, nel 2013 i patrioti italiani potranno vendere le loro quote all'odiato straniero, Air France, guadagnandoci ancora: sempre alla faccia dell'italianità.

I tornaconto: ovvero cosa avrebbero ottenuto in cambio i capitani coraggiosi in cambio del loro ingresso nella cordata per Cai.
Intesa che è rientrata nei debiti con Carlo Toto anche grazie ai contribuenti italiani, Carlo Toto che ha visto la sua azienda salvata dai debiti grazie alla provatizzazione, Ligresti, sempre vicino ai politici come Craxi e Berlusconi, di cui solo oggi si occupano gli enti di vigilanza per iconflitti di interesse tra Premafin e Fondiaria Sai.
Ermolli, consulente del cavaliere per un'operazione politica del cavaliere, su un'azienda pubblica: non a caso è chiamato il Gianni Letta del nord.
Roberto Colaninno, il presidente della Cai, che potrà operare in regime di monopolio sulla tratta Milano Fiumicino, alla faccia della concorrenza e del libero mercato. Su un'azienda ripulita dai debiti e dagli esuberi.

Altro che “sfida imprenditoriale”, di cui parlava nell'intervista con Ezio Mauro.
Colaninno, che è anche quello della scalata in debito di Telecom, quelli dello spezzatino Olivetti e della Piaggio (ma non in Italia, ma nell'est asiatico).
Quello che salva l'Alitalia in nome dell'Italianità, ma che ha venduto Omnitel ai tedeschi della Mannesmann.

Rocco Sabelli, amministratore delegato della Cai, dopo le dimissioni da Piaggio: 9,2 milioni di euro tra buonuscita e stock options.
Emma Marcegaglia che ha ottenuto da Berlusconi “soldi veri”, forse con la vittoria dell'appalto (senza concorrenti) per la sua Mita Resort all'exarsenale alla Maddalena (poi salito alle cronache per l'inchiesta sulle grandi opere della cricca attorno alla Protezione civile, vicenda in cui il suo gruppo non ha nulla a che vedere).
Ma il gruppo della presidente di Confindustria, alla facciadell'Italianità, non solo ha capitali all'estero, in Irlanda, qualche problema col fisco e con la magistratura, per una vicenda di tangenti (per un appalto con l'Eni).

Emilio Riva, scettico nell'ingresso in Cai, è stato salvato dall'ex ministro dell'ambiente Prestigiacomo, che ha impedito la chiusura del suo impianto di Taranto (come avevano chiesto i carabinieri del Noe). Per problemi di emissioni di diossina ,denunciati da Legambiente.

Marcellino Gavio
, come anche il gruppo Benetton, ha ottenuto un bel regalo dal vecchio governo, sul rinnovo delle concessioni e sulla possibilità di rincari delle tariffe. Senza un reale controllo degli investimenti fatti sulle nostre autostrade (a giustificare i rincari).

Gli Angelucci sono sempre stati vicini alla politica, per le convenzioni col pubblico delle loro cliniche private. Relazioni di destra e di sinistra. E una strana storia, quella del video di Marrazzo con una trans, che è girato anche per le mani di Giampaolo Angelucci nei giorni in cui la giunta tagliava le convenzioni col gruppo …
E nel libro si parla anche di Salvatore Mancuso e del suo fondo Equinox (in cui ci sono i capitali di molti protagonisti di questa storia, in Lussemburgo), Fabrizio Palenzona, potente vicepresidente di Unicredit, dentro aeroporti, trasporti, banche e politica.

Il link per ordinare il libro si ibs.
La scheda del libro su Chiarelettere.
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14 dicembre 2011

I capitani coraggiosi – viaggio negli imprenditori che dovevano salvare Alitalia


Concorrenza, libero mercato, investimenti, sviluppo, merito: queste le parole che sentiamo pronunciare quotidianamente da politici, imprenditori e manager dove spesso, anche per colpa del mondo dell'informazione italiano, facciamo a fatica a distinguere gli uni dagli altri.
Quel manager (che fa impresa senza metterci soldi) in quel momento sta parlando da imprenditore o da politico (perchè anche lui ha intenzione, se le cose si dovessero mettere male, di scendere in campo)?
Quel politico sta parlando come eletto dal popolo, o come imprenditore delle sue aziende (o delle aziende dei suoi amici)?

L'intreccio affari, finanza e politica è oggi diventato ancora più intricato ed è una delle cause principali del declino dell'industria e della finanza italiano. Politici che fanno anche gli imprenditori difendendo i propri interesse di bottega, facendosi anche aiutare da banche e banchieri (considerati vicini ai partiti) che finanziano le proprie iniziative anche se queste non sarebbero remunerative. Imprenditori che anziché investire del proprio capitale per fare impresa, che potrebbe funzionare o meno a seconda della bontà dell'idea, si fanno prestare a debito del capitale delle banche per scalare a debito altre società.
Per non parlare delle sovvenzioni, degli incentivi e delle imprese che proprio con lo stato (e coi soldi pubblici) fanno affari. Autostrade, treni, costruzioni.

“Questo libro mostra chi sono sono, da dove vengono e come si muovono alcuni importanti esponenti della nostra economia – nei mondi dell'industria, della finanza, delle banche, dei servizi – che hanno spolpato aziende pubbliche e private o acquisito dallo Stato lucrose attività, trattenendone i benefici e facendone ricadere i costi sulla collettività”. [Dal capitolo Da dove viene l'indignazione]

Gianni Dragoni, partendo dalla privatizzazione di Alitalia compiuta nell'autunno del 2008 dal governo Berlusconi, racconta chi sono i “capitani coraggiosi”: la cordata di imprenditori che hanno salvato (all'apparenza) l'italianità della compagnia di bandiera strappandola dalle grinfie dei francesi. 

"Siete dei patrioti. Vi ringrazio per aver risposto con il cuore e vedrete che sarà un buon investimento."
Silvio Berlusconi, 5 dicembre 2008. [pagina 171]

Abbiamo poi visto come tutto ciò non fosse vero. Alitalia verrà ceduta proprio ad Air France e l'hub di Malpensa diventerà sempre meno strategico.

"Alitalia investe poco in nuovi aerei, la flotta dell'ottobre 2011 è di 153 velivoli, mentre da sola la vecchia compagnia ne aveva 175 nell'estate 2008."
[pagina 264]

"La vicenda Alitalia non è la causa di tutti i mali del paese, ma è la conseguenza dei mali del paese."

Francesco Mengozzi, ex amministratore delegato Alitalia, 26 settembre 2009
[pagina 268]

"Standard & Poor's cita tra i motivi del declassamento dell'Italia il pasticcio politico sindacale sulla compagnia aerea."

[pagina 269]

Ma nel frattempo, con buona pace degli indignados italiani (quelli che vengono tacciati di fare antipolitica, di essere antitaliani), il pubblico si è accollato i debiti della bad company, Cai Alitalia non ha raggiunto il pareggio di bilancio. La banca che, in un incredibile doppio gioco, è stata chiamata a fare da advisor per la privatizzazione (Banca Intesa), mentre era anche creditrice di Carlo Toto della Air One (la società che ha comprato la vecchia Alitalia) è stata ora chiamata a risolvere i problemi dello sviluppo del paese.
Proprio quel Corrado Passera di cui si parlerà tanto nel libro, è diventato (con tutti i problemi di conflitto di interessi per le sue azioni di Intesa) ministro. E si dovrà occupare di trasporti (magari della NTV), di televisioni (dell'amico Berlusconi), di telecomunicazioni (della Telecom, della cui scalata banca Intesa ha avuto un ruolo). 

Ecco quello che diceva l'attuale super ministro, quando affossava la scelta di Air France (migliore rispetto a quella di Air One, perchè prevedeva meno esuberi e meno costi per il pubblico):

"Con i francesi Alitalia non sarà più un'azienda indipendente, si continuerà a viaggiare sui vecchi Md80, Malpensa perderà definitivamente la possibilità di diventare un grande aeroporto."
[Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, gennaio 2008. In realtà la Cai ridimensiona ancora di più il presidio a Malpensa. I «vecchi Md80» volano ancora: a ottobre 2011 ne restano in servizio 18 su una flotta operativa di 153 aerei, pagina 83-84]

Chi sono questi capitani coraggiosi?
“Tra loro c'è gente come Salvatore Ligresti, capace di appropriarsi di pezzi dello Stato grazie ai rapporti di ieri con Bettino Craxi e di oggi con Silvio Berlusconi, che è stato sodale dell'ex leader del PSI e chiude il triangolo con il potente costruttore di origine siciliana. Ci sono gli spregiudicati Gavio e Angelucci, in grado di raggiungere i loro obiettivi di ricchezza grazie a rapporti trasversali con politici di ogni colore. C'è Roberto Colaninno, divenuto famoso per aver scalato Telecom, senza averne i soldi, con un'Opa che in borsa ha fatto felice tanta gente. Ne ha guadagnato un piccolo tesoro lasciandola piena di debiti: da lì è iniziato il declino del gruppo telefonico, cui si deve gran parte dell'arretratezza italiana nelle moderne reti di telecomunicazioni. C'è il successore Marco Tronchetti Provera, che ha continuato a drenare risorse da Telecom attraverso dividendi e superstipendi, finché ha dovuto lasciare il cerino acceso ad altri. 
C'è Emma Marcegaglia, che viene eletta presidente di Confindustria mentre suo fratello e l'azienda della sua famiglia, di cui lei è anche amministratore delegato, vengono condannati per corruzione per aver pagato una tangente al fine di ottenere un appalto da un gruppo statale, l'Eni.” [pagina 9]


Altri prestesti dal libro:

"Abbiamo aderito perché un grande paese come l'Italia non può non avere una compagnia di bandiera."
Emilio Riva, imprenditore siderurgico, aprile 2009. Le azioni della società capofila del gruppo Riva Fire Spa sono per il 75 per cento parcheggiate oltre i confini nazionali: il 39,90 per cento è posseduto dalla lussemburghese Utia Sa [pagina 163]

"I superaumenti ottenuti da Gavio il primo maggio 2009 sono davvero meritati? O sono una contropartita per l'adesione alla cordata dei patrioti per l'Alitalia?"

Gavio ha un impero che oggi comprende circa mille chilometri di strade a pedaggio [pagina 173]

"Dopo l'investimento in Alitalia, il governo ci ha favorito ... Con il blocco per quattro mesi degli aumenti abbiamo perso 20 milioni, ma con il decreto Milleproroghe ci abbiamo guadagnato molto, molto di più."

Giovanni Castellucci, amministratore delegato di Atlantia (Benetton), 20 marzo 2009 [pagina 205]

"Il mio stipendio? Ho ricevuto due acconti da tre milioni di euro l'uno per i primi due anni."

Augusto Fantozzi, 13 gennaio 2011 [pagina 286]

"Non sono mai stato povero, ma neanche diventerò ricco con questo lavoro. Lo faccio per l'Italia".

Augusto Fantozzi, commissario della vecchia Alitalia, settembre 2008 [pagina 286]

Se oggi l'Italia ha problemi di sviluppo e di crescita, questo non è colpa delle pause di lavoro, delle richieste dei sindacati, dell'impossibilità da parte delle aziende di licenziare, dei pochi straordinari o dei ponti, come certi supermanager ripetono.


Il tappo alle imprese, allo sviluppo, alla crescita, alla creazione di posti di lavoro (e non lavori precarizzati in cui si svilisce la professionalità delle persone) lo costituiscono proprio i tanti conflitti di interesse tra politica-finanza-imprese, le lobby, i comportamenti viziosi di finanzieri e capitani di industria che pensano solo a come difendere e accrescere il proprio potere più che a investire nello sviluppo delle aziende. E Confindustria che invece di criticare certi comportamenti, “si comporta come una lobby che ostacola le liberalizzazioni e difende i monopoli”.
Conoscere e far conoscere le storture di questo mondo, è almeno un primo passe per cercare di risolverli.


Il link per ordinare il libro si ibs.
La scheda del libro su Chiarelettere.