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24 settembre 2026

Oltre il silenzio di Francois Morlupi

 

Bordeaux, settembre 2017
12:02, cinque ore prima che il silenzio diventasse il suo migliore amico

«Non riesco a sentire nulla… davvero non capisco nemmeno una parola, mi dispiace… devo riattaccare, ho un’altra chiamata urgente». Dominique Maupassent chiude la telefonata sbuffando. Poi scuote la testa, innervosita dalla consapevolezza che la sua interlocutrice starà facendo altrettanto.

Benarrivata Dominique Maupassent, capitaine della polizia parigina, che incontriamo in questo nuovo romanzo dello scrittore italo-francese Francois Morlupi.
Una tipa tosta questa questa capitaine (ruolo equivalente al nostro commissario o meglio ancora, vicequestore): ha dovuto conquistarsi con la forza quel posto nella polizia di Stato, perché porta un cognome importante, Maupassent, come il ministro dell’interno.

Perché Dominique è la figlia del ministro, ma lei non ha mai voluto aiuti o spintarelle, i genitori per lei immaginavano un destino diverso da quello della poliziotta.
Oltre ai pregiudizi per il cognome che porta (e alle battute maschiliste, perché oltre che tosta è anche una bella donna), Dominique ha dovuto lottare per superare un altro ostacolo, la sua ipocusia.
Si, la capitaine è sorda, usa dei dispositivi minuscoli per andare “oltre il silenzio” e riuscire a sentire i rumori e le parole.
Cosa è successo nel passato – in questo settembre del 2017 cinque ore prima che il silenzio avvolgesse tutto? Lo scopriremo man mano, leggendo i capitoli di questo libro ad alta tensione, dove il tempo presente si alterna a quelle ore frenetiche del passato, nel 2017. Quando il destino di Dominique cambiò per sempre per la sua scelta di oltrepassare una porta chiusa.

Perché Dominique è una poliziotta con un forte rispetto per le istituzioni e per lo Stato francese, per le sue leggi, il rispetto dei diritti degli individui. Ma è anche una poliziotta che non si ferma di fronte alle gerarchie, alle soluzioni facili sui casi che è chiamata ad affrontare alla sezione omicidi.

Il notaio Maître Dupont si congratulò con se stesso per essere arrivato venti minuti prima all’appuntamento.
Come questo strano omicidio: un notaio importante, Maite Dupont, uno di quelli con una parcella a tanti zeri, che viene trovato morto in places des Vosges una domenica mattina.
Cosa ci faceva quell’uomo a quell’ora del mattino in quel posto? Chi potrebbe averlo ammazzato? Un suo cliente? Una dei testimoni è una “strana” runner, poliziotta pure lei, vice ispettrice Loy della Questura di Roma (perché mica possiamo dimenticarci dei cinque di Monteverde).

«Avete notato che il giornale con cui la vittima è stata coperta non è di oggi, bensì di due anni fa?»
Mentre i capi della polizia, compreso il ministro, spingono per una soluzione veloce dell’omicidio, Dominique assieme al suo braccio destro, il brigadiere Corso Fraticelli, inizia a muoversi seguendo il suo metodo.
Le immagini delle telecamere, che mostrano l’uomo arrivare sul luogo dell’esecuzione e poi perdersi nella metropolitana. Sentire le persone dello studio del notaio. E capire come mai quel giornale è stato piazzato sul cadavere. Perché? E perché proprio il giornale di quella data?
Che segreti nascondeva quell’uomo dietro la cortina di rispettabilità che si era costruito in pubblico?
Un’indagine decisamente scomoda, dove Dominique si troverà come unico alleato proprio quel brigadiere corso dal carattere completamente all’opposto del suo.
Fraticelli infatti era còrso e mal si sposava con la sua concezione di una Francia centralizzata e forte.

Non tutto è come appare, dunque, così come Parigi non è la città da cartolina che molti francesi immaginano, con le proteste in piazza, i problemi della casa, coi reati domestici in forte crescita come i femminicidi, con le periferie abbandonate:

La poliziotta, era ben conscia che il numero di senzatetto stava crescendo vertiginosamente nella capitale, ma tutti facevano finta di non vedere. Le istituzioni erano diventate sorde al dolore collettivo
Alla stessa maniera questo caso porta i due poliziotti alla scoperta di un mondo in parte sconosciuto, dove girano tanti soldi, magari nascosti al fisco e che passano per gli studi di importanti professionisti, dove girano persone ciniche e spregiudicate.

Una scoperta che cambierà nuovamente la vita alla capitaine, che troverà finalmente il modo di fare pace coi fantasmi del suo passato (quella porta che aveva attraversato tempo fa) e anche accettare nuovi compromessi per la propria vita personale.
Compromesso. Quella parola le rimbombò in testa. Il vice ispettore aveva formulato dei pensieri che lei condivideva ma che non aveva mai osato esternare. Stava davvero buttando la propria vita?
Ben arrivata Dominique Maupassent allora!
Preparatevi a conoscere questa nuova protagonista del giallo – all’apparenza dura e intransigente ma con una sua fragilità con cui dovrà fare i conti - e preparatevi anche ad un viaggio dentro una città che vedrete con occhi diversi.


La scheda del libro sul sito di Salani
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16 luglio 2022

Il morto di Maigret, di Georges Simenon


 

«Mi scusi, signora ...»

Era riuscito ad interromperla, finalmente, dopo alcuni minuti buoni di pazienti tentativi.

«Lei mi sta dicendo he sua figlia la avvelena a poco a poco ...»

«E' la verità...»

«Poco fa ha sostenuto con altrettanta sicurezza che suo genero fa in modo di passare vicino alla domestica nel corridoio per versare del veleno nel suo caffè o in uno delle sue numerose tisane».

«E' la verità...»

«Eppure...» Maigret consultò, o finse di consultare, gli appunti presi durante il colloquio, che durava da più di un'ora «prima mi ha detto che sua figlia e suo genero si odiano...»

«E' la pura verità, signor commissario».

È una giornata come tante, al Quai: su pressione di un ministro, il commissario Maigret è costretto ad ascoltare i complotti di una signora, vedova di un consigliere di Stato, che teme che i suoi parenti la stiano avvelenando. Finché non arriva una telefonata, anche questa molto particolare, che almeno distoglie Maigret da quell’inarrestabile parlare di veleni e di tentati omicidi:

«Pronto!.. E' lei? ...»

«Commissario Maigret, si...»

«Mi scusi, il mio nome non le direbbe niente...Lei non mi conosce, ma ha conosciuto mia moglie, Nine... Pronto! ... Bisogna che le dica tutto molto in fretta, poiché potrebbe arrivare...»

La prima cosa che Maigret pensò fu: «Ci siamo! Un altro pazzo... Dev'essere la giornata...»

Inizia così una delle inchieste più intense e sfiancanti di Maigret: con una telefonata di una persona che fa appello proprio al commissario che lo aiuti, qualcuno lo sta seguendo per ucciderlo. Una denuncia che potrebbe lasciare ai suoi ispettori, ma che invece segue in prima persona. Come se avesse un presentimento: non si tratta di un altro pazzo, quell’uomo che non lascia detto il suo nome, che sta scappando da un bistrot all’altro, ha veramente paura. Così, la telefonata di un ritrovamento di un cadavere, nella notte, non lo coglie di sorpresa. Si tratta di quella persona, del suo morto. Il morto di Maigret.

Ma cos'ha di speciale quel morto, tanto da attirare tutta l'attenzione del commissario Maigret, da costringerlo a seguire quel caso di omicidio così da vicino, seguendo da vicino i lavori del medico legale, le analisi del capo della scientifica, il dottor Moers. Tanto da abbandonare gli altri casi e dedicare tutta la sua attenzione su quell'uomo, accoltellato e abbandonato morto in Place de la Concorde?

Tanto da costringere un suo ispettore a mettersi dietro il bancone del bar, il Petit Albert, il bar gestito dal morto. E di rimanere anche lui dentro quel bar, cercando nel locale e nella casa dell'uomo tutti i dettagli intimi della sua vita...

Perché quel morto, quell'uomo che lo aveva chiamato al telefono per chiedergli aiuto perché inseguito da alcuni brutti ceffi che volevano fargli la pelle, è il suo morto.

Era ridicolo quel piede senza scarpa, lì sul marciapiede, accanto all’altro con la scarpa di capretto nero. Era nudo, intimo. Non pareva appartenere a un morto. Maigret si allontanò e andò a raccogliere la seconda scarpa, rimasta a sei o sette metri dal corpo.

Dopo non disse più niente. Aspettava fumando. Altri curiosi si avvicinarono al gruppo, commentando a voce bassa. Poi il furgone si fermò vicino al marciapiede e due uomini sollevarono il cadavere. Sotto, il suolo era pulito, senza tracce di sangue.

«Lei ha finito, Lequeux, aspetto il suo rapporto».

Fu allora che Maigret prese possesso del morto. Salì sul furgone accanto all’autista e piantò in asso tutti.

Si comportò così per tutta la notte, e per tutta la mattina seguente: si sarebbe detto che il corpo gli appartenesse, che quel morto fosse il suo morto.

Aveva così paura questo pover'uomo, che al telefono non aveva mai detto al commissario il suo nome ("lei non mi conosce"), tanto da scappare da un locale all'altro, rimanendo però sempre nel suo quartiere, fra l'Hotel De Ville, la Bastille e il fauburg Saint Denis. Perché il povero Albert, il nome si scoprirà poi, era uno dei tanti parigini radicati nel suo territorio, nel suo quartiere. Un po' come lo stesso Maigret, che tanto ama il boulevard Richard Lenoir e da cui mai si sposterebbe.

Ma chi erano queste persone che lo hanno inseguito per ucciderlo? Che minaccia poteva aver mai rappresentato per loro questa persona, che viene descritta a Maigret, quando interrogherà le persone che lo conoscevano, come una persona sempre sorridente, con una faccia simpatica. Il cameriere perfetto.

E che fine ha fatto la moglie? Nine, che Maigret dovrebbe conoscere, sebbene al momento non riesca a collegare il nome ad alcun volto..

Come mai – sono tante le domande che Maigret si trova per la testa in questa indagine quasi personale – chi lo ha ucciso lo ha scaricato lontano dal luogo del delitto, in una piazza come Place de la Concorde, dove prima o poi qualcuno avrebbe ritrovato il corpo? Se gli assassino avessero voluto sbarazzarsi del cadavere avrebbero potuto gettarlo nella Senna.

Quello che per il dottor Paul era solo un problema teorico, aveva agli occhi di Maigret un risvolto umano più profondo. L'aveva sentita lui la voce di quell'uomo. Era come se lo avesse visto, lo aveva seguito passo passo da un bistrot all'altro nella sua corsa angosciosa attraverso certi quartieri di Parigim sempre gli stessi nella zona Chatelet-Bastille.

Così Maigret mobilita i suoi ispettori, lascia perdere gli altri fascicoli e si getta in questa indagine, arrivando al fine a scoprire l’identità del morto, Albert, e il suo bistrot. Ma non basta: per stanare gli assassini arriva a far riaprire il locale, con un suo agente, per cercare di raccogliere tutte le informazioni sul morto, sulla moglie Nine.

Fino a poche ore prima il morto non aveva ancora un nome, era una figura vaga e incerta. Adesso non solo Maigret possedeva una sua fotografia, ma si muoveva nella sua casa, tra i suoi mobili, toccava i vestiti che erano stati suoi, ne maneggiava gli oggetti personali.

Stanco, sfiancato dalle ore di sonno perse e dal quel suo muoversi per i quartieri di Parigi, Maigret alla fine riuscirà a stanare dal loro covo “un incubo fetido che puzzava di grasso e di sudore”, questa banda di belve assassine, per dare giustizia a quel morto, con cui aveva sentito subito una vicinanza, per quel suo scappare ma rimanendo sempre nel suo territorio. Come Maigret, appunto.

Questo giallo colpisce per come Simenon descrive la sua Parigi, una ragnatela di quartieri e strade, lungo cui fa muovere il suo Maigret. Arrivati alla fine si capisce anche il perché di questa scelta: questo romanzo è stato scritto negli anni successivi alla guerra, quando l’autore era volato in America a Tucson. Nostalgia della sua città, dei colori, delle luci, dei rumori della sua Parigi?

La scheda del libro sul sito di Adelphi

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18 novembre 2015

Ci salveremo insieme - la lingua della paura



La partita allo stadio che viene annullata.
I concerti che vengono annullati.
I tanti allarmi, anche fasulli, che rimbalzano in rete.
I blitz della polizia, forse tardivi, contro le menti degli attentati di Parigi.
I pronunciamenti dei leader politici, dove si parla di guerra ma si intende bombardare dall'alto.
Lasciando la guerra in terra ai Peshmerga curdi.
E continuando a far proliferare il commercio delle armi, sia per il commercio illegale che quello legale.
Hollande ha fatto intendere che seguirà una modifica della Costituzione, una stretta alle nostre libertà in cambio della sicurezza.
Perché a stringere sui nostri diritti si fa in fretta (vedi il ragazzo che ieri è stato subito arrestato dopo aver espresso in diretta TV le sue opinioni - malsane- sugli attentati).
Ad unire le teste dei paesi europei dal punto di vista della politica, della sicurezza e dell'intelligence ancora non ci pensa nessuno.
A quando strette analoghe in Italia? 

Non dobbiamo avere paura, dicono, non dobbiamo rinunciare ai nostri valori, ad uscire la sera, ad ascoltare musica..
Come reagiscono le persone di fronte a questi atteggiamenti, non sempre lineari e comprensibili?

C'è un bel libro scritto da Patrick fogli e uscito questa primavera: "Io sono alfa".
Un libro che parla di bombe e del terrore che nasce dalla gente, perché la paura è "l'unica lingua che tutti capiscono".
"Ci salveremo solo insieme, pensa. Chiude gli occhi. E proprio per questo non si salverà nessuno".
E insieme significa considerare tutte le vittime dell'ISIS allo stesso modo, per esempio.
Insieme significa che non ci sono noi e loro, islamici contro cristiani. 

17 novembre 2015

Su guerra, armi e terrorismo

Siamo in guerra.
Bombardiamoli tutti.
La Fallaci aveva ragione.
Sono a rischio le nostre identità.
Non esiste un islam moderato: blocchiamo le frontiere.

Gli attentati di Parigi ci hanno ricordato ancora una volta (al costo di tutte quelle vittime innocenti) di come la minaccia del terrorismo (islamico?, dell'Isis?) sia concreta e tremendamente prossima.
Ma non è solo questo: gli attentati di Parigi hanno dimostrato l'assenza di una strategia comune, europea, sia di fronte al terrorismo, che di fronte alla risposta da dare per la situazione in Siria.
Ognuno per conto suo: la Francia a bombardare le postazioni dell'Isis a Raqqa.
L'Italia a vendere armi al Qatar e all'Arabia Saudita. E poco importa se un report del Dipartimento di Stato americano li consideri, assieme al Kuwait, tra i principali finanziatori dell'Isis.
l Kuwait è l’epicentro del finanziamento dei gruppi terroristi in Si-ria», mentre il Qatar ne costituisce il retroterra grazie a “un habitat permissivo che consente ai terroristi di alimentarsi ”. Lo sostiene David Cohen, sottosegretario americano per il terrorismo e l’intelligence finanziaria, citando un rapporto del Dipartimento di Stato del 2013. Dai due Paesi e dall ’Arabia Saudita, per il Washington Institute for Near Policy, l’Isis ha ricevuto oltre 40 milioni di dollari negli ultimi due anni. Al terrorismo islamista non mancano benefattori nel Golfo. [Stefano Pasta - Il fatto quotidiano] 
In qualsiasi altro paese, il servizio di Report avrebbe causato una eco nel mondo politico per quello che ha raccontato: l'Isis lo abbiamo armato anche noi, indirettamente, per le milizie siriane poi passate coi terroristi.
Dice il ministro dell'Interno che non esiste rischio zero, ma abbiamo alzato il livello di rischio.
E le carenze di mezzi e personale denunciate dai sindacati di polizia?
Possiamo dormire sonni tranquilli?

Servirebbe un'unica intelligence europea, dove le informazioni vengano scambiate con la stessa velocità dei tweet dei politici.
Servirebbe un solo esercito coordinato dall'Unione che, in questi mesi, si è dimostrata unita solo per ricattare la Grecia.
Servirebbe un controllo stringente sulla vendita delle armi. Anche se fanno PIL, anche se costituiscono il nostro core business.
Servirebbe bloccare i finanziamenti all'Isis, sia dai paesi arabi, sia per la vendita del petrolio.

Tutto il resto, compresa l'ipocrisia di quelli che attaccano l'Islam (ma poi non dicono niente sugli arabi che si comprano Milano e Alitalia), non serve a niente.
Non si combatte chi nega le nostre libertà con meno democrazia, meno libertà, meno diritti.

05 settembre 2012

Maigret e il signor Charles, di Georges Simenon

In una mattina di marzo, in cui un principio di primavera inizia a far capolino nel cielo, una signora si presenta dal commissario Maigret, per denunciare la scomparsa del marito. È la moglie del notaio Gerard Sabin-Levesque, un famoso professionista conosciuto e stimato sia dai suoi clienti, che dai suoi collaboratori. Sebbene non sia suo compito, quello di indagare sulle persone scomparse, Maigret accetta di ascoltare la donna. Nathalie (questo il nome della donna), che ha chiesto proprio di Maigret conoscendone la fama, ha un'aria strana, che lo colpisce. Sicuramente, forse per darsi anche coraggio, ha bevuto qualche bicchierino. 


Anche il signor Sabin-Levesque, come racconta la moglie a Maigret, ha le sue stranezze: come il vizio di sparire per due o tre giorni, in compagnia di una ragazza “raccattata” in qualche locale notturno. Per poi tornare sempre a casa: ma questa volta la vacanza dura da più di un mese.

Parlava con un certo sforzo, e non solo per via dei due cognac che aveva bevuto. Né li aveva bevuti per darsi coraggio: il volto devastato e la difficoltà a mantenere il controllo rilevavano una bevitrice abituale.  
«Aspetto che lei mi fornisca qualche particolare». 
«Mio marito è fatto così». 
«Così come?». 
«E' un tipo che perde la testa. Se incontra una donna che gli piace, non può fare a meno di vivere con lei per qualche giorno. Finora, il più lungo dei suoi, diciamo così, capricci è durato due settimane». 
«Mi sta forse dicendo che che queste donne le raccoglieva per strada?».«Più o meno. Generalmente, nei locali notturni». 
«Usciva da solo?».«Sempre». 
«Non la portava mai con sé?».  
«E' da un pezzo che non siamo più niente l'uno per l'altra».
Per Maigret, che assieme ai suoi collaboratori inizia una sua indagine, come se fosse un fatto personale: indagine che diventa un'esperienza umana, per il dover entrare in modo anche prepotente a volte, nella vita delle persone. Come quello della signora Sabin-Levesque, del suo dover bere, per quel suo tic alla bocca. Cosa nasconde quel suo atteggiamento scostante, a volte insofferente alle domande. E anche in quella del signor Gerard, il professionista dalla doppia vita: di giorno notaio sulla migliore piazza di Parigi, di notte allegro playboy, col nome di Charles.
Il notaio, che prima conduceva una vita da playboy di punto in bianco si era sposato. Perché? Il classico colpo di fulmine? O forse Nathalie, che si faceva chiamare Trika, aveva adottato una strategia abilissima? Che cosa sognava? 
Una vita mondana in un appartamento di lusso, viaggi, soggiorni in località alla moda? Fatto sta che, dopo circa tre mesi di vita coniugale, Sabin-Levesque aveva ricominciato ad uscire da solo. Perché? 

Sono tante le domande cui Maigret fa fatica a darsi una risposta: come si era arrivati a questa situazione, di condurre una vita separata, nella stessa casa? È per questo che aveva iniziato a bere? 
“Perché non se ne andava? Perché sopportava quell'esistenza soffocante?Al pomeriggio andava al cinema. Almeno così diceva. Ogni tanto si faceva accompagnare dall'autista in un bar del quartiere degli Champs-Elysées dove beveva da sola, appollaiata su uno sgabello. I barman, senza neanche aspettare che lei glielo chiedesse, le riempivano il bicchiere non appena lo vedevano vuoto. Non parlava con nessuno. Nessuno parlava con lei. Per gli altri, lei era «quella che beve»”.
Come in altri romanzi, anche questa indagine si rivelerà un viaggio nell'abisso dell'anima. Solitudine, ambizione, egoismo, ricerca del piacere.

“Maigret e il signor Charles” è l'ultimo libro scritto da Simenon nel 1972: dopo questo scrisse soltanto opere autobiografiche. Un Maigret a chiudere la sua bibliografia, così come fu un Maigret (Piotr il Lettone) ad aprirla, tanti anni prima.


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La scheda sul sito di Adelphi.

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