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18 ottobre 2025

Anteprima Presadiretta – trafficanti di uomini

Per i trafficanti di esseri umani i migranti sono una miniera d’oro: prendono i soldi da loro quando vengono in Libia, poi li rinchiudono nei lager e chiedono il riscatto ai familiari, altri soldi sono chiesti per partire per l’Italia . E la politica italiana, destra o sinistra, non fa nulla, concretamente, per fermare questo. Anzi. La destra italiana campa sulla propaganda avvelenata contro i migranti. E questa politica d'odio contro i migranti si è estesa, non da oggi, all'Unione Europea.

Il parlamento italiano, composto in gran parte da (presunti) cattolici, ha recentemente respinto l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri Nordio e Piantedosi e anche per il sottosegretario agli interni Mantovano, sul caso Almasri, il torturatore libico su cui pende un mandato di cattura internazionale per i reati che gli vengono attribuiti.

Il Parlamento ha deciso che se il governo non ha consegnato Almasri alla Corte Penale Internazionale e lo ha rimpatriato in Libia lo ha fatto per motivi strategici nazionali e per la sicurezza nazionale – racconta Riccardo Iacona nella presentazione della puntata.

A Presadiretta nell’ultima puntata della stagione 2025 si parlerà proprio del caso Almasri partendo da una domanda: come mai la sicurezza nazionale italiana passa attraverso un capobanda mafioso libico? Presadiretta ricostruirà i rapporti che l’Italia ha avuto con la Libia sin dal 2009, ai tempi in cui Gheddafi era al potere. Presadiretta ricostruirà le reti internazionali attraverso le quali i trafficanti libici di uomini vanno a prendere i loro “clienti” anche a migliaia di chilometri di distanza e accenderà le luci su quello che succede in Senegal e in Bangladesh.

E pensare che questo governo aveva dichiarato guerra senza quartiere a chi lucra sulla disperazione della gente, dando la caccia ai trafficanti di uomini “su tutto il globo terracqueo”. Ma quando ha avuto l’occasione di consegnare alla giustizia internazionale un criminale, Osama Almasri, che per anni ha torturato e sfruttato i migranti in Libia, non lo ha fatto. Almasri è stato rimandato a Tripoli, a casa sua, con un aereo di Stato. A Tripoli è stato festeggiato come un eroe dal suo clan.

La foto, incredibile, mentre Almasri scende dal nostro aereo dei servizi è stata scattata da un attivista libico, Husam El Gomati, avvisato da una sua fonte a Torino: “l’Italia ha rimandato in Libia un criminale a sue spese, facendolo viaggiare in prima classe.. ”
LA corte penale internazionale ha indagato su di lui per anni raccogliendo numerose prove e testimonianze: secondo il mandato di cattura nella prigione di Almasri sarebbero stati uccisi 34 detenuti, altri 22 (almeno) abusati sessualmente, persino un bambino di 5 anni.

“A Tripoli una cosa è certa, hanno cominciato a preparare i festeggiamenti prima ancora che Almasri salisse sull’aereo” continua Husam El Gomati nel suo racconto davanti a Riccardo Iacona.

Chi ha fatto pressioni dalla Libia affinché Almasri non finisse alla Corte Penale Internazionale?

L’attivista ha mostra a Iacona un video dove parla il primo ministro della Libia Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, non sono stato io a fare pressioni sull’Italia, sono stati altri membri della milizia di Almasri a contattare l’ambasciata italiana a Tripoli. Il primo ministro della Libia ha di fatti ammesso pubblicamente che la liberazione di Almasri è il frutto di un accordo politico tra una milizia e Roma.

La storia di due migranti in Libia Thdyane e Serifo


Il lungo viaggio di Thdyane e Serifo è partito da Dakar, la capitale del Senegal, passando per l’inferno della Libia: in aereo sono sei ore di volo ma per chi parte senza visto il viaggio verso l’Europa può durare anni. Il Senegal è uno degli hub del traffico di migranti dall’Africa occidentale: da qui partono due rotte, quella atlantica a bordo di piroghe, verso le Canarie. E quella via terra, attraverso il deserto, fino alla Libia e da lì il salto verso l’Italia. Ai giornalisti di Presadiretta sono arrivate le foto di ragazzi senegalesi detenuti nei lager in Libia vittime di violenze e torture. Presadiretta ha percorso al contrario il loro viaggio da Dakar verso il loro paese natale, nella regione di Casamance, assieme a dei volontari del Vis, il volontariato internazionale per lo sviluppo. Una ONG che assieme ai salesiani di Don Bosco lavora coi migranti di ritorno, vittime dei trafficanti. Dopo due giorni di strada finalmente il villaggio da cui i ragazzi delle foto arrivate a Presadiretta sono partiti da qui: qui nel 2017 è partita Thdyane assieme ad uno dei suoi fratelli, Serifo. Vivevano in una capanna senza acqua né luce con altri dieci tra fratelli e sorelle. Fanta è la loro sorella maggiore e a Presadiretta racconta del lungo viaggio fino alla Libia dove sono stati sequestrati e imprigionati più volte, ogni volta veniva chiesto un riscatto alla famiglia “ti chiamano degli sconosciuti, ti dicono solo ‘pagate o li uccidiamo’ e noi dobbiamo trovare i soldi anche se non abbiamo niente.” Adesso sono liberi ma non stanno bene, si stanno ancora curando le ferite. Ai trafficanti la famiglia ha pagato già migliaia di euro, un enorme somma se si pensa che in questa regione del Senegal si vive con meno di due dollari al giorno. Sono tante le testimonianze di persone che hanno dovuto pagare più volte il riscatto per dei loro parenti finiti nelle mani dei trafficanti in Libia: persone che si sono indebitate per pagare, hanno dovuto vendere i loro animali. E le persone per cui è stato pagato il riscatto sono ancora bloccate in Libia.

Il post alluvione in Romagna

Le telecamere di Presadiretta tornano in Emilia, nelle zone colpite dall’alluvione del 2024 per capire ad un anno di distanza qual è lo stato dei lavori di messa in sicurezza del territorio e se i ristori sono stati sufficienti a far ripartire imprese e famiglie.

Perché ci sono famiglie che sono fuori casa da un anno, che non possono rientrare in casa e far partire i lavori perché ancora non si sentono in sicurezza: “io non rientro perché ho paura, non mi sento sicura, mi sono salvata una volta, non posso rischiare una seconda volta.”

A settembre una nuova ordinanza commissariale ha previsto contributi fino ad un massimo di 2350 euro al metro quadro per i proprietari di case che hanno subito danni gravi a seguito delle alluvioni, per costruire altrove.

Ma tanti cittadini non ci stanno e chiedono che sia messo in sicurezza il territorio anziché andarsene: come in Val di Zena, fuori Bologna, una delle aree più colpite nell’ultima alluvione. Vicino all’argine del fiume c’è un gruppo di case con tantissime famiglie che si dovrebbero spostare che non hanno intenzione di abbandonare tutto – racconta a Presadiretta Pietro Latronico il presidente del comitato degli alluvionati della Val di Zena.

Dopo la prima alluvione del 2023 avevano già ristrutturato casa, con tanto entusiasmo, sono stati fuori casa otto mesi, poi sono rientrati finché non è arrivata la seconda alluvione l’ottobre scorso. E ora in casa c’è nuovamente da rifare tutto, impianti elettrici, riscaldamento “ma se non mettono in sicurezza il fiume non spendo i soldi neanche a morire” spiega il signor Latronico.

“Noi siamo qua nel limbo, aspettiamo questa politica lenta, abbiamo in Italia una politica lenta e burocratica, la gente vuole i fatti ..”

L’obiettivo non è ritornare come eravamo prima – spiega ai suoi cittadini il presidente De Pascale in un intervento pubblico a Castel Bolognese – “l’obiettivo è vivere in una terra più sicura di quando siamo stati colpiti”.

Presentando i piani di messa in sicurezza il presidente spiega di come ci sia bisogno di risorse, per gli investimenti costosi, per una cassa di espansione si parla di decine di milioni di euro, di norme che semplifichino.

A queste assemblee pubbliche partecipano sia le autorità che i cittadini: tutti chiedono risposte serie per interventi veloci “perché non è che possiamo vivere anche quest’inverno spostando i mobili mettendo dei sacchi” racconta una signora.
Se ci sono i soldi cosa stanno facendo? – è la domanda che si pongono in tanti delle persone colpite, tutti chiedono tempi certi per i lavori, perché tutti devono pagare le tasse, le spese per l’energia, per i lavori nelle case alluvionate.
Si sono perse tre estati, dal 2023 al 2025 – ricorda Riccardo Galassi un geologo esperto in idraulica consulente della commissione di inchiesta parlamentare sul rischio idrogeologico – non si può più perdere tempo: “qui stiamo ancora parlando di affidare degli incarichi a delle società che facciano le progettazioni, dopo di che c’è la valutazione della progettazione, poi la valutazione dell’opera, poi l’affidamento dell’incarico dell’opera, poi devono cominciare i lavori, dopo di che sa cosa significa questo? Che lei torna nel 2027 mi fa la stessa intervista.. questo significa, solo che lasciamo passare altri due anni e la gente è li e ha paura.”
Da qui al 2027 quante pioggie e quanti alluvioni ci prenderemo ancora? – Si chiede un’altra residente della val di Zena “questa è la cosa grave, questa è la cosa che non mi fa stare tranquilla, neanche un po’”.
Le persone hanno paura quando piove, vedono i lavori che non partono e si sentono prese in giro, lavori che inizieranno forse tra due anni, “nei prossimi due anni ci fanno andar via tutti o crepiamo.”

Ma quando partiranno i lavori? A questa domanda risponde il presidente De Pascale: “se stessimo ai finanziamenti del governo, nel 2027, noi vogliamo partire il 2026, anticipando le risorse. Il miliardo del governo parte dal 2027 e dura dieci anni, noi abbiamo detto bene, la regione li anticipa. Quindi noi nel 2026 il nostro obiettivo è iniziare a muovere la terra ..”
Vedremo allora le ruspe per le casse di espansione, anti tracimazione: l’idea della regione è completare entro il 2025 la progettazione e far partire le opere nel 2026, compito che spetta ora alla regione. De Pascale aggiunge che fino al giugno di quest’anno non c’era nulla come finanziamenti (per la messa in sicurezza), tutte le risorse erano solo per ricostruire, “la mia battaglia è stata convincere il governo a stanziare risorse aggiuntive .. Abbiamo perso tempo ma finalmente siamo sul binario giusto, la rabbia la frustrazione dei cittadini è totalmente giustificata.”
Ma 1,1 miliardi di euro sono sufficienti per questi lavori? Secondo il presidente non sono sufficienti, ma non ho voluto rituffarmi nella polemica – spiega a Presadiretta – quando avremo speso i primi 800 ml verremo a discutere richiederne altri.

La scheda del servizio (raiplay):

Un viaggio di PresaDiretta tra Bangladesh, Senegal, Tunisia e Svezia per indagare le rotte del traffico di esseri umani dalla Libia all'Europa. Un'inchiesta che svela i crimini della rete internazionale che sfrutta la disperazione di chi cerca una vita migliore. Al centro, la vicenda del generale Al-Masri, le testimonianze di vittime di torture, oppositori libici e investigatori impegnati a smascherare il sistema. Le telecamere di PresaDiretta raggiungono le famiglie dei migranti in Asia e Africa, raccontando le storie di chi parte e di chi viene ricattato. Emerge l'ipotesi di un coinvolgimento tra Tunisia e Libia di membri delle amministrazioni statali, con prove sconvolgenti tratte dal Rapporto "State Trafficking", realizzato da ricercatori europei. In esclusiva, le immagini della vendita di migranti alla presenza di militari libici e tunisini, un traffico che le autorità tunisine continuano a negare. In studio con Riccardo Iacona, il giornalista e scrittore Gabriele Del Grande, per discutere di politiche migratorie, e Francesco Cancellato, direttore di Fanpage, per approfondire la vicenda dello spyware Paragon e dei numerosi personaggi finiti sotto sorveglianza.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

22 ottobre 2023

Anteprima inchieste di Report – l’eredità di Berlusconi, il ponte tibetano e il business sui passaporti

Il business sui passaporti

Siccome prendere un appuntamento per il rilascio del passaporto è quasi impossibile, alcuni cittadini si sono ingegnati per trovare una soluzione e per lucrare sopra la burocrazia: tutto parte dal sistema degli open day, giorni in cui i siti delle Questure consentono la prenotazione di un appuntamento per i richiedenti del passaporto.

Sono così spuntate agenzie private che accedono a questi siti delle Questure che, usando nomi fittizi, bloccano gli slot delle prenotazioni che venivano poi venduti ai privati, mandando però in tilt il sistema.

La scheda del servizio: L'appuntamento di Chiara De Luca

Collaborazione di Eva Georganopoulou

Immagini di Davide Fonda, Fabio Martinelli e Dario D’india

Montaggio di Andrea Masella

Grafica di Michele Ventrone

Il boom di richieste di passaporti ha mandato in tilt il sistema di prenotazioni.

A partire dalla fine del 2022, cessate le restrizioni della pandemia e con l’avvento della Brexit, c’è stato un boom di richieste di passaporti che ha mandato in tilt il sistema di prenotazione; tanto che per avere un appuntamento si arriva fino a 7 o 8 mesi di attesa. E mentre alcune questure italiane hanno messo in campo diverse iniziative come gli open day, i cittadini esasperati si sono rivolti ad alcune agenzie che, sfruttando questa emergenza, si sono inventate un business, quello delle prenotazioni a pagamento.

L’eredità di Berlusconi

Nello scorso servizio Bertazzoni si era occupato dei quadri acquistati nelle aste da Silvio Berlusconi e che fanno parte dei beni che verranno ereditati lasciata ai figli. Il patrimonio di Berlusconi vale 4,5 miliardi di euro – racconta a Report il giornalista del Corriere Mario Gerevini: nel patrimonio ereditario c’è il 61% della Fininvest, che è stato diviso tra i vari figli, sono circa 2,8 miliardi. In più c’è una holding parallela che non dipende da Fininvest che era 100% di Berlusconi, la Dolce Drago, dove c’erano tutte le principali ville.
Il 53% del controllo di Fininvest lo hanno i primi due figli, Marina e Pier Silvio mentre il 47% i tre figli piccoli: c’è un problema di governance – commenta il consulente di report Bellavia – i primi due figli devono governare in armonia. E gli altri tre figli? Le due figlie femmine non hanno intrapreso alcuna iniziativa mentre il figlio Luigi ha diversificato le sue attività: investimenti nel settore tecnologico con Fintech, creando una holding al di fuori della quota Fininvest con un valore di 400ml. Ha anche investito nel mattone, comprandosi da Fininvest stessa la prima villa di Berlusconi a Milano, facendo un mutuo.

L’intera cifra dei tre mutui è stata finanziata da Intesa San Paolo.

Senza Berlusconi e le sue fideiussioni al partito, oggi le casse di Forza Italia sono a rischio per il buco di bilancio e per i debiti su cui non c’è più la garanzia: ci sono dei singoli parlamentari di FI che non hanno pagato le quote per il partito, racconta il tesoriere Alfredo Messina a Report.

Non si tratta certo dei vari Lotito e Gasparri, che a Report ricorda “esistiamo ancora alla faccia vostra”..
Nel 2016 con la legge sul tetto alle donazioni dei privati già in vigore, per rimpinguare le casse di Forza Italia, Berlusconi fa al partito una fideiussione di 3 milioni di euro: non finanzia direttamente FI, ma ne garantisce i debiti. Nel 2019 il fratello Paolo ne fa una da 4 ml: è legale tutto questo, siccome il tetto ai finanziamenti è di 100mila euro?
“Sarebbe da studiare” risponde l’esperto di riciclaggio Gaetano Bellavia “perché Berlusconi non ha mai finanziato direttamente Forza Italia, ha garantito debiti di FI, c’è questa sottile differenza che potrebbe essere giuridicamente interpretata. ”
Un modo furbo per aggirare la legge? No, secondo il tesoriere, Berlusconi ha fatto quello che la legge consentiva di fare.

Il servizio di Luca Bertazzoni racconterà dei dubbi attorno al testamento: Patrizia Giachin, perito del tribunale di Modena, ha analizzato i precedenti testamenti di Silvio Berlusconi e ha notato che la calligrafia dell'ultimo appare molto diversa rispetto ai precedenti: “il ritmo è molto più rallentato, le ampiezze si fanno molto più contratte. Ci sono, in corrispondenza del tratto di avvio, delle circonvoluzioni e in quel momento Berlusconi faceva fatica a trovare l’appoggio per trovare la scrittura. L’andamento del tracciato va su e giù, è altalenante.”

Ciò è dovuto alle particolari condizioni del momento: un parlamentare di FI racconta che prima di andare al San Raffaele Berlusconi scrisse una lettera, su cui c’era molto mistero, “posso immaginare che fosse molto agitato in quel momento (era il 19 gennaio) perché era proprio convinto che non sarebbe tornato più a casa, era convinto di morire ..”
In questo testamento è presente la dicitura “se non dovessi tornare”: questa frase avrebbe potuto essere un motivo di impugnazione? Berlusconi poi tornò a casa dopo quella mattina del 19 gennaio scorso ma, come spiega il notaio Mattea, così non è stato perché gli eredi hanno raggiunto un accordo considerando questo testamento valido.
Una parte importante del testamento riguarda i lasciti, che sono introdotti da un condizionale “dovreste riservare questi soldi a Dell’Utri, Fascina e Paolo Berlusconi..”: se ci fosse disaccordo sarebbe il giudice a decidere, nell’accordo il dovreste è stato interpretato come dovete.
Visto come è stato compilato l’elenco, viene da pensare che prima abbia elencato i nomi e poi dopo abbia aggiunto alla fine del rigo la cifra.
I figli hanno trovato un accordo, meglio un accordo su un testamento così così che una causa – il commento del notaio Metta: in questo accordo i figli si sono impegnati per mantenere inalterate le quote di Fininvest per i prossimi 5 anni.

Hanno usato una legge pensata per favorire il passaggio generazionale di una impresa che esonera dal pagamento delle tasse di successione, purché consentano agli eredi di mantenere il controllo della società per almeno 5 anni e purché gli eredi assumano l’impegno di proseguire il lavoro nella società. Imposta zero – il commento di Gian Gaetano Bellavia.

Una parte del servizio di Bertazzoni è dedicata alla deputata Marta Fascina, candidata nel 2018 nel collegio blindato di Portici: una fonte interna a FI racconta di come in quegli anni il rapporto tra Berlusconi e la Pascale fosse diventato violento, “la situazione era diventata insostenibile” e dunque – continua Paolo Madron, “Fascina diventa lo strumento ideale per sostituire la Pascale”.

La parola è proprio quella, “lo strumento”.

Nel marzo 2020 Berlusconi va in un resort in Svizzera e si porta dietro proprio Marta Fascina, spuntano le foto su Diva e Donna che aprono la crisi tra quest’ultimo e la Pascale: “il sospetto è che la famiglia non fosse molto contenta della Pascale” spiega la fonte anonima, l’uscita delle foto non fu casuale dunque.
Francesca aveva una personalità forte, bizzarra, ma non entrava mai nelle questioni politiche – prosegue la fonte: “mentre la figura di Marta è diventata di colpo imponente, soprattutto in politica, partecipava a tutti gli incontri di Berlusconi, passava tutte le ore del giorno a condizionarlo nelle relazioni con gli altri. Lui è cattivo con te, non gli parlare più..”
Qual è dunque il ruolo della Fascina nel partito:

“Nessuno, però ha fatto entrare in Parlamento tre suoi fedelissimi, Sorte, Benigni e Ferrante”.

Qual è stato il ruolo della Fascina nella candidatura di Berlusconi a presidente della Repubblica?
“Solo tu puoi fare il presidente, solo tu.. tutti i giorni così, una goccia cinese, e Berlusconi aveva iniziato a crederci. Tant’è che aveva passato la notte di Natale al telefono, chiamava i Parlamentari alle sei del mattino, per dire tu chi mi porti? Chi hai da portarmi?”
Berlusconi aveva i numeri per diventare presidente?
“Era una partita di poker, noi avremmo dovuto insistere sul suo nome, fino all’ottava, decima votazione, col voto segreto forse ce l’avrebbe pure fatta, perché Dell’Utri in quel periodo gli organizzava degli incontri segreti con i più improbabili parlamentari del Movimento 5 stelle.. ”
Cosa ha fatto crollare la sua convinzione?

“C’è stata una forte pressione da parte della figlia, di Letta e di Ghedini che, conoscendolo, era terrorizzato, perché incontrava queste persone e cercava di convincerle dicendo ti faccio assumere di qua, ti faccio assumere di la, stava diventando un gioco pericolosissimo..”
Che ruolo ha avuto la Fascina sulla caduta del governo Draghi?
“La stessa cosa, lei tutti i giorni gli diceva ‘deve cadere, deve cadere’.. non c’era nessuna strategia, erano sfizi di una donna convinta che Berlusconi sarebbe ridiventato di nuovo presidente del Consiglio, era tutto un vedere lui di nuovo in pista per alimentare il suo ego già ipertrofico.”

La scheda del servizio: Il testamento di Luca Bertazzoni

Collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Carlos Dias, Davide Fonda, Andrea Lilli e Marco Ronca

Rricerca immagini di Eva Georganopolu e Alessia Pelagaggi

Montaggio di Igor Ceselli

Grafiche di Giorgio Vallati

L’inchiesta di Report su come è stato suddiviso il patrimonio di Silvio Berlusconi.

Il patrimonio ereditario di Silvio Berlusconi ammonta a circa 4 miliardi e mezzo di euro. L’inchiesta di Report racconta come è stato suddiviso fra gli eredi e quali sono i nuovi assetti societari delle aziende di proprietà del Cavaliere. Nel testamento di Berlusconi non c’è alcun riferimento ai 90 milioni di euro di debito di Forza Italia nei confronti del suo fondatore e il partito ha i conti in rosso. Analizzando i conti di Forza Italia, ci sono due fideiussioni di Silvio e Paolo Berlusconi per un totale di 7 milioni di euro: fideiussioni che sono state fatte anni dopo l’approvazione della norma del tetto di 100mila euro annui al finanziamento ai partiti. L’inchiesta si occupa anche dei lasciti del Cavaliere, in particolare quelli destinati alla compagna Marta Fascina e a Marcello Dell’Utri, ex senatore di Forza Italia condannato in via definitiva a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Infine, il racconto di un altro “presunto” testamento che Silvio Berlusconi avrebbe lasciato a un imprenditore torinese residente in Colombia.

La Repubblica che tutela l’ambiente

La nostra Costituzione tutela i beni artistici, pubblici e privati, con buona pace dello “sbadato” sottosegretario Sgarbi. Tutela anche l’ambiente la nostra Costituzione: anche a Costermano sul Garda (Verona), dove dentro un oasi naturalistica si vuole costruire un ponte tibetano sospeso, come strumento per attirare nuovi turisti.
In questa oasi ci sono specie animali protette, il gambero di fiume: stiamo parlando dell’oasi all’interno della Valle dei Mulini, cuore del sito di interesse comunitario, oltre al gambero, qui nascono specie floreali rare come alcune specie di orchidee.
È un luogo che dovrebbe essere protetto e che sembra destinato a diventare un villaggio turistico – racconta preoccupato Raffaello Boni responsabile di Lega Ambiente Baldo-Garda – con campeggio di caravan e roulotte, punti ristoro, giochi sull’acqua: “se vogliamo che il Garda sia attrattivo anche tra 100 anni questo capitale naturale va mantenuto”. Invece nella Valle dei Mulini il sindaco di Costermano ha approvato un progetto grandioso, il Garda Line Bridge: “io sono una persona che crede nelle risorse territoriali, che crede in quello che sta facendo, che realizza quel sogno, che altrimenti non si realizzerebbe mai..”.
Il sogno è un ponte tibetano, da pubblicizzare su bellissime brochure, che non aggiungerebbe molto alle bellezze paesaggistiche che già esistono. Anche perché esiste già un ponte che collega le due sponde della vallata e che porta al centro di Costermano.
Chi sponsorizza questo “sogno” parla di 100mila presenze l’anno (dunque ricchezza per tutti, il bengodi): “ma come può reggere questo equilibrio ecologico in un luogo del genere con le migliaia di persone che dovrebbero arrivare” si chiede il responsabile di Legambiente.

Per la realizzazione del ponte tibetano il comune ha deciso di costruire anche un parcheggio. Per questo l’amministrazione ha ceduto crediti edilizi per 400mila euro alle due ditte che hanno comprato il terreno per il parcheggio, su un terreno che costa 200mila euro. Il comune avrebbe potuto comprare il terreno dai privati evitando così di dover cedere ulteriori cubature.

Il sindaco del comune è al suo secondo mandato: è la sua amministrazione ad aver offerto la cubatura edilizia alle due società in cambio dei terreni che avevano acquistato dalla famiglia Marocchini consentendo di realizzare una ricca plusvalenza. Report ha voluto porre la domanda al sindaco ed è stata accolta da una troupe degna dei migliori studi televisivi.

Queste due società che hanno acquistato i terreni da un privato, come facevano a sapere che lì si sarebbe realizzato un ponte tibetano (e tutto il resto)? Lo sapevano tutti che avremmo spostato il parcheggio in altre aree – ha risposto il sindaco, che ammette anche di conoscere i proprietari del terreno su cui verrà costruito il parcheggio. Alla fine l’impressione, guardando la vicenda dall’esterno, è che a guadagnarci siano state proprio le due imprese e non il comune.

La scheda del servizio: Garda Real Estate di Rosamaria Aquino

Collaborazione di Marzia Amico

Immagini di Giovanni De Faveri

Montaggio e grafica di Michele Ventrone

Viaggio a Costermano sul Garda tra interventi urbanistici e tutela del territorio.

Un ponte tibetano sospeso da oltre 300 metri, un mega parcheggio, alberghi vista lago, campeggi, aree attrezzate e giochi sull’acqua sorgeranno in una valle considerata sito di interesse comunitario per alcune specie naturali che si trovano solo lì. Viaggio a Costermano sul Garda: tra boschi che diventano edificabili, ville hollywoodiane a pochi metri da un cimitero protetto da due Stati, terreni acquistati dal Comune concedendo in cambio cubature a chi vuole costruire. Quale equilibrio tra interventi urbanistici e tutela del territorio?

La tutela del bene artistico

Report ritorna sull’inchiesta di domenica scorsa relativa alla collezione di quadri di Gianni Agnelli: alcuni dei quadri di enorme valore sono finiti all’estero senza che il ministero dei beni culturali ne sapesse nulla. Interpellato da Report, il sottosegretario Sgarbi ha risposto che il ministero non fa opera di polizia e un privato può fare quello che vuole dei suoi quadri.

Contraddicendo l’articolo 32 della Costituzione.

La scheda del servizio: IL SOTTOSEGRETARIO SBADATO

di Manuele Bonaccorsi e Federico Marconi

La collezione d'arte della famiglia Agnelli è composta da 636 capolavori dell'arte moderna e contemporanea, come Report ha scoperto pubblicando in esclusiva la lista di opere redatta dopo mesi di ricerche in giro per l'Europa. Di queste, solo quattro sono state notificate al Ministero della Cultura nel corso degli anni: dei gessi di Canova, comprati da Gianni Agnelli negli anni '90. Tutto il resto è sconosciuto al ministero. Il sottosegretario Vittorio Sgarbi, dopo aver ricevuto da Report la lista, ha scritto a Margherita Agnelli, ai tre fratelli Elkann, e alle Soprintendenze ai Beni Culturali di Torino e Venezia, per venire a conoscenza dell'ubicazione di tre opere, oltre i gessi di Canova: "Salutando" di Giacomo Balla, "Mistero e malinconia di una strada" di Giorgio De Chirico, e "La Chambre" di Balthus. Sgarbi sostiene che sono le uniche di interesse per lo Stato italiano, dimenticandosi centinaia di capolavori del '700 e '800 e di grandissimi artisti italiani e internazionali. Opere di cui attualmente è stata denunciata la scomparsa ma di cui lo Stato italiano avrebbe dovuto avere conoscenza e proteggere. Perché, come recita la Costituzione, "La Repubblica tutela il patrimonio artistico della nazione". Anche se di proprietà privata.

Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

15 ottobre 2023

Report – la collezione di Berlusconi e la fine della sanità pubblica

Il collezionista di Luca Bertazzoni

L’eredità di Berlusconi vale 4-5 miliardi, dopo la morte il controllo è nelle mani dei figli maggiori, la famiglia diventerà titolare del credito nei confronti di Forza Italia, ma sono soldi che non verranno chiesti indietro.

Nel testamento ci sono tre lasciti, al fratello alla Fascina e a Dell’Utri: dell’eredità ottenuta da Berlusconi nessuno ne ha voglia di parlare, i figli hanno chiesto di non pagare le tasse di secessione, usando una legge che lo consente (per chi eredita quote societarie). C’è il patrimonio immobiliare, infine un hangar di fronte alla villa di Arcore che contiene i quadri acquistati da Berlusconi stesso.

Acquisti comprati alle aste notturne che hanno fatto felici i venditori napoletani: voleva diventare il collezionista più grande d’Italia, oggi tutti i quadri sono custoditi in un hangar ad Arcore che contiene 25mila quadri e altri oggetti d’arte.

Molti di questi sono stati comprati da un venditore di Arzano, vicino Napoli: le prime telefonate ricevute furono scambiate per uno scherzo, racconta Giuseppe De Gregorio, il titolare della casa d’aste, ma poi è nato un rapporto di amicizia e di affari andato avanti per tre anni.

Quando a Napoli si sparse la voce che Berlusconi comprava opere, spuntarono tanti televenditori e galleristi più o meno improvvisati.

A volte, racconta un gallerista, Berlusconi prenotava tutte le opere presentate durante una televendita, spendendo da 20 a 30 mila a serata.

Quadri che poi Berlusconi voleva far periziare a Sgarbi, ma erano perizie impossibili: il cavaliere chiese aiuto all’ora al televenditore Lucas Vianini, che si insediò per due anni a Villa Gernetto. Nell’hangar di Arcore Vianini iniziò a catalogare tutte le opere: dal Napoleone in trionfo, l’amore per le sue città preferite da Parigi a Napoli. Berlusconi era felice quando introduceva i suoi ospiti in questo hangar, che è costato a Berlusconi 20 ml, “poteva fare una raccolta di 100 quadri bellissimi”.

Invece si è accontentato da tante imitazioni prese in un momento di bulimia notturna: Sgarbi racconta che ad un certo punto si è accorto che Berlusconi era stato circuito da questi venditori, tanto da parlarne coi figli.

Ora anche l’hangar finirà nelle mani dei figli: 25 mila croste dichiarate le chiama Sgarbi.

La stiamo perdendo! di Claudia Di Pasquale

Lo scorso anno il presidente Fontana e l’assessore Moratti hanno inaugurato in Lombardia diverse case di comunità: Report aveva dedicato un servizio a queste strutture, scoprendo che spesso erano vuote, senza medici, con la guardia medica che non sempre era presente.

A Borgo Palazzo, ad esempio in provincia di Bergamo: i medici di continuità assistenziale presenti nella struttura non sono in grado di coprire tutti i turni, si parla di un medico che deve coprire 200 mila pazienti.

Dovrebbero essere in 220 i medici, uno ogni 5000 abitanti, invece sono molti meno, esponendoli anche a rischi legali che molti di loro non vogliono affrontare.

Arriveranno ora 2 miliardi dal PNRR dedicati alle case di comunità, anche le Hub, quelle aperte 24 ore al giorno: la Lombardia è quella che ne ha inaugurate di più, ma capire qual è la situazione è difficile, perché l’assessore Bertolaso ha mandato un sms alle ASST, invitando a non dare informazioni a Report, sapendo che stava preparando un’inchiesta.
Report, nel passato servizio sulle case di comunità, aveva scoperto che i medici non erano presenti nelle strutture, facendo venire meno la funzione per cui sono previste: oggi hanno smesso di inaugurarle queste case. Cosa è cambiato in un anno?

A Zanica niente medici, lo stesso a Zogno e a Soriate: a Dalmine è stata aperta una casa di comunità, ma anche qui nessuno risponde al citofono della guardia medica.

Chiamando al numero unico 116117, rispondono che non c’è servizio da nessuna parte nella zona: a Bergamo non c’è presidio medico la notte.

In Val Brembana, il sindaco di San Pellegrino si è lamentato di non sapere i turni della guardie mediche: ci sono sedi di guardia medica che sono state aperte per pochi giorni al mese, oggi si pensa di tagliarle ancora e di ricorrere alle televisite.

Alla ATS di Bergamo non hanno voglia di rispondere alle domande di Report: rivolgetevi all’ufficio di comunicazione risponde il DG della ATS.

E dunque come la mettiamo con le inaugurazioni delle case di comunità? Quella di Ponte San Pietro è stata aperta dove c’erano già servizi, hanno creato nuovi ambienti per certificare che fosse una casa di comunità, ma il punto prelievi è al buio e il punto infermieristico è chiuso.

Tutto chiuso, tutto materiale nuovo, ma mancano i requisiti per essere accreditato come presidio: ma a Ponte San Pietro c’è il policlinico del gruppo San Donato, sempre il San Donato ha aperto l’ambulatorio ad accesso diretto, impropriamente chiamato pronto soccorso perché si occupa solo di casi lievi: l’accesso diretto, senza fila, costa però 149 euro.
La
giornalista di Report ha raccolto la testimonianza di Stefania Popi: nel 2022 il padre inizia a sentirsi male, febbre, tosse stizzosa, sensazione di soffocare, inappetenza, un peggioramento generale. Per capire cosa avesse il medico di base ha prescritto più volte il ricovero in ospedale e Stefania ha portato più volte il padre al Pronto Soccorso, ma non è mai riuscita a farlo ricoverare.

L’Humanitas per più volte ha rifiutato il ricovero, e così alla fine hanno deciso di farlo ricoverare a pagamento, sempre in Humanitas: in cinque giorni hanno finalmente scoperto finalmente cosa avesse il padre. Aveva una endocardite, una brutta infezione che doveva essere necessariamente curata in ospedale per tanto tempo. I 5 giorni di ricovero a pagamento sono costati 13 mila euro alla signora Popi: non potendosi permettere altri giorni in ospedale, Stefania fa dimettere il padre e lo riporta al pronto soccorso dell’Humanitas per farlo finalmente accedere al servizio sanitario pubblico.
Per spostare il padre ha dovuto pagare l’ambulanza, pagando altri 120 euro, per farlo scendere al primo piano e percorrere pochi metri fino al pronto soccorso.

Intanto a Milano Bertolaso annuncia l’aumento delle guardie mediche: peccato che questi ambulatori chiudano al massimo a mezzanotte. In via Monreale, nella ex sede del consultorio ne è stata aperta una: i lavori di ristrutturazione sono costati 1 ml, realizzando postazioni per CUP e per le funzioni di scelta e revoca.
Ma andando al CUP si scopre che qui è tutto chiuso, la guardia medica attivata l’estate è a scartamento ridotto, la domenica fino alle 21. Di fronte alla casa di comunità c’è la clinica San Siro del gruppo San Donato dove basta pagare e c’ è tutto. Report ha intervistato la signora Maria Luisa che era incinta e il Ssn non era in grado di offrirle una visita ginecologica, con la motivazione di una lista chiusa, bloccata, non prenotabile. Nemmeno al San Raffaele (sempre san Donato), dove però a pagamento si sceglie anche la tariffa.

Altra inaugurazione a Crema, questo gennaio: manca ascensore, parcheggio, ma va bene così: la sede a Crema è ancora nel mezzo dei lavori di ristrutturazione, che finiranno nel 2024, ma l’inaugurazione è stata fatta lo stesso. Come anche a Casal Maggiore, dove la casa di comunità non è aperta sette giorni su sette e dove mancano i medici.

La Corte dei Conti regionale nel rapporto dice che su 89 case di comunità solo 19 avevano il pediatra e meno della metà i medici di base.

L’assessore risponde che dipende da come uno vuole vedere le cose: le case sono state inaugurate dove erano presenti già strutture ambulatoriali.

Oppure sono case di comunità aperte in una struttura privata, si paga l’affitto al privato, ma in via temporanea: è quello che è successo a Baggio o a Soresina.

E che dice il presidente Fontana?
Alle domande di Report nemmeno lui risponde: 51 case di comunità inaugurate, anche quella di Soncino dove è stato inaugurato un ospedale di comunità dal ministro Giorgetti e dall’onorevole Comaroli.

Ma Comaroli è a capo di una fondazione che prende soldi dalla ASST per gestire la casa di comunità: è questo il futuro delle case di comunità, ovvero essere gestite da privati, magari legati alla politica regionale?
La deputata Comaroli racconta che non paga l’affitto al comune, per usare le strutture dove svolge le sue funzioni: il marito della Comaroli è vicesindaco del comune di Soncino, amministrato da Forza Italia, che ha concesso questa concessione per 30 anni alla deputata…

Sembra un feudo elettorale - il commento di Claudia di Pasquale: anziché potenziare il pubblico, anziché prendere nuovi medici, oggi si usa la scusa della mancanza del pubblico per colmarla col privato. Che gestisce gli ospedali di comunità, che prenderà i soldi del PNRR che la stessa politica dovrà decidere dove mettere questi fondi.

La previsione di spesa sanitaria è in diminuzione rispetto al PIL: dal 6,2 arriveremo al 6,1% nel 2026, la Germania investe circa l’11%. I numeri sono questi e parlano chiaro.

Ma si parla già di ridurre ospedali e case di comunità: rimarranno solo pronto soccorsi a pagamento?

In Liguria la situazione è ancora peggiore: il territorio è vasto e montuoso e la chiusura degli ospedali e dei presidi costringe i malati a muoversi per le cure.

Ad Albenga c’è sempre stato un ospedale con pronto soccorso, oggi è tutto chiuso, dentro trovi senza tetto, criminalità.

È stato venduto negli anni 2000 dall’imprenditore Nucera, oggi è sotto la tutela di un curatore fallimentare: la regione aveva deciso di costruire un ospedale moderno vicino l’aeroporto, costato 152 ml di euro. Fu inaugurato da Burlando, ma costruito dal centro destra che poi però ha iniziato subito a demolirlo: il nuovo ospedale è stato chiuso, la gestione dei reparti è stata affidata a dei privati, altri reparti sono stati chiusi.

Potrebbero esserci 200 posti letto ma ce ne sono 70: l’assessore ligure racconta che si pensa di affidarlo a dei privati, “lei vede i privati come fossero dei demoni” si difende l’assessore.

Anche qui, come in Lombardia, la politica sta facendo passare l’idea che sia normale che il privato colmi le lacune del pubblico, volute dalla politica.

I caso gravi da Albenga vengono spostati per 15 km fino all’ospedale Santa Corona a Pietra Ligure: al pronto soccorso le barelle affollano il corridoio, e si viene invitati ad andare nella casa della salute che dovrebbe essere aperte tutti i giorni. Ma in realtà sono vuote: la regione non dà più contributi alla casa della salute di Albenga, col risultato che deve rimanere chiusa.

La situazione più critica è quella di Savona dove c’è solo un punto nascita, tanto che partorienti devono far nascere i bambini in autostrada. Tutto normale per l’assessore, che a Report spiega che costruiranno nuove strutture per ginecologia solo quando avranno mezzi.

La signora Sabrina ha subito sulla sua pelle i tagli alla sanità: il padre ha il morbo di Crohn, una grave infiammazione cronica dell’intestino, veniva curato ad Albenga, poi a Pietra Ligure e poi è dovuto andare fino a Savona, a un’ora di macchina, due e mezzo se c’è traffico.

Il sindacato ha denunciato le lunghe d’attesa: 220 giorni per una colonscopia, 170 per una tac all’addome. L’assessore risponde a Report che i cittadini liguri non sono privati dei servizi, dando la colpa al covid. Ma sono i cittadini, che devono aspettare un anno per una visita per un’ernia, a pagare questi tagli: la regione Liguria è all’ultimo posto per il recupero degli interventi post covid, nonostante la regione abbia ricevuto dallo Stato un finanziamento da 13 ml di euro, per ridurre le liste di attesa.

In Liguria chi può, si sposta di regione per curarsi: per la mobilità extra territoriale la regione spende 52 ml di euro.

A La Spezia l’ospedale Sant’Andrea serve una comunità vasta di pazienti: Report ha mostrato lo stato di alcune sale, ammuffite dall’umidità.

Il reparto di neurologia ha delle crepe ma è tutto l’ospedale che non sta bene: la regione assicura che stanno facendo manutenzione, in modo rattoppato e aggiunge che costruiranno un nuovo ospedale fuori la città: del nuovo Felettino se ne parla dal 1993, sono state posate tante prime pietre, l’ultima quella di Toti nel 2016. L’appalto è stato aggiudicato dalla ditta Pessina, che però si è subito fermata nei lavori: la loro proposta di variante è stata bocciata dalla regione, che oggi è in causa col costruttore, chiedendo dei danni.

Il nuovo ospedale, con un nuovo bando, ha un costo superiore a quello vecchio per quasi 100 ml (264 ml, rispetto ai 177 del vecchio progetto): chi ha vinto il bando si prenderà anche il servizio, che verrà pagato dall’ATS.

La società che ha vinto l’appalto è sotto indagine a Trento: ma all’assessorato sono tranquilli, ci penserà la magistratura.

A Genova c’è l’ospedale Galliera: il pronto soccorso è affollato, perché da 1800 posti letto si è passati a 413 posti. Ci sono padiglioni che sono stati trasformati in ambulatori per attività di intramoenia. Anche qui si parla del nuovo Galliera, che prenderà il posto del padiglione C: i posti letto sono 404, ma si teme che qui apriranno servizi privati, centri commerciali, appartamenti.

Nel frattempo il costo del nuovo Galliera è aumentato, non ci sono soldi per fare manutenzione al vecchio Galliera.

Nella val Polcevera doveva nascere il nuovo ospedale di vallata, ma alla fine qui si realizzerà un nuovo polo della logistica: per realizzare un ospedale che non si farà sono state chiuse delle strutture.

Si parla anche di un nuovo ospedale sulla collina degli Erzeni: ma quell’area è oggi usata come area di parcheggio dei furgoni e dei container della società di logistica che era interessata al progetto.

A Rapallo hanno inaugurato un nuovo ospedale: il pronto soccorso è chiuso perché, rispondono dall’assessorato, non serve per l’ospedale.

Senza le risorse si rischia di fare la fine di Napoleone – spiega l’assessore: ma le risorse del PNRR non basteranno a soddisfare le richieste dei cittadini. Perché come in Lombardia, anche in Liguria, mancano medici e infermieri, ma nel piano regionale non si parla di questo problema.

La scusa perfetta è sempre la stessa, manca il personale: ma la colpa è sempre degli stessi politici in regione e a Roma, che non vogliono investire nella sanità pubblica.

I fondi del PNRR verranno spesi per progetti vecchi e costosi, come il Galliera a Genova o il nuovo ospedale a La Spezia.

A Bordighera c’è solo un punto di primo intervento: qui Adriano e Laura si sono rivolti per un problema della madre, che il medico dell’ospedale ha diagnosticato come problema gastro intestinale. Ma dopo pochi giorni la signora muore.

Il medico si stava specializzando in urologia, la norma consente che ci siano specializzandi nel punto di primo intervento: la signora ha ricevuto solo un elettrocardiogramma, servivano altri esami e i figli hanno fatto causa.

Il punto è preso in gestione da una società privata che fa capo al gruppo Sansavini: sarà la magistratura a far luce su quanto successo.

L’erosione del servizio pubblico parte da lontano, da De Lorenzo, alla Bindi fino alle chiusure degli ospedali nata con la riforma Lorenzin: oggi il governo ha di fronte due scelte, o finanziare il taglio all’Irpef o finanziare la sanità pubblica, cosa sceglierà?

31 gennaio 2022

Anteprime di Report: l'operazione scoiattolo, i soldi dell'obolo e le cure al Covid

Ora che abbiamo eletto il presidente della Repubblica salvando l'establishment e il festival di Sanremo, c'è tempo per parlare del mancato presidente, il candidato Berlusconi e la sua operazione scoiattolo.

Giorgio Mottola tornerà sullo scandalo dell'investimento fatto coi soldi dei fedeli per comprasi un palazzo a Londra. Infine un servizio che racconta quali sono oggi le cure al Covid.

Un ripassino di storia

Alla fine l'operazione scoiattolo non è andata in porto: Berlusconi non è riuscito a trovare un numero sufficiente di deputati, senatori e rappresentanti delle regioni per essere eletto presidente della Repubblica e coronare così il suo sogno.

Eppure per settimane gli sono andati tutti dietro di fatto bloccando l'intero centrodestra nel poter fare altre candidature per il Quirinale: nessuno dei giornalisti, dei solenni opinionisti da studio, dei retroscenisti della politica italiana aveva niente da ridire sulle ambizioni di Berlusconi. Nonostante il suo passato, le sue frequentazioni, la sua politica passata attraverso le leggi ad personam, la sua condanna. Report fa così un ripassino politico concentrandosi sugli ultimi anni del governo Berlusconi III (o IV).

Luca Bertazzoni ha intervistato Noemi Letizia, finita dentro uno scandalo (mediatico) per una festa di compleanno nel 2009 in cui era stato intervistato anche l'allora presidente del consiglio:

Chi è Noemi Letizia oggi?

Io sono Noemi Letizia e sono nota per la mia festa di 18 anni un po’ movimentata. Una festa, un’occasione che mi ha lasciato una macchia addosso, una macchia che non mi appartiene e non è la mia, ma con la quale ho dovuto convivere per anni e che ha influenzato anche la mia vita in maniera molto negativa.

La scheda del servizio: OPERAZIONE SCOIATTOLO di Luca Bertazzoni con la collaborazione Goffredo De Pascale, Edoardo Garibaldi

Dopo aver provato a cercare i voti del Parlamento con la cosiddetta “operazione scoiattolo”, alla fine Silvio Berlusconi ha rinunciato alla candidatura alla Presidenza della Repubblica. L’inchiesta di Report ripercorre gli ultimi anni di vita del quarto governo Berlusconi, la crisi politica che ne ha determinato la caduta con l’avvento dei tecnici a Palazzo Chigi. Il racconto intreccia lo scenario economico di quel periodo e le vicende giudiziarie che hanno influenzato l’attività politica di Silvio Berlusconi: i processi Ruby uno, Ruby Bis e Ruby Ter. Per la prima volta parla in esclusiva con Report, Noemi Letizia, nota per la sua festa di 18 anni del 2009 a cui partecipò fra lo stupore di tutti l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

L'affare londinese

Giorgio Mottola torna ad occuparsi di uno dei più grandi scandali della storia del Vaticano: i soldi per l'obolo di San Pietro, versato dai fedeli e spesi per comprare il palazzo degli ex magazzini Harrods a Londra, una storia che passa attraverso broker spregiudicati e arriva fino ad un politico italiano. Il processo in Vaticano è cominciato e sotto giudizio ci sono alti prelati, consulenti finanziari e broker.

Dove essere un affare sicuro, l'acquisto del palazzo a Londra, invece questo scandalo ha rivelato che i soldi dei fedeli sono finiti al centro di una vera e propria truffa che sembra ripercorrere lo schema reso celebre nel film “pacco, doppio pacco e contropaccotto”.



“Noi ci abbiamo creduto, ci siamo cascati dentro” racconta nel corso degli interrogatori presso la gendarmeria vaticana monsignor Perlasca , ex capo dell'ufficio amministrativo, la cassaforte della segreteria di Stato: è stato lui ad aver avviato la compravendita del palazzo di Londra.

“Certamente non l'abbiamo fatto né perché era Mincione, né perché.. perché purtroppo nella vita si sbaglia anche”.

Interessante ricostruire il giro che fanno i 15 milioni di euro quando vengono incassati da Torzi, uno degli intermediari dell'operazione: i primi cinque finiscono in tasca a Mincione (all'epoca consulente finanziario del Vaticano), gli altri dieci finiscono nella galassia societaria del broker molisano Torzi, 3 ml alla JCI, 125mila alla sua partecipata, la JCI Capital, una società di investimenti in cui erano presenti Torzi e altri personaggi illustri della politica italiana. L'ex sottosegretario alla alla comunicazione Botti, l'ex ministro Tremonti e l'ex ministro Frattini, oggi presidente del Consiglio di Stato che ha accettato l'intervista con Report.

Torzi aveva cooptato tutti e tre nell'advisory boead di JCL Capital poco prima di concludere l'accordo con il Vaticano, circostanza che aveva impensierito monsignor Carlino (segretario dell'ex cardinale Becciu).

“Mi chiesero di partecipare ad un gruppo che doveva fare analisi internazionali su alcune aree di crisi” risponde oggi Frattini, che ammette di non essere entrato nel board senza conosce Torzi, ma solo avendolo visto in foto assieme al papa.

Come compeso per la sua partecipazione al board e per le tre conferenze internazionali Frattini ha preso nell'ottobre 2019 30mila euro, prevenienti da quei 15ml di euro ricevuti da Torzi e che arrivavano dalla Segreteria di Stato e dall'obolo di San Pietro .

Per questa attività dentro l'adivosy board Frattini non ha chiesto autorizzazione al Consiglio di Stato, perché erano “attività relative alla politica estera, svolte all'estero, per le quali non è previsto che si chieda l'autorizzazione, perché indipendenti dall'attività istituzionale.”

Ma Torzi ha interessi anche in Italia, c'era la possibilità che Torzi si sarebbe trovato di fronte al Consiglio di Stato: “erano cose che non sapevo all'epoca ma che ovviamente con le mie dimissioni ha eliminato in radice ..” risponde l'ex ministro.

Ma prima delle dimissioni Frattini ha tempo di partecipare ad una cena a Londra con Torzi e il vice premier della Libia, “era una cena il giorno prima della prima delle riunioni”. Una cena poco gradita a Frattini, che per il fastidio del baccano nella sala si dovette mettere i tappi alle orecchie.

Vincenzo Bisbiglia sul Fatto Quotidiano di sabato 29 gennaio ha riassunto gli ultimi sviluppi dell'inchiesta:

La telenovela è finita, ma il processo va avanti. Il Vaticano ieri ha annunciato di aver venduto il famoso “palazzo di Londra”, al prezzo di circa 120 milioni di euro, confermando dunque la perdita di 100 milioni messa a bilancio nei mesi scorsi dalla Santa Sede. L’edificio si trova in Sloane Square, nel cuore della “posh London”, e un tempo ospitava i magazzini Harrods. Nel luglio 2014 lo acquista il Vaticano per circa 230 milioni di sterline. L’immobile, che avrebbe dovute rendere il 3,75% annuo, di lì a breve subisce un deprezzamento verticale perché la valorizzazione non decolla. Così le autorità d’Oltretevere spendono almeno altri 55 milioni per uscire dall’affare. La Santa Sede in realtà stava per investire in un fondo petrolifero in Congo – partecipato da Eni – salvo poi tirarsi indietro su consiglio dell’imprenditore Raffaele Mincione, chiamato in Vaticano come consulente finanziario. Secondo i pm vaticani, la società che deteneva le quote dell’edificio, la Athena Capital Real Estate, in realtà era riconducibile proprio a Mincione. Nei giorni scorsi il finanziere romano è stato citato in giudizio in Vaticano con l’accusa di truffa e autoriciclaggio. Per altri reati (peculato e abuso d’ufficio) sono imputati a vario titolo anche l’allora sostituto della Santa Sede, il Cardinale Angelo Becciu, il funzionario vaticano Fabrizio Tirabassi e l’ex consulente della Segreteria di Stato, Enrico Crasso.

Nelle 138 pagine del nuovo atto di citazione formulato dal promotore di giustizia, Alessandro Diddi, sono citati nuovi documenti che dimostrerebbero come Mincione, si legge, abbia “gonfiato slealmente la stima dell’immobile”. Il broker e i suoi collaboratori, scrive il pm, “conoscevano e disponevano senz’altro della perizia estimativa (…) predisposta l’11.9.2013 (…) da una delle società di consulenza immobiliare più importanti al mondo, Cbre Ltd”, giunta a “una stima del valore dell’immobile di 173,5 mln/gbp, inferiore di oltre 55 mln/gbp rispetto a quella dichiarata (…) alla Segreteria di Stato”. Non solo. Dai bilanci delle società coinvolte, “si evince che il prezzo (…) al quale (…) era stato compravenduto nel dicembre 2012 ammontava a 137 mln/gbp, (…) quasi 100 mln/gbp meno della valutazione Mincione”. Documenti, scrive il promotore di giustizia, “in possesso degli imputati e da costoro tenuti deplorabilmente celati”. Quando il 22 novembre 2018 la Santa Sede opera il primo disinvestimento, la Athena di Mincione cede le quote alla Gutt Sa di del broker molisano Gianluigi Torzi (anche lui imputato). Nel contratto fra le parti, vi è inserito “l’obbligo della Segreteria di Stato di versare (…) ad Athena Sicav un conguaglio (…) pari a euro 40 mln/gpb”, facendo lievitare il valore dichiarato a 275 milioni di sterline.

La scheda del servizio: PACCO, CONTROPACCO, DOPPIO PACCOTTO di Giorgio Mottola con la collaborazione Norma Ferrara

Doveva essere un affare sicuro e vantaggioso, si è trasformato in uno dei più grandi scandali della storia recente del Vaticano. L’acquisto dei prestigiosi ex magazzini Harrods a Londra ha generato finora perdite superiori ai 100 milioni di euro. Secondo i magistrati si tratta di una colossale truffa in cui sarebbero rimasti impigliati cardinali, monsignori, funzionari della Santa sede e spregiudicati uomini d’affari. I soldi dei fedeli sono finiti, infatti, in un grottesco schema fraudolento che ricorda molto da vicino la trama del film “Pacco, doppio pacco e contropaccotto”. Attraverso gli interrogatori inediti dei protagonisti, interviste ai principali imputati e documenti esclusivi, Report ricostruisce l'intera vicenda.

Le cure per il covid (oltre alla auto sorveglianza )

L'emergenza è finita, dicono i giornali e dicono gli esperti del governo che ha messo in sicurezza il paese. Eppure si muore ancora di Covid, i contagi nelle scuole sono ancora alti, i problemi dei tamponi e delle quarantene sono scaricate sulle famiglie. Negli ospedali, si chiedi una visita, fai fatica a trovare posto (almeno di non rivolgersi al privato).

Partendo dal protocollo della “vigile attesa” (attesa di cosa, che il virus passi da solo?), Report racconterà delle cure sperimentali sul Covid.

Per i pazienti fragili ci sono le cure con le monoclonali e gli antivirali, che sono costose, per gli altri il protocollo del ministero della Salute della vigile attesa prevede paracetamolo e antinfiammatori per i sintomi lievi, sospeso dal TAR del Lazio perché limitava l'autonomia dei medici, è stato poi ripristinano dal Consiglio di Stato nel febbraio 2022.

Il segretario generale dei medici di base Silvestro Scotti spiega che la parola attesa “è infelice” perché fa sorgere l'idea che si debba aspettare.

A Bergamo il dottor Fredy Suter (primario all'ospedale papa Giovanni XXIII) ha inventato una terapia basata sugli antinfiammatori i quali “non sono possono attenuare la sintomatologia della fase iniziale virale, ma possono ridurre le ospedalizzazioni e probabilmente anche i casi di morte. È fondamentale che i farmaci siano somministrati sin dai primi sintomi.”

Questo protocollo è stato applicato da diversi medici di base sul territorio con buoni risultati: Manuele Bonaccorsi ne ha parlato con una di questi, la dottoressa Katia Vazzana, che l'ha usata anche per curare il padre oltre ai suoi mutuati (e il padre era diabetico e cardiopatico, dunque a rischio).

La sperimentazione del protocollo è stata fatta dall'istituto Mario Negri a Milano, dal professor Giuseppe Remuzzi che ha portato ad uno studio pubblicato nel giugno 2021: su 90 pazienti curati con le cure precoci ci sono stati solo due ricoveri, nel gruppo dove invece era stato seguito il protocollo standard erano stati invece 13.

Adesso uscirà una seconda pubblicazione che confermerà lo stesso trend: “i nostri risultati sono stati nettamente superiori a quello che ci aspettavamo ” commenta il dottor Suter, “con la tachipirina non si cura l'infiammazione, i farmaci antinfiammatori vanno alla radice del problema, riducono la probabilità di andare verso una infiammazione, oggi ci sono delle segnalazioni secondo cui la tachipirina tende a far abbassare il livello del glutatione che è un antiossidante protettivo.”

Ma se i risultati di questo protocollo sono così importanti perché non è stato generalizzato?

“Gli enti regolatori, come Aifa, devono essere molto prudenti e possono dare indicazioni solo sulla base di studi scientifici estremamente rigorosi. Il nostro studio ha dei limiti e cercheremo di farne uno il più possibile corretto da tutti i punti di vista” ha risposto il primario.

La scheda del servizio: LA VIGILE ATTESA di Manuele Bonaccorsi e Lorenzo Vendemiale

L’emergenza sembra passata ma di Covid si continua a morire: in Italia ci sono stati oltre 4 mila decessi solo nelle ultime due settimane. I vaccini hanno salvato migliaia di vite ed evitato che il bilancio fosse peggiore, ma bisogna perfezionare anche le terapie. Report spiegherà quali sono le cure che fin qui sono state impiegate per trattare i malati di Covid, e con quali risultati: a partire dal famoso protocollo sulla “vigile attesa” stabilito dal Ministero della Salute, sospeso da una sentenza del Tar ma poi riconfermato dal Consiglio di Stato. Mentre a Milano, all'Istituto Mario Negri, da tempo viene sperimentata una possibile alternativa di cure precoci basate sugli antinfiammatori. Per il futuro, invece, le speranze sono riposte sui nuovi antivirali prodotti da Merck e Pfizer, che a breve arriveranno anche in Italia: ma come si usano, quanto sono efficaci, e che impatto saranno in grado di avere davvero nella lotta al Coronavirus?


Le anticipazioni dei servizi che andranno in onda questa sera le trovate sulla pagina FB o sull'account Twitter della trasmissione.

25 maggio 2021

Report – il vertice delle stragi

La vicenda Copasir

Gli incontri tra Renzi e il dirigente del DIS Mancini hanno portato all'audizione del direttore Vecchione, poi sostituito dal governo Draghi.

Anche Salvini ha incontrato Mancini, non in un autogrill, ma in prossimità di Cervia.

Renzi giustifica l'incontro parlando di scambi di regali e però ha fatto un esposto alla procura per capire meglio se il video è stato fatto veramente dall'insegnante.

Nel frattempo Volpi, ex presidente, si è dimesso e così le audizioni si sono fermate: il nuovo Copasir avrà voglia di fare chiarezza su questi incontri?

L'eventuale inchiesta si è impantanata, secondo l'onorevole Meloni c'è forse un legame tra le dimissioni di Volpi (leghista) e la voglia di bloccare l'inchiesta su Mancini: sulla successione di Volpi c'è uno scontro tra Lega e FDI, che si sono scambiate accuse sull'essere amici di paesi stranieri. Adolfo Urso che sarebbe amico dell'Iran, mentre Salvini sarebbe amico sia della Russia che del Qatar.

Il vertice delle stragi in Italia e le menti raffinatissime

La strage di Bologna, la strage di Capaci, la strage di via D'Amelio e poi le successive stragi in continente del 1993.

Chi c'è dietro le stragi? Chi ha indicato gli obiettivi a Riina?

Si riparte da qui, dai soggetti dietro le stragi di cosa nostra, Berlusconi e Dell'Utri, già indagati e archiviati anni fa dalla procura di Firenze.

Si parte dalla casa della morte in vicolo Pipitone a Palermo, dove il gotha mafioso decideva chi uccidere come fosse un tribunale senza appello.

Qui è il regno del clan Galatolo dove i mafiosi incontravano soggetti appartenenti ai servizi e alle forze dell'ordine: dal maresciallo Salvano a Faccia da mostro, il dottor Contrada a La Barbera.

In questa casa servizi deviati e mafia si incontravano per scambiarsi favori: Faccia da mostro sarebbe il killer di stato, autore di una serie di omicidi avvenuti negli anni 90, accompagnato ad una donna misteriosa e pericolosa.

Faccia da mostro avrebbe avuto un ruolo nelle stragi di Capaci e via D'Amelio, nel fallito attentato all'Addaura, per spaventare Falcone.

Sui luoghi delle stragi sono quattro le donne viste e di cui esiste un identikit ma non se ne conosce l'identità. Ma non è il solo mistero, ancora oggi non si conosce chi ha premuto il tasto per far esplodere quelle bombe, un segreto inconfessabile perfino per la mafia, perché sarebbe la fine dell'immagine della mafia ..

A quasi 30 anni di distanza ancora non sappiamo i mandanti di queste stragi, per conoscerli Paolo Mondani mette assieme le prove già raccolte e altre, verbali e informazioni, rimaste nei cassetti.

Totò Cancemi nel 1993 si consegna ai carabinieri: Cancemi a Riina aveva confidato le sue preoccupazioni dopo Capaci (“se quelli sanno la verità è finita la cosa ..”). Cosa non dovevano sapere i soldati di mafia?

E chi erano i personaggi non mafiosi presenti durante la preparazione della strage di via D'Amelio?

Ne parlano la moglie del pentito Di Matteo col marito, dopo che era stato rapito il primo figlio, “ne abbiamo ancora un altro”.

E chi erano i personaggi che si muovono attorno alla macchina di Borsellino per rubare l'agenda rossa di Borsellino? Alla mafia cosa interessava di quell'agenda?

Salvatore Baiardo, l'uomo che ha curato i beni dei Graviano e di Messina Denaro, l'agenda ce l'ha proprio quest'ultimo. Parla anche degli incontri tra i Graviano con Berlusconi, tre volte, anche in Sardegna dove il boss avrebbe portato “una barca” di soldi all'ex presidente del consiglio.

“[Il partito di Berlusconi] è stato finanziato dalla mafia e non solo”, conclude Baiardo.

Queste informazioni erano presenti in una informativa della Dia, di cui aveva preso visione il magistrato Chelazzi: poco dopo Chelazzi fu trasferito alla procura antimafia e quella direttiva è stata dimenticata, fino ad oggi, fino al processo sulla ndrangheta stragista.

Oggi i Graviano parlano anche di Berlusconi e dei soldi, come nel 2013 in carcere Riina parlava dei finanziamenti ricevuti dal cavaliere.

Su questo stanno indagando i magistrati Turco e Tescaroli: i soldi a Berlusconi per il suo progetto politico, l'agenda rossa presa da uomini esterni alla mafia e portata ai boss, i luoghi per le stragi indicati dal bibliofilo Dell'Utri.

Tra i verbali dimenticati in un cassetto ci sono quelli raccolti da Chelazzi nel 1998, mentre interrogava Siino, dove si parlava di un collaboratore di Berlusconi, l'ex finanziere Francesco Maria Berruti, contatto tra la mafia e la politica secondo una confidenza ricevuta da Nino Gioè.

E c'è poi la storia della morte di Nino Gioè, uno degli autori della strage di Capaci, morto suicida in carcere, in uno strano suicidio: ma secondo il cugino Di Carlo è stato suicidato, Gioè stava per pentirsi, per confidare qualcosa ai magistrati.

Gioè, prima della bomba telefona a tre numeri negli Stati Uniti, racconta Gioacchino Genchi: a chi stava telefonando?

Gioè era in contatto con Bellini, estremista di destra, oggi indagato anche per la strage di Bologna, fatto infiltrare in cosa nostra dal Ros di Mori – dice lui a processo.

Gioè avrebbe dato un biglietto a Bellini, dove chiedeva favori a cinque mafiosi in carcere, Mori rifiutò di trattare, anzi non sapeva nemmeno di Bellini.

Matteo Messina Denaro era considerato da Riina come un figlio, forse perché era a conoscenza di tutti i suoi segreti: sapeva dell'intenzione di buttarsi un politica, con le leghe meridionali.

Una proposta fatta da Riina a Saro Maino, il suo alter ego in America, in contatto coi servizi americani. Come americani erano i telefoni con cui Gioè si mette in contatto, e anche altre telefonate degli stessi numeri di telefono dei mafiosi si mettono in contatto con l'America.

Bellini fu un infiltrato vero, in Cosa nostra, oppure il suo ruolo era inoculare in Riina l'idea che per far cedere lo stato era meglio colpire le opere d'arte, come sostiene Brusca?

Berlusconi, la banca Rasini, le accuse di riciclaggio di una banca dove avevano i conti Pippo Calò, le indagini di Berruti poi archiviate, le confessioni di Siino su Berruti ..

Il finanziere Pulici aveva seguito le indagini su Matteo Messina Denaro: dal suo ufficio un giorno sparisce una pen drive e un computer con dentro i documenti delle indagini, non è stata fatta alcuna indagine da parte di un giudice.

Chi è stato, chi è entrato nell'ufficio della magistrata Teresa Principato?

Da qui si parte per scoprire chi sta proteggendo la latitanza di Messina Denaro: una fonte racconta a Paolo Mondani di un esponente dei servizi civili che aveva i contatti con la mafia, era stato infiltrato nella mafia di San Lorenzo.

Questa persona (Alessio) si era occupato delle lettere che Messina Denaro scambiava col sindaco di Castelvetrano, raccolte in un libro “Lettere a Svetonio”: sindaco morto in questi giorni, un uomo dei servizi, l'ex sindaco Vaccarino.

Alessio, l'autore delle lettere per conto di Messina Denaro, infiltrato nella mafia, pure lui sarebbe un uomo dei servizi.

Qui siamo oltre l'immaginazione: questo libro serve per mandare messaggi, da una parte dello stato, a Messina Denaro, a creargli un'immagine di nuovo capo della mafia, dopo la cattura di Provenzano. Capo della mafia la cui latitanza è garantita molto in alto, dalla massoneria (Messina Denaro sarebbe pure affiliato ad una loggia figliata dalla P2) e da pezzi dello stato.

La mancata perquisizione del covo di Riina

Dopo l'arresto di Riina, il ROS e Mori decidono di non perquisire subito il covo, per monitorare chi sarebbe entrato in quella casa. Per un disguido, dicono i Ros, nessuna telecamera fu attivata in quei 18 giorni: secondo i pentiti di mafia, i segreti di Riina custoditi dentro la sua cassaforte, sarebbero passati a Messina Denaro e questi avrebbero ingrandito la sua forza.

Anni dopo a Nino di Matteo arriva un documento firmato “Protocolo fantasma” dove si racconta che nei documenti di Riina erano indicati i nomi delle persone a libro paga dentro lo stato, il Vaticano, “si poteva rovinare uno stato intero” racconta la pentita Rosi Vitale.

Nemmeno Riina si spiega come mai quella mancata perquisizione: chi ha venduto Riina, ha venduto solo il capomafia, ma non i suoi segreti.

Chi lo avrebbe venduto è Bernardo Provenzano, anche lui latitante per anni, grazie a tante protezioni.

Provenzano poteva essere arrestato nel 1996, grazie al contributo di Luigi Ilardo, mafioso che stava collaborando col colonnello della Dia Michele Riccio.

Ma il Ros decide di non catturare Provenzano, perché doveva ricompattare l'organizzazione – sostiene Riccio oggi.

Ilardo fu ucciso poco dopo aver incontrato a Roma Mario Mori e il giudice Tinebra: in quell'ultimo incontro Ilardo rinfaccia al carabiniere quei delitti fatti da pezzi dello stato e affibbiati alla mafia.

Come l'omicidio Mattarella, Pio La Torre e Insalaco, che sarebbero omicidi fatti dallo stato e dalla mafia. Mentre un omicidio fatto solo dallo stato sarebbe quello di Domino, un bambino di 11 anni, ucciso durante il maxi processo.

Esistono zone d'ombra negli apparati investigativi del Ros, racconta oggi il procuratore Patronaggio: analizzando gli atti, si denotava una scarsa voglia di collaborazione con la magistratura.

Mori è stato sempre assolto, va ripetuto. Ma quelle zone d'ombra rimangono.

Le strane presenze durante le stragi, il killer di stato faccia da mostro, il ruolo della massoneria e della destra eversiva, i servizi deviati.

Al processo d'appello sulla trattativa sono emersi dei documenti rimasti nei cassetti per anni: erano documenti sequestrati ad un mafioso che descrivevano l'impero economico di Provenzano: Gioacchino Genchi ha tirato fuori da quel pc e da quei floppy migliaia di pagine rimaste nel cassetto fino a pochi mesi fa.

Seconda stranezza, emersa di recente, è scoprire che Mori aveva indagato in Veneto nel 1975 sulla Rosa dei Venti, mentre era al SID.

Maletti allontanò Mori dal Sid: perchè era sospettato di contatti con l'estrema destra eversiva, racconta oggi Maletti. Nel 1978, Mori fu trasferito a Roma, il giorno successivo al rapimento di Aldo Moro: qui, racconta un altro ufficiale dei carabinieri Giraudo, avrebbe fatto proselitismo per conto della Loggia P2.

Mori è stato condannato in primo grado nel processo sulla Trattativa: di fronte ai giudic ha raccontato dei suoi incontri con Ciancimimo, “si può far qualcosa per fermare questo muro contro muro?”

La trattativa che per molti è ancora “presunta”.

La procura di Reggio Calabria ha aperto un fascicolo chiamato mafia parallela: l'indagine parte dalle dichiarazioni del pentito Barreca, che racconta degli anni in cui in Calabria erano arrivati Franco Freda, in contatto con la ndrangheta per mettere in piedi uno stato parallelo, con dentro mafiosi e uomini dello stato e massoni.

Licio Gelli sarebbe il prezzemolo di ogni minestra, conclude Barreca.

Ma Licio Gelli non poteva essere toccato: chi osava mettersi sulle sue tracce, come il funzionario del Sisde Scorza, veniva bloccato dal capo della polizia Parisi.

Qual era l'obiettivo delle bombe, a Firenze, a Milano e a Roma?

Chelazzi era intenzionato a mettere ad iscrivere nel registro degli indagati Mario Mori (l'ultima persona che ha interrogato prima di morire), era convinto dell'esistenza di una trattativa tra stato e mafia, per venire incontro ai problemi della mafia in quegli anni. L'ergastolo col 41 bis e i pentiti.

Oggi si parla proprio di questo, togliere l'ergastolo ostativo (dopo aver riformato il meccanismo dei pentiti per come era negli anni novanta), perché lo chiede l'Europa, dove però non arriva l'odore del tritolo, è la battuta del magistrato Patronaggio.

Un rischio che non possiamo permetterci, depotenziare gli strumenti per contrastare la mafia, come i collaboratori di giustizia e il carcere duro. Specie ora che stanno arrivando i soldi dall'Europa e le mafie hanno così tanti soldi da comprarsi dei pezzi dello stato.

Che riforma della giustizia partorirà questo governo dei competenti?

Che idea ha della lotta alla mafia?

Vogliono far uscire dal carcere quei mafiosi che non hanno intenzione di collaborare, come i Graviano?